Il saluto dei gruppi parrocchiali

…dalla Fraternità Francescana

Carissimo Monsignore,

sei anni, vorremmo paragonarli ai giorni della Creazione, quando Dio guardando ciò che aveva creato lo giudicò molto buono. Pensiamo che, anche Lei guardando al lavoro compiuto, finalizzato alla crescita e maturazione spirituale della Comunità, con- sideri i frutti ottenuti molto buoni. È stato il Pastore che ha guidato le pecore con l’insegnamento della Parola; è stato il mezzo, il cui esempio ha spronato il gregge a percorrere nuove vie, per acquisire una visione più ampia, relativa all’insegnamento di Cristo. “Ha avuto l’odore delle pecore” e noi aggiungiamo anche quello della polvere che ricopriva gli angoli più nascosti della nostra bella Chiesa. È stato un Padre umile e disponibile, quando, in Quaresima in occasione della cena povera per i poveri, ha indossato il grembiule del servizio.

Per tutto ciò che di buono ha realizzato noi le diciamo “Grazie” e per tutto ciò che non siamo stati capaci di comprendere le chiediamo “Perdono” ricordandoci reciprocamente nella preghiera le auguriamo che la sua Missione sia secondo il cuore di Dio.

Con affetto e riconoscenza
La Fraternità Francescana

…dalla Commissione Missionaria

Come si dice arrivederci a un Don che se ne va? Questa domanda mi è frullata in testa per giorni, accompagnata da un sentimento misto a gioia e tristezza. Ed ora eccomi qui, davanti al computer a pensare al mio tempo, Monsignor Giovanni trascorso in questi anni con lei. Il suo arrivo in Parrocchia ha coinciso, oltre al mio impegno all’ interno della Commissione Missionaria e alle varie attività ad essa collegate, al il mio ritorno a collaborare in alcuni servizi Parrocchiali, che per motivi famigliari per alcuni anni avevo accantonato.

La ringrazio della disponibilità, accoglienza e fiducia che ha sempre avuto nei miei confronti. Nella Commissione Missionaria e nelle attività di sensibilizzazione (Ottobre Missionario, Infanzia Missionaria, Quaresima Missionaria, Giornate varie di raccolta per le Missioni Comboniane), e nelle attività pratiche (es. principale “la Menonera Missionaria”), ha saputo inserire le sue profonde riflessioni, e momenti di formazione sulla visione che noi cristiani, come “Battezzati” siamo missionari, e il nostro operato deve essere svolto nel mondo verso tutti: verso la dimensione “Ad-Gentes” e verso “la missione quotidiana”, il luogo dove siamo chiamati a vivere: la nostra famiglia, il nostro lavoro, i nostri impegni di volontariato e sociali, la nostra Parrocchia, in comunione con la nostra Chiesa locale e universale.

Per questo la ringraziamo di cuore, e la ringraziamo per la sua sensibilità, e paziente tolleranza, specie quando qualche nostro comportamento è stato un po’ al limite, lei Monsignor Giovanni sa bene di cosa parlo. Personalmente le auguro, e penso di esprimere con questo augurio anche i sentimenti di ogni persona che con me condivide l’ impegno nella Commissione Missionaria, e nell’ attività estiva della “menonera missionaria”, di trovare sempre fedeli che con lei sappiano fare vera Chiesa, condividere con lei quei momenti così importanti che come Sacerdote ha celebrato tante volte per noi, e che continuerà a celebrare per altri fedeli: sull’altare il consacrare e lo spezzare il pane, la benedizione nei Sacramenti, l’ accoglienza e la vicinanza nella preghiera, l’accoglienza e l’ amare nei rapporti di relazione, persone a cui possa trasmettere la sua spiritualità, così ricca e sempre attuale. Monsignor Giovanni le auguriamo infine un lungo futuro pieno di felicità e soddisfazioni, confidando sempre nella misericordiosa benevolenza di nostro Signore.

