Francesco: una vita che fa da modello

Nell’omelia che il vescovo Tremolada ha pronunciato nel corso della Santa Messa nella basilica superiore di Assisi, l’invito rivolto ai tanti ragazzi presenti a seguire nella loro vita gli esempi e gli insegnamenti del poverello di Assisi

Un cielo carico di nuvole non ha tolto nulla alla gioia dell’incontro tra il vescovo Tremolada e gli oltre 2000 ragazzi bresciani, nati tra il 2005 e il 2007, che hanno vissuto un’intensa esperienza di tre giorni dal taglio vocazionale. È nella terra che ha dato i natali e ha visto fiorire la vocazione del “poverello” di Assisi che l’Ufficio per gli oratori, i giovani e le vocazioni hanno voluto chiamare a raccolta i ragazzi bresciani per consentire loro di comprendere, in una città in cui ogni angolo e ogni pietra racconta la “vita bella”, come si possa rispondere sì alla chiamata che il Signore ha pensato per ogni uomo.

Se il momento centrale della prima giornata di questa esperienza che ha preso il posto dell’ormai tradizionale “Roma Express” è stata la Santa Messa che il Vescovo ha celebrato nella basilica superiore davanti a tanti ragazzi, non meno importante è stato il “primo contatto” con le testimonianza di chi, frate o suora, ha già avuto modo di “fare i conti” con la dimensione vocazionale della propria vita.

Le immagini e i video che i ragazzi, tramite Whatsapp, Facebook e Instagram, hanno mandato a Brescia sono di quelle che non lasciano spazio a dubbi particolari: se l’obiettivo di quesra prima esperienza in terra di Assisi era di far toccare loro con mano la gioia del “bello del vivere”, la missione, già al termine della prima giornata, è stata abbondantemente raggiunta.

Mons. Pierantonio Tremolada ha praticamente accolto l’arrivo dei ragazzi bresciani ad Assisi; non si è sottratto alle richiese di foto di gruppo o di selfie per documentare il “c’ero anch’io” a una esperienza importante.

Nel corso della Messa, celebrata sotto le volte della Basilica superiore, il Vescovo ha indicando ai ragazzi lo splendido ciclo di affreschi di Giotto dedicato a San Francesco, li ha invitati a vivere una vita avendo come punto di riferimento gli insegnamenti di quel giovane che, più di 800 anni fa, si lasciò interpellare da quell’invito del Crocifisso ospitato nella chiesa diroccata di San Damiano a impegnarsi per la ricostruzione della “casa”. Ai tanti ragazzi riuniti in questo scrigno di arte e religiosità ha rivolto ancora l’invito di trovare, così come fece Francesco, il tempo del silenzio, degli spazi per la riflessione, a prendere a cuore, così come fece tanti anni prima quel loro coetaneo diventato santo, la natura. Parole importanti, quelle del vescovo Tremolada, che non hanno lasciato indifferenti, nonostante la fatica per il viaggio affrontato e la prima giornata assisiate, le centinaia di ragazzi presenti.

Pasqua: primavera della vita

“Ti sei mai chiesto, Marco, perché l’uovo è il simbolo profano della Pasqua?”

Nonna Lucia interpella il nipote di quattordici anni, che la guarda perplesso. Marco non si è mai sognato di porsi questo tipo di quesiti. Alla sua età le domande sono altre, le risposte cercate faticosamente. La nonna insiste: “Marco, seriamente, perché nel periodo pasquale e di questi tempi, anche molto prima, i negozi, i supermercati sono invasi da uova di cioccolato d’ogni grandezza e colore, agghindati da variopinte e luccicanti carte? Per chi sa andare oltre ciò che appare, non è solo business, ma una tradizione che racconta come ogni tipo d’uomo rimandi alle potenzialità della vita. In un uovo di gallina, per esempio, ci sono tutte le cel- lule, i nutrienti e le chimiche che daranno vita a quei piccoli deliziosi pulcini che, becchettando il guscio, si apriranno alla luce”.

Marco è sempre più perplesso e Lucia gli legge negli occhi che la sta a sentire per educazione, per affetto, senza capire dove la nonna voglia andare a parare. O meglio, Marco intuisce che Lucia vuol fargli un sermone poiché da un po’ di tempo egli non frequenta più l’oratorio, a Messa si annoia ed in chiesa va raramente. Lucia indovina i pensieri di Marco ma, imperterrita, continua a parlargli: “Sai qual’è l’uovo della nostra vita interiore? L’habitat ideale per la crescita del nostro spirito o, se preferisci, della nostra anima? É il Vangelo: la Parola che possiede in sé l’alchimia perfetta per condurci là dove un uomo, chiamato Gesù, ha dato prova d’essere Figlio di Dio, squarciando un sepolcro, invadendo di luce l’umanità. Marco, dopo il deserto c’è la foresta, dopo l’inverno c’è la primavera, dopo la morte c’è la Pasqua: primavera eterna della vita”.

