Una bussola per chi cerca Gesù

L’Eremo card. Martini a Montecastello (Tignale) favorisce con le sue proposte la crescita spirituale e personale in un’ottica di fede per la quotidianità della vita. Il direttore è don Dino Capra

Il fine degli esercizi spirituali non è di produrre una conoscenza più esatta della storia di Gesù, ma il coinvolgimento pieno dell’esercitante in quella storia. Una storia che riguarda tutti e che parla a tutti, laici, sacerdoti e religiosi. Basta riprendere l’enciclica Mens Nostra (Pio XI) del 1929 dedicata all’importanza degli esercizi spirituali per comprenderne la straordinaria attualità: “La grande malattia dell’età moderna (…) è la mancanza di riflessione, quell’effusione continua e veramente febbrile verso le cose esterne, quella smodata cupidigia delle ricchezze e dei piaceri, che a poco a poco affievolisce negli animi ogni più nobile ideale, li immerge nelle cose terrene e transitorie e non permette loro di assurgere alla considerazione, delle verità eterne”. Quando, nel 1976, è salito a Tignale, don Dino Capra non avrebbe mai pensato di trascorrere lì gran parte del suo servizio sacerdotale. “Da una parte è una scelta mia, dall’altra è la risposta a un invito del Vescovo a continuare il servizio dopo la ristrutturazione dell’ambiente fisico. Accostare le persone alla parola di Dio è un impegno non facile”. Ordinato nel 1972, don Dino era stato in precedenza due anni curato a Roma nella parrocchia di Gesù Divin Maestro e due a Rovato. Poi salì nell’Alto Garda dove per 10 anni (dal 1976 al 1986) ricoprì anche l’incarico di parroco di Prabione.

Don Dino, in 40 anni ha avuto modo di confrontarsi più volte con i cambiamenti della Chiesa, delle comunità e dei fedeli… Lo stesso Eremo ha subito delle trasformazioni.

Dal punto di vista logistico, nel periodo dal 1993 al 1998, c’è stata una trasformazione in seguito alle nuove leggi sulla sicurezza. Venne ristrutturato l’ambiente sorto nel 1950 ad opera dei padri fondatori, Pierino Ebranati e i suoi amici, per farne uno più idoneo all’accoglienza. Dal punto di vista pastorale/spirituale, abbiamo cercato di cogliere le esigenze di chi veniva qui a trascorrere le giornate. All’inizio gli ospiti esprimevano un cristianesimo generoso e “tradizionale”: incontravamo persone radicate nella fede e nella pratica, anche nell’espressione sociale e pubblica della fede stessa. Oggi incontriamo un cristianesimo sempre più “soggettivo”, mentre prima la dimensione comunitaria era più chiara anche in chi viveva gli esercizi. Adesso la coscienza dell’appartenenza alla Chiesa è sempre meno evidente. Ognuno tende a soggettivizzare la propria fede. Se da un lato la fede è personale, dall’altro si corre il rischio di vivere un cristianesimo “fai da te” e non secondo Gesù. Anche nel territorio il cristianesimo è sempre generoso ma è anche insediato dalla tentazione di essere un cristianesimo senza Cristo. Non è definito il rapporto personale con Gesù.

Gli esercizi spirituali diventano un’occasione per avvicinare le persone alla lectio divina…

Avvicinarsi alla lectio divina significa leggere la Bibbia per arrivare a pregarla, a meditarla, cioè a capirla, e a contemplare la realtà che mi fa gioire, mi mette alla prova e mi obbliga anche a fare delle scelte. La lectio divina serve, se prendiamo la Dei Verbum, a sentirsi partecipi dell’assemblea eucaristica; serve a comprendere il valore della catechesi; serve a sentirsi Chiesa, un’umanità riconciliata con Dio.

Meditazione temporanea

Provo a uscire dalla consuetudine per esprimermi sulla carta con un’apertura di meditazione estemporanea dedicata alla nostra “madre terra”.

