Tutti per uno, uno per tutti!

Si sono svolte il giorno 14 Maggio, dalle ore 14:00 alle ore 17:00, le elezioni per la nomina del Sindaco dei Ragazzi e delle Ragazze del Centro di Aggregazione Giovanile presso l’Oratorio “San Luigi”  di Leno (BS). Le votazioni si sono svolte nei locali del Centro con tutti i criteri di legge obbligatori: carda d’identità, cabina e tessera elettorali.

A contendersi il titolo sono stati due ragazzi del C.A.G accompagnati dal loro staff e più precisamente Michele Oprea e Jennifer Pedercini. Dopo una campagna intensa e piena di colpi di scena, ma leale e rispettosa, ha vinto il simpatico e determinato candidato Michele Oprea del Gruppoprea contro la tenace e impegnata Jennifer Pedercini del gruppo Castronerie Autonome Giovanili.

Per vincere le elezioni ogni candidato ha dovuto dapprima preparare un breve discorso in cui presentarsi e spiegare il proprio programma per migliorare il paese partendo dal C.A.G.; in un secondo momento ha dovuto nominare la sua squadra di governo, ossia scegliere i ragazzi che sarebbero diventati assessori per aiutarlo a raggiungere la vittoria; infine, ma non meno importante ed impegnativo, ha dovuto sostenere una campagna onesta e leale. Ad affiancare i due gruppi  ci sono state le educatrici Sara Della Torre per Michele e Giada Romeri per Jennifer, che hanno stimolato ed affiancato i candidati: a vigilare e controllare l’attendibilità e la correttezza dei due contendenti la Coordinatrice Duina Ornella, che è stata inoltre presidente di seggio.

Questo progetto ha avuto l’obiettivo di coinvolgere e far partecipare i ragazzi alla vita sociale e democratica, per educarli ad una cittadinanza attiva. Grazie a questo lavoro sono emerse delle diversità ma anche dei valori: ognuno è diventato consapevole del ruolo proprio e di quello degli altri. Ogni ragazzo ha compreso appieno le procedure, ha investito  tempo ed energie per valutare il proprio lavoro e quello degli altri. Siamo felici ed onorati di avere un rappresentante del C.A.G.

Per concludere il lavoro, in data 22 Maggio, è venuta il Sindaco Cristina Tedaldi a ufficializzare la carica di Michele Oprea e a conoscerlo. Ha gentilmente regalato ai due candidati dei libri sul nostro paese e una lettera indirizzata personalmente a ciascuno; inoltre al “collega” sindaco Oprea ha donato la targa del Comune di Leno. 

Il Sindaco Cristina Tedaldi ha approfittato dell’occasione per sottolineare l’importanza di vivere questa carica così importante con spirito si servizio verso tutti.

Cogliamo l’occasione per ringraziarLa di cuore della cortese disponibilità.

Ringraziamo inoltre le volontarie, la Maestra Giacomina Treccani e la Professoressa Anne Georges, che hanno seguito e aiutato i nostri ragazzi durante tutto l’anno scolastico con tanta pazienza e dedizione. Buona Estate a tutti!!! 

Le educatrici
Ornella, Sara e Giada

Alla scoperta dei segreti del castello

Lunedì 4 Marzo (a casa da scuola per il Carnevale… meraviglia!!!) abbiamo fatto una bellissima gita a Brescia… alla scoperta della nostra città.

Il viaggio stesso è stata un’avventura, visto che alcuni di noi non avevano mai preso una corriera. Arrivati a Brescia, fermata Le Carceri, abbiamo scarpinato fino in cima al monte Cidneo, dove il castello domina la città… che scapinata (per fortuna Orni aveva raccomandato di non mettere i tacchi!).

In castello ci aspettava il Sig. Gianpiero dell’Associazione Brescia Underground; sinceramente abbiamo pensato alla solita noiosissima visita guidata, in realtà è stata breve, sintetica e davvero interessante. Vi diamo qualche rimando, sperando di non annoiarvi.

Il nostro castello è la seconda fortificazione militare per estensione in Europa; il primo si trova in Spagna, ma risale al XVIII secolo, mentre il nostro castello, le prime pietre, sarebbero state poste da Cidno, re ligure, circa 2000 anni prima di Cristo… un bel primato!

Varie popolazioni si sono succedute nel tempo (dai Romani, ai Celti, ai Veneziani, ai Francesi…) e la nostra visita si è incentrata sulla Torre dei Prigionieri. Vi sono cinque livelli sovrapposti ( due non accessibili) e noi ne abbiamo visitati tre; due muniti di cannoniere disposte a raggiera che sono diventati nel tempo delle prigioni. La nostra guida ci ha parlato del tempo in cui vi erano segregati i partigiani, 50 per livello, in condizioni disperate e ci ha fatto notare le scritte che lasciavano sui muri (lineette che servivano per contare i giorni, poesie alle fidanzate, nomi e pensieri…): che strano effetto pensare che queste testimonianze furono le ultime parole prima della fucilazione.

L’ultimo piano è invece caratterizzato da un camminamento di ronda a 36 e dalla presenza di caditoie ed ha il tetto in legno.

Abbiamo anche visto i resti delle cisterne romane (sempre nella torre) e i deposi alimentari (olio, vino, grano, acqua) sempre risalenti all’epoca romana.

Ovviamente il tutto è stato reso ancora più coinvolgente dalla splendida vista che si gode da lassù… peccato ci fosse foschia!

Dopo la visita al castello abbiamo raggiunto la Freccia Rossa a piedi zigzagando per le vie della città; in Freccia, affamati, abbiamo mangiato davvero tanto.

