La grandezza del magistero di Paolo VI

Don Saverio Mori, ordinato da Paolo VI nel 1966 insieme a don Pierluigi Murgioni e a don Alghisio Assolini prima di partire per l’Uruguay, racconta la figura di Montini. I documenti di Medellin, firmati da Paolo VI, compiono 50 anni. Appena arrivati alla Diocesi di Melo, il vescovo Roberto Càceres, affidò ai tre fidei donum bresciani l’impegno di metterli in pratica nel servizio pastorale.

Il Santo Padre Paolo VI nella domenica del 3 luglio del 1966 ha conferito l’ordinazione Sacerdotale nella basilica di San Pietro a settanta diaconi di molteplici provenienze, destinati a svolgere il loro apostolato nei vari Paesi dell’America Latina. Ventinove di essi provenivano dal Seminario interdiocesano “Nostra Signora di Guadalupe” di Verona, dove si sono formati nei loro ultimi anni di teologia anche i futuri missionari “Fidei Donum” destinati all’America Latina, provenienti dalle varie diocesi d’Italia. Tra di essi c’erano anche tre bresciani: don Pierluigi Murgioni, don Alghisio Assolini e don Saverio Mori. I primi due hanno già raggiunto la casa del Padre. Qui di seguito la testimonianza di don Saverio Mori.

Il Cardinal Samorè visitava spesso il nostro Seminario a Verona, su incarico della Conferenza Episcopale Italiana, e noi diaconi abbiamo chiesto che lui intervenisse presso il Santo Padre affinché ci facesse il dono di essere Lui, il successore di Pietro, a consacrare noi che eravamo la prima leva sacerdotale del dopo Concilio.

Paolo VI ha accolto benevolmente la nostra richiesta, estendendo il beneficio di tale ordinazione anche ad altri diaconi provenienti da vari seminari europei, ma tutti destinati all’Apostolato in America Latina. Spesso rileggo, meditandola, la bellissima omelia che Papa Montini ci ha regalato nel giorno indimenticabile della nostra ordinazione sacerdotale e che si concludeva con queste parole:

“Adesso potete accogliere l’ultima parola: andate! predicate, battezzate; andate; Cristo vi manda; la Chiesa vi aspetta, il mondo è aperto dinanzi a voi!”

Dopo la nostra ordinazione, papa Paolo VI presso un altare laterale della basilica di San Pietro, ha accolto uno a uno i neo ordinati per consegnarci il libro dei documenti del Concilio Vaticano II. Quando è toccato il mio turno gli ho detto che anch’io, come lui, ero nato nella sua Valle Trompia, a Lumezzane. Allora mi ha regalato una lunga conversazione, che ha stupito quelli che erano in coda, ricordando luoghi da lui frequentati: il Santuario della Stella, Camaldoli, il Santuario di Conche e i sentieri percorsi per raggiungerlo, una proprietà della sua famiglia sulla collina di Cagnaghe, tra Sarezzo e Lumezzane, (ora proprietà della famiglia Pinti) che includeva una chiesetta nella quale anch’io, poi, ho celebrato la Messa…

Dopo quella della mia ordinazione in San Pietro, la mia seconda Messa l’ho celebrata sulla tomba di San Paolo, di cui Papa Montini porta il nome, imitandone lo spirito e le gesta dell’intrapendente evangelizzatore missionario. La terza Messa l’ho celebrata nelle catacombe di San Callisto davanti alla statua della martire Santa Cecilia. La quarta Messa (la prima nel bresciano), l’ho celebrata, imitando il novello sacerdote Montini, nella cappella del Santuario della Madonna delle Grazie a Brescia.

E poi, nell’agosto del 1978, mentre con don Pierluigi Murgioni eravamo sulla nave che ci portava verso la nostra Missione nella Diocesi di Melo in Uruguay, anche lui, il Papa Paolo VI, era in America Latina, in Colombia, a Medellin, dove firmava quei documenti della Seconda Conferenza Episcopale Latino Americana finalizzati ad applicare i testi conciliari del Vaticano II alle terre di quel continente. Anche i Documenti di Medellin in questo 2018 compiono 50 anni. Appena arrivati alla Diocesi di Melo, il Vescovo Mons. Roberto Càceres, (tuttora vivente), di ritorno dalla seconda Conferenza Episcopale Latinoamericana, ci ha consegnato tali documenti, in forma ciclostilata, affidandoci l’impegno di metterli in pratica nel nostro servizio pastorale alla diocesi.

