Migranti, tra falsi miti e pastorale

“Come Gesù Cristo, costretti a fuggire”. Domenica 27 settembre in ogni parrocchia è stata celebrata la 106ª Giornata mondiale del migrante e del rifugiato. Anche la nostra Diocesi ha vissuto alcuni momenti significativi, tra cui la Messa presieduta sabato pomeriggio dal Vescovo nella parrocchia della Stocchetta in cui ha sede la Missio cum cura animarum per i fedeli migranti. Giuseppe Ungari, che da circa un mese ha iniziato il suo servizio come vice direttore dell’Ufficio per i migranti, racconta in questa intervista alcune prospettive pastorali.

Domenica abbiamo vissuto la Giornata del migrante e del rifugiato. C’è qualcosa che l’ha colpita in particolare delle iniziative bresciane?

Siamo riusciti a creare occasioni di riflessione proponendo qualificate iniziative che hanno attinto tanto al livello locale, con la presentazione alla Stocchetta del nuovo libro di Franco Valenti, “Migrazioni in Italia e nel mondo”, quanto a quello nazionale, con l’intervista a padre Fabio Baggio, sottosegretario del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale. Anche dal punto di vista contenutistico si è prestata attenzione tanto alla dimensione culturale, con gli eventi citati, quanto a quella più spirituale con la celebrazione dell’eucarestia presieduta dal Vescovo.

Sul tema dei migranti e dei rifugiati ci sono molti pregiudizi, qual è il cammino da intraprendere per sfatare alcuni miti?

Sicuramente bisogna imparare sempre più a ragionare partendo dai dati. C’è abbondanza di ricerca, di analisi, di approfondimenti statistici ed è indispensabile fondarsi su informazioni che, per quanto interpretabili, offrono elementi oggettivi. A partire dal sapere che la maggior parte dei migranti in Italia sono cristiani (2,9 milioni, pari quasi al 55% del totale degli stranieri residenti nel nostro Paese) o che in Lombardia ci sono 800mila contribuenti stranieri che, con le loro imposte, raggiungono versamenti fiscali pari a 13 miliardi di euro. Prima ancora di instaurare una dimensione empatica nei confronti del tema, è fondamentale avere un rigoroso approccio documentato che ci consenta di conoscere la realtà non per come la vorremmo (o non vorremmo) ma per quella che è.

Come Ufficio avete già in mente un percorso da seguire per formare le comunità?

Sono all’Ufficio per i migranti da solo un mese e mi piacerebbe anzitutto capire e conoscere le aspettative e le esigenze delle comunità parrocchiali della Diocesi. Pertanto anche alcuni corsi di formazione che fin da ora possiamo proporre ai Consigli pastorali e ai vari operatori parrocchiali vorrei fossero anche occasione per accogliere, incontrandoli, quanto può provenire in termini di richieste, ma anche di proposte, dalle diverse zone che, ovviamente, hanno peculiarità proprie molto diverse sul tema dei migranti. Un’ulteriore opportunità, poi, sarà la presentazione alla Diocesi, tra novembre e febbraio, di tre importanti rapporti redatti dalla Fondazione Migrantes.

Le comunità etniche di immigrati sono inserite oggi nella pastorale o rischiano di vivere isolate con una pastorale ad hoc?

Indubbiamente ad oggi l’attività delle comunità etniche e delle cappellanie è stata rivolta agli immigrati di prima generazione. A Brescia in questo c’è stata nei decenni passati una grande capacità di leggere il fenomeno della migrazione e accompagnarlo in modo tale da renderlo sintonico e sereno. Oggi è necessario, proseguendo questa peculiarità bresciana di sapere guardare avanti, essere coraggiosi e fare un passo ulteriore favorendo il pieno inserimento delle sorelle e dei fratelli di origine straniera nelle comunità parrocchiali e, auspico, nelle loro attività, anche attraverso l’inclusione negli organismi di partecipazione, con ruoli attivi nei più vari livelli della vita delle nostre parrocchie.

Il Centro Migranti è il braccio operativo: quali prospettive ci sono all’orizzonte per non essere solo uno sportello erogatore di servizi?

Il Centro Migranti continua ad essere uno strumento che ci permette di essere vicini agli stranieri attraverso un’operatività concreta che è altro dalla pastorale ma è essenziale per rispondere ai loro bisogni e, soprattutto, per offrire possibilità di relazione. Per evitare che il Centro sia solo un erogatore di servizi, quello su cui ci concentriamo è la modalità di approccio alla persona che dovrebbe essere diversa da ogni altro centro qualificato per assistere nelle pratiche burocratiche. Una modalità di accesso che ci permette di conoscere delle persone e attraverso di loro entrare anche in contatto con le comunità migranti, soprattutto con quelle a cui non siamo legati pastoralmente, ampliando la conoscenza delle realtà dei migranti presenti sul territorio.

