Lo Spirito abiti in voi

L’omelia pronunciata dal vescovo Pierantonio Tremolada in Cattedrale durante le ordinazioni presbiterali dei sette diaconi del Seminario e uno dei Carmelitani Scalzi: don Giovanni Bettera, don Marco Bianchetti, don Marcellino Capuccini Belloni, don Matteo Ceresa, don Nicola Ghitti, don Daniel Pedretti, don Luca Pernici e padre Samuele dell’Annunciazione

Carissimi fratelli e sorelle nel Signore, questa solenne celebrazione ci riempie di gioia. Alla vigilia della grande Festa della Pentecoste, siamo riuniti per invocare il dono dello Spirito su questi otto giovani che il Signore ha voluto chiamare al ministero del presbiterato, donandoli alla Chiesa come pastori e al mondo come singolari testimoni della sua potenza di salvezza.

Saluto con affetto sua Eminenza il Cardinale Giovanni Battista Re, che ha voluto condividere con noi questo momento e onorarci della sua presenza.

Con uguale affetto saluto il vescovo Bruno e il vescovo Marco e li ringrazio per la loro graditissimapartecipazione.

Saluto tutti voi, carissimi sacerdoti e diaconi, che con la vostra nutrita presenza esprimete all’intero popolo di Dio la chiara convinzione della grandezza e dignità del vostro ministero, ricevuto per grazia ed esercitato nell’umiltà.

Saluto tutte le consacrate e i consacrati, in particolare il Superiore dell’Ordine dei Carmelitani, che condivide con tutti noi la gioia dell’ordinazione presbiteriale di uno dei suoi figli spirituali.

Saluto le autorità civili e militari presenti, in particolari i sindaci dei paesi di provenienza dei nostri Candidati.

Saluto tutti voi che siete qui, che riempite questa nostra amata cattedrale, soprattutto voi giovani, ragazzi e ragazze. Voi ci dimostrate che il fascino della Vangelo e la sua forza di bene non sono spenti, che donare se stessi al Dio della vita nel servizio dei fratelli non lascia indifferenti. Vi chiedo di rimanere aperti all’opera di grazia che il Signore sicuramente sta compiendo anche in ciascuno di voi.

Infine, ma non per ultimo, saluto voi, carissimi ordinandi. Vi ringrazio per aver accolto la chiamata del Signore, per avergli consentito di compiere in voi la sua opera, giungendo a questo momento, che in verità costituisce un punto di arrivo e insieme un nuovo punto di ripartenza. Siate certi che il Signore non vi deluderà. Nella sua fedeltà e nella misura della vostra fede, farà della vostra vita un segno luminoso della sua gloria e la riempirà di quella gioia che viene solo dall’alto. Insieme a voi saluto e ringrazio i vostri genitori e i vostri familiari. Chiedo al Signore di ricompensarli per la loro disponibilità e generosità, non priva oggi di un certo coraggio.  Seguire e accompagnare un proprio figlio o fratello nel cammino della vocazione di speciale consacrazione a Dio, accettando di vedere segnata anche la propria vita personale da questo evento misterioso, non è cosa da poco. Sappiamo, tuttavia, che il Signore non si lascia mai superare in generosità. Egli non mancherà di darvene chiara dimostrazione.

 L’ordinazione presbiterale di questi nostri giovani fratelli avviene – come già ricordato – alla viglia della Pentecoste. La circostanza la rende ancora più solenne e ci invita a considerare il dono del ministero apostolico nell’orizzonte dell’effusione dello Spirito. È lo Spirito santo che fa esistere la Chiesa come popolo dei redenti, come sacerdozio regale e nazione santa. Grazie allo Spirito santo la Chiesa diviene, per grazia e in umiltà, la città posta sulla cima del monte, punto di riferimento per l’umanità in cammino nella storia. Dallo Spirito santo provengono poi tutti quei doni che consentono alla Chiesa di essere se stessa, e tra questi il ministero dei vescovi, dei presbiteri e dei diaconi, servitori del popolo di Dio e dell’umanità intera nel nome di Cristo.

 La presenza e l’azione dello Spirito santo nel mondo sono invisibili. Non trovano riscontro sensibile. Se ne vedono tuttavia i segni, le tracce che si imprimono nel vissuto delle persone e nel percorso della storia. Nulla potremmo dire dello Spirito santo se non avessimo la testimonianza della Parola di Dio, in particolare della sacra Scrittura. Le letture che sono state proclamate in questa liturgia diventano perciò preziose. Mettiamoci dunque umilmente in ascolto, per cogliere qualche risonanza che ci aiuti a vivere questa celebrazione con tutta l’intensità che merita.

 Vorrei partire dal brano del Vangelo di Giovanni che abbiamo appena ascoltato. Chi scrive ricorda un episodio di cui fu spettatore e che dovette rimanergli fortemente impresso. Dice: “Nell’ultimo giorno, il grande giorno della festa, Gesù, ritto in piedi, gridò: «Se qualcuno ha sete, venga a me, e beve chi crede in me. Come dice la Scrittura: dal suo grembo sgorgheranno fiumi di acqua viva»”. Siamo a Gerusalemme durante la grande festa ebraica delle Capanne. Il settimo giorno di quella festa si compiva una cerimonia suggestiva: verso sera, il Sommo sacerdote andava ad attingere acqua con una brocca d’oro alla fonte di Ghion, che alimentava la piscina di Siloe, e la portava al tempio accompagnato in processione dal popolo festante. Giunto nel grande cortile del santuario, illuminato a giorno da enormi bracieri, il Sommo sacerdote versava l’acqua sull’altare girandovi intorno per sette volte.