Quei documenti di Medellin avrebbero dato un volto rinnovato alla Chiesa Latinoamericana proponendole la scelta preferenziale per i poveri e spingendola a vivere, nella concretezza, il Vangelo portato alla gente semplice attraverso le “Comunità Ecclesiali di Base”. La teologia della liberazione ha attinto da queste fonti. Dove questi documenti furono messi in pratica, incisero profondamente e crearono reazioni nella stessa Chiesa, ma soprattutto in quel mondo laico e laicista di quell’ Uruguay che, influenzato anche dalla massoneria, aveva prodotto strutture e situazioni di palesi ingiustizie che pesavano sulla gente più povera e più semplice. E noi, in sintonia con il presbiterio diocesano, ci siamo messi all’opera cercando di attuare le preziose indicazioni della Chiesa, a volte rendendoci scomodi, come sempre è scomodo il Vangelo, ma non per i poveri e i semplici, bensì per i detentori del  potere di quel tempo. Anche papa Francesco ha arricchito il suo sacerdozio alla luce di questi documenti e, anche grazie a questi, si sta impegnando, non senza difficoltà e resistenze, a dare un nuovo volto alla Chiesa Universale.

E venne la dittatura militare! Già operante in forma attutita fin dal nostro arrivo, fu instaurata ufficialmente il 27 giugno del 1973. Ma già nel maggio del 1972, prima Pierluigi, poi anch’io, siamo stati arrestati, portati in caserme e torturati. Io per pochi giorni, Pierluigi per più di 5 anni ha dovuto soffrire il carcere duro.

A un presidente, dittatore militare, era stato consegnato un libro nel quale si scriveva che nel seminario per l’America Latina di Verona si formavano preti per portare il marxismo-leninismo tra i popoli d’America. Chi glielo aveva ufficialmente consegnato era un prete amico; io, dopo 12 anni vissuti nella parrocchia periferica di San Giuseppe operaio nella città di Melo, sono stato chiamato a succedergli nella guida pastorale della cattedrale di Melo. In quei tempi, anche nella Chiesa dell’Uruguay si soffrivano disarmonie pastorali!

Posso garantire che con don Pierluigi, nonostante le nostre debolezze e incoerenze, abbiamo cercato di predicare e testimoniare unicamente il Vangelo del Signore.

E ancora Lui, Papa Paolo VI, che presto sarà proclamato santo, si è interessato al nostro caso, insistendo con l’allora ministro degli Esteri dell’Uruguay di visita in Vaticano  affinché don Pierluigi, dopo 5 anni di prigionia, ancora ingiudicato, venisse liberato.

Per questo, oltre che alla grandezza del suo magistero e del suo agire pastorale nel mondo, ho particolarmente nel cuore “Il mio Paolo VI”.

Io ho potuto regalare 20 anni di servizio “Fidei Donum” alla diocesi di Melo e ho visto cadere nel 1985 quella dittatura che sempre mi aveva tenuto sotto controllo, e, l’8 maggio del 1988, appena prima del mio ritorno in Italia, ho avuto la gioia di accogliere nel territorio della mia parrocchia (la Cattedrale di Melo) il Santo Padre Papa Giovanni Palo II°.

E’ bello per me, ora, vedere come papa Francesco, latinoamericano, ama, apprezza e interpreta, nel modo che gli è proprio, lo stile pastorale di papa Montini, desiderando presto additarlo alla Chiesa e al mondo proclamando la sua santità.

Vedendo, nella parrocchia che ora sto servendo, molte persone che soffrono spiritualmente o per malattie, le raccomando alla sua intercessione. In questi giorni a una ragazza quindicenne, affetta da carcinoma, alla quale è stata asportata una gamba, senza fermare il male del quale si sta ancora curando, ho dato una reliquia di Paolo VI (il fazzoletto con il quale lui mi aveva asciugato le mani unte con il sacro crisma nel giorno della mia ordinazione) con la preghiera per chiedere il miracolo della guarigione. Non pretendo il miracolo anche se lo desidero, ma spero che tu, Papa Buono, intercederai con noi presso la divina Trinità e ti ringrazio.

