Ripartiamo dalla preghiera

Santa Messa di apertura della Festa dell’Oratorio 2019

Prima di dar voce alla mia riflessione, compiamo due gesti che diventeranno parte, poi, anche della mia omelia. Il primo è quello che ci vede qui perché quasi incaricati, insigniti di un ruolo di servizio, di una missione; e qui sto parlando di tutti quelli che si sono resi disponibili per dedicare del tempo, energie e risorse, del volontariato durante la festa. Invito, pertanto, quanti fanno parte de turni di servizio e di prendere la maglietta e indossarla. Spieghiamo anche il perché di questo gesto: quando l’abbiamo pensato è sorto il dubbio che si potesse pensare che “questi mettono la maglietta come se fossero superman”. Niente a che fare con questo. Quella maglietta ha il valore della mia stola. E a cosa serve la stola? La stola non è nient’altro che un simbolo che ricorda il grembiule che ha messo Gesù nell’ultima cena quando si mise a servire i suoi discepoli. Questa maglia per noi è il simbolo dell’amore, del servizio e quello che facciamo lo facciamo perché vogliamo imitare Gesù. Il cristiano è colui che si lascia amare da Gesù e percorre i suoi passi, calca le sue impronte.

Il secondo gesto che andiamo a compiere è l’accensione di questa candela. Ogni sera, per sette sere, accenderemo una candela indicando come la nostra festa parta della preghiera. Aggiungeremo ogni sera una candela così che ritmerà il tempo della nostra festa. Ogni sera cominceremo le nostre attività con la preghiera, perché ci sentiamo dei mandati e soprattutto perché dove due o tre sono riuniti nel nome del signore Gesù noi sappiamo che Lui è mezzo a loro. Vorremmo raccontare a tutte le persone che verranno qua che qui c’è Gesù, perché noi lo preghiamo e ci sentiamo raggiunti dal suo amore. Vorremmo raccontare questo e lo faremo ovviamente come saremo capaci, ma perché partiremo da qui.

Ho già messo in evidenza alcuni motivi per i quali noi stasera siamo qui a dare inizio alla settimana dell’Oratorio, sapendo che far festa vuol dire che c’è un qualcosa che ci attira. Più quello che ci attira è forte più raccoglierà gente. L’oggetto della festa, per noi è Gesù. É lui che ci riunisce. In fin dei conti noi perché siam qui stasera? Io ho ben chiaro in testa il perché e ve lo voglio dire con schiettezza. Noi siam qui fondamentale per un’unica cosa: siam qui per pregare e penso che abbiam bisogno di ripartire ancora una volta dalla preghiera. Magari negli ultimi anni siamo stati capaci e bravi a fare anche tante cose. Siam diventati abili a leggere la realtà sociale, a dare un po’ di numeri, a fare alcune proiezioni, a progettare, a diventare tecnologici ma dobbiamo ripartire dalla preghiera. Per quanto potremo essere bravi, o noi partiamo dalla preghiera o altrimenti tutto comincerà e finirà con noi. Non possiamo solamente fidarci delle nostre capacità: già altre volte ho fatto questa riflessione con voi, non possiamo solamente ottimizzare le nostre risorse ed essere ottimisti per quello che facciamo. La categoria dell’ottimismo non è una categoria cristiana perché l’ottimismo si basa sulle nostre capacità, sulle nostre risorse: finché le abbiamo tutto o quasi, va bene, ma quando non le abbiam più si passa dall’ottimismo al pessimismo. Non sarà che forse c’è troppo pessimismo in giro perché puntiamo solo su di noi? In questo caso, la categoria cristiana necessaria è quella della speranza.

La speranza illumina l’attesa

L’attesa è viva quando io spero perché so che il mio Dio sarà sempre accanto a me e io ho bisogno di incontrarlo, ho bisogno di parlargli assieme, ho bisogno di ascoltarlo e cosa meglio della preghiera può fare questo? Per cui io vi dico che siamo in questa sede per pregare. Per pregare non solo per la festa dell’Oratorio ma per pregare per la nostra comunità e per pregare per la Chiesa intera in questa festa di Maria madre della Chiesa. Abbiamo diversi motivi per pregare: io ve ne elenco alcuni ma ognuno poi avrà i suoi. Il primo è che noi pregando assieme siamo un popolo; il popolo è diverso dalla massa, la massa è senza nome, la massa è generica, il popolo ha la sua identità. Chi siamo noi? Siamo quelli che stanno qui attorno (all’altare), cioè quelli che vengono qua e da qua ricevono la loro forza.

Motivo ancora per pregare: questa mattina ho concluso il percorso della visita agli ammalati, alle persone anziane, e parlando con loro a uno di questi che è particolarmente sofferente ho detto “stasera ti ricordo nella preghiera, ti ricordo nella Messa all’Oratorio. Ti ricordo lì perché hai tante volte frequentato questo ambiente” e chiedo a tutti voi di pregare anche per questa persona. Siam qui, ancora, per pregare per altri motivi; sempre nel giro di questa mattina ho incontrato una signora molto anziana, ora è debole ma ha una grande forza nella sua preghiera. “Ricordo anche te nella preghiera”. Siam qui anche perché vogliamo ricordare una persona che ha voluto bene all’Oratorio, ha voluto bene alla sua famiglia, Maria Teresa, i suoi figli hanno frequentato questo posto, lo frequentano, così come il marito. Bello il fatto che anche molti amici hanno pensato di ricordarla e di far celebrare questa Santa Messa. Volentieri lo facciamo. Abbiam fatto anche un gesto in sua memoria, appunto perché conoscevamo la sua passione per l’educazione, per la crescita, per gli ambienti come questo: le tre piante nuove che abbiam messo nel parco giochi, e per noi la pianta che si semina indica qualcosa di importante, una vita che cresce, farà ombra, sarà segno di una vita che passa attraverso il progetto di Dio e della sua creazione e che manifesta la sua bellezza. Le tre piante che abbiam messo al parco, l’abbiam fatto in nome di Maria Teresa. Per cui ogni qual volta vedremo quelle tre piante ci verrà in mente.

