Qui Caritas parrocchiale

In questo articolo, considerando che proprio il 17 e 18 agosto si celebra la Festa della Caritas e “accorpando gli spazi di informazione, testimonianza, relazione”, diamo spazio alle parole del parroco, monsignor Giovanni Palamini che, intervistato, ha cortesemente risposto alle nostre domande in questo modo.

Cosa significa per lei la Caritas?

É una realtà fortemente voluta dalla Chiesa dopo il Concilio Ecumenico Vaticano II, per sollecitare le Chiese locali, ma anche le parrocchie, ad essere “protagoniste” nell’ambito del servizio all’uomo nei suoi bisogni. Nella Chiesa fin dagli inizi è sempre esistita una struttura caritativa, che rendesse evidente l’amore di Gesù Cristo soprattutto per i poveri, gli ammalati, gli ultimi. Pensiamo ai primi sette diaconi, costituiti proprio per il servizio caritativo; la raccomandazione fatta dai dodici Apostoli a Paolo, perché non si dimenticasse dei poveri; le varie confraternite della carità nate lungo i secoli; associazioni e istituti religiosi sorti col carisma di servizio ad ogni tipo di povertà; il servizio dei monasteri e dei conventi ai poveri; la diffusione della San Vincenzo …

Ma il fatto che la Chiesa abbia voluto che in ogni parrocchia di costituisse la Caritas ha significato il prendere coscienza che la carità non si può delegare, è compito di ogni comunità cristiane e, in essa, di ogni cristiano. Il compito della caritas parrocchiale, infatti, non è quello di “delega” al servizio dei poveri, ma, piuttosto, di testimonianza, di sensibilizzazione e di animazione della dimensione caritativa della vita della comunità cristiana.

Prima di diventare parroco di Leno,  quali esperienze ha fatto nella Caritas?

Da curato, con i ragazzi e i giovani, abbiamo fatto dei cammini di sensibilizzazione alla dimensione caritativa della vita cristiana; soprattutto col gruppo scout e con l’azione cattolica abbiamo fatto parecchie esperienze di servizio sia ai “poveri”, che alla comunità nei momenti del bisogno. Quando, poi, ho fatto servizio diocesano nella pastorale vocazionale, ho avuto la possibilità di collaborare da vicino con la Caritas Diocesana e condividere i progetti che veniva proposti per rispondere non solo ai bisogni dei poveri della nostra Diocesi, ma a quelli del mondo intero, soprattutto nei momenti di catastrofi naturali, di guerre, di carestie e quant’altro. Giunto a Castenedolo come parroco ho ereditato una bella realtà caritativa: un Caritas parrocchiale bene avviata e ben organizzata. Ho continuato il lavoro avviato, sostenendo soprattutto la formazione dei volontari e aprendo alle sollecitazioni della Diocesi.

La Caritas parrocchiale di Leno si è rinnovata con lei quattro anni fa: come?

Anche qui sono partito da ciò che già esisteva: un servizio ai poveri portato avanti da alcune persone in stretta collaborazione con il parroco e con l’Associazione Non solo noi e con puntuale riferimento all’Ufficio dei servizi sociali del Comune. 

Ho ritenuto opportuno allargare il numero delle persone che si incaricassero di testimonianza, animazione e servizio caritativo nella e con la parrocchia, ritenendo che si dovesse ampliare il riferimento alla Caritas Diocesana e ai servizi da lei offerti alle Caritas parrocchiali. Così abbiamo organizzato un corso di formazione per animatori della carità e del centro di ascolto, condotto dagli operatori della Caritas Diocesana, per essere pronti a rispondere in modo sempre più cristiano e sempre più adeguato alle povertà del nostro territorio. Un bel gruppo di adulti ha risposto a questa proposta ed ora, come parrocchia, possiamo essere orgogliosi di un buon servizio reso alla comunità come testimonianza, animazione e aiuto ai poveri, sostenuti dalla comunità stessa. Naturalmente il cammino non è terminato. E’ per questo che i volontari  continuano il percorso di formazione presso la Caritas Diocesana e mantengono un continuo riferimento alla stessa. Inoltre abbiamo potenziato il micro-credito, già attivato da alcuni anni nella nostra Zona pastorale e abbiamo avviato l’opportunità di attingere alla proposta delle “Briciole lucenti”, che ci permette di attingere per una parte agli aiuti della Caritas Diocesana per aiutare i poveri a sostenere le spese scolastiche, di salute e per le utenze della casa.

Il 17 e 18 agosto le giornate della solidarietà – 4^ Festa della Caritas: quale il suo bilancio sulle feste già avvenute?

Credo non sia ancora stato compreso il significato di queste “giornate della solidarietà”, ma la perseveranza ci premierà. Da punto di vista economico non abbiamo certo avuto un gran successo; del resto sono solo due giornate nel bel mezzo delle ferie agostane. Ritengo, però, che chi le ha frequentate abbia almeno colto il primo dei motivi che ci muove a questa manifestazione: testimoniare e sensibilizzare a sentirsi tutti responsabili del servizio caritativo ai poveri, che ha molti aspetti: materiale, culturale, religioso, sanitario… Ciascuno contribuisce come può e come è capace: chi facendosi volontario; chi contribuendo con i propri mezzi materiali, culturali, spirituali, chi segnalando alcune povertà non conosciute; chi pregando… ma tutti convinti che ogni cristiano ha il dovere di aprire mente, cuore, mani per il servizio dei poveri a nome di Gesù e della Chiesa.

La Caritas parrocchiale si è rinnovata intorno ad un progetto organico dal nome evocativo e suggestivo “La mano fraterna” con 5 dita, 5 settori di attività: come valuta l’attuazione di questo progetto per ciascuna delle 5 dita?

Il primo dito ha come tema quello dell’ascolto: ascoltare. E’ un servizio importante e non va fatto solo con l’orecchio e la mente, ma anche con il cuore. Spesso le prime richieste che vengono avanzate dai poveri non sono quelle reali, anche se sono le più immediate e le più urgenti. Si tratta di aiutare a comprendere gli autentici bisogni. Per questo ci vuole tempo, pazienza e costanza, insieme alla volontà di accompagnamento.

Il secondo dito ci richiama all’offerta di aiuto materiale: distribuire. Questo compito viene svolto da un gruppo che si interessa anche di reperire, insieme con tutti i gruppi e associazioni che partecipano a Nonsolonoi, gli alimenti da distribuire durante l’anno alle famiglie bisognose. Qualcosa si raccoglie nel cesto in fondo alla chiesa, due volte l’anno si fa la raccolta alimentare ai centri commerciali, si fanno le spese all’Ottavo giorno (struttura diocesana dove si acquista il doppio di ciò che si paga) e qualcosa si acquista con le offerte private o con i proventi delle offerte dalla “vendita” di mobili usati.

Il terzo dito ci invita alla consolazione nell’attenzione soprattutto agli ammalati e anziani: non temere. Questo servizio è svolto soprattutto dai ministri straordinari della comunione eucaristica, che visitano gli ammalati e anziani e portano loro il conforto dei sacramenti e della benedizione del Signore, facendoli sentire vicini alla comunità cristiana e dando loro la certezza di non essere dimentica. 

Il quarto dito l’apostolato della preghiera: “Prega il Padre tuo”.

Tutto quanto proposto sopra non si sostiene se a fondamento non c’è l’incontro quotidiano con l’amore di Dio-Trinità. Per questo, lungi dall’essere un gruppo o una attività a parte, questo è compito e gioia di tutti: pregare Dio ogni giorno, personalmente o in gruppo, perché la carità che operiamo verso il prossimo sia sempre espressione dell’amore di Dio per ogni uomo e non cadiamo nella tentazione di cercarvi un tornaconto, una gratificazione, un ruolo che ci faccia sentire qualcuno … insomma, che non sia semplicemente un appagamento del nostro orgoglio personale, ma un servizio fatto con la Chiesa, per la Chiesa, nella Chiesa e, quindi, nello stile della gratuità, perché gli uomini possano sentire, anche attraverso la nostra opera, la mano di Dio che li accarezza, li sostiene, li accompagna, li salva.