É stata una bella giornata che ha unito cultura, divertimento, gioia di stare insieme e buona cucina (che non guasta mai!).

Alla prossima
Ornella, Sara, Giada
e i ragazzi del C.A.G.

Programma C.A.G. 2018/2019

Quest’anno il Centro di Aggregazione Giovanile “Don Milani” vuole affrontare il tema delle elezioni e ricreare le tappe fondamentali per la realizzazione del Consiglio comunale dei ragazzi . 

Il progetto di educazione alla cittadinanza è in stretta collaborazione  con la Giunta e il Consiglio Comunale di Leno e ha come obiettivo la creazione di un vero e proprio consiglio comunale di giovani, con un suo sindaco e suoi consiglieri, che possa discutere ed elaborare proposte  da presentare ai “colleghi” adulti.

Questo  progetto,  pensato per stimolare nei più giovani una partecipazione attiva alla vita della comunità di cui fanno parte, ha la finalità di far conoscere ai ragazzi le modalità attraverso cui il cittadino esercita i propri diritti democratici, incoraggia  la cultura del dialogo e della legalità,  promuove la conoscenza del funzionamento delle amministrazioni locali. Sappiamo bene che i cittadini hanno un ruolo importante nel costruire una società migliore e più democratica; e che sviluppare le competenze e gli atteggiamenti per una cittadinanza attiva è essenziale nell’educare i giovani.

I cittadini attivi non solo conoscono i loro diritti e le loro responsabilità, ma mostrano anche solidarietà con le altre persone e sono pronti a dare qualcosa alla società. 

L’attività sarà articolata in diversi momenti:

  • Incontro con il Sindaco di Leno Cristina Tedaldi, che spiegherà come si è giunti alla nascita della Costituzione e all’importanza del diritto di voto: seguirà una breve intervista al Sindaco. 
  • presentazione, da parte dei ragazzi interessati,  della propria candidatura a sindaco con il proprio entourage di consiglieri; seguirà la presentazione di un programma elettorale;
  • organizzazione della campagna elettorale da parte dei candidati, con strutturazione di manifesti, volantini ecc., e presentazione delle liste formatesi agli altri ragazzi del C.A.G;
  • Visita in Comune per vedere gli spazi adibiti al Consiglio Comunale per conoscere le autorità;
  • elezione dei consiglieri e del Sindaco da parte dei ragazzi del C.A.G, scrutinio e proclamazione ufficiale degli eletti;
  • insediamento del Consiglio e del Sindaco;
  • incontro tra il Sindaco del C.A.G. e le istituzioni.

Le proposte dell’anno

Attività e uscite 

  • Cene (animazione a seguire: gara di Just Dance): a Gennaio e a Maggio
  • Visita in Comune per vedere gli spazi adibiti al Consiglio Comunale 
  • Un incontro con un’ostetrica del distretto di Ghedi che tratterà il tema dei problemi adolescenziali con i ragazzi di terza media (Maggio 2019)
  • Uscita serale con classi terze (indicativamente Aprile)
  • Gite di tutta la giornata (una uscita con i mezzi pubblici e una con il pullman): il 4 Marzo (lunedì di Carnevale) e venerdì 26 Aprile (vacanze pasquali)

Don Davide e le educatrici del C.A.G.

Molto orgogliose dei nostri ragazzi!

È finita l’estate e sta per iniziare un nuovo anno scolastico… di già!!!

Vogliamo però cogliere l’occasione di questo articolo per complimentarci con i nostri ragazzi che a Giugno, felici ed entusiasti, ci hanno portato a far vedere le schede: che bei voti! Che bravi! Quanti 7,8,9,10… e anche gli ammessi agli esami: chi con 7, chi con 8, chi con 9 e qualcuno persino con il 10… quindi per prima cosa sfatiamo il pregiudizio che il CAG sia un posto frequentato solo da ragazzi che faticano a scuola…i risultati lo comprovano.

Congratulazioni a tutti, siete stati davvero eccezionali!

Ci teniamo a ribadire che il CAG è sì un luogo dove personale competente supporta i ragazzi nello studio e nello svolgimento dei compiti (qualora lo richiedano e ne abbiano bisogno), ma è soprattutto un luogo (tra l’altro non dimentichiamolo in ORATORIO… LA NOSTRA CASA) dove i nostri ragazzi stanno bene insieme e passano tante ore della giornata (4 ore al giorno; 20 a settimana).

É per noi doveroso ringraziare tutti i professori che collaborano attivamente con il Servizio, sempre disponibili al confronto e all’ascolto anche fuori orario di lavoro e sempre collaborativi nel cercare e trovare soluzioni adeguate e diverse per i nostri e i loro ragazzi.

Ringraziamo tutti i genitori che hanno creduto e credono in noi, che ci hanno affidato i loro figli, che hanno sostenuto le nostre scelte educative e che hanno collaborato con noi e con i nostri progetti.

Ringraziamo i nostri volontari, in particolare la maestra Mina Treccani, la Prof.ssa Anne Georges e Mattia, che sono per noi una risorsa molto preziosa; donare il proprio tempo per supportare il Servizio merita davvero un sentito “grazie di cuore” da parte nostra.

Infine ringraziamo ovviamente (ma non diamolo mai per sottinteso perché è importante esplicitarlo a gran voce) Don Davide che crede nel CAG, lo sostiene e, sempre con occhio vigile e attento, è presente in Oratorio da bravo “padrone di casa”.

Torniamo ai ragazzi: ancora congratulazioni a tutti… sperando che l’estate e le vacanze vi abbiano ricaricato, vi e ci auguriamo un buon inizio e noi… vi aspettiamo in Oratorio.