 Nel cuore della festa, dunque, mentre si tiene questa solenne processione, Gesù si alza e grida: “Chi ha sete venga da me. Io posso dare l’acqua che veramente disseta”. L’impressione suscitata nei suoi discepoli ma anche negli altri dovette essere fortissima. Un invito simile era già stato rivolto da lui in modo molto più discreto alla donna samaritana: “Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: «Dammi da bere! », saresti stata tu a chiedere da bere a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva” (Gv 4,10). È l‘evangelista stesso a spiegarci in che cosa consiste l’acqua di cui Gesù parla: “Questo disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui”. E aggiunge: “Infatti non vie era ancora lo Spirito, perché Gesù non era stato ancora glorificato”. Fortemente attento alla dimensione simbolica degli eventi, lo stesso evangelista ricorderà che, poco dopo la morte in croce di Gesù, quando uno dei soldati trafiggerà il suo fianco con una lancia, da quella ferita non uscirà soltanto il sangue ma anche l’acqua. Diviene così simbolicamente evidente quanto accaduto in segreto con la morte del Signore. Esalando l’ultimo respiro e reclinando il capo nella morte, in realtà Gesù dona lo Spirito, apre cioè la strada, dentro la storia umana, alla discesa in campo del Paraclito. Il mistero pasquale è nella prospettiva di Dio profondamente unitario. Con la morte del Figlio Unigenito del Padre, da lui accettata per amore, è stata spianta allo Spirito la strada della nostra santificazione. Si compie così promessa del profeta Isaia: “Attingerete acqua con gioia alle sorgenti della salvezza” (Is 12,3).

 Così – cari ordinandi – questo è il nostro primo augurio e il primo invito che vorrei rivolgervi come vescovo. Siate uomini che attingono alle sorgenti della salvezza, siate uomini spirituali, che si lasciano raggiungere da quest’acqua viva che il cuore di Cristo ha fatto sgorgare a beneficio del mondo. Siate esperti dell’invisibile, conoscitori appassionati di ciò che i sensi non possono raggiungere, siate frequentatori, nel raccoglimento, del mistero santo di Dio, di cui solo lo Spirito santo custodisce il segreto. Non inseguite – come ammonisce il profeta Geremia – le cisterne screpolate, che perdono acqua. Dissetatevi alle sorgenti della vita eterna. Aprite la mente e il cuore all’opera di colui che la tradizione cristiana ama definire padre dei poveri, dolce ospite dell’anima, dolce sollievo. Potrete così sperimentare il frutto della sua azione rigenerante. Sarete custoditi nell’esperienza della vita nella sua forma più vera. Ne gusterete la bellezza.

 È sempre la Parola di Dio a istruirci sui frutti dello Spirito santo, cioè sui molteplici risvolti di quella vita nuova che viene inaugurata in noi dalla sua azione di salvezza. Alla luce delle altre due letture che l’odierna liturgia ci ha proposto, credo che tra i frutti che intervengono a costituire la realtà della vita secondo lo Spirito se ne possano in particolare individuare tre, che vorrei considerare nella prospettiva del ministero apostolico e rendere oggetto di una breve riflessione. Essi sono: la comunione, la speranza e la preghiera.

 Anzitutto – cari ordinandi – lo Spirito santo potrà fare di voi degli uomini di comunione. Vi insegnerà a non considerare ostacoli le differenze che esistono nel mondo umano. Che gli uomini sono diversi non significa che sono degli estranei o degli avversari o addirittura dei nemici. È sempre molto forte la tentazione di Babele, che consiste – come si comprende bene dalla prima lettura che abbiamo ascoltato – nella tendenza a vincere la paura delle diversità attraverso la logica cieca e violenta del potere. I figli di Babele costruiscono una città semplicemente con le proprie forze, secondo un proprio progetto, per farsi un nome. Edificano una torre che raggiunga il cielo, che cioè consenta di dominare dall’alto sulla grande città da loro costruita, prendendo il posto di Dio e creando una condizione di uguaglianza forzata. È la logica dell’impero che è propria di Satana e che lui stesso aveva tentato di imporre allo stesso Messia, quando, nel deserto, si era avvicinato per distoglierlo dalla sua missione di salvezza. A questa logica distruttiva lo Spirito santo sostituisce quella della comunione nell’amore, che suppone il rispetto delle differenze, l’accoglienza, il riconoscimento della dignità altrui, la collaborazione sapiente, la solidarietà, la mitezza, l’umile pazienza. Come insegna il Libro degli Atti degli Apostoli, gli apostoli della Pentecoste sono uomini di comunione, che parlano tutte le lingue, che creano unità senza mortificare nessuno.

 Carissimi ordinandi, siate dunque, proprio perché spirituali, uomini di comunione. Dimostrate al mondo che è possibile vivere insieme, in armonia, nella reciproca simpatia, nel reciproco affetto, di più, in una vera fraternità. Vivete questo anzitutto all’interno del presbiterio. Stimate i vostri confratelli sacerdoti, collaborate con loro, confrontatevi, condividete, in una parola, amateli. E guidate le comunità cristiane nella stesa direzione. Ci è affidato un compito epocale: unire le parrocchie in un cammino comune, senza mortificarle. Ricordate loro che sono sorelle, chiamate a riconoscersi parte della grande Chiesa diocesana e perciò a darsi la mano. Voi, che di queste comunità sarete pastori, siate dunque uomini di comunione.

