Te

Buonanotte, buonanotte monetina Buonanotte tra il mare e la pioggia
la tristezza passerà domattina
è l’anello resterà sulla spiaggia.
Gli uccellini nel vento non si fanno mai male hanno ali più grandi di me
e dall’alba al tramonto sono soli nel sole Buonanotte, questa notte è per te….

Cara Elisa quante ne abbiamo passate!
Sei arrivata a Collaboriamo nel 1982 e con il tuo caratterino ti sei fatta spazio nel cuore di chi incontravi!
Ti caratterizzava la forte passione per la Juve, la tua risata contagiosa, il tuo essere sempre pronta a far festa, ma anche le “coccole” che spesso chiedevi.
Difficile per Noi salutarti ma siamo certi che tu SEI e SARAI sempre con Noi perché sei nelle nostre menti e nei nostri cuori.
Ti vogliamo ricordare così…

Adesso vola nel vento…

Suor Amata Anita Badini

05-04-1927 – 14-09-2018

Venerdì 14 Settembre 2018, la festa dell’esaltazione della Santa Croce, il Signore ti ha chiamato a sé, liberandoti dal dolore e dalla malattia che ti aveva bloccato in un letto.  La malattia ti ha provato molto, ma non ti ha impedito di raggiungere con la preghiera, con un sorriso, una carezza, tutte le persone che hanno avuto la fortuna di incontrarti. La tua  vita è stata un lungo viaggio, cominciato molto presto: a soli 16 anni hai scelto di dedicarti completamente al Signore. Questo viaggio fatto di obbedienza, servizio, preghiera ti ha portato in tanti posti: Breno, Sanatorio infantile di Valledrane, Campiglioni in Toscana, Brescia e Milano.

Ricordiamo la dolcezza del tuo sguardo, la delicatezza delle tue parole sempre piene di amore e comprensione, la speranza e la serenità anche durante la malattia, le mani giunte con la corona del rosario fino all’ultimo respiro.

Per tutta la vita sei stata cuoca ed una cuoca insuperabile, piena di attenzioni e di premure sia nelle grandi cucine che in quelle piccole dei conventi: non mancava mai una torta diversa per la festa di compleanno.

Sembra ancora di sentirti: “Sa di mamma!” quando un piatto semplice era molto buono. Ogni estate ti aspettavamo, nella settimana di riposo che ti veniva riconosciuta, e per noi era una festa: tornavi a Leno e a Porzano ed infaticabile passavi di casa in casa a portare il tuo saluto, il tuo abbraccio, la tua preghiera. E per i bambini , che adoravi, non mancava mai una carezza e un dolcetto.

Nel tuo grande cuore c’era posto per tutti, non dimenticavi mai nessuno ed anche se lontana sapevi esserci vicina nei momenti belli e in quelli tristi con una lettera o una telefonata.

Ci mancherai tanto suor Amata, tu che hai scelto di vivere in semplicità, in punta di piedi, come dicevi tu, ci hai insegnato quanto è grande l’amore di Dio che ricolma di doni la vita di ogni uomo e la rende preziosa.

Per te ogni persona aveva un dono. Dal cielo continua a sorriderci e a pregare per noi che ora ci sentiamo più soli. Ciao suor Amata ti vogliamo bene.

Le tue bionde

Sacerdote sapiente e perseverante

L’omelia pronunciata in Cattedrale dal vescovo Tremolada durante le esequie di mons. Antonio Fappani. “Egli può ora contemplare il Signore del cielo e della terra, il Signore di quella della storia che ha scrutato con passione, alla ricerca dei segni della grazia”

Siamo qui riuniti per dare nella fede l’ultimo saluto a un uomo di grande fede e di grande cultura. Consegniamo all’abbraccio del Padre che è nei cieli un sacerdote che ha segnato la storia di Brescia, raccontandola e prima ancora studiandola, con una passione e con un amore assolutamente esemplari.

Mons. Antonio Fappani – don Antonio come lui amava farsi chiamare – è stato autore di decine di libri e di migliaia di articoli, tutti volti a far conoscere la realtà bresciana in una luce del tutto particolare, cioè secondo quella grandezza e bellezza che aveva guadagnato ai suoi stessi occhi. Non c’è ambito della realtà bresciana che egli non abbia scandagliato, non c’è evento rilevante che egli non abbia raccontato, non c’è personaggio significativo che egli non abbia presentato.

Direttore de “La Voce del Popolo” per oltre 20 anni, autore della monumentale Enciclopedia Bresciana, creatore della Fondazione Civiltà Bresciana, attento e fine osservatore della vita quotidiana del nostro territorio, figlio di questa Chiesa e suo amorevole estimatore, si è fatto eco di tante voci, ha dato luce a tanti volti, ha svelato tanti preziosi segreti, facendo di Brescia, della sua storia, della sua geografia e della sua cultura, l’ambito di una ricerca tanto rigorosa quanto appassionata. Ne è scaturito un patrimonio immenso e prezioso, di cui tutti i bresciani hanno ormai chiara consapevolezza e per cui gli saranno perennemente grati.