Brasile: la missione di don Marelli

Dopo un breve periodo di riposo “casalingo”, don Marco Marelli, nei primi giorni dello scorso mese di agosto ha rimesso piede su un aereo per fare ritorno a Castanhal do Parà, per ributtarsi a capofitto nella sua missione di sacerdote fidei donum. Nella diocesi guidata dal bresciano mons Verzeletti, don Marco sta vivendo, dal 2019, la sua quarta esperienza missionaria in America Latina. C’è un filo rosso che lega l’uno all’altro i capitoli della vita missionaria di don Marco in Brasile: il teatro. Anche se non ama sentirsi definire il “prete del teatro” (“si tratta di uno strumento che, al pari di altri, mi consente di far vivere in modo diverso dal solito il tempo delle relazioni con i giovani” afferma) proprio questa forma universale di espressione gli ha consentito di sperimentare a ogni latitudine la bellezza dell’annuncio. E proprio da una riflessione sull’uso pastorale dell’espressine teatrale che prende le mosse l’intervistacon don Marco pochi giorni prima del suo rientro in Brasile.

Don Marco, sono passati ormai tanti anni da quando portavi i giovani su un palco per trasformarli in protagonisti dell’annuncio. Una modalità che non sembra avere perso nulla della sua freschezza…

Sì, ho sempre creduto e continuo a credere in questa forma non convenzionale di evangelizzazione. Anche qui in Brasile il teatro, l’espressione artistica continuano a essere un modo efficace per incontrare i giovani, per parlare con loro, per fare arrivare loro il messaggio di Cristo.

I linguaggi artistici che usi per l’evangelizzazione e per la catechesi sono universali o hanno chiesto un adattamento alla cultura brasiliana?

Come tutti i linguaggi anche quelli artistici chiedono un’incarnazione nel contesto in cui si è chiamati a svolgere la loro azione. Non avrebbe avuto nessun senso e nessuna efficacia riproporre in Brasile in modo pedissequo linguaggi occidentali. Sarebbe un semplice esercizio di stile. Anche il teatro e l’espressione artistica in generale, così come avviene anche per la predicazione e per tante altre dimensioni della pastorale e dell’annuncio, chiedono di essere calate nelle singole realtà in cui sono vissute. Faccio un solo esempio: con la scuola d’arte stavamo preparando uno spettacolo dal titolo “Exodus” per raccontare, con immagini e linguaggi locali, storie di grandi migrazioni che non sono solo quelle a cui siamo abituati in Europa. Parlare di un tema tanto importante in Brasile riproponendo schemi efficaci in Italia, non avrebbe avuto senso. È necessario raccontare le storie e i drammi che stanno dietro le grandi migrazioni degli indios verso le città.

Parliamo un po’ dell’esperienza che stai vivendo a Castanhal…

Il vescovo Verzeletti mi ha chiamato per affidarmi la direzione artistica della “Escola das artes” nata nel 2016. Si tratta di una scuola gratuita, legalmente riconosciuta, con corsi di musica, cucina, teatro. È la prima esperienza del genere in tutto lo Stato del Parà, pensata per dare modo alla gente, anche a quella più povera, di sviluppare i propri talenti. L’idea di fondo che è l’arte possa veramente salvare le persone. Il Vescovo mi ha chiesto di fare da punto di riferimento tra e con gli insegnanti, per coordinarne il lavoro. All’impegno nella scuola, poi, affianco quello con i seminaristi .

Il cammino di don Nicola Mossi

Sabato 12 settembre il vescovo Pierantonio ordina, in Piazza Paolo VI, quattro nuovi sacerdoti bresciani. Tra loro, don Nicola Mossi che in questa intervista si racconta

Dalle energie rinnovabili alla fonte inesauribile dell’amore. È fin troppo facile, quasi scontato, riassumere in questo modo il percorso che ha portato don Nicola Mossi, 36 anni di Leno, ingegnere, a lasciare un promettente futuro professionale in campo ambientale, per accettare la sfida che Qualcuno andava ponendo con insistenza sempre maggiore sul suo cammino.

Don Nicola, cosa ti ha portato a mettere in un cassetto la laurea in ingegneria e a intraprendere il cammino verso il sacerdozio?

Come per molti altri, è stata una serie di domande che a un certo punto della mia vita ho cominciato ad avvertire. Dopo la laurea in ingegneria ambientale e un’esperienza professionale nel campo delle consulenze sulle energie rinnovabili, ha cominciato a risuonare in me con sempre più insistenza una domanda: “È questo che vuoi dalla tua vita?”. Fortunatamente, poi, sulla mia strada ho incontrato persone che mi hanno accompagnato a comprendere e a trovare risposte a questo interrogativo.

Quali sono state queste risposte?

Beh, sono sotto gli occhi di tutti! Chiusa la parentesi professionale sono entrato in Seminario. Non è stata una scelta semplice: lasciavo un mondo del lavoro all’interno del quale stavano maturando alcune importanti prospettive, ma nel contempo avvertivo che questa scelta mi dava l’opportunità di fare chiarezza in me e comprendere che, forse, quelle domande altro non erano che il modo con cui il Signore mi chiamava alla vocazione sacerdotale.

Come hai accolto questa prospettiva?

Sicuramente con qualche timore e qualche preoccupazione. Ma quello che stavo vivendo era anche un tempo in cui andava facendosi sempre più luminoso uno spiraglio di luce che mi indicava anche la possibilità di una risposta grande a questa domanda. Mano a mano che lasciavo crescere in me l’ipotesi di una risposta positiva a questa domanda, un sì al Signore, andava crescendo in me un senso di pace, capivo che mi stavo pacificando con me stesso e che stavo trovando anche la serenità. Così, attraverso il confronto con il mio padre spirituale, ho avuto modo di approfondire la chiamata che mi era stata rivolta era proprio quella del sacerdozio.

