La raccolta di San Martino

Il ricavato dei vestiti andrà a sostegno del campo profughi di Bihac con l’obiettivo di un Social cafè

Torna la “Raccolta di San Martino’’. Nelle parrocchie bresciane si potranno donare i propri abiti, vestiti e borse che non si usano più, diventando il tesoro di qualcun altro. L’iniziativa è stata presentata da don Giovanni Milesi (Direttore dell’Ufficio per gli oratori, i giovani e le vocazioni), da Marco Danesi (Caritas di Brescia) e da Lorenzo Romanenghi (responsabile della produzione cooperativa sociale Cauto). Il ricavato andrà a sostegno del campo profughi per il “Social cafè a Vucjak’’.

Il campo profughi. Nel città bosniaca di Bihac il campo profughi ospita a oggi 2000 migranti su un territorio che, complesssivamente, ne accoglie 6.500 provenienti da Turchia, Iran e Kashmir. Tra la popolazione si nota l’elevato numero di minorenni non accompagnati, rimasti senza genitori ancora in tenera età o abbandonati,e costretti a entrare in gruppi per sopravvivere. Per meglio raccontare questa realtà, dal 20 al 24 di ottobre alcuni rappresentanti delle Caritas lombarde sono andati in missione, descrivendolo come un “viaggio sui confini’’, che possono dividere e fare incontrare. Nonostante la guerra sia finita, qui persistono le lotte, e non di un singolo stato, perché si tratta di un gruppo di molteplici culture. Citando Simone Weil: “In Bosnia si grida, si ha fame e sete in tre lingue diverse’’. Dalla tratta balcanica in cui prima si trafficavano droga e armi, ora arrivano donne, bambini e uomini che affrontano fino a 14 volte al giorno il “game’’, un gioco che non è affatto tale e nel quale si rischia anche la vita stessa. Un ulteriore complicazione nell’attraversare la frontiera arriva con la chiusura dei confini della Bulgaria e degli stati adiacenti: aumentano, infatti, le repressioni. I migranti fanno fronte a tutto questo sapendo che potrebbero non farcela, tornando in una campo profughi senza né elettricità né acqua, in cerca di un futuro.

Il Social Cafè. L’obiettivo di “Social Cafè” si concentra sul miglioramento del campo, principalmente nella creazione di un centro di raccolta, di comunicazione e di scambio in cui bersi qualche bevanda calda. Nel campo sono sottoposti a sbalzi termici disumani. Il progetto si impegna anche per l’acquisto di un generatore di riscaldamento e delle attrezzature necessarie per uno spazio collettivo.

Questa operazione ha anche uno scopo educativo, coinvolgendo i ragazzi delle elementari, delle medie e delle superiori nella distribuzione dei sacchetti gialli e nella raccolta casa per casa. Oltre al volontariato, riflettono anche su cosa sia il “rifiuto” e come si concepisce “l’usato” nelle diverse società. Un domanda che spesso viene fatta è: “Usereste mai una canottiera usata?”. Molti rispondono di no, ma l’affermazione viene smentita se gli si dice che è lavata e pulita.

Dove finiscono gli abiti. Sono due le strade che percorrono gli abiti raccolti: la prima, quella dei vestiti ben tenuti, in cui vengono venduti ai mercati dell’usato. Nel caso l’abbigliamento sia malconcio o non sia recuperabile si può provvedere al riutilizzo del materiale, come la lana o il cotone, in modo che in entrambe i casi possano essere venduti e donare un po’ di sollievo agli abitanti di Bihac. I punti di raccolta sono specificati sul sito www.oratori.brescia.it, o chiamando il numero 030 37 22 244 e in base alla zona si avranno a disposizione più giorni per recarsi nel punto stabilito.

Il programma. La prima tappa è stata sabato 9 e domenica 10 novembre, in Valcamonica, Sebino, Franciacorta e Valtrompia; sabato 16 e domenica 17 tocca alla Bassa Centrale e Orientale; sabato 23 e domenica 24 in città, nella zona hinterland, sul lago di Garda e in Valsabbia.