Infine non possiamo negare l’importanza nell’ambito della carità del Gruppo S. Vincenzo.

Mantiene la sua autonomia, in quanto associazione con un proprio statuto. Ma, in quanto è di ispirazione cristiana e opera nel settore della carità all’interno delle nostre parrocchie, è bene che partecipi agli incontri della Caritas, sentendosi parte a pieno titolo. Qui può dare o chiedere aiuto per la conoscenza che ha della povertà lenese. 

Come parroco, quale valutazione può dare sulle iniziative e sul lavoro dei volontari Caritas?

Sono orgoglioso del loro prezioso, umile e perseverante servizio. Noto un forte impegno, profonda consapevolezza di essere strumento dell’amore di Dio e della missione della Chiesa verso i poveri. Inoltre riconosco un desiderio forte di condivisone e di comunione nel servizio caritativo, riconoscendo che il cammino è faticoso, in quanto le esperienze da cui i volontari provengono e le modalità di attuazione che ognuno propone sono a volte molto diverse e richiedono molto dialogo e confronto umile, cose non facili.

Riconosco molto impegno anche nella formazione e nella ricerca di modi sempre nuovi per animare  e suscitare la carità dentro la comunità. Dunque, una vivacità che fa ben sperare nel futuro della nostra comunità riguardo alla dimensione caritativa.

Per questo spero che la testimonianza dei volontari sia sempre più visibile anche presso i più giovani, che possono offrirsi per un servizio sempre più fresco e qualificato, considerata la loro capacità innovativa e di dedizione a chi è nel bisogno, ma anche la loro competenza nell’uso dei nuovi strumenti e metodi per intercettare e rispondere alla povertà antiche e nuove.

Quella bellezza che nutre

“Nutriti dalla bellezza”: la nuova lettera pastorale del vescovo Tremolada per l’anno 2019/2020. Tema centrale è quello dell’eucaristia. “Una lettera che è anche sociale” sottolinea don Carlo Tartari, vicario per la pastorale e per i laici

“Sono convinto che al cuore della missione della Chiesa ci sia l’Eucaristia. Non sono certo il primo a pensarlo, ma mi fa piacere dichiararlo. L’Eucaristia è un nucleo incandescente, una sorgente zampillante, una realtà misteriosa che permette alla Chiesa di essere veramente se stessa per il bene del mondo. Mi piacerebbe far percepire a tutti questa verità”. Si apre con queste considerazioni la seconda Lettera pastorale di mons. Pierantonio Tremolada “Nutriti dalla Bellezza. Celebrare l’Eucaristia oggi”. La liturgia cristiana, celebrata nella verità, che rappresenta una delle grandi strade dell’evangelizzazione è al centro delle riflessioni che il Vescovo, a due anni dalla sua nomina a Brescia, affida alla sua Chiesa. Sin dalle prime pagine della nuova Lettera pastorale si coglie evidente la continuità con “Il bello del vivere” dello scorso anno. Se l’orizzonte comune a cui i battezzati devono tendere è quello della santità, l’eucaristia è una via privilegiata per raggiungerlo.

In questa prospettiva la chiave di lettura che mons. Tremolada propone non è quella dello sguardo nostalgico a un passato che non c’è più (“Il numero dei partecipanti alla Messa domenicale è molto diminuito. Quel che una volta appariva normale, giusto e doveroso, sembra non esserlo più… Perché questa disaffezione crescente?… Occorre però non rimanere prigionieri delle analisi. Soprattutto non bisogna lasciarsi risucchiare. Continuare a parlare di questo fenomeno, infatti, produce inesorabilmente una sorta di sconforto pastorale”, scrive il Vescovo nel prologo), ma quella di un’apertura speranzosa al futuro: “Sono invece convinto – sono ancora parole di mons. Tremolada – che si debba rilanciare, puntando proprio sull’Eucaristia, sul suo valore, sulla sua grandezza e bellezza. Molto dipenderà da come la sapremo celebrare. Le sue meravigliose potenzialità rischiano infatti di venire mortificate da una consuetudine un po’ stanca e forse anche un po’ presuntuosa”. Per questo il Vescovo nella Lettera invita a dedicare l’anno pastorale 2019/2020 a una riscoperta della celebrazione eucaristica, “meno preoccupati del numero dei partecipanti e più del modo in cui essa viene vissuta”.

A questo fine sono orientate le riflessioni di mons. Tromolada, contenute nelle 101 pagine della Lettera pastorale, divisa in sei capitoli: Incanto, l’Eucaristia come liturgia; Irradiazione, l’Eucaristia e il mondo; Mistero, l’Eucaristia come sacramento; Comunione, Eucaristia e Chiesa; Celebrazione, l’Eucaristia celebrata; Festa, l’Eucaristia e il Giorno del Signore. La Lettera si apre con il già citato prologo in cui il Vescovo indica il senso e la ragione dell’intero documento, e si chiude con l’epilogo in cui mons. Tremolada affida all’icona che il monaco Andrej Rublëv ha dedicato alla Trinità, il compito di fare sintesi del mistero cristiano per eccellenza.

Come già ne “Il bello del vivere”, anche nella nuova Lettera pastorale compaiono sei video testimonianze che si possono consultare grazie ad altrettanti QR code presenti nel testo, in apertura di ogni capitolo. A questi “testimoni”, presentati nella colonna che chiude queste pagine, è stato chiesto di raccontare come per loro, nel loro quotidiano l’eucaristia sia appunto incanto, irradiazione, mistero, comunione, celebrazione e festa. Sempre grazie a un Qr code i lettori potranno gustare un filmato sul Tesoro delle Sante Croci, di cui Brescia ricorderà nel 2020 con un Giubileo straordinario concesso dal Papa i 500 anni della nascita della compagnia dei Custodi, e uno invece dedicato all’icona di Rublëv.

“Una lettura superficiale potrebbe indurre a considerare una lettere sull’eucaristia interessante solo per chi ancora frequenta. Va invece ricollocata all’interno nel contesto ampio entro il quale il Vescovo ci chiede e ci aiuta a rileggere il cuore della nostra vita di fede”. Parte da questa considerazione la lettura che don Carlo Tartati vicario episcopale per la pastorale e per i laici dà di “Nutriti dalla bellezza”, la nuova Lettera pastorale di mons. Pierantonio Tremolada. “Sappiamo – prosegue il sacerdote – che l’Eucaristia è la fonte e il culmine della vita cristiana che non è chiamata a svolgersi nel chiuso dello spazio del sacro o dei tempi sacri. La vita cristiana è chiamata invece a diventare testimonianza, annuncio e missione proprio nel mondo. E questo il Vescovo lo dice bene”. Con la sua seconda Lettera pastorale, continua don Tartari, mons. Tremolada aiuta a cogliere che c’è un legame profondo tra questa appartenenza, questo vissuto di fede e il mondo in cui il cristiano vive. “Non a caso – continua ancora il vicario per la pastorale e i laici – tra i primissimi capitoli della Lettera ce n’è uno dedicato a irradiazione, l’eucaristia e il mondo, in cui il Vescovo ricorda che l’eucaristia è il cuore pulsante della vita redenta, capace di trasformare la vita del credente, il quale poi vive nel mondo, lo provoca, e fa in modo che il mondo possa vivere non più legato a quelle dinamiche di potere che sono tipiche delle leggi mondane. Si passa dal potere all’amore come cifra per edificare la società”. L’eucaristia allora diventa germe di trasformazione del mondo, della società, delle relazioni, “è un annuncio per il mondo, per il bene del mondo”, afferma don Tartari.