Torniamo alla scelta di entrare in Seminario: un cambio di prospettiva che hai accolto con serenità?

Devo ammettere che non tutto è stato chiaro sin dall’inizio, forse sarebbe stato addirittura sbagliato pretenderlo. Ma passo dopo passo il Signore mi ha dato la grazia di poter percorrere questo cammino, di comunicarlo innanzitutto alla mia famiglia, che non si aspettava certo questa scelta, al mio datore di lavoro, agli amici, molti dei quali sono stati anche colti di sorpresa. Però, non l’ho voluto subito sbandierare ai quattro venti. Ho preferito coltivare nel silenzio questo rapporto con il Signore che stava creando in me. È stato un po’ come per due giovani che si incontrano, imparano a conoscersi, fanno crescere il loro rapporto e solo quando sono certi di avere progetti e prospettive comuni rendono pubblico il loro fidanzamento. Oggi non posso che esprimere tutta la mia gioia per la grazia che il Signore mi ha concesso.

Quali sono stati gli spazi in cui la tua vocazione ha avuto modo di crescere?

Un posto centrale nel mio percorso è occupato dall’oratorio di Leno dove ho avuto la fortuna di vivere esperienze molto belle con i sacerdoti che si sono succeduti in questo servizio. Tutti mi hanno dato l’opportunità di vivere esperienze belle e significative in cui, accanto alla dimensione del divertimento, c’era il tempo per domande non sempre scontate ma che mi hanno portato più volte a riflettere su quello che poteva essere il mio futuro. A un certo momento, però, ho avvertito il desiderio, il bisogno di uscire dal recinto dell’oratorio. Grazie all’esperienza delle missioni giovanili condotte a Leno dagli studenti del Seminario, ho avuto modo di incontrare altre figure importanti; ho conosciuto quello che è stato il mio padre spirituale, don Marco Busca, oggi vescovo di Mantova, che mi ha accompagnato per più di dieci anni e che per me è stato un riferimento importante, una guida.

C’è qualcosa della tua precedente esperienza professionale che potrà tornarti utile nel cammino sacerdotale che stai per iniziare?

Quella lavorativa è stata un’esperienza molto positiva. Credo che il primo grande insegnamento che mi è rimasto è quello dell’importanza di lavorare in squadra, cercando di dare il meglio di se stessi. Ho avuto la fortuna di sentirmi realmente parte di una squadra con cui affrontare ogni ostacolo che si poneva sul nostro cammino: un modo di camminare insieme che spero di poter sperimentare nel mio cammino futuro.

Il percorso di studi che hai compiuto prima del Seminario ti rende più sensibile al tema della salvaguardia del creato tanto caro anche a papa Francesco?

Sicuramente sì, anche perché sin da piccolo sono stato affascinato dalla bellezza del creato. L’ho sempre trovata, anche se la sensazione è andata crescendo con la maturità, uno strumento che mi avvicinava a Dio. Per questo sono convinto che ogni uomo, sacerdoti compresi, debba interrogarsi su stili di vita sostenibili, sulla salvaguardia del creato, sulla sua cura e sulla sua custodia.

Dicono che con la tua ordinazione il Seminario perde il suo fotografo…

Forse è per via della mia passione per la fotografia che, essendo nato e cresciuto in una famiglia di fotografi, ho coltivato anche negli anni del Seminario. Nel corso degli anni, poi, ho mantenuto anche altre due grandi passioni: quella per la pallacanestro, che ho praticato sin da piccolo in oratorio, e quella per la montagna. Quelli trascorsi tra escursioni, arrampicate e ferrate sono stati per me momenti sempre belli e che mi hanno permesso di sviluppare anche solide amicizie.

Per concludere, c’è qualche esempio di santità a cui ti senti particolarmente legato?

Grazie al Seminario in questi anni ho potuto conoscere tante espressioni di santità che mi sono state di grande conforto. Ci sono alcune figure di santi che più di altre mi affascinano. Penso a San Francesco d’Assisi: sono nato nel giorno in cui la Chiesa celebra la sua memoria, a lui mi unisce la passione per il creato. Ma sento molto vicine anche figure come quelle del card Spidlik, di San Giovanni Bosco, dei santi bresciani. Non dimentico poi San Pio da Pietrelcina, per la passione che ha messo nella cura d’anime, e ancora figure come quelle di Charles de Foucauld e di Chiara Corbello Petrillo, vite di santità che possono dire tanto anche ai giovani di oggi.

