Lo Spirito abiti in voi

L’omelia pronunciata dal vescovo Pierantonio Tremolada in Cattedrale durante le ordinazioni presbiterali dei sette diaconi del Seminario e uno dei Carmelitani Scalzi: don Giovanni Bettera, don Marco Bianchetti, don Marcellino Capuccini Belloni, don Matteo Ceresa, don Nicola Ghitti, don Daniel Pedretti, don Luca Pernici e padre Samuele dell’Annunciazione

Carissimi fratelli e sorelle nel Signore, questa solenne celebrazione ci riempie di gioia. Alla vigilia della grande Festa della Pentecoste, siamo riuniti per invocare il dono dello Spirito su questi otto giovani che il Signore ha voluto chiamare al ministero del presbiterato, donandoli alla Chiesa come pastori e al mondo come singolari testimoni della sua potenza di salvezza.

Saluto con affetto sua Eminenza il Cardinale Giovanni Battista Re, che ha voluto condividere con noi questo momento e onorarci della sua presenza.

Con uguale affetto saluto il vescovo Bruno e il vescovo Marco e li ringrazio per la loro graditissimapartecipazione.

Saluto tutti voi, carissimi sacerdoti e diaconi, che con la vostra nutrita presenza esprimete all’intero popolo di Dio la chiara convinzione della grandezza e dignità del vostro ministero, ricevuto per grazia ed esercitato nell’umiltà.

Saluto tutte le consacrate e i consacrati, in particolare il Superiore dell’Ordine dei Carmelitani, che condivide con tutti noi la gioia dell’ordinazione presbiteriale di uno dei suoi figli spirituali.

Saluto le autorità civili e militari presenti, in particolari i sindaci dei paesi di provenienza dei nostri Candidati.

Saluto tutti voi che siete qui, che riempite questa nostra amata cattedrale, soprattutto voi giovani, ragazzi e ragazze. Voi ci dimostrate che il fascino della Vangelo e la sua forza di bene non sono spenti, che donare se stessi al Dio della vita nel servizio dei fratelli non lascia indifferenti. Vi chiedo di rimanere aperti all’opera di grazia che il Signore sicuramente sta compiendo anche in ciascuno di voi.

Infine, ma non per ultimo, saluto voi, carissimi ordinandi. Vi ringrazio per aver accolto la chiamata del Signore, per avergli consentito di compiere in voi la sua opera, giungendo a questo momento, che in verità costituisce un punto di arrivo e insieme un nuovo punto di ripartenza. Siate certi che il Signore non vi deluderà. Nella sua fedeltà e nella misura della vostra fede, farà della vostra vita un segno luminoso della sua gloria e la riempirà di quella gioia che viene solo dall’alto. Insieme a voi saluto e ringrazio i vostri genitori e i vostri familiari. Chiedo al Signore di ricompensarli per la loro disponibilità e generosità, non priva oggi di un certo coraggio.  Seguire e accompagnare un proprio figlio o fratello nel cammino della vocazione di speciale consacrazione a Dio, accettando di vedere segnata anche la propria vita personale da questo evento misterioso, non è cosa da poco. Sappiamo, tuttavia, che il Signore non si lascia mai superare in generosità. Egli non mancherà di darvene chiara dimostrazione.

 L’ordinazione presbiterale di questi nostri giovani fratelli avviene – come già ricordato – alla viglia della Pentecoste. La circostanza la rende ancora più solenne e ci invita a considerare il dono del ministero apostolico nell’orizzonte dell’effusione dello Spirito. È lo Spirito santo che fa esistere la Chiesa come popolo dei redenti, come sacerdozio regale e nazione santa. Grazie allo Spirito santo la Chiesa diviene, per grazia e in umiltà, la città posta sulla cima del monte, punto di riferimento per l’umanità in cammino nella storia. Dallo Spirito santo provengono poi tutti quei doni che consentono alla Chiesa di essere se stessa, e tra questi il ministero dei vescovi, dei presbiteri e dei diaconi, servitori del popolo di Dio e dell’umanità intera nel nome di Cristo.

