Sinodo per l’Amazzonia

Cristo indica l’ Amazzonia

Con questa affermazione di San Paolo VI comincia il documento finale, approvato a larga maggioranza dai presenti nell’Aula del Sinodo. L’evento è stata parte del lungo cammino inaugurato da Papa Francesco a Puerto Maldonato, il 19 gennaio 2018, e proseguito con un attento ascolto “del popolo di Dio nella Chiesa d’Amazzonia”, fino alle tre settimane dell’ Assemblea Sinodale dell’Ottobre scorso.

“Connessione” è un concetto essenziale del documento. Connessione tra grido della terra e dei poveri, tra distruzione del Creato e sterminio della vita umana, tra annuncio della Buona Notizia di Gesù e testimonianza. La connessione si fa “alleanza”, quando si parla di Chiesa e popoli indigeni. Con “Dio indica l’Amazzonia” nei suoi 7,8 milioni di chilometri quadrati si concentrano le grandi sfide globali, dalla crisi socio-ambientale, al dramma delle migrazioni forzate, alla vivenza tra culture e religioni differenti. Perciò, l’ascolto dell’Amazzonia “nello spirito proprio del discepolo e alla luce della Parola di Dio e della Tradizione, ci porta a una profonda conversione dei nostri schemi e strutture a Cristo e al suo Vangelo.

La prima conversione è quella pastorale: a cui tutti i battezzati sono chiamati per costruire una Chiesa missionaria. Una Chiesa con volto e cuore indigeno.
La seconda conversione è culturale: un’apertura all’altro sincera, visto non come mezzo di cui servirsi, bensì come fratello di cui imparare. In quest’ottica di fraternità, si sviluppa l’ alleanza tra indigeni e Chiesa che si esprime in una sempre maggiore inculturazione.
La terza conversione è ecologica: il documento denuncia con coraggio lo scempio prodotto dall’estrattivismo di risorse, i pesanti contraccolpi contro l’ambiente e i diritti umani di intere comunità calpestati. E nel profilare nuovi cammini di sviluppo la Chiesa fa un’opzione chiara “per la difesa della vita, della terra e delle culture originarie amazzoniche”. In tal luce si comprende il “peccato ecologico” che è: ogni azione e omissione contro Dio, il prossimo presente e le future generazioni, e l’ambiente. Tra le proposte, spicca quella di un fondo mondiale per coprire parte dei bilanci delle comunità amazzoniche e la creazione di un osservatorio socio-ambientale pastorale che lavori in alleanza con i vari attori ecclesiali del Continente, a partire dal Consiglio Episcopale latinoamericano (Celam) e con i rappresentanti delle etnie native.

Il testo si chiude con la conversione sinodale, affinchè “in tali orizzonti di comunione e partecipazione cerchiamo i nuovi cammini ecclesiali, soprattutto nella ministeralità e nella sacramentalità della Chiesa con volto amazzonico”. Esso ribadisce l’urgenza di promuovere e conferire ministeri non ordinati a uomini e donne in modo paritario mentre al volto femminile della Chiesa amazzonica viene dedicata un’intera sezione dal titolo “la presenza e l’ora della donna”. Accanto alla valorizzazione del diaconato permanente, alla promozione delle vocazioni, e alla riaffermazione del dono del celibato sacerdotale, nelle zone più remote, in casi strettamente eccezionali, spiegati dalla necessità di garantire l’Eucarestia a comunità che sarebbero costrette ad esserne private per mesi se non anni, si apre la possibilità di “ordinare sacerdoti uomini idonei e riconosciuti dalla comunità, che abbiano un diaconato permanente fecondo”.

Come conclusione si avvia la costituzione di un organismo permanente e rappresentativo, che promuova la sinodalità nella Panamazzonia, in articolazione con il Celam (Consiglio Episcopale Latinoamericano), e la Repam (A quest’ultimo è affidata, attraverso un’ apposita commissione, lo studio ed eventuale elaborazione di un rito amazzonico “che esprima il patrimonio liturgico, teologico, disciplinare e spirituale amazzonico).

