Attività estiva: Menonera Missionaria

Un Sinodo di speranza: il riconoscimento dei diritti culturali e territoriali delle popolazioni tradizionali dell’Amazzonia è una conquista ottenuta al caro prezzo di molte lotte e sangue. La loro consacrazioni in norme, negli ultimi decenni, ha portato a vittorie significative, che ora però sono minacciate. Le lotte di questi popoli sono comuni a migliaia di esperienze che storicamente hanno cercato di mettere in pratica “un altro modo di possedere la terra”. Siamo fiduciosi che il Sinodo sull’Amazzonia, che si terra il prossimo Ottobre, apra davvero nuovi cammini per la Chiesa e per un’ecologia integrale, facendo conoscere le esperienze di queste popolazioni, aiutandole a difendere i propri diritti.

Anche quest’anno si è conclusa la nostra attività, coordinata dalla Commissione Missionaria, ha visto la partecipazione di un centinai odi volontari, appartenenti alla commissione stessa, gli adolescenti e i gruppi famiglie, il centro Diurno Disabili e il centro Eureka del Gabbiano di Pontevico, Manuel, Patrizia, Silvana della Casa Alloggio Monica-Crescini di Leno, che hanno svolto un servizio gratuito. Il ricavato dell’ iniziativa andrà a sostegno dei missionari per le loro opere di evangelizzazione, nella pastorale della catechesi e della liturgia, nella promozione umana attraverso corsi di alfabetizzazione, educazione sanitaria, nelle formazione professionale. I nostri referenti sono missionari di origine lenese e non. Sacerdoti religiosi e laici che operano attraverso il Centro Missionario Diocesano, Padri Saveriani e Comboniani, e alcune Associazioni. Ringraziamo tutti i volontari e gli amici, che passando a trovarci ci hanno permesso di realizzare tutto questo. 

Grazie o Signore per il dono dei figli

Ti ringraziamo o Signore per averci sostenuti nei momenti in cui sembrava che non fossimo destinati a diventare genitori e quando le gravidanze si sono interrotte nonostante i nostri sforzi.

Ti ringraziamo o Signore perché poi sono arrivati due splendidi tesori e con loro un carico di gioia, speranza, fatiche e preoccupazioni.

Ti ringraziamo o Signore di donarci la sapienza affinché possano crescere amando e apprezzando la vita, affinché possiamo donare loro tutti gli strumenti per vivere in questa bellissima ma complicatissima società, affinché possiamo insegnare loro che la vita è meravigliosa se vissuta con gli altri, affinché possiamo far comprendere che le difficoltà sono parte della vita e vanno affrontate perché anche la fatica ha un valore e sopra ogni cosa affinché possano imparare a vederti e ad incontrarti in ogni fratello e in ogni piccolo gesto che segnerà la loro vita.

Grazie

Chiara e Enrico

Grazie anche a voi di Milzanello

La gratitudine, pur se chi opera secondo lo stile cristiano del servizio a Dio e al prossimo non l’aspetta, quando giunge è sempre gradita e dona gioia e ulteriore motivazione a chi la riceve. Essa non è mai corrispondente al servizio reso, ma è solo segno di gradimento e soddisfazione da parte di chi ha ricevuto un segno di cortesia, di servizio, di attenzione.

Solo la gratitudine di Dio e la sua ricompensa supera di gran lunga lo sforzo compiuto da chi ha reso un servizio a uno dei suoi figli o un atto di culto o di onore a Lui.

Ora, seppur le parole e lo scritto non pareggiano il molto bene ricevuto, desidero esprimere l’immensa gratitudine che porto nel cuore per il cammino fatto insieme con la comunità di S. Michele in Milzanello in questi cinque anni. Quando sono arrivato ho trovato una comunità carica, motivata – per questo devo ringraziare a chi mi ha preceduto. Ora posso dire che queste caratteristiche hanno messo in atto nella parrocchia di Milzanello un moto di purificazione, di confronto e di impegno notevoli, dandole un volto sempre più comunitario e disposto ad affrontare e superare insieme le divergenze, le difficoltà i problemi propri di una comunità piccola, ma eterogenea. Nel cammino abbiamo scoperto la bellezza e la ricchezza della diversità e l’abbiamo rivolta al bene compiuto insieme. La gratitudine è, quindi, rivolta a tutti i membri della comunità: a chi ha potuto partecipare attivamente alla realizzazione dei vari momenti liturgici, di formazione, ricreativi, di sistemazione degli ambienti, di sostegno alle varie manifestazioni; ma anche a coloro che non hanno potuto essere “attivi” in queste situazioni e, però, hanno partecipato da “fruitori”; e pure a coloro che, per vari motivi, non hanno voluto partecipare, ma si sono lasciati interrogare sia dalla loro scelta, sia dalla scelta di coloro che sona stati “attivi” o semplicemente “fruitori”. Io, comunque, ho visto un crescendo di presa di coscienza che, proprio perché la parrocchia è di piccole dimensioni, ha bisogno dell’apporto di tutti perché non perda la sua vitalità e unicità e possa contribuire positivamente a costruire una vera comunione con le altre parrocchie, che hanno comunque bisogno della “figlia più piccola”, non fosse altro che per esercitarsi ad un amore tenero, come quello di un padre o una madre verso la figlia più piccola o, ancora, dei fratelli verso la sorellina più piccola. Del resto ho notato anche un crescere graduale, per verità con un po’ di fatica, verso quella “unità pastorale” che siamo chiamati a costruire, accettando e offrendo collaborazione, partecipazione e confronto nelle varie proposte interparrocchiali. 