Lucia sa per esperienza che certe parole, apparentemente non percepite nell’immediatezza, possono riaffiorare chiare in alcune fasi della vita e per questo sente la necessità, dettata dall’amore, di spenderle per Marco.

Buona Pasqua!

Pasqua di Risurrezione : “Nei volti il volto”

Usiamo le parole del Vescovo Pierantonio per spiegare il perché: “La santità, in altri termini, è la santità dei volti”. Il volto  richiama lo sguardo e rimanda al cuore. La luce degli occhi proviene dalla carica d’ amore che si coltiva nel proprio mondo interiore. Il volto di Gesù diventa la nostra destinazione, l’orientamento vocazionale della nostra quaresima.

Il volto nascosto in attesa di rilevarsi: il sudario raccoglie tutto lo scorrere dell’Amore sul volto di Gesù, i profumi inebriano quanti sono rimasti con il Figlio, con l’Amico il cui volto ora è nascosto nella morte, nel buio del sepolcro, nel silenzio di quella discesa per scovare i senza volto della storia, quelli che non hanno diritto di parola, quelli ammutoliti dal male, i volti contraffatti dall’ egoismo. Il volto del Figlio si nasconde e tace per andare a cercare coloro che non dicono nulla in attesa di quell’alba che riconsegna alla storia un Volto nuovo che non muore più. Santa Pasqua a tutti noi.

In questa Quaresima la nostra Parrocchia ci sta proponendo con la già avvenuta distribuzione dei tradizionali “Salvadanai Missionari”, un impegno di carità.

I salvadanai sono da riportare in Chiesa nei giorni della Settimana Santa. Il ricavato sarà devoluto all’ Ufficio Missionario Diocesano.

La nostra solidarietà a favore di…

Le iniziative sostenute dalla Commissione Missionaria Parrocchiale, hanno come obiettivo l’ eliminare alla base le cause di povertà, e promuovere le risorse culturali, sociali, economiche dei popoli coinvolti.

Le aree di intervento sono:

  • Sostegno ai missionari nelle loro opere di evangelizzazioni.
  • La Pastorale nelle forme della catechesi e della liturgia.
  • La promozione umana con la proposta dei corsi di alfabetizzazione, dell’educazione sanitaria e della formazione professionale.

I nostri referenti sono: missionari di origine lenese e non. Nello specifico sacerdoti, missionari e laici che operano attraverso il Centro Missionario Diocesano, Padri Saveriani e Comboniani, e alcune Associazioni.

Nel 2018 abbiamo sostenuto con l’ attività estiva della “Menonera Missionaria” e del “Mercatino di Solidarietà Natalizia”:

  • Padre Eugenio Petrogalli (missionario Lenese in Ghana – Africa)
  • Suor Erminia Petrogalli (missionaria Lenese in Sudan – Africa)
  • Don Roberto Ferranti (Lenese – referente missione in Breshem – Albania)
  • Suor Agata Gressioli (missionaria Lenese in Cile)
  • Padre Silvio Turazzi (Saveriano – referente missione a Goma R.D.G. – Africa)
  • Sostegno ad un Progetto proposto dall’ Ufficio Missionario Diocesano in Venezuela (presso la Parrocchia El Callao – Missionario Fidei Donum Don Giannino Prandelli)
  • Suore Maestre Pie Venerini (per loro missioni)
  • Sostegno allo studio di un Seminarista Indigeno
  • Sostegno allo studio di un Seminarista Diocesano
  • Sostegno alle attività dell’Oratorio S. Luigi Leno
  • Sostegno alle attività Caritas Parrocchiale
  • Sostegno al servizio Pastorale dei Padri Oblati in Parrocchia.

Ringraziamo quanti partecipando alle nostre iniziative, ci hanno permesso di sostenere i progetti citati. Ricordiamo che le attività della Commissione Missionaria sono:

  • Sensibilizzazione Pastorale Missionaria attuata in Parrocchia (in collaborazione con il Centro Missionario Diocesano), condivisa con il Consiglio Pastorale e con la Commissione oratorio, con la Commissione Missionaria Zonale (dove vi sono nostri rappresentanti), creando “rete” con le altre Commissioni e Gruppi parrocchiali, con un’apertura alle iniziative sociali del territorio.
  • Attività Menonera Missionaria. Mercatino di solidarietà. Stesura delle pagine di pastorale missionaria sul Bollettino Parrocchiale. Divulgazione della stampa missionaria in Chiesa.