Suor Agata Gressioli ci scrive

26/06/2018

Mons. Abate don Giovanni Palamini. Anzi tutto chiedo scusa per il ritardo per la mia comunicazione. Fino dal giorno del mio ritorno nel Chile ad ora non ho potuto riprendere le attività che si sono accumulate durante la mia assenza. Il tempo freddo, autunno invernale, raffreddore, dolori di ossa, etc.

Ringrazio non solo con le parole, ma soprattutto con il cuore per ogni accoglienza attenta e generosa. Dalla Comunità in cui vivo e dalla comunità parrocchiale, i “pendoni” (cartelloni) sono stati accolti con grande meraviglia e ringraziamenti. Alla sua generosità corresponde tutto questo.

Il mio soggiorno a Leno é stato ottimo,ho goduto e ne godo tuttavia le diverse accoglienze fraterne, dalla sorella, parenti, amici ,conoscenti e da tante tante care altre persone. Peró la piú grande accoglienza é stata la mia  cara parrocchia, sempre tanto più bella e accogliente, di preghiera, incontri Eucaristici, lectio divinae, incontri personali con il Signore, incontri personali e fraterni di buoni e cari cristiani. Ringrazio di vero cuore il nostro Signore Dio Onnipotente, per ogni dono ricevuto. Faccio qui una particolarità,perché meritata: é alla mia cara cugina Lucia, che con le sue premure non mi ha mai  abbandonato un solo momento. Grazie di vero cuore Lucia, ti accompagno con la mia preghiera e voglia il Signore ricompensarti con grazie e copiose benedizioni. Grazie cara…

Pure il mio ricordo mi unisce al caro cugino sacerdote don Enrico,che dal 1955 settembre, anno della mia entrata nella Congregazione di Santa Marta, mi accompagna con la sua preghiera, consigli a come vivere la mia chiamata. Grazie Don Enrico.

É gia un mese che sono ritornata, però a volte sono più a Leno che nel Cile. Da questo riconosco quanto il Signore mi ama e come vuole che lo segua. Sono ritornata molto volentieri contenta di rinnovare il mio “Si” alla chiamata del Signore, nonostante tanto affetto e fraternità incontrati e vissuti, che a loro volta hanno rafforzato la mi avocazione. Grazie Signore.

Rinnovo a Lei Mons. Abate i miei ringraziamenti con tanti auguri di bene. Assicuro, come ho promesso, la mia preghiera per ogni sua intenzione. Il Signore la benedica copiosamente come pure i confratelli sacerdoti della cara parrocchia di Leno. Mi accompagni  la sua benedizione.

In Gesù Risorto

Suor Agata Gressioli Suora di Santa Marta en Chile.
“A.M.D.G.”

Io, prete, nel caos venezuelano

Don Giannino Prandelli, sacerdote fidei donum in Venezuela dal 2001, ha raccontato alla comunità di Cortine di Nave la sua esperienza missionaria in un Paese che sta vivendo una situazione drammatica.

Da più di 10 anni a El Callao come parroco di un paese di miniere d’oro ai margini della foresta tropicale venezuelana, don Giannino Prandelli, sacerdote fidei donum, ha raccontato la sua esperienza alla comunità di Cortine di Nave.

Com’è la situazione in Venezuela?

La situazione è critica, già da qualche anno le condizioni sono andate degradandosi in forma progressiva. Il valore della moneta è scaduto tanto che l’inflazione è del 13000%, la moneta quindi non ha nessun valore. Per la gente questo porta a delle conseguenze tristi perché impedisce alla popolazione di guadagnare in forma sufficiente per sopravvivere. Chi ha lavori poco redditizi deve inventarsi qualcosa, molti stanno fuggendo dal paese, si parla di 3 milioni di persone, soprattutto giovani, che emigrano. Altro tipo di migrazione è quella interna, soprattutto nella zona sud-est nella regione della Guayana, famosa per le miniere d’oro, dove la gente arriva in cerca di oro o cercando di vendere oggetti preziosi per recuperare denaro che permetta loro di comprare cibo. La mancanza di acqua e di corrente elettrica è un problema.