Continuiamo così, sempre alla ricerca del meglio, non abbassando mai l’impegno, l’entusiasmo e il coinvolgimento: sempre in nome di quel Gesù che tutti chiama ad un amore vero e autentico, che non ha bisogno di incentivi, perché è un amore gratuito: “Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi … Da questo conosceranno che siete miei amici”.

Grazie a tutti: coloro che semplicemente, ma con convinzione, partecipano alla messa festiva del sabato o della domenica, ai malati e agli anziani che si uniscono spiritualmente alla nostra preghiera e alla nostra carità, ai catechisti, a tutti i volontari (sacristi, animatori, manutentori, incaricati per la pulizia, per i fiori, per la biancheria …), all’ANSPI, al coro, ai ragazzi che fanno servizio liturgico, ai ministri straordinari della comunione. Grazie alle famiglie che frequentano l’oratorio con i loro bambini. Grazie ai papà, alle mamme, ai nonni/e, ai bambini, agli adolescenti, ai giovani, agli adulti, agli anziani, ai pensionati e a chi lavora, agli agricoltori, agli operai, ai professionisti … a don Ciro, che si è appassionato a questa nostra comunità, alle persone e agli ambienti e cerca di coordinare al meglio tutto; insieme a lui grazie anche alle suore che, pur discretamente, sono presenti anche al cammino di Milzanello e agli altri sacerdoti che si alternano per non far mancare i sacramenti e la Parola di Dio: l’alimento più importante per la nostra vita cristiana. Grazie!

Insieme abbiamo fatto crescere la comunità e, per servirla meglio, abbiamo cercato anche di mantenere al meglio le strutture: abbiamo sistemato il portico nel retro della chiesa, ripristinato il rustico per avere un luogo coperto per la cucina durante le feste, messo a norma i giochi, rifatto il muretto e la rete di recinzione, restaurato la sala per i compleanni, sistemato alcuni infissi, rifatto i servizi igienici e messi a norma, messo a norma la caldaia della chiesa, risanato la stanza dove ora è posto il battistero, installato i nuovi corpi illuminanti in chiesa … E le nostre casse non sono vuote grazie anche all’attività del bar, alle offerte da parte di chi usufruisce dei nostri ambienti (un grazie speciale a chi si dedica alla gestione di queste attività) e alla beneficenza di alcune persone, famiglie e ditte che danno un contributo economico quando si tratta di affrontare opere un po’ più onerose del normale, come quelle che abbiamo elencato.

A nome dei sacerdoti e delle Suore

don Giovanni

Guardiamo al futuro senza angoscia

L’omelia pronunciata dal vescovo Pierantonio Tremolada durante la Santa Messa e il Te Deum di ringraziamento nella Basilica delle Grazie

Con la celebrazione di questa solenne Eucaristia nel nostro amato Santuario della Madonna delle Grazie, salutiamo un anno che finisce e ci disponiamo ad accoglierne uno nuovo che comincia. Lo facciamo nella luce e nella gioia del Natale del Signore. Non è per noi pura coincidenza che la fine di un anno e l’inizio del nuovo facciano parte delle feste natalizie. Augurare “Buone Feste” significa per noi auspicare che tutti i giorni importanti di questo periodo che sta tra la fine e l’inizio siano pervasi della gioia del Natale. Chi crede nel Signore Gesù Cristo sa bene che lo scorrere del tempo avviene nell’eternità di Dio, perché questa eternità proprio nel Natale ci ha visitato e si è fatta orizzonte amorevole della nostra storia. In questi giorni il nostro sguardo è ancora fisso sul presepio. È uno sguardo simile a quello di cui ci ha parlato il brano del Vangelo di Luca che abbiamo ascoltato: sguardo di ammirata contemplazione, da parte di Maria e di Giuseppe; sguardo di sincera devozione da parte dei pastori, che sollecitamente giungono nel luogo loro indicato dall’annuncio dell’angelo.

Un particolare del racconto evangelico merita però in questo momento la nostra attenzione. Descrivendo l’atteggiamento della Vergine Maria, l’evangelista rimarca come allo sguardo pieno di stupore, reso più intenso dalle parole che i pastori riferiscono, si affianca la riflessione interiore: “Maria – si legge nel testo – custodiva tutte queste parole, meditandole nel suo cuore”. Soffermarsi con il cuore e la mente su quanto accade, per coglierne il senso profondo, è segno di grande sapienza ed è dovere di ogni retta coscienza. È questa la condizione per non lasciarsi travolgere inesorabilmente dal flusso del tempo e per riconoscere – nella prospettiva di chi crede – l’opera di Dio nella nostra storia, opera di grazia, provvidenza di bene che sempre si intreccia con le nostre libertà. La conclusione di un anno e l’avvio del nuovo è senza dubbio l’occasione per esercitare questo compito autenticamente umano. L’occasione per ringraziare il nostro Creatore e per rinnovare il nostro impegno ad affrontare le sfide che la storia ci pone davanti giorno dopo giorno.

Se guardiamo a questo anno che tramonta e volgiamo indietro lo sguardo, riconosciamo alcuni importanti eventi che lo hanno segnato, per i quali il nostro pensiero si eleva riconoscente a Dio e insieme si fa intensamente meditativo.