 La presenza e l’azione dello Spirito santo nel mondo sono invisibili. Non trovano riscontro sensibile. Se ne vedono tuttavia i segni, le tracce che si imprimono nel vissuto delle persone e nel percorso della storia. Nulla potremmo dire dello Spirito santo se non avessimo la testimonianza della Parola di Dio, in particolare della sacra Scrittura. Le letture che sono state proclamate in questa liturgia diventano perciò preziose. Mettiamoci dunque umilmente in ascolto, per cogliere qualche risonanza che ci aiuti a vivere questa celebrazione con tutta l’intensità che merita.

 Vorrei partire dal brano del Vangelo di Giovanni che abbiamo appena ascoltato. Chi scrive ricorda un episodio di cui fu spettatore e che dovette rimanergli fortemente impresso. Dice: “Nell’ultimo giorno, il grande giorno della festa, Gesù, ritto in piedi, gridò: «Se qualcuno ha sete, venga a me, e beve chi crede in me. Come dice la Scrittura: dal suo grembo sgorgheranno fiumi di acqua viva»”. Siamo a Gerusalemme durante la grande festa ebraica delle Capanne. Il settimo giorno di quella festa si compiva una cerimonia suggestiva: verso sera, il Sommo sacerdote andava ad attingere acqua con una brocca d’oro alla fonte di Ghion, che alimentava la piscina di Siloe, e la portava al tempio accompagnato in processione dal popolo festante. Giunto nel grande cortile del santuario, illuminato a giorno da enormi bracieri, il Sommo sacerdote versava l’acqua sull’altare girandovi intorno per sette volte.

 Nel cuore della festa, dunque, mentre si tiene questa solenne processione, Gesù si alza e grida: “Chi ha sete venga da me. Io posso dare l’acqua che veramente disseta”. L’impressione suscitata nei suoi discepoli ma anche negli altri dovette essere fortissima. Un invito simile era già stato rivolto da lui in modo molto più discreto alla donna samaritana: “Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: «Dammi da bere! », saresti stata tu a chiedere da bere a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva” (Gv 4,10). È l‘evangelista stesso a spiegarci in che cosa consiste l’acqua di cui Gesù parla: “Questo disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui”. E aggiunge: “Infatti non vie era ancora lo Spirito, perché Gesù non era stato ancora glorificato”. Fortemente attento alla dimensione simbolica degli eventi, lo stesso evangelista ricorderà che, poco dopo la morte in croce di Gesù, quando uno dei soldati trafiggerà il suo fianco con una lancia, da quella ferita non uscirà soltanto il sangue ma anche l’acqua. Diviene così simbolicamente evidente quanto accaduto in segreto con la morte del Signore. Esalando l’ultimo respiro e reclinando il capo nella morte, in realtà Gesù dona lo Spirito, apre cioè la strada, dentro la storia umana, alla discesa in campo del Paraclito. Il mistero pasquale è nella prospettiva di Dio profondamente unitario. Con la morte del Figlio Unigenito del Padre, da lui accettata per amore, è stata spianta allo Spirito la strada della nostra santificazione. Si compie così promessa del profeta Isaia: “Attingerete acqua con gioia alle sorgenti della salvezza” (Is 12,3).

 Così – cari ordinandi – questo è il nostro primo augurio e il primo invito che vorrei rivolgervi come vescovo. Siate uomini che attingono alle sorgenti della salvezza, siate uomini spirituali, che si lasciano raggiungere da quest’acqua viva che il cuore di Cristo ha fatto sgorgare a beneficio del mondo. Siate esperti dell’invisibile, conoscitori appassionati di ciò che i sensi non possono raggiungere, siate frequentatori, nel raccoglimento, del mistero santo di Dio, di cui solo lo Spirito santo custodisce il segreto. Non inseguite – come ammonisce il profeta Geremia – le cisterne screpolate, che perdono acqua. Dissetatevi alle sorgenti della vita eterna. Aprite la mente e il cuore all’opera di colui che la tradizione cristiana ama definire padre dei poveri, dolce ospite dell’anima, dolce sollievo. Potrete così sperimentare il frutto della sua azione rigenerante. Sarete custoditi nell’esperienza della vita nella sua forma più vera. Ne gusterete la bellezza.