Ornella, Sara e Giada

Meravigliosa escursione a Montisola

L’arrampicata non è tanto raggiungere la cima, ma piuttosto tutto quello che sta nel mezzo. (Lynn Hill)

Lunedí 30 Aprile siamo andati a fare una bellissima gita a Monte Isola, più che una gita è stata una vera e propria escursione.

Fortunatamente c’era un sole splendido che ha reso il paesaggio ancora più suggestivo e da “cartolina”. Arrivati all’isola nessuno dei ragazzi si aspettava di dover conquistare la vetta… un’ora e mezza di salita per un sentierino immerso nel bosco… che sudata!

Qualcuno (non facciamo nomi) stava per morire per la fatica, perché i ragazzi sono allenatissimi con computer e tastiera del cellulare, abilissimi con le dita a scrivere messaggi e a scattare selfie, ma in quanto a camminare e faticare… un disastro!

Arrivati in cima al Santuario della Ceriola la vista era spettacolare… ne è valsa la pena; ci siamo rifocillati con bibite, panini, dolcetti e… di nuovo in cammino, ma la discesa è stata uno spasso: abbiamo preso delle scorciatoie avventurose in mezzo alla natura e Ornella ci ha anche fatto uno scherzo: dopo aver camminato molto ci ha detto di aver dimenticato i biglietti del traghetto e che saremmo dovuti tornare in cima… qualcuno ha pensato “adesso svengo”.

Arrivati in riva al lago (dopo KM 12 e 27.800 passi… l’orologio di Giada è precisissimo!), ci siamo rinfrescati i piedi nell’acqua e la gola con un ghiacciolo.

Abbiamo apprezzato la compagnia dei nostri amici. La gita è stata faticosa ma veramente bella; Monte Isola è un piccolo gioiello della natura a due passi da casa nostra.

Nessuno di noi vive per se stesso

S. Messa di saluto alla Diocesi di Brescia. Cattedrale di Brescia, 17 settembre 2017

Una delle più belle esperienze di libertà che la fede ci dona è la possibilità di ringraziare sempre, in ogni circostanza della vita. Non perché tutto quanto accade sia bello e buono – la fede non ci rende né ingenui né superficiali – ma perché sappiamo che Dio nutre su di noi pensieri di pace e di consolazione e che, nella sua sapienza e potenza, Egli “fa servire ogni cosa al bene di coloro che lo amano.” Se pure il male è dolorosamente presente nella nostra vita, al bene spetta la prima parola e l’ultima: la parola che fa nascere e la parola che porta l’esistenza a compimento. Al termine di ventidue anni di episcopato dieci dei quali vissuti a Brescia, desidero con tutto il mio cuore ringraziare il Signore: lo ringrazio perché mi ha chiamato a questo servizio, lo ringrazio perché mi chiama a consegnarlo nelle mani di qualcuno che lo continui con altre iniziative e altre energie. Il servizio episcopale è un ‘bonum opus’, una cosa bella, dice san Paolo scrivendo a Timoteo; così l’ho sperimentato e ne do volentieri testimonianza. Non è sempre un compito facile; a volte l’ho sentito pesante per le mie deboli spalle, ma sempre l’ho vissuto come un dovere fecondo, una provocazione a maturare ogni giorno nel senso del servizio evangelico; e il Signore non mi hai mai fatto mancare la sufficiente consolazione. Ma come è grazia di Dio diventare vescovi, così è grazia di Dio lasciare per obbedienza il ministero di vescovo.

D’accordo con il Nunzio in Italia, ho scritto la lettera di riconsegna del mio servizio il novembre scorso. L’ho fatto perché desideravo che la distanza tra il compimento del 75° anno e la nomina del successore fosse la più breve possibile. È infatti un periodo ‘zoppo’ nel quale si ha difficoltà a prendere decisioni importanti. E una diocesi come Brescia ha bisogno di camminare quanto più è possibile sciolta, senza impacci. Le cose sono andate come speravo. E forse ancor meglio perché la nomina di mons. Tremolada è per me motivo di gioia grande: il nuovo vescovo è un vero servo della parola di Dio, che ha imparato dall’insegnamento e dall’esempio di Carlo Maria Martini; ha un tratto umano affabile e rasserenante che sarà facile percepire e apprezzare; ha desiderio di dialogare con tutti e in particolare coi giovani; non è impaurito ma piuttosto stimolato dai cambiamenti che la società sta vivendo e che richiedono risposte creative proprio per fedeltà a quel Cristo che è “ieri e oggi, lui lo stesso nei secoli.”

Non ho mai detto o fatto nulla per ottenere titoli o posti di prestigio (stranamente, anche in questo atteggiamento è presente un pizzico di orgoglio che mi appartiene); nello stesso modo non ho mai rifiutato quanto mi veniva chiesto. Sono diventato vescovo volentieri, rispondendo alla richiesta di Giovanni Paolo II; sono venuto a Brescia volentieri, rispondendo alla richiesta di Benedetto XVI; ora, altrettanto serenamente, lascio il servizio diocesano. Per far che cosa? Per fare, insieme ad altri preti amici, quello per cui sono diventato prete: predicare Gesù Cristo e la sua croce come salvezza; celebrare il mistero di Cristo che vive nei secoli; riconciliare le persone con Dio che ha donato loro la riconciliazione in Cristo. Vorrei poter lasciare a qualcuno, come in eredità, quelle parole che aiutano a vivere, quell’amore che rende appassionante la vita, quel senso di correttezza e di giustizia che permette di vivere la vita sociale rispettando e sentendosi rispettati. Non ho altri progetti per il futuro; mi rimane, sì, il desiderio di conoscere: paratus semper doceri, come diceva il card. Mercati, bibliotecario di Santa Romana Chiesa. Anche a questo, se il Signore vorrà, dedicherò con gioia il tempo libero che spero sia abbastanza disteso. Mi sembra che non solo i gesti religiosi, ma tutta la cultura dell’uomo – le sue innumerevoli creazioni pratiche, artistiche, intellettuali – rendano testimonianza a Dio, perché indirizzano il cuore umano alla trascendenza, a ciò che va oltre l’immediato, l’utile, l’evidente.