Come non ricordare anzitutto l’evento che ci ha coinvolto come Chiesa bresciana insieme alla Chiesa universale in un’esperienza di gioia profonda e commossa? Mi riferisco alla canonizzazione di Paolo VI, il nostro amato Giovanni Battista Montini. È stato un momento di rara intensità, per il quale ancora mi sento di ringraziare tutti coloro che hanno partecipato o comunque si sono sentiti direttamente coinvolti. Ritengo vada considerato questo un evento che segna la vita della nostra Chiesa diocesana in quest’epoca della sua storia. Si fa sempre più viva per me la convinzione che l’eredita spirituale di Paolo VI sia tanto immensa quanto preziosa e che a noi in particolare è affidato il compito di coltivare e promuovere la sua conoscenza e la devozione per lui, figlio di questa Chiesa divenuto figura profetica del nostro tempo.

L’anno che si chiude ha visto poi la celebrazione del Sinodo sui giovani. Abbiamo anche noi voluto metterci in ascolto delle nuove generazioni; mi sembra di poter dire, non senza frutto. Dopo la celebrazione del Sinodo, l’ascolto dei giovani lascia ora il posto ad un confronto con loro sulle indicazioni del Sinodo stesso e ad una ricerca condivisa della linee di azione pastorale in grado di rispondere ai loro desideri più profondi. Vorremmo renderli sempre più protagonisti nella costruzione del loro e nostro futuro. L’orizzonte è quello di una visione della vita che amiamo definire vocazionale. Noi crediamo, infatti, che in ogni momento ci raggiunge l’appello amorevole di Dio, voce amica che interpella la nostra libertà e la sospinge verso la santità. E non dovremo mai dimenticare che la fine di ogni anno ci ricorda – dolcemente ma inesorabilmente – il nostro limite. Nessuno vive per sempre su questa terra. Le generazioni si succedono l’una all’altra. Ognuna deve ricordare che è suo dovere preservare e promuovere il futuro di quelle che la seguiranno.

Si chiude un anno di intensa vita ecclesiale, un anno che per me, di fatto, è stato il primo. Sono consapevole che in un arco di tempo piuttosto breve sono state compiute scelte rilevanti, che hanno toccato il corpo vivo della Chiesa bresciana. Mi riferisco in particolare alla riorganizzazione della Curia diocesana e ai numerosi cambiamenti di destinazione richiesti al nostro presbiterio. Mi preme al riguardo condividere con tutti voi un duplice sentimento, che porto nel cuore: il primo è quello di una viva riconoscenza per la sincera e generosa disponibilità riscontrata nei nostri sacerdoti, di cui volentieri qui do testimonianza, e per l’accoglienza riservata dalle comunità parrocchiali ai loro nuovi pastori. Il secondo sentimento si fonde con la sincera convinzione di aver proceduto – per quanto riguarda queste decisioni – in risposta ad effettive esigenze pastorali, in piena continuità con l’azione dei vescovi miei predecessori, cui mi legano stima e affetto sinceri, e avendo a cuore lo stile e il metodo della sinodalità. A quanti hanno condiviso con me la responsabilità di queste scelte e stanno tuttora condividendo il compito del discernimento pastorale, in particolare ai vicari episcopali, va tutta la mia riconoscenza. Abbiamo cercato di coniugare sempre l’attenzione alle persone e il bene della diocesi. Laddove non vi siamo riusciti, per il nostro limite e mio in particolare, giunga la benevolenza di tutti ma anche la sana critica costruttiva.

Il 2018 è stato anche l’anno del rinnovo di cariche civili importanti: penso in particolare all’elezione recente del sindaco di Brescia e a quella ancora più recente del Presidente della Provincia bresciana; ma penso anche agli altri avvicendamenti amministrativi sul territorio. Colgo volentieri l’occasione per esprimere a tutti l’augurio di un servizio fecondo a beneficio dell’intera cittadinanza e per rinnovare, a nome dell’intera Chiesa bresciana, la sincera disponibilità ad operare per il bene comune. Il tempo delle contrapposizioni ideologiche potrebbe essere finito: sta a noi volerlo. Appare invece sempre più evidente la necessità di stabilire sapienti alleanze, per rispondere al dovere che tutte le istituzioni hanno di edificare una sana convivenza. Particolarmente urgente appare, al riguardo il compito educativo. Credo sia importante immaginare progettualità condivise e convergenti, nel rispetto delle singole competenze e nell’esercizio delle proprie responsabilità. È la nostra stessa coscienza a esigere che si rinunci al conflitto logorante e sterile e si approdi invece al confronto franco e costruttivo.

La speranza è la virtù di chi guarda al futuro senza angoscia e opera alacremente nel presente. È questa la virtù che vogliamo domandare al Signore nostro Dio all’inizio dell’anno nuovo. La sua Provvidenza, che mai viene meno, illumini le nostre menti, sostenga i nostri cuori, guidi i nostri passi.