 Siate poi uomini della speranza. “Fratelli – scrive san Paolo nel passaggio della Lettera ai Romani che abbiamo ascoltato – sappiamo che tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi. Non solo, ma anche noi che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo. Nella speranza infatti siamo stati salvati” (Rm 8, 22-24). La speranza permette di vedere ciò che ancora non esiste a partire dalle tracce che invece già sono riconoscibili. Occorre però superare il confine del sensibile. Il presente apre sull’avvenire senza ansia e con serenità quando lo Spirito che abita il nostro mondo interiore ci fa sentire accolti nell’abbraccio vittorioso del Cristo risorto. Gemiamo interiormente – dice san Paolo – aspettando la piena rivelazione dell’opera di Gesù, opera di misericordia e di santificazione. Questi gemiti non sono lamentazioni cariche di malinconia. Non son neppure lacrime di disperazione. Non siamo gente ormai rassegnata al peggio, disarmata e impotente di fronte a un destino inesorabile. Siamo uomini della speranza, ambasciatori del Cristo vittorioso, araldi della buona notizia che, come un lampo, ha illuminato la storia.  Riusciamo a guardare le profonde ferite del mondo senza lasciarci spaventare, senza paura, senza rabbia, senza inerte rassegnazione. Noi crediamo nella potenza dello Spirito che ha reso eterno l’atto di amore del Cristo crocifisso. Vogliamo perciò dare alla nostra esistenza la forma di un servizio per la gioia dei nostri fratelli e delle nostre sorelle.

 Come ministeri della Chiesa – cari ordinandi – voi siete chiamati a dare questa testimonianza. Non temete il mondo di oggi. Non condannatelo. Non fuggitelo. Non siate nostalgici e lamentosi. Conservate alla vostra giovinezza la freschezza che le è propria e mettetela a disposizione dell’annuncio evangelico. Ricordate che l’unico giudizio che i cristiani conoscono è quello dell’amore crocifisso. Amate dunque il mondo così come il Cristo lo ha amato. Amare il mondo non vuol dire conformarsi a ciò che lo disonora e lo sfigura. Vuol dire salvarlo nella potenza dello Spirito santo e farsi custodi della sua speranza. Amate soprattutto i più deboli e i più poveri. Fatevi loro compagni di viaggio. Tenete accesa con loro la lampada, fate in modo che non vengano tradite le loro attese, non permettete che il sorriso si spenga per sempre sul loro volto. Siate disposti a prendere sulle vostre spalle, per quanto vi sarà possibile, i pesi che stanno gravando sulle loro.

 Infine la preghiera. “Allo stesso modo – abbiamo ascoltato sempre nella seconda lettura – anche lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza: non sappiamo infatti come pregare in modo conveniente, ma lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili” (Rm 8,26). La vera preghiera si riceve dallo Spirito santo nella forma di una sua benefica intercessione. La preghiera suppone infatti un rapporto personale con Dio, una conoscenza di lui che l’uomo da solo non si può dare. È lo Spirito che viene in aiuto alla nostra debolezza. È lui che colma la misura eccedente di questa conoscenza altrimenti impossibile. Lo dice bene san Paolo, quando scrive agli Efesini: “Per questo io piego le ginocchia davanti al Padre, dal quale ha origine ogni discendenza in cielo e sulla terra, perché vi conceda, secondo la ricchezza della sua gloria, di essere potentemente rafforzati nell’uomo interiore mediante il suo Spirito. Che il Cristo abiti per mezzo della fede nei vostri cuori, e così, radicati e fondati nella carità, siate in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità, e di conoscere l’amore di Cristo che supera ogni conoscenza, perché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio (Ef 3,17-19).

 Di questa esperienza – cari ordinandi – c’è immensamente bisogno. Sappiate che da questa interiore inabitazione del Cristo per la potenza dello Spirito dipenderà l’intero vostro ministero e – prima ancora – la vostra stessa vita di credenti. Siate dunque uomini di preghiera, siate esperti di vita interiore, siate appassionati ascoltatori della Parola di Dio e amministratori fedeli del tesoro dei Sacramenti, a cominciare dall’Eucaristia. Nulla andrà anteposto a questa ricerca intima e personalissima della comunione con Cristo, di cui lo Spirito santo è l’artefice.

 Uomini spirituali, uomini di comunione, uomini della speranza, uomini di preghiera. Ecco – cari fratelli nel Signore – che cosa la Parola di Dio oggi vi raccomanda di essere, mentre vi accingete a ricevere il dono del presbiterato. E noi volentieri facciamo eco a questo invito, trasformandolo in una umile supplica per voi. La nostra voce, carica di affetto, sale al Padre per domandare a vostro favore la grazia di questa testimonianza, così preziosa per la Chiesa ma anche così attesa dal mondo.

 La Beata Vergine Maria, che per la potenza dello Spirito santo divenne Madre di Dio e Madre della Chiesa, vi accompagni nel vostro cammino con la sua materna tenerezza, vi renda sempre vigilanti e vi custodisca nella pace.

Volontari si può diventare

Buongiorno, mi chiamo Andrea e sono un volontario della associazione Hamici  voglio raccontare un paio di cose che nel tempo  passato qui in associazione hanno contribuito a modificare la mia vita.

Prima cosa  ho capito, che questi ragazzi sono molto speciali ed hanno il potere di farti dimenticare tutto quello che sta girando storto nella vita, ti danno molto di più di quel che tu puoi dare a loro con il loro amore e l’affetto che ti trasmettono rasserenano l’animo. Parlando invece di associazione ho trovato da subito un ambiente gentile, cordiale ma molto efficace nel rispondere ai molteplici problemi che ognuno dei ragazzi presenta, il tutto condito dalla buona volontà che i volontari, vecchi e nuovi, mettono a disposizione del gruppo in ogni attività. Per i nostri ragazzi vengono organizzati giochi a premi e varie uscite dove accompagniamo i nostri amici a vedere il mondo che ci circonda e chiacchierando con loro vediamo che spesso nelle uscite trovi da parte loro una voglia di vivere senza eguali, che spesso non trovi più nei giovani di oggi che hanno tutto e non sanno divertirsi, e questo loro entusiasmo più trascinante, ti fa venir voglia di arrivare alla prossima uscita per fargli vedere altre cose e farti trascinare da questo loro entusiasmo.

