Luce per il Brasile

L’imprenditore bresciano Paolo Medeghini ha ideato un progetto per posizionare dei pali catarifrangenti ai margini delle strade del Brasile (e poi dell’India), in modo da renderle più sicure ed evitare gli incidenti durante la notte

La tenacia e la forza delle idee possono anche spostare le montagne e realizzare obiettivi che, a prima vista, potrebbero sembrare impossibili. Un’energia che, è proprio il caso di dirlo, non conosce confini e che trova una bella testimonianza nella storia di Paolo Medeghini, un imprenditore bresciano che sta portando in tutto il mondo un suo progetto, nato da un’idea portata avanti ormai da otto anni.

L’imprenditore di Desenzano del Garda, dopo i pazienti contatti con le autorità locali ha cominciato a collocare ai margini delle strade in Brasile, che la sera rappresentano un serio pericolo  dato che sono completamente buie e prive di segnalazione, i primi pali catarifrangenti. “Tutto è nato in seguito ad un incidente fatto nel 2008 mentre mi trovavo a transitare in una strada brasiliana. Fortunatamente ho solo forato una gomma, ma questo mi ha permesso di rendermi conto che in Brasile, una volta che si esce dalle città, le strada sono completamente buie. Un pericolo non indifferente che, purtroppo, porta il Brasile in cima alla triste classifica degli incidenti stradali che si verificano in tutto il mondo. Ho pensato che si doveva fare qualcosa per salvare vite umane ed ho notato la mancanza di un sostegno per noi abituale come i pali catarifrangenti. Mi sono quindi messo a studiare ed ho avviato il progetto. Ho fondato una società con un socio brasiliano, la Bepal Brasil, ed ho avviato i contatti con le autorità dei ventisei stati che compongono il Brasile”. Contatti che proponevano ai diversi governatori un disegno tanto semplice nella sua concretezza quanto efficace: “In effetti ho voluto sottolineare l’importanza di portare avanti questo progetto non tanto per fini imprenditoriali, ma per salvare vite umane e per rendere meno insidiose le strade brasiliane. Per raggiungere questo obiettivo abbiamo deciso di installare pali catarifrangenti lunghe le strade nelle zone che verranno autorizzate, ma senza alcuna spesa per le autorità brasiliane. In effetti l’intervento verrà di volta in volta realizzato dalla nostra azienda e i costi verranno recuperati attraverso apposite sponsorizzazioni, mettendo sui pali i nomi di aziende e importanti marchi non solo brasiliani che già hanno confermato il loro interesse per questo percorso”.

In questi anni Paolo Medeghini ha dedicato tutto se stesso a questa che è diventata la grande idea della sua vita: “In tutta sincerità – è la sua ammissione – posso dire di non avere ricevuto nessun aiuto.  Negli ultimi otto anni, quindi, ho messo tutte le mie energie e le mie stesse risorse economiche in questo progetto. Adesso, finalmente, posso dire di avere avuto ragione e che il sogno, nel quale ho sempre creduto, è ormai diventato una bella realtà”. In effetti nei mesi scorsi sono stati collocati i primi 1.400 pali nello stato del Parà per 7,5 km e a breve inizierà il posizionamento di altri 5 km nel Pernabuco. Di pari passo sono proseguiti i contatti con le aziende che metteranno il loro marchio sui catarifrangenti che dovranno rendere più sicure le strade brasiliane e lo stesso Medeghini si è incontrato con il console del Brasile a Milano che a breve potrebbe anche dare l’assenso per un’autorizzazione che permetta alla Bepal Brasil di collocare i suoi pali in tutto il territorio dei ventisei stati: “Siamo solo all’inizio – continua Paolo Medeghini – anche perché il nostro obiettivo è molto ambizioso. Vogliamo infatti coprire più di 10.000 km e rendere davvero più sicure strade”. Come avviene un po’ in tutte le cose, il felice avvio del progetto ha messo le ali al disegno dell’imprenditore bresciano che, dopo aver visto che ai primi due posti dei Paesi dove avviene il maggior numero di incidenti stradali ci sono Brasile e India, ha deciso di “esportare” il progetto-sicurezza stradale anche in India: “In questo caso sono stati decisivi i contatti con Shashi Kumar Sharma, che è stato anche viceministro del suo Paese ed ha capito subito l’importanza di quello che volevamo fare.  Anche in questo caso le autorità dell’India hanno ormai compreso il valore sociale di quello che vogliamo fare e siamo pronti ad aprire questa nuova frontiera. Per il futuro ho studiato anche un palo catarifrangente che funziona con luci a led alimentate da un impianto fotovoltaico, uno strumento innovativo che potrà fare luce anche nel cuore della notte. E’ uno strumento – conclude Paolo Medeghini – che certo non rappresenta né un azzardo né una scommessa. Direi anche che non vuole essere innanzitutto un’occasione per fare business. Al contrario è un’idea che punta a salvare vite umane e a far diminuire gli incidenti e i pericoli che troppo spesso creano tragedie sulle strade brasiliane e in generale di tutto il sud America, ma anche dell’India. Ogni vita che verrà salvata grazie a questo progetto mi rende orgoglioso e penso che possa essere un motivo di soddisfazione anche per Brescia che questa idea che ha cominciato a diffondersi sulle strade più pericolose del mondo sia partita proprio dalla nostra terra”.

Mons. Olmi nella luce di S. Angela

L’omelia pronunciata in cattedrale dal vescovo Pierantonio durante i funerali di mons. Vigilio Mario Olmi

Nessuno di noi avrebbe mai immaginato di celebrare le esequie del Vescovo Vigilio Mario in questo giorno di festa, la festa di sant’Angela Merici, co-patrona della diocesi di Brescia. Nessuno avrebbe mai pensato che si potesse in questa occasione vestire per una liturgia funebre gli abiti liturgici della solennità e quindi mantenere il colore bianco.

