Settimana mariana nelle nostre comunità

1519 – 8 luglio – 2019

500 anni dell’apparizione della Madonna a Adro

In occasione della celebrazione del CINQUECENTENARIO della Apparizione della Vergine Maria ad Adro (1519 – 8 luglio – 2019), si è pensato di far conoscere ed amare maggiormente la devozione mariana nella realtà della Diocesi bresciana. Ci si è quindi determinati, da parte dei Padri Carmelitani Scalzi di Adro (custodi del Santuario da circa un centinaio di anni), di riprodurre in vetroresina l’originale della effigie della Vergine Maria e di concordare un percorso mariano con le parrocchie o le unità pastorali che ne avessero fatto richiesta. Tra le altre, anche la realtà di Leno, con le parrocchie di Castelletto, Milzanello, Porzano e la stessa parrocchia di Leno. Dal 31 maggio sino al 9 giugno, ogni giorno si è celebrata la Santa Messa con una riflessione mariana in compagnia della Madonna. Il bel concorso di popolo ha testimoniato la affettuosa e fedele attenzione che Le viene riservata.

La Madonna è apparsa al giovane pastorello Giovan Battista Baglioni (sordo muto dalla nascita, guarito prodigiosamente dalla Madonna), perché vuol dimostrarci che si sta prendendo cura di noi come il Signore Gesù Le ha raccomandato, ricordandoci che siamo nel mondo come pellegrini dell’Assoluto, destinati all’eternità. Per cui, il ritornare a frequentare la compagnia sacramentale del Signore, nella Confessione (la Vergine Maria dice di essere la Avvocata dei peccatori) e nella Eucaristia, come il decidere di non bestemmiare il nome di Dio, il compiere la scelta quotidiana di testimoniare con verità e fedeltà la fede cristiana, proporsi con umiltà e semplicità di cuore come collaboratori dell’opera di Dio … sono l’orientamento da seguire per rasserenarsi interiormente ed esperimentare la serenità sostanziale del cuore. Così, nel messaggio, che ha affidato al pastorello, si esprimeva:

Va a dire a quelli di Adro che dove tu mi vedi sia costruita una chiesa, che santifichino le feste: che non bestemmino più il nome santo di Dio e che si astengano dagli altri peccati. Se non mi ascolteranno, si aspettino grandi castighi. Se ti domandano chi ti ha parlato, di’ loro che è stata l’Avvocata dei peccatori.

Grato per la possibilità che mi è stata offerta di condividere volentieri un pensiero sulla Vergine Maria per nove giorni consecutivi, auguro che questo evento di grazia regali frutti abbondanti a tutta la comunità ecclesiale che l’ha accolta. Inoltre sono riconoscente di vero cuore a chi si è premurato di promuovere, organizzare, animare con passione, amore e dedizione questa significativa opportunità.

La Madonna della Neve di Adro vegli su tutti voi.

P. Stefano Pasini, Padre Carmelitano Scalzo

Pellegrinaggio alla Madonna della Spiga

Mercoledì primo maggio anche quest’anno si è rinnovata la tradizione del pellegrinaggio mariano a piedi per le famiglie. Ci siamo messi in cammino da Offlaga per un sentiero che a tratti ha costeggiato il fiume Mella per raggiungere il Santuario di Quinzanello, intitolato alla Beata Vergine Maria della Spiga. Lungo il tratto a piedi, e a più riprese con don Ciro e i bambini presenti abbiamo pregato il santo Rosario. Alle ore 11 circa abbiamo celebrato la S. Messa.

Toccante l’omelia di don Ciro, che ci ha presentato la Vergine Maria come la donna silenziosa e riflessiva, attenta e in ascolto della Parola. Terminata la celebrazione ci siamo recati presso l’oratorio per un momento conviviale. Anche don Davide e Monsignore ci hanno raggiunti per stare insieme e condividere con noi un pezzo di strada.

Ma è davvero particolare la storia di questo grazioso Santuario immerso nel verde della pianura: la tradizione narra che, nel tempo di una tremenda carestia, mentre il popolo moltiplicava preghiere, funzioni e processioni per ottenere il tempo propizio ad un buon raccolto, il 19 maggio di un anno imprecisato, un povero contandinello – muto dalla nascita – mentre se ne stava solo in un campo o, come è più probabile, nei pressi di una chiesetta, poi sostituita dall’attuale Santuario, vide appressarglisi una Signora riccamente vestita che teneva fra le mani alcune spighe di frumento già maturo.

Il povero muto riconobbe subito nella Signora la Vergine Maria e si prostrò a venerarla, ma subito la visione scomparve. Il giovinetto si precipitò di corsa in paese per annunciare ciò che gli era accaduto e poté farlo perché miracolosamente aveva avuto la parola. Né si accontentò di descrivere l’Apparizione, ma caldamente esortò i compaesani ad erigere sul posto un Santuario, ciò che avvenne il 14 Maggio 1546. 

500 anni della Apparizione della Madonna ad Adro

In occasione dei 500 anni della Apparizione della Madonna ad Adro i revv. padri Carmelitani hanno predisposto una statua identica all’originale e custodita presso il Santuario e che come “pellegrina” sta visitando molte comunità parrocchiali. Anche a noi pareva bello vivere un intenso momento mariano nelle nostre parrocchie, in questo anno di riscoperta della santità, avendo davanti a noi lei, Maria, la tutta santa.

1519 – 8 luglio – 2019

Preghiera per i 500 anni dell’Apparizione a Adro

Quanto sei bella, o Vergine Maria.
Quanto sei bella! Il tuo volto è pieno di bontà. Maria, tu che sei apparsa al piccolo Gian Battista con occhi di Paradiso;
Maria, tu che in questa terra hai mostrato l’immenso tesoro di misericordia di Dio;
Maria, tu punto d’arrivo del pensiero di Dio,
tu paradigma di ogni educazione,
tu riferimento di ogni genitore
nel crescere i propri figli in età, sapienza e grazia davanti a Dio e davanti agli uomini…
A te affidiamo in modo particolare
i bambini che non hanno salute, scuola, cibo e pace: aiutaci a condividere, aiutaci ad essere buoni e generosi. A te affidiamo chi è solo, anziano e ammalato.
A te affidiamo chi non conosce
la felicità nel cuore e nella vita.
In questo Santo Giubileo a cinquecento anni
dalla tua apparizione ad Adro per le tue preghiere e per la tua intercessione la benedizione di Dio scenda abbondante sulle nostre famiglie,
sulla nostra comunità e su tutto il mondo.
Amen.