È vero, come cantavamo da ragazzi nei campi-scuola, che “partire è un po’ morire”; ma anche la morte è dimensione essenziale dell’esistenza umana e le piccole, parziali morti che subiamo nel tempo ce ne mantengono sanamente consapevoli. Il canto continuava: “ma non addio diciamo, allor, che uniti resteremo… che ancor ci rivedremo.” Proprio così: i legami di conoscenza e di affetto che costruiamo nel tempo rimangono come memoria di cui essere grati; e, nel Signore, la nostra speranza è la comunione, non la dispersione. Ma i legami umani non sono catene che imprigionano nel passato; sono invece punti di sicurezza e di forza che ci permettono di percorrere con maggiore scioltezza nuove strade. Il traguardo ultimo, dice la lettera agli Ebrei, è solo “la città dalle solide fondamenta di cui è architetto e costruttore Dio stesso.” Mi sono chiesto più volte se davvero desidero intensamente questa città e la risposta non mi è chiara del tutto. La desidero certo, se non altro perché vorrei ritrovare mia madre e mio padre e i miei familiari, rivedere – anche se non so immaginare come – tanti volti amici. Ma è un desiderio ancora molto umano, molto ritagliato sulla misura del mondo. Credo che proprio l’esperienza delle potature che la vita ci impone sia la strada per purificare questo desiderio e orientarlo progressivamente verso Dio. Abbiamo imparato a pregare: “O Dio, Tu sei il mio Dio, all’aurora ti cerco. Di te ha sete la mia anima, a Te anela la mia carne come terra assetata, arida, senz’acqua.” E ancora: “Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita.” Ritrovare genitori, parenti, amici, ma in Dio, nella trasfigurazione di una gioia e di un amore di cui qui possiamo godere solo qualche assaggio passeggero.

Per questo è bello che la liturgia ci abbia offerto, stupenda, la seconda lettura: “Nessuno di noi vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore; se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia dunque che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore.” Il dinamismo della fede – cioè la risposta gioiosa all’amore con cui Dio ci raggiunge – ci strappa al nostro egocentrismo e ci fa trovare un nuovo, più alto equilibrio, nell’appartenenza al Cristo Risorto: a Lui siamo legati da gratitudine senza misura, a Lui apparteniamo con tutto noi stessi, in vita e in morte. Siamo tutti costretti, lo vogliamo o no, ad obbedire alla vita e la vita è una scuola esigente. Ma la scuola non basta a creare persone intelligenti: bisogna apprendere personalmente quello che la vita ci insegna; bisogna vivere ciascuna età per le opportunità che offre (e c’è spazio per gioie autentiche) e per i limiti che impone (e c’è spazio per un’obbedienza eroica). Tenere lo sguardo verso Gesù che “imparò l’obbedienza dalle cose che patì”, consegnare come Lui e attraverso di Lui la nostra vita al Padre con la sicura speranza che alla fine “Dio sarà tutto in tutti.”

Ho cominciato ringraziando Dio: Termino con gli altri doverosi ringraziamenti agli uomini. Al presbiterio bresciano, anzitutto, e alla comunità dei diaconi. Un vescovo non esiste senza un presbiterio come un presbiterio non esiste senza un vescovo; debbo dunque riconoscere che ho ricevuto la mia impronta di vescovo dai presbitèri che ho presieduto: quello di Piacenza-Bobbio, quello di Brescia. Il Concilio ha delineato una nuova figura di prete e una nuova figura di vescovo, ciascuna rapportata all’altra. E stiamo lentamente imparando a incarnare questa visione in esperienze concrete, in rapporti di fiducia, di fraternità, di collaborazione. Non è facile per un vescovo assumere questo nuovo stile e delle mie insufficienze posso solo chiedere sinceramente perdono mentre ringrazio i preti della fedeltà, dell’affetto, dell’impegno ammirevole nel servizio pastorale. Dio vi benedica, vi renda umilmente fieri della vostra missione, vi faccia crescere nell’amore fraterno e nella stima reciproca. Dovrei qui ricordare uno a uno i collaboratori più vicini verso i quali sento un debito grande per il servizio e per la pazienza con cui hanno dovuto sopportarmi: li porto al Signore in questa celebrazione eucaristica.

Infine, insieme al mio presbiterio, voglio ringraziare tutti i Bresciani: religiosi e religiose, persone consacrate, laici, catechisti, ministri della comunione, volontari, accoliti, lettori, gruppi, movimenti… ; autorità civili, associazioni, giornalisti… insomma la grande varietà della Chiesa e i tutta la cittadinanza bresciana. Dio li benedica e li custodisca tutti nella speranza. Con questi sentimenti mi preparo a offrire il sacrificio della Messa. Il pane e il vino che presentiamo sull’altare sono il nostro lavoro, la nostra fatica; poca cosa, un po’ di pane e un po’ di vino. Ma su questo materiale così povero che è la nostra vita invochiamo il dono dello Spirito Santo perché il pane e il vino – la nostra vita – diventino il corpo e il sangue di Cristo – la pienezza dell’amore. Dio può fare questo; per questo crediamo in Lui.