Quelli espressi dal vicario episcopale trovano sintesi in quella che il Vescovo, in “Nutriti dalla Bellezza” definisce come “cultura eucaristica”. “La cultura eucaristica –afferma al proposito don Tartari – è proprio questo: l’essere partecipi del dono dell’eucaristia cambia lo sguardo sul mondo, cambia il modo di pensare, cambia gli schemi di riferimento, ribalta le priorità. Non c’è più solo l’io; c’è un noi, c’è una comunità che è chiamata a essere partecipe di questo dono e questo, nell’azione del credente, del cristiano si trasfonde nell’impegno quotidiano, nella costruzione di una società e di relazioni che non possono prescindere da questo incontro e da questa trasformazione”. E forse proprio dalla mancanza di questa cultura eucaristica nascono tante delle difficoltà, delle sofferenze e delle divisioni che oggi segnano anche le comunità.

“Il Vescovo – sono ancora sottolineature di don Carlo Tartari – questo aspetto lo mette in risalto quando ricorda che dall’incontro con Gesù e con l’Eucaristia nasce proprio la civiltà dell’amore in cui la carità diventa uno stile che si declina in tre modalità: il rispetto per la dignità di ogni persona, la giustizia sociale e la distribuzione delle risorse e, per ultimo, la grande responsabilità che abbiamo per l’ambiente. Il Vescovo chiede, proprio a partire dall’incontro vissuto nell’Eucaristia, di riversare questa carità sui poveri, sulla famiglia, negli ambiti educativi, nel lavoro, nella società…”. Letta in questi termini “Nutriti dalla Bellezza”, a prima vista una Lettera “ad intra” rivela una decisa caratterizzazione sociale, politica nel senso più nobile del termine? “Effettivamente è così – è la conclusione di don Tartari –. Forse definirla una Lettera politica è un azzardo, ma è uno di quegli azzardi che provocano, perché ricostruisce la polis su presupposti diversi da quelli del potere, del dominio e del semplice esercizio dell’autorità. Ricostruisce la polis su un fondamento diverso, nuovo ed eterno come l’eucaristia”.

Senza complessi d’inferiorità

Mons. Gabriele Filippini, nuovo direttore del Museo diocesano e responsabile per la cultura, sul ruolo della Chiesa nella società

La storia della Chiesa è anche inseparabilmente storia della cultura e dell’arte. Il suo nuovo ministero, come direttore del Museo diocesano e come responsabile per la cultura, riassume il tentativo della Chiesa di continuare a ragionare in maniera ancora più sinergica su questi aspetti?

La Chiesa non deve avere complessi di inferiorità: è stata ed è portatrice di valori condivisi, bellezza, spiritualità. L’azione culturale della Chiesa è molteplice: conservazione, attualizzazione e capacità di lettura dei tempi, senza ostracismi e crociate pur nella chiarezza della propria identità. La prima azione culturale della Chiesa è di favorire la capacità di pensiero, riflessione critica e discernimento per poter scegliere in libertà. Quest’opera richiede la capacità di lavorare insieme, suscitando sinergie. Bisogna tornare ad essere coro e orchestra, non solisti. Grato per la fiducia data dal Vescovo e dalla diocesi, cercherò di procedere in questo direzione.

Il responsabile della cultura dovrà confrontarsi con le tante culture che abitano il nostro territorio. Da dove si può partire?

Si può partire da un semplice interrogativo: perché quel “Progetto culturale per una società orientata in senso cristiano” voluto dalla Conferenza episcopale italiana negli anni Novanta non è mai stato recepito dalla base? Nella società “liquida” (ma papa Francesco dice addirittura “gassosa”) la dimensione culturale non può limitarsi a difendere una identità con teorie da tavolino: deve dialogare, capire, entrare in relazione con tante diversità. E questo compito lo si fa insieme. Chi è incaricato della cultura deve per primo sapere che esistono organismi specifici che lavorano in questa prospettiva: dall’ecumenismo, al dialogo interreligioso, dalla pastorale del creato ai movimenti religiosi alternativi. Il Vescovo parlando dell’incarico di responsabile diocesano per la cultura ha usato un aggettivo alquanto significativo: compito trasversale. Si tratta di collaborare non di sostituire e, tanto meno, comandare.

Potrà essere determinante un collegamento con la pastorale universitaria?

In nome della trasversalità citata, chi viene investito di questa responsabilità non deve essere un tuttologo, nemmeno uno specialista che sa tutto di un settore del sapere e nemmeno una persona che ha pretese “olistiche”, valer a dire che tutto passi da lui e sia ispirato da lui. Si tratta del contrario: bisogna valorizzare ed essere al fianco con spirito di incoraggiamento a coloro che già operano nel vasto mondo della cultura. In particolare la pastorale Universitaria a Brescia può già contare su una ottima equipe di sacerdoti e laici, cosciente della valenza culturale della presenza delle Università Statale e Cattolica. Si cammina insieme, attenti al tutto e non solo alla parte.

Ma tu perché sei così sordo?

Da una provocazione ha preso avvio il discernimento. Classe 1990, don Matteo Ceresa, originario di Ciliverghe, ha svolto servizio nelle parrocchie di Pontevico, Rezzato-Virle, Sabbio Chiese e Nuvolera. Sabato 8 è stato ordinato dal vescovo Pierantonio

Durante l’esistenza di ognuno di noi, durante il cammino, capita che qualcuno ti ponga una domanda che non ti aspettavi, un interrogativo che ti spinge a rivedere tutto ciò in cui avevi creduto, aprendoti nuovi orizzonti. È quanto è accaduto al 29enne Matteo Ceresa. Ha compiuto gli anni il 16 maggio scorso e l’8 giugno è stato consacrato sacerdote nella cattedrale di Brescia dal vescovo Tremolada. In questi anni ha svolto servizio nelle parrocchie di Pontevico, Rezzato e Virle, Sabbio Chiese e Nuvolera. Per andare alle radici della sua vocazione bisogna, però, fare un passo indietro, a quando era piccolo e faceva il chierichetto in parrocchia, a Ciliverghe.

Domanda. “L’idea di diventare sacerdote è nata in me molto presto, sin da bambino. Crescendo, il tutto matura e si trasforma. Durante l’adolescenza, infatti, l’idea si era affievolita fino a quando un sacerdote, il mio parroco di allora, don Francesco Zaniboni, mi ha sollecitato. Non avevo mai parlato del mio desiderio di diventare sacerdote. Un giorno, però, quando avevo 16 anni, il parroco venne da me chiedendomi: ‘Ma tu perché sei così sordo?’. Di primo acchito sembrava una frase buttata lì. Poi, con il tempo, ne ho compreso appieno il significato e oggi la custodisco nel cuore. È stata una provocazione che mi ha aperto un mondo. Capii che il Signore, tramite il sacerdote, tramite le sue parole, mi stava dicendo qualcosa. Ho iniziato così a interrogarmi sul perché di questa sordità. Perché non riuscivo a percepire la parola del Signore?”.

Discernimento. Da qui ha preso avvio il suo cammino di discernimento, caratterizzato da studi costanti. “Ho quindi iniziato a mettermi in ascolto, frequentando maggiormente l’oratorio, anche attraverso le letture, lo studio. Mi sono orientato verso Scienze religiose. Ho frequentato il triennio in Cattolica. Anche questo percorso mi ha aiutato a intraprendere la strada del sacerdozio”. Era il 22 settembre 2013. Dopo la maturità allo scientifico, Matteo voleva entrare in Seminario. Intanto svolgeva diverse attività, era impegnato in parrocchia come catechista, come educatore e animatore al Grest, ma la sua decisione aveva spiazzato un po’ i genitori. Oggi, a distanza di anni, ammette: “Sia io che loro non eravamo molto maturi per questo passo. Da qui la scelta di frequentare il triennio di Scienze religiose. Nel frattempo ho avuto la possibilità di insegnare religione, facendo qualche supplenza. È stata una bella esperienza”. Del resto il mondo della scuola “permette di incontrare i ragazzi in una modalità differente rispetto a quella degli oratori, delle parrocchie. Avendo fatto Scienze religiose, dopo l’anno di propedeutica, sono entrato in seconda teologia dove ho incontrato i miei attuali compagni”.