 È sempre la Parola di Dio a istruirci sui frutti dello Spirito santo, cioè sui molteplici risvolti di quella vita nuova che viene inaugurata in noi dalla sua azione di salvezza. Alla luce delle altre due letture che l’odierna liturgia ci ha proposto, credo che tra i frutti che intervengono a costituire la realtà della vita secondo lo Spirito se ne possano in particolare individuare tre, che vorrei considerare nella prospettiva del ministero apostolico e rendere oggetto di una breve riflessione. Essi sono: la comunione, la speranza e la preghiera.

 Anzitutto – cari ordinandi – lo Spirito santo potrà fare di voi degli uomini di comunione. Vi insegnerà a non considerare ostacoli le differenze che esistono nel mondo umano. Che gli uomini sono diversi non significa che sono degli estranei o degli avversari o addirittura dei nemici. È sempre molto forte la tentazione di Babele, che consiste – come si comprende bene dalla prima lettura che abbiamo ascoltato – nella tendenza a vincere la paura delle diversità attraverso la logica cieca e violenta del potere. I figli di Babele costruiscono una città semplicemente con le proprie forze, secondo un proprio progetto, per farsi un nome. Edificano una torre che raggiunga il cielo, che cioè consenta di dominare dall’alto sulla grande città da loro costruita, prendendo il posto di Dio e creando una condizione di uguaglianza forzata. È la logica dell’impero che è propria di Satana e che lui stesso aveva tentato di imporre allo stesso Messia, quando, nel deserto, si era avvicinato per distoglierlo dalla sua missione di salvezza. A questa logica distruttiva lo Spirito santo sostituisce quella della comunione nell’amore, che suppone il rispetto delle differenze, l’accoglienza, il riconoscimento della dignità altrui, la collaborazione sapiente, la solidarietà, la mitezza, l’umile pazienza. Come insegna il Libro degli Atti degli Apostoli, gli apostoli della Pentecoste sono uomini di comunione, che parlano tutte le lingue, che creano unità senza mortificare nessuno.

 Carissimi ordinandi, siate dunque, proprio perché spirituali, uomini di comunione. Dimostrate al mondo che è possibile vivere insieme, in armonia, nella reciproca simpatia, nel reciproco affetto, di più, in una vera fraternità. Vivete questo anzitutto all’interno del presbiterio. Stimate i vostri confratelli sacerdoti, collaborate con loro, confrontatevi, condividete, in una parola, amateli. E guidate le comunità cristiane nella stesa direzione. Ci è affidato un compito epocale: unire le parrocchie in un cammino comune, senza mortificarle. Ricordate loro che sono sorelle, chiamate a riconoscersi parte della grande Chiesa diocesana e perciò a darsi la mano. Voi, che di queste comunità sarete pastori, siate dunque uomini di comunione.

 Siate poi uomini della speranza. “Fratelli – scrive san Paolo nel passaggio della Lettera ai Romani che abbiamo ascoltato – sappiamo che tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi. Non solo, ma anche noi che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo. Nella speranza infatti siamo stati salvati” (Rm 8, 22-24). La speranza permette di vedere ciò che ancora non esiste a partire dalle tracce che invece già sono riconoscibili. Occorre però superare il confine del sensibile. Il presente apre sull’avvenire senza ansia e con serenità quando lo Spirito che abita il nostro mondo interiore ci fa sentire accolti nell’abbraccio vittorioso del Cristo risorto. Gemiamo interiormente – dice san Paolo – aspettando la piena rivelazione dell’opera di Gesù, opera di misericordia e di santificazione. Questi gemiti non sono lamentazioni cariche di malinconia. Non son neppure lacrime di disperazione. Non siamo gente ormai rassegnata al peggio, disarmata e impotente di fronte a un destino inesorabile. Siamo uomini della speranza, ambasciatori del Cristo vittorioso, araldi della buona notizia che, come un lampo, ha illuminato la storia.  Riusciamo a guardare le profonde ferite del mondo senza lasciarci spaventare, senza paura, senza rabbia, senza inerte rassegnazione. Noi crediamo nella potenza dello Spirito che ha reso eterno l’atto di amore del Cristo crocifisso. Vogliamo perciò dare alla nostra esistenza la forma di un servizio per la gioia dei nostri fratelli e delle nostre sorelle.