+ S.E. Luciano Monari

Mons. Luciano annuncia il nuovo vescovo di Brescia: mons. Pierantonio Tremolada

Il Papa ha nominato mons. Pierantonio Tremolada vescovo di Brescia; sarà il 122mo vescovo secondo l’elenco del nostro annuario; e sarà il nuovo portatore di quella tradizione cattolica che può risalire, di vescovo in vescovo, fino agli apostoli e quindi alla scelta di Gesù.

É vero che la permanenza nel tempo non è un valore assoluto, ma è anche vero che questa serie ormai lunga di figure che hanno guidato la chiesa bresciana è un segno chiarissimo della fedeltà e della misericordia di Dio: attraversando le tribolazioni del mondo e sostenuta dalla consolazione dello Spirito, la piccola barca della chiesa bresciana è giunta fino ad oggi e confidando nella fedeltà di Dio guarda con speranza ferma il futuro. Per questo l’annuncio di oggi è motivo di gioia grande per me, per il presbiterio, per tutta la nostra chiesa.

La scelta di mons. Tremolada aggiunge altri motivi di gioia. Perché mons. Tremolada è una persona intelligente e buona e – perdonatemi un pizzico di sciovinismo – è anche un biblista preparatissimo. Dobbiamo davvero ringraziare il Papa per questa scelta: la sfida della cultura contemporanea ha bisogno di intelligenza per essere interpretata; ha bisogno di bontà per trovare una risposta che sia positiva; ha bisogno della parola di Dio per non restringersi a una difesa meschina dei propri interessi. Mons. Tremolada possiede tutte queste qualità e farà molto bene. Naturalmente avrà bisogno della preghiera, della simpatia, della collaborazione di tutti. Della preghiera, anzitutto, perché non si tratta di organizzare un’azienda ma di accendere la passione per il vangelo di Gesù. Della simpatia, perché solo quando ci sentiamo accolti con affetto riusciamo a dare il meglio di noi stessi. Della collaborazione perché una diocesi come Brescia è complessa e solo con la sinergia generosa di tanti si può sperare di guidarla efficacemente.

Il ministero del vescovo, l’ho detto molte volte, è bello: spendere la vita per annunciare Gesù Cristo, essere segno e strumento di unità e di fraternità, indicare a tutti la consolazione e la promessa di Dio è un modo straordinario di dare forma al tempo del pellegrinaggio terreno. La Chiesa di Brescia è grande, ricca di memorie cristiane, forte di una quantità ammirevole di istituzioni. Ma soprattutto la Chiesa di Brescia è una, santa, cattolica, apostolica; è la Chiesa in cui è possibile incontrare Cristo.

Mons. Tremolada sarà il segno visibile della comunione col vescovo di Roma – il Papa – e attraverso di lui con tutti i vescovi della Chiesa universale. Sarà il centro del presbiterio bresciano e quindi sorgente e garante dell’unità del ministero. Sarà il testimone della fede nel quale si possono riconoscere tutti i battezzati, membri del popolo santo di Dio.

Il Signore lo benedica e benedica tutta questa straordinaria diocesi.

S.E. Luciano Monari

Il vangelo di Cristo è parola di speranza per ogni uomo

Omelia del vescovo Luciano nell’ordinazione episcopale di mons. Ovidio Vezzoli – Cattedrale di Brescia, 02 luglio 2017

Amare Gesù più che il padre, la madre, il figlio, la figlia; prendere sulle spalle la propria croce e mettersi in cammino al seguito di Gesù; perdere la propria vita… non si può certo dire che questo vangelo sia accomodante. È soprattutto il confronto con i genitori e con i figli che ci colpisce. Se Gesù avesse parlato dei soldi, della carriera, del successo, e avesse detto che dobbiamo amare Lui più di tutte queste cose avremmo capito. Ma i genitori… come si fa a fare un confronto? Verso di loro abbiamo un debito che non riusciremo mai a estinguere; e i figli… come porre limiti all’amore per loro? Eppure il vangelo va preso così, proprio come suona, senza addolcirlo o sfibrarlo: “Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me. Chi ama il figlio o la figlia più di me, non è degno di me. Chi non prende la sua croce e non mi segue non è degno di me” Possiamo spiegare che non si tratta di avere più o meno affetto, ma di collocare l’obbedienza a Gesù prima del desiderio di compiacere agli altri, fossero pure le persone a noi più vicine e più care. Ma come si giustifica un’esigenza così radicale?

La religione come conforto in mezzo alle molte tribolazioni della vita è facilmente compresa e apprezzata da molti; così pure la religione come modo di dare significato agli eventi più intensi della vita – la nascita, il passaggio all’età adulta, il matrimonio, la malattia, la morte: l’uomo ha bisogno che la sua vita non appaia insignificante e i riti religiosi sono lo strumento più efficace a questo scopo. Ancora è apprezzata la religione quando si esprime in volontariato, servizio sociale, istituzioni di beneficenza. Ma il cristianesimo non è solo questo; il cristianesimo ha la pretesa di offrire all’uomo un orizzonte ultimo e vero di significato che motivi tutte le sue attività, misuri il loro valore, orienti il loro svolgimento. Mentre penso queste cose mi rendo immediatamente conto di quanto esse debbano apparire inattuali all’uomo di oggi. La società contemporanea non è più la società medievale che poteva organizzarsi attorno ai monasteri e alle chiese. È una società che ha sviluppato innumerevoli linee di interesse e di azione secolare: scienza e tecnologia, politica ed economia, arte e musica, educazione e diritto… ciascuno di questi ambiti con le sue leggi proprie, con una serie infinita di specializzazioni che richiedono studio, applicazione, esperienza. Come pensare che un uomo singolo, vissuto in un piccolo angolo della terra, quando ancora di tutto questo mondo moderno non c’era sentore alcuno, possieda il segreto per dare il giusto senso al mondo dell’uomo e al cosmo stesso? Come pensare che il rapporto con lui sia decisivo per il senso di ogni esistenza umana? Eppure solo questo darebbe un fondamento ragionevole alla pretesa di Gesù: “Chi ama il padre o la madre più di me, non è degno di me…”