Saverio Mori

Riconosciamo la grandezza di Cristo Signore

8 gennaio 2017

Se siamo attenti alle parole che ascoltiamo nel Vangelo. anche questa sera ci accorgiamo come è Gesù che ha in mano la sua vita. É Gesù che conosce bene il progetto che padre gli ha messo nelle mani da compiere. Infatti l’evangelista dice che Gesù dalla Galilea venne al Giordano da Giovanni per farsi battezzare da lui. Non è stato un caso, neanche il battesimo. Si trovava a passare di là e visto che tutti andavano a farsi battezzare, anche lui si è messo in coda per farsi battezzare. Certo, poi con un grande senso di umiltà, eccetera. No Gesù ci va di proposito, prende lui l’iniziativa, perché quel gesto che lui compie è un gesto profetico di quanto è avvenuto e avverrà di lui.

Battezzare vuol dire immergersi o in questo caso, siccome si fa battezzare, si fa immergere e questa immersione rimanda a quell’altra più profonda immersione, quella della morte. Gesù deciderà anche allora di lasciarsi immergere nella morte perché poi lui uscendo dall’acqua ora, uscendo dalla morte poi, aprirà i cieli, chiusi dal peccato di Adamo ed Eva, dal peccato dell’umanità, li riapre, perché possa scendere dal cielo la potenza dello Spirito Santo, rinnovare quelle acque, quel sangue, perché possono ritornare a portare in vita per l’umanità. E quindi sì ha riaperto il passaggio fra terra e cielo, quel passaggio che era chiuso a causa del peccato dell’umanità. Quindi Gesù decide di compiere un gesto che non gli è proprio, perché lui è figlio di Dio, non ha bisogno di scendere nel Giordano a denunciare i suoi peccati, perché non ne ha. Lui, invece, scende nel Giordano, non tanto per denunciare su peccato, quanto per farsi carico di quel peccato che è dell’umanità. Per farsi carico di quella umanità che è schiacciata dal suo peccato e non riesce a uscire da quell’acqua tant’è la pesantezza del suo peccato. Quindi entra in queste acque che sono mortifere per l’umanità. Lui le rende invece purificate perché possano salvare questa umanità. Toglie il veleno del peccato da quell’acqua e vi mettere la grazia dello Spirito Santo, perché da quel momento per mezzo del battesimo, non battesimo di Giovanni, un battesimo di penitenza, di conversione, ma il battesimo di Gesù Cristo che è un battesimo di immersione nella sua morte, nella sua risurrezione, l’uomo e la donna possono ritrovare finalmente in quell’acqua non veleno di morte ma vita e vita eterna. Per fare questo Gesù deve diventare una cosa sola con l’umanità. Ce l’ha dimostrato nell’incarnazione, ce lo dimostrò ora nell’immersione del Giordano, assumendo su di sé questo questa umanità peccatrice, e poi ce lo dimostrerà nella pienezza, attraverso la sua crocifissione e morte in croce. Egli in questo modo mostra come entrerà in pieno nell’umanità, si fa una cosa sola con l’ umanità. Ecco perché in questa festa del battesimo di Gesù, l’antifona parla anche delle nozze, delle nozze di Cana in riferimento a quell’acqua che trasformata in vino, come in questo battesimo l’acqua è trasformata da mortifera in redentrice, perché Gesù, in questo giorno, in un certo senso sposa l’umanità, celebra le sue nozze con l’umanità, come sposo, l’umanità e la sposa, e assume della sposa tutto, perché diventa una cosa sola con la sposa, come avviene nel matrimonio. I due non saranno più due, ma una carne sola.

Ecco cosa fa Dio in Gesù per noi. Ci assume nella sua vita, diventa una cosa sola con noi, per trasformarci in lui. E la fedeltà di questo sposo, da allora sarà una fedeltà eterna. Nessuno più potrà sciogliere questo legame d’amore, queste nozze celebrate, perché lo sposo sarà sempre fedele. Potrà la sposa, e parliamo anche di ciascuno di noi, che fa parte di questa umanità, di questa Chiesa, sposa di Cristo, potrà, a volte allontanarsi dallo sposo, potrà guardare altrove e lasciarsi prendere dalla tentazione di altri idoli, che poi le diventano padroni e la schiacciano, la rendono schiava, ma lo sposo continuerà ad esserle vicino, con tenerezza, con misericordia, con prontezza di perdono, col desiderio di riaccoglierla, col desiderio di tirarla fuori dalle strette in cui si trova spesso causa del suo egoismo, della sua invidia, della sua gelosia, della sua superbia, della sua sfiducia nei confronti del suo sposo, della sua tentazione di dubitare dell’amore del suo sposo che è Gesù Cristo.