Guardiamo al futuro senza angoscia

L’omelia pronunciata dal vescovo Pierantonio Tremolada durante la Santa Messa e il Te Deum di ringraziamento nella Basilica delle Grazie

Con la celebrazione di questa solenne Eucaristia nel nostro amato Santuario della Madonna delle Grazie, salutiamo un anno che finisce e ci disponiamo ad accoglierne uno nuovo che comincia. Lo facciamo nella luce e nella gioia del Natale del Signore. Non è per noi pura coincidenza che la fine di un anno e l’inizio del nuovo facciano parte delle feste natalizie. Augurare “Buone Feste” significa per noi auspicare che tutti i giorni importanti di questo periodo che sta tra la fine e l’inizio siano pervasi della gioia del Natale. Chi crede nel Signore Gesù Cristo sa bene che lo scorrere del tempo avviene nell’eternità di Dio, perché questa eternità proprio nel Natale ci ha visitato e si è fatta orizzonte amorevole della nostra storia. In questi giorni il nostro sguardo è ancora fisso sul presepio. È uno sguardo simile a quello di cui ci ha parlato il brano del Vangelo di Luca che abbiamo ascoltato: sguardo di ammirata contemplazione, da parte di Maria e di Giuseppe; sguardo di sincera devozione da parte dei pastori, che sollecitamente giungono nel luogo loro indicato dall’annuncio dell’angelo.

Un particolare del racconto evangelico merita però in questo momento la nostra attenzione. Descrivendo l’atteggiamento della Vergine Maria, l’evangelista rimarca come allo sguardo pieno di stupore, reso più intenso dalle parole che i pastori riferiscono, si affianca la riflessione interiore: “Maria – si legge nel testo – custodiva tutte queste parole, meditandole nel suo cuore”. Soffermarsi con il cuore e la mente su quanto accade, per coglierne il senso profondo, è segno di grande sapienza ed è dovere di ogni retta coscienza. È questa la condizione per non lasciarsi travolgere inesorabilmente dal flusso del tempo e per riconoscere – nella prospettiva di chi crede – l’opera di Dio nella nostra storia, opera di grazia, provvidenza di bene che sempre si intreccia con le nostre libertà. La conclusione di un anno e l’avvio del nuovo è senza dubbio l’occasione per esercitare questo compito autenticamente umano. L’occasione per ringraziare il nostro Creatore e per rinnovare il nostro impegno ad affrontare le sfide che la storia ci pone davanti giorno dopo giorno.

Se guardiamo a questo anno che tramonta e volgiamo indietro lo sguardo, riconosciamo alcuni importanti eventi che lo hanno segnato, per i quali il nostro pensiero si eleva riconoscente a Dio e insieme si fa intensamente meditativo.

Come non ricordare anzitutto l’evento che ci ha coinvolto come Chiesa bresciana insieme alla Chiesa universale in un’esperienza di gioia profonda e commossa? Mi riferisco alla canonizzazione di Paolo VI, il nostro amato Giovanni Battista Montini. È stato un momento di rara intensità, per il quale ancora mi sento di ringraziare tutti coloro che hanno partecipato o comunque si sono sentiti direttamente coinvolti. Ritengo vada considerato questo un evento che segna la vita della nostra Chiesa diocesana in quest’epoca della sua storia. Si fa sempre più viva per me la convinzione che l’eredita spirituale di Paolo VI sia tanto immensa quanto preziosa e che a noi in particolare è affidato il compito di coltivare e promuovere la sua conoscenza e la devozione per lui, figlio di questa Chiesa divenuto figura profetica del nostro tempo.

L’anno che si chiude ha visto poi la celebrazione del Sinodo sui giovani. Abbiamo anche noi voluto metterci in ascolto delle nuove generazioni; mi sembra di poter dire, non senza frutto. Dopo la celebrazione del Sinodo, l’ascolto dei giovani lascia ora il posto ad un confronto con loro sulle indicazioni del Sinodo stesso e ad una ricerca condivisa della linee di azione pastorale in grado di rispondere ai loro desideri più profondi. Vorremmo renderli sempre più protagonisti nella costruzione del loro e nostro futuro. L’orizzonte è quello di una visione della vita che amiamo definire vocazionale. Noi crediamo, infatti, che in ogni momento ci raggiunge l’appello amorevole di Dio, voce amica che interpella la nostra libertà e la sospinge verso la santità. E non dovremo mai dimenticare che la fine di ogni anno ci ricorda – dolcemente ma inesorabilmente – il nostro limite. Nessuno vive per sempre su questa terra. Le generazioni si succedono l’una all’altra. Ognuna deve ricordare che è suo dovere preservare e promuovere il futuro di quelle che la seguiranno.

