La sofferenza in famiglia

Già a fine febbraio, a causa del coronavirus, ci siamo resi conto che stava per succedere qualcosa di terribile. Gli organi di stampa e la televisione annunciavano ripetuti appelli di non uscire e di restare nella propria abitazione.

Il contagio del virus si era diffuso tempestivamente nella Lombardia e in tutte le regioni del nord Italia, fino a determinare un “lockdown” nazionale. Con la chiusura di tutte le attività economiche e dei luoghi di culto, la vita quotidiana si era ridotta alle sole relazioni interpersonali dentro le quattro mura di casa.

In famiglia abbiamo cercato di mantenere un clima, il più sereno possibile, anche se le notizie dei vari telegiornali erano dolorosissime per la grande quantità di vittime causate dal coronavirus. Alcune giornate sono state veramente pesanti, dominate dall’ansia e dalla paura.

Ancora oggi, in noi vive il ricordo del corteo funebre con le numerose bare che lasciavano la città di Bergamo verso i luoghi di sepoltura, in totale solitudine, senza un saluto e senza un rito religioso.

L’evento più rappresentativo, che sarà scritto nei libri di storia, è stato l’invocazione a Dio del Santo Padre, Papa Francesco, per liberare l’umanità da questa grave pandemia. Con passo affaticato saliva all’altare, verso la Basilica di San Pietro, sotto la pioggia, in grande solitudine. Ha baciato i piedi di Gesù crocifisso ed ha pregato davanti all’immagine della Vergine Maria.

La croce, bagnata dalla pioggia, sembrava reggere un corpo vero ed ha rievocato la passione di Cristo del venerdì Santo.

La croce ed il sepolcro sono stati, da sempre, i simboli del dolore più atroce e della morte, mentre nel mistero pasquale il tutto assume un nuovo significato. Essi rappresentano l’Amore salvifico di Gesù crocifisso e la Vita del Risorto.

La Pasqua di quest’anno, seppur pervasa dal dolore, ha colmato il nostro cuore di speranza. La stessa è nata dalla consapevolezza che la vita non si conclude con l’esperienza terrena, ma prosegue verso l’eternità e la felicità vera.

La fede e la speranza sono stati i valori che ci hanno confortato ed aiutato a superare i momenti più difficili, in mancanza della comunione sacramentale, alimento fondante della vita cristiana.

In questi giorni di pandemia, in famiglia non è mancata la preghiera comunitaria con la recita del Santo Rosario e con l’ascolto delle funzioni pasquali, oggetto di profonde riflessioni.

E sul far della sera, nell’intimità, una preghiera personale concludeva la giornata.

O Dio, Padre Celeste,
stendi le tue braccia forti e potenti
su questa umanità sofferente,
proteggila da ogni pericolo,
guidala verso la Salvezza eterna,
come hai condotto il popolo di Israele
oltre il Giordano,
verso la terra promessa.
Amen

Al riparo dalla tempesta

Il 9 marzo resterà a lungo una data scolpita nella nostra memoria.

Da quel giorno la vita della nostra famiglia, della nostra comunità, del nostro paese è d’improvviso cambiata.

É iniziato un lungo periodo che ci ha visti costretti alla distanza fisica dalle nostre persone, dalla nostra fede, dalle nostre passioni, da quello che sino a quel giorno, per ciascuno di noi, rappresentava il quotidiano.

Già, quel quotidiano che per la nostra famiglia significava sveglie all’alba e la lunga rincorsa ai molti impegni con una malinconica e ricorrente considerazione circa l’inesorabile trascorrere del tempo che solo raramente ci consentiva di condividere momenti ed esperienze di famiglia, di amicizia, di comunità davvero appaganti. Ci siamo trovati spesso a dover scegliere di sacrificare tante, sicuramente troppe, occasioni di crescita della nostra famiglia.

I primi giorni di isolamento sociale sono stati dal punto di vista emotivo indubbiamente i più difficili, da ogni direzione arrivavano fiumi di notizie e informazioni che avevano come unica conseguenza quella di alzare il nostro livello di confusione e preoccupazione.

Ciò che però ci è apparso immediatamente chiaro era che questo virus fosse davvero una livella in grado di abbattere ogni “differenza”, ricchi e poveri, anziani e giovani, famosi e sconosciuti, sportivi e non, tutti fragili, tutti vulnerabili.

La paura del contagio ci ha presi alla sprovvista e di lì a poco abbiamo cominciato a fare i conti con la più grande delle paure, la morte, nostra, dei nostri cari, dei nostri conoscenti.