Siam qui, ancora, per pregare per la nostra Chiesa: non so voi ma io che son prete, a volte non so da che parte sbattere la testa: non sappiamo più cosa fare e non basta avere gli ulivi belli, non basta avere tutto pulito, tutto ordinato. Anche se dedichiamo mille ore all’Oratorio, ed è bello averlo così, questo non basta, per cui vi dico mettiamoci in preghiera, chiediamo a Dio che apra una via, che ci aiuti in questo periodo dove io mi sento un po’ smarrito e vedo la riflessione sulla nostra pastorale ecclesiale un po’ smarrita. Tanto impegno, tanto faticare, tante energie, tanta progettazione, tanta passione… sembra quasi che il vento porti via tutto, sembra che serva a poco o per non dire a nulla. E ora non sto qua a citare i numeri e dire chi non vien più e chi viene ancora, ho fatto pace con i numeri. Avverto, però, una preoccupazione non tanto perché i numeri calino o crescano ma perché sembra che ci stiamo allontanando da Dio, almeno nelle nostre priorità. Sembra che stiamo perdendo quel che di più vero abbiamo, il nostro spirito, che va ravvivato, va sostenuto, va curato sicuramente più di tutte queste cose che per quanto possano essere belle e funzionali, non sono compensative della serenità di sentirsi amati. Se non si entra mai là dentro (indica la porta della chiesetta) allora è inutile. Lo dico spesso questo ai genitori quando facciamo gli incontri, ogni qual volta veniamo qua la prima cosa che dobbiamo fare, che diventa fortemente educativa, potentemente educativa, è entrare là dentro, salutare il Signore, ringraziarlo perché ci ha dato l’opportunità di vivere nella nostra comunità. Quando noi entriamo, dietro l’altare abbiamo una bellissima immagine di Maria. Gesù ce l’ha affidata come mamma, come colei che si prende cura di noi. É stato bello che quest’anno un gruppo di persone sia venuto qui a pregare il rosario durante il mese di maggio. Ci possono essere anche mille altre forme di preghiera: quando arriviamo qua vi auguro di fare una cosa prima di tutte: entrare là a salutare il Signore, sua madre che è nostra madre e sentirci fratelli e figli.

L’augurio che posso fare, il più bello, è questo: stasera ripartiamo dalla preghiera, tutto il resto viene dopo. Io son convinto che noi siamo bravi, che ce la caviamo anche in tante cose, che siam capaci a destreggiarci nelle diverse sfide che ci si presentano, ma dobbiamo ripartire della preghiera, altrimenti tutto comincerà e finirà con noi. E se tutto comincia e finisce con noi qual è il guaio? É che ogni volta devi ricominciare. E invece noi sappiamo che la vita la si è sempre imparata dagli altri, e se noi siam qui è perché qualcuno duemila anni fa ci ha raccontato quello che è accaduto e ha continuato a raccontarlo fino ad arrivare a noi. Ma se noi ci stacchiamo da questo circolo virtuoso, ogni volta bisognerà ricominciare da capo. Se ricominci da capo corri il rischio di perderai dei pezzi e ricomincerai a fare ancora la solita fatica, magari butterai via tante opportunità. Abbiamo una tradizione grande, una ricchezza grande, dalla quale partire: dalla preghiera.

Liberi tutti con Mosè!

Giovedì 13 giugno il grest “Liberi tutti con Mosè” arriva alla Festa dell’Oratorio. Super festa per tutti i bambini ed i ragazzi!

Vi aspettiamo alle 19:30 per l’inizio della serata. Presenteremo l’inno e tutti i balli del grest! Durante la serata inoltre verranno consegnate le magliette agli iscritti.

Ricordiamo che sarà attivo il servizio cucina, con menu speciale gnocco fritto. Cosa state aspettando?

É qui la FESTA!

Siete tutti pronti?

Sta per tornare la Festa dell’Oratorio!

L’inizio è fissato per lunedì 10 giugno, con una cerimonia che promette spettacolo.

La serata avrà inizio alle ore 20:00; il momento centrale sarà la celebrazione della Santa Messa di apertura della festa, durante la quale verrà distribuito il mandato a tutti i volontari.

Non potete mancare!

Liberi tutti con Mosè

Il GREST proposto dall’oratorio San Luigi in collaborazione con il Comune di Leno, si struttura nell’arco di 3 settimane, dal lunedì al venerdì e di 4 settimane per il Minigrest, sempre dal lunedì al venerdì e si rivolge a diverse fasce d’età:

  1. quella dei bambini in età della scuola dell’infanzia 3-6 anni. Questa fascia del GREST viene comunemente chiamata MINIGREST;
  2. quella dei ragazzi che hanno frequentato la scuola primaria nelle classi dal 1° al 3° anno;
  3. quella dei ragazzi che hanno frequentato la scuola primaria nelle classi dal 4° al 5° anno;
  4. quella dei ragazzi che hanno frequentato la scuola secondaria di primo grado nelle classi dal 1° al 2° anno;
  5. quella dei ragazzi che hanno frequentato la 3^ della scuola secondaria di primo grado e la 1^ superiore: Summer on the road.

Per il MINIGREST il periodo è di 4 settimane, da lunedì 1 Luglio a venerdì 26 Luglio. l’orario delle attività va dalle ore 9:00 alle 12:00 per chi fa mezza giornata e per chi fa l’intera giornata, continua dalle 13:45 alle 17:00. Per coloro che usufruiscono del servizio mensa messo a disposizione dal Comune l’orario è continuato. Il MINIGREST si svolge presso la scuola dell’infanzia in via Ermoaldo.