Appuntamenti

Castelletto

Venerdì 31 maggio
Ore 20.00 S. Messa a comunità riunite con padre predicatore e processione a Squadretto
Sabato 1 giugno
Ore 18.30 S. Messa con padre predicatore
Domenica 2 giugno
Ore 10.00 S. Messa con padre predicatore

Milzanello

Lunedi 3 giugno
Ore 9.00 S. Rosario
Ore 20.30 S. Messa con padre predicatore
Martedì 4 giugno
Ore 9.00 S. Rosario
Ore 20.30 S. Messa con padre predicatore

Porzano presso la chiesa della Madonna della stalla

Mercoledì 5 giugno
Ore 10.00 S. Rosario e S. Messa
Ore 20.00 S. Rosario e S. Messa con padre predicatore
Giovedì 6 giugno
Ore 10.00 S. Rosario e S. Messa
Ore 20.00 S. Rosario e S. Messa con padre predicatore

Leno

Venerdì 7 giugno
Ore 8.00 S. Messa. Segue S. Rosario
Ore 9.30 S. Messa.
Ore 19.30 S. Rosario
Ore 20.30 S. Messa con padre predicatore Adorazione Eucaristica notturna fino alle ore 8.00
Sabato 8 giugno
Ore 8.00 S. Messa. Segue S. Rosario
Ore 9.30 S. Messa.
Ore 17.30 S. Rosario
Ore 18.30 S. Messa con padre Predicatore
Domenica 9 giugno
Ore 10.30 S. Messa conclusiva a comunità riunite presieduta da P. Gino Toppan, Priore del Carmelo di Adro.

Ricordi di un tempo: la festa della Madonna della Stalla

Tra i ricordi della mia mamma ho trovato questo articolo scritto da lei per il “corteass” che descrive la festa della Madonna della Stalla quando lei era giovane. Mi piace riproporla per ricordare ai giovani e ai meno giovani come era vissuta la giornata della festa della madonna della stalla tanti anni fa.

Rosalba Bulgari

La domenica seguente la data della apparizione della Madonna, il parroco don Pietro Salvati, avvisava tutte le famiglie perché potessero portecipare alla processione che si svolgeva dallo chiesa parrocchiale olla chiesetta della Madonna della Stalla. Si partiva tutti insieme a piedi dalla chiesa alle ore 9.00 e con canti, preghiere e rosario si arrivava alla meta.

Aprivano la processione le persone iscritte alla Associazione del Santissimo Sacramento con lo croce. Seguivano i bambini dell’asilo delle scuole elementari accompagnati dalle loro catechiste: Elena Filippini, Cecilia Forneri e la nipote di don Pietro, Lucrezia.

Giunti colà verso le ore 10.00 si celebrava l’Eucarestia all’interno della piccola chiesa e i numerosi fedeli stavano sotto il portico perché non vi era posto in chiesa. Infatti i banchi erano occupatati alle famiglie delle cascine che Iì abitavano e a volte dal proprietario dello cascina.

Tuttavia il parroco, per risolvere questo inconveniente, faceva l’omelia fuori sotto il portico raccontandoci sempre la storia della apparizione. Dopo la S. Messa si andava presso lo sorgiva (dove secondo la tradizione lo bambina miracolata raccolse l’acqua da portare ai suoi genitori) e là si beveva e la si prendeva nei fiaschi per portarla a cosa da usare quando si era ammalati in segno di fede.

Era una festa molto attesa per noi ragazze perché c’erano tre o quattro bancarelle onde poter acquistare delle piccole ciambelline o dello zucchero filato. Mi ricordo il mio papà Stefano che, pur essendo stretto di maniche, in quell’occasione non mi lasciava mai mancare lo zucchero filato. Si può dire che tutto il paese era presente con le loro famiglie.

Anche dalle zone limitrofe venivano per la celebrazione e la festa. Questo festa diventava anche l’occasione per gli adulti di parlare dei loro affari inerenti al bestiame e ai prodotti della terra.

Mi ricordo che dalla cascina Uggera fino alla chiesetta trovavamo addobbi e arcate con motivi floreali. Terminato il tutta bisognava tornare a casa per l’ora del pranzo: puntuali.

Alcuni, i più fortunati, vi ritornavano con i ‘taxi di allora’ carretti trascinati da cavalli, per tutti gli altri a piedi con passo veloce.

Rosina Cominelli

Prega con tutto il cuore e starai meglio

Numerose ricerche scientifiche hanno esaminato, negli ultimi anni, gli effetti della preghiera sulla salute. É stato dimostrato che la preghiera offre sostegno spirituale, trasmette al malato energie e conforto per affrontare meglio la malattia. Di recente, la rivista inglese British Medical Journal ha pubblicato i risultati di una ricerca dell’Università di Pavia secondo la quale la recita del rosario, producendo un abbassamento del ritmo respiratorio in coloro che lo recitano, ne abbassa la pressione arteriosa e ne migliora l’attività cardiaca.

Il beato Novarese è stato un maestro dell’orazione. Ha insegnato ai malati la pratica di una preghiera profonda e intensa: un cammino spirituale capace di far loro raggiungere lo spazi interiore nel quale il Signore è presente dentro di noi. “Se uno mi ama osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Giovanni 14,23). Dio “dimora” dentro di noi in uno spazio di silenzio che Novarese, nelle Meditazioni Spirituali, definisce la “tenda interiore”. É qui che incontriamo il Signore.