Il saluto della comunità di Porzano

Caro Don Giovanni,

l’abbiamo accolta nella nostra comunità di Porzano ben sei anni fa proprio in questo mese di Settembre. Con Lei abbiamo iniziato un nuovo percorso di unione pastorale con le Parrocchie di Leno e Milzanello, abbiamo superato, con Lei, difficoltà iniziali e vissuto situazioni positive sotto la Sua guida spirituale.

La nostra comunità Le è grata per l’appoggio che ha dato nelle varie attività pastorali e strutturali, in modo particolare nell’intervento per il restauro interno della Chiesa Parrocchiale e per la sua consacrazione da parte del Vescovo Luciano Monari. La ringraziamo, inoltre, per l’attenzione che ha rivolto ai nostri ammalati e alle preghiere nelle quali, siamo certi, li ha ricordati.

Ora è arrivato il momento di salutarci, Lei è chiamato ad un nuovo incarico pastorale e noi chiediamo al Signore Gesù di accompagnarLa e sostenerLa nel cammino che sta per iniziare.

Con riconoscenza e stima,

la nostra comunità di Porzano

Coro San Martino

Il coro di Porzano trova le sue origini al tempo di Don Cesare, circa 50 anni fa, quando un ragazzino di nome Giannino Boffelli comincia a studiare organo e canto corale, su invito proprio del parroco per accompagnare la S. Messa domenicale. Qualche anno più tardi è Suor Emerenziana a condurre il coro di voci bianche.

Questa volontà di avere sempre un sottofondo musicale attinente alle funzioni liturgiche continua con Don Michele Portesani e il maestro Geminiano. Intorno agli anni ’90 arriva un gruppo di giovani chitarriste Porzanesi che raccolgono un bel numero di adolescenti e danno un’impronta giovane e ritmata, imparando i canti del Gen Rosso, Gen Verde ecc.

Dal 1998 ad oggi e con l’arrivo, nell’anno 2000 di Don Roberto Rovaris, il coro è cresciuto, si è trasformato in un gruppo di adulti che conservano la loro passione per il canto e la rafforzano mettendola al servizio della comunità di Porzano in tutte le funzioni liturgiche, di qualsiasi genere e in ogni occasione. Paola con Davide accompagnano il coro composto da uomini e donne di varie età. Si impegnano a seguire anche un piccolo coro di voci bianche perché come dice Sant’Agostino “chi canta prega due volte”.

S. Martino per l’Etiopia

Anche quest’anno la raccolta di San Martino viene distribuita in tre date nelle diverse zone: sabato 17 novembre in Valcamonica, Sebino, Franciacorta e Valtrompia; sabato 24 novembre nella Bassa Centrale e Occidentale e sabato 1 dicembre in città, sul Lago di Garda, in Valsabbia e nella Bassa Orientale.

La raccolta di vestiti per offrire un futuro all’Etiopia. La raccolta di San Martino viene distribuita, quest’anno, in tre date nelle diverse zone: sabato 17 novembre in Valcamonica, Sebino, Franciacorta e Valtrompia; sabato 24 novembre nella Bassa Centrale e Occidentale e sabato 1 dicembre in città, sul Lago di Garda, in Valsabbia e nella Bassa Orientale.

All’inizio del 2017 la conferenza Episcopale Italiana insieme alla comunità di Sant’Egidio ha siglato il protocollo di intesa con il Governo Italiano per l’apertura di un Corridoio umanitario dall’Etiopia, il secondo paese per numero di rifugiati in Africa. Di fronte alla drammatica situazione che spinge migliaia di persone a cercare salvezza attraversando prima il deserto e poi il mar mediterraneo in condizioni di grave rischio per sé e per le proprie famiglie, la Chiesa Italiana ha voluto dare un segnale per proporre soluzioni concrete, impegnandosi nella realizzazione del progetto, facendosene interamente carico. La Caritas Italiana e la formazione Migrantes garantiscono un adeguato processo di integrazione dei beneficiari nella società italiana. Con la raccolta di San Martino si vorrebbe sostenere l’accoglienza di famiglie attraverso il progetto “Protetto. Rifugiato a casa mia”, che si connota per l’esperienza comunitaria e per la presenza di famiglie e di persone che si rendono disponibili ad accompagnare i rifugiati nel percorso di integrazione. L’obiettivo principale di “Protetto. Rifugiato a casa mia” è quello di evitare le morti in mare e del traffico di esseri umani. Anche Caritas Diocesana di Brescia ha aderito al progetto: il 27 giugno è arrivata una famiglia di eritrei formata da una mamma, un papà e quattro figli minori, ospitata in un appartamento della Parrocchia di Santa Giulia del Villaggio Prealpino.  La famiglia è stata accolta e viene seguita dai volontari, sostenuti e affiancati dagli operatori della Cooperativa Kemay. “Hanno detto che i corridoi umanitari sono un’opera segno- racconta Giuditta, operatrice della Cooperativa Kemay -Nel senso di vista politico, sono certamente un simbolo. Però è un’opera reale e vera, perché a questa famiglia ha cambiato la vita: ai genitori, perché possono vivere più sereni, ma sicuramente ai bambini, che saranno salvaguardati e protetti”.