Per la Commissione Missionaria
Marisa

…dal Gruppo Liturgico

Carissimo Monsignore,

in questi anni, a poco a poco, molti parrocchiani hanno avuto la possibilità di contribuire attivamente ed in vari modi alle celebrazioni eucaristiche. In particolare, seguendo i suoi suggerimenti, anche Leno si è dotato di un gruppo liturgico ben strutturato e, grazie al suo aiuto e alla sua guida, opportunamente formato per garantire ad ogni messa dei lettori coscienti di quanto loro richiesto ed affidato.

All’interno dello stesso molti hanno intrapreso questo compito perché da Lei invitati e, nonostante certe titubanze iniziali, oggi ne sono davvero felici, riconoscendo in questo incarico una grande occasione per meditare la Parola di Dio e quindi viverla più sinceramente. Altri, non pochi, già svolgevano questo compito da diverso tempo, ma anche per loro Lei ha suggerito nuove prospettive per vivere il servizio abituandoli al confronto con gli altri. Certo, non è facile cambiare le vecchie abitudini, ma con molta pazienza oggi tutti noi lettori siamo ben disposti a collaborare all’interno di una realtà ormai consolidata ed in grado, possiamo dirlo, di offrire alla parrocchia il servizio che merita.

Tutto questo grazie alla sua lungimiranza, perché ha insistito affinché anche la nostra comunità si dimostrasse una «Chiesa in uscita», una parrocchia attiva e capace di collaborare per un bene comune. Sappiamo che ci sono ancora molti aspetti migliorabili, sia dal punto di vista organizzativo, sia nell’adempimento del servizio: lo faremo seguendo la via da Lei indicataci, impegnandoci affinché il gruppo liturgico si rafforzi come solida realtà parrocchiale. Siamo certi che col tempo riuscirà ad affinarsi ed allargarsi, permettendo così a più persone di partecipare a questa nostra piccola missione che Lei ci ha fatto scoprire.

La salutiamo facendoLe i migliori auguri per il nuovo ministero affidatoLe.

Il Gruppo Liturgico

La passione del perdono

Cammino dei gruppi famiglia: Osea e Gomer

I primi tre capitoli del Libro del profeta Osea sono autobiografici: il racconto narra la vicenda personale e familiare del poeta. La testimonianza della vita matrimoniale si interseca e si confonde con quella dell’alleanza tra Dio ed Israele; anche se ciò può essere interpretato in modo simbolico, è invece quasi certo che si tratti di fatti effettivamente accaduti, secondo la volontà del Signore, perché fossero di esempio per tutto il popolo ebraico.

Osea, il cui nome contiene il verbo “jasha’”che in ebraico indica la “salvezza” operata dal Signore, predica nel regno settentrionale d’Israele tra il 750 e il 724 a.C. Egli, seguendo la volontà di Dio, aveva sposato Gomer, figlia di Diblaim, la quale era una prostituta (forse una donna che partecipava ai culti della fertilità diffusi tra i Cananei, indigeni della Palestina). Dal matrimonio nascono tre figli che ricevono nomi capaci di esprimere un monito per tutto Israele: Izreel, Non-amata e Non-popolo-mio, a rappresentare la storia di infedeltà del popolo di Dio e la fine della benevolenza del Signore nei confronti di Israele.

La storia familiare di Osea si sviluppa con continuità secondo significati simbolici. La vicenda di infedeltà del popolo di Israele è ripresa dal profeta che, rivolgendosi ai figli, accusa la loro madre e propria moglie di tradimento, dichiarando la volontà di ripudiarla e di spogliarla della dignità nuziale, pur coltivando la segreta speranza di un pentimento e di un ritorno al focolare abbandonato per seguire gli amanti. Come Osea, anche Dio si rivela ferito dal popolo ebraico che lo ha abbandonato per andare in cerca di altri dei, ma profondamente innamorato e determinato a riconquistarlo.

Il profeta, attingendo all’esperienza personale, descrive il rapporto tra Dio e il suo popolo come una relazione nuziale: si ritorna allora alla luna di miele da vivere nella solitudine del deserto, luogo dell’intimità in cui si rinnova l’alleanza con la promessa di un amore eterno. Le clausole del vincolo sono le tipiche virtù del patto che ha unito Dio e Israele: giustizia, diritto, benevolenza, amore, fedeltà e conoscenza. In questo nuovo contesto anche i nomi dei figli devono cambiare perché rappresentano il legame che ora unisce tra loro i genitori e, simbolicamente, Dio e il popolo ebraico. Essi diventano Izreel, Amata, Mio popolo. Con la conversione ritornano gioia e amore.