È invece quel che sta succedendo. Stiamo salutando questo nostro amato fratello vescovo mentre ricordiamo con tutto il nostro popolo la grande figura di sant’Angela, così cara a questa città. Il Signore che guida con amorevole provvidenza la storia non cessa mai di stupirci. Quelle che a noi paiono delle semplici seppur felici coincidenze sono in verità molto di più: sono circostanze che rispondono ai suoi disegni di grazia, segni della sua dolce benevolenza.

Il vescovo Vigilio Mario aveva per sant’Angela Merici una devozione del tutto particolare, molto viva e profonda. Era fermamente convinto del suo singolare carisma ed era felicissimo di poterla riconoscere e venerare co-patrona di Brescia, insieme ai santi Faustino e Giovita. Nel 1981, mentre è parroco-abate di Montichiari, viene nominato dal mio venerato predecessore, il vescovo Luigi Morstabilini, superiore della Compagnia di S. Orsola, costituita da quelle figlie di s. Angela che saranno a lui sempre carissime. Da quel momento egli accompagnerà con sapiente dedizione, sino alla fine della sua vita, il cammino di quelle consacrate che Brescia chiama affettuosamente “le angeline”. Tra di esse vi è anche l’amata sorella Petronilla, che gli starà a fianco per tutta la vita.

Mi sembra bello, mentre accompagniamo il vescovo Vigilio Mario all’incontro con il Signore, guardare alla sua vita e al suo ministero apostolico nella luce di sant’Angela, del suo carisma e della sua testimonianza. La liturgia che stiamo celebrando ci invita, attraverso la Parola di Dio proclamata, a riconoscerne le caratteristiche in due aspetti essenziali: la sponsalità dell’anima che accoglie nell’intimo la voce del suo Signore e il servizio che rende grandi. Abbiamo ascoltato le parole del profeta Osea. Sono le parole che il Signore Dio rivolge al suo popolo, tanto amato quanto volubile, non sempre fedele alla sua alleanza, cui tuttavia il Signore guarda con amore appassionato, come uno sposo guarda alla sua sposa: “Ecco – dice il Signore – io l’attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore … Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nell’amore e nella benevolenza, ti farò mia sposa nella fedeltà e tu conoscerai il Signore”.

Sposa di Cristo, anche sant’Angela ha accolto nel suo cuore la voce di colui che la chiamava ad una vita di totale consacrazione e si è lasciata conquistare. La forza creativa dello Spirito santo l’ha condotta così a immaginare una forma di servizio al prossimo del tutto nuova, uno stile di vita secondo il Vangelo che dava alla consacrazione la forma della vicinanza amorevole alla gente, nei paesi, tra le case, nelle scuole, negli ospedali, per accompagnare, assistere, sostenere, consolare. Una compagnia sollecita e affettuosa, una cura per la vita dettata dalla carità e costantemente vitalizzata dalla preghiera. È questo il segreto della spiritualità di sant’Angela Merici.

La voce dello sposo ha parlato anche all’anima del vescovo Vigilio Mario. È stata, la sua, una chiamata che si è distesa nel corso dell’intera vita, a partire dal suo Battesimo, e che ne ha fatto prima un presbitero e poi un vescovo di questa Chiesa bresciana, cui egli ha dedicato l’intera sua esistenza. Ordinato presbitero nell’anno santo 1950, ha vissuto l’esperienza della cura d’anime sia come curato e che come parroco. È stato educatore in seminario nei tempi che seguirono il Concilio Vaticano II, anni – diceva lui stesso – di vera conversione pastorale. Lo ispirava il desiderio sincero di comprendere con l’intera Chiesa le vie dello Spirito e i segni dei tempi. Divenuto vescovo ausiliare della Chiesa bresciana, posto a fianco dei vescovi ordinari, si è fatto carico con generosità di un ministero che lo ha visto particolarmente attento al presbiterio diocesano. Ha molto amato i sacerdoti. Li conosceva molto bene. Grazie ad una memoria formidabile che lo ha assistito sino agli ultimi momenti della sua vita, ricordava con precisione tutti i percorsi di destinazione. Segno eloquente di questo affetto era la telefonata di auguri per il compleanno che ogni presbitero bresciano sapeva di poter ricevere il mattino del giorno anniversario, ma anche il suo desiderio di partecipare alle veglie funebri per i sacerdoti defunti, nelle quali ripercorreva il cammino di vita di ognuno di loro. “Ho avuto modo di incontrare tanti bravi sacerdoti, attivi, silenziosi, senza tante pretese – ebbe a dire più volte”. Considerava essenziale l’accompagnamento e la cura dei sacerdoti da parte del vescovo e tanto la raccomandava, “anche se – precisava – sentirsi sostenuto dal proprio vescovo non significa sentirsi appoggiato qualsiasi cosa si faccia”. Per quanto mi riguarda, considero questa esortazione alla costante vicinanza un appello prezioso anche per me, che accolgo con viva riconoscenza.

Divenuto emerito della diocesi bresciana, il vescovo Vigilio Mario amava pensarsi – come lui stesso diceva – un vecchio prete che aspetta la chiamata definitiva e intanto va dove lo porta il cuore, girando per la diocesi per pregare insieme al popolo di Dio e per cercare di seminare un po’ di gioia e di fiducia. “Felicità – aggiungeva – è riconoscere che il tanto o il poco che ci è rimasto è un dono ricevuto. Serenità è sapere che le cose fatte sono state fatte bene, per il bene dell’umanità e per la gloria del Signore”.

Le sue energie si erano progressivamente affievolite con il passar del tempo. La tempra era tuttavia tenace. Ci eravamo abituato a vederlo puntualmente presente agli appuntamenti importanti della sua Chiesa, con la sua camminata lenta, la voce ormai flebile, ma con il volto sorridente, l’orecchio attento, il cuore aperto. Presenza discreta e fedele, profondamente rispettosa e insieme attenta, lucida sino alla fine e schietta nel suo comunicare, quando riteneva che una segnalazione fosse necessaria per il bene della Chiesa. Uomo di tradizione ma attento alla modernità, coltivava una forte sensibilità per il ruolo del laicato e nutriva il desiderio di vedere maggiormente valorizzato il contributo della donna nella vita della Chiesa. Non si era fermato nel suo cammino di discernimento. Era rimasto aperto all’azione sempre creativa dello Spirito dentro la nostra storia.