Entusiasmo che si trasforma in competitività quando si tratta di giocare, nessuno ci stà mai a perdere e a volte bisogna sedare alcuni accenni a piccole dispute. Del resto vediamo gente litigare per una partita di calcio e loro non sono poi così “diversi“ da tutti noi.

A questo punto sono arrivato ad una conclusione… siamo tutti diversi ma se le cose le fai con entusiasmo e cuore queste “diversità” non sono ostacoli insormontabili anzi diventa punto di forza e confronto positive.

A chi vorrebbe fare del volontariato provi a interpellarci ne rimarrà contento, male che vada ci prenderemo un caffè tel. 3408728139

Grazie Andrea, tanti anni sono passati e con noi hai fatto iniziare un nuovo cammino per te e spero che come dici sia stato un bel cambiamento, a noi hai dato tanto GRAZIE

Ora due cenni del nostro calendario:

GIUGNO

  • 02 domenica: Vi aspettiamo in tanti a tifare per I nostri giocatori per la festa di Hamici in sede con musica e cena
  • 09 domenica: Tombolata in sede
  • 23 domenica: Piscina termale di Goito

LUGLIO

  • 01 lunedì:  Inizio Grest si parte per una settimana in montagna a Vermiglio   
  • 14 domenica: Festa di fine Grest si va alle piscine di Ostiano
  • 27 sabato:  Cena di fine anno e Assemblea

HAMICI CHIUDE SI RIAPRE IL 13 SETTEMBRE BUONE FERIE A TUTTI
Per info contattare un membro del Direttivo o telefonare al 3408728139

Sono Gabriella, Ministro straordinario della Santa Comunione

Come lo sono diventata?

Alcuni anni fa, ho partecipato ad una serie di incontri organizzati da Monsignore Giovanni Palamini, finalizzati a spiegare la funzione della Caritas Parrocchiale nella comunità.

Dal confronto con i partecipanti si evidenziarono vari ambiti nei quali ognuno avrebbe potuto dare il proprio contributo. Consigliatami con mio marito e pregato lo Spirito Santo che mi illuminasse, io scelsi di dedicarmi alle persone sole o ammalate.

Condivisa la mia scelta con Monsignore, lui mi propose di divenire Ministro straordinario della Santa Comunione, previo invio di domanda al Vescovo e partecipazione ad uno specifico corso di formazione.

Accettai sentendomi onorata di poter svolgere un simile, meraviglioso servizio. 

Dopo aver ricevuto il Mandato dal Vescovo, con trepidazione ed emozione iniziai le mie visite agli ammalati, portando loro il Dono Eucaristico che li immerge nell’amore di Gesù, che toglie l’ansia e l’incertezza per il futuro ed un po’ di conforto, da parte mia, attraverso l’ascolto, la presenza, la condivisione, l’affetto e la tenerezza.

Ora sono al secondo mandato triennale e questa scelta continua ad arricchirmi, mantenendomi vicina al mio prossimo sofferente.

Spero sempre di portare po’ di gioia e sollievo, facendo sentire agli ammalati che incontro, la vicinanza della Comunità Parrocchiale, attraverso le preghiere, i saluti, gli auguri e le notizie sulla vita del paese.

Dò lode al Signore e lo ringrazio per questa mia opportunità.

L’efficacia della preghiera per le vocazioni

Carissimi lettori!

Gesù ha detto apertamente ai suoi discepoli: “La messe è molta, ma gli operai sono pochi! Pregate dunque il padrone della messe che mandi operai nella sua messe!”. (Mt 9,37-38) Pregate dunque è l’unica condizione che il Signore pone perché ci siano operai sufficienti per la sua messe. Tante volte abbiamo sentito ripetere queste parole del Maestro, ma ci crediamo veramente? Quanto bisogno abbiamo oggi di santi sacerdoti e persone consacrate fedeli a Gesù! Desidero raccontarvi l’esempio di alcune donne che hanno preso sul serio queste parole del Vangelo e che hanno così potuto sperimentare l’efficacia della preghiera per le vocazioni.

Ci rechiamo nel piccolo paese di Lu nell’Italia del nord, una località che conta poche migliaia di abitanti e che si trova in una regione rurale a 50 km ad este di Torino. Questo piccolo paese sarebbe rimasto sconosciuto se nel 1881 alcune madri di famiglia non avessero preso una decisione che avrebbe avuto delle “grandi ripercussioni”.Molte di queste mamme avevano nel cuore il desiderio di vedere uno dei loro figli diventare sacerdote o una delle loro figlie impegnarsi totalmente al servizio del Signore. Presero dunque a riunirsi tutti i martedì per l’adorazione del Santissimo Sacramento, sotto la guida del loro parroco, Monsignor Alessandro Canora, e a pregare per le vocazioni. Tutte le prime domeniche del mese ricevevano la Comunione con questa intenzione. Dopo la Messa tutte le mamme pregavano insieme per chiedere delle vocazioni sacerdotali. Grazie alla preghiera piena di fiducia di queste madri e all’apertura di cuore di questi genitori, le famiglie vivevano in un clima di pace, di serenità e di devozione gioiosa che permise ai loro figli di discernere molto più facilmente la loro chiamata.