Quali sono i suoi compiti?

Le risorse sono poche, quando parlo di risorse non parlo solo di denaro, ma anche dell’organizzazione a livello umano e sociale, non eravamo preparati a tutto questo afflusso. Da tempo abbiamo un club di anziani, composto da 30 membri tra donne e uomini che vivevano in condizioni di disagio, a cui offriamo cibo dal lunedì al venerdì. È un miracolo quello che riusciamo a fare perché nonostante le difficoltà e i pochi aiuti che arrivano, la nostra missione non può fermarsi. La maggior parte riceve la pensione minima che non permetterebbe loro di vivere un mese intero.

A quanto corrisponde uno stipendio medio?

Chi ha un lavoro fisso, come un professore, una maestra o un impiegato guadagna circa tra i 1000 e i 2000 bolivares al mese, che corrispondono a circa 4 o 5 euro al mese. Chi lavora in imprese minerarie abbastanza organizzate può arrivare a guadagnare fino ad un massimo di 20 euro al mese. Se per il cibo ci sono grandi problemi, ancora più grandi sono le difficoltà per la casa, la macchina e le cose più comuni.

Quali sono le risposte del governo?

Il governo fa delle proposte come l’invio di casse di cibo a un prezzo controllato ed economico. Dovrebbero arrivare una volta al mese e invece arrivano dopo tre. Si dice che la corruzione sia presente anche in questo. Evidentemente non è la soluzione al problema, dall’altro lato il governo invita la popolazione a investire nelle piccole coltivazioni, una soluzione limitata perché la gente che vive in città non può farlo: l’orto richiede poi una pazienza che la fame non può attendere. Oltre a tutto questo scenario ci sono anche problemi di sicurezza: si sono formate bande criminali con armi migliori dello stesso esercito. Anche il governo ha responsabilità in questo: come possono i cittadini avere armi sofisticate quando la legge non permette nemmeno il possessi di queste armi? La presenza della guardia nazionale non ha debellato le bande che non sono il pericolo più grande, attualmente fanno più paura i piccoli delinquenti che aumentano a causa della mancanza di risorse, lavoro e denaro. Questo obbliga la gente a cambiare il ritmo di vita, anche l’organizzazione della vita ecclesiale deve cambiare ritmi e orari per adeguarsi.

Ci sono degli aiuti che arrivano dall’Italia?

Abbiamo ricevuto aiuti da parte di associazioni, parrocchie, dal Centro Missionario, ma in realtà non chiedo aiuto perché mi vergogno: come può una terra ricca d’oro chiedere altro? La necessità non dipende dalla mancanza di risorse ma dalla cattiva organizzazione della realtà economica sociale e politica che ci porta ad avere esigenze maggiori rispetto al passato. Effettivamente gli aiuti economici non sono il problema maggiore, il problema è riuscire a trovare una soluzione a questo disordine che sta creando diversi problemi tra cui la mancanza di medicinali, cibo, sicurezza, la sfiducia nelle istituzioni. Il pericolo delle bande e degli stessi militari è che a volte intervengono in forma pesante contro il cittadino comune, non distinguendo il bandito dalla gente disperata che lavora nelle miniere.

Ci sono dei contrasti con le istituzioni?

Non possiamo esporci troppo nel denunciare alcune ingiustizie, rischieremmo di essere censurati. Chi si espone è la Conferenza Episcopale: i Vescovi hanno denunciato in un documento recente, prima della Pasqua, la condizione di disagio nella quale vive la gente. Il flusso migratorio è il risultato di questa situazione: 3 milioni di persone che se ne vanno sono il segno di una situazione difficile. L’impegno della Chiesa Cattolica si fa sentire nel rispetto e nei confronti della gente che ha bisogno di essere aiutata in un cammino che recuperi le condizioni sufficienti per vivere in modo dignitoso.