“Se uno vuole essere il primo sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti” – abbiamo sentito proclamare nella pagina del Vangelo di questa solenne liturgia. Il Signore rivolge questa raccomandazione ferma e accorata ai suoi discepoli, ancora troppo preoccupati dei primi posti. Un vescovo ausiliare è per definizione un vescovo che è di aiuto, che si affianca per servire a chi ha la responsabilità ultima nella guida di una Chiesa diocesana. Così ha vissuto la sua vocazione il vescovo Vigilio Mario, con umile autorevolezza e generosa costanza, a beneficio di quella Chiesa di cui era figlio e che ha amato con tutto se stesso. Il Signore gliene renda merito. Lo ricompensi come egli solo sa fare. E aiuti noi a raccogliere la preziosa eredità della sua testimonianza.

Luce per tutte le genti

Omelia del Vescovo Pierantonio Tremolada nella S. Messa della Giornata della Vita Consacrata – Venerdì 2 febbraio 2018

Nella festa della Presentazione al tempio del Signore celebriamo – come è tradizione – la Giornata della vita Consacrata. L’episodio che viene raccontato nel Vangelo di Luca e che ricordiamo come quarto mistero gaudioso nella recita del Rosario, fa dunque da sfondo alla meditazione che ogni anno la Chiesa ci invita a fare sul valore, la bellezza, la preziosità e la necessità della vita consacrata. L’episodio della Presentazione al tempio di Gesù, nella sua semplicità, ci appare molto suggestivo. Protagonista della vicenda è, insieme al bambino Gesù e ai suoi genitori, un uomo di nome Simeone, figura ormai divenuta molto cara a tutta la tradizione cristiana.

Simeone ci sorprende, perché è capace di riconoscere il Messia di Dio nel bambino che Maria e Giuseppe portano da Nazareth al tempio per la purificazione richiesta dalla legge. Lo fa identificandolo in mezzo alla grande folla, migliaia di persone, che quotidianamente riempiva i cortili e i portici dell’immenso tempio di Gerusalemme. L’evangelista, che ci spiega in quale modo un simile riconoscimento abbia potuto accadere, ci offre così anche alcune preziose indicazioni riguardanti quest’uomo, rappresentante esemplare dei pii credenti di Israele in attesa del Messia di Dio.

Simeone è un uomo molto anziano, ormai prossimo alla morte. È un uomo “giusto e pio”, uomo di preghiera, retto e buono, amante del tempio e della legge, che riconosce come doni preziosi del Signore Dio di Israele. È uno che aspetta la consolazione di Israele: dunque un credente, che coltiva la convinzione della fedeltà di Dio alle sue promesse di bene a favore del suo popolo ma anche dell’intera umanità, promesse di cui parlano le sante Scritture. È, infine, un uomo che si lascia totalmente ispirare e guidare dallo Spirito santo. Si legge nel brano del Vangelo che abbiamo ascoltato:

Lo Spirito santo gli aveva preannunziato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Messia del Signore. Mosso dallo Spirito santo si recò al tempio e mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù… lo accolse tra le sue braccia e benedisse Dio: Ora puoi lasciare o Signore che il tuo servo vada in pace secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli, luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo Israele.

Il riconoscimento del Messia bel bambino Gesù deriva dunque totalmente da questo ascolto interiore dello Spirito, dall’obbedienza alle sue sollecitazioni, dalla capacità ricevuta di intuire e identificare la presenza del Signore. Ad essa si aggiunge la capacità di esprimere con parole adeguate la verità della rivelazione: salvezza, luce per tutte le genti, gloria di Israele.

Infine, il frutto che deriva da un simile riconoscimento: la serenità e la pace di fronte alla morte, la fine della vita, che tanta paura crea un po’ a tutti noi.

Simeone è un uomo di speranza, che alla fine della vita ha conservato una meravigliosa giovinezza interiore. Grazie a questa, egli è capace di guardare al futuro con serena fiducia e con riconoscenza, convinto che il Signore è fedele e che si è fatto presente tra noi. È commosso quando tiene fra le sue braccio questo bambino che lo Spirito santo gli ha rivelato essere la consolazione di Israele.

Lo stesso dobbiamo dire di Anna, la seconda figura che compare in scena nell’episodio della Presentazione di Gesù al tempio. Anche Anna è una donna “molto avanzata in età”, che “non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e girono con digiuni e preghiere”. “Sopraggiunta nel momento in cui Simeone accoglie il bambino – dice il nostro testo – si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Israele”. Una donna dunque di grande fede, di intensa preghiera, amante del Signore e del suo tempio, in costante comunione spirituale con Dio, capace di riconoscerne i segni e la presenza, felice di annunciarla a quanti sono in attesa della sua manifestazione.

Simeone ed Anna sono profeti. Per loro si avvera la parola del Signore annunciata da Gioele:

Avverrà negli ultimi giorni – dice il Signore – su tutti effonderò il mio Spirito: i vostri figli e le vostre figlie profeteranno, i vostri giovani avranno visioni, i vostri anziani faranno sogni… in quei giorni io effonderò il mio Spirito ed essi profeteranno (Gl 3,1-5)

Profezia è dare voce a Dio, riconoscere la sua rivelazione, testimoniare la sua fedeltà, lodarlo per il suo amore potente, svelare i suoi disegni di salvezza. Colpisce nelle parole di Gioele che la forma propria della profezia degli anziani sia quella di “avere sogni”: colpisce perché sembrerebbe illogica e impossibile, dal momento che essi ormai – si direbbe – non hanno futuro. Gli anziani che lo Spirito santo ha reso profeti sono dunque capaci di sognare. Lo sono perché hanno coltivato una comunione intima con Dio, hanno posto il loro cuore e la loro mente in piena sintonia con il suo amore, si sono lasciati conquistare alla sua causa di salvezza in favore degli uomini. Da qui la loro speranza tenace e serena. La profezia infatti non è mai stanca, spenta, rassegnata. Su di essa il tempo non ha l’effetto dell’usura ma piuttosto quello dell’irrobustimento. La profezia non teme di guardare al futuro; al contrario, essa desidera farlo proprio per dare contenuto e forma alla speranza che coltiva e annuncia. Così – come dice il profeta Gioele – gli anziani diventano capaci di sognare e lo fanno a beneficio delle diverse generazioni dell’umanità.