Per una miglior comprensione del testo, si consiglia la lettura degli interi capitoli del Libro di Osea. 

1. Un matrimonio intaccato dall’infedeltà conosce una crisi più profonda di un matrimonio che, sebbene litigioso, vede i due coniugi ancora interessati l’uno all’altra. L’infedeltà tuttavia si insinua non di rado nella vita di coppia, anche senza arrivare all’adulterio o alla separazione. Ci può essere infatti un’infedeltà quotidiana che si afferma quando non si ravviva costantemente l’amore per il coniuge: il non essere attenti ai bisogni dell’altro, il passare tanto tempo nella freddezza, l’indifferenza reciproca… sono piccoli tradimenti in grado di far crollare anche i matrimoni apparentemente più saldi. Prima di essere o divenire un atto manifesto, l’adulterio nasce come realtà che germina nel cuore; prima di essere relazione con un amante l’adulterio è disaffezione verso il coniuge. Davanti all’infedeltà, nella vita quotidiana dei coniugi si generano reazioni istintive: rabbia, desiderio di controllare, tentazione di vendicarsi, disperazione, non riconoscimento del problema, presa di distanza dal coniuge. 

2. La storia di Osea, sposo di Gomer, donna ampliamente infedele, ci mostra una strada alternativa: la scelta di perdonare per ritrovarsi nell’amore. Quello scelto da Osea è un cammino in salita, che fa i conti con la rabbia e l’umiliazione ma che non manca di ascoltare l’amore che ancora abita nel suo cuore. Osea spera di ritrovare l’amore di un tempo: sceglie di attirare a sé la moglie, di condurla nel deserto e di parlare al suo cuore. Ecco ancora il deserto come luogo privilegiato di intimità ove, senza frastuoni o distrazioni, si può ascoltare la voce l’uno dell’altra. Quando tra due sposi si vive una crisi può innescarsi un cammino di conversione individuale e di coppia: la sofferenza e l’umiliazione sono una via per imparare o riscoprire l’umiltà, sentimento che predispone all’ascolto e all’incontro. Dall’incontro dei cuori può scaturire un’armonia ritrovata ed un nuovo orizzonte guadagnato nella sofferenza. La crisi diventa così un tempo di grazia perché porta in sé stessa, nella fatica che comporta e nelle energie nuove che provoca e mette in moto, la possibilità di trasformarsi. 

3. Nella coppia il perdono è sincero e bello quando punta a ritrovare la bellezza dell’amore coniugale. L’apertura al perdono da parte di uno dei due coniugi è il primo passo per concedere a sé stessi di riconoscersi e ritrovarsi come coniugi e per riscoprire l’amore in cui si era smesso di credere.  Nel perdono scambiato tra gli sposi è all’opera l’amore di Dio: così facendo essi consentono al Signore di manifestarsi come Colui che dà la forza di perdonare e che perdona. Nella storia di ciascuna coppia esiste il tempo della conversione. Ed anche per tale tempo la memoria ha un ruolo importante. Ricordare i momenti belli e importanti della propria storia, in cui abbiamo vissuto intensamente il nostro amore e la bellezza del vivere insieme, suscita nostalgia e desiderio di ritrovare il calore dell’abbraccio dell’altro ed, in lui, di Dio.

Domande per la coppia 

  • Quali infedeltà sono più comuni nella nostra storia di coppia?
  • Quando sfuggiamo all’amore tra noi e ci allontaniamo dall’amore di Dio riusciamo a cercare il deserto come luogo privilegiato di intimità e a parlare al cuore l’uno dell’altra?
  • Canterà come nei giorni della sua giovinezza…” Di quali momenti della nostra storia possiamo fare memoria per ritrovarci e fare comunione?