Per le altre fasce d’età il periodo è di 3 settimane: da lunedì 1 Luglio a venerdì 19 Luglio. l’orario delle attività va dalle 9:00 alle 12:00 e dalle 13:45 alle 17:00. Per coloro che usufruiscono del servizio mensa messo a disposizione dal Comune l’orario è continuato. I ragazzi verranno accompagnati dai loro animatori presso la mensa della scuola primaria di Via F.lli De Giuli, 3. Al riprendere delle attività, i ragazzi che non usufruiscono del servizio mensa devono sempre arrivare in Oratorio entro le 13:45. Il GREST, in tutte le sue fasce d’età, offre anche un servizio di pre-accoglienza ossia: dalle ore 7:45 saranno presenti degli animatori per accogliere i bambini i cui genitori, per differenti motivi (lavorativi o di altra necessità), hanno bisogno di questa ulteriore opportunità. Le diverse attività verranno svolte nei rispettivi luoghi (Oratorio San Luigi e scuola Primaria, scuola dell’Infanzia) e nelle destinazioni stabilite a seconda delle proposte giornaliere.

Dalle uscite nei parchi presenti nel nostro comune, o nei comuni vicini, agli oratori delle nostre parrocchie o le piscine comunali di via M. L. King 17 o ai vari parchi delle uscite programmate. Gli spostamenti in base alle destinazioni avverranno a piedi, in bicicletta o in autobus (vedi programma giornaliero nelle pagine seguenti).

Si ricorda che al termine degli orari stabiliti dal calendario delle attività, i ragazzi iscritti al Grest, Minigrest e Summer on the Road NON saranno più sotto la responsabilità della Parrocchia dei Santi Pietro e Paolo.
Non sarà possibile stabilire preferenze nei gruppi o squadre di appartenenza.

Corso di pittura e cucito

Cercando di ampliare l’offerta educativa e venire incontro alle esigenze delle famiglie, abbiamo collocato queste proposte dal 10 al 28 Giugno, da lunedì a venerdì, dalle 14 alle 17. Le attività saranno svolte con la supervisione di animatori. Le iscrizioni saranno su questo sito, a partire dal 6 aprile.

Presentazione Grest 2019

In occasione della festa dell’Oratorio che si svolgerà nei giorni dal 10 al 16 Giugno, la sera di giovedì 13, ci sarà la presentazione ufficiale del GREST e la consegna delle magliette. il programma prevede alle ore 20:00 la presentazione del tema del GREST 2018 e la consegna delle magliette.

Iscrizioni

Le iscrizioni inizieranno sabato 6 aprile. In un prossimo articolo verranno spiegate le modalità ed i tempi.

Vai alla pagina Estate per tutte le info sulle attività estive dell’Oratorio!

Carnevale a Milzanello

Domenica 3 marzo si è svolto nel nostro oratorio l’edizione 2019 del carnevale. È stato davvero un pomeriggio trascorso in serenità con le famiglie e tanti bambini che si sono addirittura sfidati in una piccola gara con tanto di giudici per stabilire le due mascherine più belle.  Anche il tempo ci ha accompagnati, in una giornata dal sapore veramente primaverile! Dopo una piccola sfilata per il paese le nostre mamme ci hanno aspettato per le dolcissime lattughe che hanno preparato con le loro stesse mani!!! Un ringraziamento ai volontari e a tutte le persone che si impegnano a farci vivere questi bei momenti, agli animatori che con don Ciro non hanno avuto timore a indossare abiti stravaganti per strappare un sorriso anche ai più grandi. Al prossimo anno!

Guarda le immagini:

Carnevale 2019 a Milzanello

Cattolica: l’umanesimo cristiano oggi

Il testo della riflessione che mons. Tremolada ha proposto in occasione del Dies Academicus dell’Università Cattolica. “Bello del vivere. L’umanesimo cristiano oggi” il tema scelto

Questo il testo della lectio magistralis che il vescovo Tremolada ha proposto ieri, al Dies Academicus dell’Università Cattolica di Brescia. “Bello del vivere. L’umanesimo cristiano oggi”, il tema scelto per il suo intervento.

“Magnifico Rettore, Illustre Pro Rettore, Eccellenza Reverendissima Signor Assistente Spirituale, Autorità civili, militari e religiose, Stimatissimi docenti, Personale tecnico e amministrativo, Carissimi studenti e studentesse, Voi tutti qui presenti in questa solenne circostanza, è per me un onore, oltre che un piacere, prendere la parola in occasione del Dies Academicus che inaugura l’anno degli studi presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore. Sono, infatti, pienamente consapevole del ruolo che questa Istituzione riveste in ordine all’educazione dei giovani e alla promozione della cultura, nella nostra città in particolare e nel più vasto raggio del territorio circostante. Si tratta di un’Opera che tende ad offrire, con costante sforzo di discernimento, un’esperienza di studio e di ricerca nella quale l’istanza del sapere, coltivata con la rigorosa serietà che le è si addice, mira a coniugarsi sapientemente con la fede, sul presupposto che tra queste non via sia opposizione ma, al contrario, reale e profonda sintonia.

Mi è stato chiesto di condividere qui una riflessione che prendesse le mosse dalla lettera pastorale da me proposta alla diocesi di Brescia per il corrente anno pastorale. In essa ho voluto parlare della santità, considerandola nell’ottica della bellezza e indicandola come la prospettiva in cui porsi per il nostro cammino di Chiesa dei prossimi anni. Che la santità rettamente intesa possa di fatto dar vita ad umanesimo cristiano, da intendere in totale corrispondenza con l’umanesimo tout court, e che quest’ultimo sia chiamato oggi ad assumere una sua singolare configurazione, è quanto costituisce l’argomento di questa mia relazione. Lasciandomi guidare dal titolo stesso, e cioè: Il bello del vivere. L’umanesimo cristiano oggi, intenderei svilupparla in tre momenti. Nel primo vorrei mettere a fuoco il significato del termine santità; nel secondo mostrarne il nesso con l’umanesimo cristiano; nel terzo indicare alcuni elementi a mio giudizio rilevanti che ne possano dimostrare l’attualità.