Quante volte anche noi abbiamo queste tentazioni e cediamo. Non siamo così sicuri che Gesù ci voglia veramente bene e a volte ci lasciamo andare. Cerchiamo altri amori che ci soddisfino in quel che noi chiediamo immediatamente, perché non ci sembra che il Signore risponda immediatamente ai nostri bisogni e ai nostri desideri, alle nostre richieste. Sembra che altrove si possa stare meglio e fare in fretta il cammino del successo che andiamo cercando, tranne poi accorgersi che siamo andati su strade che non portano a niente, e abbiamo impiegato il tempo, energie, danaro, abbiamo sprecato forze che non abbiamo più. A volte coloro che ci attraggono in altre direzioni ci svuotano però completamente di tutto quello che siamo e abbiamo e poi ci abbandonano sul ciglio della strada. Perché il loro interesse non è quello dell’amore gratuito di Gesù nei nostri confronti, il loro interesse è quello semplicemente di sfruttarci, di sfruttarci psichicamente, affettivamente, intellettualmente, economicamente, socialmente, e quando ci han sfruttato non han più bisogno di noi. Il nostro sposo anche quando noi siamo abbandonati, così secchi,  apparentemente almeno agli occhi dell’umanità inutili, senza più nessun senso alla vita, egli viene a ripescarci, perché lui è lo sposo fedele ed è fedele sempre, in qualsiasi situazione noi ci troviamo, anche di peccato grave, lui non ci lascia soli e dimostra il suo amore nel recuperare la nostra esistenza di vita e ridonare un senso profondo e rimetterci in sesto perché possiamo camminare ancora nella gioia di vivere nella pienezza d’amore e di condivisione con Cristo Signore. E siccome questa sposa, la sua sposa, è fatta di tante persone che siamo noi, abbiamo la fortuna di avere accanto a noi alcune persone che di tanto in tanto ci sollecitano, ci scuotono, ci aiutano a rialzare lo sguardo, ad aprire gli occhi, la mente e a ritrovare nella comunità stessa, la presenza di quell’amore che pensavamo di avere perduto.

E allora attraverso questa ripresa riconosciamo la grandezza, l’amore, la fedeltà di questo sposo che è Cristo Signore. Ecco, è la parabola del matrimonio cristiano, che diventa autentico sacramento del matrimonio mistico, dalle nozze mistiche, tra Gesù e la Chiesa. Il matrimonio cristiano celebrato nel sacramento fa proprio questo, diventa un segno a volte un po’ sbiadito, ma sa il Signore che noi siamo imperfetti, segno e strumento, quindi sacramento, segno efficace del più grande e vero amore sponsale che è quello di Cristo Signore. Ecco perché ci si sposa in chiesa. Qualcuno dice “ma cosa occorre sposarsi in chiesa? Tanto è lo stesso, cosa cambia?”. Uno che fa un ragionamento così vuol dire che di fede non ne ha proprio. Cosa cambia? Cambia l’essere della persona. Nel sacramento del matrimonio tu parli all’umanità attraverso la vita coniugale, voi parlate all’umanità, attraverso la vita coniugale di quell’amore profondo, sponsale di Dio per la Chiesa e per l’umanità. E soprattutto lo puoi fare perché sei sostenuta, tu coppia cristiana, da quell’amore primo sponsale che è quello di Cristo Signore per la sua umanità. Lui sposo, l’umanità sposa. E in questo sei sostenuta dalla capacità di superare i momenti più difficili perché, se è vero che è sacramento, la grazia ti sostiene che questo sacramento lo sia per sempre, sia capace di mostrare esternamente, anche nelle difficoltà, quella profonda comunione d’amore che esiste fra i coniugi, anche nei momenti difficili, tristi, duri, di infedeltà da parte dell’uno o dall’altra.