Davide e Betsabea: la prova dell’attrazione

Secondo incontro del Cammino dei Gruppi Famiglia

Le pagine bibliche conservano una tra le vicende più drammatiche di rapporto adulterino, quella raccontata in nel Secondo Libro di Samuele, che vede come protagonisti il grande re Davide e Betsabea, moglie di un suo valoroso ufficiale. 

Dal secondo libro di Samuele (11, 1-4) 

L’anno dopo, al tempo in cui i re sogliono andare in guerra, Davide mandò Ioab con i suoi servitori e con tutto Israele a devastare il paese degli Ammoniti; posero l’assedio a Rabbà mentre Davide rimaneva a Gerusalemme. Un tardo pomeriggio Davide, alzatosi dal letto, si mise a passeggiare sulla terrazza della reggia. Dall’alto di quella terrazza egli vide una donna che faceva il bagno: la donna era molto bella di aspetto. Davide mandò a informarsi chi fosse la donna. Gli fu detto: “È Betsabea figlia di Eliàm, moglie di Uria l’Hittita”. Allora Davide mandò messaggeri a prenderla. Essa andò da lui ed egli giacque con lei, che si era appena purificata dalla immondezza. Poi essa tornò a casa.

La scena narrata aiuta ad entrare nelle pieghe dell’infedeltà amorosa perché ci presenta i due protagonisti della storia con i loro sentimenti e comportamenti. Davide, vulnerabile come ogni uomo, non può restare indifferente al fascino femminile di una donna come Betsabea e sembra incarnare lo stereotipo del maschio cacciatore che non sa e non può resistere ad una preda allettante. Betsabea, sensibile come ogni donna, non può rimanere indifferente alle attenzioni di un uomo interessante, vittorioso e potente come Davide e sembra confermare l’immagine della femmina tentatrice che non può fare a meno di essere conquistata. Tutto questo sembrerebbe portare quasi necessariamente all’infedeltà come una conclusione inevitabile, stante la nostra natura di uomini e donne che non possono opporsi all’istinto dell’attrazione reciproca. Ma il Signore, in questa vicenda, scopre delle responsabilità e segnerà con le sue punizioni i destini dei due protagonisti perché proprio là dove lo sguardo maschile è colpito e la sensibilità femminile è destata, comincia la responsabilità di un uomo e di una donna: Davide “decide” di volere quella donna e Betsabea “accetta” di andare dal re. 

Il brano e la vicenda offrono alcune possibilità di analisi di ciò che oggi sempre più frequentemente sembra succedere all’interno della coppia: l’affacciarsi ad un certo punto della vita matrimoniale di un’alternativa, che molte volte sembra capitare così, senza che nessuno dei due sia consapevolmente andato a cercarla. Entrando, seppur con molta discrezione, nei risvolti che spesso accompagnano questi vissuti, aiutandoci anche con il testo, si possono fare alcune osservazioni.

Oggi comunemente si pensa che ogni attrazione sia un istinto irresistibile e quindi un destino fatale perché “al cuore non si comanda” e, dunque, bisogna andare “dove ti porta il cuore”. Queste affermazioni, così scontate ma tanto diffuse, poggiano su un presupposto: che l’uomo non sia libero ma schiavo delle situazioni, del suo istinto, delle sue passioni e che le sue scelte non siano dettate dalla volontà ma determinate dalle sue pulsioni. In questo modo si tende a de-responsabilizzare le persone riguardo a certi temi e rendere così non punibili determinati comportamenti.  Invece si può osservare che, se è vero che al cuore non si comanda, bisogna vedere dove si è deciso di attaccare il proprio cuore perché, come ci ricorda Gesù nel Vangelo di Matteo (6,21), il cuore si trova là dove l’uomo ha posto il suo tesoro.  Sono allora rivelatori quei piccoli gesti che, presi in sé, appaiono innocenti come prolungare lo sguardo, approfittare di determinate occasioni, indulgere a certe emozioni o sensazioni ma che permettono al cuore di attaccarsi impercettibilmente a questa possibilità, di accarezzare sempre più concretamente questa fantasia. E in questo modo entra in gioco la volontà e l’uomo e la donna decidono di dare importanza e valore a questa situazione e le permettono liberamente di prendere forma e realtà. Ma se entra in gioco la libertà si può parlare anche di responsabilità e di valutazione delle conseguenze e non più di un semplice arrendersi alle circostanze.