E tuttavia, per sentirlo realmente presente, dobbiamo imparare a prendere le distanze dal nostro io, a superare l’egoismo e fuggire il peccato. “Se non si lavora dentro se stessi niente costruisce il silenzio dentro di noi. Nella tenda interiore – scrive Novarese – si svolge il lavoro di officina, di limatura, per far scomparire gli angoli, per smussare, arrotondare, fare in modo che l’azione somigli sempre più a Gesù”. E’ Così che il malato conosce la propria profondità. E inizia un cammino che è, nello stesso temo, preghiera ed esperienza spirituale.

Nella preghiera egli esprime l’amore per il Signore, nell’esercizio spirituale che lo coinvolge nella sua totalità di persona formata da corpo e spirito, impara a fare dentro di sé il vuoto dell’io per fare spazio a lui. Un insegnamento potente che ha cambiato la ita di migliaia di infermi rendendoli capaci di sorridere e offrire amore anche nella malattia.

(Mauro A. un ammalato)

La Corona del Rosario

Il Rosario è la forma di preghiera prediletta dalla Madonna, ed è il mezzo che porta Dio nei cuori delle persone e le persone a Dio! Insomma, il Rosario è un grande gesto d’amore, che possiamo fare per dire alla Madonna che le vogliamo bene e per domandare a Lei ogni cosa.

Se domandiamo aiuto con un cuore gentile, Lei non potrà far altro che ascoltarci e intercedere per noi presso Gesù. La Madonna è apparsa a Lourdes recitando la corona con la piccola Bernadette Soubirous. A Fatima, a Lucia, Francesco e Giacinta per ben 6 volte ha raccomandato la recita del Santo Rosario, spiegando quanto è importante per l’umanità.

La Madonna è la via più sicura per arrivare a Gesù, per questo motivo, caro amico, raccomando vivamente la recita del Santo Rosario. Non stancarti di dire ogni giorno tante Ave Maria, per te, per i tuoi cari, e anche per chi non conosci…

Pregando la Madonna di Fatima

Anche la nostra Diocesi avrà l’onore di ospitare la statua di Maria, dal 6 al 20 maggio, periodo in cui la stessa si troverà, dapprima nella parrocchia di San Bartolomeo Apostolo, a Castenedolo e, successivamente, nella parrocchia di San Giovanni Bosco a Capodimonte, frazione castenedolese, entrambe guidate da don Tino Decca

Lo scorso 7 aprile, un primo saluto in Terra italiana, con una solenne concelebrazione nella Diocesi di Sabina-Poggio Mirteto, ha dato il via al nuovo viaggio della statua della Madonna Pellegrina di Fatima, nell’ambito delle celebrazioni per il centenario delle Apparizioni della Vergine Maria, vissute nel corso del 2017, ma che si protraggono tuttavia anche quest’anno, in preparazione al Sinodo dei Vescovi per i giovani. Di settimana in settimana, la sacra immagine toccherà svariate Diocesi e Parrocchie italiane, prima di concludere il suo itinerario il 29 luglio a Roma. Anche la nostra Diocesi avrà l’onore di ospitare la statua di Maria, dal 6 al 20 maggio, periodo in cui la stessa si troverà, dapprima nella parrocchia di San Bartolomeo Apostolo, a Castenedolo e, successivamente, nella parrocchia di San Giovanni Bosco a Capodimonte, frazione castenedolese, entrambe guidate da don Tino Decca. L’arrivo della Madonna Pellegrina, che giungerà nella frazione di Macina in elicottero, è previsto per le 17 di domenica 6 maggio: dopo il saluto delle autorità, una processione e una solenne celebrazione eucaristica, l’emblema si sposterà a Castenedolo dove verrà intronizzata, salvo poi essere trasferita a Capodimonte nel tardo pomeriggio di domenica 13 maggio, anniversario delle Apparizioni. Giovedì 10 maggio, il vescovo Pierantonio celebrerà, a S. Bartolomeo, alle 20.30.

Ricchissimo il programma di questo importante evento: ogni giornata verrà dedicata a uno specifico gruppo parrocchiale e si susseguiranno celebrazioni eucaristiche, recita delle Lodi e del S. Rosario, pellegrinaggi locali, processioni, preghiere. Era il 13 maggio 1917 quando Lucia dos Santos e i fratellini Francisco e Jacinta Marto videro “una Signora Splendente” che avrebbe cambiato la loro vita e segnato per sempre il Novecento e i secoli futuri. All’epoca dei fatti, il Portogallo stava attraversando una grave crisi economica e sociale. Qualche anno prima la nazione era scesa in guerra; l’incapacità del Governo, aveva impoverito lo Stato, mentre gli operai, disoccupati, morivano di fame nei sobborghi delle grandi città. Fatima era un piccolo paese del Portogallo centrale, dove si trovavano qualche dozzina di case, raccolte attorno a chiesa e cimitero. I tre piccoli pastorelli nacquero e vissero in una frazione del paesino ed ebbero la Grazia di vedere la Vergine Maria, nel suo Splendore, all’interno di una grande spianata verde a forma di anfiteatro chiamata “Cova da Iria”, laddove oggi sorge la Basilica di Fatima, meta di pellegrinaggio incessante. Precedute, tempo prima, da tre visioni di un Angelo, le Apparizioni della Madonna ai tre bambini, furono sei, in tutto, e avvennero con scadenza pressoché regolare, ogni 13 del mese, eccezion fatta per agosto, mese in cui la Vergine apparve loro alcuni giorni più tardi. Durante le apparizioni, Maria chiese ai tre pastorelli di recitare regolarmente il Santo Rosario e svelò loro tre segreti, l’ultimo dei quali rimase tale fino all’anno 2000. Il 13 ottobre 1930 il vescovo di Leiria dichiarò “degne di fede”, le visioni dei piccoli e autorizzò così il culto alla Madonna di Fatima. La causa di beatificazione dei fratelli Marto si aprì nel 1952: Francisco e Jacinta vennero beatificati nel 2000 e canonizzati lo scorso anno. La causa di beatificazione di suor Lucia, scomparsa nel 2005, si è aperta invece nel 2008.