Il nostro grazie per San Paolo VI

L’omelia pronunciata in cattedrale dal vescovo Pierantonio durante la Messa di ringraziamento per la canonizzazione di San Paolo VI. Alla celebrazione erano presenti 26 suore di clausura dei monasteri della Diocesi invitate da mons. Tremolada

Carissimi fratelli nell’episcopato e nel presbiterato, Illustrissime autorità, amati fratelli e sorelle nel Signore, oggi siamo qui riuniti per ringraziare. Un sentimento di profonda gratitudine ancora ci accompagna a pochi giorni dall’evento della canonizzazione di Giovanni Battista Montini, figlio di questa terra bresciana, divenuto sommo pontefice della Chiesa universale con il nome di Paolo VI e dalla stessa Chiesa universale proclamato santo al mondo intero. “Tu o Signore – diremo tra poco nel Prefazio – ci dai la gioia di celebrare la memoria di san Paolo VI papa: con i suoi esempi la rafforzi, con i suoi insegnamenti l’ammaestri, con la sua intercessione la proteggi”. Quella di san Paolo VI è una memoria che potremo celebrare d’ora in poi ogni anno nella liturgia ma che potremo anche custodire personalmente nel cuore. Memoria cara e consolante. I santi sono infatti anzitutto degli amici, dei fratelli nella fede, custodi e difensori prima ancora che esempi e modelli. Giovanni Battista Montini fa parte di quella schiera di veri credenti che ora si volgono al mondo con lo sguardo misericordioso del Cristo risorto e nella sua potenza operano a favore dell’umanità.

Siamo dunque qui per ringraziare. Personalmente, sento il vivo desiderio di sondare meglio le ragioni di questo ringraziamento, per rendere più consapevole la nostra gratitudine, per dare al nostro sentimento maggiore chiarezza e intensità ma soprattutto per rendere il giusto onore a Dio, al suo amore provvidente, che trova nei santi una sua singolare manifestazione. La canonizzazione di Paolo VI è il motivo della nostra gioia, ma i risvolti di questo evento sono molteplici. Coglierne le diverse risonanze significa comprenderne meglio la ricchezza.

Perché dunque vogliamo oggi ringraziare il Signore?

Anzitutto perché abbiamo un nuovo santo. Ogni santo è un dono alla Chiesa e all’umanità. È una pietra preziosa che va a incastonarsi nella storia del mondo. È la dimostrazione che Dio esiste, che si fa conoscere, che opera nella vita di ogni uomo ed è capace di farne un capolavoro. La santità, intesa come manifestazione della bellezza originaria dell’umano, è la testimonianza più chiara del mistero di bene che sta all’origine del mondo e che nel mondo è all’opera, sempre passando attraverso i cuori dei veri credenti. Ogni epoca è benedetta da Dio grazie ai santi che vi appartengono. La loro vita e la loro testimonianza assumono dei tratti specifici proprio in relazione al tempo in cui vivono e di cui divengono insieme protagonisti e rappresentanti. Essi rispecchiano e trasfigurano il momento storico che li ha visti nascere e morire ed anche il territorio nel quale sono cresciuti.

Da qui deriva il secondo motivo del nostro ringraziamento. Noi siamo grati al Signore perché Paolo VI è un santo bresciano. La santità è sempre incarnata. Porta i segni della terra da cui si proviene e in cui affondano le proprie radici. Così è anche per Giovanni Battista Montini. Egli è parte viva di questa terra e di questa Chiesa. I suoi occhi hanno visto il luoghi che anche noi conosciamo bene; il suo cuore si è affezionato agli ambienti che sono cari a tutti i bresciani, paesaggi e santuari; la sua memoria ha custodito il ricordo di esperienze legate a case, chiese, scuole, paesi, valli, laghi, pianure cui ognuno di noi sa dare un nome preciso. Soprattutto, la sua personalità, trasfigurata dalla sua santità, mostra i tratti evidenti di quella identità bresciana che credo si possa riassumere nella capacità di coniugare contemplazione e azione, interiorità e responsabilità, spiritualità e attenzione al mondo, con quello stile di concretezza, laboriosità e decisione e con quel gusto per le cose fatte bene, che sono tipici di queste terre. Il papa che ha guidato i Concilio Vaticano II e lo ha condotto in porto non poteva non avere alcune precise caratteristiche, riconducibili sostanzialmente ad una visione chiara dell’insieme, all’attenzione seria e costante a ciò che si sta seguendo, alla capacità di intervenire con puntualità e concretezza, al desiderio di fare tutto nel migliore dei modi. A tutto ciò si è affiancata in papa Montini la riservatezza, mai fredda o impacciata ma sempre gentile e amabile. Molto spesso frainteso, questo tratto del suo carattere che rimandava alle sue origini, si era trasformato in una evidente testimonianza della sua grande umiltà, della sua vittoria sulla tentazione dell’orgoglio. Nel segreto del suo cuore egli era divenuto capace di farsi piccolo per lasciare spazio alla grazia di Dio.

Vi è una terza ragione che motiva oggi il nostro ringraziamento. La potremmo formulare così: grazie alla sua canonizzazione, possiamo ora annoverare Paolo VI tra i nostri più sicuri intercessori. Possiamo cioè guardare a lui come a un amico potente, che dal Paradiso di Dio volge a noi il suo sguardo vigile e affettuoso. A lui vogliamo allora affidare il nostri cammino di santificazione, il cammino di ciascuno di noi e di tutti noi insieme. Lo faremo nell’ultima orazione di questa liturgia con queste parole. “La comunione con i santi misteri susciti in noi la fiamma di carità che alimentò incessantemente la vita di san Paolo VI e lo spinse a consumarsi per la tua Chiesa”. Sia davvero così: come fu alimentata incessantemente dalla fiamma della carità la vita di Giovanni Battista Montini, possa esserlo la vita di ognuno di noi. Possa questa fiamma d’amore ardere sempre più nella nostra Chiesa bresciana. Possano le nostre parrocchie e tutte le realtà che la compongono conservare quella evangelica freschezza che si manifesta anzitutto nella comunione fraterna e nel servizio ai più deboli e ai più poveri. Possano i nostri giovani riconoscervi la bellezza della fede cristiana, capace di rispondere alle attese del loro cuore e alle grandi sfide dei nostri tempi. Passano i nostri paesi e le nostre città beneficiare di questa testimonianza umile ma vivificante.