Nei giorni che precedono il fine anno assistiamo a cerimonie religiose e non per tirare le somme del percorso annuale: il rinnovo di contratti o cambio di destinazione nell’ambito del mondo rurale, San Martino – 11 novembre, seguita in successione dalla Festa di Ringraziamento dedicata alla buona annata del raccolto dei prodotti della terra di cui ne facciamo uso e consumo e, per ultimo, l’atto meditativo della scadenza ultima nel giorno di San Silvestro ovvero “la resa dei conti” materiali, affettivi, spirituali e al contesto famigliare sintetizzato per l’incremento di nuove nascite, al doloroso distacco della persona affettiva chiamata dal Padre e per ultimo i propositi buoni da mettere in atto nell’arco del nuovo anno a venire.

Ma, mi viene da pensare, ci rendiamo conto che qualcosa ci sfugge nel nostro meditare e ringraziare per “ogni ben di Dio”? Alimento della vita umana non solo di aiuto per la nostra crescita in tutti i sensi, materiale, morale e spirituale, dominante nel nostro essere singolo e collettivo?

Ecco, è la terra che è stata affidata all’intera umanità perché possa crescere in tutte le dimensioni concesse pur nei limiti della natura precaria ma col gusto di discernere il bene, il buono, il bello e aggiungo una forte dose di rispetto e responsabilità, mai sufficientemente suggeriti dal buon senso umano.

A dire il vero gran parte della popolazione terrestre vive nella miseria e non può accedere alla ricchezza dei “benestanti” della civiltà evoluta non per questo i poveri esultano ringraziando il Creatore per il poco indispensabile che la terra dona loro.

A tal proposito voglio citare il Cantico del “GRAZIE” offerto ai posteri da San Francesco: …Altissimu, Onnipotente, bon Signore, Tue so’ le laude , la gloria e l’honore et onne benedizione. Ad Te solo, Altissimo, se konfane, e nullu homo ène dignu Te mentovare. Laudato sie, mì Signore, cum tutte le Tue creature…

Rosario e Pensiero

Mcl ripropone “Rosario e Pensiero” il lunedì, una volta al mese, dalle 18.30 nella chiesa di San Luca. L’inizio il 5 novembre con il Vescovo. 40 minuti di spiritualità e riflessione

Il 16 ottobre del 2002 Giovanni Paolo II pubblicava la Lettera apostolica Rosarium Virginis Mariae, invitando la comunità cristiana a riscoprire la ricchezza della preghiera del Rosario, spiegandone i contenuti teologici e i valori spirituali, rilanciandola con l’aggiunta di cinque nuovi misteri (i Misteri della luce) e proclamando l’Anno del Rosario.

“Il Rosario – affermava Wojtyla – se riscoperto nel suo pieno significato, porta al cuore stesso della vita cristiana ed offre un’ordinaria quanto feconda opportunità spirituale e pedagogica per la contemplazione personale. Il motivo più importante per riproporre con forza la pratica del Rosario – scriveva Wojtyla – è il fatto che esso costituisce un mezzo validissimo per favorire tra i fedeli quell’impegno di contemplazione del mistero cristiano”. Il 19 ottobre del 2008, al santuario di Pompei, Benedetto XVI ebbe a dire: “Il rosario è scuola di contemplazione e di silenzio. A prima vista, potrebbe sembrare una preghiera che accumula parole, difficilmente quindi conciliabile con il silenzio che viene giustamente raccomandato per la meditazione e la contemplazione. In realtà, questa cadenzata ripetizione dell’Ave Maria non turba il silenzio interiore, anzi, lo richiede e lo alimenta… il silenzio affiora attraverso le parole e le frasi, non come un vuoto, ma come una presenza di senso ultimo che trascende le parole stesse e insieme con esse parla al Cuore”.

