Narrare la pienezza

Voglio fare un tentativo: guardarmi all’indietro fino ad ottobre e cercare di evidenziare a grandi linee alcuni temi emersi nei gruppi famiglia nel corso di questo anno pastorale, nei quali abbiamo raccontato noi stessi, la nostra gioia di vivere e le nostre stanchezze alla luce dell’Amoris Lætitia di papa Francesco, in un periodo coì intenso per la Chiesa, spronata più volte dal papa stesso a mettere al centro la famiglia nelle nostre riflessioni e soprattutto nella nostra società. Sulla scia anche dei Sinodi sul tema, i nostri gruppi, nel loro piccolo hanno dedicato alla famiglia iniziative e riflessioni: la scelta di rimettere al centro la famiglia chiede una visione carica di speranza e di coraggio, un nuovo annuncio in un contesto di crisi e di valori che ha cambiato soprattutto le relazioni fra le persone e di conseguenza, la famiglia stessa.

Ci siamo chiesti, in questo passaggio così delicato, cosa come famiglie possiamo fare. Più di quanto fosse in passato, oggi sono centrali le relazioni o meglio la cura di esse. La solidarietà fra formazioni sociali, tra cui la famiglia, e quella fra le generazioni sembra minata dalle scelte delle persone: figli che scelgono la convivenza invece del matrimonio, genitori che non battezzano i propri figli, cioè i nostri nipoti, situazioni di fragilità che segnano la vita, che fuggono l’orizzonte del “per sempre”, perché troppo difficile.

Sappiamo che il cambiamento di partner o di famiglia, salutato all’inizio da un misto di entusiasmo e di rassegnazione (piuttosto che continuare così meglio…) produce sovente situazioni complicate, si scontra con diritti sacrosanti di coniugi e figli, genera vite aggrovigliate anziché essere via per una nuova felicità.

In questo, l’annuncio della Misericordia per le famiglie deve passare attraverso la vicinanza e la solidarietà senza pregiudizio. L’accogliere è un duro banco di prova per tutti, ma solo così possiamo costruire una solidarietà nuova, evangelica e capace di salvare la nostra vita. È in virtù di quello che abbiamo ricevuto, di Colui che abbiamo incontrato, del sentirci amati così come siamo, che possiamo sostenere le prove della vita senza perderci; è grazie alla ricerca ostinata di comunità ancora aperte e vive, che cerchiamo, pur nelle fatiche, di trovare le ragioni che ci uniscono Agli altri più che quelle che ci dividono.

Questa santa fatica ci avvicina agli altri per sentirci fratelli, e allo stesso tempo ci fa trovare Dio che cammina nelle nostre strade, che ancora oggi ci raggiunge attraverso i poveri, le difficoltà, i momenti lieti oppure in quelli più bui. È una presenza silenziosa, la sua al nostro fianco, e chiede a noi di raccontare questa esperienza. Siamo chiamati ad essere narratori di una pienezza, perché Gesù è venuto a portarci la vita e ce la dona in abbondanza. Per questo non ci vogliamo stancare, ma con coraggio, animati dalla fede, siamo pronti per un nuovo anno pastorale, in cui proveremo a metterci in campo per poter essere luce di misericordia e piccoli testimoni del Suo vangelo nella nostra comunità.

L’avventura dell’amore è il vero “viaggio di nozze” della vita di coppia

Un commento al capitolo IV della Amoris laetitia

I nostri gruppi famiglia quest’anno stanno vivendo il loro percorso accompagnati dal testo dell’Amoris Laetitia di Papa Francesco. Nel mese di gennaio ci siamo soffermati sul capitolo terzo. Mi pare utile integrare e condividere con tutta la comunità, durante quest’anno pastorale, le riflessioni di studiosi o pastoralisti che hanno approfondito alcuni capitoli della esortazione stessa, come in questo caso mons. Franco Giulio Brambilla, vescovo di Novara.

Per trovare il centro di gravità di Amoris Laetitia suggerisco un’immagine: quando la donna apre la custodia che contiene l’anello di fidanzamento su cui è incastonato un diamante, ammira anzitutto lo sfavillio del gioiello d’incalcolabile valore. Il capitolo IV: L’amore nel matrimonio è il diamante dell’Esortazione Apostolica.