Testimoniare Dio in corsia

Biologa e insegnante, madre Maria Oliva è arrivata a Brescia 25 anni fa. Originaria della provincia di Salerno, ha conosciuto le Ancelle della Carità quando accompagnò la madre, al Civile, per un “viaggio della speranza”. Dieci anni dopo la morte della mamma, entrò in convento. Dopo la prima professione iniziò il suo percorso lavorativo come biologa in ambulatorio alla Poliambulanza. Nel tempo ha collaborato nella cappellania dell’Ospedale e nel 2012 ha iniziato il suo servizio come superiora della comunità alla Domus; nel 2017 è stata stata nominata vicaria generale ma continua a essere rappresentante di struttura della casa. Oggi in Domus ci sono 11 religiose, la madre responsabile è suor Rosalba Ferraresi; suor Giusy Stevanin, medico, e suor Rosalba, infermiera, praticano ancora a pieno ritmo l’assistenza. Domus Salutis e Nuova genesi a Brescia, Ancelle della Carità a Cremona e San Clemente a Mantova sono le quattro strutture sanitarie che fanno capo alla Congregazione delle Ancelle della Carità, giuridicamente riunite nella Fondazione Teresa Camplani dal nome della prima vicaria di Santa Maria Crocifissa (1813-1855). Nei mesi della pandemia hanno toccato con mano le sofferenze e le solitudini delle persone e hanno “rivisitato”, 150 anni dopo, l’opera di Maria Crocifissa con i malati di colera. Non si sono risparmiate e hanno messo in campo quella straordinaria amorevole cura di cui sono capaci sull’esempio di Cristo e rinfrancate dalle parole di Crocifissa: “Non perderti mai di spirito, ma tutto spera da quella divina bontà che ti chiamò a seguirlo”. Il logo scelto dalla Fondazione è significativo: un cerchio con al centro la croce. Il cerchio descrive il mondo nella globalità delle molteplici situazioni di fragilità: in questa circolarità di umani appelli e risposte la Fondazione vuole operare. La Croce, al centro, rappresenta Gesù, cuore del mondo, ispiratore e fondamento di tutte le diverse e complementari attività offerte. Il disegno è composto da mattoni con misure, forme e colori differenti: il bene comune, perseguito dalla Fondazione, scaturisce dalla collaborazione dei diversi soggetti. Il cerchio non è chiuso: la Fondazione (il presidente del Cda è Alessandro Masetti Zannini, mentre il consigliere delegato è Fabio Russo) si propone come luogo capace di accogliere.

Madre Maria Oliva, nei luoghi della sofferenza è importante avere accanto qualcuno che si fa compagno di strada.

L’accompagnamento spirituale è fondamentale perché completa l’assistenza infermieristica e di cura. L’uomo ha bisogno di essere ascoltato. Lo vediamo continuamente in tutte e quattro le nostre strutture. La nostra Santa parlava di assistenza integrale alla persona: corpo, anima e spirito. Maria Crocifissa nel 1840 ha riformato l’assistenza infermieristica. E noi lì dove siamo cerchiamo di rendere concreto questo messaggio che poi non è altro che il nostro carisma.

L’emergenza sanitaria ha rivelato le fragilità, ma anche i bisogni primari dell’essere umano.

Con il periodo del Covid abbiamo sperimentato quanto è preziosa la presenza dell’altro. In Domus abbiamo fatto esperienza dell’assistenza al malato Covid; abbiamo messo a disposizione 75 posti letto (a questi se ne aggiungono 34 a Cremona e a 16 a Mantova). Le sorelle che hanno accostato i malati possono testimoniare l’importanza del loro lavoro. A volte si fermavano sulla soglia della porta soltanto per salutare gli ammalati.

La vostra presenza era letta dagli ospiti con: “Non siamo soli, c’è qualcuno che ci sostiene…”.

Si faceva quello che si poteva. A volte con la presenza fisica a volte con quella verbale. Tutte le sere con il rosario serale accompagnavamo le persone, anche al telefono. Oggi stiamo sostenendo ancora le persone che stanno facendo la riabilitazione dopo il Covid. Hanno i postumi della malattia: problemi neuromotori e psicologici, e difficoltà respiratorie… Sono emerse molte preoccupazioni. In molti hanno paura della morte. Queste paure possono essere affrontate solo attraverso una relazione di aiuto.

In questi mesi ha avuto modo di rileggere la propria vita?

Ho scoperto che Dio è ancora più vicino. Ho capito il dono prezioso della mia vocazione. Con la nostra presenza possiamo aiutare l’altro e riuscire a trasmettere Dio. Tutte le volte che giravo tra le stanze, i pazienti mi chiedevano di passare di più: “Vederla per noi è un sollievo, perché è la prova che Dio c’è con il suo messaggio di salvezza”. Niente è scontato, ma tutto è dono. Ogni giorno Dio ci raggiunge nel quotidiano e noi ci santifichiamo vivendo proprio il nostro quotidiano.

Il modello da seguire è chiaro…

A 23 anni questa ragazza (Maria Crocifissa, nda) così giovane si è lasciata rinchiudere dentro il lazzaretto per aiutare i colerosi. Ha avuto un grande coraggio. In un periodo complicato come questo, rileggere la vita della nostra santa ha donato forza a tutte. Le sorelle più anziane, piangendo, mi dicevano: “Madre, peccato che non possiamo più andare nei reparti a dare il nostro contributo…”.