Papa Francesco più volte ha ripetuto l’invito alle famiglie e a tutti credenti a pregare con il Santo Rosario, come la Madonna ha chiesto a molti Santi, promettendo la sua protezione speciale e grandissime grazie: “Il Santo Rosario, la preghiera a Gesù e alla Vergine Maria, la preghiera fatta insieme, è un momento prezioso per rendere ancora più salda la vita familiare e l’amicizia! Impariamo a pregare di più in famiglia e come famiglia!”. È agli inizi del XII secolo che la preghiera dell’Ave Maria (già conosciuta dalle prime comunità cristiane ancor prima del secolo XII) viene litanicamente recitata per 150 volte, soprattutto nei monasteri, in alternativa al salterio biblico, per favorire l’orazione dei monaci illetterati.

Il Movimento Cristiano Lavoratori ripropone anche quest’anno “Rosario e Pensiero”: 40 minuti di spiritualità e riflessione sui temi sociali e del lavoro. Quando? Il lunedì, una volta al mese, dalle 18.30 nella chiesa di San Luca in via San Martino della Battaglia. Il primo incontro è il 5 novembre (in diretta video su Super Tv) con il vescovo Pierantonio sul tema “La santità nel mondo del lavoro”. Nel secondo appuntamento, il 10 dicembre, interviene Luciano Zanardini su “Etica nel mondo virtuale tra i lavoratori”. Il 21 gennaio tocca al manager Carlo Contri parlare del lavoratore nell’industria 4.0. Su “Lavoro autonomo e lavoro dipendente: le prospettive” porta il suo contributo Emmanuele Massagli,presidente Adapt. Il 18 marzo, don Walter Magnoni, direttore della pastorale sociale della Lombardia, propone alcune considerazioni per un discernimento etico circa alcuni aspetti dell’attuale sistema economico. Il 13 maggio, infine, si parla di famiglia e lavoro con Luisa Pomi e Federico Plebani, collaboratori del progetto Mistero Grande. Per avere ulteriori informazioni, si può contattare il numero 0302807812.

Perché Gesù scaccia i venditori del tempio?

Commento a GV 2, 13-25

Gli esseri umani sono capaci di desideri, sogni, aspirazioni. Se desideriamo qualcosa in particolare, noi ci concentriamo su quella cosa e arriviamo a farla diventare per noi un obbiettivo da raggiungere, una meta. La meta può essere anche distante perché magari è lontana nel tempo.

Pensiamo ad esempio alla meta di una laurea o di un diploma che richiedono anni di studio, alla meta del matrimonio che richiede anni o mesi di fidanzamento, oppure alla meta di un lavoro che richiede anni di formazione.

La distanza della meta può essere data anche dal fatto che vi sia molto spazio che separa il punto di arrivo e quello dove ci troviamo. Prendiamo per esempio un pellegrinaggio che si trovi a migliaia di chilometri da casa, sappiamo che per raggiungerlo bisogna mettersi in viaggio e percorrere molta strada. Se anche la meta fosse lontana ma io la desidero, sono disposto ad affrontare la distanza. Devo, comunque, essere consapevole che più la meta é distante, più sarà l’impegno che mi verrà richiesto e più impegno vuol dire maggior fatica e maggior fatica porta stanchezza.

La stanchezza deve essere gestita e controllata altrimenti rischia di diventare un problema perché può creare confusione e farti desistere dalla meta. Tutti, in seguito a momenti di particolare stanchezza, abbiamo sperimentato come quegli obbiettivi che ci eravamo posti, non sembravano più cosi appetibili e magari li abbiamo ridimensionati o addirittura abbandonati. Per rafforzare quanto ho appena detto, porte alcuni esempi: molte volte mi capita di incontrare coppie di sposi o fidanzati che vivono momenti anche lunghi di difficoltà relazionale. Con loro, cerco di andare a vedere (se possibile) cosa li ha messi assieme e cosa si erano proposti di costruire assieme, in altri termini che meta di vita si erano dati perché la stanchezza della relazione quando non viene gestita, molto spesso offusca la capacità di perseguire di obbiettivi e ci si trova distanti.