Si chiude un anno di intensa vita ecclesiale, un anno che per me, di fatto, è stato il primo. Sono consapevole che in un arco di tempo piuttosto breve sono state compiute scelte rilevanti, che hanno toccato il corpo vivo della Chiesa bresciana. Mi riferisco in particolare alla riorganizzazione della Curia diocesana e ai numerosi cambiamenti di destinazione richiesti al nostro presbiterio. Mi preme al riguardo condividere con tutti voi un duplice sentimento, che porto nel cuore: il primo è quello di una viva riconoscenza per la sincera e generosa disponibilità riscontrata nei nostri sacerdoti, di cui volentieri qui do testimonianza, e per l’accoglienza riservata dalle comunità parrocchiali ai loro nuovi pastori. Il secondo sentimento si fonde con la sincera convinzione di aver proceduto – per quanto riguarda queste decisioni – in risposta ad effettive esigenze pastorali, in piena continuità con l’azione dei vescovi miei predecessori, cui mi legano stima e affetto sinceri, e avendo a cuore lo stile e il metodo della sinodalità. A quanti hanno condiviso con me la responsabilità di queste scelte e stanno tuttora condividendo il compito del discernimento pastorale, in particolare ai vicari episcopali, va tutta la mia riconoscenza. Abbiamo cercato di coniugare sempre l’attenzione alle persone e il bene della diocesi. Laddove non vi siamo riusciti, per il nostro limite e mio in particolare, giunga la benevolenza di tutti ma anche la sana critica costruttiva.

Il 2018 è stato anche l’anno del rinnovo di cariche civili importanti: penso in particolare all’elezione recente del sindaco di Brescia e a quella ancora più recente del Presidente della Provincia bresciana; ma penso anche agli altri avvicendamenti amministrativi sul territorio. Colgo volentieri l’occasione per esprimere a tutti l’augurio di un servizio fecondo a beneficio dell’intera cittadinanza e per rinnovare, a nome dell’intera Chiesa bresciana, la sincera disponibilità ad operare per il bene comune. Il tempo delle contrapposizioni ideologiche potrebbe essere finito: sta a noi volerlo. Appare invece sempre più evidente la necessità di stabilire sapienti alleanze, per rispondere al dovere che tutte le istituzioni hanno di edificare una sana convivenza. Particolarmente urgente appare, al riguardo il compito educativo. Credo sia importante immaginare progettualità condivise e convergenti, nel rispetto delle singole competenze e nell’esercizio delle proprie responsabilità. È la nostra stessa coscienza a esigere che si rinunci al conflitto logorante e sterile e si approdi invece al confronto franco e costruttivo.

La speranza è la virtù di chi guarda al futuro senza angoscia e opera alacremente nel presente. È questa la virtù che vogliamo domandare al Signore nostro Dio all’inizio dell’anno nuovo. La sua Provvidenza, che mai viene meno, illumini le nostre menti, sostenga i nostri cuori, guidi i nostri passi.

Il volto umano e solidale della città

L’omelia pronunciata dal vescovo Tremolada nella Chiesa di San Francesco dei frati minori conventuali a Brescia dove ogni anno si rinnova lo scambio dei Ceri e delle Rose in occasione della Solennità dell’Immacolata

Vergine Madre, figlia del tuo figlio, umile e alta più che creatura, termine fisso d’etterno consiglio. Tu se’ colei che l’umana natura nobilitasti sì che ‘l suo fattore non disdegnò di farsi sua fattura”. Sono le parole con cui Dante introduce l’ultimo canto della Divina Commedia e con le quali si avvia a concludere il suo lungo viaggio verso la visione di Dio. San Bernardo, che Dante incontra nell’ultimo cerchio del Paradiso, si rivolge con queste parole alla Madre di Dio. Al poeta pellegrino e al suo santo protettore è concesso di incontrare la Vergine santa nella manifestazione raggiante della sua bellezza. È lei la stessa nobile signora che alla piccola Bernadette di Lourdes si presenterà come l’Immacolata Concezione, colei che l’angelo Gabriele saluta come la “piena di grazia”.

La grazia è la bellezza gentile, limpida, umile, serena. Una bellezza che tuttavia è potente, anzi vittoriosa e trionfante. Nel disegno di Dio, essa è destinata a custodire e difendere l’umanità dall’attacco mortale del maligno, preservandola dalla corruzione. L’abbiamo ascoltato nelle parole che il Creatore rivolge al serpente antico, seduttore dell’uomo e della donna, primo responsabile, insieme a loro, di quella tremenda catastrofe che fu la colpa originaria: “Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la sua stirpe e la sua stirpe. Tu le insidierai il calcagno, ma lei ti schiaccerà la testa”. La donna che porterà al suo esito positivo e definitivo questa lotta implacabile tra la vita e la morte, tra la santità e la corruzione è l’Immacolata Concezione, colei che in se stessa non ha conosciuto il male e che ha donato all’umanità il suo Salvatore.