Nel brano del Vangelo che abbiamo ascoltato e che la liturgia odierna propone alla nostra meditazione si parla di sapienza e di perseveranza, virtù che il credente è chiamato a coltivare quando si pone davanti allo scenario travagliato ed enigmatico della storia. “Io vi darò parola e sapienza – promette il Signore ai suoi discepoli – cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere”. Non saranno risparmiate ai credenti in Cristo le tribolazioni e le prove della vita, ma – promette il Signore – non verranno meno la forza dell’animo e la serenità del cuore. E questo perché sarà donata alla mente la luce della sapienza, cioè la capacità di cogliere il senso delle cose. I veri credenti non si sentiranno smarriti e disorientati nel mare di una storia indecifrabile. Riusciranno a leggerla, a comprenderla, ad amarla. Ne porteranno anche le ferite, ne condivideranno i dolori, si faranno carico delle sue contraddizioni: per questo dovranno avere coraggio quando la vivranno e la racconteranno. Dovranno essere perseveranti, impegnati costantemente in una sorta di combattimento spirituale a favore della verità. Sarà un’esperienza insieme lacerante e consolante, una vera esperienza di salvezza, come nuovamente dichiara Gesù ai suoi discepoli: “Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita”. Il Vangelo ci offre così una chiave di lettura per l’intera vita di don Antonio, uomo di Dio e cantore della storia bresciana, interprete fine, profondo e onesto del vissuto di queste terre. Sapienza e perseveranza: davvero due caratteristiche che lo hanno contraddistinto.

Non ho avuto il piacere e la possibilità di conoscere a fondo don Antonio. Ci siamo incontrati in due fugaci occasioni: una visita in Poliambulanza durante un periodo di ricovero avvenuto alcuni mesi fa e l’incontro in occasione del conferimento annuale del premio per le migliori poesie in lingua italiana e in dialetto bresciano. Ricordo nella prima occasione il suo tavolino di ospedale pieno di fogli e di appunti e nel secondo l’affetto e la stima palpabili di tutti i presenti. Non ho potuto incontrarlo in questi ultimissimi giorni, quando si è improvvisamente aggravato a seguito di una sfortunata caduta, perché impegnato in Brasile nella visita a nostri sacerdoti Fidei Donum. La notizia del sua morte mi ha raggiunto là. Ho però potuto ascoltare la risonanza che ha avuto la sua partenza da noi. Di questa eco vorrei volentieri a mia volta farmi interprete, contribuendo così a raccogliere la testimonianza che egli ci lascia in eredità, una scia di luce da cui traspare la bellezza del Vangelo di Cristo.

Figura tipicamente bresciana, schivo e umile, asciutto e schietto, di animo popolare e di fine intelligenza, non amante dei complimenti, delle celebrazioni, delle interviste e delle onorificenze, don Antonio è stato – come giustamente ricordato da qualcuno – un uomo di cultura dai tratti gentili, tanto affabile e bonario quanto rigoroso e instancabile nella ricerca e nello studio. Conciliava in modo armonico umanità e sapere, fondendo insieme curiosità, attenzione, lungimiranza e serenità. È andato avanti portandosi dietro un cesto di opere buone e proprio per questo Brescia gli ha voluto bene. Lo hanno dimostrato le tante persone che sono sfilate davanti alla sua salma composta in Poliambulanza. Sempre alla ricerca di carte che documentassero la bontà della civiltà bresciana, profondamente intessuta di cattolicità, era desideroso di dare corpo all’anima popolare bresciana, ai suoi occhi tanto ricca e degna di rispetto. È stato un cantore delle piccole patrie, della provincia, dei paesi considerati minori rispetto alla città, senza nulla togliere a quest’ultima. Per il vero storico le due realtà non si contrappongono: egli sa unire insieme – mirabilmente – la vita della città e dei paesi, del centro e della periferia, del capoluogo e della provincia.

Voce autorevole e stimata, ferma e decisa, a volte tagliente, ma sempre amorevole. Conosceva anche le debolezze degli ambienti che frequentava e delle realtà che di cui narrava la storia. Era onesto e quando necessario schietto e fermo nel dire le cose come stavano, ma sempre con rispetto, con l’affetto di chi ama la verità e ama le persone, senza il compiacimento disonesto di mostrare difetti e debolezze altrui. Aveva dalla sua la forza dello studio e della ricerca, condotte con spirito evangelico. Come giustamente qualcuno ha detto di lui: “Caricava il suo ruolo di storico della carità del missionario”. Da ricercatore vedeva nelle pieghe della storia delle opportunità che non divorava con l’ingordigia della scoperta ma che valorizzava con l’approccio dotto e rispettoso della sapienza, di chi cioè desidera capire, comprendere, per fornire chiavi di lettura non superficiali ma profonde. Lo animava il desiderio di compiere una ricerca attenta e umile della verità.

Ha dato a molti giovani l’opportunità di realizzare ricerche serie, promuovendo e seguendo numerose tesi di laurea. Non era geloso delle sue conoscenze. Aveva al contrario piacere di condividerle. Ha proposto all’attenzione di tutti i bresciani la santità quotidiana di sacerdoti, suore e laici innamorati del bene e del buono: lo ha fatto con la gioia di chi riconosce la potenza trasformante della grazia e la sua incidenza sulla storia degli uomini.

Questa stessa grazia ha operato in lui nel corso della sua lunga vita, facendone un uomo di fede, un prete tra la gente, un servitore di Cristo, innamorato della sua Chiesa, della sua città e della sua terra. Nato a Quinzano e affezionato al suo paese di origine, curato per otto anni a Poncarale, assistente delle ACLI e poi degli Scout, per lunghi anni presenza amata e familiare presso la comunità di san Lorenzo, dove quotidianamente celebrava l’Eucaristia di primo mattino e da dove lo si vedeva partire verso il centro con la sua bicicletta, non vecchia ma antica, come colui che la usava. Don Antonio ci ha infatti lasciato anche la testimonianza di una vecchiaia vissuta nella serenità. Sazio di giorni, come i grandi patriarchi di cui parla la Bibbia, egli ha guadagnato con il progredire del tempo la pace del cuore.