L’istituzione della Fondazione ha aiutato le Ancelle a continuare la loro vocazione nella sanità

La Fondazione è nata per riunire insieme alla Domus e alla Nuova Genesi, scongiurando il rischio chiusura, le strutture più piccole di Cremona e di Mantova. Nel Cda sono rappresentate le tre Diocesi. Le Case di Cura sono specializzate in attività ambulatoriali e di ricovero e nella riabilitazione. Parliamo di strutture sanitarie cattoliche non profit: i guadagni vengono reinvestiti. Abbiamo il desiderio di continuare a fare del bene. La mancanza di vocazioni non ci permette di essere presenti ovunque, ma con la Fondazione facciamo in modo che le attività di cura e di assistenza rispondano sempre al nostro carisma.

Sirio Frugoni: Ac palestra di vita

“Mi ritrovo in un mondo di amici, di tanti amici”. Sirio Frugoni, 50 anni di Sant’Eufemia, ha accolto con entusiasmo e con senso di responsabilità la nomina del Vescovo a presidente diocesano dell’Azione Cattolica. Direttore tecnico di un organismo notificato per la marcatura CE dei prodotti da costruzione, è sposato con Chiara ed è padre di tre figli. Raccoglie il testimone da Giuliana Sberna che si è impegnata soprattutto per promuovere unna realtà intensa, vivace e familiare. L’Assemblea di febbraio, che ha fornito le linee guida del prossimo triennio, ha visto una forte esperienza di partecipazione e di democraticità con un percorso partito dal basso: sono stati coinvolti i consigli parrocchiali. Il bilancio sociale dell’Associazione dice che in tanti si formano e spendono ancora molte energie per costruire relazioni positive là dove vivono: a scuola, al lavoro, in famiglia, in parrocchia… Formatosi in Ac, Sirio è stato educatore Acr, animatore dei giovanissimi e dei giovani, presidente parrocchiale e attuale consigliere, e ha collaborato con il settore giovani diocesano, di cui è stato anche vicepresidente diocesano; consigliere diocesano, ha collaborato con il settore giovani nazionale e partecipato a campi scuola nazionali e diocesani.

Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. La citazione del capitolo 10 del Vangelo di Matteo riassume bene l’impegno di Sirio che è cresciuto nell’Ac, dove il padre, Bruno, ha ricoperto il ruolo di presidente dal 1974 al 1981.

Ho fatto del mio impegno nella Chiesa e nella comunità uno stile. Ho sempre cercato di aiutare l’Ac a camminare. Se mi hanno chiesto questa disponibilità, si vede che hanno visto che potevo dare qualcosa.

Qual è il valore aggiunto dell’Ac?

In questo tempo in molti si spendono per la cura del corpo, ma tanti sostengono che sia importante affidarsi a un personal trainer, a qualcuno che ti aiuti a rendere efficace l’allenamento che vuoi mettere in campo. Se possiamo prendere questa metafora con tutti i limiti che può avere, io vedo l’Ac come una palestra per essere Chiesa ma prima di tutto cristiani nel mondo. L’Ac aiuta a imparare a camminare insieme.

Se fossimo in montagna, l’immagine scelta potrebbe essere quella di una cordata. Perché?

Bisogna che tutti siano autosufficienti per essere a disposizione degli altri che, in ogni momento, possono avere delle difficoltà. Questo l’ho sperimentato in Ac; è una cosa meravigliosa che ti permette di godere quello che il cammino ti propone davanti.

Oggi il laicato fatica a essere protagonista nella vita delle nostre comunità?

Gli spazi ci sono. Non siamo molto convinti di essere in grado di farlo. Spesso guardiamo troppo la punta dei piedi e poco verso l’orizzonte. Le capacità e le potenzialità ci sono. Dobbiamo imparare ad affidarci con la coscienza che da soli non possiamo fare tanti passi. Ci sono sicuramente schemi imperfetti, ma con la serenità possiamo anche vedere l’armonia delle cose senza pretendere di risolvere tutti i problemi. A noi spetta il compito di tracciare solchi e seminare. Ci sono a questo proposito dei segni molto belli.

Ha respirato l’amore per la Chiesa in famiglia che, oggi più di ieri, vive un momento di difficoltà.

Dobbiamo imparare davvero a vivere insieme. C’è un’azione sistematica per disgregare il tessuto: stiamo diventando una società di individui. L’Ac ha sempre creduto nell’importanza di costruire relazioni a tutti i livelli.

Gli orientamenti per l’anno associativo 2020-2021 hanno come tema “Servire e dare la vita”. Si rinnova la richiesta di un impegno a livello comunitario e nella società. Inutile ricordare che in Ac sono maturate anche molte personalità politiche.

Stare a guardare non è fare la storia. Tutti facciamo la storia. Non possiamo farci trainare dagli eventi. Si chiede una responsabilità, ma questa viene maturata e compresa insieme. Nessuno viene lasciato da solo.

L’Ac ha un patrimonio educativo importante. Può essere ancora una risorsa importante per i nostri oratori?

Il bagaglio di esperienza di 150 anni di storia condivisa, a livello nazionale e internazionale, è proprio nella formazione: il prendere la forma e dare la forma è essenziale. E questo è sempre stato a disposizione di tutti, penso alle tante realtà nate con l’Ac e diventate patrimonio di tutti. Sì, ci sono delle difficoltà. L’Ac sceglie di restare dentro l’Icfr. Cercheremo insieme di costruire qualcosa di bello e di buono per camminare insieme.