Un’altra considerazione suggerita dalla situazione narrata dal brano consiste nel sottolineare che oggi la mentalità corrente porta a confondere innamoramento e amore e considera vero il falso presupposto che sentirsi innamorati corrisponda ad amare l’altro. L’innamoramento è certo un ingrediente dell’amore ma tra l’uno e l’altro c’è una differenza decisiva: il primo sorge spontaneo, il secondo richiede una scelta. Permane invece nella nostra cultura, e non solo tra i giovani, il mito dell’innamoramento come misura del vero amore: essere totalmente attratti e affascinati dall’altro, ricercare la fusione totale con lui, essere scossi da sensazioni ed emozioni violente a contatto con l’altro diventano i parametri con cui definire il valore e la bontà di una relazione. Molto meno sono presi in considerazione i sentimenti di fiducia e di reciproco affidamento, l’impegno di una parola data, l’orgoglio di costruire qualcosa insieme, lo stimolo di una relazione in continuo divenire, la tensione positiva di avere un progetto di coppia da realizzare insieme. 

Un’ultima considerazione a partire dal brano, ci conduce a domandarci il perché della situazione di adulterio: spesso non è tanto la seduzione della nuova possibilità ma la perdita di fascino della vita matrimoniale consueta. La condizione che spesso fa da sfondo alle infedeltà coniugali è quella di una coppia che ha dato troppo per scontato il rapporto e non lo ha solidificato e irrobustito con continue opere di “ristrutturazione”. Un amore, che era stato anche grande ma che inesorabilmente e senza che nessun dei due lo volesse si è stemperato in una routine senza più desiderio e fantasia, apre facilmente la strada a un’alternativa che riporti il gusto del vivere e dell’amare che si era perso. La passione dell’adulterio non attacca se non là dove il fuoco dell’amore matrimoniale non è più alimentato. E per alimentarlo non basta trattenere gli occhi da distrazioni galeotte: occorre fissarli negli occhi di chi, forse un giorno ormai lontano, per primo ci innamorò. 

Come reagire di fronte all’affacciarsi di queste emozioni e sentimenti dentro un rapporto di coppia? La via d’uscita non è tanto quella che conduce a negarli, a reprimerli, soffocati dai sensi di colpa o paralizzati dalla paura di sensazioni forti. La risposta più saggia consiste invece nel non giudicare le emozioni perché esse non sono né buone né cattive, né giuste né sbagliate ma sono semplicemente parte della nostra struttura e imparare così a riconoscerle, individuarle e, proprio perché uniche e personali, comunicarle alle persone che ci interessano. La consapevolezza delle proprie emozioni, il riconoscerle, il permettersi di viverle, senza indulgervi ma anche senza fingere di non viverle, costituisce un forte processo di crescita che può portare a saperle controllare sempre di più.

Cammino dei gruppi famiglia

Nello scorso numero de La Badia abbiamo presentato il percorso che si era deciso di intraprendere come gruppi famiglia, partendo dalla parola di Dio e in modo particolare con le coppie che essa ci presenta. Vogliamo ora condividere le riflessioni coppia dopo coppia. Nella Genesi emerge gradualmente il disegno del Creatore nei confronti dell’umanità, il suo progetto di felicità per ogni individuo. Riflettere sulle vicende degli uomini e delle donne dell’inizio della storia della salvezza ci può aiutare anche a comprendere quella realtà fatta di entusiasmi e delusioni, gioie e dolori che da sempre costituisce la vita degli sposi. Una di queste coppie è rappresentata da GIACOBBE E RACHELE. 