Caro Ovidio, sono felicissimo di poterti imporre le mani, insieme ai vescovi conconsacranti e a tutti i vescovi presenti perché tu possa, per il dono dello Spirito Santo, servire la chiesa di Fidenza come vescovo. È una vocazione bella, quella dell’episcopato, e prego il Signore che tu possa viverla nella gioia per tutti i singoli giorni del tuo servizio. Con l’elezione del Papa e l’ordinazione di oggi entri nel collegio dei vescovi e a Fidenza sarai il segno della comunione cattolica che si costituisce attorno al vescovo di Roma; nello stesso tempo, vieni messo a capo del presbiterio fidentino per essere origine e strumento dell’unità di tutti i presbiteri. Sarai dunque uomo di comunione; ti verrà chiesto non di essere genialmente originale, ma di essere creativamente fedele perché l’unica Chiesa possa manifestarsi a Fidenza attraverso la tua parola, il tuo servizio liturgico, il tuo governo, la tua persona. L’ordinazione è il segno che non ti assumi questo incarico da te stesso, ma che sei mandato da Gesù stesso attraverso la chiamata concreta della Chiesa. Consapevole di questo, potrai e dovrai rimanere umile sapendo di portare un tesoro prezioso in un vaso d’argilla; ma soprattutto dovrai amare Gesù sopra ogni altra cosa, dovrai servire il Regno di Dio mettendolo al primo posto nei tuoi interessi.

Siamo allora rimandati all’interrogativo iniziale: che senso ha oggi sottomettersi a Cristo e avere Cristo come orizzonte di riferimento della propria vita? Di Gesù è scritto che è passato in mezzo a noi facendo del bene e sanando tutti quelli che erano sotto il potere del male perché Dio era con lui. Ebbene, la relazione con Gesù serve a costruire questo tipo di uomo: che passi facendo del bene, che si confronti vittoriosamente col male perché ha in sé la forza di amore che viene da Dio solo. Ora, è proprio su questo campo che si gioca la partita decisiva del futuro del mondo. Se l’uomo è saggio e buono anche i suoi progetti e le sue azioni diventeranno saggi e buoni; ma se l’uomo è sciocco perché valuta più l’apparenza che la realtà, se è malvagio perché pone il suo vantaggio particolare prima della giustizia, se è avido e si serve della conoscenza come di uno strumento per prevalere sugli altri, il risultato non potrà che essere il declino della società. Fare l’uomo saggio e buono, giusto e generoso. Questo è l’obiettivo del vangelo e questo è il servizio che viene affidato a te, caro Ovidio, e al presbiterio di Borgo san Donnino insieme con te. Sappiamo di essere deboli, ma sappiamo anche che il vangelo è forza di Dio; siamo un piccolo gregge, ma il vangelo di Cristo è parola di speranza per ogni uomo, nessuno escluso.

La parola di Dio rivolta all’uomo gli dà un’identità forte, lo rende responsabile, muove il suo cuore a desideri grandi, colloca la sua vita entro un disegno universale di amore e di fraternità. Il battesimo, abbiamo udito da Paolo, innesta l’uomo nel mistero pasquale di Cristo perché possa vivere per Dio, come creatura nuova. La fraternità ecclesiale fa del presbiterio e di tutta la Chiesa locale un cuore solo e un’anima sola perché la civiltà dell’amore non appaia un’utopia irrealizzabile, ma un progetto di vita da perseguire con lucidità e perseveranza. Questa è la missione magnifica del vescovo e dei suoi preti. Per questa missione vale la pena giocare tutto.

Ma il vangelo ci ricorda anche: “Chi non prende la sua croce e non mi segue non è degno di me”. La croce del vescovo; che non è più pesante di quella di un prete e nemmeno di quella di un padre di famiglia, ma che ha le sue caratteristiche proprie. La prima, paradossalmente, è l’obbedienza: se qualcuno pensa che il vescovo possa fare quello che vuole e che il suo compito consista nel comandare, si sbaglia, e di grosso. Il vescovo è al servizio della diocesi, dei preti, di chiunque abbia un qualche sofferenza da esprimere o qualche speranza da nutrire; il suo tempo non è più privato, ma si riempie a partire dalle esigenze, dai bisogni, dai desideri di altri. Ma questa obbedienza è preziosa: nasce dall’amore e diventa poco alla volta la via della libertà da se stessi, dai propri programmi, dalle proprie preferenze. Pesante sì, la croce dell’obbedienza, ma sana, liberante.

La seconda croce è la responsabilità. Grazie a Dio, un vescovo ha numerosi collaboratori senza i quali potrebbe fare ben poco. Ma la responsabilità, alla fine dei conti, ritorna su di lui; e ci vuole forza per portarla. Bisogna non sottrarsi furbescamente, non scaricare le responsabilità sugli altri, non cercare giustificazioni. La saggezza popolare dice che la colpa è una brutta donna che nessuno vuole sposare; beh, un vescovo è chiamato a sposarla e a esserle fedele per tutta la vita. Ma anche qui c’è un frutto prezioso, quello dell’umiltà – così necessaria per chi ha un’autorità grande, ma così difficile da imparare. Forse il peso della responsabilità procurerà qualche notte insonne, ma nello stesso tempo cancellerà ogni tentazione di autosufficienza.