Chiara, tra storia e profezia

Intervista a Maurizio Gentilini, autore del libro “Chiara Lubich. La via dell’unità, tra storia e profezia”.

Dott. Gentilini, nel suo volume rilegge la storia di Chiara. C’è un aspetto della sua vita familiare che ha influito maggiormente sul suo modo di essere?

Il padre di Silvia Lubich (questo il suo nome di battesimo), Luigi, era un tipografo di idee socialiste, amico di Cesare Battisti; la madre Luigia era donna di profonda fede cattolica; due sorelle minori – Liliana e Carla – e un fratello – Gino – che sarebbe stato comunista e partigiano, studente di medicina e giornalista. La vita familiare scorse in un clima di sostanziale serenità, di libertà interiore e profondo rispetto delle opinioni altrui, di dialogo con le convinzioni diverse dalle proprie, di dirittura morale e fiducia nella provvidenza. Silvia ricevette un’educazione e una formazione, sia scolastica che dottrinale, tipica del tempo, all’Istituto magistrale e nelle file dell’Azione cattolica, dove dimostrò precocemente una evidente predisposizione alla vita spirituale e alla ricerca appassionata della verità, di Dio e dell’uomo. Intraprese la professione di maestra elementare e il desiderio di continuare gli studi venne infranto dalle condizioni economiche della famiglia e dalla guerra. La sua ricerca verrà dedicata a Gesù – via, verità e vita – e alla sua sequela. Sono tutti elementi che hanno sicuramente contribuito alla maturazione del suo carisma.

Chiara ha sperimentato l’unità nell’era delle divisioni. Possiamo definirla un profeta del nostro tempo?

Indubbiamente sì, e si può di dire che il suo carisma si dimostra ancora estremamente vitale dopo il cambio di epoca che abbiamo vissuto rispetto al Novecento e contraddistinto dalla dimensione della “frammentazione”. Pensiamo ai contesti storici ed ecclesiali nei quali maturarono – in piena guerra fredda e prima del Concilio Vaticano II – le intuizioni e la spiritualità di Chiara Lubich e la proposta di fede e di vita dei Focolari, basata su alcuni elementi cardine, molto distanti da alcuni fondamenti dell’ecclesiologia del tempo, e da alcuni principi pedagogici e formativi del laicato considerati pressoché universali: una proposta basata sulla “lettera” del Vangelo – in particolare l’ultima preghiera di Gesù “perché tutti siano una sola cosa” – e una visione della Chiesa intesa come comunione prima che come gerarchia; un carisma laicale originariamente femminile, che proponeva una concezione del laicato attiva e propositiva, non limitata alla subordinazione e all’esecuzione delle indicazioni provenienti dall’alto; che prevedeva la messa in comune dei beni, seguendo il modello francescano e l’indicazione evangelica “date e più vi sarà dato”.

Può raccontarci lo sviluppo del suo rapporto con la Chiesa? Dalla freddezza iniziale al dialogo…

Per Chiara e le sue prime compagne, l’esperienza della sofferenza di Gesù sulla croce si palesò già nei primi anni del movimento, anche nelle critiche verso di loro e nelle incomprensioni che si manifesteranno nella Chiesa e nella società. Quelle giovani che cercava di vivere alla lettera il Vangelo vennero accusate di protestantesimo; la comunione dei beni offrì l’occasione per sospettarle di comunismo. La loro risposta fu comunque evangelica: il chicco di grano deve morire per portare frutto. Dopo la guerra il vescovo di Trento Carlo De Ferrari volle conoscere i Focolari, approvò la loro spiritualità e il loro stile di vita, commentando: “Qui c’è il dito di Dio”. È l’inizio di una lunga storia di confronti con l’istituzione (in particolare il Santo Uffizio e la maggioranza della Cei), che vide il riconoscimento canonico del movimento solo nel 1962, e poi definitivamente nel 1964. Giovanni Battista Montini, assieme ad altri presuli, sacerdoti e religiosi che riconobbero la bontà del carisma dell’unità, furono sempre alleati di Chiara, anche nei momenti più difficili. Divenuto papa, Paolo VI accompagnò l’espansione dei Focolari in tutto il mondo, ispirò e appoggiò molte delle loro iniziative, mantenendo con Chiara una sintonia spirituale e d’intenti per tutto il suo pontificato.

La risoluzione dei problemi sociali è sempre stata al centro del pensiero di Chiara. Può farci qualche esempio?

La particolare sensibilità che Chiara dimostrò fin da giovane nei confronti della questione sociale fu sicuramente favorita dall’ambiente familiare, dall’educazione e dal contesto civile ed ecclesiale in cui crebbe… Non dimentichiamo che il movimento cattolico trentino dei primi decenni del Novecento aveva espresso un fiorente movimento cooperativo e una classe dirigente con personaggi del calibro di Alcide De Gasperi. Spazi e carisma che proponevano un’autonomia di intervento del laicato nella partecipazione alla costruzione della città dell’uomo, così come – negli anni e nei decenni seguenti – si sarebbero aperti alle nuove frontiere dell’ecumenismo e del dialogo interreligioso, intesi come ricerca dell’“idem sentire” con i fratelli separati e con l’altro nella fede, nella consapevolezza che – anche se il punto di incontro sarà escatologico – nessuno si può esimere dalla necessità della costruzione pratica delle relazioni fraterne.