Quando il Signore ha detto: “Molti sono chiamati, ma pochi eletti” (Mt. 22,14), bisogna comprenderlo in questo modo: molti saranno chiamati, ma pochi risponderanno. Nessuno avrebbe pensato che il Signore avrebbe esaudito così largamente la preghiera di queste mamme. Da questo piccolo paese sono uscite 323 vocazioni alla vita consacrata (trecento ventitré!): 152 sacerdoti (e religiosi) e 171 religiose appartenenti a 41 diverse congregazioni. In alcune famiglie ci sono state qualche volta anche tre o quattro vocazioni. L’esempio più conosciuto è quello della famiglia Rinaldi. Il Signore chiamò sette figli di questa famiglia. Due figlie entrarono tra le suore salesiane e, mandate a Santo Domingo, furono delle coraggiose pioniere e missionarie. Tra i maschi, cinque diventarono sacerdoti salesiani. Il più conosciuto dei cinque fratelli, Filippo Rinaldi, fu il terzo successore di Don Bosco e Giovanni Paolo II lo beatificò il 29 aprile 1990. In effetti, molte vocazioni entrarono tra i salesiani. Non è un caso dal momento che Don Bosco nella sua vita si recò quattro volte a Lu. Il santo partecipò alla prima Messa di Filippo Rinaldi, suo figlio spirituale, nel suo paese natio. Filippo amava molto ricordare la fede delle famiglie di Lu: “Una fede che faceva dire ai nostri genitori: il Signore ci ha donato dei figli e se Egli li chiama noi non possiamo certo dire di no!”.

Questo esempio dovrebbe incoraggiarci a formare gruppi di preghiera per le vocazioni. Se fossimo consapevoli di quanta forza abbiamo quando preghiamo, in particolare quando preghiamo insieme ad altri! Abbiamo nelle nostre mani la realizzazione dei progetti di Dio per quelle anime che Egli vorrà chiamare, perché Egli chiede sempre la nostra collaborazione per i suoi disegni di salvezza. Pensiamo alle ultime parole rivolte da Gesù ai suoi discepoli: “Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni battezzandole nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”.

In questo numero potrete conoscere le esperienze di alcuni giovani che hanno accolto l’invito di Gesù e, consacrandosi interamente a Lui, desiderano essere strumenti dell’amore e della misericordia del Signore ovunque Egli li manderà. Le loro vite sono sicuramente il frutto di tante preghiere nascoste e conosciute solo a Dio!

Unito con voi tutti nella preghiera per le vocazioni, Vi saluto e benedico!

Paolo Maria Hnilica, SJ

I miei missionari in Africa

Ottobre Missionario 2018

Ti scrivo durante questo mese missionario per raccontarti la mia esperienza missionaria qui a Morrumbene, in Mozambico, col desiderio di renderti partecipe di alcune emozioni, riflessioni, ma soprattutto per condividere quello che anche io sto ricevendo… se fa bene a me può far bene anche a te!

Papa Francesco nel suo bel messaggio per la giornata missionaria di quest’anno dice “insieme ai giovani potiamo il Vangelo a tutti”. Una delle mie prime esperienze e attività che sto vivendo è incontrare i giovani delle 48 comunità presenti in questa parrocchia. Nell’incontro rimango sempre ammirato dalla gioia dei giovani, che si esprime in canti e balli, e della semplicità e normalità di pregare e confrontarsi sulla propria fede. In varie occasioni molto semplici e anche molto forti mi stanno annunciando il Vangelo. L’annuncio più forte in questi 8 mesi di missione è stato quello ricevuto da Orlando, un ragazzo di 22 anni che da pochi mesi è morto per una grave malattia. L’ho conosciuto al consiglio dei giovani della parrocchia, lui era uno dei responsabili della sua zona per quanto riguarda la pastorale giovanile. Sono stato a trovarlo un giorno a casa sua perché per colpa della malattia che improvvisamente lo ha colto, non poteva più partecipare agli incontri del consiglio. Attraverso il suo catechista di zona mi ha chiamato urgentemente, e sentendo venire meno le forze mi ha chiesto di essere battezzato. Stava camminando nella catechesi del catecumenato, ma il suo percorso ha avuto una forte accelerata. “Padre desidero il Battesimo, voglio essere Figlio di Dio”. Questo desiderio, nella consapevolezza di morire, ancora oggi mi scuote e mi provoca grande ammirazione: desiderio di essere figlio di Dio. Orlando è il mio primo missionario in Africa.

Un’altra esperienza forte in questi primi mesi di missione è stata la benedizione delle case, o meglio capanne, in una delle 8 zone della mia parrocchia. Zona Panga, con la presenza di tante chiese, confessioni e sette diverse. Ho ricevuto tanta accoglienza e gioia. Volevo condividere con te l’incontro con una anziana, che non sapeva più come ringraziare Dio per la visita del Padre nella sua capanna “Anche i passeri del cielo cantano contenti per questa visita, un padre è venuto a trovarmi”. Questa cosa mi provoca come prete e anche come cristiano. Noi siamo portatori di qualcosa di grande, che la gente riconosce e desidera. Lei nemmeno mi conosceva, ma riconosce in questa visita l’attenzione della Chiesa. Molte volte anche una sola visita dice molto. Questa è un’altra missionaria. Mi ha aperto il cuore.

Avrei tanti altri piccoli incontri da raccontarti. In verità ci sono anche alcune fatiche, come in ogni parte del mondo. Mi sto accorgendo che ognuno può essere “missionario” con l’altro perché portatore di qualcosa di vero e di bello. Sempre papa Francesco dice nel suo messaggio per la giornata missionaria “La vita è una missione. Ogni uomo e donna è una missione, e questa è la ragione per cui si trova a vivere sulla terra. Essere attratti ed essere inviati sono i due movimenti che il nostro cuore, soprattutto quando è giovane in età, sente come forze interiori dell’amore che promettono futuro e spingono in avanti la nostra esistenza. Nessuno come i giovani sente quanto la vita irrompa e attragga. Vivere con gioia la propria responsabilità per il mondo è una grande sfida. Conosco bene le luci e le ombre dell’essere giovani, e se penso alla mia giovinezza e alla mia famiglia, ricordo l’intensità della speranza per un futuro migliore. Il fatto di trovarci in questo mondo non per nostra decisione, ci fa intuire che c’è un’iniziativa che ci precede e ci fa esistere. Ognuno di noi è chiamato a riflettere su questa realtà: «Io sono una missione in questa terra, e per questo mi trovo in questo mondo» (EG 273).”