La sorella. Del periodo precedente l’ingresso in Seminario, la sorella di Matteo, Chiara, ha un ricordo nitido, nonostante la giovane età: “Quella notizia stravolse, in positivo, la nostra famiglia e con il passare del tempo ho compreso il valore di quella decisione, ciò che comportava, ciò che significava per lui. Ho visto la luce nei suoi occhi. L’ho visto sereno nella sua scelta”. Alla mente di Chiara riaffiorano i ricordi, i momenti in cui Matteo, dopo le superiori, era chiamato, come tutti i suoi coetanei, a fare una scelta, incalzato dai genitori. “Lui rimaneva sempre sul vago. Poi a maggio, frequentava l’ultimo anno delle superiori, comunicò la sua scelta di frequentare Scienze religiose alla Cattolica, un percorso che lo ha aiutato anche nel discernimento”. Il fratello delineato da Chiara è “un ragazzo che è stato sempre amato dalle comunità che lo hanno accolto, sa farsi voler bene”. Qual è l’augurio che una ragazza può fare a un fratello che si appresta a diventare sacerdote? “Gli sono sempre stata vicina, anche se la mia era una presenza silenziosa, del resto Matteo è talvolta introverso. Con il tempo ho imparato cosa significhi donare un fratello al Signore. Cosa significhi avere un fratello sacerdote non lo so ancora. Sicuramente, per lui come penso accada a tutti, non sarà semplice, ma la serenità che ho sempre visto nei suoi occhi mi rende tranquilla”.

San Filippo Neri. Un affetto particolare don Matteo lo riserva a un santo che fin da piccolo aveva preso in simpatia, San Filippo Neri: “Non è certamente una figura contemporanea, ma il suo messaggio è più che mai attuale. Lo porto nel cuore per il suo carisma, la gioia, il saper vivere la quotidianità con la serenità che viene dal Signore. È un santo che mi ha accompagnato nel mio cammino. È a San Filippo Neri che guardo quando penso a come vorrei essere prete. Magari potessi essere come lui”. C’è una frase di San Filippo, in particolare, che ha sempre colpito l’attenzione di don Matteo: “Buttatevi in Dio, buttatevi in Dio, e sappiate che se vorrà qualche cosa da voi, vi farà buoni in tutto quello in cui vorrà adoperarvi”. È questo ciò che San Filippo ripeteva ai suoi ragazzi: “Anche a me piacerebbe ‘buttarmi in Dio’, darmi tutto a Dio. Spero che con la sua intercessione e la sua simpatia tutto questo si possa avverare”. Lungo il cammino sulla strada del sacerdozio sono state diverse le testimonianze che hanno influito sulla sua formazione, su tutte quelle dei sacerdoti della sua parrocchia.

Sacerdoti di riferimento. “Ricordo con piacere il parroco della mia infanzia, don Luigi Bogarelli, oggi a Sale Marasino, una figura che mi ha aiutato a comprendere la bellezza del servizio. Non ero molto impegnato. Facevo il chierichetto. La frequentazione dell’oratorio si è fatta assidua durante l’adolescenza. L’attenzione e la cura che caratterizzavano l’operato di questi sacerdoti, il senso della preghiera, la vicinanza a noi più piccoli, mi hanno aiutato a crescere con uno spirito di raccoglimento, maturato poi in una vocazione. La vita del sacerdote che vedevo rispecchiata in loro mi ha fornito una testimonianza gioiosa. Soprattutto vedevo in loro la disponibilità a essere al fianco di tutti. È questa l’immagine del sacerdote che porto nel cuore: il prete come uomo capace di essere vicino a tutti, dai bambini agli anziani”. Fra gli aneddoti che ricorda con maggiore affetto della vita in parrocchia, uno, in particolare, ha attirato la sua attenzione: “Ricordo i miei coetanei che andavano in discoteca e, al ritorno, presto o tardi che fosse, trovavano sempre il don ad aspettarli, anche se il bar dell’oratorio era chiuso. La figura del sacerdote, la sua rilevanza, era centrale nelle nostre vite di adolescenti, come se fosse uno di casa”. Chi si trova a conversare con don Matteo non può non cogliere lo spiccato spirito comunitario che lo contraddistingue: “Mi mancherà sicuramente la dimensione del Seminario. Per i miei coetanei, la possibilità di vivere in una comunità, come la viviamo noi qui, potrebbe essere una grande esperienza. Dai propri fratelli, dalle esperienze condivise, si può imparare molto”.

“Per sempre”. Don Matteo ha pronunciato il suo “per sempre” e, nell’attesa, è fondamentalmente stato uno il sentimento che lo ha animato, la tranquillità che deriva dal Signore. Un passo delle Sacre Scritture, in particolare, lo ha spinto a interrogarsi: “Sicuramente sento in me del tremore. È inevitabile, ma mi sto preparando accompagnato da una grande serenità. In questo periodo c’è una frase del Vangelo che mi interroga spesso. È l’episodio della moltiplicazione dei pani e dei pesci narrato dall’Evangelista Giovanni. L’apostolo Andrea, davanti alla pochezza dei 5 pani e i due pesci, si chiede: ma cos’è questo per tanta gente? È una domanda che vedo riflessa in me. Mi chiedo cosa rappresento per gli altri. Cosa sarò per le tante persone che sarò chiamato a servire? Da solo non sono niente. Ho la consapevolezza che mettendo quel poco che sono nelle mani del Signore, Lui saprà trasformare la mia pochezza – con tutti i difetti e le inadeguatezze – in un’abbondanza che porterà veramente frutto”.

La vocazione, un progetto perfetto…

Don Daniel Pedretti è nato il 7 giugno 1993. È entrato in Seminario nel 2012 e sabato 8 in Cattedrale ha pronunciato il suo “per sempre”

Se c’è una parola attorno alla quale si può costruire il racconto della vita di don Daniel Pedretti, 26 anni da Edolo, questa è “progetto”. Il progetto è l’“arte” con cui sarebbe stato chiamato a misurarsi ogni giorno nella sua vita da geometra se, a un certo punto del suo cammino, non fosse intervenuto un altro “progetto”, realizzato da una mano evidentemente ben più esperta di quella del giovane camuno. Un progetto che l’ha portato nel tempo ha individuare, a dare sostanza al titolo che avrebbe qualificato la sua vita futura. Non più, dunque, quel “geom.”, con la prospettiva di una vita dietro a un tecnigrafo, a cui l’avrebbe portato il suo percorso scolastico, ma il, forse un po’ più insolito, “don”. È lo stesso don Daniel, in queste pagine, a raccontare questo cambio di prospettive progettuali.

Come è avvenuto nella tua vita questo cambio di prospettiva?

Sono cresciuto come tutti gli altri in oratorio, un ambiente da cui mi sono un po’ allontanato dopo la terza media, dopo la cresima, come capita a tanti altri ragazzi. Forse non ero stato colpito in modo particolare dalle esperienze che avevo vissuto. La mia timidezza di fondo mi ha portato negli anni delle superiori, quelli delle fatiche sul tecnigrafo, a chiudermi in me stesso. Avevo tagliato i rapporti con tanti coetanei, per restare nella tranquillità della mia casa. In quegli anni mi sentivo contento, o quanto meno cercavo di convincermi di questo. Trascorrevo il mio tempo tra i compiti e la playstation e mi sembrava che questo potesse bastarmi.

Quando è stato che nella tua vita hai cominciato a vedere un disegno diverso?

Un giorno, con pazienza e attenzione, qualcuno è venuto a bussare alla mia porta. Un seminarista della mia parrocchia, oggi sacerdote, e altre due persone mi invitavano perché dessi una mano in oratorio. Era chiaramente un modo per togliermi dalla realtà in cui avevo scelto di rifugiarmi. Ho accolto l’invito. In oratorio sono stato accolto dal curato che ha saputo comprendere la mia fragilità e mi ha dato modo di crescere. Sin da subito mi sono accorto che questo percorso aveva su di me effetti salutari: non solo mi permetteva di fare i conti con la mia timidezza, ma mi dava modo di sperimentarmi nelle relazioni belle con gli altri. Personalmente pensavo che quelli sarebbero stati i miei confini…

Invece quello che andava definendosi come progetto, è diventato sempre più ampio…

Sì, sono stati il parroco e il curato, per primi, ad ampliare i confini, a mettermi la pulce nell’orecchio: “Non è che Dio può centrare qualcosa nella tua vita, nella tua esperienza di fede?” è stata la loro domanda. Non mi hanno prospettato l’esperienza del Seminario; non si sono però risparmiati nell’aiutarmi a riscoprire il senso e il gusto della preghiera, della partecipazione alla messa che frequentavo in modo saltuario e senza grande convinzione. Grazie a loro ho riscoperto il senso e la bellezza del rapporto con Dio. Questo mi faceva stare bene e, progressivamente, dava un senso alla mia vita.