Il Signore di fronte alla nostra infedeltà non si spaventa, ma continua ad essere fedele. Ecco chiediamo a lui in questa domenica di rinnovare il nostro battesimo nel quale siamo entrati anche noi in questa sponsali e viverlo con intensità di vita.

Grandezza e fragilità dell’amore coniugale (II parte)

2. Se ci siamo liberati da questi pregiudizi, se ci siamo levati come Mosé i calzari, possiamo ora entrare nel mistero dell’amore coniugale.

La caratteristica con cui immediatamente ci si presenta l’amore coniugale è che esso esiste solamente fra un uomo e una donna e non può esistere fra persone dello stesso sesso (come altre forme di amore). Se consideriamo la differenza fra l’uomo e la donna, una differenza puramente biologica, siamo dei superficiali. Partiamo, dunque, dalla riflessione su questo punto: è la porta d’ingresso nel mistero dell’amore coniugale. Vi ricordate come la S. Scrittura racconta la creazione dell’uomo e della donna?

L’uomo (maschio) si sente solo ed in questa solitudine soffre. Mentre dopo che il Signore, creato ogni cosa, vedeva che tutto era ben fatto, ora vedendo l’uomo in questa condizione, dice: “Non è bene che l’uomo sia solo“. Non è bene: l’uomo in questa condizione di solitudine, non ha raggiunto la pienezza del suo essere umano.

 Ora, che cosa fa il Signore? crea un altro uomo? crea la donna. Nella comunione reciproca fra l’uomo e la donna, la persona raggiunge la sua pienezza. Ed Adamo canta la sua prima canzone di amore: “questa sì che è carne della mia carne…”.

Le ricchezze delle differenze.

Ecco abbiamo pronunciato la parola “chiave” che ci apre il mistero dell’amore coniugale: comunione inter-personale. Che cosa è? Quando noi siamo di fronte ad una persona possiamo avere tre attitudini fondamentali.

+ Possiamo pensare (e dire): “come è utile che tu esista!”. È l’attitudine di chi guarda l’altra persona, pensando quali vantaggi eventualmente possono derivargli dalla sua conoscenza, dalla sua amicizia. È l’attitudine utilitarista.

+ Possiamo pensare (e dire): “come mi piace che tu esista!”. È l’attitudine di chi guarda l’altra persona come fonte possibile di piacere, come qualcosa che può procurargli piacere. È l’attitudine edonista.

 + Possiamo pensare (e dire): “come è bello che tu esista“. È l’attitudine di chi guarda l’altra persona vedendone la sua dignità, la sua preziosità che la rende degna di esistere, il suo valore in se stessa e per se stessa. È l’attitudine amorosa: è l’amore.

Facciamo ora un passo avanti, nella scoperta dell’amore coniugale. Questa terza attitudine è propria dell’amore come tale, non solo dell’amore coniugale. Come è presente nell’amore coniugale? Approfondiamo quell’attitudine amorosa.

L’amore che vede la dignità, la preziosità infinita della persona suscita un sentimento di venerazione per essa che prende corpo nel desiderio di dono all’altro. Ora possiamo donare all’altro ciò che possediamo, ciò che abbiamo: il nostro tempo, per esempio, il nostro denaro, l’esercizio della propria professione. Oppure possiamo donare se stessi, la propria persona: semplicemente non il nostro avere, ma il nostro essere. C’è una diversità fra i due doni? Una diversità abissale.

Il dono di ciò che hai, può essere misurato: …; il dono di te stesso non può essere misurato; o è totale o non esiste per niente. Il dono di ciò che hai può essere misurato nel tempo: …; il dono di se stesso, proprio perché totale, non può essere limitato nel tempo: è definitivo, è eternamente fedele. L’amore coniugale è dono totale, definitivo di se stesso all’altra persona, perché si è vista in essa una tale preziosità da non meritare niente di meno che non la propria persona.

 Fra le migliaia di persone che ha visto, questa è stata vista in una luce assolutamente singolare. “Questa è unica e merita il dono totale e definitivo non di tutto ciò che ho, ma di ciò che sono: di me stesso”: dice l’amore coniugale. Ecco perché, quando questo dono è accaduto, la persona non appartiene più a se stessa: si è donata per sempre.