A rendere ancora più angosciosa la situazione si aggiungeva l’impossibilità di stare accanto a chi soffriva e a chi si stava lentamente spegnendo; questo periodo ci ha tolto la possibilità di accompagnare chi non ce la faceva, di consolare quanti subivano le conseguenze del dramma, quantomeno nelle forme e con le modalità che sino a quel momento conoscevamo.

Da lì è nata la volontà di non soccombere a questo stato delle cose, di non restare passivi di fronte allo scorrere degli eventi ed il desiderio di renderci in qualche modo utili agli altri.

Per poterlo fare era necessario che si radicasse in noi la consapevolezza di un cambiamento necessario, un processo che doveva partire da dentro, con pazienza andava ritrovata la calma e la pace interiore, sì ma con quali strumenti?

La preghiera quotidiana, l’ascolto mattutino di uomini illuminati che ogni giorno ci regalavano parole di conforto e saggezza, partendo dalle pagine del Vangelo quaresimale da cui trarre spunti di riflessione positivi, messaggi sani, che arrivavano in profondità e ci scaldavano il cuore.

Allo stesso tempo abbiamo cominciato a prendere le distanze dall’universo mediatico, o quantomeno a guardarlo con spirito critico.

E così abbiamo scoperto il nostro “nuovo” quotidiano, i nuovi ritmi, le nuove abitudini, le nuove azioni, ma soprattutto stati d’animo diversi dal nostro recentissimo passato.

Così facendo abbiamo alzato il nostro livello di sensibilità e il nostro desiderio di vera condivisione è andato sempre più crescendo. 

La nuova via ci ha avvicinato sempre più alle persone e mentre le regole ci imponevano limitazioni sempre più stringenti, le nostre interazioni aumentavano, le manifestazioni di vicinanza e di aiuto tra le persone erano riscontrabili in ogni contesto.

Spesso in questi giorni ci auguriamo di tornare presto a vivere il nostro tempo, dimenticandoci che in realtà è proprio quanto stiamo vivendo in questo momento il nostro tempo.

Quello stesso tempo che abbiamo cominciato ad avvertire come più lento nel suo trascorrere, quasi calandoci in una dimensione nuova, mai provata prima, in cui ci sentiamo a nostro agio.

Si è ulteriormente rafforzato il desiderio di vicinanza con i nostri figli, è aumentata la nostra attenzione nei loro confronti, la voglia di condivisione in tanti momenti della giornata, ed è così che abbiamo riscoperto il piacere di giocare con loro, di studiare con loro, di pregare con loro e di emozionarci con loro.

In noi c’era il desiderio di tutelarli dai condizionamenti esterni ed allo stesso tempo la volontà di far sì che potessero percepire il cambiamento, nel difficile tentativo di far loro comprendere come da una situazione oggettivamente negativa andassero ricercati spunti ed insegnamenti positivi.

Se ci siamo riusciti, oppure no, non siamo in grado al momento di saperlo.

Una cosa però è certa, sebbene sia evidente che non tutto sia andato e andrà bene, questa e quelle che verranno sono e saranno occasioni per contribuire a far sì che il futuro possa andare meglio; la nostra missione sarà quella di non rendere vana la sofferenza fisica ed emotiva di tanti di noi, di rispettare nel vero senso della parola chi non ce l’ha fatta, non dimenticando cosa ci ha dato riparo nella tempesta, a cosa ci siamo aggrappati durante lo tsunami: la fede e le relazioni umane.

Claudia e Mauro

Giornate in oratorio e in parrocchia

L’interruzione improvvisa e imprevista di tutte le attività ha “congelato” i nostri programmi a partire dal carnevale.

La giornata della vita, festeggiata con il lancio dei palloncini e dalla ormai di rito Grande Tombolata è stata l’ultimo appuntamento in oratorio.

I riti della Candelora e la benedizione della gola in occasione di San Biagio, la funzione pomeridiana dedicata agli ammalati e agli anziani, con la possibilità di ricevere l’unzione degli infermi nella giornata dedicata a Nostra Signora di Luordes sono stati gli ultimi appuntamenti particolari in Parrocchia.

Ci stavamo preparando a festeggiare la domenica di carnevale, quando è arrivata la comunicazione ufficiale di sospendere tutte le attività.

Abbiamo vissuto la quaresima, la settimana santa e la domenica di Pasqua tra le nostre mura, con il conforto della Santa Messa diffusa sul sito web della Parrocchia e solo da qualche giorno possiamo ritrovarci in chiesa per le funzioni, anche se con regole che non ci sono abituali, ma con le quali impareremo a convivere.

Il torneo e la festa di mezz’estate quest’anno non ci saranno e anche le manifestazioni per le feste quinquennali saranno rimandate.

Auguriamoci che presto si possa tornare a vivere i nostri ambienti con serenità e gioia e con il senso di comunità che ci contraddistingue.

A presto