Quale è stato il passaggio ulteriore?

Il parroco, sapendo della mia timidezza e della mia difficoltà a dare sfogo ai miei sentimenti, mi ha scritto una lettera in cui mi poneva una domanda diretta: “Hai mai pensato di entrare in Seminario?”. No! È la risposta immediata. Avevo i miei studi da geometra, il mio orizzonte era quello di Edolo, e, davvero, l’idea di intraprendere il cammino che mi prospettava non mi aveva sfiorato neppure da lontano. Era quello il tempo in cui stavo pensando a cosa avrei fatto dopo il diploma. La domanda che mi era stata posta tornava nei momenti di preghiera e nel mio stare in oratorio. Se il tornare in oratorio, l’avere ritrovato Dio, erano stati passaggi che, pure faticosi, avevano dato tanto alla mia vita, la domanda che il parroco mi aveva posto poteva avere i contorni di una chiamata? Era una sorta di puzzle che andava componendosi.

Cosa serviva per saldare una all’altra le tessere di questo puzzle?

Sicuramente il cammino vocazionale Emmaus, la presenza del padre spirituale, validissimo supporto anche nel cammino di accettazione di quelli che erano i limiti della mia timidezza. E poi, una volta compiuta la scelta, la comunità del Seminario ha sopperito al mio essere figlio unico; ho trovato altri giovani che non sono stati semplicemente dei compagni di studi e di formazione, ma dei veri fratelli con cui è stato possibile creare legami belli. Se guardo al mio percorso non posso che scorgervi veramente il disegno di Dio che ha saputo darmi quello di cui avevo veramente bisogno.

Nel cammino compiuto sino a oggi non ci sono stati momenti di difficoltà? Cos’è che ti ha dato la forza per “buttare il cuore oltre l’ostacolo”?

Nel cammino affrontato sino ad oggi ho incontrato difficoltà certo, ma niente che sia stato impossibile da superare. Le situazioni che ho avuto modo di vivere, le persone che ho incontrato sono state la conferma del disegno che Dio aveva pensato per me. Certo, non sono mancate le situazioni critiche: il tema del celibato, della rinuncia a una mia famiglia, alla paternità non sono stati situazioni facili da accettare. Grazie alla presenza del padre spirituale, al confronto con i miei compagni e alla testimonianza di altri sacerdoti che ho incontrato sul mio cammino, quelli che potevano diventare ostacoli insormontabili si sono trasformati in motivi di crescita: mi hanno aiutato a comprendere che la bellezza del donarsi a Dio, alla Chiesa, poteva compensare la rinuncia ad altri doni.

Un figlio unico che sceglie il Seminario: una prova per la tua famiglia….

Sin da subito mia mamma è stata contenta della mia scelta, anche se ha sofferto per il distacco. Ha intuito immediatamente che quella era la strada che poteva darmi la serenità. Per il papà, lontano da casa per tutta la settimana per ragioni di lavoro, accettare la mia scelta è stato un po’ più difficile. Veniva da un’esperienza personale che, da giovane adulto, l’aveva portato ad allontanarsi dalla Chiesa e questo all’inizio l’ha portato a guardare con diffidenza alla scelta di entrare in seminario del suo unico figlio. Percepivo che non riusciva a comprendere sino in fondo le mie ragioni o forse si sentiva un po’ a disagio. Lui che aveva motivi di contrasto con i preti e la Chiesa, aveva un figlio che sceglieva quella strada. La mia serenità, però, ha fatto ben presto crollare tutte le sue barriere e lo ha portato a compiere un cammino di riavvicinamento. Oggi è “felicemente” volontario in oratorio e vive la parrocchia.

Oggi la prospettiva del sacerdote novello non è più quella di anni di servizio in mezzo a un cortile pieno di bambini e ragazzi…

Non ho scelto di diventare prete per servire soltanto i giovani, ma Dio, la Chiesa, tutti. Quella del giovane prete a cui affidare la cura del mondo giovanile e una missione importante e mi dispiace che la realtà odierna non sia più quella di un tempo, ma allo stesso tempo sono convito che il mio essere prete possa dispiegarsi in pienezza anche in altri servizi. Nel corso degli anni in Seminario abbiamo avuto modo di vivere altre esperienze che danno senso e sostanza alla scelta sacerdotale, come dono a tutti.

I giovani e il sacerdozio: una scelta facile da spiegare e da far comprendere?

Non lo so se, in generale, sia facile o no. Nel corso del mio cammino ho sperimentato che il presentarmi come seminarista in prima battuta crea distanze con gli altri giovani. Non sei, non ti considerano uno come gli altri, sei comunque guardato con occhi speciali. E se in quelli di tanti anziani c’è ancora un velo di ammirazione, in quelli dei giovani prevale invece il senso della domanda, della volontà di comprendere. Anche negli occhi dei miei amici più cari ho letto queste domande. Ma, per quelle che sono le esperienze che sino ad oggi ho avuto modo di vivere, sono sguardi che cambiano presto, con la conoscenza e il rapporto diretto: allora la tua scelta stimola domande, interesse, voglia di capire.

Intervista ad un operatore volontario del centro di ascolto Caritas di Leno

Domanda: Perché hai accolto l’invito della Parrocchia di far parte del Centro di Ascolto Caritas di Leno?

Risposta: Ritengo che, prima di affrontare i problemi sia necessario incontrare le persone e ascoltare, solitamente dietro al bisogno economico ci sono sofferenze individuali e familiari che meritano ascolto.

Domanda: Puoi spiegarti meglio?

Risposta: Non ci si deve limitare ad una valutazione delle richieste ma prima si deve considerare la persona e poi il bisogno, ponendo sempre particolare attenzione all’aspetto formativo ed educativo.

Domanda: Chi chiede assistenza al Centro di Ascolto?

Risposta: In genere sono famiglie italiane e straniere che chiedono un aiuto economico perché si trovano in notevole difficoltà per far fronte alle spese di gestione della propria casa ed anche per pagare le bollette relative alle forniture di servizi vari.

Domanda: Riuscite a dare un sostegno significativo?

Risposta: A seconda delle somme disponibili diamo un contributo attingendo dal fondo che la Parrocchia ha destinato alla Caritas.

Domanda: Quanti sono attualmente gli operatori volontari del Centro di Ascolto Caritas?

Risposta: Siamo una decina, metà donne e metà uomini che il martedì e venerdì pomeriggio sono presenti al Centro di Ascolto di Via Viganovo in Leno che a turno accolgono le richieste, quando possibile, di quanti si presentano per ottenere un aiuto e un conforto per le loro famiglie. Vorrei sottolineare che quanti intendono far parte del Centro di Ascolto come volontari, con la loro presenza e condivisione sono ben accetti, in questo caso basta rivolgersi a Monsignore Abate Giovanni Palamini.

Accompagnamento al credito responsabile e al recupero dell’autosufficienza economica di singoli o nuclei familiari la cui situazione rischia di essere definitivamente compromessa da fatti eccezionali, imprevisti e comunque temporanei, proponendo finanziamenti agevolati fino a € 3.000,00 rimborsabili in 36 mesi.