Ma questo non è tutto il mistero dell’amore coniugale. Dobbiamo ora chiederci: come accade questo dono?

Esso avviene, nella sua forma più alta, attraverso l’atto con cui i due sposi diventano fisicamente e spiritualmente una sola persona. La sessualità coniugale è il linguaggio dell’amore coniugale: è la sua realizzazione più alta.

Vi ricordate che avevamo detto: la comunione inter-personale è l’essenza stessa dell’amore coniugale. E ci siamo chiesti: ma in che cosa consiste? È la comunione che consiste nel dono di se stessi che reciprocamente gli sposi si fanno, un dono totale e definitivo, che si realizza e si esprime nella sua forma più alta nel divenire una sola carne nell’unione sessuale.

3. Abbiamo parlato della grandezza dell’amore coniugale. Ma come ogni realtà grande, esso è anche molto fragile. Esso può essere rovinato, anche dagli sposi stessi. Dunque, ci sono pericoli. Quali sono, oggi, i più gravi, da cui guardarsi?

Il primo, il più grave di tutti è l’egoismo: è l’antitesi del dono di sé, e quindi dell’amore… la persona è se stessa solo nella misura in cui si dona.

E qui entriamo nella considerazione di un altro pericolo: concepire la propria libertà come autonomia, come affermazione di se stessi contro l’altro. La libertà non può essere intesa come facoltà di fare qualsiasi cosa: essa significa dono di sé. Quando lo sposo ha detto: “io prendo te come mia legittima…”, ha detto: da ora in poi tutta la mia libertà consisterà nel dimenticare me stesso per essere un puro dono fatto alla tua persona.

CONCLUSIONE

Permettetemi di concludere con un piccolo racconto. C’era una volta una persona che era talmente stolta che, quando si alzava alla mattina, non riusciva mai a ritrovare i suoi vestiti. Alla sera, non si decideva mai ad andare a dormire sapendo che poi al mattino avrebbe fatto fatica a ritrovare i suoi vestiti. Finalmente una sera trovò la soluzione: prese penna e carta e annotò il luogo dove deponeva il vestito. La mattina tirò fuori allegramente il suo taccuino e lesse: “la camicia”, eccola e se la infilò e così via, fino a che ebbe indossato tutto. “Si, ma io dove sono?” si chiese allora ansiosamente. Invano cercò, cercò e non riuscì a trovarsi.

Il Concilio Vaticano II ha detto una grande cosa: l’uomo ritrova se stesso solo attraverso il dono di sé.

L’uomo oggi sa tutto sui suoi vestiti, cioè su ciò che è più esterno al suo mistero. E su se stesso?

Grandezza e fragilità dell’amore coniugale

Mi è stato chiesto di scrivere ad ogni numero della Badia una riflessione sulla famiglia e dintorni e colgo l’opportunità per  balbettare qualcosa sulla grandezza (e sulla fragilità) dell’amore coniugale. Ho detto “balbettare”. L’amore, infatti, in particolare l’amore coniugale è un così grande evento e mistero che di esso si può solo balbettare.

Dobbiamo fare quello che fece Mosé, prima di avvicinarsi al roveto ardente dove era presente il fuoco della Gloria di Dio. Egli, su ordine del Signore, si levò i calzari, perché stava per entrare in un luogo santo. Anche noi stiamo per entrare in un luogo santo, l’amore coniugale. Anche noi dobbiamo prima toglierci i calzari, cioè liberarci da tutte le idee sbagliate, i pregiudizi che oggi circolano sull’amore coniugale e che più o meno tutti respiriamo.

Il primo pregiudizio, il più tremendo, da cui dobbiamo liberarci se vogliamo penetrare nel grande mistero dell’amore coniugale, è quello di pensare che la libertà consista nel non prendere mai impegni definitivi. È di pensare che essere liberi significa non essere legati a nessuno. È di pensare che la forza più grande della nostra libertà consista nel dire “no”, piuttosto che nel dire “sì”. Ho detto che questo pregiudizio è tremendo. Non è una esagerazione. Chi, infatti, si lascia dominare da questo pregiudizio, può veramente giungere fino alla distruzione spirituale di se stesso e dell’altra persona. Mi spiego con un esempio.