Il “lavoro” dell’amore. 

Papa Francesco inizia così: “Tutto quanto è stato detto [fino ad ora] non è sufficiente ad esprimere il vangelo del matrimonio e della famiglia se non ci soffermiamo in modo specifico a parlare dell’amore” (n. 89). L’amore va portato alla parola e l’eco che vi risuona è la promessa. La promessa della grazia di agape [l’amore disinteressato] porta a compimento il lavoro di eros [l’amore di attrazione]. Il dono dell’amore è presente come promessa, ma assente come pieno compimento. Ha bisogno che il lavoro di eros sia plasmato dalla grazia di agape. L’Esortazione svolge una riflessione affascinante sul “lavoro” dell’amore sulla traccia dell’inno all’agape di san Paolo (1Cor 13). Parla dell’amore umano prima che cristiano e suggerisce che l’amore umano è un labor – un cammino e una lotta – che è messo in moto dalla promessa dell’agape cristiana. Il Papa attribuisce al soggetto (La carità è…) i verbi e le azioni dei sentimenti dell’amore, perché trovino la via per essere lavorati dalla presenza della grazia. Qui sta la “magia” del cammino dell’amore! In tutte le lingue moderne la parola amore significa sia la passione di eros che il dono dell’altro. Francesco abita senza paura la parola amore, parlando per trenta numeri de “il nostro amore quotidiano” (90-119). È un affascinante affresco del “prodigioso scambio” di eros e agape, nel tessuto della vita d’ogni giorno dell’uomo e della donna. Questo è il diamante di Amoris Laetitia, che brilla della forza libera, sciolta e serena della laetitia francescana.

La “più grande amicizia”

[…] Con realismo papa Francesco nel seguito del capitolo svolge il cammino storico dell’amore (nn. 120-162) e le sue trasformazioni (163-164). Egli afferma, infatti, che “non si deve gettare sopra due persone il tremendo peso di dover riprodurre in maniera perfetta l’unione che esiste tra Cristo e la sua Chiesa” (n. 122). Tra l’amore di Cristo per la sua Chiesa e il rapporto uomo donna esisterà sempre un’asimmetria invalicabile e un insopprimibile rimando. Per questo il Papa nel bel n. 123 sulla scorta di Tommaso definisce l’amore coniugale come “la più grande amicizia” (maxima amicitia). Nel rapporto uomo donna la differenza assume i tratti della sponsalità esclusiva e dell’apertura al definitivo.  Secondo le parole di san Bellarmino ciò non può accadere “senza un grande mistero” (n. 124) […]. Lo sguardo di papa Francesco sulla “drammatica” dell’amore arricchisce la famiglia dell’eloquenza di gesti affascinanti. La vicenda di una coppia e la generazione dei figli deve viaggiare tra le false idealizzazioni e le cadute deprimenti. È un’armonia di note che risuonano nella vita della famiglia […].

Le trasformazioni dell’amore.

