Sentirsi a casa e guarire bene

Si è conclusa l’esperienza di accoglienza al Centro pastorale Paolo VI: 85 le persone assistite dalle infermiere della Croce Rossa

85 persone accolte dai 19 agli 85 anni. Si è conclusa con questi numeri l’accoglienza offerta gratuitamente dalla Diocesi di Brescia attraverso il Centro pastorale Paolo VI. “Le persone che abbiamo ospitato – racconta Rosaria Avisani, ispettrice e responsabile delle Infermiere volontarie della Croce Rossa – non avevano più sintomi forti da Covid-19 ma erano ancora tutti portatori: erano in quarantena sanitaria obbligatoria. Dovevano rimanere isolate per non disseminare il virus, ma avevano bisogno di essere assistite o perché avevano difficoltà nella quotidianità o perché non potevano rientrare nelle proprie case”. Grazie alla disponibilità concessa dal vescovo Pierantonio Tremolada, il Centro pastorale ha messo a disposizione da marzo 44 stanze. “Si chiude – ha affermato – un’esperienza significativa. In piena emergenza abbiamo deciso di mettere a disposizione una struttura particolarmente importante per la Diocesi e per la città. Ci sembrava che questo luogo avesse le caratteristiche per accogliere le persone dimesse dagli ospedali che non avevano l’opportunità di tornare immediatamente nelle proprie case. Abbiamo trovato un riscontro immediato da parte degli Spedali Civili che si sono dichiarati disponibili a coordinare l’azione che coinvolgeva altre strutture come la Poliambulanza e il Gruppo San Donato”. Nel suo intervento il Vescovo ha espresso il suo “sincero apprezzamento per la collaborazione tra le più importanti strutture ospedaliere della città. Il mio apprezzamento va in particolare ai direttori, Marco Trivelli, Alessandro Triboldi e Nicola Bresciani”. Lo stesso Triboldi ha sottolineato: “Il Vescovo ci è stato vicino nella preghiera, nei frequenti contatti in cui si teneva aggiornato sulla situazione, nelle numerose visite alle varie strutture dell’intera provincia e nelle opere. Il Centro pastorale Paolo VI a beneficio dei convalescenti ha permesso di liberare preziosi letti negli ospedali e fornire assistenza in un luogo sicuro e protetto per le persone sole”. “Il Centro pastorale, come una casa, ha aperto – ha spiegato il Vescovo – le sue porte a persone che vivevano l’esperienza dolorosa e disorientante di una malattia sconosciuta che richiede un percorso lungo e pesante. Questo percorso è stato accompagnato con grande rigore, serenità e soprattutto umanità da persone che davvero meritano il nostro ringraziamento; penso alla dottoressa Annamaria Indelicato (direttore sociosanitario degli Spedali Civili) e a Rosaria Avisani (Croce Rossa): hanno dato a questa accoglienza la forma necessaria e indispensabile. Ho toccato con mano quanto sia stato delicato il lavoro sia in fase di realizzazione sia in fase di attuazione. Abbiamo avuto il piacere di offrire un segno di vicinanza alla nostra gente, in particolare a chi ha dovuto soffrire; è stato un semplice segno. Il nostro auspicio è che, ora, si possa riprendere la nostra vita insieme con una maggiore consapevolezza del bene che è necessario scambiarci”.

Dott.ssa Avisani, le 26 infermiere volontarie di Croce Rossa si sono assunte la gestione delle stanze del Centro pastorale. Che cosa avete imparato da queste settimane?

Abbiamo vissuto il dolore della città. Abbiamo incontrato persone segnate dal dolore che avevano subito anche delle perdite tra i familiari. Abbiamo camminato con loro per aiutarli a recuperare la salute e un momento di serenità. È stato un periodo molto faticoso sia dal punto di vista fisico sia dal punto di vista psicologico, ma vedere uscire questi ospiti un po’ più sereni rispetto al loro arrivo è stata una grande soddisfazione.

La Chiesa ha dimostrato ancora una volta la sua umanità.

Eravamo ospiti in un luogo, l’ex Seminario, dove si formavano i sacerdoti. Abbiamo sentito forte e costante la vicinanza dei presbiteri presenti nel Centro pastorale e, attraverso la preghiera, del Vescovo. Don Angelo Gelmini, ogni giorno, si informava sul nostro servizio. Hanno esercitato con la loro testimonianza una grande azione pastorale sul territorio. La Chiesa bresciana ha sofferto con i suoi sacerdoti. Anche quando vivevano giornate difficili per la morte e la malattia dei sacerdoti, li abbiamo sentiti esprimere parole di serenità che hanno fatto la differenza.

Cosa significa prendersi cura della persona malata?

Nella cura il 50% è attribuibile alle competenze tecniche, il 50% alla componente relazionale. L’abbiamo visto in questa pandemia con un virus che ancora non conosciamo del tutto, perché non sappiamo ancora cosa lascia nelle persone. L’aspetto relazionale, e l’abbiamo visto al Centro pastorale Paolo VI, è stato fondamentale. Eravamo di fronte a una malattia inspiegabile. Bisogna saper stare accanto alle persone, entrando in contatto in maniera empatica per capire l’altro. Visto che ogni persona è un mondo a sé, assistere l’altro richiede una grande difficoltà. È più semplice applicare protocolli clinici rispetto al camminare con le persone. Ognuno deve perdere una parte di sé per acquisire la parte di un altro. E non tutti i momenti sono facili. La pandemia deve aiutarci a riflettere anche sulle nostre competenze, magari ripensando la formazione di tutti gli operatori del settore.

C’è il rischio di abbassare la guardia. Qual è la testimonianza di chi è stato in prima linea?

Non abbassate la guardia. Anche a noi può dare fastidio la mascherina, anche a noi mancano gli abbracci dei nostri nipoti, ma non siamo ancora pronti. Continuate a seguire queste indicazioni che non sono pericolose ma salvano la vita. Non sottovalutate questo momento. Sarà una gioia anche per noi toglierci la mascherina.