Testimonianza di Maurizio

Giornata della vita. Testimonianza di Maurizio Calestani

In occasione della giornata della vita abbiamo voluto intervistare un testimone di una vita ferita e limitata: Calestani Maurizio. Ha 63 anni e abita a Leno in via XXVIII maggio, 3. La vita di Maurizio è stata segnata presto dalla sofferenza. A 7 anni ha perso un occhio giocando con un amico. Questo non gli ha impedito di diventare architetto. Nel novembre però del 2000, a 43 anni, una meningite non riconosciuta ha fatto scattare in lui una paralisi progressiva agli arti. La SLA ha fatto poi il resto. Dal 2008 è completamente paralizzato e del tutto immobile. Muove soltanto gli occhi, la bocca e parla con fatica.

Maurizio, come hai reagito di fronte a questa malattia?

All’inizio ho reagito con una buona dose di fatalismo. È successo a me. Non ci posso fare niente. Pazienza. Dicevo a me stesso: “Cerca di stare tranquillo!”.

Come valuti la vita?

Nonostante tutto, la vita è una cosa bella. Vale sempre la pena di essere vissuta. A volte però sono giù di morale e capisco quelli che nelle mie condizioni vogliono farla finita. In certi momenti la vita è proprio dura da sopportare.

Stupisce la tua serenità. Donde deriva?

La fede in Dio e nell’aiuto della Madonna mi sta aiutando molto. Sono molto cambiato da quando, già ammalato, sono stato in pellegrinaggio a Mejugorie. Lì ho ripreso a vivere. Ho provato una pace che non avevo mai provato prima. Così, nella malattia, la mia fede, paradossalmente, è diventata più intensa e gratuita. Ogni settimana faccio la Comunione e ringrazio Dio per il dono della serenità e della pace. A volte mi chiedo: se non avessi avuto questa disavventura, avrei riaperto ugualmente la porta della fede? La risposta non ce l’ho. Però si dà il caso che sia successo questo. Per me è già una risposta sufficiente.

Accanto alla fede, mi stanno aiutando molto le persone che mi circondano. Sono belle persone; mi stanno accanto senza farmi pesare la fatica e il dolore che provoco in loro. Mi amano come sono, anche quando, talvolta, mi arrabbio con loro.

Hai qualcosa da dire ai giovani?

La vedo dura per i giovani, perché vivono in una società che è notevolmente in declino. Quello che mi preoccupa di più dei giovani d’oggi è la mancanza di passione. Tanti non hanno passione per niente. Anche alla Messa domenicale vedo pochi giovani, soprattutto maschi. È una sofferenza, perché la fede aiuta a vivere nonostante tutto. Alcuni di loro vengono a trovarmi: sono buoni. “Forza, ragazzi: il futuro vi appartiene, non buttatelo al vento con una vita insignificante. Se per caso vi capitasse di allontanarvi dal seminato, ricordatevi di lasciare sempre un po’ aperta una porticina, quella della fede”.

Siamo provati ma restiamo in piedi

La situazione evolve così velocemente che è difficile riuscire ad avere un quadro aggiornato della diffusione del contagio dal coronavirus Covid-19 nel Bresciano. Il Sir, l’agenzia stampa della Cei, ha intervistato il vescovo Tremolada

“C’è tanta paura, tanta preoccupazione. I bresciani sono gente fiera, forte. Brescia è conosciuta come la ‘Leonessa d’Italia’ per le vicende della sua storia. La gente non tende a manifestare sentimenti di disorientamento, rimane sempre in piedi. Però si vede che siamo molto provati”. Parte da qui il vescovo di Brescia, mons. Pierantonio Tremolada, per raccontare – con parole intense e accorate – quanto la città e la diocesi stanno vivendo in piena emergenza per il diffondersi del coronavirus Covid-19. I numeri diffusi l’altroieri dalla Protezione civile indicano Brescia come la seconda provincia d’Italia per numero di contagi (3.784) dopo Bergamo (4.305) con un’escalation preoccupante di decessi negli ultimissimi giorni.

Eccellenza, com’è la situazione attuale?
Stiamo vivendo giornate molto difficili, siamo in una situazione molto grave. È davvero un momento di prova e il segnale è dato dal fatti che di buon mattino prestgo, si sente il rumore degli elicotteri che trasportano i malati nei centri ospedalieri più importanti della città. E poi le ambulanze: ogni giorno il suono delle sirene putroppo ci accompagna. Per fortuna qui ci sono strutture ospedaliere molto buone, direi di alto livello. Tuttavia adesso stanno sostenendo un peso che è grave. I responsabili mi dicono che il livello si alza continuamente, occorre far fronte ad un’emergenza crescente. Occorre trovare nuovi spazi per collocare i malati. Si sta davvero facendo l’impossibile.

Anche a Brescia il personale medico-sanitario è in prima linea e non si risparmia…
Ci sono degli esempi di dedizione eccezionali, un impegno che merita di essere ricordato. Sono convinto che quando questo, grazie a Dio, finirà, avremo delle cose straordinarie da raccontare. Ora sono nascoste, ma i nostri medici, i nostri infermieri sono ammirevoli.