Infine, corona questo capitolo-gioiello un cenno (nn. 163-164) sulle “trasformazioni dell’amore”. Se l’amore è un labor, un cammino e una lotta, esso è soggetto alla trasformazione delle sue figure. Solo l’assolutizzazione della forma romantica dell’innamoramento, spesso con fantasmi fortemente adolescenziali, produce un’esaltazione e un’idealizzazione dei modi dell’amore. Papa Francesco racconta le cose essenziali sui cambiamenti dell’amore. Anzitutto, il prolungamento della vita prospetta un mutamento della relazione intima e del senso di appartenenza per più decenni successivi, spostandosi dal desiderio sessuale al sentimento di complicità. Occorre sviluppare altri tipi di appagamento che rendono capaci di godere le diverse età della vita, la generazione dei figli, e la ripartenza con la venuta dei nipoti. Infine, la fedeltà al proprio progetto di vita genera forme simboliche di condivisione che talvolta si scoprono soprattutto con la perdita del partner. Un testo sintetico dice bene la capacità di realizzare la totalità, talvolta debordante dell’amore erotico, nella dedizione profonda dell’amore di benevolenza. Rileggiamo questo brano: “Ci si innamora di una persona intera con una identità propria, non solo di un corpo, sebbene tale corpo, al di là del logorio del tempo, non finisca mai di esprimere in qualche modo quell’identità personale che ha conquistato il cuore. Quando gli altri non possono più riconoscere la bellezza di tale identità, il coniuge innamorato continua ad essere capace di percepirla con l’istinto dell’amore, e l’affetto non scompare. Riafferma la sua decisione di appartenere ad essa, la sceglie nuovamente ed esprime tale scelta attraverso una vicinanza fedele e colma di tenerezza. La nobiltà della sua decisione per essa, essendo intensa e profonda, risveglia una nuova forma di emozione nel compimento della missione coniugale” (Amoris laetitia n. 164). Proprio nelle trasformazioni dell’amore la grazia di agape è capace di attivare il lavoro di eros, attraverso la feconda gestazione dell’“amicizia più grande”. Eros, philía [amicizia] e agape celebrano la loro danza circolare nella fecondità di un cammino che s’irradia sui sentieri della vita. Questa sintesi dell’amore è il riverbero della pericoresi trinitaria nella storia, non un suo facile rispecchiamento, né solo un trionfale inveramento, ma la sua “incarnazione” nella relazione tra l’uomo e la donna.  In sintesi, potremmo dire che che la carità è il cardine della salvezza. Se all’inizio Dio “uomo e donna li creò” nella tenerezza preveniente del dono, la misericordia di Cristo “uomo e donna li unirà” nel cammino con cui la grazia di agape porta a pienezza il lavoro di eros. Solo affidandosi alla relazione promettente nell’attraversamento del deserto della vita, l’uomo e la donna entreranno nella terra promessa in cui scorre in abbondanza la gioia.

Considerazioni del Vescovo Luciano Monari sull’esortazione “Amoris Laetitia” di papa Francesco

La pubblicazione della esortazione postsinodale “Amoris Laetitia” costituisce un altro punto delicato del nostro impegno. Le reazioni alla lettera sono state diverse e contraddittorie; a volte hanno assunto toni estremi, con posizioni polarizzate e polemiche. Non possiamo certamente far finta di niente; come procedere dunque?

Il primo atteggiamento fondamentale è quello dell’accoglienza cordiale. La lettera è il risultato di due sinodi che papa Francesco ha raccolto e proposto; siamo quindi di fronte a un’espressione esplicita di magistero ecclesiale, non a una semplice esortazione personale. Il secondo atteggiamento è quello di una lettura attenta e integrale della lettera. Il frutto della lettura non potrà mancare perché Papa Francesco richiama le linee essenziali dell’amore umano e del matrimonio. Ora l’amore sta al centro dell’esperienza di fede e l’educazione all’amore è uno dei compiti fondamentali dei genitori e di tutta la comunità cristiana. Siamo perciò di fronte a un documento prezioso dal punto di vista pastorale. Non so se davvero abbiamo educato all’amore così come dovevamo; ma in ogni modo il risultato è stato scarso. La nostra società ha “liberato” il sesso, lo ha distaccato dall’amore, lo ha posto come un must per ogni persona umana, ma ha dimenticato di educare a quel cammino lungo e faticoso che è l’apprendistato dell’amore. Sembra che l’esperienza dell’amore debba essere soprattutto un’emozione gradevole dell’amore che deve inserirsi positivamente dentro a una relazione che unisce corpo e spirito, memoria e progetto, amicizia e servizio. C’è molto da fare nell’educazione all’amore e su questo deve appuntarsi l’attenzione prima di ogni lettore dell’ Amoris Laetitia.