Ci piace pensare che egli sia ora tra coloro che – come abbiamo ascoltato nella prima lettura – stanno in pieni sul mare di cristallo che circonda il trono santo di Dio ed elevano a lui il canto dell’Agnello.  Egli può ora contemplare il Signore del cielo e della terra, il Signore di quella della storia che ha scrutato con passione, alla ricerca dei segni della grazia. Questo stesso Signore lo ricompensi del bene che ha compiuto e della testimonianza che ci ha lasciato in eredità, insieme al patrimonio inestimabile frutto della sua infaticabile ricerca e del suo amore appassionato per la sua Chiesa e la sua terra.

I Santi sono modelli da imitare

La Solennità di tutti i santi è un appuntamento che si rinnova, una festa che sempre abbiamo la gioia di celebrare celebriamo con gioia. È l’occasione per aprirci al mistero di bene che ci avvolge e che è sorgente di vita sempre nuova

La Solennità di tutti i santi è un appuntamento che si rinnova, una festa che sempre abbiamo la gioia di celebrare celebriamo con gioia. È l’occasione per aprirci al mistero di bene che ci avvolge e che è sorgente di vita sempre nuova. È l’occasione per guardare a tutti quei fratelli e sorelle che nella fede che hanno fatto della loro vita, nella grazia di Dio, un capolavoro di bellezza. È l’occasione per chiederci ancora volta chi sono i santi per noi, come dobbiamo guardare a loro, cosa da loro possiamo ricevere.

La liturgia ci viene incontro. Tra poco, nel solenne Prefazio diremo: “Oggi ci dai la gioia di contemplare la città santa del cielo, la santa Gerusalemme che è nostra madre, dove l’assemblea festosa dei nostri fratelli glorifica in eterno il tuo nome. Verso la patria comune noi, pellegrini sulla terra, affrettiamo nella speranza il nostro cammino, lieti per la sorte gloriosa di questi membri eletti della Chiesa, che ci ha dato come amici e come modelli di vita”. Membri eletti della chiesa che Dio ci ha dato come amici e modelli di vita: ecco dunque chi sono per noi i santi che oggi ricordiamo. Santi di ogni tempo e di ogni luogo, santi di ogni popolo e nazione, santi di ogni lingua e cultura, santi di ogni ceto sociale, santi dalle diverse personalità e dai differenti caratteri; santi della Chiesa universale, santi di cui l’intera umanità può andare fiera e di cui potrà sempre conservare grato ricordo.

Amici anzitutto. I santi sono uomini e donne a cui ci sentiamo legati da un affetto spontaneo e profondo, a cui guardiamo con ammirata simpatia, di cui sentiamo volentieri la presenza. Siamo infatti una cosa sola con loro nel mistero santo della Chiesa, che è per definizione la “comunione dei santi”. Santi siamo tutti per grazia, in forza del nostro Battesimo: alcuni lo sono come pellegrini qui sulla terra, nel travaglio delle lotte che richiede la fedeltà alla propria vocazione battesimale: siamo noi; altri lo sono come cittadini del cielo, nella gloria luminosa e felice della Gerusalemme nuova: sono i santi per i quali oggi facciamo festa. C’è un già e non ancora nella santità della Chiesa, una tensione tra presente e futuro che dà sostanza alla nostra speranza. Come dice bene san Paolo agli Efesini: “Così dunque voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio, edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, avendo come pietra d’angolo lo stesso Cristo Gesù” (Ef 2,19-20). Noi siamo concittadini dei santi, mentre ancora camminiamo nelle molte città e nei molti paesi di questa terra che non è ancora la nostra patria. Nei santi che oggi onoriamo, ha trovato piena espressione quella beatitudine che Gesù ha annunciato nella pagine evangelica che abbiamo ascoltato. Davvero essi sono beati! Sono saliti sulla montagna del Signore, sono entrati nella sua santa dimora. In loro si è compiuto il grande desiderio che ogni cuore umano da sempre porta in sé e che il Salmo esprime così: “Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita, per gustare la dolcezza del Signore e ammirare il suo santuario”. I santi sono entrati per sempre nella casa del Signore. Hanno potuto farlo perché le loro vesti sono state immerse nel sangue dell’Agnello, cioè nella carità del cuore di Cristo crocifisso e risorto. Il mistero di bene che è Dio stesso li han accolti e li ha resi totalmente simili a sé: le loro vesti sono diventate candide e nelle loro mani è stata posta la palma della vittoria. Essi costituiscono quella moltitudine meravigliosa di cui ci ha parlato nella prima lettura il Libro dell’Apocalisse. Una moltitudine che non è separata da noi. Un legame misterioso ma intenso ci lega a loro. Li sentiamo vicini, solidali, amorevoli. Li sentiamo fratelli e sorelle nel Signore, compagni di cammino oltre i confini del tempo e nella luce dell’eternità. Sono gli apostoli e i profeti, i martiri, i pastori e i dottori, le vergini consacrate al Signore, i soccorritori dei poveri, i grandi educatori, i missionari coraggiosi, ma anche gli innumerevoli testimoni del Vangelo a cui noi siamo in grado di dare un volto e un nome ma che hanno seminato bellezza e bontà nella epoche in cui sono vissuti. Questi sono i nostri amici, i santi di cui ci vantiamo e a cui ci sentiamo profondamente uniti nella fede.