Dal libro della Genesi (29, 16-21)

Labano aveva due figlie; la maggiore si chiamava Lia e la più piccola si chiamava Rachele. Lia aveva gli occhi smorti, mentre Rachele era bella di forme e avvenente di aspetto, perciò Giacobbe amava Rachele. Disse dunque: “Io ti servirò sette anni per Rachele, tua figlia minore”. Rispose Labano: “Preferisco darla a te piuttosto che a un estraneo. Rimani con me”. Così Giacobbe servì sette anni per Rachele: gli sembrarono pochi giorni tanto era il suo amore per lei. Poi Giacobbe disse a Labano: “Dammi la mia sposa, perché il mio tempo è compiuto e voglio unirmi a Lei”.

Siamo all’inizio della storia dei due giovani, al tempo del loro innamoramento. Giacobbe non si innamora di Lia che aveva gli occhi smorti, e se gli occhi smorti tengono lontano, probabilmente Rachele oltre ad essere ‘bella di forme e avvenente di aspetto aveva anche uno sguardo vivace, espressivo, profondo. È negli occhi di Rachele che Giacobbe legge il sogno, il progetto di Dio per lui e per entrambi e vi legge anche la promessa di un futuro radioso. È dallo sguardo dell’innamorata che Giacobbe trae la forza per il pesante servizio e la lunga attesa. Sappiamo quanto l’esperienza dell’innamoramento sia esaltante. Quando siamo innamorati, siamo portati a credere che il nostro sentimento durerà per sempre. Nulla potrà frapporsi tra noi. Nulla sarà più forte del nostro amore reciproco. Siamo rapiti dalla bellezza del nostro innamorato/a e trascorrere il tempo con lui/lei è come trovarsi nell’anticamera del paradiso. Pensiamo che insieme vivremo sempre di quelle meravigliose sensazioni e sogniamo la beatitudine coniugale. L’innamoramento però non è vero amore perché non richiede sforzi, ci dà l’impressione di essere arrivati e di non dover più cercare o faticare per crescere. Siamo all’apice della felicità di vita e il nostro unico desiderio è rimanerci beatamente. Del matrimonio però l’innamoramento è solo l’introduzione. Il progetto che Dio ci affida chiede di essere realizzato nell’amore, dettato dalla ragione e costruito con la volontà. Chi s’innamora si dona all’altro, si impegna per l’altro, perché legge nell’incontro la promessa di felicità che è però messa alla prova dal tempo che trascorre, dalle difficoltà che la vita porta con sé e diventa vera al vaglio della fedeltà e della fede in Dio che ne assicura la vitalità anche nel tempo della prova quando il nostro orizzonte si incupisce. 

La promessa nell’amore

1. Già dall’inizio, la vita a due si fonda sostanzialmente sulla “promessa”. E’ una promessa basata sulla fedeltà, sulla parola data, sull’impegno reciproco, e come tutte le promesse è proiettata nel futuro. Ma è nel presente, nell’oggi, che noi possiamo già vivere quella promessa. La viviamo nell’attesa. L’attesa non è un tempo vuoto che verrà colmato dall’evento, ma è il tempo dei preparativi, del desiderio che chiede di essere coltivato, che ci impegna, e ci fa crescere per poter essere attenti e pronti al momento opportuno. Pensiamo a quanto sia feconda l’attesa di una mamma che attende la nascita del figlio. Nell’attesa ci viene in aiuto Dio con la sua parola (Dt 8, 1 e ss) e così come esortava e sosteneva gli israeliti nel cammino verso la terra promessa, invita anche noi a mettere in pratica i suoi comandi che non dobbiamo considerare come una legge che ci condiziona, ci incatena, ma come un sostegno nel cammino verso il raggiungimento del nostro bene. E’ la legge dell’amore, è il comandamento dell’amore, della fedeltà e per la felicità. Può succedere che a volte ci accorgiamo di aver perso il dono della promessa e possiamo costatare quanto, nel nostro vissuto quotidiano, quella promessa sia un dono non ancora pienamente gustato. Occorre sfidare il tempo, guardare al domani, avventurarsi nel futuro.  Anche dopo molti anni, la vita a due deve restare una promessa che ci fa sperimentare quanto si può ancora costruire insieme.