Il secondo centro della lettera è naturalmente il matrimonio. Il numero troppo alto di separazioni e di divorzi, la disaffezione nei confronti del matrimonio stesso ci pongono inevitabilmente davanti a interrogativi inquietanti. Una prima spiegazione è abbastanza semplice. Il matrimonio è sempre stata un’ istituzione deputata a inserire nella società un’attività umana fondamentale come la procreazione; supponeva – il matrimonio – l’amore dell’uomo e della donna, ma non era totalmente dipendente da questo amore. Uomo e donna trovavano nel matrimonio la risposta a una serie di necessità economiche, sociali, relazionali che giustificavano lo stare insieme, anche quando questo stare insieme comportava sacrifici non piccoli. La modernità ha tolto poco alla volta le altre funzioni del matrimonio e lo ha legato unicamente alla gratificazione affettiva: ci si sposa per amore, si rimane insieme per amore; quando l’amore si raffredda non ci sono più motivi per stare insieme; quando si trova in un’altra relazione, una gratificazione affettiva migliore, non c’è motivo di perseverare nella vecchia relazione. Così funzionano le cose; poco alla volta questa mentalità si è affermata, ha costituito diverse possibilità nuove: la donna emancipata e sola di Cosmopolitan, l’uomo single libero da legami duraturi, la coppia “aperta” dove ciascuno mantiene lo spazio per avventure extra-coniugali… Queste nuove possibilità si sono saldate positivamente con una nuova struttura produttiva, più precaria di quella passata, più mutevole, modulare. Il risultato è la liquidità nella quale siamo immersi, dove di solido e permanente sembra rimanere poco.

La crisi del legame matrimoniale si inserisce nella crisi dei legami “forti”: il pensiero è diventato debole, il lavoro precario, i legami scioglibili, le decisioni revocabili, i sentimenti mutevoli e così via. In realtà, il quadro che ho dipinto è unilaterale. Non tutto avviene così: per fortuna ci sono ancora coppie capaci di fedeltà per cinquanta, sessant’anni; ci sono persone capaci di mantenere una promessa anche con costi elevati. Ma rimane vero che dobbiamo confrontarci con un contesto culturale nuovo e più difficile. Le indicazioni del Papa sono un aiuto prezioso per impostare un programma di educazione all’amore che diventa il presupposto necessario di un’educazione efficace al matrimonio. Ancora: frequentemente il matrimonio è deciso sulla sola base del sentire un amore reciproco. Evidentemente l’amore reciproco è indispensabile, ma non sufficiente. È sufficiente per stare gradevolmente insieme, ma non è sufficiente per stare insieme una vita intera. La vita umana porta in sé un aspetto progettuale; ciascuno si propone degli obiettivi, più o meno consapevoli, che diventano per lui importanti perché in essa egli gioca il senso della sua “realizzazione” umana. Ora nel matrimonio sono presenti due soggetti, l’ uomo e la donna, ciascuno con un suo progetto di vita – e un progetto, come dicevo, a cui non si sente di rinunciare –. Può darsi che il progetto dell’uomo e della donna si mostrino compatibili uno con l’altro, ma se questo avviene, avviene per caso. Più spesso la diversità dei progetti produce conflitti o, in ogni modo, allontanamenti. Ciascuno mantiene il suo circolo di amicizie e partecipa da solo (senza il partner) alla vita di questo gruppo; ciascuno fa le ferie da solo perché ha un interesse che l’ altro non condivide; si suddividono i lavori necessari alla famiglia secondo un contratto rigido. Insomma, si vive insieme, ma ciascuno cerca di difendere spazi personali il più ampi possibili. In questi casi ciò che manca è un progetto comune che non è quello del marito e nemmeno quello della moglie, ma un progetto di coppia che entrambi fanno proprio e nel quale entrambi diventano cooperatori.