Ognuno di noi non può che appoggiarsi sull’aiuto del suo prossimo

Omelia del Vescovo Pierantonio Tremolada nella solennità dell’Immacolata Concezione – Celebrazione dei ceri e delle Rose. Domenica 08 dicembre 2017

Nella solennità della Immacolata Concezione si celebra in questa Chiesa di san Francesco il rito tradizionale e solenne della consegna dei ceri e delle rose: dei ceri al vescovo da parte dell’amministrazione comunale e delle rose agli amministratori della città da parte del vescovo. Un gesto suggestivo, che esprime l’intento di una alleanza, reciprocamente rispettosa, a favore della città di Brescia. È per me l’occasione per esprimere anzitutto, a nome mio personale e dell’intera diocesi bresciana, l’alta considerazione e la stima per le istituzioni civili di questa città e della sua provincia. È giusto essere consapevoli del prezioso servizio che molte persone svolgono a favore di tutti nei vari ambiti di una amministrazione comunale e provinciale, ed è doveroso esprimere gratitudine per l’impegno e la dedizione di quanti ogni giorno, spesso nel nascondimento e senza clamore, contribuiscono a rendere più bella e più efficiente la nostra città e il suo territorio circostante.

È consuetudine che il vescovo rivolga in questa circostanza una parola alla città e in particolare ai responsabili del suo governo. Come ben sapete, io sono giunto qui da poco e le mie sono soltanto prime impressioni. Sento l’esigenza di lasciarle sedimentare e maturare. Non mi sento in grado di offrire un contributo di riflessione che risulti adeguato alla situazione. Vorrei piuttosto condividere – per così dire – la mia visione della città: che cosa cioè desidererei che fosse, o che fosse sempre di più.

Partirei dal gesto stesso che stiamo per compiere, poiché mi è sembrato da subito molto suggestivo. Mi riferisco in particolare alla consegna delle rose da parte della Chiesa diocesana all’autorità civile. La rosa è un fiore dall’alto valore simbolico. Sono molti i significati che essa assume nel momento in cui viene offerta. Credo che in questa circostanza se ne debba richiamare uno in particolare, che è legato a una caratteristica tipica di questo fiore. La rosa, come si sa, riunisce insieme i petali in un modo diverso dalla maggioranza degli altri fiori. Lo fa ma non affiancandoli l’uno all’altro, bensì sovrapponendoli in modo del tutto singolare, creando una composizione decisamente attraente. E questo può richiamare bene la dimensione sociale del vivere umano. Già Dante lo aveva intuito, quando nella Divina Commedia aveva presentato la comunità dei santi così: “In forma dunque di candida rosa / mi si mostrava la milizia santa / che nel suo sangue Cristo fece sposa” (Paradiso, XXXI, 1-3). La comunione dei redenti, abbracciata dal poeta in un unico sguardo, gli appare come una mistica rosa, socialità composita eppur unita, ordinata e vivace. Una realtà affascinante nella sua bellezza, frutto della misericordiosa azione di Dio dentro la storia degli uomini. Una realtà simile, nella sostanza, a quella della Beata Vergine Maria Immacolata, lei stessa riflesso dello splendore divino rivelato nella storia umana, l’Immacolata Concezione che oggi onoriamo e che la tradizione cristiana volentieri invoca anche con il titolo di “rosa mistica”.

Il concetto di armonia del molteplice è insito nel termine stesso di città, che giunge alla nostra lingua e cultura dalla tradizione greca e latina. Questa duplice tradizione associa la città alla convivenza civile, considerandola la forma naturale della vita sociale umana. Non dunque semplice aggregazione, ma socialità ordinata e ben composta, tesa a consentire a tutti l’esperienza di quella vita propria degli uomini che è per sua natura relazionale. Già Aristotele affermava: “L’uomo è un essere politico, fatto per vivere in una città”. L’aggettivo politico – come sappiamo – deriva infatti dal termine greco polis, che indica una socialità non caotica e conflittuale ma ordinata e pacifica. Il termine latino civitas esprime lo stesso pensiero. E non è una caso che da questo derivino due termini italiani tra loro affini per significato: quello di città e di civiltà. Mi sono sempre chiesto quale fosse la differenza tra una società e una civiltà e mi sono convinto che essa consiste nella forma che la socialità viene ad assumere. Non tutte le società sono civiltà. Lo sono soltanto quelle che meritano di essere ricordate. E una socialità merita di essere ricordata quando dimostra di aver corrisposto alle attese di vita degli uomini e delle donne che ne hanno fatto parte.

Uno stile di civiltà, cioè uno stile civile: ecco ciò che viene richiesto ad ogni città per essere degna di questo nome. C’è infatti una dimensione di mistero insita in ogni città, a cui rimanda il suo stesso nome. Ce lo insegna l’esperienza, quando attesta che i cittadini sono normalmente affezionati alla loro città e, pur consapevoli di imperfezioni e limiti, si sentono fieri di appartenervi. Ma proprio questo è il punto: a che cosa pensano quando si comportano così, quando per esempio un uomo o una donna dicono con un certo orgoglio: “Io sono di Brescia!”. Verso quale realtà indirizzano il loro sentimento di affetto e di compiacimento? La risposta credo non vada cercata nelle mappe geografiche e nemmeno nelle guide turistiche. Occorre salire più in alto e avere il coraggio di affermare che ogni città ha un’anima. Lo dice bene uno dei più grandi sindaci della storia italiana, quando scrive. “Le città hanno una loro vita e un loro essere autonomo, misterioso e profondo: esse hanno un loro volto caratteristico, per così dire una loro anima e un loro destino: esse non sono occasionali mucchi di pietre, ma sono misteriose abitazioni di Dio”. Sono parole di Giorgio La Pira (G. La Pira, Le città sono vive, La Scuola, Brescia, 1978, 27).