Nella donna vestita di sole, splendente della gloria di Dio, noi contempliamo l’essenza della vera umanità. Guardando a lei comprendiamo cosa siamo chiamati ad essere anche noi “santi e immacolati nell’amore” – come dice san Paolo nel passaggio della Lettera agli Efesini che abbiamo ascoltato. Tendere a realizzare questo disegno di grazia che mira a conferire alla vita del mondo la sua originaria bellezza significa dare compimento al cammino della civiltà e realizzare quello che potremmo chiamare un vero umanesimo.

Umanesimo! Una parola questa che fu molto cara a san Paolo VI, con la quale egli intendeva l’impegno dell’umanità ad essere se stessa, fedele alla sua magnifica vocazione. Il pericolo più grave per l’uomo è infatti quello di perdere la sua identità e la sua dignità, di non essere più umano.

Nella sua riflessione sempre acuta, Paolo VI si sofferma su questo punto a lui tanto caro in particolare nell’Enciclica Populorum Progressio, una delle perle del suo magistero. Qui egli concentra il suo pensiero intorno a due aggettivi e dice che l’umanesimo – visto con gli occhi del cristiano – deve essere integrale e solidale.

Con l’aggettivo integrale Paolo VI intendeva alludere all’uomo nella sua soggettività armonica e complessa; con l’aggettivo solidale si riferiva invece all’umanità nella sua dimensione sociale.

L’umanesimo integrale guarda all’uomo in tutte le sue dimensioni, compresa quella spirituale o trascendente. Non esiste infatti l’uomo a una dimensione, quella semplicemente orizzontale. L’uomo non guarda solo intorno a sé: sa guardare anche dentro di sé e sopra di sé. Scrive Paolo VI nella Populorum Progressio: “Avere di più, per i popoli come per le persone, non è dunque lo scopo ultimo … La ricerca esclusiva dell’avere diventa un ostacolo alla crescita dell’essere e si oppone alla sua vera grandezza: per le nazioni come per le persone, l’avarizia è la forma più evidente del sottosviluppo morale”.

Umanesimo solidale significa, invece, impegno a vivere con verità la dimensione sociale dell’umano e a farlo secondo l’intenzione di Dio. Da qui la lotta contro la fame, la ricerca costante dell’equità delle relazioni commerciali, il superamento di ogni nazionalismo e la contestazione di ogni razzismo. Il fine ultimo è una convivenza sociale che acquisti i tratti suggestivi della carità universale, i cui elementi costitutivi sono l’accoglienza reciproca, il reciproco rispetto e sostegno, la condivisione di valori irrinunciabili, l’esercizio costante del dialogo costruttivo, ma anche il perdono e la riconciliazione.

Il Confronto

Mentre sto cercando di comporre un argomento che possa suggerire ai lettori l’interesse condividibile nell’ambito della nostra comunità parrocchiale ecco che volgendo lo sguardo su alcune riviste che sfoglio ogni tanto e guarda caso una di queste attira la mia attenzione. La copertina di questa rivista presenta l’immagine di un corpo celeste, Saturno. 

L’articolo proposto per questa foto eseguita dal satellite Hubble è “Esplorazione ai confini dello spazio”. Ebbene, facciamo un salto, si fa per dire, fuori dal tempo ed entriamo nell’armonia delle stelle con l’aiuto del satellite esplorativo Hubble che ci ha mandato da una distanza di “170 000 anni luce” dalla terra dalla galassia della nebulosa Magellano all’interno della quale si individuano 30 corpi radiosi e un ammasso di stelle brillanti di un blu intenso e puro fluttuanti tra masse di gas e pulviscolo cosmico.

L’immensità celeste portataci a conoscenza dalle esplorazioni che sta sopra di noi, invisibile ai nostri occhi se non nelle rare notti di cielo limpidissimo, quale confronto ci propone stando coi piedi ben saldi sul nostro suolo terrestre affaccendati nel vivere quotidiano tra lavoro, famiglia, interessi e difficoltà di sopravvivenza tra i tumulti e catastrofi che circondano il nostro quieto vivere.

Non ci resta che affrontare la quotidianità con serena fiducia pensando che siamo ospiti del nostro pianeta per il tempo che il Buon Dio ci concede… e non lasciamoci prendere dal panico se i nostri simili propongono, dispongono, dichiarano e disfano a loro piacimento pur sapendo di rischiare prendendo la zappa sui piedi.

70mo anniversario di suor Maria Pia

Non è facile racchiudere in poche righe i 70 anni di vita consacrata di sr Maria Pia, vissuti con intensità, con leggerezza di spirito da sembrare un soffio. Durante questi anni il sorriso aperto, lo sguardo pieno di Dio, hanno contaminato tutte le persone che l’hanno conosciuta, offrendo speranza e donando sempre una ventata di ottimismo.