Il matrimonio nasce dalla consapevolezza che ci sono alcuni traguardi nella vita che non si possono raggiungere da soli: fare un figlio è uno di questi traguardi. Se qualcuno nella vita vuole diventare padre o madre ha bisogno di un partner. E siccome l’educazione dei gli dura almeno per una ventina d’anni, bisogna mettere in conto una convivenza col partner di almeno una ventina d’anni. Ancora: si può vivere il sesso senza stabilità, ma in questo caso il sesso diventa una semplice attività di piacere come il mangiare o il bere. Ma si può pensare il sesso come incontro personale intimo e come espressione di un amore personale, rivolto cioè a quella persona concreta con nome e cognome. In questo caso il sesso chiede un progetto di vita in modo che l’amore venga costruito giorno per giorno attraverso una conoscenza reciproca più profonda, una convivenza duratura, la cooperazione in tutte le attività necessarie alla vita di famiglia (economia, divisione del tempo, relazioni, impegni…). In questo caso il matrimonio apre un’esperienza che trascenda il vissuto di un singolo. Un single non saprà mai cosa voglia davvero dire “vita di coppia” perché l’ esperienza di coppia si colloca ad un livello valoriale superiore rispetto alla vita di single. Proprio per questo sono convinto che, nonostante tutto, il matrimonio abbia un futuro e che abbia un futuro la famiglia. Dovremo per forza accorgerci che scegliendo la vita da single (o da single convivente) ci neghiamo la possibilità di crescita umana che è per ciascuno motivo di fatica ma anche di gioia, di rinuncia ma allo stesso tempo di arricchimento umano e spirituale.

A questo tende l’ Amoris Laetitia ed è questo che dobbiamo mettere in primo piano nell’ impegno pastorale.

Vescovo Luciano Monari

Sintesi dell’esortazione apostolica postsinodale del santo padre Francesco “Amoris lætitia”, sull’amore nella famiglia (Seconda parte)

Capitolo sesto: “Alcune prospettive pastorali”

Nel sesto capitolo il papa affronta alcune vie pastorali che orientano a costruire famiglie solide e feconde secondo il piano di Dio. In questa parte l’esortazione fa largo ricorso alle Relazioni conclusive dei due Sinodi e alle catechesi di papa Francesco e di Giovanni Paolo II.

Si ribadisce che le famiglie sono soggetto e non solamente oggetto di evangelizzazione.

Il papa rileva «che ai ministri ordinati manca spesso una formazione adeguata per trattare i complessi problemi attuali delle famiglie» (AL 202).

Quindi il papa affronta il tema del guidare i fidanzati nel cammino di preparazione al matrimonio, dell’accompagnare gli sposi nei primi anni della vita matrimoniale (compreso il tema della paternità responsabile), ma anche in alcune situazioni complesse e in particolare nelle crisi, sapendo che «ogni crisi nasconde una buona notizia che occorre saper ascoltare affinando l’udito del cuore».

Inoltre si parla anche dell’accompagnamento delle persone abbandonate, separate o divorziate e si sottolinea l’importanza della recente riforma dei procedimenti per il riconoscimento dei casi di nullità matrimoniale.

 Si mette in rilievo la sofferenza dei figli nelle situazioni conflittuali e si conclude: “Il divorzio è un male, ed è molto preoccupante la crescita del numero dei divorzi.

Pastoralmente preziosa è la parte finale del capitolo: “Quando la morte pianta il suo pungiglione”, sul tema della perdita delle persone care e della vedovanza.

Capitolo settimo: “Rafforzare l’educazione dei figli”

Il settimo capitolo è tutto dedicato all’educazione dei figli: la loro formazione etica, il valore della sanzione come stimolo, il paziente realismo, l’educazione sessuale, la trasmissione della fede, e più in generale la vita familiare come contesto educativo. Interessante la saggezza pratica che traspare a ogni paragrafo e soprattutto l’attenzione alla gradualità e ai piccoli passi «che possano essere compresi, accettati e apprezzati» (AL 271).

Vi è un paragrafo particolarmente significativo e pedagogicamente fondamentale nel quale Francesco afferma chiaramente che «l’ossessione non è educativa, e non si può avere un controllo di tutte le situazioni in cui un figlio potrebbe trovarsi a passare (…). Se un genitore è ossessionato di sapere dove si trova suo figlio e controllare tutti i suoi movimenti, cercherà solo di dominare il suo spazio. In questo modo non lo educherà, non lo rafforzerà, non lo preparerà ad affrontare le sfide. Quello che interessa principalmente è generare nel figlio, con molto amore, processi di maturazione della sua libertà, di preparazione, di crescita integrale, di coltivazione dell’autentica autonomia» (AL 261).