Questa semplice lettera era per vivere la mia missione anche con te, condividendo piccoli incontri, che richiamano Qualcuno di grande che ci precede e ci guida. Mi trovo bene qui in Mozambico, sto imparando molto, anche se a volte faccio fatica a lasciarmi guidare. Sono un testone.

Un abbraccio e un ricordo nella preghiera.

Don Pietro Parzani, qui chiamato padre Pedrinho

Santo Natale: invito alla gioia e alla cooperazione

La ricorrenza del Santo Natale invita a meditare nella gioia la grandezza dell’Amore infinito di un “Dio che si fa carne, perché noi carne possiamo essere elevati a figli di Dio e partecipare alla Sua eredità eterna”. S. Cipriano afferma: “Ciò che l’uomo è, Cristo volle essere, affinché l’uomo potesse essere ciò che Cristo è”.

É un segno strano quello che gli angeli indicano ai pastori: “Troverete un bambino adagiato in una mangiatoia”. Ma è un “Bambino” che rivoluziona tutti i calcoli umani, che muta l’ordine dei valori stabiliti dall’egoismo e dalla superbia degli uomini. Il piccolo, infatti, diventerà simbolo di grandezza, il debole simbolo di fortezza, il povero simbolo di ricchezza. Ed è proprio in questa esigenza di conversione, di mutamento di pensieri e di valori che noi troviamo un invito alla gioia. Oserei dire che il Santo Natale _ come del resto la Pasqua _ è in modo particolare motivo e causa di gioia per chi soffre, tenuto per “piccolo, debole, povero” dalla società, ed invece in Cristo incarnato partecipa ad una “grandezza, fortezza e ricchezza” che supera ogni misura umana. É un invito alla gioia, perché il Natale è “Cristo che viene nel mondo per vivere le sorti dell’intera umanità… per riflettere ed emanare da Sé quanto di umano e di divino ha destinato a nostro conforto, a nostro esempio, a nostra salvezza” (Paolo VI).

É un invito alla gioia perché è giorno di liberazione e di salvezza. Il divino Bambino viene, infatti, a liberarci dai vincoli delle nostre colpe, che ci costringono ad una piccola e limitata statura di figli di Dio. Il Salmista canta questo mistero di libertà: “si allietino i cieli ed esulti la terra al cospetto di Dio perché viene” (Sal 90). E’ un invito alla gioia perché viene la Luce, la Luce vera che pone fine all’oscurità della notte, che illumina ogni nostro soffrire, che illumina ogni uomo che viene in questo mondo, basta che sia animato dalla buona volontà di accoglierla. Il Natale è pure un invito all’amore.

Con la Sua venuta, il Bambino di Betlemme, porta con il dono di Se stesso, l’amore di cui abbiamo bisogno e, riannodando i nostri rapporti con il Padre celeste, ci rende uguali e fratelli tra noi. É anche un invito all’umiltà ed all’offerta. Facendosi carne Egli santifica e benedice le cose della terra, della vita, comprese le sofferenze che, per Suo intervento, “non sono più soltanto dispersione e strazio della vita. Cristo le ha trasformate in moneta di acquisto, in mezzo di riscatto, in pegno di resurrezione e di vita” (Paolo VI). Ma il Santo Natale, per molti, è anche giorno di tristezza e di nostalgia. Forse chi sente dalla voce di Cristo un richiamo al rinnovamento interiore e al pentimento e non l’ascolta; chi gioca al compromesso e vuol servire a due padroni, cercando scuse meschine per giustificarsi; chi, per interesse, si mette contro Dio. Chi è irretito da questi atteggiamenti non può godere la gioia del Natale. Per coloro che non accolgono la Luce non ci può essere che profonda tristezza e nostalgia. Di fronte a queste realtà domandiamoci: come possiamo aderire all’invito del Bambino di Betlemme e che cosa possiamo e dobbiamo fare per questi fratelli che non riescono ad uscire dalle tenebre. All’invito dobbiamo aderire come pastori.

Anche noi, come loro, dobbiamo andare al “Cristo Bambino” in fretta, con gioia, con fiducia, desiderosi di conoscerLo sempre di più, per amarLo, per metterci a Sua totale disposizione, per diventare nelle sue mani strumenti di amore e di gioia per gli altri. Di fronte all’amara constatazione delle tenebre che avvolgono ancora tanti fratelli, ricordiamo le parole che Paolo VI ha rivolto ad un gruppo di ammalati il 22 aprile 1972: “Ecco la raccomandazione che vi facciamo: sì, rimanete sempre in più intima comunione non solo con Cristo, ma col Suo Corpo Mistico, che è la Chiesa. Voi nella Chiesa avete la vostra missione come un prete ha la missione di confessare, di predicare, di dire la Messa. Chi soffre ha la missione di dare la sua sofferenza per gli altri”. Non meno significativi sono gli altri interventi, che nel corso del proprio lungo pontificato, Giovanni Paolo II ha rivolto alle persone ammalate e sofferenti. In esse ritorna con insistenza il riferimento a Cristo, che con la sua sofferenza e la sua morte, prese su di Sé tutta l’umana sofferenza, conferendo ad essa un nuovo valore. Di fatto – ricorda il Santo Padre – Egli chiama ogni ammalato, chiama ogni persona che soffre, a collaborare con Lui nella salvezza del mondo. Cogliamo allora con generoso slancio l’invito che ci rivolge il Padre e Fondatore del CVS e dei SOdC, il servo di Dio monsignor Novarese: “Se anche l’umanità non comprende il tuo sacrificio, non importa; continua a gettare fasci di luce su questa umanità e vedrai che poco alla volta il mondo si riscalderà e si orienterà a Gesù ed avremo, così la gioia di avere contribuito a salvarlo, noi che eravamo stimati gli ultimi della società”. Stringiamoci intorno al Cristo mistico ed offriamo con generosità e gioia tutte le nostre sofferenze, le nostre difficoltà, le nostre fatiche, dopo averle rese preziose con la vita di grazia.