2. La promessa è un progetto, quel progetto che noi abbiamo letto negli occhi del nostro innamorato al primo incontro così come era accaduto a Giacobbe e Rachele. Per quel progetto noi ci siamo solennemente impegnati nel giorno del nostro matrimonio: “Prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia”. Se il tempo, le prove della vita ci hanno portato lontano occorre convertire lo sguardo sul nostro passato per tornare a ri-cercarlo nei momenti belli, nelle esperienze vissute, nei sorrisi dei primi anni dei figli, nella gioia dell’unione e dell’incontro. Soprattutto dobbiamo ricercarlo nello sguardo del nostro coniuge, lì dove Dio lo aveva posto e ce lo aveva fatto trovare.  Occorre riappropriarci di quel progetto sapendo che esso è il progetto di Dio per noi insieme, sapendo che il Signore si è impegnato con noi e ci fa da garante con la sua grazia. Essa però non è una nebbiolina che ci avvolge anche se noi non lo vogliamo: la grazia per essere efficace ha bisogno della nostra adesione, della nostra volontà, del nostro coinvolgimento, perché la fedeltà di Dio è un disegno posto nelle nostre mani. Non dobbiamo rassegnarci nella caduta, ma riprendere il cammino nella fiducia e nella responsabilità perché la promessa che abbiamo fatta nostra e che ci siamo scambiati dura nel tempo, dura fino a che avremo vita.

3. La promessa è un dono per la vita. Se allora vogliamo vivere la promessa dobbiamo vivere la vita e non lasciarci vivere: – per poter gustare l’esistenza piena e la presenza del proprio coniuge vicino a sé che nella relazione diventa fonte di stima, fiducia, tenerezza. Certo potranno essere cambiati i modi, da quelli travolgenti ed entusiasti dell’inizio a quelli più forti e intensi della vita matura, ma ciò dovrebbe essere l’occasione sempre rinnovata di vicinanza, di gratificazione, di fiducia e di speranza; – per coltivare l’esistenza relazionale non limitandoci nei nostri riferimenti solo ai figli e ai familiari, ma pensare ad un’esistenza capace di molte relazioni che ci stimolino e costruiscano storie di comunione e di servizio. Quante volte abbiamo sperimentato come l’apertura agli altri abbia giovato alla nostra relazione: ci ha permesso di scoprirci come persone nuove, con ricchezze interiori che noi stessi ignoravamo; – per vivere l’esistenza nella gioia ed entrare nella terra promessa per noi costituita dalla nostra casa, dalla famiglia, dalla comunità. Siano queste il paese ospitale dove abbiamo messo le nostre radici, dove i figli si sentono al riparo e possono stendere i loro rami verso l’avventura della vita. La nostra terra promessa, il nostro paese dove scorre latte e miele, è l’esistenza vissuta nella gioia. 

La promessa, la prova, la passione

Pastorale della famiglia – Storie di coppie nella Bibbia per il cammino dei gruppi famiglia

Quest’anno i gruppi famiglia hanno ricevuto un sussidio tutto nuovo per i loro incontri, incentrato sulla parola di Dio. Le schede preparate per questo nuovo sussidio per i gruppi famiglia si ispirano all’esperienza di alcune coppie celebri della bibbia. Tornare alle origini del testo biblico è sempre una occasione per risentire parole alte sulla vita, su Dio, sul mistero del bene e del male, sulle relazioni più intime, sulla coscienza degli uomini e delle donne che si sforzano di costruire la propria storia. Non tutte le storie scelte nel sussidio sono edificanti e appassionate al bene, ve ne sono anche alcune più sofferte, complicate o meschine. Come a tratti è anche la vita.

L’intento con cui leggere le storie di queste famiglie non è comunque quello di trovare indicazioni precise su cosa fare o non fare, le loro storie non sono dei modelli ma piuttosto delle icone, che rimandano ai misteri più profondi e più grandi del vivere. Sono spaccati di esperienza che tracciano delle luci o evidenziano delle ombre nella vita di una coppia e di una famiglia. Non hanno la pretesa di dire tutto ma piuttosto di aprire una riflessione, considerare un atteggiamento del cuore, guardare più a fondo nelle relazioni che si vivono giorno per giorno.