Il nostro ringraziamento, infine, si arricchisce dell’eco che ci giunge dalla pagina del Vangelo che abbiamo ascoltato. Le parole che Gesù rivolge ai suoi discepoli risuonano ancora più forti e chiare nella circostanza che ci troviamo a vivere insieme. In questo momento ci appaiono – oserei dire – inequivocabili, perché le vediamo incarnate nel santo di cui stiamo facendo memoria. “Chi vuole diventare grande tra di voi – raccomanda Gesù – sarà vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per essere servito ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti”. Paolo VI fu sommo pontefice della Chiesa cattolica. Egli occupò in essa il posto più alto, ma mai esercitò il potere, mai dominò, mai si fece servire. Quest’uomo grande agli occhi del mondo per la sua posizione, svolse in limpida umiltà il proprio compito, a totale servizio della Chiesa e dell’umanità. Come il suo Signore e per amor suo, egli fece della sua vita un’offerta, un sacrificio che lo portò alla glorificazione attraverso la croce. In alcune particolare vicende della sua vita personale noi ravvisiamo il compimento delle parole profetiche che Isaia ha pronunciato annunciando il Messia e che abbiamo ascoltato nella prima lettura: “Al Signore è piaciuto prostrarlo con dolori. Quando offrirà se stesso in sacrificio vedrà una discendenza, vivrà a lungo, si compirà per mezzo suo la volontà del Signore. Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce e si sazierà della sua conoscenza”.

Rimane da ricordare la consegna che ci viene da quanto stiamo insieme vivendo, dalla gioia di questa celebrazione. Al ringraziamento si affianca un compito: quello di conoscere Paolo VI, sempre di più, e di farlo conoscere, di amarlo, sempre più, e di farlo amare. È un compito particolarmente nostro, di noi che abitiamo le terre che lui ha abitato e che apparteniamo alla Chiesa da cui egli proviene. Insieme all’umile fierezza di aver espresso un papa santo, sentiamo la responsabilità di custodirne e promuoverne la memoria, con affetto e devozione. Ci aiuti il Signore a farlo nel giusto spirito, a lode e gloria del suo nome e per la santificazione della sua Chiesa.

Per dire grazie

Desidero introdurre le pagine dedicate alla parrocchia di S. Martino in Porzano – El Corteàss – con un grazie sincero e riconoscente a questa piccola, ma grande comunità. Piccola per dimensione geografica e per numero di abitanti, ma grande per la generosità di cuore, la forza d’impegno, la perseveranza nelle proposte, la collaborazione alla vita della comunità ecclesiale, la capacità di coinvolgimento e di riconciliazione…

In questi cinque anni, sostenuti soprattutto dalla presenza e dal coordinamento amorevole e costante di don Alberto, il volontariato singolo e di gruppo si è consolidato e ampliato. Ogni settore della vita ecclesiale – liturgico, catechistico, ludico, sportivo, ricreativo, culturale, musicale, canoro, aggregativo… – ha dato il meglio di sé per fare in modo che questa “piccola” comunità potesse dimostrare la sua “grandezza” nella capacità di fare comunità, nel conservare e utilizzare al meglio il patrimonio che possiede, nel dimostrare di avere qualcosa di bello, di grande e di originale da donare alla Chiesa e al Paese.

Per suscitare la comunione ha coinvolto famiglie intere con i suoi diversi membri nelle diverse manifestazioni liturgiche (pensiamo a Piero sempre presente, al coro, ai ministranti piccoli e grandi, ai lettori, a coloro che mantengono pulita e ordinata la nostra chiesa, a coloro che preparano e coordinano le processioni, la Via Crucis Vivente, ecc.), catechistiche (è evidente a tutti la disponibilità e l’impegno dei catechisti), devozionali (pensiamo alla devozione alla Madonna della Stalla, alle feste quinquennali, ai rosari nelle famiglie il mese di maggio, alle messe al cimitero, ecc), alle feste patronali (quanta gente coinvolta!), pensiamo al torneo di calcio che richiama gente da ogni dove (quanti volontari mobilita il nostro Tito!), alla briscola che raccoglie persone da tutto il circondario per parecchi mesi all’anno (quanti collaboratori insieme a Manuele!), al GREST (nel quale, insieme a don Alberto, si mobilitano mamme, adolescenti e giovani per servire con amore gratuito i più piccoli), alla festa di mezza estate che dà pieno compimento alle attività estive, al gruppo “non solo mamme” che durante tutto l’anno si impegna a creare occasioni per trovarsi a mantenere l’amicizia lavorando per la parrocchia. E, forse, ho dimenticato qualcuno o qualcosa: sono i più presenti davanti al Signore.