La città va dunque guardata anzitutto con simpatia e con affetto. È l’ambiente con il quale entriamo in contatto non semplicemente dall’esterno, ma anche e soprattutto dall’interno. Occorre che nel rapporto che lega i cittadini alla loro città intervenga il cuore, perché la città domanda di essere amata e ripaga generosamente chi la ama. Ciò avviene in forza della sua stessa natura e finalità, cioè a partire dalla ragione che ha condotto gli uomini a costituirla. Già ce lo hanno ricordato le antiche parole che la designano nelle tradizione greca e latina. Mi permetto qui di aggiungere qualche pensiero che reputo prezioso e che ricavo dalla Bibbia, il testo che la Chiesa custodisce e venera come Parola di Dio per la vita degli uomini.

La Bibbia ci racconta che il primo costruttore di città fu Caino, l’uomo che per primo si macchiò dell’omicidio del proprio fratello (cfr. Gen 4,17). La cosa ci stupisce e potrebbe indurci a pensare che la città vada considerata una realtà negativa. Non è così. Da una lettura attenta del capitolo quarto del Libro della Genesi, si ricava chiaramente l’idea che secondo la Bibbia la città non nasce sotto il segno della maledizione che ha colpito Caino, ma piuttosto dal bisogno di contrastare l’esperienza della maledizione con la potenza della benedizione di Dio. Alla base della città sta l’esperienza della potenza vittoriosa della vita e della misericordia di Dio, di cui Caino fa esperienza dopo la sua terribile colpa. La costruzione della città dà compimento al desiderio di Caino e dei suoi discendenti di trovare pace dopo la tragedia del suo peccato, di vivere la relazionalità umana nella forma della socialità ordinata, capace di contrastare la violenza omicida e il senso di paura e di estraneità che Caino per primo ha sperimentato. La città sorge dunque da un’intuizione del cuore ferito di Caino, per vincere la solitudine, per dare compimento al bisogno di relazione contro la paura dell’altro, avendo ormai chiara la coscienza di essere costantemente esposti al rischio della violenza. Il bisogno di cittadinanza è così risposta al desiderio di avere una patria, di sentirsi al sicuro, di sentirsi a casa, di sentirsi parte di un popolo. La socialità così intesa domanda all’uomo di impegnarsi in una vera e propria organizzazione del vissuto relazionale e fa dell’uomo un collaboratore di Dio. Senza questa azione ordinatrice tutto sarebbe infatti in preda al caos, alla convulsa violenza a cui è esposto il cuore umano.

Trattandosi della socialità al suo più alto livello, tale opera di organizzazione assume poi una forma molo precisa, che potremo e dovremo chiamare “istituzionale”. Ecco dunque comparire le istituzioni, di cui la socialità umana ha bisogno per dare a se stessa la forma adeguata al suo livello più alto e più ampio. La società infatti non è la famiglia, non è il clan, non è la tribù, non è il club, non è il gruppo degli amici. La società ha grandi dimensioni e ampi orizzonti: si potrà dunque dire che la socialità umana prende la sua forma adeguata di società e civiltà quando si struttura istituzionalmente come città.

Dal racconto biblico di Noè ricaviamo un’altra caratteristica essenziale della città, che ci porta a riconoscerla come l’ambito nel quale si vive l’unità nella differenza. La “tavola dei popoli”, cioè l’insieme ordinato delle etnie, delle culture e delle lingue, è l’umanità che sorge dall’alleanza di Dio sancita dopo il diluvio (cfr. Gen 10,1-32). L’arcobaleno, uno nei suoi diversi colori, è il segno di questa alleanza di Dio con l’umanità ormai molteplice (cfr. Gen 9,12-17). L’armonia che la contraddistingue e di cui il Creatore si fa insieme garante e promotore è la pace, di cui parleranno spesso anche i profeti (cfr. Is 9.11). All’opposto abbiamo i due estremi del conflitto endemico, segno di una latitanza di governo, o dell’omologazione forzata, tipica dei totalitarismi, cui allude chiaramente il racconto di Babele e della sua torre (cfr. Gen 11). Questo dunque, secondo la Bibbia, il destino e il compito degli uomini e delle donne in ordine alla socialità iscritto nell’opera del Creatore: costruire la convivenza civile nella forma di una alleanza di pace: non la discriminazione, non il razzismo, non la segregazione non la ghettizzazione; ma neppure la semplice convivenza o tolleranza. Piuttosto, la reciproca accoglienza e fermentazione (C. M. Martini), la convivialità delle differenze (T. Bello), una interazione sapiente e paziente, amorevole e costruttiva tra identità che si rispettano e si apprezzano e proprio per questo anche si correggono a vicenda. Per realizzare questo occorrerà da parte di tutti tanta umiltà, tanta onestà e tanta pazienza.

Mi permetto a questo punto, pensando al bene della città e in particolare di questa città di Brescia, di segnalare due atteggiamenti e modi pensare che reputo molto pericolosi e altri due che invece mi sembrano decisamente costruttivi. I primi due, da contrastare, sono l’illusione di bastare a se stessi e l’errore di ricercare in modo esclusivo il benessere privato; gli altri due, da sostenere, sono la decisione di vivere tutto in atteggiamento di servizio e la scelta di prendersi sempre cura del più debole.

Ritenere che si possa contare esclusivamente su di sé, puntando a non aver mai bisogno degli altri è una sorta di menzogna esistenziale di cui troppo spesso le persone cadono vittime. Non ci si rende conto che dal primo momento della nostra esistenza fino all’ultimo, anzi in modo ancor più evidente agli estremi della nostra vita, ognuno di noi non può che appoggiarsi sull’aiuto del suo prossimo. Se non si riconosce con gratitudine e con fiducia la dimensione sociale della nostra vita e si punta tutto sulla propria autonomia, si sarà obbligati a farlo con paura e con rabbia e forse non si sarà più in grado di accettarlo.