 Come ministeri della Chiesa – cari ordinandi – voi siete chiamati a dare questa testimonianza. Non temete il mondo di oggi. Non condannatelo. Non fuggitelo. Non siate nostalgici e lamentosi. Conservate alla vostra giovinezza la freschezza che le è propria e mettetela a disposizione dell’annuncio evangelico. Ricordate che l’unico giudizio che i cristiani conoscono è quello dell’amore crocifisso. Amate dunque il mondo così come il Cristo lo ha amato. Amare il mondo non vuol dire conformarsi a ciò che lo disonora e lo sfigura. Vuol dire salvarlo nella potenza dello Spirito santo e farsi custodi della sua speranza. Amate soprattutto i più deboli e i più poveri. Fatevi loro compagni di viaggio. Tenete accesa con loro la lampada, fate in modo che non vengano tradite le loro attese, non permettete che il sorriso si spenga per sempre sul loro volto. Siate disposti a prendere sulle vostre spalle, per quanto vi sarà possibile, i pesi che stanno gravando sulle loro.

 Infine la preghiera. “Allo stesso modo – abbiamo ascoltato sempre nella seconda lettura – anche lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza: non sappiamo infatti come pregare in modo conveniente, ma lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili” (Rm 8,26). La vera preghiera si riceve dallo Spirito santo nella forma di una sua benefica intercessione. La preghiera suppone infatti un rapporto personale con Dio, una conoscenza di lui che l’uomo da solo non si può dare. È lo Spirito che viene in aiuto alla nostra debolezza. È lui che colma la misura eccedente di questa conoscenza altrimenti impossibile. Lo dice bene san Paolo, quando scrive agli Efesini: “Per questo io piego le ginocchia davanti al Padre, dal quale ha origine ogni discendenza in cielo e sulla terra, perché vi conceda, secondo la ricchezza della sua gloria, di essere potentemente rafforzati nell’uomo interiore mediante il suo Spirito. Che il Cristo abiti per mezzo della fede nei vostri cuori, e così, radicati e fondati nella carità, siate in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità, e di conoscere l’amore di Cristo che supera ogni conoscenza, perché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio (Ef 3,17-19).

 Di questa esperienza – cari ordinandi – c’è immensamente bisogno. Sappiate che da questa interiore inabitazione del Cristo per la potenza dello Spirito dipenderà l’intero vostro ministero e – prima ancora – la vostra stessa vita di credenti. Siate dunque uomini di preghiera, siate esperti di vita interiore, siate appassionati ascoltatori della Parola di Dio e amministratori fedeli del tesoro dei Sacramenti, a cominciare dall’Eucaristia. Nulla andrà anteposto a questa ricerca intima e personalissima della comunione con Cristo, di cui lo Spirito santo è l’artefice.

 Uomini spirituali, uomini di comunione, uomini della speranza, uomini di preghiera. Ecco – cari fratelli nel Signore – che cosa la Parola di Dio oggi vi raccomanda di essere, mentre vi accingete a ricevere il dono del presbiterato. E noi volentieri facciamo eco a questo invito, trasformandolo in una umile supplica per voi. La nostra voce, carica di affetto, sale al Padre per domandare a vostro favore la grazia di questa testimonianza, così preziosa per la Chiesa ma anche così attesa dal mondo.

 La Beata Vergine Maria, che per la potenza dello Spirito santo divenne Madre di Dio e Madre della Chiesa, vi accompagni nel vostro cammino con la sua materna tenerezza, vi renda sempre vigilanti e vi custodisca nella pace.

Ripartiamo dalla preghiera

Santa Messa di apertura della Festa dell’Oratorio 2019

Prima di dar voce alla mia riflessione, compiamo due gesti che diventeranno parte, poi, anche della mia omelia. Il primo è quello che ci vede qui perché quasi incaricati, insigniti di un ruolo di servizio, di una missione; e qui sto parlando di tutti quelli che si sono resi disponibili per dedicare del tempo, energie e risorse, del volontariato durante la festa. Invito, pertanto, quanti fanno parte de turni di servizio e di prendere la maglietta e indossarla. Spieghiamo anche il perché di questo gesto: quando l’abbiamo pensato è sorto il dubbio che si potesse pensare che “questi mettono la maglietta come se fossero superman”. Niente a che fare con questo. Quella maglietta ha il valore della mia stola. E a cosa serve la stola? La stola non è nient’altro che un simbolo che ricorda il grembiule che ha messo Gesù nell’ultima cena quando si mise a servire i suoi discepoli. Questa maglia per noi è il simbolo dell’amore, del servizio e quello che facciamo lo facciamo perché vogliamo imitare Gesù. Il cristiano è colui che si lascia amare da Gesù e percorre i suoi passi, calca le sue impronte.