Faccio un secondo esempio: spesso ho portato ragazzi in montagna per le attività invernali o estive e quando si va in montagna con l’Oratorio una delle cose che caratterizza le esperienze della vita comunitaria, sono le escursioni, magari per raggiungere la vetta di un monte o un passaggio significativo. Ho sempre sperimentato che l’idea di trovarci alla meta desiderata, fosse una cima o un luogo particolarmente suggestivo, ha trovato gioia ed entusiasmo nei ragazzi a cui lo proponevo. Il problema si riscontrava quando ci si rendeva conto che si doveva camminare in salita. Ho provato in alcuni casi a proporre una duplice modalità di risalita: quella a piedi e quella in funivia. Ho molto spesso constatato che i ragazzi saliti a piedi erano più contenti, una volta arrivati alla destinazione, di quelli saliti in funivia. Questo perché se l’erano guadagnata, l’avevano conquistata. Ho, inoltre, visto che quelli saliti a piedi erano più disposti a rifare una seconda esperienza di quel genere mentre i secondi, quelli della funivia, non mostravano particolare interesse.

Attenzione a togliere la fatica!

Certo, il faticare per faticare, cioé fine a se stesso, non serve a nulla, ma sappiamo bene che tutto quello che devo raggiungere, ha sempre un prezzo da pagare. Non esiste nulla a costo zero. La fatica, in fin del conti, non è un peccato ed è condizione ben diversa dalla stanchezza che torno a dire va controllata e richiede anche l’Intelligenza di sapersi riposare. Porto un’ultima riflessione agli esempi sopra citati: la Chiesa, da sempre, considera la preghiera davanti all’Eucarestia come molto importante. Questa preghiera è sempre impegnativa, a volte consolante e anche piacevole ma sempre impegnativa perché devi entrare in relazione con Dio e vivere la relazione (di qualsiasi tipologia) é impegnativo. Devi guardarti negli occhi, magari usare poche parole ma l’importante é essere.

Ecco, questa forma di preghiera ha riscontrato in molti fedeli difficoltà per diversi motivi e questo ha portato una sorta di disaffezione, tanto che la presenza dei Cristiani nella preghiera come l’adorazione eucaristica é sempre molto risicata. La Chiesa nelle sua esperienza pastorale, fatta di tentativi (la pastorale é il luogo della sperimentazione) ha cercato dl trovare una “soluzione” alla assenza dei fedeli da questa forma di preghiera, provando ad abbellirla se così si può dire, con qualche canto, qualche profumo, un po’ di incenso. Esito di questa prova è che molte volte al posto di pregare può succedere che ti fia coccolare de canto, inebriare dal profumo o stordire dal fumo dell’incenso così “non ti guardi più negli occhi” e magari ti illudi di aver pregato.

Oppure ancora, si é pensato di favorire momenti di condivisione per facilitare la presenza, magari trovandosi al termine della preghiera a mangiare qualcosa assieme, a fare festa. Anche qui, l’esperienza ci dice che troppo spesso questi tentativi hanno portato ad avere più gente negli oratori a mangiare le salamelle piuttosto che nella processione del Corpus Domini.

Ogni esempio vada preso come tale e quindi non esaustivo di tutte la realtà spirituale che ci caratterizza, me anche in questo caso, direi di fare attenzione a togliere le fatica per paura che sia quella che ostacola il raggiungimento degli obbiettivi.