La Bibbia è un tutt’uno: anche se è una… biblioteca, composta da tantissimi libri, tuttavia essa è un insieme vivo e organico, un unico organismo di comunicazione a noi della Parola di Dio, che funziona a due polmoni: Antico Testamento e Nuovo Testamento, che si richiamano sempre l’un l’altro, come la voce e la sua eco. Ma eccone l’a- spetto per noi più interessante: la Bibbia è tutta quanta come una grandiosa icona della famiglia; e questo per molti motivi.

1. In quanto automanifestazione gratuita di Dio, la Bibbia è, da un capo all’altro, la rivelazione progressiva della famiglia di Dio (quella che noi chiamiamo la Santissima Trinità: parola che, appunto, vuol dire comunità di tre) o la rivelazione di Dio come una famiglia di tre persone che si amano… all’infinito.

2. Poi, in quanto comunicazione della Parola di Dio all’uomo, creato a sua immagine, la Bibbia è una comunicazione da famiglia a famiglia: dalla famiglia divina alla famiglia umana: infatti si può dire che tutta la rivelazione passa attraverso la famiglia, poiché tutta la storia della salvezza, da Adamo fino a Gesù e alla Chiesa, si snoda attraverso una catena di famiglie e si realizza attraverso una molteplicità di rapporti familiari.

3. Infine possiamo dire che la Bibbia è come una lettera alla famiglia e sulla famiglia: secondo le grandi parole del Concilio Vaticano II (cf. Costituzione dogmatica Lumen gentium), tutta la rivelazione biblica è avvenuta per radunare la famiglia dei figli di Dio che è la Chiesa e perché nella Chiesa, ogni famiglia diventi come una «chiesa domestica». Allora la Bibbia non può non essere tutta quanta un grande libro di spiritualità familiare, un libro pieno di piste di meditazione, in particolare, per chi vive il «mistero» della famiglia.

La scelta delle vicende bibliche proposte dalle schede offre un minimo di cammino pedagogico. Accanto alle diverse coppie bibliche scelte è sempre accostato una tema che faccia da orientamento per guidare la riflessione all’interno dei gruppi famiglia interessati. Il sussidio si divide in tre parti e segue la ripartizione già presente nelle parole utilizzate nel titolo: “La Promessa, La Prova, La Passione”. Si inizia con Giacobbe e Rachele e la promessa dell’amore che fonda e accom- pagna la vicenda di ogni coppia. Si prosegue poi con le prove di alcune coppie: Davide e Betsabea per esempio, e l’esperienza dell’attrazione, Acab e Gezabele e la complicità con il male.

Infine per il tema della passione due coppie: Osea e Gomer coinvolte nel mistero del perdono, Aquila e Priscilla e la testimonianza nella comunità.

Tutte le schede sono introdotte con la spiegazione del contesto in cui si svolge l’esperienza particolare della coppia prescelta e il corrispondente brano biblico (La storia, ieri). Segue una riflessione che si propone di focalizzare il tema di fondo e definire alcuni punti importanti per attualizzare la vicenda al presente (La storia, oggi). Per la condivisione si sono formulate due gruppi di domande (La storia per noi): alcune più personali rivolte alla coppia (per meditare a livello di singole coppie o per prepararsi all’incontro), altre rivolte al gruppo (per avviare o sostenere la condivisione insieme). C’è anche un suggerimento per la preghiera (Preghiamo insieme) che può essere utilizzato per i diversi momenti dell’incontro. Alla fine della scheda sono proposti alcuni testi (rif lessioni, testimonianze, documenti) che il gruppo può liberamente utilizzare per arricchire i contenuti proposti e adattarli al meglio alla fisionomia del proprio gruppo (Per continuare la rif lessione).

I Gruppi Famiglia sono aperti a tutti coloro che ne vogliano far parte. Basta contattare don Ciro oppure suor Graziella.

Auguri di Natale

Vi auguriamo un buon Natale con i ragazzi dei gruppi adolescenti!

Vi lasciamo inoltre con un video bonus: il messaggio di don Davide all’interno dello spettacolino realizzato dai ragazzi del VII anno del cammino ICFR. Grazie ad Erika Gerardini per la realizzazione del video.