Come funziona il microcredito: Arriva la segnalazione dall’Ente che fa da garante morale e che si preoccupa di seguire il caso compilando apposita domanda implementata con i documenti necessari e da una breve relazioni sul soggetto e sui motivi per cui chiede il microcredito, con allegato un “bilancino” familiare da cui si possa evincere la possibilità di onorare il debito. L’incaricato del microcredito incontra il richiedente solo o accompagnato da chi lo presenta, ne verifica la fattibilità, concorda l’appuntamento con la banca disponibile e accompagna il soggetto in banca. Qualora il soggetto si renda inadempiente, la banca segnala il fatto all’incaricato per il microcredito che discute con l’Ente segnalatore le modalità per il sollecito. In caso di effettivo non pagamento, si attinge al fondo depositato in banca come garanzia al credito: è chiaro che questo fatto va ad abbassare la possibilità di erogare ulteriori crediti. Meno inadempienze si formano, più aiuti si possono erogare.

Una comunione tra le chiese

Il vescovo Pierantonio ripercorre il viaggio missionario in Brasile dove ha incontrato i sacerdoti fidei donum presenti in America Latina

Eccellenza, che impressione le ha lasciato questo primo viaggio missionario in Brasile?

Si incontra un mondo che è davvero molto diverso dal nostro di cui non si ha idea. Abbiamo incontrato quella parte del Brasile che è l’Amazzonia. Mi hanno colpito per esempio, in particolare, i frutti che non conoscevo in maniera così diretta. Ci dà la chiara percezione della vastità del mondo e di come sia importante non rimanere chiusi nel nostro. La dimensione missionaria in questa maniera davvero si tocca con mano. E l’esperienza della natura e dell’ambiente in cui siamo però incrocia immediatamente le persone che abbiamo incontrato. C’è una disparità sociale visibile anche per chi incontra per la prima volta questa realtà. Si ha l’impressione del peso della storia. Le popolazioni che abbiamo incontrato portano il segno della storia dei secoli. Delle popolazioni che abbiamo incontrato mi ha colpito in particolare la semplicità della vita, il rapporto con la natura e il grande rispetto per l’ambiente in cui vivono, e di conseguenza mi ha anche ancor più preoccupato invece questo modo di procedere almeno da parte di alcuni che tende invece a sottovalutare o addirittura ad annullare questo rapporto. Mi preoccupa l’impatto con una società completamente diversa, troppo esposta alle regole del consumo, alle regole dell’utilizzo delle risorse e secondo fini che non sempre sono positivi. Tornando invece all’aspetto positivo mi ha molto colpito l’ospitalità, l’accoglienza che abbiamo incontrato nelle varie comunità lungo le rive del Rio delle Amazzoni.

Che cosa l’ha colpita di questa Chiesa giovane?

La diversità rispetto alla nostra situazione, rispetto anche alla nostra esperienza di Chiesa. Ci sono alcuni dati che risultano evidenti: una parrocchia è costituita da 30, 50 o 70 comunità. Queste comunità si trovano sparse su un territorio vastissimo, magari lungo le rive del fiume. Il parroco le deve raggiungere attraverso un percorso di giorni in barca. È chiaro che la sua visita avviene quando è possibile, ma poi le comunità continuano con la loro vita e allora c’è bisogno di qualcuno che lì porti avanti la vita della chiesa. Mi ha colpito molto la scelta fatta, soprattutto nella diocesi di Castanhal e di Macapà, sul primato della Parola di Dio: è un forte investimento sulla forza della Parola nel costituire la chiesa e nel creare una mentalità di fede. Mi sembra molto importante. Anche questo mi fa molto pensare e mi convince ancora di più del fatto che anche noi dobbiamo prendere questa strada.

Quali possono essere le ricadute pastorali di questa esperienza?

I nostri fidei donum stanno facendo e hanno fatto sinora una collaborazione molto preziosa e colgo l’occasione per ringraziarli. Quando si viene qui e si sta con loro, ci si accorge di che cosa significa il ministero presbiterale, il farsi carico del cammino delle proprie comunità cristiane, il voler bene alla propria gente ed essere amati dalla propria gente. Questo è veramente confortante. C’è una condivisione di vita che diventa poi parte integrante del proprio essere sacerdoti. Ho visto il desiderio di valorizzare ciò che appartiene alla vita di queste persone, la fatica anche di spogliarsi di qualcosa per poter comunicare il Vangelo in una realtà diversa e il desiderio di riconoscere ciò che il Vangelo sta già operando. Gli incontri sono stati di grande arricchimento. Abbiamo prima pregato insieme e ascoltato il racconto della loro esperienza. Qui abbiamo toccato con mano che la dimensione missionaria della Chiesa è un elemento costitutivo. Adesso si tratta di capire come potremmo continuare in questa direzione. I fidei donum (laici e sacerdoti) sono un elemento originale e molto prezioso della storia della Chiesa bresciana. Mi preme che tutto questo possa proseguire, però occorre capire bene in che modo e secondo quali criteri, certo nella prospettiva di una comunione tra Chiese che oggi è ancora più importante.

Camminando s’impara

Il vescovo Tremolada è arrivato in Brasile per incontrare, nel suo secondo viaggio missionario dopo l’Albania, i fidei donum presenti in America Latina. Don Raffaele Donneschi è l’ultimo dono della Diocesi di Brescia alla Chiesa brasiliana

A 66 anni don Raffaele Donneschi si è rimesso nuovamente in gioco dall’altra parte del mondo. Nel mese di ottobre è ritornato ad annunciare il Vangelo in Brasile, là dove aveva già trascorso un lungo periodo (dal 1982 al 1994) come fidei donum. Nel suo ministero ha svolto diversi servizi: curato a Castenedolo e a Roncadelle, parroco di Zone, curato a Botticino e direttore, dal 2002 al 2012, dell’Ufficio per le missioni. Dal 2011 era parroco del Violino e dal 2012 anche della Badia.

Don Raffaele, com’è stato l’impatto con il Brasile? Quanto è cambiato rispetto alla sua precedente esperienza?

Mi sento ancora troppo nuovo di Brasile per poter esprimere delle opinioni che non siano eccessivamente di pelle e condizionate da una lettura parziale e superficiale… Sono passati 24 anni da quando ho lasciato la parrocchia brasiliana di S. Luzia, situata nella campagna e nella foresta, ora mi ritrovo a Macapà, in una città di 500mila abitanti, capitale dello stato di Amapà, e parroco da tre settimane della parrocchia della Cattedrale, in una realtà quindi che è sempre un po’ anomala rispetto alle altre parrocchie. L’impressione è di un forte ingresso nella modernità, da un lato nell’ipertecnologia (qui si vota da anni utilizzando il computer anche nel più sperduto villaggio amazzonico…) e dall’altro i problemi di sempre: la corruzione è diffusa, la società è molto divisa socialmente ed economicamente, la burocrazia è imperante e asfissiante.

Che tipo di Chiesa sta respirando? Quali differenze e quali analogie trova con le comunità cristiane italiane?

La Diocesi di Macapà risente della sua giovane costituzione: dei circa 50 sacerdoti, solo 14 sono i diocesani locali, le parrocchie sono molto vaste come territorio, quelle extra-urbane, oppure troppo numerose quelle ubicate in città. Essendo la maggioranza del clero di estrazione e formazione molto eterogenea (diocesani locali, diocesani fidei donum da altre Diocesi brasiliane, religiosi di varie Congregazioni e Ordini…) si percepisce la “tentazione” di una pastorale proposta secondo la propria visione di Chiesa e non “Diocesana”, condivisa e progettata insieme (tentazione del resto da cui non è immune nemmeno la nostra Diocesi bresciana… che pure gode di una storia molto antica). Ciò che più colpisce è ancora la forte dimensione della religiosità popolare che spinge molti cattolici a partecipare a devozioni, processioni, benedizioni… Non sempre, però, segue un forte coinvolgimento con le scelte di vita… Certamente bisogna sottolineare il buon coinvolgimento di laici impegnati e corresponsabili che assumono servizi e ministeri nella liturgia, nella pastorale, nella catechesi, nella gestione anche pratica della parrocchia e della comunità… Tra i cattolici impegnati è molto presente la dimensione “missionaria”; si sente parlare molto di “azioni e scelte pastorali evangelizzatrici”, bisognerà poi vedere in concreto quali proposte saranno attuate e, soprattutto, quali saranno i soggetti di questa azione. Un fenomeno per me assolutamente nuovo, mi sembra non ancora visibile in Italia, è costituito dalle “nuove comunità”, mentre continua la forte presenza dei Movimenti ecclesiali. Così definisce le “Nuove Comunità” un articolo della Civiltà Cattolica dell’11 marzo 2017: “Non è ancora chiara la relazione che esiste tra le nuove comunità e i Movimenti ecclesiali. Alcuni li indicano entrambi come realtà associative. Noi siamo dell’idea che i Movimenti ecclesiali abbiano una portata più ampia, e che le nuove comunità abbiano una natura più concreta. Esse sono nate in grande maggioranza dal Rinnovamento carismatico cattolico, che consideriamo un Movimento ecclesiale”. Oggi si calcola che in Brasile vi siano circa 800 nuove comunità: il numero è in continua crescita.