Questi stessi santi sono però per noi anche dei modelli. A loro noi guardiamo con il desiderio di imitarli. Il loro amore per il Signore Gesù li ha portati ad assumere uno stile di vita che lascia ammirati ma insieme spinge a guardare in alto, suscita il desiderio di essere almeno un po’ come loro. Potessimo anche noi dare alla nostra vita questa forma così nobile e attraente. Potessimo anche noi conferire alla nostra esistenza questa bellezza, questa umile grandezza. I santi hanno gustato la beatitudine premessa dal Signore perché ha indirizzato il loro cuore e la loro volontà verso gli ideali che lui ha indicato come meta all’umana libertà: sono stati poveri in spirito, miti, misericordiosi, puri di cuore, operatori di pace; hanno avuto fame e ste e di giustizia; hanno accettato di venire perseguitati per causa della giustizia. Dei santi si dovrà dire che hanno vissuto facendo del bene. In ogni momento, in ogni circostanza, in qualsiasi condizione, hanno reso testimonianza a questa semplice verità: Dio solo è buono e grazie a lui tutto può trasformarsi in bene. Tutto concorre al bene di coloro che lo amano e, per coloro che lo amano, tutto può diventare occasione per rivelare la sua bontà: anche la sofferenza, anche la colpa, anche la male subito ingiustamente, anche la disgrazia improvvisa e la pena che dura nel tempo. I santi sono ambasciatori della carità divina nella nostra valle di lacrime. Sono il sale della terra e la luce del mondo. Sono annunciatori di una speranza che non delude perché fondata sull’esperienza costante e vittoriosa dell’amore del Cristo crocifisso e risorto. “Chi ci potrà separare dall’amore di Cristo?” – si chiede san Paolo scrivendo ai Romani. Se anche pensiamo alle prove più pesanti dovremo sempre concludere: “In tutte queste cose noi siamo più che vincitori, in virtù di colui che ci ha amati”. L’amabilità e la serenità dell’animo sono le caratteristiche più evidenti dei santi. Esse sono il guadagno di una lotta quotidiana che avviene nel profondo del loro cuore.

Ma un’ultima parola dobbiamo aggiungere. Se i santi sono i nostri amici e i nostri modelli, sono anche i nostri intercessori. Questo ci dice la liturgia per il semplice fatto che ci invita a celebrare questa solenne festività. Tra poco noi li invocheremo proprio così, come nostri intercessori. Canteremo le litanie dei santi e chiederemo a loro di pregare per noi. Mi piace intendere questa parole “intercessori” nel duplice senso di difensori e di promotori. Difensori contro il maligno, contro la tentazione che ci travolge e ci rovina, contro i nostri egoismi che ci incatenano, contro le diverse forme di dipendenza cui siamo pericolosamente esposti. Custodi del nostro cuore e delle dei nostri ambienti di vita, baluardo contro le paure che ci paralizzano: paura delle disgrazie e delle malattie, paura di non essere all’altezza dei nostro compiti e delle nostre responsabilità; paura del mondo e della sua violenza; paura del passato, del presente e del futuro. Promotori del bene nella nostra vita. Amici che ci esortano, ci spronano, ci sostengono; ci invitano costantemente a fare della nostra vita un sacrificio di lode gradito a Dio, una vera liturgia; ci sollecitano a dare sempre il meglio di noi, a guardare il mondo con coraggio e benevolenza, ad aprire il nostro cuore alla potenza dello Spirito santo, l’unico capace di portare a compimento la nostra vocazione e fare di noi un capolavoro di bellezza.

Su questa parola “bellezza”, vorrei che si fissasse il nostro pensiero mentre termina la nostra meditazione. La bellezza che viene da Dio è il vero segreto di ogni santità umana.  Sia così anche per ciascuno di noi. E voi, cari fratelli e sorelle, che siete ormai nella gloria del Signore, voi nostri amici, modelli e intercessori, pregate per noi, perché anche la nostra vita sia riflesso di quella limpida bellezza che voi così bene avete conosciuto quando eravate tra noi e che ora vi rende beati.

Quel grembiule vi porterà in Paradiso

“Il mio Paolo VI” di Luigia Frigerio che alla Scuola Materna Sant’Antonio, dove faceva la cuoca, incontrò l’allora cardinale di Milano, Giovanni Battista Montini. Montini in compagnia di Bevilacqua passò in cucina a salutare

In questi giorni che precedono la canonizzazione di Paolo VI, arrivano in redazione, come piccole tessere che insieme arrivano a comporre il mosaico della santità del Papa bresciano, tante testimonianze, tanti ricordi, anche semplici, di chi ha avuto modo di toccare con mano la grandezza di Giovanni Batttista Montini. Quella che viene pubblicata di seguito porta la firma di Luigia Frigerio. Si tratta della mamma di Mario Sberna.

Questo il suo racconto, carico di emozioni: “Se il Signore vorrà lasciarmi ancora un poco di salute andrò a Roma il 14 ottobre coi miei figli per vedere Paolo VI Santo. Nell’attesa continua a tornarmi alla mente un caro ricordo che mi accompagna da moltissimi anni. Oggi ho 83 anni ma allora ero una giovane sposa, col mio Santo (il nome di mio marito, che oggi è in Cielo ad aspettarmi) e i nostri tre figli, tutti battezzati da padre Bevilacqua, il parroco Cardinale che ci aveva uniti in matrimonio, bellissimo, durato quaggiù 55 anni.