Il secondo gesto che andiamo a compiere è l’accensione di questa candela. Ogni sera, per sette sere, accenderemo una candela indicando come la nostra festa parta della preghiera. Aggiungeremo ogni sera una candela così che ritmerà il tempo della nostra festa. Ogni sera cominceremo le nostre attività con la preghiera, perché ci sentiamo dei mandati e soprattutto perché dove due o tre sono riuniti nel nome del signore Gesù noi sappiamo che Lui è mezzo a loro. Vorremmo raccontare a tutte le persone che verranno qua che qui c’è Gesù, perché noi lo preghiamo e ci sentiamo raggiunti dal suo amore. Vorremmo raccontare questo e lo faremo ovviamente come saremo capaci, ma perché partiremo da qui.

Ho già messo in evidenza alcuni motivi per i quali noi stasera siamo qui a dare inizio alla settimana dell’Oratorio, sapendo che far festa vuol dire che c’è un qualcosa che ci attira. Più quello che ci attira è forte più raccoglierà gente. L’oggetto della festa, per noi è Gesù. É lui che ci riunisce. In fin dei conti noi perché siam qui stasera? Io ho ben chiaro in testa il perché e ve lo voglio dire con schiettezza. Noi siam qui fondamentale per un’unica cosa: siam qui per pregare e penso che abbiam bisogno di ripartire ancora una volta dalla preghiera. Magari negli ultimi anni siamo stati capaci e bravi a fare anche tante cose. Siam diventati abili a leggere la realtà sociale, a dare un po’ di numeri, a fare alcune proiezioni, a progettare, a diventare tecnologici ma dobbiamo ripartire dalla preghiera. Per quanto potremo essere bravi, o noi partiamo dalla preghiera o altrimenti tutto comincerà e finirà con noi. Non possiamo solamente fidarci delle nostre capacità: già altre volte ho fatto questa riflessione con voi, non possiamo solamente ottimizzare le nostre risorse ed essere ottimisti per quello che facciamo. La categoria dell’ottimismo non è una categoria cristiana perché l’ottimismo si basa sulle nostre capacità, sulle nostre risorse: finché le abbiamo tutto o quasi, va bene, ma quando non le abbiam più si passa dall’ottimismo al pessimismo. Non sarà che forse c’è troppo pessimismo in giro perché puntiamo solo su di noi? In questo caso, la categoria cristiana necessaria è quella della speranza.

La speranza illumina l’attesa

L’attesa è viva quando io spero perché so che il mio Dio sarà sempre accanto a me e io ho bisogno di incontrarlo, ho bisogno di parlargli assieme, ho bisogno di ascoltarlo e cosa meglio della preghiera può fare questo? Per cui io vi dico che siamo in questa sede per pregare. Per pregare non solo per la festa dell’Oratorio ma per pregare per la nostra comunità e per pregare per la Chiesa intera in questa festa di Maria madre della Chiesa. Abbiamo diversi motivi per pregare: io ve ne elenco alcuni ma ognuno poi avrà i suoi. Il primo è che noi pregando assieme siamo un popolo; il popolo è diverso dalla massa, la massa è senza nome, la massa è generica, il popolo ha la sua identità. Chi siamo noi? Siamo quelli che stanno qui attorno (all’altare), cioè quelli che vengono qua e da qua ricevono la loro forza.