Mi piace qui riprendere un passaggio del discorso che papa Francesco tenne lo scorso anno in occasione della Giornata mondiale della Vita Consacrata: “Ci fa bene – egli diceva – accogliere il sogno dei nostri padri per poter profetizzare oggi e ritrovare nuovamente ciò che un giorno ha infiammato il nostro cuore… Questo atteggiamento renderà fecondi noi consacrati, ma soprattutto ci preserverà da una tentazione che può rendere sterile la nostra vita consacrata: la tentazione della sopravvivenza… L’atteggiamento di sopravvivenza ci fa diventare reazionari, paurosi, ci fa rinchiudere lentamente e silenziosamente nelle nostre case e nei nostri schemi. Ci proietta all’indietro, verso le gesta gloriose – ma passate – che, invece di suscitare la creatività profetica nata dai sogni dei nostri fondatori, cerca scorciatoie per sfuggire alle sfide che oggi bussano alle nostre porte”.

Vorrei domandare al Signore per tutti i consacrati e le consacrate, giovani e anziani, il dono di questa giovinezza profetica che Simeone ed Anna ci testimoniamo, caratterizzata dall’essere stretti a Gesù e dal coltivare per il futuro uno sguardo di speranza. Credo che la prima preoccupazione per tutti i consacrati debba essere quella di presentarsi al mondo nella letizia della fede, che nasce dalla convinzione che Gesù è “luce per illuminare tutte le genti”. La gioia di Simeone ed Anna per il compimento delle promesse – come abbiamo visto – era contagiosa e si trasformava in lode riconoscente. Così deve essere per ognuno che il Signore ha chiamato a vivere totalmente per lui.

Quelli dei consacrati e delle consacrate siano volti amabili, lieti, naturalmente sereni.

Dopo l’amore sincero per il Signore, il sentimento che portiamo nel cuore non sia la preoccupazione per il futuro del proprio Istituto o della propria Congregazione, ma la convinzione che la vita consacrata è gioia e bellezza ed un valore per la Chiesa. Se i modi attuali e futuri della vita consacrata sono nel cuore e nella mente di Dio, e lo Spirito certo ci aiuterà a riconoscerli, la sua essenza permane la stessa in ogni tempo. Essa sempre contribuirà a far cogliere quel nucleo essenziale del Vangelo a cui Evangelii Gauidium invita continuamente a ritornare. La testimonianza profetica e potente della vita consacrata rinvia all’amore di Cristo che salva, alla sua assoluta priorità, alla sua sicura verità, alla sua potente efficacia, alla sua raggiante bellezza. Che questa centralità dell’amore di Cristo sia il segreto della stessa vita cristiana è quanto tutta la Scrittura ci insegna: che la scelta di consacrazione sia il segno chiaro, evidente, forse oggi anche sconvolgente, di questa verità è quanto la consapevolezza della Chiesa ha sempre più maturato. È per questo che la Chiesa mai potrà fare a meno della vita consacrata, perché essa rientra nel disegno stesso di Gesù a beneficio di quella comunità di salvati che è scaturita dal mistero pasquale. Come dice bene Giovanni Paolo II nell’esortazione apostolica Vita Consecrata, del 1996: ““In realtà, la vita consacrata si pone nel cuore stesso della Chiesa come elemento decisivo per la sua missione… La vita consacrata non ha svolto soltanto nel passato un ruolo di aiuto e di sostegno per la Chiesa, ma è dono prezioso e necessario anche per il presente e per il futuro del Popolo di Dio, perché appartiene intimamente alla sua vita, alla sua santità, alla sua missione” (n. 3).

Gli uomini e le donne che si consegnano a Cristo Gesù, il loro amato Signore, con tutto il loro cuore, con tutta la loro mente e con tutte le loro forze e danno a questo amore totale la forma della consacrazione verginale, si presentano al mondo come il segno eloquente di una realtà che non si chiude nei confini del mondo che conosciamo, ma apre ad una realtà più grande e misteriosa, ad una forma di vita che evoca un mondo ultimo che ci stupirà e ci commuoverà per la sua perfezione e bellezza. E sempre in questa linea, la vita consacrata rivela la possibilità reale di una fecondità che oltrepassa i limiti della carne e del sangue e diventa spirituale, come spirituali diventano l’esperienza della maternità e della paternità.

Siamo chiamati, come consacrati ad elevare a Dio un canto di speranza mentre camminiamo con i nostri fratelli e le nostre sorelle lungo le strade a volte tortuose della storia. Siamo esortati da colui che ci ha scelti per grazia ad una singolare ma non privilegiata comunione con sé, a metterci con lui in mezzo al suo popolo per scoprire e trasmettere – come dice ancora papa Francesco in Evangelii Gaudium – la “mistica” di vivere insieme, di mescolarci, di incontrarci, di prenderci in braccio, di appoggiarci, di partecipare a questa marea un po’ caotica che con il Signore può trasformarsi in una vera esperienza di fraternità, in una carovana solidale, in un santo pellegrinaggio.