Incontrare suor Maria Pia significa ricevere gioia perché la sua vita centrata in Dio la rende disponibile a tutti, e non le mancano mai le parole per esprimere la bellezza e la grandezza della sua vita offerta a Dio! 

Durante questi anni ha saputo spezzarsi come pane buono e fresco in mille modi diversi: è stata un’ottima insegnate per tanti anni dove severità e dolcezza si equilibravano perfettamente nell’educare e nel trasmettere nozioni non solo scolastiche ma anche per la vita. Oggi i suoi alunni, quasi tutti a Livorno dove per la maggior parte della sua vita si è donata nell’insegnamento , portano nel cuore il ricordo di questa maestra che li amava e li rimproverava con la stessa tenerezza e dolcezza.

Quando ormai poteva pensare di …”riposarsi” eccola, timorosa ma sempre sorridente ed entusiasta, pronta a partire per l’Africa. In quella terra non erano le parole a rendere testimonianza, ma il suo sorriso che entrava nei cuori di tutti. Lì, in Cameroon, sr Maria Pia accoglieva coloro che bussavano alla porta, attenta perché ognuno potesse ritornare non solo con ciò che cercava, ma con una parola e un sorriso che li aiutasse a vivere la loro sofferenza o la loro fatica con maggior coraggio e fede.

Ed eccola, rimettersi in gioco in questa piccola comunità pastorale di Leno;  consapevole che non poteva “competere” con le suore giovani nella catechesi o pastorale giovanile, lei trova spazio e modalità diverse per entrare silenziosamente nel cuore di tutti: vive la catechesi della strada! Chiunque incontra, riceve una parola buona, un sorriso o uno sguardo dolce di benevolenza o di rimprovero ….

Questi 70 anni di vita consacrata sono un dono immenso e una grande testimonianza per la Chiesa e per la nostra Congregazione che da sempre la ama e la stima ! Con la sua vita e la sua donazione ci ha aiutate ad essere all’interno della Chiesa strumento di umanizzazione per la società di ogni tempo e segno di comunione.  L’entusiasmo e la giovinezza di spirito di sr Maria Pia testimoniano che una vita povera, casta e obbediente realizza totalmente la persona umana e la proietta verso l’eternità.

Grazie suor Maria Pia per ciò che sei,  per ognuno di questi anni  pieni di freschezza, che hai saputo valorizzare e rendere unici.

Suor Enrica Giovannini

Sia per noi il segno del sorriso di Dio

Carissima suor Maria Pia,

è con vera commozione e grande gioia che le rivolgo, insieme con gli altri sacerdoti uniti a tutte tre le nostre comunità, gli auguri più sentiti e le congratulazioni più sincere per una così alta meta raggiunta: settant’anni di vita consacrata mediante la professione dei consigli evangelici di castità, povertà e obbedienza, nell’Istituto delle Suore Maestre Pie Venerini.

Lei mi dirà che è grazia e dono dell’amore di Dio, ed è vero! E’ Lui, infatti, la sorgente di ogni dono perfetto e noi vogliamo ringraziarlo insieme con Lei e ammirare estasiati le meraviglie che ha fatto in Lei e attraverso di Lei.

Ma è anche vero che senza la corrispondenza alla grazia e ai doni del Signore da parte del chiamato l’opera di Dio rimane sospesa e non arriva a compimento. Dunque, cara suor Maria Pia, grazie anche a Lei per aver saputo corrispondere con fedeltà perseverante alla chiamata del Signore, ovunque l’abbia portata.

Grazie per la sua giovinezza spirituale, la sua gioia, il suo sorriso, la sua dolcezza, la sua pronta e appropriata  parola per ogni persona incontrata: il bimbo, la mamma, il giovane, il politico, l’operaio; per ognuno ha sempre una parola densa di speranza e di incoraggiamento. Grazie per la sua capacità di guardare innanzitutto al bene, di meravigliarsi, di consigliare, di rinnovarsi nella mente e nel cuore, di apprezzare il nuovo che le si presenta. Grazie per le sue premure nei confronti di ogni persona,  per l’attenzione e l’amore riservato a noi sacerdoti. Grazie per la sua bella testimonianza di fede, di preghiera, di amore alla sua vocazione, vissuta come autentico servizio al Regno di Dio. Grazie per l’amore nei confronti delle nostre comunità di Leno, Milzanello e Porzano. Grazie perché, dandosi tutta al Signore nella consacrazione, non ha mai dimenticato e ha continuato ad amare con vera intensità chi l’ha iniziata alla vita cristiana: babbo, mamma, fratelli e sorelle, la sua comunità cristiana di origine e i suoi sacerdoti.

Grazie per la stima che ha per ogni persona, a cominciare dalle sorelle del suo Istituto e per tutte quelle che le sono vicine o che incontra occasionalmente. 