Motivo ancora per pregare: questa mattina ho concluso il percorso della visita agli ammalati, alle persone anziane, e parlando con loro a uno di questi che è particolarmente sofferente ho detto “stasera ti ricordo nella preghiera, ti ricordo nella Messa all’Oratorio. Ti ricordo lì perché hai tante volte frequentato questo ambiente” e chiedo a tutti voi di pregare anche per questa persona. Siam qui, ancora, per pregare per altri motivi; sempre nel giro di questa mattina ho incontrato una signora molto anziana, ora è debole ma ha una grande forza nella sua preghiera. “Ricordo anche te nella preghiera”. Siam qui anche perché vogliamo ricordare una persona che ha voluto bene all’Oratorio, ha voluto bene alla sua famiglia, Maria Teresa, i suoi figli hanno frequentato questo posto, lo frequentano, così come il marito. Bello il fatto che anche molti amici hanno pensato di ricordarla e di far celebrare questa Santa Messa. Volentieri lo facciamo. Abbiam fatto anche un gesto in sua memoria, appunto perché conoscevamo la sua passione per l’educazione, per la crescita, per gli ambienti come questo: le tre piante nuove che abbiam messo nel parco giochi, e per noi la pianta che si semina indica qualcosa di importante, una vita che cresce, farà ombra, sarà segno di una vita che passa attraverso il progetto di Dio e della sua creazione e che manifesta la sua bellezza. Le tre piante che abbiam messo al parco, l’abbiam fatto in nome di Maria Teresa. Per cui ogni qual volta vedremo quelle tre piante ci verrà in mente.

Siam qui, ancora, per pregare per la nostra Chiesa: non so voi ma io che son prete, a volte non so da che parte sbattere la testa: non sappiamo più cosa fare e non basta avere gli ulivi belli, non basta avere tutto pulito, tutto ordinato. Anche se dedichiamo mille ore all’Oratorio, ed è bello averlo così, questo non basta, per cui vi dico mettiamoci in preghiera, chiediamo a Dio che apra una via, che ci aiuti in questo periodo dove io mi sento un po’ smarrito e vedo la riflessione sulla nostra pastorale ecclesiale un po’ smarrita. Tanto impegno, tanto faticare, tante energie, tanta progettazione, tanta passione… sembra quasi che il vento porti via tutto, sembra che serva a poco o per non dire a nulla. E ora non sto qua a citare i numeri e dire chi non vien più e chi viene ancora, ho fatto pace con i numeri. Avverto, però, una preoccupazione non tanto perché i numeri calino o crescano ma perché sembra che ci stiamo allontanando da Dio, almeno nelle nostre priorità. Sembra che stiamo perdendo quel che di più vero abbiamo, il nostro spirito, che va ravvivato, va sostenuto, va curato sicuramente più di tutte queste cose che per quanto possano essere belle e funzionali, non sono compensative della serenità di sentirsi amati. Se non si entra mai là dentro (indica la porta della chiesetta) allora è inutile. Lo dico spesso questo ai genitori quando facciamo gli incontri, ogni qual volta veniamo qua la prima cosa che dobbiamo fare, che diventa fortemente educativa, potentemente educativa, è entrare là dentro, salutare il Signore, ringraziarlo perché ci ha dato l’opportunità di vivere nella nostra comunità. Quando noi entriamo, dietro l’altare abbiamo una bellissima immagine di Maria. Gesù ce l’ha affidata come mamma, come colei che si prende cura di noi. É stato bello che quest’anno un gruppo di persone sia venuto qui a pregare il rosario durante il mese di maggio. Ci possono essere anche mille altre forme di preghiera: quando arriviamo qua vi auguro di fare una cosa prima di tutte: entrare là a salutare il Signore, sua madre che è nostra madre e sentirci fratelli e figli.

L’augurio che posso fare, il più bello, è questo: stasera ripartiamo dalla preghiera, tutto il resto viene dopo. Io son convinto che noi siamo bravi, che ce la caviamo anche in tante cose, che siam capaci a destreggiarci nelle diverse sfide che ci si presentano, ma dobbiamo ripartire della preghiera, altrimenti tutto comincerà e finirà con noi. E se tutto comincia e finisce con noi qual è il guaio? É che ogni volta devi ricominciare. E invece noi sappiamo che la vita la si è sempre imparata dagli altri, e se noi siam qui è perché qualcuno duemila anni fa ci ha raccontato quello che è accaduto e ha continuato a raccontarlo fino ad arrivare a noi. Ma se noi ci stacchiamo da questo circolo virtuoso, ogni volta bisognerà ricominciare da capo. Se ricominci da capo corri il rischio di perderai dei pezzi e ricomincerai a fare ancora la solita fatica, magari butterai via tante opportunità. Abbiamo una tradizione grande, una ricchezza grande, dalla quale partire: dalla preghiera.