Sia dunque questo il nostro primo desiderio: testimoniare il valore e la bellezza della vita consacrata nel disegno di Dio. Lanciamo dall’interno delle Congregazioni o degli Istituti di cui facciamo parte, ma anche dal ministero apostolico episcopale e presbiterale, il messaggio forte e chiaro che la vita spesa a santificazione della Chiesa e del mondo nella verginità per il regno di Dio è fonte di gioia. Le attuali nuove generazioni, ragazzi e ragazze, siano raggiunti da questo annuncio limpido, sincero e appassionato, che sorge da un cuore innamorato di Cristo e del Vangelo. Solo così potranno comprendere la reale carica di vita che essa possiede.

È chiesta forse oggi a tutti noi una maggiore libertà di cuore, a favore di ciò che è essenziale. Al di là delle specifiche modalità della vita consacrata e prima di esse, occorre oggi puntare alla sostanza di questa chiamata, lasciando poi allo Spirito di confermarne o ridefinirne i contorni. Oggi è indispensabile che, guardando le vesti differenti dei consacrati e delle consacrate, cioè i diversi Ordini e Istituti e le molteplici Congregazioni, si colga anzitutto la carica attraente del dono unificante di cui la Chiesa non potrà mai fare a meno, cioè la vita consacrata in quanto tale, nella sua forma maschile e femminile.

Alla Beata Vergine Maria affidiamo il cammino di ognuno di noi, delle diverse forme di consacrazione della Chiesa e della Chiesa stessa. A lei, che in ascolto dello Spirito e nella piena disponibilità alla sua azione misteriosa, ha consentito al Signore Gesù di entrare nella nostra storia come Salvatore e Redentore, chiediamo la grazia di riconoscere e di attuare sempre ciò che Dio si attende da noi, in obbedienza alla sua volontà.

Venne nel mondo la Luce vera

Ci avviciniamo alla fine dell’anno ed è tempo di tirare le somme riguardo a questo 2017.

Pensando a questo periodo dello scorso anno mi accorgo che molte cose si trasformano ma sotto sotto restano sempre le stesse: in un articolo simile a questo scrivevo di come era stato aggiornato il sito e dei progetti che avevamo per il nuovo anno, e ora sto per fare lo stesso. Certo sono cambiati i contenuti, ma l’idea di fondo è che se siamo qui ora a scrivere di tutto (o meglio di una piccola parte) quello che è successo in questo anno è anche grazie ai ragazzi che compongono l’Area Comunicazione e che durante l’anno, a volte anche controvoglia ma spinti dal quel “è giusto farlo“, hanno preparato i testi, le immagini ed i video che ci hanno accompagnato. Non nascondo il fatto che ci sono stati momenti pesanti, di quelli che ti fanno dire “chi me l’ha fatto fare?“, ma il lavorare in e con un gruppo ci hanno aiutati a uscirne meglio di come ne eravamo entrati.

Il progetto più grande che ci ha coinvolti durante questo 2017, e del quale una parte si sta concludendo proprio in questi giorni, è stata la ricostruzione dell’archivio, che potete consultare qui.

Sono state inserite e pubblicate più di 13.000 immagini, alcune risalenti all’inizio degli anni ’80, che racchiudono una parte della storia della nostra comunità. Nella prima parte del prossimo anno completeremo la pubblicazione delle ultime fotografie, ma possiamo considerare questa sezione praticamente finita. Ora ci concentreremo sulle vecchie edizioni de “La Badia”: oltre a creare una copia digitale di ogni numero gli articoli verranno trascritti in modo da poter essere inseriti nell’archivio pubblicato sul sito ed essere facilmente consultabili.
Sui filmati abbiamo fatto un lavoro di rifinitura: anche grazie all’acquisto di una videocamera semiprofessionale abbiamo migliorato la qualità dei video. Oltre all’aspetto tecnico abbiamo lavorato anche su altri particolari, come la composizione e la luce, per continuare a migliorarci e creare prodotti che si distaccano dalla maggior parte del materiale pubblicato da altri enti.

Il mio auspicio è che questo trend di crescita continui, in modo da portarci continuamente ad affrontare nuovi impegni e sfide, che sono alla fine quello che ci fa crescere.

Buon Natale dai ragazzi dell’Area Comunicazione!

Quattro chiacchiere sulla fotografia

Sei appassionato di fotografia? L’Oratorio San Luigi organizza una serie di incontri sulla magia delle immagini, della composizione, della luce!

Nelle date di giovedì 5, 12, 19 e 26 ottobre, a partire dalle ore 20.30 presso l’Oratorio, avranno luogo gli incontri. Il clima delle discussioni sarà informale, quindi la partecipazione è aperta a tutti coloro che fossero interessati o appassionati, anche senza conoscenze pregresse. Domenica 29 ottobre, con modalità da concordare, avrà luogo un’uscita nei dintorni di Leno per mettere in pratica quello che è stato discusso negli incontri precedenti.

Con le fotografie realizzate nel corso degli incontri sarà poi allestita una piccola esposizione presso i locali dell’Oratorio.

Non è necessario essere in possesso di una macchina fotografica per partecipare agli incontri. Invitiamo comunque chi ne fosse in possesso a portarla, in modo da poter provare “in diretta” ciò che viene spiegato.

La partecipazione alle spese è di 50€ (4 incontri + uscita); per tutte le info potete contattarci all’indirizzo info@oratorioleno.it o tramite l’apposito modulo nella pagina Contatti.

Cammineremo insieme nella luce del Vangelo

Milano, 12 luglio 2017. Intervento di mons. Pierantonio Tremolada

Non so se sapete che quando si diventa vescovi o si viene destinati da vescovi ad un’altra diocesi, si deve scrivere al papa una lettera di proprio pugno, con la quale si accetta la sua nomina. L’ho fatto anch’io. In questa lettera ho detto al santo padre che accettavo la sua decisione semplicemente in risposta alla fiducia che lui riponeva in me e confidando nella misericordia di Dio. Quello che non ho aggiunto, ma che ho pensato, è stato: “Speriamo che la diocesi di Brescia non rischi troppo!”.