Il ricavato della raccolta andrà quindi al progetto “Rifugiato a casa mia” di Cei e Caritas, a sostegno del Corridoio umanitario per l’Etiopia. Le parrocchie sono pregate di prenotare i sacchetti allo 0303722252.

Cartucce e Banchetto

Ai morcc. Torniamo indietro nel tempo, ero in età scolare e la gente di Porzano si era già assestata conducendo la vita quotidiana nella normalità delle impostazioni di pace e di ricostruzione dopo la devastazione dell’ultima guerra.

Novembre i giorni dei morti, anche il primo con la celebrazione di Tutti i Santi, era compreso con i giorni successivi, 4 novembre incluso, come periodo temporale “ai morcc”. Erano giorni di vacanza scolastica considerati dagli alunni come festa, lontano dal costretto impegno dei compiti e quindi occupare il tempo che amabilmente i genitori ci concedevano, pur con l’occhio vigile.

Non ci si annoiava, i più vivaci, pochi, inventavano sui due piedi giochi coinvolgenti e scherzi di gruppo, benevolmente accolti o evitati. Luoghi comuni per esprimerci erano nel limite, chiesa per le funzioni, casa, strada e cimitero, niente di più ne avanzava.

Il cimitero. Il cimitero era il più affollato, gente che brulicava tra le tombe, deponendo fiori crisantemi del proprio giardino. Rassettando alla bell’è meglio il cumulo di terra che segnava la presenza interrata del defunto, candele accese, moccoli compresi, che colavano cera sgocciolando a terra su di una foglia con il buco passante per raccoglierne senza dispersione quella che per noi ragazzi era l’elemento base per produrre luminose fiamme con le cartucce. Sì, proprio le cartucce usate, acquisite o contrattate in cambio di “ciche” (biglie di terracotta).

Le nostre abili mani raccoglievano le colate delle candele della propria tomba e furtivamente anche quella accanto, in assenza del legittimo parente.

La cera si manipolava a lungo, come pasta per tagliatelle, fino ad ottenere un “biscotto” morbido, grosso come il dito di una mano, che subito si calcava, dentro la cartuccia vuota, fino all’orlo, niente stoppino, l’involucro di cartone pressato faceva la stessa funzione, ma impastando la cera con gli aghi di mugo sparsi, colti
tra i cespuglietti che ornavano alcune tombe sparsi qua e là.

Con questi aghi, la cui resina sprigionava un effetto spettacolare al momento dell’accensione, scoppiettii, sfrigolii e scintille come fuochi d’artificio, ridotti in miniatura, consumavano lentamente cartuccia e cera, fino al fondo metallico, ma lo spettacolo esilarante consisteva nell’aggiungere sulla fiamma un pizzico o rametto di aghi, per esaltarne l’effetto scoppiettante, con il lancio della fiammata, come l’effetto drago. Questo produceva, ovviamente, scottature alle mani e/o capelli strinati. Un altro diversivo per noi ragazzi consisteva nell’attesa e aggressione, con rami di foglie (sfoiaröi), ai passanti di ritorno dal cimitero, dopo il rosario, con le candele accese per illuminare il percorso nel buio della sera, meglio e più divertente se c’era nebbia, per non essere individuati.