In questa situazione, in che modo la Chiesa bresciana ha cercato e potuto essere vicino alla “sua” gente?
Abbiamo innanzitutto offerto degli ambienti. Su richiesta delle autorità è stato messo a disposizione il nostro Centro pastorale, con opportunità di accoglienza alberghiera, per coloro che usciti dall’ospedale hanno comunque bisogno di un tempo ulteriore di convalescenza sotto osservazione. Poi, ovviamente, abbiamo messo a disposizione le nostre chiese e succursali, in tutta la diocesi, perché in questo momento abbiamo anche un’emergenza salme: il numero dei decessi è alto, e prima che si possano compiere tutte le onoranze funebri c’è bisogno di un posto dove accogliere le bare. A questo, per quanto possibile e rispettando i vincoli, si affianca il rapporto personale: abbiamo garantito una presenza spirituale nei nostri ospedali, soprattutto i due principali in città, con i frati minori e sacerdoti giovani. Ma l’aiuto è dato soprattutto al personale.In una lettera che ho inviato a medici e infermieri ho chiesto loro di essere “ministri di consolazione” perché solo voi potete stare vicino ai ricoverati nella malattia e negli ultimi istanti. E poi i nostri sacerdoti sono encomiabili nella benedizione delle salme.

Nonostante l’emergenza non manca la prossimità…
Le nostre chiese sono rimaste aperte nel rispetto delle disposizioni, i sacerdoti celebrano ogni giorno la messa. Quando suoniamo le campane prima delle messe la gente sa che il sacerdote sta celebrando per tutti e diverse sono le persone che partecipano grazie alle dirette streaming. E poi c’è un uso intelligente dei nuovi mezzi di comunicazione Attraverso i social, in modo artigianale ma molto saggio si cerca di tenere unite le persone, di farci sentire Chiesa.

Anche la Chiesa bresciana è stata toccata, come altre, dalla morte e dalla malattia di sacerdoti…
Tre sono quelli deceduti, altri sono ricoverati in questo momento. Li stiamo seguendo molto attentamente. Purtroppo non è facile capire da subito chi viene colpito, c’è una gradualità nella percezione della malattia. Alcuni sacerdoti non sono in perfette condizioni, speriamo che le cose non peggiorino.

L’impossibilità del conforto per i malati gravi così le persone morte che non possono avere un funerale aggiungono ulteriore sofferenza ad un dolore già grande…
Questo ci costa tantissimo. Quando parliamo di prova, perché noi siamo nella prova, dobbiamo includere anche questo: non è un aspetto secondario. È proprio della Chiesa sentirsi uniti, in comunione, soprattutto quando si soffre nei momenti in cui vengono a mancare persone care. Stiamo cercando di vivere questa presenza, questa vivicinanza in forme diverse, quelle che ci sono consenstite in questo momento. Peché non possiamo assolutamente rendere più grave la situazione.Bisogna stare attenti, è un obbligo di coscienza non contribuire in nessum maniera ad un incremente del contagio.Ma questo la gente l’ha capito.

Ieri sera  in tutta Italia per iniziativa della Cei siamo stati invitati a recitare il Rosario…
Ogni giorno lo prego alle 20.30 in diretta Facebook e mettiamo un lume sul davanzale. Ieri ci siamo uniamo alla Chiesa italiana. Sono piccoli segni che fanno sentire un’appartenenza, in una condizione che non è quella normale. Nella prova sono i segni della Provvidenza a permetterci di non essere travolti: sono gesti della carità, gesti di coraggio, di dedizione, di cura e di affetto.Lo stiamo vedendo negli ospedali, nelle famiglie, nei messaggi che ci arrivano anche da fuori diocesi: c’è un senso di unità che è molto forte.

L’altro giorno ha voluto elevare una preghiera al bresciano san Paolo VI e ha invitato anche i fedeli a farlo. Che significato ha questa supplica?
Verso Paolo VI abbiamo sempre avuto un grande affetto, che sta sempre più crescendo. La Chiesa bresciana ha certe caratteristiche che Montini ha incarnato molto bene. La sua è una figura discreta, di un grande cuore; tuttavia, piuttosto riservato: così era Paolo VI, così sono i bresciani. Lo sentiamo molto vicino perché è figlio di questa terra. È il Papa che ha difeso la vita e l’ha cantata nella sua bellezza; aveva uno sguardo sul mondo molto affettuoso e molto dei testi conciliari risentono di questo sguardo amico; e poi ha vissuto l’esperienza della perdita di persone care, ha vissuto lo strazio della morte di Aldo Moro… Anche per queste ragioni lo sentiamo molto vicino e ci siamo affidati a lui.

C’è un segno, un impegno che si è concretizzato in questi giorni che Le fa avere speranza?
Nel giro di una settimana i bresciani hanno raccolto 10 milioni di euro che sono stati messi a disposizione delle strutture. E le donazioni ancora continuano. Da una parte c’è la consapevolezza della sfida che dobbiamo affrontare, dall’altra c’è davvero un grande cuore. Fuori dall’Ospedale civile, il più grande cittadino, c’è uno striscione dei tifosi del Brescia “Un grazie non è sufficiente, onore a chi salva la nostra gente”. Anche questo dice di come stiamo vivendo questa emergenza.