Appuntamenti di preghiera | FO19

La Festa dell’Oratorio non è solo una settimana di divertimento. É una settimana nella quale vogliamo mostrare il nostro stile, lo stile dell’Oratorio, a tutta la comunità. Per questo abbiamo deciso di riproporre gli appuntamenti di preghiera quotidiani.

I due momenti forti saranno le due Sante Messe, lunedì 10 giugno alle ore 20:00 e domenica 16 giugno alle ore 10:30. Da martedì a sabato la preghiera si terrà nella chiesetta dell’Oratorio, così come l’adorazione notturna tra sabato e domenica.

Mandato ai ministri straordinari della Comunione Eucaristica

Il Mandato ai Ministri straordinari della Comunione eucaristica verrà conferito nella Celebrazione dell’Eucaristia di Domenica 24 febbraio alle ore 16.00 in Cattedrale a Brescia.
Si ricorda che potranno ricevere il Mandato i nuovi ministri che hanno partecipato al corso svoltosi nell’autunno scorso.

È buona cosa che anche coloro che hanno già ricevuto il mandato negli anni precedenti siano presenti per accogliere i nuovi Ministri Straordinari della Comunione Eucaristica, poiché la Chiesa manifesta il suo volto vero e completo quando è riunita intorno al suo pastore con tutti i ministri.

Chi è il “Ministro straordinario della comunione”

Tra le varie attività di volontariato che operano nel paese di Leno in ambito ecclesiale, vi è anche la figura del “Ministro straordinario della comunione eucaristica”.

Questo ministero è molto importante e forse non sempre riconosciuto nel suo valore, al di là della persona che lo esercita. Anticamente la parola “ministro” significava l’uomo a cui veniva assegnato un determinato compito da svolgere per il bene della comunità, oppure per altre persone alle quali rendere servigi. Col passare del tempo la parola “ministro” ha assunto poi un altro significato… nella categoria politica.

L’altra voce è “straordinario”, cioè al di fuori delle mansioni di tutti i giorni; mentre i presbiteri, sacerdoti, sono “ordinari” perché consacrati dal vescovo.

Ora che sappiamo il significato di Ministro Straordinario, vediamo cosa fa e qual è il suo compito nella comunità cristiana. Principalmente il suo incarico,come dice l’espressione, è portare la Comunione eucaristica, il Corpo di Cristo, a persone che, in qualche modo, non hanno la possibilità di recarsi in chiesa a causa delle condizioni fisiche o per malattia, ma che non vogliono rinunciare all’Eucarestia. Come si sa, il Ministro Straordinario della comunione eucaristica non sostituisce il sacerdote, è però un suo valido aiuto per arrivare là dove egli non può arrivare, anche a causa della scarsità di sacerdoti.

L’istituzione di questo servizio è di grande utilità per non privare del sacramento i fedeli che desiderano partecipare al “banchetto eucaristico”.

Come si arriva ad essere Ministro Straordinario?

Tramite la richiesta del Parroco, un buon comportamento da parte del chiamato e dopo partecipando ad un corso di preparazione per un’adeguata formazione. Terminato il percorso di preparazione, si riceve il mandato dal Vescovo che ha la durata di tre anni.

Con questo articolo vogliamo portare a conoscenza che i ministri delegati fanno del loro esercizio una carità cristiana volontaria come tante altre attività nell’ambito della comunità. Se li incontrassimo per strada, a piedi o in bici, potrebbero avere con sé il Corpo di Cristo da portare come sollievo a persone che ne hanno la necessità. Commuove la perseveranza degli ammalati nel partecipare alle celebrazioni attraverso la televisione o la radio e lo dicono pure… “go scultat la mésa a la televisiù e go dìt anche el rosàre”.

Chi volesse richiedere la presenza del sacerdote e poi del ministro straordinario per la comunione eucaristica può anche solo fare una telefonata in canonica oppure informare uno dei ministri straordinari.

Il servizio del ministro straordinario è fatto non a titolo personale, bensì a nome della comunità cristiana.

Livio e Andrea

Qui comincia l’avventura!

Quest’anno la Festa dell’Oratorio parte col botto! Lunedì 11 giugno sarà una giornata dedicata agli adolescenti.

Alle ore 20.00 si terrà la Santa Messa di apertura della Festa, un momento per sancire l’inizio ufficiale della festa dell’Oratorio 2018 nel quale sarà consegnato il mandato ai volontari della festa e sarà loro impartita una speciale benedizione per il lavoro che svolgeranno durante la settimana.