Il Cardinale Angelo Scola, nella sua bontà, ha ricordato qualche mia buona qualità, ma io conosco bene i miei limiti e li conoscete bene anche voi che siete qui. Per questo il mio pensiero va alla nobile diocesi cui sono destinato con una certa apprensione.

Quello che posso dire è che dal momento in cui mi è stato dato l’annuncio ho cominciato ad amarla. Ho anche provato a documentarmi, ma mi sono subito fermato, perché davanti ai numeri e alle misure cresceva l’ansia.

Non conosco molto della diocesi di Brescia. Da questo punto di vista mi sento un po’ come Abramo, al quale il Signore disse: “Parti dal tuo paese e va’ verso una terrà che io ti indicherò”. Conosco invece bene il Vescovo Luciano, di cui cercherò di essere degno successore. Mi legano a lui grande stima e affetto e anche l’amore per le Scritture, cui abbiamo entrambi dedicato anni di studio e di insegnamento. Proprio qualche giorno fa, trovandoci insieme e avendo ormai saputo, mi ha detto in confidenza: “Sono proprio felice della tua nomina”. Questo mi ha molto confortato.

Dovrò salutare questa mia diocesi, che tanto amo e da cui ho ricevuto tutto. Non mi sarà facile. Ringrazio lei, Eminenza, per la fiducia che mi ha manifestato affidandomi l’incarico importante di Vicario per l’Evangelizzazione e i Sacramenti e per la stima che in questi anni mi ha confermato. Ringrazio tutti gli amici vicari episcopali e gli altri componenti il Consiglio Episcopale Milanese. Ringrazio tutti i miei generosi collaboratori. Con tutto il cuore auguro ogni bene al vescovo Mario, nuovo Arcivescovo di Milano: mi fa piacere pensare che continueremo a vederci, insieme agli altri vescovi lombardi, negli incontri della Conferenza Episcopale Lombarda.

L’impronta ambrosiana – si sa – lascia un segno indelebile. Nel mio caso, vorrei tanto che anche questo tornasse in tutto e per tutto a beneficio della diocesi di Brescia. Il mio desiderio è infatti diventare tutt’uno con la Chiesa di cui il Signore mi ha voluto pastore. Molto più di ciò che io porto vale ciò che incontrerò e riceverò.

A tutti i fedeli di Brescia, in particolare ai sacerdoti e ai diaconi, vorrei inviare da qui un forte abbraccio e dire loro che confido molto nella loro bontà e nel loro aiuto. Dovranno abituarsi a un nome che è un po’ impegnativo da pronunciare ma che – spero – diventerà presto familiare.

Cammineremo insieme nella luce del Vangelo. Mi piacerebbe contribuire a far sì che tutti abbiamo più respiro, più speranza, più serenità. La fede vera può farlo.

Ecco, questo è ciò che porto nel cuore e che volevo comunicarvi.

Vi chiedo umilmente una preghiera.

Il Signore, che è fedele, benedica il nostro cammino

+ Pierantonio Tremolada
Vescovo eletto di Brescia

Noi abbiamo illuminato questa chiesa

15 aprile 2017
Veglia pasquale

É sempre una grande esultanza celebrare questo momento focale della nostra esistenza cristiana. Qui noi troviamo le fonti, le sorgenti della nostra vita. Qui, noi troviamo il senso della nostra esistenza. Qui noi troviamo quel Dio, dal quale veniamo, al quale siamo chiamati a ritornare e dal quale siamo amati con una immensità viscerale d’amore. E la liturgia di questa sera ci mostra come quel Dio che ci ama con immenso amore, dopo averci creato come capolavoro del suo operare, vide che era cosa molto buona, dopo che creò l’uomo della donna. Ecco, questo Dio, dopo averci creato così, e dopo averci contemplato, pensiamo al settimo giorno nel quale Dio riposa e contempla la sua creazione; Dio dopo averci creato in un certo senso si rispecchia in noi come una madre e un padre si rispecchiano nel suo figlio, perché ci ha creati a immagine e somiglianza suoi.

Ad un certo punto però non può più rispecchiarsi perché noi gli abbiamo rovinato, col peccato nostro, questa immagine di Dio in noi, ed è ormai un’immagine sfocata, annerita dal nostro peccato. Ma Dio che ci ha amato per amore, per amore ci vuole e ci ha voluto redimere, e allora inizia una storia di salvezza nuova, nella quale Dio riprende la creazione dell’uomo e del mondo. Prende per mano un popolo, il popolo d’Israele, e conducendolo con pazienza attraverso l’acqua della purificazione del Mar Rosso, attraverso il deserto per fare del suo popolo la sua sposa, e nel deserto dove non ci sono altre voci poter parlare a questa sposa, poter entrare nel cuore di questa sposa che è il popolo d’Israele, lo conduce poi nella terra promessa, ma non come territorio definitivo, ma ancora una volta come territorio di passaggio, perché la terra in realtà non è quella fisica, ma è il Suo Regno la terra nel quale Dio vuole condurre questo popolo. E attraverso questo popolo tutta l’umanità.

E allora attraverso l’acqua della purificazione, attraverso il deserto nel quale risuona il silenzio della parola di Dio, attraverso la prova attraverso la quale Dio plasma il suo popolo, lo conduce all’incontro con suo Figlio, l’unigenito Figlio del Padre, che Egli dona all’umanità, affinché possa riconoscere in Lui il suo volto di padre con cuore di madre, dalle viscere di misericordia per l’umanità. Questo figlio lo offre, e il figlio stesso si consegna perché si compia in lui il disegno d’amore di Dio. E questo disegno si compie nello scandalo della umiltà, della piccolezza, della povertà, della mitezza, della purezza del cuore; si compie nello scandalo della sofferenza e della morte.