Grazie per la sua presenza in mezzo a noi: non c’importa ciò che è in grado di “fare”, continui ad “essere” quella suor Maria Pia che noi conosciamo; stia in mezzo a noi e continui a sorriderci e ad amarci per essere segno del sorriso e dell’amore di Dio per ciascuno e per tutti noi.

La abbracciamo Con profondo affetto e stima.

Monsignore con don Alberto, don Davide, don Renato, don Ciro, don Riccardo
e le tre comunità di Leno, Milzanello e Porzano

Giovani, pastorale e vocazioni

“In che modo la pastorale giovanile deve essere vocazionale?”. Don Michele Falabretti è intervenuto in Seminario

Il Sinodo è stata un’occasione per ribadire che la pastorale giovanile è anche pastorale vocazionale. E questo è uno dei temi che sta molto a cuore al Vescovo come ha evidenziato lunedì 5 novembre nell’incontro (molto partecipato) in Seminario con i sacerdoti. Per approfondire questo tema, è stata costituita anche una commissione che farà da filo conduttore ai lavori dei diversi organismi (consiglio pastorale diocesano, consiglio presbiterale,…). Di fatto la diocesi di Brescia si prepara a vivere un piccolo Sinodo sulla pastorale giovanile e di conseguenza ad affrontare i percorsi vocazionali. “Forse il Sinodo ci ha aiutato ad aprire gli occhi, ci ha costretto a prendere la situazione in mano”. Questa ammissione di don Michele Falabretti, responsabile del Servizio nazionale per la pastorale giovanile della Conferenza episcopale italiana, riassume bene i frutti di un lavoro partito da lontano e partito, soprattutto, dall’ascolto dei giovani.

In passato, abbiamo perso molto tempo, sempre secondo Falabretti, a trasformare la cura dei giovani in una questione tecnica: sostanzialmente “abbiamo dato una patina di bianco alle cose che già facevamo. Quando Giovanni Paolo II nel 2000 lanciò i laboratori della fede, noi abbiamo semplicemente dato un nome nuovo alle cose che già facevamo”. Nonostante tutto, non bisogna lasciarsi prendere “dalla depressione pastorale: abbiamo mezzi e strumenti che ci vengono dalla tradizione che ci permettono di vivere questo tempo come un’opportunità”. Del resto il messaggio del Vangelo non cambia e non muta. L’obiettivo è quello di trasmettere la bellezza di vivere da cristiani nel mondo. “I ragazzi hanno bisogno di non sentirsi soli” e devono comprendere che la Parola li aiuta a crescere. Di fronte a una cultura che ha premiato, soprattutto negli ultimi 25 anni, “l’uomo che si è fatto da solo” e ha trasmesso il messaggio che “ognuno è artefice del proprio destino, per noi cristiani la vocazione ha a che fare con una Parola che scende dall’alto e ti chiede di rispondere”.

Le indicazioni del Sinodo. Falabretti ha individuato anche alcuni scogli (semafori rossi come li ha chiamati) emersi durante i lavori del Sinodo: sono i punti sui quali si sono registrate più divergenze e osservazioni. Tra questi, ha elencato: la coscienza nel discernimento della fede e della vita con il grande tema della secolarizzazione; la sinodalità, cioè cosa vuol dire lavorare insieme; la sessualità (i giovani chiedono che la Chiesa si apra al dialogo). Se don Falabretti ha illustrato i punti salienti della riscoperta del rapporto fra pastorale giovanile e vocazioni, don Enrico Parolari ha cercato, invece, di indicare gli aspetti del Sinodo che hanno maggiormente coinvolto la formazione dei seminaristi.

Festa della Famiglia 2018: alcune riflessioni a partire dalla Parola di Dio

Dal vangelo secondo Luca.

In genitori di Gesù si recavano tutti gli anni a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono di nuovo secondo l’usanza; ma trascorsi i giorni della festa, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero. Credendolo nella carovana, fecero una giornata di viaggio, e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme. Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai dottori, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte. Al vederlo restarono stupiti e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo». Ed egli rispose: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». Ma essi non compresero le sue parole. Partì dunque con loro e tornò a Nazaret e stava loro sottomesso. Sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore. E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini.

Il vangelo sopracitato richiama l’attenzione sulla famiglia in cui Gesù è cresciuto che “è di fatto una realtà unica e non ripetibile nella storia”, scrive Enzo Bianchi, il quale aggiunge: “c’è una donna, Maria, che diviene madre di un figlio nonostante la sua verginità, e lo concepisce nella forza dello Spirito Santo, c’è Giuseppe che è il padre di Gesù secondo la Legge, è suo padre perché lo ha educato; c’è Gesù, questo figlio che solo Dio, il Padre, poteva dare agli uomini, un Figlio unico in tutti i sensi… Siamo, dunque, di fronte ad una famiglia unica, non certo imitabile nella sua vicenda”. Ma che cosa da essa si può cogliere di esemplare per le nostre famiglie, le quali, soprattutto oggi, vivono una situazione di crisi contraddette come sono dalla cultura, dai comportamenti, dai “modelli” della vita odierna.