La santità e il bello del vivere

Ci sono parole che provengono dal mondo della religione e suonano inevitabilmente lontane a chi non lo frequenta. La santità è una di queste. La realtà cui si allude con questo termine suscita normalmente rispetto, ma potrebbe anche creare un certo disagio. Potrebbe cioè evocare una perfezione inarrivabile che poi finisce per giudicarti, o una eroicità al limite delle forze umane davanti alla quale ci si impaurisce, o un’osservanza esemplare propria di un modo a cui ci si sente estranei. Credo sia importante cogliere l’essenza della santità ponendosi nella giusta prospettiva e cioè riconoscendola come il pieno compimento di ciò che tutti noi siamo in quanto appartenenti al genere umano. In altre parole, credo che la santità abbia a che fare con la nostra stessa umanità, presa dal suo lato migliore.

Sono convinto che “Il bello del vivere” possa essere una buona definizione della santità. Mi piace pensare che santità sia il nome religioso della bellezza, quando questa si coniuga con la vita stessa nell’orizzonte della fede. Potremmo anche dire, in prospettiva cristiana, che la santità è l’altro nome della vita considerata nell’ottica di Dio. È, cioè, il lato buono dell’umanità, originario e indistruttibile. È l’umanità così come il Creatore l’ha pensata da sempre; è l’umanità che, ferita dal male, in Cristo è stata redenta, liberata da ciò che la offende, la mortifica e la intristisce; da ciò che la rende crudele, volgare e violenta. È l’umanità che vorremmo sempre incontrare, che non ci farà mai paura, che, al contrario, ci attira, ci stupisce e ci commuove. È l’umanità avvolta nella luce del bene.

Quando la Bibbia parla di santità si riferisce prima di tutto a Dio. Con l’aggettivo qadósh – che in lingua italiana traduciamo con “santo”la lingua ebraica tenta di esprimere qualcosa che è per sua natura inesprimibile, cioè la dimensione trascendente propria di Dio. Se Dio esiste non può essere ricondotto a schemi umani di interpretazione. Diventerebbe un idolo di cui l’uomo può disporre a piacere e a cui non si potrebbe mai affidare. Il nostro intelletto non è il recinto entro cui rinchiudere il mistero del Dio vivente: saremmo noi più grandi di lui. La nostra intelligenza, che non è la dea ragione ma la magnifica facoltà di comprendere con gratitudine e umiltà ciò che ci è stato donato, ci può in realtà condurre fino ad una soglia che mai potrà oltrepassare. Da lì in avanti si deve procedere in altro modo. O meglio: è tutto il cammino, fino alla soglia e oltre quella, che va compiuto in un costante atteggiamento di riverente ricerca, consapevoli di muoversi entro un orizzonte che è insieme ignoto e luminoso.

Nel suo libro capolavoro dal titolo L’uomo non è solo, il grande pensatore ebraico Abraham Hescel così scrive: “La maggior parte – e spesso il meglio – di quel che accade in noi rimane un nostro segreto. Nessuna lingua è in grado di spiegare quel che si agita nel nostro cuore allorché guardiamo il cielo ingioiellato di stelle. Quel che ci colpisce con incessante stupore non è il comprensibile e il comunicabile, ma ciò che, pur trovandosi alla nostra portata, è al di là della nostra comprensione”. L’esperienza del sublime e dell’ineffabile è – secondo Hescel – la grande via della conoscenza.

È per questa via che si giunge a riconoscere anche la santità di Dio, maestà eccedente e insieme amorevole, trascendenza amica e misericordiosa. Il Dio vivente è un fuoco ardente, che tuttavia non distrugge. Come si racconta nel terzo capitolo del Libro dell’Esodo, Mosè assiste allo spettacolo di un roveto che brucia in una fiamma di fuoco e che tuttavia non si consuma. È il segno della presenza del Dio tre volte santo che si volge all’umanità in atteggiamento di amore. È lui che chiama Mosè all’opera di liberazione per i figli di Israele resi schiavi in Egitto e che gli promette il sostegno della sua invincibile potenza. Quest’ultima, infatti, è a totale disposizione dell’uomo, in particolare del povero e dell’oppresso. L’Altissimo è dunque diverso da noi ma non è separato, totalmente altro ma non inaccessibile. La sua santità non gli impedisce di abitare la storia. La narrazione biblica degli eventi di salvezza attesta che egli cammina con il suo popolo, al quale si è unilateralmente legato con un patto di alleanza. Lo ha fatto per rendere l’umanità partecipe di ciò che gli è proprio, cioè, appunto, la santità. Il vero Dio, infatti, non è geloso. Egli ama condividere. Si legge nel libro del Levitico: “Sarete santi perché io, il Signore vostro Dio sono santo” (Lv 19,1). Parole che suonano come un invito e un impegno, il cui presupposto è però l’opera di grazia di Dio stesso: è lui che crea le condizioni per una effettiva esperienza di santità da parte dell’uomo. Segno evidente di tale santità saranno le opere di bene che i credenti compiranno, in conformità ad una legge ugualmente offerta in dono da Dio. Ma il segreto di questa santità andrà cercato nella potenza stessa dell’amore divino, che opera nel cuore dei santi e li rigenera costantemente.

Con l’avvento del Cristo Salvatore, la solidarietà tra Dio e l’uomo in vista di una santità condivisa raggiunge il suo culmine. “Il Verbo si fece carne – si legge nel prologo del Vangelo di Giovanni – e venne ad abitare in mezzo a noi. E noi vedemmo la sua gloria”. Splendore di bellezza e perfezione d’amore, la gloria di Dio viene a trasfigurare l’umano. La santità degli uomini sarà il frutto della resurrezione del Cristo crocifisso. In lui il divino salverà definitivamente l’umano, lo riscatterà da tutto ciò che lo deturpa e lo offende, per elevarlo alle sue altezze. La santità degli essere umani è dunque una santità di riflesso. È la testimonianza in terra della gloria di Dio nei cieli. La sua sorgente è il mistero dell’Incarnazione.