A cura di Maria Piccoli

Natale: Gesù, il missionario del Padre, ci chiama a condividere la Sua missione

La lettera agli Ebrei, nel presentare il sacerdozio di Gesù, attribuisce a Lui la disponibilità a Dio Padre, dichiarata nel Salmo 40: “Allora io dissi: Ecco, io vengo – nel rotolo del libro è stato scritto di me – o Dio, per fare la tua volontà”. E il rotolo del libro a cui si riferisce il Salmo potrebbe essere il testo che riporta la vocazione del profeta Isaia: “Poi udii la voce del Signore che diceva: Chi manderò? Chi andrà per noi? – Io risposi: Eccomi, Signore, manda me!”. Come un dialogo all’interno della Trinità, che ci fa comprendere come, per salvare l’umanità dalla sua caduta nel peccato, dalla sua miseria, dalla sua morte, è necessario che Uno dall’interno della Trinità accetti di compiere una missione d’amore, che gli chiede di abbandonare il seno del Padre e, da Tutto che è, “annichilisca se stesso”, si faccia “nulla” per diventare simile agli uomini e renderli finalmente partecipi del “Tutto” che è Dio.

Chi si rende disponibile a questa missione accetta di distanziarsi da Dio, come in un esilio, e di fare esperienza di morte, perché tale è l’esistenza lontana da Dio.

E il Figlio, per amore e nell’esercizio pieno della sua libertà, sceglie la strada del dono di sé, anche se ciò Gli chiede lo “svuotamento di sé” (Fil 2,7), l’esilio per un tempo dalla sua divinità e l’immersione in una umanità che è separata da Dio, avendo dubitato del suo amore e essendo caduta nel peccato.

L’offerta da parte del Figlio, dunque, si attua nella consapevolezza che dal momento del “sì” al Padre inizia la sua passione e la sua morte, che consiste nella sua lontananza, nel suo esilio rispetto alla Trinità. Dal concepimento nel grembo della Vergine Maria, il “sì” del Figlio, che è obbedienza al Padre, diventa “via crucis”, passione e morte, per far morire in sé il seme dell’umanità peccatrice, affinché questo stesso seme possa germinare a vita nuova non solo per sé, ma per tutta l’umanità.

Gesù accoglie questa missione perché ama il Padre e nel Padre ama l’umanità, che è nata dall’eccedenza del suo amore. Egli si carica dell’amore e della potenza dello Spirito Santo e accetta la “sfida” dell’incarnazione.

Tale è il suo amore: Gesù si fa missionario, offrendosi liberamente al Padre e allontanandosi da Lui, accettando il rischio del rifiuto purché si compia, proprio nel rifiuto dell’umanità, il progetto di salvezza, che consiste nel ritornare al Padre, portando con sé i “prigionieri” liberati: gli uomini schiavi del peccato e della morte, liberati grazie al suo supremo gesto d’amore.

E tutta la missione di Gesù è segnata dal rifiuto: deve nascere in una povera grotta, perché nessuno vuole alloggiare la madre partoriente; è deposto nella paglia, perché per lui non c’è una culla; è adorato dai pastori e dai Magi perché nessuno dei ricchi e dei potenti riconosce in Lui l’’amore di Dio; deve fuggire in Egitto perché Erode, pur non conoscendo la natura della sua regalità, rifiuta un potenziale antagonista; deve fuggire dalla sua città perché i suoi compaesani rifiutano di riconoscere che uno di loro si definisca l’Unto del Signore; è rifiutato dai capi del popolo, dagli scribi, dai farisei, dai dottori della legge e da loro definito “figlio di prostituzione” … E’ riconosciuto solo dagli “scartati e dai rifiutati” della società ebraica: lebbrosi, storpi, ciechi, pubblicani, poveri, peccatori, pagani. Essi lo riconoscono amico e fratello di “sventura” e gradualmente imparano a riconoscerne la divinità: uno “di” loro, uno “per” loro. Uno che “in luogo della gioia che gli era posta dinanzi, si sottopose alla croce, disprezzando il disonore, e ora siede alla destra del trono di Dio” (Ebr 12,2).

Mentre ci apprestiamo a celebrare il Natale, domandiamoci da quale parte siamo noi: dalla parte di chi rifiuta il “Verbo fatto carne” o dalla parte di chi lo accoglie? Se lo accogliamo dobbiamo prepararci ad accettare la missione che il Padre gli ha affidato e che Lui ha affidato alla sua Chiesa. E ciò comporta la disponibilità a condividere la situazione del “rifiutato”, dello “sventurato”, dell’ “emarginato”, del “perseguitato”, del “fuori tempo”, del “fuori di sé” …. E’ forse per questo che tanti che si dicono cristiani oggi non se la se sentono di scommettere la vita su questa fede, perché vivere nel rifiuto da parte di una cultura, di una generazione di uomini, della storia contemporanea non è certo una cosa esaltante … non lo è stato neanche per Gesù. Ma se vogliamo contribuire a salvare la storia degli uomini, la nostra generazione; se vogliamo garantire all’umanità di non essere ingoiata per sempre nella morte, allora non c’è altra strada che quella percorsa da Gesù: “Pensate attentamente a colui che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità dei peccatori, perché non vi stanchiate perdendovi d’animo” (Ebr 12,3).