Come può essere che un Dio si manifesti così povero, così impotente, così inerme di fronte ai suoi nemici. É perché lui sa, lui vuole non avere di fronte a sé, come nemico, l’uomo, ma lo vuole amico. E allora lo convince in questa amicizia e a questo amore attraverso il suo viscerale amore, avendo amato i suoi che erano nel mondo li amò sino alla fine. E questo scandalo della croce, della morte, della sepoltura ad un certo punto esplode come luce, che rischiara l’umanità lasciando il sepolcro vuoto, dove non c’è un cadavere consumato, ma semplicemente il buio della morte, nella quale non può più esserci colui che invece è la vita, è tra i viventi.

É quello che Gesù dice alle donne, incontrandole dopo la risurrezione, le quali si spaventano e lui dice voi attraverso l’angelo, voi non abbiate paura, so che cercate Gesù crocifisso, non è qui. É risorto. Egli l’ aveva detto. Guardate il luogo dov’era stato sepolto, trovate forse un cadavere? Trovate puzza di morto? Trovate la decomposizione del corpo? No, perché quell’uomo trafitto e morto è risorto, e neanche la morte ha potuto corrompere il suo corpo, perché non è stato toccato dal peccato, anche se sulle sue spalle si era caricato il peccato dell’umanità intera. Ma questo peccato lui l’ha da distrutto, l’ha sconfitto insieme con la morte.

E allora, quest’uomo lo dovete cercare non più fra i morti, ma fra i viventi. Sia i viventi di questa terra, sia i viventi dell’eternità. Lui è il vivente, sia qui, sia nell’eternità. E stasera mostra la sua presenza nei segni della Pasqua. Il cero acceso, che ha illuminato questa chiesa dal buio in cui noi siamo entrati, segno del nostro peccato, della nostra morte, della morte di Gesù. Noi abbiamo illuminato questa chiesa, perché in Cristo risorto il buio delle tenebre del peccato e della morte, egli l’ha sconfitto.

Questa parola che è stata annunciata, che è parola di Dio, è segno che quel risorto continua a parlarci e se ci parla, e perché è vivo e fra poco ancora celebriamo l’eucarestia, e qui invocando lo Spirito Santo, sul pane sul vino, egli trasforma gli elementi del lavoro dell’uomo nella presenza viva, vera, reale, umano-divina del Gesù risorto, il quale si da come cibo a noi, perché anche in noi questa vita riprenda vigore e possiamo poi, come ci ha detto, andare nella Galilea della nostra vita per incontrarlo anche là, perché lui ci precede nella quotidianità della nostra esistenza, negli ambienti della nostra vita, e là insieme con noi porta le nostre gioie, le nostre fatiche, il nostro dolore, le nostre speranze.

Pensiamo in questo momento i fratelli che sono perseguitati a causa del nome di Gesù. Pensiamo ai fratelli dell’Egitto che questa notte non possono celebrare la veglia pasquale e domani non potranno celebrare l’eucaristia pasquale a causa del pericolo a cui vanno incontro, e le autorità locali non si sentono in grado di difendere la libertà religiosa dei cattolici in quella terra. Non dobbiamo dimenticare queste esperienze, perché loro soffrono per davvero.

Stasera abbiamo anche la gioia di ammettere alla nostra comunità cinque catecumeni adulti e due bambini, che sono figli di uno dei catecumeni che riceve il battesimo stasera, i quali ci danno la gioia di aumentare in famiglia, ma anche la gioia di pensare che il Vangelo, ancora oggi, ha senso. L’annuncio ancora oggi è importante. Ancora oggi la gioia del Vangelo prende il cuore degli uomini, e ci danno anche la gioia di pensare che la nostra comunità, tutto sommato, è stata capace di testimoniare loro l’incontro con Gesù risorto e da questa testimonianza è nato in questi fratelli il desiderio di conoscere il Vangelo, di compiere il cammino per ricevere poi i sacramenti dell’iniziazione cristiana. E io ringrazio loro perché hanno compiuto questo itinerario, lungo per alcuni, siamo sul tre anni, per altri un po’ di meno, senza mai lamentarsi, ma partecipando con gioia all’itinerario di evangelizzazione di fede che la Chiesa propone loro. E allora gioiamo anche di questo. Il Cristo risorto ha introdotto nel nostro animo la gioia della sua presenza, e stasera in questi fratelli compie il miracolo del suo amore, li aggrega alla sua stessa vita e al suo corpo, che è la Chiesa.

Sale della terra e luce del mondo

5 febbraio 2017

Nella pagina evangelica odierna, Gesù utilizza due immagini esplicite, cioè molto chiare, per descrivere i discepoli. Li definisce: “Sale della terra e luce del mondo”. Da notare, cioè è un elemento su cui porre attenzione, che Gesù non dice ai discepoli che potrebbero essere sale della terra o potrebbero essere luce del mondo, ma che già lo sono e in virtù, in ragione della loro condizione non possono sprecare ciò che sono perché sarebbe un paradosso. Dice: “Il sale se perde il sapore a null’altro serve se a essere gettato” e sarebbe un paradosso..

Ma, seppur può sembrare o sarebbe un paradosso, non è raro che, purtroppo, le nostre vite siano senza sapore, o siano poco luminose. Attenzione! Perché anche in questo caso non sto parlando del fatto che vi sia qualcosa o qualcuno che copra i sapori, sto parlando della possibilità di abbassare il livello, la percezione del gusto.

Se Gesù ci dice questo, ossia di fare attenzione a non perdere sapore, è perché conosce la realtà umana e perché sa che questo rischio è percorribilissimo. Non so se anche a voi capita, ogni tanto, di scoprirsi senza sapore, di aver perso magari smalto, intensità, di aver perso la capacità di gustare qualcosa, di riscoprire il bello di ciò che facciamo tutti i giorni. Torno a dire che, se Gesù dice questo è perché è una ipotesi percorribilissima. Anche nei nostri discorsi capita, a volte, che commentando i comportamenti o lo stile di qualcuno, arriviamo a dire “eh non sa di niente!”. Quasi è peggio il fatto che non abbia sapore rispetto al fatto che possa invece avere un sapore amaro, perché potremmo anche tollerare il fatto di saper mangiare amaro, a volte. Ma noi siamo fatti così! Gli esseri umani sono fatti così: il non aver sapore ci dà fastidio, ci spiace, ci spiazza.