Abitavamo in Via Chiusure e allora lavoravo nella cucina della Scuola Materna della nostra parrocchia, Sant’Antonio. Erano oltre duecento bambini, tutti belli, allegri e piccoli terremoti come sanno essere i bambini. Io e la mia collega Piva preparavamo il pranzo e la merenda ed avevamo sempre centinaia di scodelle, piatti, posate e bicchieri da lavare a mano, non c’era la lavastoviglie. E soprattutto avevamo enormi pentoloni, che ogni sera dovevano giustamente essere puliti, lucidi e pronti per l’indomani. Un giorno il Cardinale di Milano, il nostro Montini, venne a trovare il suo caro amico padre Bevilacqua che decise di portarlo a salutare i bambini dell’Asilo.

Io e la Piva eravamo nascoste in cucina, un poco timide e un poco vergognose per la presenza di un così importante Cardinale. Però lui, dopo aver benedetto i bambini e le Suore, chiese a padre Bevilacqua di andare proprio in cucina, per salutare e benedire anche le cuciniere. Noi al sentire il rumore dell’arrivo del Cardinale, ci nascondemmo dietro al muro che limitava i lavelli, su cui c’erano appoggiati i pentoloni a scolare, per essere sicure di non essere viste.

Invece padre Bevilacqua ci fece uscire dall’angolo dove ci eravamo rifugiate e Paolo VI ci chiese il perché di tutta quella timidezza. Io, sicuramente arrossendo, dissi la prima cosa che mi venne in mente: ‘Siamo col grembiule’. E il Cardinale sorridendoci: ‘Non sapete che quel grembiule vi porterà in Paradiso?’. Ecco, da allora, grazie a Papa Paolo VI, ogni volta che mi sono trovata “al sicér” ho sempre pensato che anche quell’umile lavoro, se fatto con amore, dolcezza e dedizione, sarebbe stata la mia preghiera, un gradino in più verso il Paradiso. Grazie”.

Colpito dalla sacralità di Paolo VI

Già impegnato in politica, il prof. Paolo Corsini ricorda l’azione del Pontefice per la vita di Aldo Moro.

C’è stato nella mia vita un momento particolare, tra i tanti, nel quale ho guardato a Paolo VI con profonda affezione, quando il Papa, che sempre mi ha stimolato sotto un profilo intellettuale per la finezza della sua elaborazione teologico-dottrinale –pure in occasione di sue prese di posizione assai severe e critiche in rapporto a scelte politiche in passato da me assunte- ha fatto sentire alta la sua voce di fronte al rapimento di Aldo Moro e all’eccidio della sua scorta, sino all’orazione al funerale dello statista democristiano brutalmente assassinato dalle Brigate Rosse. Non è questa la sede per ricostruire le molteplici iniziative, la fitta rete di relazioni, i tentativi promossi in sede vaticana al fine di contribuire alla liberazione dalla “prigione del popolo” dell’on. Moro.

Se ne è occupata ampiamente una pubblicistica che ha focalizzato la propria attenzione sui giorni che intercorrono tra il 16 marzo e il 9 maggio del 1978. E’ comunque largamente documentata l’azione di Papa Montini intrapresa a diversi piani, per altro non tutti appariscenti o, come comprensibile, di rilievo pubblico. Il Pontefice, è mosso anzitutto da un sentimento di personale amicizia verso il leader della Dc, che risale alle frequentazioni ai tempi della Fuci e certamente si sente in sintonia con i valori che sostanziano la cultura politica, di impronta cattolico-liberale e cattolico-democratica, di Aldo Moro. E d’altra parte si pone in continuità con la tradizione della Santa Sede di stare in prima linea allorquando si tratta di compiere azioni umanitarie.

La presenza di Montini nel caso Moro assume però ulteriori significati di più generale portata, che illuminano la personalità del Papa e la sua visione del rapporto tra etica e Stato, la sua concezione stessa della civiltà umana. Come noto dopo l’appello, lanciato il 2 aprile al Regina coeli, in cui lascia intravedere una volontà di intermediazione, Paolo VI il 22 aprile fa pubblicare sull’ “Osservatore Romano”, quando l’ultimatum delle Br sta per scadere, una lettera aperta ai rapitori in cui rivolgendosi a “voi, uomini delle Brigate Rosse- io non vi conosco e non ho modo di avere alcun contatto con voi […] Vi prego in ginocchio, liberate l’onorevole Aldo Moro, semplicemente senza condizioni”-, invoca un “vittorioso sentimento di umanità” e si congeda con un “pur sempre amandovi”. In sostanza Paolo VI si spinge a un’umiliazione  personale –lui che è il Vicario di Cristo- sino a sottolineare un rapporto di evangelica fraternità e di amore cristiano verso dei terroristi e degli assassini, lasciando trasparire –nella citazione del “contatto”- l’interesse  a una interlocuzione diretta, a allacciare una qualche forma di rapporto. La stessa sottolineatura “senza condizioni” vuole fare intendere –qui una sopravvalutazione dell’intelligenza dei suoi interlocutori e una sottovalutazione del grado della loro ideologizzazione- che non agisce per conto dello Stato italiano e quindi non può interferire sullo scambio di prigionieri proposto dalle Br.

Un’appello, quello del Papa, che si pone dunque oltre il dibattito tra fermezza e trattativa e il cui fulcro sta nella sottolineatura del primato della vita, della dignità della persona, dell’essere umano sulla ragione “rivoluzionaria” e sulla ragione di Stato: un richiamo alla “forza della vostra coscienza” ribadito affermando che “un vero progresso sociale […] non deve essere macchiato di sangue innocente”. Come a dire che la democrazia non ha alternative ed è forma insuperabile della regolazione del conflitto.