Quanto alla ricerca esclusiva del benessere privato, essa appare il vero nemico da combattere in difesa di un’autentica socialità. Non esiste città là dove ognuno pensa solo a se stesso e guarda tutto in funzione del proprio interesse. Si deve inoltre constatare che spesso un simile atteggiamento è connesso a un modo molto discutibile di intendere i diritti. Lo ha ben segnalato papa Francesco nel suo discorso al parlamento europeo del novembre 2014: “Al concetto di diritto – egli diceva – non sembra più associato quello altrettanto essenziale e complementare di dovere, così che si finisce per affermare i diritti del singolo senza tenere conto che ogni essere umano è legato a un contesto sociale, in cui i suoi diritti e doveri sono connessi a quelli degli altri e al bene comune della società stessa. Ritengo perciò che sia quanto mai vitale approfondire oggi una cultura dei diritti umani che possa sapientemente legare la dimensione individuale, o, meglio, personale, a quella del bene comune”. Considero queste parole decisamente illuminanti.

La città troverà invece veri amici e sostenitori in coloro che sceglieranno di operare sempre in una logica di servizio, facendo del bene comune il costante obiettivo delle proprie azioni. Contribuire al bene di tutti sentendosi parte di una città significa di fatto assumere un comportamento decisamente e consapevolmente costruttivo, trasformando ogni azione in un’occasione di bene, oltre ogni logica di convenienza: questo appunto significa servire. Lo si potrà fare nella forma del volontariato, ma anche nell’esercizio accurato e generoso della propria professione e soprattutto svolgendo così il proprio compito all’interno delle istituzioni civili.

Da ultimo, la cura per i più deboli. Ritengo sia questo un indicatore privilegiato di civiltà. Penso al bel saluto che ci si scambia nello scoutismo, mettendo il dito più piccolo sotto la protezione di quello più forte e disponendo gli altri tre a forma di corona. Questa è la regola sovrana di una società che merita di essere ricordata in futuro come esemplare. La legge del più forte è la legge della giungla; la legge della città degli uomini è quella della difesa del più debole da parte del più forte, della cura dei più fragili da parte di tutti. Ognuno di noi è in grado di dare a questa debolezza e fragilità contorni molto chiari, quando richiama alla mente volti ben precisi che in questo stesso momento si trovano in situazione di disagio, di fatica e di sofferenza.

Si ritorna all’anima della città. Ciò che di una città non si vede è ciò che più vale. È ciò che attira il sentimento del cuore e fa dei cittadini degli estimatori affezionati. È ciò che trova poi espressione nella sua buona fama. La città di Brescia è certo costituita dalle sue case, dalle sue piazze, dalle sue strade, dai suoi monumenti civili e religiosi, dai suoi teatri, dai suoi uffici e dai suoi negozi. Tutto questo è ciò che di essa si vede. Sarà doveroso conservarlo al meglio. Ciò che non si vede direttamente è invece la sua civiltà, la forma altamente umana della sua socialità, il modo esemplare di vivere dei suoi cittadini, il loro sentirsi accomunati da un unico destino, il loro ricercare e costruire insieme, con onestà e intelligenza, il bene comune.

Auguro a questa città, che è ormai diventata anche la mia e a cui mi onoro di appartenere, di crescere sempre più in questo senso civico, che è anzitutto rispetto e amore per l’anima di questa città, consapevolezza del valore della sua storia e della sua tradizione, capacità di coniugare il diritto del singolo con il bene di tutti, collaborazione attiva in vista della sua sempre migliore convivenza armonica.

Auguro che queste rose offerte siano davvero il simbolo di una convivialità armonica, coraggiosamente perseguita a favore della nostra città, assicurando in particolare a tutti coloro che hanno la responsabilità di governarla e amministrarla il sostegno leale della Chiesa e la sua costante preghiera.

Presentazione dei restauri del Santuario di S. Maria delle Grazie

Il restauro del Santuario, il cantiere pilota in Basilica

Martedì 5 dicembre alle ore 17.30 presso la Basilica delle Grazie (Via delle Grazie, 13 Brescia) si terrà la presentazione del restauro del Santuario e del cantiere pilota in Basilica.

Presentano
Arch. Paola Dioni
Arch. Beniamino Dioni

Salutano
Mons. Mario Piccinelli – Rettore Santuario
Mons. Federico Pellegrini – Direttore Ufficio Beni Culturali Diocesi di Brescia

Introduce
Arch. Marco Fasser – Funzionario responsabile Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Bergamo e Brescia

Intervengono
Dott. Valerio Terraroli – Professore di Museologia e Critica Artistica e del Restauro presso l’Università di Verona: “Antonio Tagliaferri tra restauro e reinvenzione dell’antico”
Ing. Sandro Guerrini – Storico dell’arte: “Santa Maria delle Grazie: ricordi fiorentini in un’architettura bresciana del Cinquecento”

Illustrano le ricerche, le indagini e i restauri
Corrado Pasotti
Monica Abeni
Massimiliano Lombardi
(Restauratori)

a seguire visita in Santuario e Basilica

Il Maestro è un amico autorevole

Omelia del Vescovo Pierantonio Tremolada nella S. Messa al Santuario delle Grazie. Domenica 29 ottobre 2017

Con profonda gioia e non senza emozione celebro con voi questa Eucaristia qui, nel santuario della Madonna delle Grazie, a poche settimane dal mio ingresso in diocesi. È questo un luogo assolutamente singolare e direi unico, tanto caro alla città di Brescia e a tutta la diocesi. Gioiello d’arte e insieme casa di preghiera, meta della devozione sincera di tanti uomini e donne che continuano ad affidarsi all’intercessione materna di Maria. A lei vorrei qui affidare anche il cammino della nostra diocesi nei prossimi anni e il mio personale ministero di vescovo.

Vorrei farlo tuttavia con un pensiero rivolto al beato Paolo VI, il grande papa bresciano per il quale ho sempre nutrito grande stima e devozione. Qui a fianco, nella casa paterna, egli ha vissuto la sua infanzia; qui ha celebrato la sua prima santa Messa; qui è conservata la reliquia che ricorda un episodio cruento del suo pontificato. Per tutti noi, per voi e per me, questa diventa così l’occasione per tornare a stupirci davanti alla potente testimonianza di questo grande protagonista della storia del secolo scorso, storia della Chiesa ma non solo, e per lasciarci guidare da lui a domandare a Maria ciò che riteniamo prezioso per il nostro cammino di Chiesa nel prossimo futuro.