L’incontro con le altre culture è determinante in una società che tende a rinchiudersi… Vale per l’Italia ma vale anche per il Brasile dove la Conferenza episcopale ha espresso perplessità e preoccupazioni sull’elezione di Bolsonaro soprattutto per il tema degli indigeni e dei poveri…

Ho assistito da spettatore alla campagna elettorale per il secondo turno delle presidenziali… Certamente sono state elezioni molto divisive, nella società e anche nel mondo cattolico. La tentazione di escludere le minoranze, gli emarginati, gli immigrati (fenomeno che in Brasile si sta affacciando da poco alla ribalta, soprattutto a causa della situazione tragica del Venezuela) e il calcare la mano sulla questione sicurezza, senza tener conto che l’insicurezza non è causa ma effetto di una società diseguale ha portato l’elettorato a una scelta che desta non poche preoccupazioni, tra cui anche quella di una “svolta militare e autoritaria”. Sono molte le incognite che gravano sul futuro politico di questo Paese, soprattutto perché non è ben chiaro chi sta muovendo la “macchina Bolsonaro”, chi detterà le strategie economiche… di cui in campagna elettorale il neo presidente e il suo entourage non hanno dato con chiarezza le linee guida e prospettive. Quello che sembra certo è che prevarrà un neo-liberismo aggressivo (già si parla di privatizzare le grandi realtà dell’energia che adesso sono in forma partecipata), che le grandi lobbies economiche faranno sentire il loro peso, visto che godono di notevoli numeri di deputati e senatori eletti sotto le loro insegne… A questo proposito è da segnalare un fenomeno, penso tutto brasiliano, della cosiddetta “Bancada Evangelica”, cioè il folto gruppo di deputati (75) e senatori (3) che sono i rappresentanti delle chiese-gruppi chiamati “evangelici” (da non confondere con le Chiese Protestanti) e costituiscono la terza forza parlamentare: si pongono politicamente a destra, e quindi dalla parte del neo eletto presidente, pure lui “evangelico”.

Che servizio l’attende? Perché ha scelto di ripartire?

Il vescovo dom Pedro José Conti, bresciano doc e mio compagno di ordinazione, mi ha nominato parroco della parrocchia della Cattedrale di S. José, che è Patrono anche della Diocesi e dello Stato. Sono parroco da tre settimane e mi sto guardando intorno. Della Parrocchia fanno parte l’antica Cattedrale seicentesca (unico ricordo della colonizzazione portoghese insieme alla Fortezza che domina il Rio delle Amazzoni) dove si celebra la Messa da lunedì a venerdì, a mezzogiorno… e la chiesa di S. Antonio molto venerato da queste parti. La parrocchia è nel quartiere del centro e occupa la zona commerciale della città… ci sono più negozi che abitazioni residenziali e in parrocchia ci sono molti volontari e laici che per vari motivi confluiscono in Cattedrale… La sfida sarà quella di “scoprire” anzitutto i parrocchiani residenti e coinvolgerli nel cammino di comunità, in una parrocchia del resto già ben organizzata nelle varie pastorali e nei servizi. Perché ripartire? L’amico dom Pedro era rimasto senza parroco della Cattedrale e mi ha provocato con una richiesta di aiuto, io ricordavo ancora il portoghese e ho pensato che forse potevo ancora “tappare un buco” per qualche anno… Il vescovo Pierantonio ha condiviso la proposta e mi dato il “mandato”. Se Dio parla ancora attraverso i segni e le persone, vuol dire che doveva essere Macapà il luogo dove svolgere il mio ministero per quanto il Signore vorrà ancora concedermi.

Il nuovo assetto degli Uffici pastorali

Don Carlo Tartari, nuovo vicario per la pastorale e i laici, ha rivisto, incontrando i sacerdoti sul territorio, il disegno degli Uffici pastorali che saranno suddivisi in tre aree (mondialità, socialità e crescita della persona). Ecco l’intervista

Il punto di partenza è uno: fare in modo che gli Uffici pastorali della Curia siano sempre più in grado di essere al servizio della Diocesi, in particolare delle parrocchie e delle unità pastorali. Da questa premessa è partito don Carlo Tartari al quale all’inizio di marzo è stato affidato dal vescovo Tremolada il compito di ripensare l’articolazione degli Uffici pastorali. Oggi questo percorso è arrivato a compimento ed è stato approvato dal Vescovo che, tra l’altro, ha nominato don Tartari anche nuovo vicario per la pastorale e i laici. Don Carlo, che dal 2012 guida l’Ufficio per le missioni, succede a mons. Renato Tononi.

Don Carlo, si percepisce spesso una distanza tra il centro (la Curia) e le periferie (le parrocchie): è così anche nella tua analisi?

Ho avuto la possibilità di constatare quanto gli uffici di pastorale organizzino e producono ma anche di cogliere come questo venga percepito con una certa debolezza dalle parrocchie e dal territorio. Evidentemente l’aspetto fondamentale è di intessere un rapporto di collaborazione reciproca e di alleanza tra le parrocchie, i parroci, i curati e coloro che attraverso l’attività degli uffici concorrono al medesimo obiettivo: l’evangelizzazione.

Nella fase di ascolto per la revisione degli Uffici hai chiesto ai presbiteri e agli uffici protagonisti della pastorale di indicare punti di debolezza, punti di forza e dove migliorare…

Questo riscontro ci aiuterà a migliorare e a superare una certa distanza o autoreferenzialità che viene percepita dentro a un quadro di incremento di stima e di valorizzazione di quanto gli Uffici fanno. Dall’altra c’è il desiderio di colmare la distanza con una collaborazione che diventi non solo comunicazione di processi già avvenuti ma di progettazione condivisa. Il nuovo metodo di lavoro deve tenere conto delle interazioni tra le parrocchie e la pastorale.

Il vicario per la pastorale e i laici diventa il referente di tre nuove aree…

Abbiamo provato a ridefinire i servizi, le attività e le identità, provando ad articolarle in tre nuove aree (della mondialità, della socialità e della crescita della persona) dove costruire nuove sinergie interne agli uffici. Il vescovo Pierantonio sottolinea una forte accentuazione del servizio a favore delle parrocchie e delle unità pastorali. Un’area in riferimento alla mondialità (con un orizzonte ampio), una alla società e una alla crescita della persona (del credente). È stato un lavoro condiviso con i direttori. Il Vescovo ci ha invitato a sviluppare al massimo le sinergie e ad avere una Curia con il minor numero di preti possibili. I presbiteri impegnati negli uffici pastorali passano da 13 a 6 (7 con alcune collaborazioni non a tempo pieno). Il responsabile di ogni area diventerà anche il direttore di ogni singolo ufficio. All’interno degli uffici ulteriori responsabilità saranno affidate ai laici, ai diaconi o ai presbiteri.

Cambiano il metodo e il flusso di lavoro…

Sembra una catena di comando ma in realtà è un tavolo permanente. Il vicario per la pastorale con i tre responsabili di area e su alcuni aspetti con i responsabili dei singoli uffici proverà ad articolare una proposta che venga incontro a un’essenzializzazione dei servizi. Con sorpresa ci siamo resi conto che gli uffici producono 230 azioni tra eventi, percorsi, attività e servizi… sono troppi. Le parrocchie di fronte a un’ipertrofia non si lasciano coinvolgere. Proveremo a far decrescere le proposte senza perdere in qualità, provando a dare risposte che oggi diciamo in 230 modi diversi. Cercheremo modalità più unitarie: il Vescovo e gli organismi di comunione ci aiuteranno a dar vita a progetti che possano trovare quella sintesi che oggi manca.