Terza croce: l’inadeguatezza. Non mi riferisco alla carenza di autostima, ma a qualcosa di più profondo. Un vescovo è chiamato a condividere la compassione di Gesù, come è scritto: “Vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore.” È questo spettacolo, che un vescovo ha sempre davanti agli occhi, che non lo lascia tranquillo e che lo fa sentire inadeguato. Come un pastore che vede il suo gregge assediato da pericoli mortali e ha l’impressione di non riuscire ad approntare una difesa adeguata. Non per nulla nel vangelo l’osservazione di Gesù è seguita dal comando: “La messe è abbondante, ma pochi sono gli operai! Pregate dunque il padrone della messe, perché mandi operai nella sua messe.” Il senso di inadeguatezza ci fa soffrire, ma non ci avvilisce; piuttosto ci obbliga a pregare, ricordando che salvatore del mondo è Dio, non noi; che a noi viene chiesto di fare con intelligenza e amore il possibile, poi di lasciare a Dio di compiere l’opera. La preghiera diventa allora lo strumento supremo e insostituibile del ministero: “Rafforza, Signore, l’opera delle nostre mani!”

Ora tocca a te, Ovidio carissimo: metti in memoria il vangelo che oggi è stato proclamato per tutti ma in modo particolare per te. Meditalo e amalo e desideralo e cerca di viverlo. Il resto lo farà il Signore.

S.E. Luciano Monari

Lo scopo del cristiano non è la beatitudine privata, bensì il tutto

Omelia del Vescovo Luciano Monari per le ordinazioni presbiterali – Cattedrale, 10 giugno 2017

L’autorivelazione di Dio a Mosè sul monte Sinai: “Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà”; poi la missione del Figlio: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna”; e infine la comunione dello Spirito Santo che unisce i credenti nella santità dell’amore. Così le tre letture di oggi articolano la presentazione del mistero trinitario. Di questo mistero il presbitero è chiamato a essere testimone nel mondo di oggi con le parole e con la vita. Il mondo degli uomini può trovare il suo equilibrio e una sorgente inesauribile di energia spirituale solo rimanendo aperto a Dio creatore da cui riceve l’esistenza; solo accogliendo sempre di nuovo il dono della riconciliazione in Cristo; solo lasciandosi plasmare nella comunione dall’energia interiore dello Spirito Santo. Insomma, il mondo, ne siamo convinti, ha bisogno di Dio.

È sulla base di questa convinzione che ha un senso la vocazione cristiana e, all’interno della vocazione cristiana, il servizio presbiterale. Scriveva il teologo Ratzinger: “Non si è cristiani perché soltanto i cristiani arrivano alla salvezza, ma si è cristiani perché la diaconia cristiana ha senso ed è necessaria per la storia.” E ancora: “Lo scopo del cristiano non è la beatitudine privata, bensì il tutto. Egli crede in Cristo, crede quindi nel futuro del mondo, non solo nel proprio futuro.” Abbiamo a cuore la causa del mondo, il futuro dell’uomo in tutte le sue dimensioni; vorremmo, come scrive papa Francesco “prendere dolorosa coscienza, osare trasformare in sofferenza personale quello che accade al mondo”; vorremmo che il nostro passaggio nel mondo lasciasse qualche segno di bontà e di speranza. Per questo facciamo i preti. L’affermazione può sembrare paradossale; fare il prete significa concretamente servire qualche centinaio di persone offrendo loro la predicazione del vangelo di Gesù, la celebrazione del battesimo, dell’eucaristia, della riconciliazione. Possiamo immaginare di cambiare il mondo con questi piccolissimi gesti? Sì, lo possiamo. Quando predichiamo il vangelo allarghiamo l’orizzonte di pensiero delle persone in modo che le loro scelte non siano meschinamente ristrette al benessere materiale, ma sappiano aprirsi alla generosità rischiosa del dono, sappiano assumersi responsabilità per il bene degli altri e delle generazioni future. Quando celebriamo l’eucaristia diamo al mondo un centro ricco di significato in modo che attività, creazioni, progetti degli uomini non si disperdano in direzioni casuali, ma si raccordino per l’edificazione di una umanità fraterna, per l’edificazione del corpo di Cristo. Questo, infatti, è il senso del mondo materiale: assumere nella sua interezza la forma che è stata quella della vita di Gesù – vita terrena, perfettamente umana, ma animata dallo Spirito Santo e quindi pienamente divina.

La speranza della vita eterna invera e sigilla tutto questo. “Quando verrà disfatto questo corpo, nostra abitazione sulla terra, riceveremo un’abitazione da Dio, una dimora eterna, non costruita da mani d’uomo, nei cieli.” Ma la via eterna ci verrà donata solo se la vita terrena ne sarà stata degna. Proprio perché siamo i testimoni della vita eterna siamo nello stesso tempo impegnati a trasformare la vita terrena in modo che il Cristo risorto “sia il primogenito di una moltitudine di fratelli.” Chi ci considera superati, non può però considerare superato quello stile di vita oblativo che annunciamo e che cerchiamo di vivere.