In sostanza Papa Paolo VI interpreta il tragico evento che vede in Aldo Moro una vittima sacrificale come un banco di prova della sua visione della “civiltà dell’amore”, come opportunamente è stato osservato. Una metamorfosi della politica in violenza e sopraffazione quando rinuncia a essere forma della carità. Ma c’è di più. Il 13 maggio in occasione delle esequie di Stato, del “funerale della Repubblica”, Papa Montini pronuncia un’orazione memorabile di timbro esclusivamente personale, religioso, ma capace di interpretare uno sgomento diffuso, un lutto nazionale, di dar voce al dolore di un intero popolo. L’intensità della figura del Pontefice, la figura di un profeta biblico che, rivolgendosi direttamente al Signore, lo chiama in causa –“Tu non hai esaudito la nostra supplica per la incolumità di Aldo Moro”- fa da contrasto con l’immagine di impotenza e vacuità della Politica presente in San Giovanni in Laterano. E ai miei occhi suggella di una sacralità autenticamente umana il ricordo che ancora coltivo del nostro Papa.

Saluto a mons. Luigi Corrini

“Il Signore è mia eredità: nelle Tue mani è la mia vita” (Salmo 16)

Mercoledì 18 luglio, nella Basilica Minore di San Lorenzo in Verolanuova, sono stati celebrati i funerali di Don Luigi Corrini, presieduti da Sua Eccellenza Mons Pierantonio Tremolada, con la partecipazione di numerosi sacerdoti confratelli in rappresentanza del clero bresciano.

Don Luigi si è spento lunedì 16 luglio a Mompiano, presso la Fondazione Mons Pinzoni, dove era ospite da quattro anni, amorevolmente assistito dal personale sanitario e religioso e dai volontari che sempre gli sono stati vicini.

Riposa ora nel cimitero di Verolanuova, nella cappella dei sacerdoti, come da suo desiderio, più volte espresso, per essere accanto ai suoi verolesi, che ha amato e servito per 28 anni.

Durante la sua lunga permanenza come parroco della comunità verolese don Luigi, fin dal primo anno, nel 1975, fondò il bollettino “L’Angelo di Verola” organo di informazione parrocchiale, presente ogni mese nelle famiglie verolesi; incoraggiò un gruppo di giovani a dare avvio alla radio parrocchiale, un servizio efficace e al passo con i tempi.

Sin da subito riservò grande attenzione ai lavori di ristrutturazione della Basilica minore e delle chiese sussidiarie; il tutto grazie al generoso sostegno e alla collaborazione di tanti verolesi; nel 1990 furono completati i lavori di ristrutturazione dell’oratorio parrocchiale, dedicato al Vescovo verolese Giacinto Gaggia.

L’impegno di don Luigi, unito all’aiuto dei curati e di tanti laici, ha permesso, nel tempo, di tenere vive le grandi tradizioni culturali, sociali e caritative della Comunità cristiana verolese, che ancora oggi riconosce in lui la figura di un sacerdote che si è distinto per fede e impegno sociale.

Proveniente da Seniga, da una famiglia di umili origini, da sempre ha messo a fondamento della sua azione pastorale l’umiltà, il servizio per il prossimo, la solidarietà, valori propri della civiltà contadina.

Dopo la consacrazione sacerdotale, nel 1953, fu destinato, come giovane curato, alla comunità di Bassano Bresciano, per otto anni, dove il suo ricordo è ancora vivo oggi, tra i suoi ex ragazzi dell’oratorio.

Nel 1961 iniziò il servizio pastorale nella Parrocchia dei SS. Pietro e Paolo in Leno, con permanenza per quattordici anni, con l’incarico specifico di assistente spirituale del Circolo Acli e di direttore della scuola di canto San Benedetto, attività nella quale ebbe modo di esprimere la grande passione per il canto, finalizzato a condecorare le funzioni religiose.

Dopo pochi mesi dal suo arrivo a Leno, incoraggiato dall’Abate Mons Galli, diede vita al bollettino parrocchiale “La Badia”, che vide la sua prima uscita il 1 gennaio 1962, giornale parrocchiale che ha superato i cinquanta anni di vita.

Raggiunti i settantacinque anni canonici, Mons Luigi decise di ritornare a Leno, comunità a lui familiare ed accogliente, dove per altri dieci anni mise a disposizione le sue energie, soprattutto a favore degli ammalati, dedicandosi, altresì, alle celebrazioni liturgiche e alle confessioni.

Negli ultimi quattro anni di vita, caratterizzati da precarie condizioni di salute, amava spesso rievocare gli anni giovanili, vissuti a Seniga.

In particolare riaffioravano in lui i ricordi legati al suo primo incontro con il giovane sacerdote don Karol, futuro Papa Giovanni Paolo II.

Don Luigi, giovane chierico, nel luglio 1947, ebbe la fortuna di condividere, per 10 giorni, esperienze di vita quotidiana con il giovane sacerdote polacco. In quell’estate, infatti, don Karol trascorse alcuni giorni a Seniga, ospite dell’amico e collega di studio don Francesco Vergine.