Bisogna, allora, fare attenzione a quando si perde il sapore. Quando abbiamo l’influenza, ci si accorge che i sapori vengono alterati, a volte non riesci a gustare le cose. C’è una patologia, che dice che non sei capace di gustare. Allora, questo Vangelo, penso possa aiutarci in primo luogo a tener monitorato il nostro saper gustare la vita; a tener monitorati i nostri livelli di percezione del gusto, della luminosità della nostra esistenza. Perché se neanche ci accorgiamo di perdere il sapore, allora, ancor di più andiamo in confusione.

Il non saper di nulla ci manda in confusione, ci appiattisce, crea una sorta di omologazione. Ora, non vorrei essere pessimista, ma ci accorgiamo un po’ tutti che oggi c’è una difficoltà oggettiva nel saper cogliere ciò che è buono rispetto a ciò che non lo è. Non è più così semplice saper discernere la volontà di Dio, perché forse abbiamo perso un po’ il gusto dell’esistenza, o meglio, abbiamo perso la capacità di gustare la vita.

Questo Vangelo, quindi, può darci questo monito, di tener controllato il nostro livello di percezione del gusto. Domandiamoci se siamo ancora capaci di trovare i sapori nella nostra vita, in quello che facciamo e in quello che siamo, perché se non accade, vuol dire che c’è una patologia.

Un secondo aspetto su cui poter fare attenzione grazie a questo Vangelo, è dato dal fatto che possiamo fare, invece, appello in modo consapevole a ciò che siamo. E ciò che siamo va al di là di ciò che facciamo. Ciò che siamo dice la nostra identità: noi siamo sale, siamo luce. Perché? perché in noi abita Dio ed è alla sua luce e al suo sapore che dobbiamo fare attenzione, a cui dobbiamo attingere. Se guardassimo di migliorare la nostra esistenza, o di adottare strategie o antidoti di fronte alle patologie che ci fan perdere il sapore della vita, solo in base alle nostre capacità, faremmo un grosso errore. Arriveremmo ad un certo punto in cui non saremmo più in grado di andare oltre e vorrebbe dire che tutto dipenderebbe solo da noi. Ma questo indicherebbe che saremmo ripiegati su noi stessi, che tutto dipenderebbe dalla sola nostra realtà, solo da noi! Questo non è vero. Abbiamo bisogno di fare appello a ciò che siamo, perché ciò che siamo è l’immagine di Dio. Diceva benissimo il versetto all’alleluia dove Gesù si proclama “Luce del mondo, e chi mi segue avrà la luce della vita”. Non è un caso che Gesù ai suoi discepoli dica che sono sale, ma nella misura in cui lo seguono. Se non lo seguiamo, perdiamo il sapore.

Fare appello a ciò che siamo, vuol dire appunto darci la possibilità di riconoscere ciò che in noi ci porta a togliere il sapore, e ad attuare strategie che ci possano permettere di recuperarlo. Noi siamo i cristiani, siamo quelli che danno il sapore della vita, quelli che danno la luce, quelli che danno il colore, che danno la gioia. Quando usciamo da questa chiesa o se viviamo le nostre vite in forma pallida o insaporita, diciamocelo, facciamo appello a quello che siamo. Dacci, il sapore, Signore! Dacci luce! Perché abbiamo bisogno di luce e sapore. Certo, non son qua a dire che se si perde il sapore, si perde la luminosità, almeno facciamo qualcosa che se anche ha un cattivo sapore, almeno è qualcosa. Assolutamente no. Solo che non aver sapore ci spiazza, ci manda in confusione. Se ho un sapore cattivo è una cosa grave ma almeno so che è una cosa da evitare perché mi spiace, mi dà fastidio. Il problema è quando non sai di niente. Se non sai di niente, non indichi neanche niente. Se penso ai miei ragazzi, a quanta fatica si faccia con loro nel riuscire a dare qualche orientamento, a volte me lo domando: non sarà, forse, che tu, don non sai di niente? O che perdi sapore? E se così fosse, allora recuperiamolo questo sapore. Chiediamo dono questo a Dio.

Arte, Luce e Trasformazione

Sabato 24 marzo alle ore 20.30 presso il bar inaugurazione, con ingresso libero, della mostra personale del bresciano Gianfranco Capillo. L’artista emergente propone un percorso pittorico trasformativo all’insegna della scoperta del piacere nel dipingere.

La mostra, organizzata dall’Oratorio di Leno in collaborazione con la Fondazione Dominato Leonense, presenta il percorso pittorico dell’artista, che ha avuto inizio con una pittura iniziata come figurativa ed è giunta all’astrattismo della forma. Bui e ombre del mondo dell’artista incontrano luce e colore in pennellate libere da dogmi, pensieri truci ed invenzioni fantastiche.

Luminosità e passione per il segno in continua trasformazione danno voce alla speranza: tutto è possibile, basta crederci e talvolta, lasciarci guidare da un materiale consono che permette di rielaborare conflitti, emozioni, sviluppando una potenzialità, un talento creativo. Gianfranco Capillo, artista bagnolese, è un autodidatta. Crea opere pittoriche fin dalla giovane età. Riscopre il piacere di dipingere e la gioia di godere dell’aspetto estetico dell’opera in un percorso di arteterapia indirizzato anche a sostenere e sollecitare le sue capacità espressive innate.

Sarà possibile visitare la mostra dal 24 marzo al 25 aprile, dal martedì alla domenica dalle 14.30 alle 18.30 (nel fine settimana anche dalle 20.00 alle 22.30). Dopo l’inaugurazione, la serata proseguirà con il concerto della blues band “The smoking blues” alle ore 22.00.