In cinque anni, grazie a questo impegno abbiamo potuto anche riportare alla sua originale bellezza la nostra chiesa parrocchiale: abbiamo rifatto i tetti (il progetto e il denaro quando siamo arrivati don Alberto e io erano già pronti), restaurato l’interno della chiesa, rifatto l’illuminazione, restaurato le tele degli altari laterali e della pala del Moretto (quanto sono belle!). L’impegno economico non è stato indifferente (prossimamente daremo il resoconto di tutto), perciò abbiamo dovuto aprire un fido di € 150.000 con la Banca, programmandone il rientro entro tre anni. Questo termine non è ancora scaduto e, praticamente, noi siamo già rientrati: ci manca solo di pagare metà costo del restauro delle tele. E tutto ciò grazie all’impegno dei volontari delle varie attività e alla generosità dei Porzanesi.

É proprio vero che “l’unità fa la forza”. Tutto questo movimento presente nella nostra parrocchia prima di tutto l’ha resa più famiglia, ha diffuso la carità, ha rigenerato la gioia di partecipare insieme all’incontro festivo dell’eucaristia, il desiderio di conoscere di più il Signore nella catechesi; ma ci ha anche dato il modo di mantenere il tesoro che i nostri avi ci hanno lasciato, perché a nostra volta lo consegniamo bello a chi viene dopo di noi.

Non possiamo negare che nel cammino ci siano stati ed esistano tutt’ora alcune divergenze e qualche malumore, del resto nessuno è perfetto! Ma sono anche queste difficoltà che tengono desta la volontà di confrontarci continuamente col Vangelo di Gesù e tra di noi, per rendere la vita sempre più bella ed imparare a vedere negli altri il volto della santità di Gesù. Così pure, rimane sempre l’impegno nell’insistere sulla partecipazione di  tutti alla Messa domenicale, ma anche questa rimane sempre una meta a cui guardare.

Come non dire grazie, dunque, a tutti i Porzanesi per questa dedizione alla comunità e alla sua crescita? 

Grazie! e che il Signore vi benedica.

Pregando insieme al Vescovo

Ogni venerdì, dal 19 ottobre e dalle 20.30 alle 22, il Vescovo prega alle Grazie. In contemporanea si prega nei luoghi montiniani e nelle comunità

In questo anno pastorale, il Vescovo ha chiesto a tutte le comunità di intensificare la preghiera. A partire dal 19 ottobre ha scelto anche un luogo, il santuario delle Grazie, dove riunirsi in preghiera. L’Ufficio per la liturgia, con il suo vicedirettore don Claudio Boldini, sta preparando lo schema della preghiera che sarà suddivisa in tre momenti distinti di circa 30 minuti per permettere a chiunque di poter partecipare anche a un singolo momento. Si inizia con l’adorazione al Santissimo. Il terzo momento sarà dedicato a una riproposizione dei pensieri di Paolo VI. Mons. Tremolada concluderà con la benedizione. Su richiesta del Vescovo, in contemporanea si pregherà anche nei luoghi montiniani e, dove possibile, anche in altre parrocchie della diocesi.

L’importanza della preghiera. La preghiera, come disse il Papa nel febbraio 2016, “è una forza che muove il mondo”. “Noi crediamo questo? È così? Fate la prova”, ha aggiunto a braccio. La preghiera “non è una buona pratica per mettersi un po’ di pace nel cuore; e nemmeno un mezzo devoto per ottenere da Dio quel che ci serve”. “Io prego per stare bene come se prendessi un’aspirina – ha detto ancora fuori testo –… Non è così. Io prego per ottenere questo…. Ma questo è fare un negozio, la preghiera è un’altra cosa”, è “un’opera di misericordia spirituale, che vuole portare tutto al cuore di Dio” e un dono di fede e di amore “di cui c’è bisogno come del pane”. Soprattutto, è “la migliore arma che abbiamo, una chiave che apre il cuore di Dio”, una chiave facile perché “il cuore di Dio non è blindato, tu puoi aprirlo con una chiave comune, con la preghiera”. La preghiera “è la più grande forza della Chiesa, che non dobbiamo mai lasciare”, altrimenti, il monito del Papa, “si rischia di appoggiarsi altrove: sui mezzi, sui soldi, sul potere; poi l’evangelizzazione svanisce, la gioia si spegne e il cuore diventa noioso”. “Volete avere un cuore gioioso?”, aveva chiesto ai presenti. Alla risposta affermativa, aveva esclamato: “Pregate sempre!”, e ha incoraggiato i gruppi di preghiera ad essere “centrali di misericordia, sempre aperte e attive”. “Siate sempre apostoli gioiosi della preghiera!”, perché “la preghiera fa miracoli”.

Presentazione dei restauri del Santuario di S. Maria delle Grazie

Il restauro del Santuario, il cantiere pilota in Basilica

Martedì 5 dicembre alle ore 17.30 presso la Basilica delle Grazie (Via delle Grazie, 13 Brescia) si terrà la presentazione del restauro del Santuario e del cantiere pilota in Basilica.