Nell’immediato dopoguerra, entrambi erano studenti a Roma, presso le facoltà teologiche. I due sacerdoti e il chierico Luigi Corrini facevano passeggiate in bicicletta; la meta preferita era il Santuario della Madonna di Comella. Don Luigi ha sempre ricordato, con immutata meraviglia e stupore, il profondo raccoglimento e l’intensità della preghiera del giovane sacerdote polacco. Non si stupì quando l’Amico Karol, divenuto Vescovo e poi Papa, scelse, a voler sottolineare il profondo legame alla Vergine Maria, come motto del suo stemma “Totus tuus”.

Giovanni Fiora

Ricordi di un tempo: la festa della Madonna della Stalla

Tra i ricordi della mia mamma ho trovato questo articolo scritto da lei per il “corteass” che descrive la festa della Madonna della Stalla quando lei era giovane. Mi piace riproporla per ricordare ai giovani e ai meno giovani come era vissuta la giornata della festa della madonna della stalla tanti anni fa.

Rosalba Bulgari

La domenica seguente la data della apparizione della Madonna, il parroco don Pietro Salvati, avvisava tutte le famiglie perché potessero portecipare alla processione che si svolgeva dallo chiesa parrocchiale olla chiesetta della Madonna della Stalla. Si partiva tutti insieme a piedi dalla chiesa alle ore 9.00 e con canti, preghiere e rosario si arrivava alla meta.

Aprivano la processione le persone iscritte alla Associazione del Santissimo Sacramento con lo croce. Seguivano i bambini dell’asilo delle scuole elementari accompagnati dalle loro catechiste: Elena Filippini, Cecilia Forneri e la nipote di don Pietro, Lucrezia.

Giunti colà verso le ore 10.00 si celebrava l’Eucarestia all’interno della piccola chiesa e i numerosi fedeli stavano sotto il portico perché non vi era posto in chiesa. Infatti i banchi erano occupatati alle famiglie delle cascine che Iì abitavano e a volte dal proprietario dello cascina.

Tuttavia il parroco, per risolvere questo inconveniente, faceva l’omelia fuori sotto il portico raccontandoci sempre la storia della apparizione. Dopo la S. Messa si andava presso lo sorgiva (dove secondo la tradizione lo bambina miracolata raccolse l’acqua da portare ai suoi genitori) e là si beveva e la si prendeva nei fiaschi per portarla a cosa da usare quando si era ammalati in segno di fede.

Era una festa molto attesa per noi ragazze perché c’erano tre o quattro bancarelle onde poter acquistare delle piccole ciambelline o dello zucchero filato. Mi ricordo il mio papà Stefano che, pur essendo stretto di maniche, in quell’occasione non mi lasciava mai mancare lo zucchero filato. Si può dire che tutto il paese era presente con le loro famiglie.

Anche dalle zone limitrofe venivano per la celebrazione e la festa. Questo festa diventava anche l’occasione per gli adulti di parlare dei loro affari inerenti al bestiame e ai prodotti della terra.

Mi ricordo che dalla cascina Uggera fino alla chiesetta trovavamo addobbi e arcate con motivi floreali. Terminato il tutta bisognava tornare a casa per l’ora del pranzo: puntuali.

Alcuni, i più fortunati, vi ritornavano con i ‘taxi di allora’ carretti trascinati da cavalli, per tutti gli altri a piedi con passo veloce.

Rosina Cominelli

Il mio Paolo VI? Uno zio premuroso

La nipote Chiara Montini giudica errate quelle raffigurazioni del Papa come persona distaccata

“Il mio Paolo VI? Dapprima lo zio Battista con cui andavamo in vacanza ai Camaldoli di Gussago o nei monasteri benedettini della Svizzera. Solo in un secondo momento, crescendo, la dimensione affettiva ha lasciato spazio a quella istituzionale e lo zio è diventato il Papa”. È con queste parole che Chiara Montini racconta il “suo Paolo VI”. Molte volte nel corso degli anni le è stato chiesto di raccontare di questa straordinaria parentela e ogni volta l’aspetto su cui la nipote (è figlia di Francesco, il fratello medico del pontefice) torna è quello dello zio affettuoso e premuroso, “diverso – raccontata dall’immagine fredda e distaccata con spesso veniva presentato Paolo VI”. Così quanto apprese che lo zio Battista era stato eletto papa nella piccola Chiara e nella sorella Elisabetta (nella foto), cominciò a farsi largo la sensazione di una perdita. “Quella del Papa – racconta – è un ruolo che prevale su qualsiasi sentimento familiare. E nella mia famiglia questo aspetto fu chiaro sin da subito”. I Montini, da quel 21 giugno 1963, fecero loro questa consapevolezza, consci che la fumata bianca uscita dal comignolo della Cappella Sistina avrebbe comunque segnato anche la loro vita. “Non sempre – afferma al proposito la nipote – chiamarsi Montini è stato semplice”. Nonostante questo, però, per Chiara e Elisabetta il papa continuava a essere quello zio Battista che poco o nulla aveva a che spartire con quelle raffigurazioni di Paolo VI come persona distaccata che si volevano accreditare. “Lo zio – afferma – è sempre stato estremamente attento alla persona che aveva davanti, indipendentemente alla sua condizione. Guardava tutti negli occhi convinto che in quello sguardo ci fosse il volto di Cristo. Ti faceva sentire accolto e ascoltato”.