La Parola di Dio, con la pagina del Vangelo di Matteo che è stata proclamata, ci presenta la figura di Gesù nell’atto di esercitare il suo compito di maestro. Uno dei dottori della legge, esperto della ricca tradizione mosaica, osa porre a Gesù la domanda considerata cruciale dagli Scribi e dai Farisei. Dice dunque a Gesù: “Maestro, qual è il comandamento della legge che dobbiamo considerare più grande?”. Come a dire: dei dieci comandamenti e delle centinaia di precetti che la nostra tradizione ha formulato, quale a tuo giudizio va considerato il primo? In altre parole: che cosa Dio vuole che facciamo assolutamente? Cosa si aspetta anzitutto da noi? La risposta di Gesù è immediata e molto precisa: “Il comandamento più grande e in assoluto primo rispetto a tutto è questo: amare Dio nello slancio del cuore, nel totale coinvolgimento di tutte le facoltà e con la piena adesione della propria intelligenza”. “Ma subito dopo – aggiunge Gesù – ne viene un secondo, che gli assomiglia molto: amare il prossimo come se stessi”. Ciò che accumuna i due comandamenti e li rende simili e inseparabili è il verbo amare. Tutta la legge, dunque, si riassume – secondo Gesù – nel comando di amare Dio e il prossimo, nell’esortazione a diventare capaci di farlo. Quanto qui non è detto, ma in altre pagine dei Vangeli è chiarissimo, è che questo amore deriva direttamente da Dio ed è partecipazione all’amore suo. “Chiunque ama – scrive san Giovanni nella sua prima lettera – è stato generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore” (1Gv 4,7-8). Questo dunque insegna il maestro Gesù a colui che ha voluto interrogarlo.

Maestro: così molti amavano chiamare Gesù quando lo incontravano. I Vangeli ce lo testimoniano. Ed egli non ha mai rifiutato questa definizione. Era ben consapevole che l’insegnamento rientrava nella sua missione di salvezza a favore dell’umanità. Certo egli è molto di più di un maestro ma indubbiamente è anche questo. Come tale, egli ha offerto alla sua Chiesa e alle generazioni di ogni tempo il suo straordinario insegnamento, nel quale è risuonata e continua a risuonare la sua parola autorevole, la sua voce amorevole, la sua sapienza illuminante, la sua forza incoraggiante. Sono queste le caratteristiche del vero maestro, che le grandi folle riconoscevano a Gesù, affascinate dal suo modo di parlare.

Sono convinto che nella luce di questo magistero supremo del Signore Gesù si debba guardare alla figura di Paolo VI, per coglierne una delle sue caratteristiche essenziali. Egli è stato davvero un grande maestro: un uomo che ha insegnato e che ha fatto scuola. La sua parola è stata capace – e lo è tuttora – di far percepire la potenza e la bellezza del Vangelo. Dotato di una intelligenza penetrante, di una forte sensibilità, di un appassionato desiderio di sapere e di capire, che lo spingeva con naturalezza ad aprirsi ad ogni forma di cultura, egli ha reso moderno e attuale ciò che è eterno, ha dato voce umana alla Parola di Dio.

Lo ha fatto attraverso un pensiero acuto e un linguaggio efficace, i cui frutti sono in particolare i grandi documenti del Concilio, che portano la sua impronta, e le encicliche che egli scrisse successivamente. Sappiamo bene cosa dichiarò papa Francesco presentando la sua Evangelii Guardium: disse che si ispirava totalmente all’Evangelli Nuntiandi di Paolo VI, da lui venerato come maestro ed esempio di vita.

Lo ha fatto, ancora, attraverso gesti che hanno segnato la storia del pontificato: egli è stato il primo papa dopo san Pietro a tornare in Terra Santa, il primo a deporre la tiara, a varcare la soglia dell’ONU, ad abolire la corte pontificia, a distinguere in un documento di rilievo teologico tra ateismo e atei.

Lo ha fatto, infine, attraverso lo stile del dialogo, per lui connaturale e sentito come doveroso. “Bisogna farsi fratelli degli uomini – diceva – nell’atto stesso in cui vogliamo essere loro pastori e padri e maestri”. “Il clima del dialogo – aggiungeva – è l’amicizia, anzi il servizio”. Dal desiderio del dialogo derivava poi l’amore per la cultura, che Paolo VI intendeva come umile e disinteressata ricerca della verità. Quella verità che “per delicata e complessa che sia – diceva – dovrebbe saper raggiungere formulazione così felice da rendersi in qualche modo intuitiva e affascinante”. Questo è in effetti lo scopo della cultura: rendere amabile e attraente la verità. Per papa Montini, cultura era sinonimo di sapienza: un conoscere che illumina il vivere.

Profondità di pensiero, ampiezza di vedute, naturale predisposizione al confronto, gusto per la riflessione pacata, grande padronanza del linguaggio: queste le caratteristiche di questo pontefice che è stato maestro nella Chiesa e di cui questa sua terra deve andare fiera. Eppure fu lui a dichiarare una volta che “l’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri”. Come a dire che il suo primo desiderio era quello di essere non un maestro ma un testimone. E in effetti, quando l’essenza dell’insegnamento è quella svelata da Gesù nel dialogo con il dottore della legge, non può essere che così. Dell’amore, l’amore totale per Dio e l’amore del prossimo come se stessi, non si disquisisce o semplicemente si ragiona: l’amore si vive e solo con la vita lo si dimostra. Perciò, questo occorrerà ricercare nella vita e nel ministero di Paolo VI: una testimonianza di amore. Ma certo, facendolo, non si resterà delusi. Il papa del Concilio – spesso dipinto come piuttosto freddo e poco incline alla manifestazione dei sentimenti – è stato invece un uomo di grande cuore, che sapeva dimostrare un affetto sincero e intenso, nelle forme discrete del suo carattere. Abituato fin da giovane a frequentare luoghi di pensiero e stanze di rappresentanza, egli aveva conservato lo spirito semplice e mite dell’uomo di fede, che, sentendosi amato dal suo Signore, nulla cercava per sé. Il suo era uno sguardo intenso e buono, che, insieme con le sue mani, si protendeva con una vera passione d’amore verso le grandi folle che lo salutavano: molte delle innumerevoli fotografie che abbiamo di lui, ce lo rappresentano proprio così. Il suo amore sincero per tutti nel nome di Cristo lo rendeva estremamente severo con se stesso: egli non voleva che la sua persona prendesse il posto del Signore nel cuore dei cristiani. Questo suo scrupolo, insieme con la riservatezza del suo carattere, fu purtroppo interpretato da alcuni come aristocratico distacco dall’umile gente del popolo di Dio,