Questa santità – vero tesoro della storia umana – fonde costantemente in armonia il bello e il bene, nell’orizzonte dell’ineffabile; ha una dimensione necessariamente morale ed estetica, in un’ottica ultimamente spirituale; chiama in causa la totalità dell’uomo, la sua interiorità segreta e la sua corporeità visibile. È la santità dei volti, degli sguardi, dei gesti, che rinviano ai sentimenti sinceri, ai desideri puri, alle intenzioni di bene, alle decisioni illuminate, in una parola al cuore dell’uomo raggiunto e conquistato dal fuoco ardente del mistero di Dio. Apparsa nel volto del Cristo una volta per sempre, questa santità si irradia nei volti umani di tutti i tempi.

Santità e umanesimo cristiano

Ritengo si possa affermare che la santità così intesa crei le condizioni per un autentico umanesimo e che quest’ultimo, pur qualificandosi come cristiano, conservi intatta tutta la sua valenza universale. Per definizione, infatti, l’umanesimo fa riferimento all’umano in quanto tale, al di là di ogni credo religioso. Si impone tuttavia, prima di ogni altra considerazione, un chiarimento. Occorre precisare il senso della stessa parola “umanesimo”, poiché diverse sono le risonanze che in esso si trovano.

Vi è anzitutto la risonanza storica: con questo termine si designa, infatti, un movimento culturale nato a Firenze intorno alla metà del secolo XIV e poi fiorito in Europa. “Esso è caratterizzato – come spiega l’Enciclopedia Treccani – da un più ricco e più consapevole sviluppo degli studi sulle lingue e letterature classiche, considerate come strumento di elevazione spirituale per l’uomo, e perciò chiamati, secondo un’espressione ciceroniana, studia humanitatis”. Vi è poi una seconda risonanza, di carattere più generale. “Con riferimento all’Umanesimo quale periodo storico – si legge ancora nell’Enciclopedia Treccani – il termine è anche usato per caratterizzare ogni orientamento che riprenda il senso e i valori affermatisi nella cultura umanistica: dall’amore per gli studi classici e per le humanae litterae alla concezione dell’uomo e della sua dignità quale autore della propria storia, punto di riferimento costante e centrale della riflessione filosofica”. È questo secondo significato che a noi interessa in modo particolare. Esso mette a tema la rilevanza dell’uomo, la sua dignità e grandezza. Credo si possa dire che l’Umanesimo ha posto storicamente e pone in generale l’uomo al centro, esaltandone le facoltà, celebrando le scienze e le arti, il pensiero e la tecnica. L’affermazione ha tutta la sua verità: l’uomo deve essere posto al centro. Dal nostro punto di vista, cioè in prospettiva cristiana, sarà importante aggiungere semplicemente quanto segue: l’orizzonte luminoso dell’uomo posto al centro è il mistero santo di Dio. Lo splendore della bellezza di Dio e la perfezione del suo amore misericordioso sono l’ambiente vitale in cui l’uomo si colloca e da cui attinge quella dignità e nobiltà. E un’altra verità va aggiunta in prospettiva cristiana: la chiave di volta dell’umanesimo cristiano è Gesù, il Dio con noi. In un passaggio del discorso tenuto a Firenze il 10 novembre 2015, in occasione del quinto Convegno Nazionale della Chiesa italiana, papa Francesco così si esprime: “Possiamo parlare di umanesimo solamente a partire dalla centralità di Gesù, scoprendo in Lui i tratti del volto autentico dell’uomo. È la contemplazione del volto di Gesù morto e risorto che ricompone la nostra umanità, anche di quella frammentata per le fatiche della vita, o segnata dal peccato. Non dobbiamo addomesticare la potenza del volto di Cristo. Il volto è l’immagine della sua trascendenza. È il misericordiae vultus. Lasciamoci guardare da Lui. Gesù è il nostro umanesimo”.

Vorrei provare a delineare in modo sintetico alcuni tratti essenziali di questo umanesimo in chiave cristiana, aperto ad una visione universale e quindi capace di offrirsi come ideale credibile ad ogni uomo e donna di buona volontà. Credo dunque si possa dire così:

  • Umanesimo è anzitutto dare piena espressione al senso di umanità che è in noi. Ciò significa coltivare simpatia e empatia verso tutto ciò che è umano, secondo il celebre adagio di Publio Terenzio Afro: “Homo sum, humani nihil a me alienum puto” («Sono un essere umano, niente di ciò che è umano ritengo a me estraneo”). Significa poi rifiutare e contrastare con fermezza tutto ciò che disumano: l’odio, la crudeltà, la violenza cieca, il cinismo, la volgarità, lo sfruttamento del debole, il disprezzo del povero, la corruzione. Significa soprattutto custodire e mantenere viva una consapevolezza profonda della realtà umana nella sua duplice dimensione: quella della grandezza e dignità da una parte e quella della fragilità e debolezza dall’altra. Lo splendore dell’umano, cioè la sua gloria, attinge al mistero di Dio che è sublime misericordia: non ne rinnega la debolezza mentre ne celebra la grandezza. Nobiltà e povertà dell’uomo non si escludono. L’umanesimo autentico, radicato nell’amore di Dio, non è mai orgoglioso. Vi è, infatti, un pericolo particolarmente insidioso, di cui purtroppo la storia ha dato evidente attestazione: quello – paradossale – di negare l’umanesimo in nome dello stesso umanesimo. Ciò avviene quando l’uomo esalta se stesso nella prospettiva di una volontà di potenza che lo rinchiude in se stesso. La bramosia del denaro, la smania del successo e l’ebbrezza del potere – le tre tentazioni cui i Cristo stesso fu sottoposto nel deserto – danno corpo a questa tragica e tracciano la via della rovina sulla quale si può tristemente incamminare un’umanità che ha smarrito l’orizzonte luminoso del mistero di Dio.
  • Umanesimo è, in secondo luogo, riconoscere che l’uomo non è solo ragione ma è anima e coscienza. L’uomo è molto di più di quel che si vede di lui e di quel che la sua mente gli offre. Lo si comprende quando, nel coraggio del raccoglimento interiore, si dà voce a quel sentire misterioso che metta a tema la nostra unicità, che ci fa intravedere il segreto legato al nostro nome, che con tenace dolcezza propone la domanda di sempre: “Chi sono io veramente?”. È l’esperienza dei grandi cercatori della verità, da Platone ad Agostino, da Dante a Pascal. Nel quadro dell’umanesimo cristiano, l’uomo è mistero a se stesso perché attinge al mistero santo di Dio. “Non dovremo aspettarci dai pensieri più di quanto essi contengono – scrive Abraham Hescel – L’anima non è uguale alla ragione”. L’uomo a una dimensione esiste nelle teorie che hanno alimentato le ideologie, ma non nella realtà. La direzione in cui l’uomo si muove non è semplicemente quella orizzontale, del sensibile e del concettuale. Vi è anche la dimensione verticale, della trascendenza e dell’interiorità, del guardare in alto e del guardarsi dentro. L’uomo è capace di farlo perché è anima e coscienza, apertura all’ineffabile e consapevolezza del bene, occhio interiore sensibile alla bellezza dell’amore. “Il bene – scrive Romano Guardini – è in relazione con me, mi tocca. C’è in me qualche cosa che per sua natura risponde al bene come l’occhio alla luce: la coscienza”. L’umanesimo della santità cristiana è l’umanesimo di una coscienza vigile e serena, grazie alla quale si sperimenta l’unione armonica del buono e del bello, nello slancio verso il sublime.
  • Umanesimo, in terzo luogo, è tendere non alla sola conoscenza ma alla sapienza e alla responsabilità. L’autentica forma del sapere non è la pura recezione di informazioni o l’incremento delle competenze. Vi è certo un sapere teorico che si alimenta attraverso la sperimentazione pratica e va ad accrescere il patrimonio cognitivo dell’intera umanità. È il sapere scientifico e tecnico, cui si devono le grandi invenzioni che hanno segnato le epoche storiche dal punto di vista delle condizioni di vita del genere umano. Ma vi è poi il saper essere, cioè il saper vivere, il sapere che riguarda non più le condizioni ma il senso stesso della vita. È il sapere che diviene sapienza e senza il quale non si può parlare di autentico progresso dell’umanità. La sapienza è un vero e proprio tesoro. Essa suppone tutta la ricchezza nascosta nel termine “esperienza”, intesa come complessiva percezione del vissuto quotidiano e caratterizzata da un discernimento costante e profondo. È infatti l’esperienza della vita a rendere l’uomo saggio. La sapienza porta poi con sé il senso di responsabilità, tramite il quale la conoscenza viene coniugata con la libertà, in vista della decisione. Il bene personale e comune, percepito dalla coscienza vigile e onesta, rappresenta il fine di ogni decisione consapevole. Ogni sapere va considerato nell’ottica del bene e deve mantenersi sottoposto al suo giudizio rigoroso e liberante. È sapienza anche accettare il proprio limite a fronte del mistero che ci avvolge, non sentirsi padroni del mondo che ci è stato donato e riconoscere un pericolo sempre incombente: che il nostro cuore ferito trasformi le nostre conoscenze in strumenti di morte.
  • Umanesimo, infine, è considerarsi non solo individuo ma comunità e civiltà. “Non è bene che l’uomo sia solo”: è la frase che troviamo nel libro della Genesi attribuita al Creatore, con la quale viene esplicitata la dimensione intrinsecamente relazionale dell’uomo. Creato a immagine e somiglianza di Dio, l’uomo, maschio e femmina, è chiamato a vivere l’esperienza dell’incontro come esperienza qualificante la sua identità. Qui si scopre il senso più vero della società, intesa come configurazione ordinata del vivere propria del genere umano considerato nel suo insieme. Il vero umanesimo non si limita a considerare il singolo individuo. Guarda alla società e la intende nell’ottica della comunità. La società, infatti, è più della somma dei singoli individui che la compongono. È una sorta di grande famiglia dove ciascuno è se stesso nella misura in cui sente propria la felicità altrui. È la regola della solidarietà e della condivisione, che in prospettiva cristiana prende la forma della carità. Quest’ultima, in verità, attinge – secondo la rivelazione di Cristo – al mistero stesso di Dio, che è splendore di grazia, misericordia inesauribile nella quale si manifesta a favore dell’umanità l’essenza stessa di Dio, cioè il suo amore trinitario. Nella misura in cui la società edifica se stessa nella verità, calandosi nella concretezza delle singole epoche storiche, darà vita alle civiltà, esse stesse commisurate, in modo diverso, a quell’ideale di socialità prospera e solidale che è proprio di un autentico umanesimo.

Santità e umanesimo cristiano oggi

Di questo terzo punto della mia riflessione mi limiterò ad offrire una semplice traccia. L’argomento è tuttavia importante, poiché costituisce una sorta di approdo. Si tratta di provare a capire quali caratteristiche dovrebbe assumere oggi un umanesimo cristiano che dia concretezza ai tratti sopra indicati: un umanesimo della santità per il mondo di oggi. Occorre – credo – anzitutto – porsi in attento ascolto della situazione attuale, coglierne tutte le potenzialità e lasciarsi interpellare dalle sfide. Soffermandoci su queste ultime, penso ci si possa arrischiare a identificarne alcune cruciali, lasciandosi istruire da un acuto interprete del tempo attuale, universalmente riconosciuto tale, cioè Zygmunt Bauman. Potremmo polarizzare queste sfide intorno a un duplice binomio: globalità e liquidità; individualismo e consumismo. Il paradigma della società attuale così fotografato è complesso: ci aiutano alcuni termini efficaci e suggestivi, che Bauman usa per definire tutti che apparteniamo al mondo di oggi: turisti e vagabondi, estetica del consumo, primato della sensazione, perenne eccitazione, sospetto e disaffezione, solitudine e malinconia.