Il gioco per aggressione era soprattutto diretto a spegnere la candela delle ragazze che nel trambusto cercavano rifugio tra i genitori, oppure scappavano strillando e gridolini acuti proteggendo viva la fiamma con il concavo della mano. Il rischio dello spegnimento della candela era previsto tanto che più in là la fiamma di qualcuno ridava il lume richiesto.

Proprio nell’ultima di quelle sere, il 4 novembre, dopo il Rosario recitato all’unisono nel cimitero illuminato da molteplici fiammelle, nonni, genitori, ragazze, giovanotti e bambini facevano ritorno chi in paese, chi alla cascina per disporsi intorno al fuoco generoso della cucina.

Si parlava del più e del meno, degli incontri della giornata, ma in alcune case si aspettava non solo l’ora del riposo ma qualcuno dei familiari che, per il rompete le righe, stava combattendo, si fa per dire, la sua giornata da reduce di guerra.

Quattro novembre – il banchetto. Giornata piena per reduci e combattenti, autorità e prete compresi. Don Cesare, con il pesante piviale nero e bordure argento, celebrava in latino, chierichetti accanto, l’ufficio per i soldati morti in guerra. Al termine della funzione Don Cesare aspergeva il catafalco coperto da un altrettanto tessuto nero, bandiera tricolore in testa ed elmetto prima guerra 15/18, quattro grossi candelabri neri ed infine l’Ita Missa Est. In uscita dalla Chiesa, si formava il drappello dei numerosi convenuti, bandiera tricolore in testa, a buon passo il corteo si avviava verso il monumento alle scuole elementari, appello ai caduti “Presente” e subito dopo il corteo si avviava al cimitero, dove si concludeva la cerimonia al cospetto delle lapidi sulla facciata della cappella. Il resto della gloriosa giornata, all’insegna della vittoria, si svolgeva con il banchetto tradizionale nel salone delle suore dorotee, se ben ricordo. Cosa succedesse nel gran salone di mattonelle rosse e bianche non ci era dato di sapere, se non stando in strada, via San Martino, piazza e il Corteas, giungevano all’ascolto “bla, bla , bla”, canti e stonature interrotti da qualche sporadico applauso.

Il Convivio. Da sottolineare la presenza in cucina dell’acclamatissimo B. Pansera, cuoco di forchette auree, coadiuvato da donne collaudate tra pignatte, padelle e le più giovani a servire ai tavoli.

Ormai la giornata volge al termine, i reduci si riassettano e fingendo sobrietà ed equilibrio raccolgono ognuno le proprie stoviglie nel “manti’” (tovagliolo) chiuso con il nodo (groppo) ai sommi capi, come se il contenuto fosse un bebè portato dalla cicogna, e via malsicuri sulle gambe facevano ritorno verso casa.

Due personaggi mi sono rimasti impressi in modo indelebile, mio nonno Stefen Frer e Bigio Pansa Parolot, assai alticci affrontavano nel buio della nebbiolina serale la via di casa.

La loro destra reggeva l’oscillante involucro, il “mantì col tont”, la “fundina”, “el perù”, “el cücià” e “el cortel” con l’andatura barcollante procedendo a zig zag per la strada ormai deserta, fino a raggiungere la porta di casa e tentare di agganciare la maniglia per entrarvi e… Buonanotte.

In altre case, nel frattempo, lanterna in mano, si raccoglievano i pochi effetti, pennuti e conigli in gabbia pronti a migrare per altri lidi in cerca di fortuna.

Era il Sanmartì.

250 anni e non sentirli

La chiesa parrocchiale attuale sorge sulle fondamenta, si suppone in quanto mancano documenti dl verifica, dell’antica chiesa ormai fatiscente con la stessa dedicazione a San Martino Vescovo di Tours. La nascita, o meglio la necessità di erigere iI nuovo edificio sacro, riporta al periodo in cui l’apparato parrocchiale e i rappresentanti del Comune di Porzano di buon accordo decisero.