Questo lungo riflettere per dire che cosa? Per dire che anche nel tempio di Gerusalemme, nell’episodio raccontatoci da San Giovanni al capitolo secondo, è successa una cosa più o meno simile a proposito del culto. La prassi diceva che normalmente al tempio, in alcune feste particolari ci si recasse portando in sacrificio animali che poi venivano macellati e presentati all’altare. Capiamo bene che recarsi a Gerusalemme per un pio israelita era una cosa desiderabile, quella di salire al tempio, e comprendiamo altrettanto bene che finché la strada da percorrere per raggiungere il tempio era limitata non vi erano particolari dIfficoltà ma se il cammino era particolarmente impegnativo a causa della distanza, allora diventava più difficile arrivare per la festa conducendo animali anche di grossa taglia con se.

Cosa hanno pensato, allora, i responsabili del culto? Che se avessero tolto la fatica di condurre animali per tanta strada avrebbero facilitato la partecipazione del fedeli, per cui ecco le vendita di animali eccetera. Anche in questo caso l’Intento di allontanare la fatica si è poi distanziato dalle buone intenzioni iniziali.

Non sempre le buone intenzioni, sono intenzioni buone.

Così ecco il tempio trasformarsi in luogo di mercato. Per questo Gesù, con quel gesto forte e per lui inusuale, dice che è fuori luogo un comportamento di quel tipo. Gesù credo non si sia scandalizzato tanto per il mercato in sé, ma perché quella prassi era ed è insensata. Non posso comprare un tuo sacrifico e presentarlo all’altare. Non posso presentare la tua sofferenza o fare “esperienza” al posto tuo. A Gesù, quindi, viene chiesto di dare spiegazione di quel gesto e lui risponde dicendo che non ha paura della fatica, lui dà la vita!

Distruggete questo tempio e In tre giorni lo farò risorgere.

Gesù dice una dinamica molto importante del nostro esistere e cioè che se le vita la doni, la vita va avanti ma se la trattieni si ferma. Chiediamo la grazia di saper riconoscere le mete di Dio, di condividerle e di sapere che se anche le fatica non ci è tolta, Dio vuole condividerla con noi.

Io, Te e la Parola – Primo appuntamento

Si è svolto giovedì 11 dicembre il primo incontro di “IO Te & la Parola”. Le impressioni che già l’anno scorso avevano accompagnato questa esperienza sembrano confermarsi alla ripresa di quest’anno. Erano presenti circa 12 ragazzi (un po’ come i discepoli) ospiti di una famiglia che ha aperto la propria casa e ci ha offerto con grande gentilezza la propria disponibilità. Gli ingredienti sono semplici e genuini: invocazione dello Spirito Santo, ascolto, breve riflessione, racconto del proprio vissuto alla luce della Parola, confronto, preghiera, qualche piccola/grande scelta da attuare nella vita.

In questa serata abbiamo accolto l’invito di Gesù ad amare i nostri nemici, a benedire chi ci maledice, a far del bene a coloro che ci odiano, a pregare per coloro che ci maltrattano… a porgere l’altra guancia. Da subito è emersa la difficoltà a vivere questo Vangelo: ci siamo chiesti innanzitutto chi è il mio nemico e perchè nasce l’inimicizia. Ci siamo accorti che questa sacra pagina non è un semplice “dettato morale”, ma primariamente ci offre il volto e l’agire di Gesù: è Lui che ama, perdona, prega, accoglie noi e l’umanità che gli è nemica. È lui che affrontando la sua Passione ha parole e gesti di perdono per i suoi crocifissori.

L’unica possibilità che abbiamo di diventare così non è quindi uno sforzo volontaristico e eroico, ma passa necessariamente per l’accoglienza dell’amore incondizionato di Gesù e dal cammino di conformazione a Lui. Due segni e strumenti sono necessari: l’ascolto della Parola, l’Eucarestia. Proviamo ad immaginare come sarà il mondo, la nostra comunità, il nostro oratorio, il nostro gruppo, la nostra compagnia quando saremo maggiormente capaci di vivere questo Vangelo.

Ci attendono ancora numerosi appuntamenti… Se vuoi esserne partecipe basta dire “Eccomi!”