A fronte di questa sfida epocale, mi permetto di indicare quattro caratteristiche di un umanesimo della santità che scaturisce dal Vangelo e delinea un orizzonte di universale possibile azione:

L’ospitalità: occorre offrire dei porti a chi è in costante navigazione, per poter vincere l’incertezza e il senso di smarrimento. A chi può sentirsi perso in un mare sconfinato, in un immenso mondo globalizzato, in una enorme rete di relazioni, in un vortice travolgente, occorre far dono di oasi di pace, contesti di reciproca accoglienza, luoghi di dialogo onesto e non violento, di buone relazione e di pensiero;

La gratuità: sarà decisivo dimostrare per le persone un “interesse disinteressato”, contro la corruzione, la logica del profitto a tutti i costi, l’abitudine al consumo. Dimostrare che il bene può essere fatto semplicemente perché è bene, senza secondi fini. Suscitare lo stupore del non guadagnarci nulla. Promuovere una solidarietà amichevole e costruttiva: la mano tesa, il sorriso sincero, il tratto gentile, la delicatezza e il rispetto. La gratuità ha il suo stile, che ultimamente è quello dell’amore.

L’umiltà. Alla volontà di potenza va contrapposta l’accettazione del limite e della fragilità. L’impegno serio nell’operare il bene va coltivato in un atteggiamento di semplicità e mitezza, senza presunzione e arroganza. La forza disarmante dell’umiltà, che è propria delle grandi anime, è straordinariamente efficace ma sempre sulla distanza e lascia dietro di sé una scia di luce.

La speranza. Al consumo che inchioda al presente e tutto brucia nell’istante vanno contrapposti i grandi desideri, che chiedono tempo e aprono al futuro. Occorre tornare a coltivare il senso dell’attesa e a proporre l’azione lungimirante. Occorre imparare la sapienza che viene dall’esperienza e dallo stupore riconoscente. Si sperimenterà così una sostanziale serenità, che sempre accompagnerà quel senso di responsabilità che conduce alle decisioni illuminate, cariche di futuro.

Conclusione

Concludo facendo mie le parole di un documento recentissimo e a mio giudizio già storico: il Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune, sottoscritto ad Abu Dabi il 4 febbraio 2019 dal grande Imam di Al-Azhar e da papa Francesco. Vi si legge: “In nome di Dio e di tutto questo [sopra esposto], Al-Azhar al-Sharif – con i musulmani d’Oriente e d’Occidente –, insieme alla Chiesa Cattolica – con i cattolici d’Oriente e d’Occidente –, dichiarano di adottare la cultura del dialogo come via; la collaborazione comune come condotta; la conoscenza reciproca come metodo e criterio […]. Noi ci rivolgiamo agli intellettuali, ai filosofi, agli uomini di religione, agli artisti, agli operatori dei media e agli uomini di cultura in ogni parte del mondo, affinché riscoprano i valori della pace, della giustizia, del bene, della bellezza, della fratellanza umana e della convivenza comune, per confermare l’importanza di tali valori come àncora di salvezza per tutti e cercare di diffonderli ovunque”. Credo si possano qui riconoscere le caratteristiche di un umanesimo nel quale la Chiesa Cattolica si riconosce e che manifesta chiaramente la sua dimensione universale, riconosciuta anche da eminenti esponenti della religione islamica. Un umanesimo – potremmo dire – della fede e della santità, che nella sua essenza può legittimamente proporsi a tutti gli uomini di buona volontà. L’auspicio è che questo germe di speranza possa efficacemente contribuire, nel presente e in vista del futuro, all’edificazione comune di una vera civiltà”.

Mandato ai ministri straordinari della Comunione Eucaristica

Il Mandato ai Ministri straordinari della Comunione eucaristica verrà conferito nella Celebrazione dell’Eucaristia di Domenica 24 febbraio alle ore 16.00 in Cattedrale a Brescia.
Si ricorda che potranno ricevere il Mandato i nuovi ministri che hanno partecipato al corso svoltosi nell’autunno scorso.

È buona cosa che anche coloro che hanno già ricevuto il mandato negli anni precedenti siano presenti per accogliere i nuovi Ministri Straordinari della Comunione Eucaristica, poiché la Chiesa manifesta il suo volto vero e completo quando è riunita intorno al suo pastore con tutti i ministri.

Marcolini beato?

L’Associazione Amici Padre Marcolini chiede di avviare il processo diocesano per la causa di beatificazione dell’uomo dei miracoli sociali

Signore è la povertà che Tu mi mostri dappertutto; io mi volto. Perché mi fai vedere la povertà scritta dappertutto, perché mi sembra che Tu mi mandi continuamente a salutare da Madonna Povertà? Che cosa vuoi o Signore da me? Vuoi che diventi povero spogliandomi anche di quanto ho indosso? Oppure Ti basta la povertà di spirito. Signore, parla; il Tuo servo Ti ascolta.

Questo scritto del 22 dicembre del 1925 testimonia bene il dialogo continuo tra padre Ottorino Marcolini (1897-1978) e Dio.

Un confronto incessante, anche sulle scelte quotidiane, ben raccontato nel testo “Quaderni. Appunti e riflessioni personali” che riassume i diari personali di Marcolini dal 1924 al 1968.

L’Associazione. Nel novembre 2018, in occasione del 40° della morte del sacerdote della Pace, è stata costituita l’Associazione Amici padre Marcolini che riunisce le diverse realtà legate alla figura del sacerdote, tra queste la congregazione dei Padri Filippini della Pace. Presieduta da Giuseppe Nardoni, ha incominciato, con una lettera inviata anche al vescovo Pierantonio, a raccogliere molto materiale per far sì che si possa aprire il processo di beatificazione. “Le radici di questo spontaneo e condiviso desiderio si colgono − spiegano dall’Associazione − nella profondità del suo atteggiamento evangelico, che ammanta e alimenta tutte le attività sociali di cui lui è stato protagonista negli anni. Padre Marcolini ci ha insegnato, anzi dimostrato, che come dice il Vangelo, se l’uomo ha fede può smuovere le montagne. Nei suoi colloqui con Dio correva frequente la frase ‘liberami, o Signore, dall’orgoglio e dalla vanità’”.