Presentano
Arch. Paola Dioni
Arch. Beniamino Dioni

Salutano
Mons. Mario Piccinelli – Rettore Santuario
Mons. Federico Pellegrini – Direttore Ufficio Beni Culturali Diocesi di Brescia

Introduce
Arch. Marco Fasser – Funzionario responsabile Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Bergamo e Brescia

Intervengono
Dott. Valerio Terraroli – Professore di Museologia e Critica Artistica e del Restauro presso l’Università di Verona: “Antonio Tagliaferri tra restauro e reinvenzione dell’antico”
Ing. Sandro Guerrini – Storico dell’arte: “Santa Maria delle Grazie: ricordi fiorentini in un’architettura bresciana del Cinquecento”

Illustrano le ricerche, le indagini e i restauri
Corrado Pasotti
Monica Abeni
Massimiliano Lombardi
(Restauratori)

a seguire visita in Santuario e Basilica

Il Maestro è un amico autorevole

Omelia del Vescovo Pierantonio Tremolada nella S. Messa al Santuario delle Grazie. Domenica 29 ottobre 2017

Con profonda gioia e non senza emozione celebro con voi questa Eucaristia qui, nel santuario della Madonna delle Grazie, a poche settimane dal mio ingresso in diocesi. È questo un luogo assolutamente singolare e direi unico, tanto caro alla città di Brescia e a tutta la diocesi. Gioiello d’arte e insieme casa di preghiera, meta della devozione sincera di tanti uomini e donne che continuano ad affidarsi all’intercessione materna di Maria. A lei vorrei qui affidare anche il cammino della nostra diocesi nei prossimi anni e il mio personale ministero di vescovo.

Vorrei farlo tuttavia con un pensiero rivolto al beato Paolo VI, il grande papa bresciano per il quale ho sempre nutrito grande stima e devozione. Qui a fianco, nella casa paterna, egli ha vissuto la sua infanzia; qui ha celebrato la sua prima santa Messa; qui è conservata la reliquia che ricorda un episodio cruento del suo pontificato. Per tutti noi, per voi e per me, questa diventa così l’occasione per tornare a stupirci davanti alla potente testimonianza di questo grande protagonista della storia del secolo scorso, storia della Chiesa ma non solo, e per lasciarci guidare da lui a domandare a Maria ciò che riteniamo prezioso per il nostro cammino di Chiesa nel prossimo futuro.

La Parola di Dio, con la pagina del Vangelo di Matteo che è stata proclamata, ci presenta la figura di Gesù nell’atto di esercitare il suo compito di maestro. Uno dei dottori della legge, esperto della ricca tradizione mosaica, osa porre a Gesù la domanda considerata cruciale dagli Scribi e dai Farisei. Dice dunque a Gesù: “Maestro, qual è il comandamento della legge che dobbiamo considerare più grande?”. Come a dire: dei dieci comandamenti e delle centinaia di precetti che la nostra tradizione ha formulato, quale a tuo giudizio va considerato il primo? In altre parole: che cosa Dio vuole che facciamo assolutamente? Cosa si aspetta anzitutto da noi? La risposta di Gesù è immediata e molto precisa: “Il comandamento più grande e in assoluto primo rispetto a tutto è questo: amare Dio nello slancio del cuore, nel totale coinvolgimento di tutte le facoltà e con la piena adesione della propria intelligenza”. “Ma subito dopo – aggiunge Gesù – ne viene un secondo, che gli assomiglia molto: amare il prossimo come se stessi”. Ciò che accumuna i due comandamenti e li rende simili e inseparabili è il verbo amare. Tutta la legge, dunque, si riassume – secondo Gesù – nel comando di amare Dio e il prossimo, nell’esortazione a diventare capaci di farlo. Quanto qui non è detto, ma in altre pagine dei Vangeli è chiarissimo, è che questo amore deriva direttamente da Dio ed è partecipazione all’amore suo. “Chiunque ama – scrive san Giovanni nella sua prima lettera – è stato generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore” (1Gv 4,7-8). Questo dunque insegna il maestro Gesù a colui che ha voluto interrogarlo.

Maestro: così molti amavano chiamare Gesù quando lo incontravano. I Vangeli ce lo testimoniano. Ed egli non ha mai rifiutato questa definizione. Era ben consapevole che l’insegnamento rientrava nella sua missione di salvezza a favore dell’umanità. Certo egli è molto di più di un maestro ma indubbiamente è anche questo. Come tale, egli ha offerto alla sua Chiesa e alle generazioni di ogni tempo il suo straordinario insegnamento, nel quale è risuonata e continua a risuonare la sua parola autorevole, la sua voce amorevole, la sua sapienza illuminante, la sua forza incoraggiante. Sono queste le caratteristiche del vero maestro, che le grandi folle riconoscevano a Gesù, affascinate dal suo modo di parlare.

Sono convinto che nella luce di questo magistero supremo del Signore Gesù si debba guardare alla figura di Paolo VI, per coglierne una delle sue caratteristiche essenziali. Egli è stato davvero un grande maestro: un uomo che ha insegnato e che ha fatto scuola. La sua parola è stata capace – e lo è tuttora – di far percepire la potenza e la bellezza del Vangelo. Dotato di una intelligenza penetrante, di una forte sensibilità, di un appassionato desiderio di sapere e di capire, che lo spingeva con naturalezza ad aprirsi ad ogni forma di cultura, egli ha reso moderno e attuale ciò che è eterno, ha dato voce umana alla Parola di Dio.

Lo ha fatto attraverso un pensiero acuto e un linguaggio efficace, i cui frutti sono in particolare i grandi documenti del Concilio, che portano la sua impronta, e le encicliche che egli scrisse successivamente. Sappiamo bene cosa dichiarò papa Francesco presentando la sua Evangelii Guardium: disse che si ispirava totalmente all’Evangelli Nuntiandi di Paolo VI, da lui venerato come maestro ed esempio di vita.