C’è un messaggio per le nostre famiglie in questo brano del Vangelo? Si, perché, a prescindere dall’assoluta singolarità della sua vicenda, le gioie e le sofferenze sperimentate dalla famiglia di Nazareth sono umanissime, e quindi riguardano ogni forma di famiglia e di vita comune…” Entriamo, direi in punta di piedi, a contemplare questa famiglia seguendo il testo del vangelo di Luca. Maria e Giuseppe si recano come ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua, “secondo la consuetudine della festa”. Gesù ha 12 anni ed è diventato “figlio del comandamento” (Bar Mizwah). Nel viaggio di andata tutto va bene ma, mentre stanno ritornando a Nazareth, i genitori si accorgono che il loro figlio non si trova tra gli altri bambini della carovana. Si domandano, probabilmente: è scappato altrove? E dove? L’abbiamo perso? Avremmo dovuto prestare maggiore attenzione? Di certo sono angosciati e fanno ritorno a Gerusalemme sperando di trovarlo. La ricerca dura tre giorni, una ricerca che poteva dare luogo ad accuse reciproche tra i due coniugi.

Non è forse vero che quando la sofferenza ci assale, quando un dramma ci coglie, siamo portati a ritenere responsabile chi ci sta accanto? Non accade forse così in quasi tutte le famiglie quando il dramma accade? Dopo tre giorni finalmente “lo trovano nel Tempio, seduto in mezzo ai maestri, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte”. Gesù è ancora ragazzo. Non insegna. É in ascolto, come un qualsiasi discepolo, di coloro che sono “dottori”, spiegano come interpretare la Legge. In coloro che sentono le “sue risposte”, scrive Luca, nasce lo stupore! Ne vengono colti anche i suoi genitori quando lo trovano. E Maria, col tono di rimprovero tipico di ogni madre, gli dice:” Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre ed io, angosciati, ti cercavamo!”. Gesù sembra dare una risposta di protesta: “Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?” dice puntualizzando la sua missione. Sua Madre ha commesso l’errore di parlare della preoccupazione che ha colto lei e Giuseppe dicendo: “ecco, tuo padre ed io”.

Gesù si sente quasi costretto a correggere le dolcissime e tenerissime parole di una mamma e dice con fermezza che suo padre è il “Padre che è nei cieli” e che deve occuparsi delle cose del Padre suo. Questa è la volontà divina. Il senso della sua vita consiste nell’obbedire alla volontà del Padre che è nei cieli. Questa è anche la novità, la bella notizia che Gesù annuncia: Lui è “obbediente” alla volontà del Padre. É venuto per questo! Ma i genitori di Gesù, annota Luca, “non compresero ciò che aveva detto loro”. Maria e Giuseppe cominciano soltanto a prendere coscienza che nella vita del loro figlio c’è un enigma, un mistero. Maria “custodiva tutti questi eventi nel suo cuore” (Lc 2,19): lei, che è la donna del discernimento, cerca, nella sua fede in Dio, il significato degli accadimenti che riguardano la sua famiglia.

A Nazareth Gesù “cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini” (cf. 1 Sam 2,26). Come tutti i ragazzi, fa esperienza di crescita verso la maturità e la pienezza della vita. I suoi genitori saranno chiamati dalle scelte di vita di Gesù ad accettare la distanza e la separazione da Lui, loro figlio. Saranno ore dolorose e difficili da capire e accettare. Ciò che essi hanno sperimentato è umanissimo: proprio in queste difficoltà possiamo riconoscere le difficoltà di ogni tipo di famiglia.  Non possiamo non pregare e dimenticare le tante famiglie ferite, che ci sono accanto nella vita di ogni giorno per curare e fasciare le loro ferite. Ha scritto G.K. Chesterton: “La famiglia è una bella istituzione proprio perché non è armoniosa. E’ sana proprio perché contiene così tante discrepanze e diversità”. La famiglia è un cammino faticoso, impegnativo e a volte conflittuale, come lo è la vita, del resto. 

Una certezza: non ci può essere un nuovo umanesimo di cui tanto si parla senza una famiglia che ritorni ad essere “scuola di umanità”. Le nostre famiglie cristiane capiscano davvero che solo insieme saremo costruttori di una nuova e bella umanità, che può nascere e crescere non grazie a chissà quali progetti o discorsi, sebbene importanti e necessari… la famiglia stessa è già il più bel progetto di Dio: amiamola, per amarci.