La sua vocazione. A 31 anni l’ingegner Marcolini, direttore delle Officine Gas di Brescia, lascia la carriera per diventare sacerdote e mettersi al servizio del prossimo nella Congregazione dell’Oratorio di San Filippo Neri. L’amore per il prossimo, chiunque esso sia, e l’ascolto prestato ai problemi che affliggono le persone lo spingono all’aiuto degli altri. All’inizio della Seconda guerra mondiale, Marcolini sceglie il fronte come cappellano militare e partecipa con gli Alpini alla campagna di Russia. Rinchiuso nei campi di concentramento, custodisce l’eucaristia e costruisce un piccolo presepio per festeggiare il Natale. Quando torna, trova un Paese distrutto e da ricostruire. E lui con le sue capacità non si tira indietro.

La città guardava sorpresa questo sacerdote che la metteva di fronte a una proposta che andava oltre il limite del possibile. Lo Spirito Santo che illumina la mente di quest’uomo rende possibile l’impossibile. Con un prestito di 5 miliardi di lire, propiziato dal Governatore della Banca d’Italia Carli, che solo sulla fiducia concede a padre Marcolini il necessario per iniziare, nel 1956, con 10 imprese artigiane, costruì il primo villaggio, denominato Violino. Allora bastava lo stipendio di un operaio per prenotare una casa!

Zuaboni venerabile

Il Papa ha autorizzato la Congregazione a promulgare anche i Decreti riguardanti le virtù eroiche del bresciano Giovanni Battista Zuaboni, fondatore dell’Istituto Secolare Compagnia della Sacra Famiglia e pioniere della pastorale familiare e servo di Dio

Riconosciute, nel centenario della scuola di vita familiare, le virtù eroiche di don Giovanni Battista Zuaboni, pioniere della pastorale familiare.

Don Giovanni Battista Zuaboni nasce a Promo di Vestone il 24 gennaio 1880. A soli due anni rimane orfano della madre. Entra in seminario a Brescia nel 1897 ed è ordinato sacerdote il 9 giugno 1906. Inizia il suo ministero come vicario cooperatore a Volciano e nel 1912 a Nuvolera. Nel 1915 svolge il ministero nella parrocchia di S. Giovanni Evangelista a Brescia. Contemporaneamente presta servizio militare come soldato di sanità, assistendo i soldati dell’ospedale militare.

Nel 1918 dà inizio alla prima Scuola di preparazione delle ragazze alla famiglia: l’attuale Scuola di Vita Familiare. L’iniziativa presto si sviluppa in varie parrocchie della Diocesi di Brescia e fuori. Nel 1930 dà forma organica all’Opera con la fondazione dell’Istituto Pro Familia e pone le basi per la Compagnia S. Famiglia, in seguito riconosciuta come Istituto Secolare. Studioso dei problemi sociali, con un ardente amore al Signore e alla Chiesa, don Giovanni Battista Zuaboni aveva trovato – mediante la preghiera, la meditazione, l’esercizio della carità sacerdotale – la formula di un apostolato nuovo, rispondente alle più urgenti istanze del nostro tempo: educare all’amore vero i giovani affinché formino famiglie sane, contributo indispensabile per una società più umana e cristiana. Il 12 dicembre 1939 accoglie con serenità la morte, vista come offerta necessaria alla realizzazione dell’Opera.

Il Papa, ricevendo in udienza il card. Angelo Becciu, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, ha autorizzato la medesima Congregazione a promulgare i decreti riguardanti il miracolo, attribuito all’intercessione del card. Henry Newman (Fondatore dell’Oratorio di San Filippo Neri in Inghilterra), nato a Londra il 21 febbraio 1801 e morto a Edgbaston l’11 agosto 1890. Riconosciuti anche il miracolo attribuito all’intercessione della fondatrice della Congregazione delle Suore della Sacra Famiglia, l’indiana Maria Teresa Chiramel Mankidiyan, nata a Puthenchira (India) il 26 aprile 1876 e morta a Kuzhikkattussery (India) l’8 giugno 1926, e il martirio del gesuita ecuadoregno Salvatore Vittorio Emilio Moscoso Cárdenas, nato a Cuenca il 21 aprile 1846 e ucciso “in odio alla fede” a Riobamba il 4 maggio 1897. Il Papa ha autorizzato la Congregazione a promulgare anche i Decreti riguardanti le virtù eroiche del card. Giuseppe Mindszenty, già arcivescovo di Esztergom e primate di Ungheria, nato a Csehimindszent (Ungheria) il 29 marzo 1892 e morto a Vienna (Austria) il 6 maggio 1975; di Giovanni Battista Zuaboni, fondatore dell’Istituto Secolare Compagnia della Sacra Famiglia, nato a Vestone (Italia) il 24 gennaio 1880 e morto a Brescia (Italia) il 12 dicembre 1939; del gesuita spagnolo Emanuele García Nieto, nato a Macotera (Spagna) il 5 aprile 1894 e morto a Comillas (Spagna) il 13 aprile 1974; di Serafina Formai, fondatrice della Congregazione delle Suore Missionarie del Lieto Messaggio, nata a Casola Lunigiana (Italia) il 28 agosto 1876 e morta a Pontremoli (Italia) il 1° giugno 1954, e della colombiana Maria Berenice Duque Hencker, fondatrice della Congregazione delle Suore dell’Annunziazione, nata a Salamina (Colombia) il 14 agosto 1898 e morta a Medellín (Colombia) il 25 luglio 1993.