Possiamo allora, a questo punto chiudere il cerchio e dire che Paolo VI fu davvero quanto desiderava essere, cioè un testimone di Cristo, ma lo fu essendo nel contempo anche un vero maestro. Il maestro, infatti, non è un erudito e neppure semplicemente un esperto della materia che insegna. Il maestro è un amico autorevole, qualcuno a cui si guarda con profonda stima ma anche con affetto, al quale si è riconoscenti per ciò che si è ricevuto. Maestro è una persona la cui presenza è divenuta cara per i suo sguardo amorevole, la sua cura costante, la sua limpida intenzione di bene, la sua generosa dedizione; in una parola, una persona che ci ama e che amiamo. Così, un testimone dell’amore di Dio e del prossimo può essere anche un maestro, un uomo che anche attraverso il suo insegnamento fa percepire l’amore di Dio e l’amore per Dio, mentre diffonde l’amore per il prossimo. Il grande papa di cui ci onoriamo di essere concittadini e condiocesani aveva queste caratteristiche.

Che cosa dunque chiederemo alla Beata Vergine Maria, in questa suo santuario che custodisce la reliquia di Paolo VI? Chiederemo di saper imitare la limpida testimonianza d’amore del papa che qui è nato ed è cresciuto e di raccogliere l’eredità del suo autorevole insegnamento. Chiederemo poi di saper amare come lui, unificando cuore, anima e intelligenza nello slancio appassionato di una fede sapientemente operosa. Chiederemo, infine, di saper leggere come lui i segni dei tempi, offrendo così un insegnamento autorevole e consolante, che sia luce per ogni uomo di buona volontà. È quanto anch’io vorrei chiedere per me e per voi, pensando al cammino che abbiamo davanti.

Mi conforta molto pensare che colui del quale conserviamo le reliquie in questo luogo dedicato alla santa Madre di Dio e tanto caro a questa città, è ormai nostro amico e intercessore. Egli, nei cieli, è beato tra i beati, nell’attesa nostra, molto viva, di proclamarlo santo tra i santi. Per mezzo di lui, in comunione con Cristo e nella potenza dello Spirito santo, salga al Padre la lode e la gloria, per tutti i secoli dei secoli. Amen

Pellegrinaggio in Polonia 2017

Nei giorni dal 20 al 24 Agosto 2017 con un gruppo di una ventina di persone, per la maggior parte provenienti dalla nostra parrocchia, ci siamo recati in Polonia (in polacco Polska) per vivere un pellegrinaggio nella terra di S. Giovanni Paolo II.

Il primo giorno, sotto una pioggia battente, abbiamo visitato Varsavia la cui parte “vecchia” è stata fedelmente ricostruita dopo la seconda guerra mondiale. È una città immersa nel verde con strade ampie ed ordinate; gli abitanti sono molto fedeli alla loro nazione infatti parlano esclusivamente il polacco. Per noi italiani è stata un’impresa capire e farsi capire! Successivamente abbiamo visitato il Santuario della Madonna Nera a Czestokowa, risparmiato dai bombardamenti della guerra proprio per grazia della Madonna, è meta di tantissimi pellegrini, persino dagli stessi polacchi che ne nutrono una forte devozione. La visita ad Auschwitz e Birkenau non ci ha fatti rimanere indifferenti… abbiamo visitato questi due campi di concentramento luoghi di morte e torture per milioni di persone prima e durante la seconda guerra mondiale; il museo del Martirologio è infatti stato allestito per non dimenticare. Il muro delle fucilazioni è stata la vista più straziante, ci siamo fermati per una preghiera… che dispiacere e che angoscia! Ad Auschwitz ricordiamo che venne ucciso San Massimiliano Kolbe, abbiamo visitato la cella (bunker della fame) dove fu rinchiuso per giorni aspettando la morte senza cibo ne acqua essendosi offerto di morire al posto di un padre di famiglia che fu risparmiato.

Nel pomeriggio ci siamo recati a Wadowice, la città natale di San Giovanni Paolo II: abbiamo visitato la chiesa parrocchiale e la sua casa natale riscoprendo la vita e le opere del Santo Papa anche attraverso un museo ben strutturato ed allestito con ricordi di ogni genere. Lungo il viaggio per Cracovia abbiamo fatto sosta al Santuario di Karol Wojtyla, Zebrzydowska, luogo caro al santo e meta dei suoi pellegrinaggi adolescenziali; è stato molto emozionante. A Cracovia abbiamo visitato la cattedrale, il castello sulla collina di Wowel, l’Università Jagellonica e la chiesa di Santa Maria. Dopo ci siamo recati presso le miniere di sale a Wieliczka, diventate un grande museo sotterraneo con persino una chiesa scolpita nel sale da semplici operai che non erano scultori, meravigliosa! L’ultimo giorno l’abbiamo concluso con la visita al Santuario della Divina Misericordia, struttura immensa posta su di un monte con annesso il Monastero delle suore della Divina Misericordia ed il cimitero dove fu sepolta S.Faustina. Ogni giorno, nel luogo prestabilito, abbiamo partecipato alla S. Messa pregando per tutti i nostri parrocchiani, chiedendo aiuto, conforto e la grazia di essere sempre testimoni di fede specialmente nella nostra parrocchia.

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Pellegrinaggio in Polonia 2017