Ecco perché la nostra parrocchia, continuando il cammino sul tema della missionarietà, è impegnata a conoscere approfonditamente il nostro territorio e chi lo abita e ad approfondire il suo impegno missionario, senza vergogna, senza paura, senza rispondere col rifiuto a chi ci rifiuta, rifiutando di vivere superficialmente la vita cristiana e la nostra appartenenza a Cristo nella Chiesa. Sarebbe ipocrita celebrare il Natale, confessarsi e fare la comunione in quel giorno, se non ci fosse in ciascuno una forte volontà di rinnovamento, di provare a vivere con impegno la fede e non soltanto a professarla con le labbra, e di vivere da autentici missionari di Gesù nella famiglia, nella scuola, sul lavoro, fra gli amici … magari sperimentando lo stesso rifiuto che ha sperimentato Gesù a causa del suo Vangelo. Allora sentiremo vive in noi le parole stesse di Gesù: “Un discepolo non è più grande del suo maestro, né un servo è più grande del suo signore. Se hanno chiamato Beelzebùl il padrone di casa, quanto più quelli della sua famiglia! Ma voi non abbiate paura … Chi avrà perseverato sino alla fine sarà salvato! (Mt 12,22.24-26). Chi accoglie voi accoglie me e chi accoglie me accoglie Colui che mi ha mandato (Gv 13,20)”. Solo allora ci sentiremo pienamente cristiani, accomunati alla stessa vita e alla stessa missione di Gesù. E, prendendo tra le braccia il Bambinello del presepio potremo riconoscere il Figlio di Dio fatto uomo per amore dell’umanità e noi accomunati al suo gesto d’amore.

BUON NATALE

Invito alle Quarantore ed iscrizione ICFR

LENO, 28 agosto 2017

Carissime famiglie,
siamo all’inizio di un nuovo anno pastorale ricco di opportunità per vivere l’esperienza della comunità cristiana, condividendo la nostra fede e la nostra appartenenza alla Chiesa.

Se ora ci stiamo incontrando, è perché abbiamo scelto di fidarci della provvidenza del Signore ed anche delle proposte che la Parrocchia esprime per facilitare la partecipazione alla vita comunitaria. Se ci stiamo incontrando, è anche perché avete responsabilmente scelto di accompagnare i vostri figli attraverso i percorsi di catechesi, dove alcuni tra voi cominciano assieme a famiglie nuove ed altri continuano le esperienze in atto.

In base alle diverse fasce d’età, ciascun gruppo avrà un calendario con le indicazioni per gli incontri dei ragazzi e dei genitori e comprensibilmente diversi saranno i momenti nei quali ci si ritroverà. Ci sembra però bello e pensiamo esprima anche un forte senso di appartenenza, che assieme, tutti, ci presentiamo a Dio in un momento di preghiera e di affidamento. Ecco, allora, che in occasione delle Sante Quarantore, che già sono una tappa significativa all’interno dell’anno pastorale, possiamo dare inizio ufficiale al catechismo davanti all’Eucarestia.

CI INCONTREREMO IN UN UNICO MOMENTO:
DOMENICA 01 ottobre alle ore 10.00 in Chiesa;
in quell’occasione vi chiediamo di riportare compilato il modulo di iscrizione che avete ricevuto in Oratorio. L’invito è esteso a tutta la famiglia. Augurandoci ogni bene nel Signore Gesù, vi salutiamo.

I Sacerdoti, le Suore e i Catechisti.

I moduli di iscrizione sono disponibili nella pagina materiale.

QUANDO ARRIVATE IN CHIESA PARROCCHIALE VI INVITIAMO A CONSEGNARE IL MODULO ISCRIZIONE ALL’ INGRESSO E AD ACCOMODARVI NELLA PARTE INDICATA SULLA PIANTINA SOTTO RIPORTATA.

Sante Quarantore 2012

Carissime famiglie,

siamo all’inizio di un nuovo anno pastorale ricco di opportunità per vivere l’esperienza della comunità cristiana, condividendo la nostra fede e la nostra appartenenza alla Chiesa.

Se ora ci stiamo incontrando, è perché abbiamo scelto di fidarci della provvidenza del Signore ed anche delle proposte che la Parrocchia esprime per facilitare la partecipazione alla vita comunitaria. Se ci stiamo incontrando, è anche perché avete responsabilmente scelto di accompagnare i vostri figli attraverso i percorsi di catechesi dove alcuni tra voi cominciano assieme a famiglie nuove ed altri, continuano le esperienze in atto.

In base alle diverse fasce d’età, ciascun gruppo avrà un calendario con le indicazioni per gli incontri dei ragazzi e dei genitori e comprensibilmente diversi saranno i momenti nei quali ci si ritroverà. Ci sembra però bello e pensiamo esprima anche un forte senso di appartenenza, che assieme, tutti, ci presentiamo a Dio in un momento di preghiera e di affidamento. Ecco, allora, che in occasione delle Sante Quarantore, che già sono una tappa significativa all’interno dell’anno pastorale, possiamo dare inizio ufficiale al catechismo davanti all’Eucarestia.

Ci incontreremo venerdì 28 settembre alle ore 20.30 in Chiesa per la preghiera e in quell’occasione vi chiediamo di riportare compilato il modulo di iscrizione che avete ricevuto in Oratorio. L’invito è esteso a tutta la famiglia.

Augurandoci ogni bene nel Signore Gesù, vi salutiamo.

I Sacerdoti, le Suore e i Catechisti.

Cena del gruppo Ciòvani

Ciao a tutti, di nuovo una cena aperta a tutti..

Domenica 29 Novembre ore 19.30

con una novità questa volta cuciniamo noi..

Cena gruppo Ciovani

L’ultima volta è stato bello .. eravamo in molti ed è stata una buona occasione per fare due chiacchiere ..

non mancare.. e PASSAPAROLA!

PS. Conferma al più presto la tua presenza.. (al don oppure ad uno degli animatori, anche via mail) dobbiamo informare i cuochi ed i pasticceri !!

CIAO!