Tra poco meno di tre mesi Paolo VI sarà canonizzato e la nipote Chiara ancora non si è soffermata a riflettere su cosa significhi avere un santo in famiglia. “Mi capita spesso – è un suo pensiero espresso ad alta voce – di andare in Cattedrale e di fermarmi davanti al suo monumento. La mia, però, non è una preghiera, ma un dialogo nel corso del quale gli racconto le mie sofferenze, gli affido i miei pensieri e le mie preoccupazioni. Ogni volta esco da questi dialoghi scoprendo in me la forza necessaria per affrontare le sfide che ho davanti”. Chiara Montini non sa se questo sia un “privilegio” riservato a chi può vantare legami di parentela con un santo. Di certo ha consapevolezza che dietro questa forza c’è molto di quello che ha respirato in famiglia, molto di quel clima umano e spirituale a cui anche lo zio diventato papa ha potuto attingere. Una santità familiare nel quotidiano? “Forse – è la risposta di Chiara Montini – perché la santità che si respira in famiglia non è quella dei mistici o dei martiri, ma quella che aiuta ad affrontare ogni sofferenza, ogni sfida e a vedere in ogni persona un uomo da ascoltare e incontrare”. Esattamente quello che ha saputo dare lo zio Battista divenuto Papa. Ma che pontefice sarebbe oggi Paolo VI, è l’ultima domanda posta alla nipote nella definizione del ritratto del “suo “ Papa. “Sicuramente – risponde senza esitazioni Chiara Montini – un Papa capace di usare gli strumenti della modernità per annunciare il Vangelo”, e con il ricordo torna all’interesse con cui Paolo VI il primo ammaraggio di un uomo sulla luna e all’entusiasmo con cui raccontava ai fratelli del viaggio in Terra Santa.

Mons. Enrico Tosi: il ricordo indelebile

“Quello che ho incontrato negli anni del mio servizio in Seminario non è più il mons. Montini che ebbi modo di conoscere a Ponte di Legno”. Parte con questa considerazione la seconda parte del “suo” Paolo VI di mons. Enrico Tosi

“Quello che ho incontrato negli anni del mio servizio in Seminario non è più il mons. Montini che ebbi modo di conoscere a Ponte di Legno”. Parte con questa considerazione la seconda parte del “suo” Paolo VI di mons. Enrico Tosi. L’arciprete del Capitolo della Cattedrale, a dispetto dei suoi 95 anni, è pronto al viaggio a Roma per prendere parte alla canonizzazione di quello che, con pieno titolo, considera il “suo” Papa. In occasione del primo ricordo, quello relativo agli anni trascorsi in Alta Valle Camonica dove don Enrico, allora giovane curato, ebbe modo di incontrare più volte mons. Montini che saliva a Ponte di Legno per brevi periodi di vacanza, anticipò che c’era altra pagina che conservava nel suo personale libro dei ricordi. Si tratta di quelli che lo legano a Montini diventato papa, innamorato della Chiesa e dell’umanità. Sono i ricordi legati ai tanti incontri che mons. Tosi ebbe con Paolo VI più volte incontrato a Roma, accompagnando intere generazioni di giovani preti bresciani che, all’indomani dell’ordinazione, erano ricevuti in udienza dal Papa. “I suoi sprazzi di luce che hanno arricchiti i miei primi anni di sacerdozio – ricorda don Enrico – sono diventati, da Papa, fasci li luce che, in occasione di ogni incontro romano, mi inebriavano di gioia”. E per spiegare questa sensazione mons. Tosi prende a prestito le parole pronunciate dal card. Martini il 26 settembre del 1984 quando presiedette in Cattedrale a Brescia una celebrazione in suffragio di Paolo VI.

“Come pochi – sono le parole che il sacerdote prende a prestito dall’Arcivescovo di Milano – tu sei riuscito risvegliare nell’uomo di oggi il brivido del mistero e il senso della trascendenza, lo stupore per la singolarità di Cristo uomo-Dio, il sapore delle realtà sovraumane presenti nella umanissima vita della Chiesa”. E di Cristo parlava anche ai giovani sacerdoti bresciani che per tanti anni mons. Tosi ha accompagnato a Roma. “Dopo il suo sorriso di compiacimento per la nostra presenza – ricorda don Enrico – iniziava a parlarci di Cristo. La sua parola accalorata riusciva a scaldare i nostri cuori, mentre il suo volto sembrava trasfigurarsi. In più di un’occasione mi è sembrato di rivevere l’esperienza del Tabor”. Ancora oggi l’arciprete del Capitolo della Cattedrale si commuove a quei ricordi che testimoniano l’amore che Paolo VI ebbe per la sua Chiesa e che trova riscontro in tantissime pagine del suo episcopato. Ma è un ricordo personale, strettamente personale, quello con cui mons. Tosi chiude questa seconda parte del “suo” Paolo VI. “Nei confronti di papa Montini – afferma – conservo un debito di gratitudine, per un gesto che mi ha profondamente commosso”. Il suo ricordo va al 1978. Come tradizione mons. Tosi è sceso a Roma con i sacerdoti novelli di quell’anno. “Al termine dell’udienza – ricorda – noi sacerdoti bresciani siamo saliti sulla tribuna dell’aula Nervi per la foto di gruppo. Il Santo Padre era molto stanco e mi chiese di accompagnarlo sino alla sua automobile”. Appoggiandosi al suo braccio, Paolo VI percorse il breve tragitto chiedendo notizie di Brescia, del Seminario, di don Giovanni Antonioli. “Soprattutto – continua il sacerdote – mi chiese l’aiuto della preghiera perché sentiva prossimo il suo incontro con il Signore e viva era la consapevolezza delle tante responsabilità del Papa”. Mons. Tosi ha ancora negli occhi e nel cuore la benedizione che gli impartì il Papa. Due mesi dopo, il 6 agosto, Paolo VI raggiungeva la Casa del Padre.