Lo ha fatto, ancora, attraverso gesti che hanno segnato la storia del pontificato: egli è stato il primo papa dopo san Pietro a tornare in Terra Santa, il primo a deporre la tiara, a varcare la soglia dell’ONU, ad abolire la corte pontificia, a distinguere in un documento di rilievo teologico tra ateismo e atei.

Lo ha fatto, infine, attraverso lo stile del dialogo, per lui connaturale e sentito come doveroso. “Bisogna farsi fratelli degli uomini – diceva – nell’atto stesso in cui vogliamo essere loro pastori e padri e maestri”. “Il clima del dialogo – aggiungeva – è l’amicizia, anzi il servizio”. Dal desiderio del dialogo derivava poi l’amore per la cultura, che Paolo VI intendeva come umile e disinteressata ricerca della verità. Quella verità che “per delicata e complessa che sia – diceva – dovrebbe saper raggiungere formulazione così felice da rendersi in qualche modo intuitiva e affascinante”. Questo è in effetti lo scopo della cultura: rendere amabile e attraente la verità. Per papa Montini, cultura era sinonimo di sapienza: un conoscere che illumina il vivere.

Profondità di pensiero, ampiezza di vedute, naturale predisposizione al confronto, gusto per la riflessione pacata, grande padronanza del linguaggio: queste le caratteristiche di questo pontefice che è stato maestro nella Chiesa e di cui questa sua terra deve andare fiera. Eppure fu lui a dichiarare una volta che “l’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri”. Come a dire che il suo primo desiderio era quello di essere non un maestro ma un testimone. E in effetti, quando l’essenza dell’insegnamento è quella svelata da Gesù nel dialogo con il dottore della legge, non può essere che così. Dell’amore, l’amore totale per Dio e l’amore del prossimo come se stessi, non si disquisisce o semplicemente si ragiona: l’amore si vive e solo con la vita lo si dimostra. Perciò, questo occorrerà ricercare nella vita e nel ministero di Paolo VI: una testimonianza di amore. Ma certo, facendolo, non si resterà delusi. Il papa del Concilio – spesso dipinto come piuttosto freddo e poco incline alla manifestazione dei sentimenti – è stato invece un uomo di grande cuore, che sapeva dimostrare un affetto sincero e intenso, nelle forme discrete del suo carattere. Abituato fin da giovane a frequentare luoghi di pensiero e stanze di rappresentanza, egli aveva conservato lo spirito semplice e mite dell’uomo di fede, che, sentendosi amato dal suo Signore, nulla cercava per sé. Il suo era uno sguardo intenso e buono, che, insieme con le sue mani, si protendeva con una vera passione d’amore verso le grandi folle che lo salutavano: molte delle innumerevoli fotografie che abbiamo di lui, ce lo rappresentano proprio così. Il suo amore sincero per tutti nel nome di Cristo lo rendeva estremamente severo con se stesso: egli non voleva che la sua persona prendesse il posto del Signore nel cuore dei cristiani. Questo suo scrupolo, insieme con la riservatezza del suo carattere, fu purtroppo interpretato da alcuni come aristocratico distacco dall’umile gente del popolo di Dio,

Possiamo allora, a questo punto chiudere il cerchio e dire che Paolo VI fu davvero quanto desiderava essere, cioè un testimone di Cristo, ma lo fu essendo nel contempo anche un vero maestro. Il maestro, infatti, non è un erudito e neppure semplicemente un esperto della materia che insegna. Il maestro è un amico autorevole, qualcuno a cui si guarda con profonda stima ma anche con affetto, al quale si è riconoscenti per ciò che si è ricevuto. Maestro è una persona la cui presenza è divenuta cara per i suo sguardo amorevole, la sua cura costante, la sua limpida intenzione di bene, la sua generosa dedizione; in una parola, una persona che ci ama e che amiamo. Così, un testimone dell’amore di Dio e del prossimo può essere anche un maestro, un uomo che anche attraverso il suo insegnamento fa percepire l’amore di Dio e l’amore per Dio, mentre diffonde l’amore per il prossimo. Il grande papa di cui ci onoriamo di essere concittadini e condiocesani aveva queste caratteristiche.

Che cosa dunque chiederemo alla Beata Vergine Maria, in questa suo santuario che custodisce la reliquia di Paolo VI? Chiederemo di saper imitare la limpida testimonianza d’amore del papa che qui è nato ed è cresciuto e di raccogliere l’eredità del suo autorevole insegnamento. Chiederemo poi di saper amare come lui, unificando cuore, anima e intelligenza nello slancio appassionato di una fede sapientemente operosa. Chiederemo, infine, di saper leggere come lui i segni dei tempi, offrendo così un insegnamento autorevole e consolante, che sia luce per ogni uomo di buona volontà. È quanto anch’io vorrei chiedere per me e per voi, pensando al cammino che abbiamo davanti.

Mi conforta molto pensare che colui del quale conserviamo le reliquie in questo luogo dedicato alla santa Madre di Dio e tanto caro a questa città, è ormai nostro amico e intercessore. Egli, nei cieli, è beato tra i beati, nell’attesa nostra, molto viva, di proclamarlo santo tra i santi. Per mezzo di lui, in comunione con Cristo e nella potenza dello Spirito santo, salga al Padre la lode e la gloria, per tutti i secoli dei secoli. Amen