Non sono stati ridimensionati gli Uffici, ma sono state ridistribuite le competenze…

La cura dei sacerdoti anziani, attualmente in carico all’Ufficio per la salute, diventa ad esempio di pertinenza del vicario per il clero. È parso opportuno al Vescovo ridisegnare la titolarità di alcune azioni ma in ragione di come ha inteso ridisegnare il consiglio episcopale diverso da quello precedente.

La terza area (pastorale della crescita della persona) è, forse, la più articolata…

Nella relazione con le parrocchie la pastorale giovanile è la più capillare. In generale, l’elemento innovativo sarà quello di permettere alle tre aree di interagire: una compartecipazione al medesimo progetto anche con grossi elementi di trasversalità; le proposte nasceranno dalla compartecipazione. Immaginiamo un tavolo stabile di lavoro e, accanto a questo, pensiamo di attivare un centro servizi della pastorale per non disperdere le tante competenze accumulate. L’obiettivo è di costruire percorsi più semplici e più legati all’anno liturgico.

L’azione culturale fa esplicito riferimento al vicario…

La cultura e la comunicazione devono interagire con la pastorale. Fino ad ora gli uffici sono stati diretti da persone competenti nella specifica area, nel futuro non sarà così ma non si perderà la capacità di pensare i progetti, diventeranno frutto di un pensiero significativo e di un approfondimento.

Tremolada ridisegna la diocesi

Gli strumenti e il metodo di lavoro a cui sta pensando il vescovo Tremolada per una Chiesa che voglia essere veramente espressione del popolo di Dio. Leggi l’intervista.

Con una semplificazione giornalistica si potrebbe dire che quella intrapresa dal vescovo Tremolada è una vera e propria “riforma istituzionale” nella riorganizzazione di quegli organi su cui può contare nella guida della diocesi. Sin dal suo arrivo non ha perso occasione per indicare nella sinodalità la strada per assolvere al compito episcopale che papa Francesco gli ha assegnato, indicandolo il 13 luglio dello scorso anno quale 122° Vescovo di Brescia. E alla sinodalità ha voluto informare questo importante percorso di cambiamento, condividendo e confrontandosi su una ridefinizione della composizione e dei compiti del consiglio episcopale (il governo del Vescovo). Una riflessione analoga mons. Tremolada l’ha avviata anche sul consiglio presbiterale e su quello pastorale diocesano (i due rami del parlamento, sempre per restare nel campo della metafora politico-istituzionale). Quello intrapreso dal Vescovo è un cammino ancora in corso, segnato da alcuni momenti forti di condivisione e del confronto, come ha sottolineato lo stesso mons. Tremolada in questa intervista che si è aperta con una riflessione sulla sinodalità, la stella polare del percorso avviato.

Una della parole chiave di questa prima parte del suo episcopato a Brescia è “sinodalità”. Cos’è e come può essere vissuta all’interno della nostra Chiesa?

Sinodalità è il camminare insieme del popolo di Dio. Se ci fermiamo un attimo a riflettere su questa espressione, intuiamo che esistono condizioni necessarie a questo camminare insieme. La prima è quella di sentirsi popolo di Dio, come messo in evidenza dal Concilio Vaticano II. Dobbiamo sentirci un gruppo di persone che si riconoscono unite in ragione della fede. La seconda è quella del procedere in una stessa direzione, verso la stessa meta, compiendo un percorso ordinato, condiviso. Senza il recupero di queste dimensioni è difficile comprendere cosa sia la sinodalità.

La sinodalità non è solo un modo di camminare insieme che necessità, però, anche di strumenti che la recepiscano. Al proposito nelle scorse settimane lei sta lavorando a un progetto molto dettagliato. Quali sono le sue linee e il metodo di lavoro con cui intende realizzarlo?

La sinodalità, oltre che un modo di essere, rimanda anche a un’azione che richiede strumenti: gli organi di sinodalità. Mi preme, però, ricordare che per definizione il Vescovo all’interno della Chiesa non è colui che comanda. È, invece, colui che serve: il suo compito nei confronti di quella porzione di popolo di Dio di cui è pastore è quello di mettersi al suo servizio perché possa sentirsi tale e camminare nella direzione che Dio desidera. Il servizio di un Vescovo consiste nel prendere quelle decisioni che consentano di realizzare questo cammino. Si tratta di decisioni che domandano un pensiero, una valutazione. Nella Chiesa, insieme al Vescovo, esistono persone che si assumono questo compito in maniera più precisa. Si tratta dei membri dei consigli episcopale, presbiterale e pastorale diocesano. Gli ultimi due hanno una funzione consultiva perché, insieme al Vescovo, sono chiamati ad affrontare i temi, gli argomenti e le domande con un respiro più ampio. Il consiglio episcopale, poi, assume con il Vescovo il lavoro svolto dai primi due organismi per aiutarlo a giungere a quella parola ultima e definitiva che ha appunto la forma della decisione per il bene del popolo stesso.

La delicatezza del compito a cui è chiamato il consiglio episcopale ha richiesto un di più di confronto e di condivisione?

Sì, mi sono fatto molto aiutare e ho cercato, in coscienza, di mettermi in ascolto di ciò che il Signore mi chiedeva. Il consiglio episcopale deve essere composto da figure che svolgono un ruolo importante proprio in vista di quell’azione di orientamento e di governo del popolo di Dio che, nel nome del Signore, sono chiamato a svolgere. Ha individuato alcune figure che anche lo stesso codice di diritto canonico prevede, dando però loro una connotazione abbastanza precisa. Ho pensato alla figura del vicario generale e a quelle dei vicari per il clero, per la vita consacrata, per la pastorale e per i laici (anche se su questa figura è necessario ancora un momento di riflessione), per l’amministrazione a cui affidare tutta la parte riguardante la gestione dei beni che la Chiesa possiede per la sua missione, e a quattro vicari territoriali, per un rapporto più diretto con le parrocchie e le unità pastorali.

Quali saranno le competenze di questi vicari territoriali?

I vicari territoriali saranno presbiteri scelti appositamente per una missione ben precisa e un incarico particolarmente rilevante. Saranno vicari episcopali a tutti gli effetti e non semplici vicari per il clero; figure il cui compito è stato individuato anche sulla scorta dei momenti di confronto avuti con il consiglio presbiterale e quello pastorale diocesano. Saranno in raccordo costante con il Vescovo, rappresentandolo a tutti gli effetti nel territorio in cui operano. Avranno a loro volta compiti di coordinamento e di guida dei vicari zonali: li riuniranno periodicamente per verificare il cammino di Chiesa in quella parte di diocesi loro affidata; saranno poi loro ad aiutare il Vescovo e il vicario generale nella destinazione dei sacerdoti e dei diaconi e ad accompagnare il cammino delle unità pastorali che ancora non sono state costituite e a verificare il loro cammino laddove esistono. Avranno poi il compito di operare un raccordo costante con le autorità civili. (Saranno quattro, secondo lo schema territoriale presentato in queste pagine, ndr) .

Nel suo progetto, infine, c’è anche un pensiero per il consiglio presbiterale e per quello pastorale diocesano…

La sinodalità trova in queste realtà due organi particolarmente importanti. A me preme che si affini sempre più al loro interno un metodo di lavoro condiviso ai fini dell’efficacia della loro azione. Credo molto nella necessità di identificare insieme gli argomenti e i temi sui cui avviare il confronto, così come in un’accurata preparazione delle sessioni di lavoro attraverso una riflessione elaborata da commissioni che andranno costituite, così che tutti i membri possano farsi una propria, chiara e precisa idea di ciò che si andrà poi a discutere insieme, in vista delle decisioni che il Vescovo dovrà assumere.