A seguire, alle ore 21.00, avrà luogo la presentazione di Summer on the ROAD, l’attività estiva indirizzata agli adolescenti. Durante la serata saranno consegnate le magliette ai ragazzi iscritti e saranno organizzati giochi per i ragazzi.

Non puoi mancare!

Lettera pastorale per l’anno 2013-2014

Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi (Gv 20,21)

Il rinnovamento della viva, feconda tradizione missionaria della Chiesa bresciana. Il rilancio delle missioni al popolo, attraverso un più diretto coinvolgimento del clero diocesano, dei diaconi e dei laici. La proposta di itinerari di tipo catecumenale nel tempo di Quaresima e Pasqua. L’attivazione di “gruppi di fedeli”, in prospettiva di “piccole comunità territoriali, che gravitano sul centro della parrocchia”, per dare continuità a quei cammini di fede e annuncio. Senza mai dimenticare “la testimonianza di vita delle persone, dei laici in particolare”. Nella Chiesa, certamente. Ma anche nella famiglia, nella società, nel lavoro, nella politica.

Ecco le vie che il vescovo di Brescia, Luciano Monari, addita alla diocesi nella nuova Lettera pastorale intitolata – dal Vangelo di Giovanni – Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi. Brescia è terra di missione.

 E la missione è il tema della quarta Lettera di Monari da vescovo di Brescia. Nei primi due capitoli il tema della missione è affrontato sul piano della riflessione biblico-teologica; nel terzo capitolo Monari offre alcune indicazioni per il cammino della diocesi. La conclusione è illuminata dall’”icona forse più significativa della missione”: il racconto, dal Vangelo di Luca, dell’incontro tra Maria ed Elisabetta.

Il primo capitolo: Gesù è mandato dal Padre. All’origine della missione di Gesù è l’amore “eterno e universale” di Dio per il mondo. Per “raggiungere tutti gli uomini di tutti i luoghi e di tutti i tempi”, però, Gesù ha bisogno di discepoli. La loro missione li chiama a essere testimoni di quell’amore con la parola, le opere, “tutta la vita”. Fino al dono della vita. Come accadde a san Massimiliano Maria Kolbe, alla cui vicenda Monari fa riferimento.

Il secondo capitolo: La Chiesa è mandata da Gesù. La sfida: come rendere credibile la testimonianza dell’amore di Dio e l’annuncio – decisivo – della Resurrezione di Gesù?

Monari risponde con gli Atti degli Apostoli (4,32-35): “La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola…”. E spiega: “L’amore fraterno e l’unità ecclesiale” sono quei “segni di credibilità” che “mostrano un’origine da Dio e quindi rendono testimonianza a Dio e alla missione di Gesù da parte di Dio.

Il vero problema – sottolinea Monari – è immaginare e cercare di realizzare forme diverse e molteplici di comunità che incarnino l’amore e l’unità”. Il vescovo non si sottrae. E suggerisce: partiamo dal matrimonio, l’unione di uomo e donna che “è in qualche modo il modello cui cercano di conformarsi le molteplici forme di incontro dei “diversi””. Da lì lo sguardo si allarga al rapporto genitori-figli, alla società, alle relazioni tra i popoli, alle sfide della giustizia e della pace: nell’appartenenza alla comunità cristiana il credente, trasformato, immette nei rapporti umani l’amore della Trinità.

Il terzo capitolo, La missione della Chiesa bresciana, pone la sfida di una “rigenerazione della consapevolezza missionaria” dentro lo scenario nuovo – caratterizzato dal pluralismo culturale e religioso – che anche Brescia vive. In questo scenario va superata la frattura tra fede e vita e annunciato l’amore di Dio ad ogni creatura. Ecco allora le indicazioni, come quella rivolta alle unità pastorali di svolgere, almeno ogni dieci anni, una missione popolare. Monari insiste su una testimonianza di vita capace di quella gioia e di quella libertà che mostra come – anche di fronte alle sfide del male e del dolore – la fede cristiana sa rendere più umana l’esistenza.

“Se vogliamo che la Chiesa sia missionaria, debbono diventare missionari tutti i credenti”. Anzitutto con la testimonianza di una vita trasformata dal Vangelo.