Vorremmo essere testimoni di quel Dio che si è presentato “misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà.” Sembra una fisionomia contraddittoria: misericordia e ira, una accanto all’altra. È possibile? Anzitutto bisogna notare che Dio è ‘ricco’ di misericordia mentre è solo ‘lento’ all’ira; dunque misericordia e ira non sono messe sullo stesso piano come due possibilità equivalenti. La misericordia dipende da ciò che Dio è; l’ira è conseguenza del male che l’uomo fa. Dio è ricco di misericordia perché è Dio, ma reagisce con l’ira a ogni ingiustizia e falsità e oppressione. Ma qui ci troviamo davanti a una rivelazione davvero sorprendente: come Dio combatte il male del mondo? Come si manifesta la sua ira? “Dio ha tanto amato il mondo – il mondo peccatore e destinato alla rovina a motivo del peccato – da dare il suo Figlio unigenito perché chiunque crede in Lui non muoia ma abbia la vita eterna.” Dio, dunque, non combatte il male con l’uso irresistibile della sua onnipotenza, ma con la forza illimitata del suo amore. Questo significa il dono di Gesù, la sua morte in croce; la croce è il segno dell’amore di Dio nel momento stesso in cui pronuncia il giudizio di Dio sul mondo e su ogni ingiustizia del mondo. Qualcuno può obiettare che le parole sono belle ma la realtà rimane dura; che la croce sembra aver risolto poco: le ingiustizie che c’erano ci sono ancora e non s’intravede la loro scomparsa; anzi la violenza sembra servirsi di strumenti sempre più sofisticati e letali. Rimane però vero che la croce di Gesù ha suscitato nei secoli e continua a suscitare patrimoni infiniti di amore, di dedizione, di carità, di servizio. Bene; noi siamo preti perché questi effetti continuino e possibilmente si dilatino in forme sempre nuove ma con il medesimo fuoco d’amore, con il medesimo Spirito.

Dicendo questo ho già detto anche lo stile col quale possiamo svolgere il nostro ministero di preti, lo stile che dobbiamo imparare da Dio stesso, da Gesù. In concreto: annunciate la misericordia di Dio, sempre e comunque; combattete il male con un amore più grande; tenete davanti agli occhi la croce di Cristo. Non lasciatevi condizionare; non valutate il ministero col metro della carriera mondana. Se usate questo metro, sarete e rimarrete irrilevanti: i titoli d’onore – canonico, monsignore, eccellenza, eminenza – sono fumo; le responsabilità – parroco, curato, vescovo – sono servizi da assumere quando servono, da lasciare con libertà quando non servono più o quando altri possono svolgerli con migliori energie. I giudizi del mondo – anche i giudizi dell’opinione pubblica presbiterale – sono stoltezza agli occhi di Dio mentre la parola della croce è sapienza e forza. Non lasciatevi impelagare nella palude mefitica dei confronti. Già dal punto di vista della saggezza umana è possibile apprezzare l’arietta del Metastasio che abbiamo imparato a scuola: “Se a ciascun l’interno affanno / si leggesse in volto scritto, / quanti mai che invidia fanno / ci farebbero pietà.” Ma soprattutto dal punto di vista della sapienza divina ogni confronto con gli altri è sciocco; valgono le parole di Paolo: “A me poco importa di venir giudicato da voi o da un consesso umano; anzi, io neppure giudico me stesso… il mio giudice è il Signore!” Su questa terra abbiamo da vivere alcuni anni; una comodità in più o in meno non cambia molto, un titolo in più o in meno lo stesso.

Meglio ascoltare l’esortazione di Paolo: “siate gioiosi, tendete alla perfezione, fatevi coraggio a vicenda, abbiate gli stessi sentimenti, vivete in pace e il Dio dell’amore e della pace sarà con voi.” L’invito: ‘tendete alla perfezione’ implica una serie infinita di cose. ‘Non tendete alla comodità; non tendete ai posti d’onore; non attaccatevi ai soldi; non cercate di dominare sugli altri…’ Se la perfezione, cioè la crescita nell’amore di Dio e del prossimo, diventa davvero l’interesse dominante della nostra vita, le conseguenze si riconoscono in tanti gli ambiti d’esperienza. Si diventa anzitutto più gioiosi; non è difficile riconoscere dietro a tante critiche amare un sottofondo di tristezza che impedisce di apprezzare le cose belle della vita: la bellezza della natura e le meraviglie dell’amore umano, le forme infinite della cultura e la sicurezza garantita dalla vita sociale. Ma al di là di tutto questo c’è una gioia che il mondo non conosce e non può dare perché viene solo da Dio e dal suo amore. Cito dal diario di un prete, parroco in una parrocchia particolarmente difficile (giorno di Natale dell’anno 1949): “Sacrifici, incomprensioni, fallimenti, umiliazioni di ogni genere per gli insuccessi non mancano mai… Sono talmente assuefatto a questo, che diffido di una iniziativa che proceda bene! Tiro avanti, tutto tentando, disposto a veder crollare tutto, fiducioso solo nella Grazia del Signore. Quando scoccherà l’ora, s’aprirà il cuore di tante anime e si fonderà il regno di Dio. Se anche il Signore ci vuole adoperare solo come uomini di fatica… siamo lieti di fare la sua volontà.” C’è una misteriosa gioia nell’essere e riconoscersi solo uomini di fatica. Ciò non significa che sia facile; per questo Paolo aggiunge: “fatevi coraggio a vicenda”, sostenetevi nei momenti di bassa pressione, quando piogge e tempeste minacciano d’intristire e d’impaurire. Abbiate gli stessi sentimenti e cioè: andate d’accordo; non lasciatevi allontanare dagli altri da sentimenti di gelosia o d’invidia; “vivete in pace e il Dio dell’amore e della pace sia con voi.”

S.E. Luciano Monari