Così si legge nella memorie storiche di Luigi Cirimbelli “Parrocchia San Martino in Porzano”, edito nel 1995: Nelle sede comunale, correndo l’anno 1756, convocati tutti i capi famiglia della Vicinia, Il rettore don Angelo Polizzari, promotore dell’iniziativa e con l’appoggio dell’arciprete di Bagnolo don Benedetto Perugini, insieme deliberarono con unanime adesione di costruire il nuovo edificio parrocchiale. Il 29 aprile 1756, lo stesso rettore presentò il progetto al Vicario Generale della diocesi per la dovuta approvazione con queste lettera: “Essendo venuto in deliberetione la spettabil Comunità di Porzano di fabbricare una nuova parrocchiale nello stesso sito della vecchia, anco supplico io Parrocho intraecritto tutto il mio assenso, supplico l’Illustrissimo signor Vicado Generale ed Episcopale per le decretatione del modello che le sarà esibito, sempre le ragioni ed il gius parrocchiale”.

In fede Angelo Pelizzari rettore di Porzano.

La proposta venne accolte e il Vicario Generale, Giacomo Soncini, concedeva con sollecitudine l’autorizzazione alla costruzione, il 30 aprile 1756, nella Cancelleria vescovile dl Brescia. Il progetto venne approvato con la medesima invocazione di San Martino vescovo e in conformità alle prescrizioni di s. Carlo e messo in opera sotto la direzione anche del Reverendo Signor Rettore e senza alcun anche minimo pregiudizio dei diritti parrocchiali.

II progetta conservato nell’Archivio Vescovile di Brescia, manifesta chiaramente la mano di Antonio Marchetti (1724-1791) e l’architettura dell’edificio, realizzata abbastanza fedelmente secondo le indicazioni progettuali. Le pianta si articola in due eleganti vele — che si impostano su due semplici campate a lesene — e in un presbiterio coperto de un’aerea calotta ellittica. La facciata, scandita nell’ordine inferiore da lesene doriche e nel superiore da lesene vagamente ioniche, si segnala per la composta e raffinata eleganza quasi neoclassica.

La chiesa di Porzano si segnala tra le tante costruite nel territorio bresciano nel Settecento, non solo per la sua eleganza, la sua spiccata fedeltà alle indicazioni progettatili e per la rapidità e completezza dell’esecuzione nei pochi anni di apertura del cantiere (la chiesa non é molto grande ma comunque deve aver avuto dei finanziatori facoltosi e generosi, considerando la scarsa popolazione del paese) é uscito un complesso architettonico di una omogeneità rara e non scalfita dai successivi interventi. I lavori furono diretti dal capo maestro della fabbrica Gio. Antonio Lenza di Brescia.

Terminata in tempo di record il parroco don Angelo Pelizzari Intasi dichiara che: “Si fa indubitata fede e certa notizia si de siccome nel corrente giorno é stata benedetta la Nuova Chiesa parrocchiale di Porzano — principiata fanno 1756 — dal reverandissimo signor arciprete di Bagnolo don Benedetto Perugini e quasi con tutto il suo clero venuto a concelebrare le suddetta funzione”.

Dal 1765 in poi la chiesa è stata soggetta a continue variazioni indicate dai suggerimenti soprattutto al susseguirsi delle Visite Pastorali. Da sottolineare sopra l’altare maggiore ove domina la pala dipinta da Alessandro Bonvicino detto il Moretto. Su questa pala il Guerrini ci ha lasciato questa nota: “Un quadro a guazzo di una Madonna con il Bambino in braccio, del Moretto, con un piede sopra la luna vale liri di piccole 36”. Successivamente scrive: “E sebbene non sia da mettere tra le opere migliori di quel grande nostro artista, l’impronta morettiana risulta subito a chi guarda questa bella tela che non è trascurabile omamento alla chiesa di Porzano”.

Manutenzioni ordinarie e straordinarie si sono succedute nel corso degli anni e tra le più recenti ricordiamo l’intervento radicale dell’intonaco esterno con riporti alle modanature seriamente deteriorate dalle intemperie (1987-1988). Il riordino totale del tetto con la sostituzione di alcune travi portanti, scossaline e pluviali di perimetro (2013). In atto (2015) si sta operando al restauro interno, abside, navata e altari laterali e poi… sarà necessario metter erano alla tinteggiatura esterna a completamento dell’opera.