Notevole è la sezione dedicata all’educazione sessuale, intitolata molto espressivamente: “Sì all’educazione sessuale”. Si sostiene la sua necessità e ci si domanda “se le nostre istituzioni educative hanno assunto questa sfida (…) in un’epoca in cui si tende a banalizzare e impoverire la sessualità”.

Si mette in guardia dall’espressione “sesso sicuro”, perché trasmette “un atteggiamento negativo verso la naturale finalità procreativa della sessualità, come se un eventuale figlio fosse un nemico dal quale doversi proteggere.

Capitolo ottavo: “Accompagnare, discernere e integrare la fragilità”

Il capitolo ottavo costituisce un invito alla misericordia e al discernimento pastorale davanti a situazioni che non rispondono pienamente a quello che il Signore propone.

Il papa qui scrive usa tre verbi molto importanti: “accompagnare, discernere e integrare” che sono fondamentali nell’affrontare situazioni di fragilità, complesse o irregolari.

Quindi il papa presenta la necessaria gradualità nella pastorale, l’importanza del discernimento, le norme e circostanze attenuanti nel discernimento pastorale, e infine quella che egli definisce la «logica della misericordia pastorale».

Il capitolo ottavo è molto delicato.

Per leggerlo si deve ricordare che «spesso il lavoro della Chiesa assomiglia a quello di un ospedale da campo» (AL 291).

 Qui il pontefice assume ciò che è stato frutto della riflessione del sinodo su tematiche controverse.

Si ribadisce che cos’è il matrimonio cristiano e si aggiunge che «altre forme di unione contraddicono radicalmente questo ideale, mentre alcune lo realizzano almeno in modo parziale e analogo». La Chiesa dunque «non manca di valorizzare gli “elementi costruttivi in quelle situazioni che non corrispondono ancora o non più” al suo insegnamento sul matrimonio».

Per quanto riguarda il “discernimento” circa le situazioni “irregolari” il papa osserva: “sono da evitare giudizi che non tengono conto della complessità delle diverse situazioni, ed è necessario essere attenti al modo in cui le persone vivono e soffrono a motivo della loro condizione”.

E continua: “Si tratta di integrare tutti, si deve aiutare ciascuno a trovare il proprio modo di partecipare alla comunità ecclesiale, perché si senta oggetto di una misericordia ‘immeritata, incondizionata e gratuita’”(AL 297).

Ancora: “I divorziati che vivono una nuova unione, per esempio, possono trovarsi in situazioni molto diverse, che non devono essere catalogate o rinchiuse in affermazioni troppo rigide senza lasciare spazio a un adeguato discernimento personale e pastorale” (AL 298).

In questa linea, accogliendo le osservazioni di molti Padri sinodali, il papa afferma che “i battezzati che sono divorziati e risposati civilmente devono essere più integrati nelle comunità cristiane nei diversi modi possibili, evitando ogni forma di scandalo”. “La loro partecipazione può esprimersi in diversi servizi ecclesiali (…) Essi non devono sentirsi scomunicati, ma possono vivere e maturare come membra vive della Chiesa (…) Questa integrazione è necessaria pure per la cura e l’educazione cristiana dei loro figli” (AL 299).

Più in generale il papa fa una affermazione estremamente importante per comprendere l’orientamento e il senso dell’esortazione: “Se si tiene conto dell’innumerevole varietà di situazioni concrete (…) è comprensibile che non ci si dovesse aspettare dal sinodo o da questa esortazione una nuova normativa generale di tipo canonico, applicabile a tutti i casi.

 È possibile soltanto un nuovo incoraggiamento ad un responsabile discernimento personale e pastorale dei casi particolari, che dovrebbe riconoscere che, poiché il ‘grado di responsabilità non è uguale in tutti i casi’, le conseguenze o gli effetti di una norma non necessariamente devono essere sempre gli stessi” (AL 300).

 Il papa sviluppa in modo approfondito esigenze e caratteristiche del cammino di accompagnamento e discernimento in dialogo approfondito fra i fedeli e i pastori.

A questo fine richiama la riflessione della Chiesa “su condizionamenti e circostanze attenuanti” per quanto riguarda la imputabilità e la responsabilità delle azioni e, appoggiandosi a san Tommaso d’Aquino, si sofferma sul rapporto fra “le norme e il discernimento” affermando: “È vero che le norme generali presentano un bene che non si deve mai disattendere né trascurare, ma nella loro formulazione non possono abbracciare assolutamente tutte le situazioni particolari. Nello stesso tempo occorre dire che, proprio per questa ragione, ciò che fa parte di un discernimento pratico davanti a una situazione particolare non può essere elevato al livello di una norma” (AL 304).

Nell’ultima sezione del capitolo: “La logica della misericordia pastorale”, papa Francesco, per evitare equivoci, ribadisce con forza: “Comprendere le situazioni eccezionali non implica mai nascondere la luce dell’ideale più pieno né proporre meno di quanto Gesù offre all’essere umano.

Oggi, più importante di una pastorale dei fallimenti è lo sforzo pastorale per consolidare i matrimoni e così prevenire le rotture” (AL 307).

 Ma il senso complessivo del capitolo e dello spirito che papa Francesco intende imprimere alla pastorale della Chiesa è ben riassunto nelle parole finali: “Invito i fedeli che stanno vivendo situazioni complesse ad accostarsi con fiducia a un colloquio con i loro pastori o con laici che vivono dediti al Signore. Non sempre troveranno in essi una conferma delle proprie idee e dei propri desideri, ma sicuramente riceveranno una luce che permetterà loro di comprendere meglio quello che sta succedendo e potranno scoprire un cammino di maturazione personale. E invito i pastori ad ascoltare con affetto e serenità, con il desiderio sincero di entrare nel cuore del dramma delle persone e di comprendere il loro punto di vista, per aiutarle a vivere meglio e a riconoscere il loro posto nella Chiesa” (AL 312). Sulla “logica della misericordia pastorale” papa Francesco afferma con forza: «A volte ci costa molto dare spazio nella pastorale all’amore incondizionato di Dio. Poniamo tante condizioni alla misericordia che la svuotiamo di senso concreto e di significato reale, e questo è il modo peggiore di annacquare il Vangelo» (AL 311).

Capitolo nono: “Spiritualità coniugale e familiare”

Il nono capitolo è dedicato alla spiritualità coniugale e familiare, «fatta di migliaia di gesti reali e concreti». Si parla quindi della preghiera alla luce della Pasqua, della spiritualità dell’amore esclusivo e libero nella sfida e nell’anelito di invecchiare e consumarsi insieme, riflettendo la fedeltà di Dio.

 Nel paragrafo conclusivo il papa afferma: “Nessuna famiglia è una realtà perfetta e confezionata una volta per sempre, ma richiede un graduale sviluppo della propria capacità di amare (…). Tutti siamo chiamati a tenere viva la tensione verso qualcosa che va oltre noi stessi e i nostri limiti, e ogni famiglia deve vivere in questo stimolo costante. Camminiamo, famiglie, continuiamo a camminare! (…). Non perdiamo la speranza a causa dei nostri limiti, ma neppure rinunciamo a cercare la pienezza di amore e di comunione che ci è stata promessa”.

L’esortazione apostolica si conclude con una Preghiera alla Santa Famiglia (AL 325).

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Come è possibile comprendere già da un rapido esame dei suoi contenuti, l’esortazione apostolica Amoris lætitia intende ribadire con forza non l’«ideale» della famiglia, ma la sua realtà ricca e complessa.

Vi è nelle sue pagine uno sguardo aperto, profondamente positivo, che si nutre non di astrazioni o proiezioni ideali, ma di un’attenzione pastorale alla realtà. Il documento è una lettura densa di spunti spirituali e di sapienza pratica utile ad ogni coppia umana o a persone che desiderano costruire una famiglia. Si vede soprattutto che è stata frutto di esperienza concreta con persone che sanno per esperienza che cosa sia la famiglia e il vivere insieme per molti anni. L’esortazione parla infatti il linguaggio dell’esperienza

Don Domenico