Quando noi comperiamo una cosa, normalmente ci viene data con un certo periodo di garanzia. Che cosa significa “periodo di garanzia”? significa che tu da subito entri in possesso della cosa, tuttavia non intendi dare un consenso a tenerla per sempre, se non a condizione che tutto funzioni bene. Se l’esperimento non ha un buon risultato, ciascuno si riprende ciò che è suo.

Proviamo ora a trasferire questo “contratto con garanzia” al rapporto uomo-donna nel matrimonio. I due non si uniscono se non “a condizione che” tutto funzioni bene; se il risultato non è soddisfacente, ciascuno si riprende il suo. Ecco, vedete: si ha qui una sorta di contratto di uso reciproco, nel quale ciascuno non intende impegnarsi per sempre. Ciascuno prova ad usare altro. C’è qualcosa di tremendo in tutto questo, perché si riduce la persona propria e dell’altro ad una cosa di cui fare uso. “Usa e getta”, dice chi si lascia dominare dal pregiudizio che essere liberi significhi non assumersi mai impegni definitivi.

Chi si lascia prendere da questo pregiudizio, solitamente apre il suo cuore ad un secondo pregiudizio, ugualmente molto pericoloso. Vorrei spiegarvelo partendo da alcuni esempi molto semplici.

Se noi in una giornata molto calda passiamo davanti ad un banco di gelati ed abbiamo molta sete, subito sentiamo un grande desiderio di comperarne uno e mangiarlo. Se, al contrario, non abbiamo sete, il gelato non esercita su di noi nessuna attrattiva. Proviamo a riflettere un poco su questa esperienza. Notiamo subito che l’oggetto che attira la nostra attenzione, non ha in se stesso un suo proprio valore: interessa in quanto è capace di spegnere la nostra sete. Se non ho sete, esso non esercita più nessun interesse. È la mia sete che rende così interessante il gelato. Vale, insomma, perché ne ho bisogno.

Il secondo pregiudizio sull’amore coniugale consiste nel confondere l’amore coll’attrazione, col bisogno che sento di un’altra persona per la mia felicità. L’altra persona vale perché mi soddisfa, perché ne ho bisogno.

Si nota facilmente come questi due pregiudizi sono legati fra loro. Se vuoi una persona per il bisogno che ne senti, la vuoi solo se e solo fino a quando ella è in grado di soddisfare il tuo desiderio di essa. L’amore coniugale diventa un contratto a rischio.

Esiste, infine, un terzo pregiudizio: che sia possibile un amore vero senza una profonda unità spirituale, che cioè l’amore si possa ridurre ad un’unione fisica-sessuale. Come vedremo, l’amore coniugale è anche profonda intimità sessuale. Il pregiudizio oggi molto diffuso è che sia possibile separare la sessualità dall’amore; che “amare” significhi semplicemente “avere rapporti sessuali”. In una parola: ridurre il rapporto uomo-donna alla sessualità, separandola dall’unione spirituale e chiamare questo “amore”.

Sono tre pregiudizi. Di essi dobbiamo completamente liberarci, se vogliamo comprendere il mistero dell’amore coniugale. Essi infatti, riducono ed impoveriscono la nostra libertà, e l’amore coniugale è la suprema manifestazione della libertà. Riducono ed impoveriscono la nostra capacità di desiderare, e l’amore coniugale è la suprema manifestazione della capacità del dono. Riducono ed impoveriscono la sessualità umana, e l’amore coniugale è la rivelazione della ricchezza integrale della sessualità umana.

Don Domenico

Grandezza e fragilità dell’amore coniugale (I parte)

Mi è stato chiesto di scrivere ad ogni numero della Badia una riflessione sulla famiglia e dintorni e colgo l’opportunità per  balbettare qualcosa sulla grandezza (e sulla fragilità) dell’amore coniugale. Ho detto “balbettare”. L’amore, infatti, in particolare l’amore coniugale è un cosi grande evento e mistero che di esso si può solo balbettare.

Prima, tuttavia e purtroppo, dobbiamo fare quello che fece Mosé, prima di avvicinarsi al roveto ardente dove era presente il fuoco della Gloria di Dio. Egli, su ordine del Signore, si levò i calzari, perché stava per entrare in un luogo santo. Anche noi stiamo per entrare in un luogo santo, l’amore coniugale. Anche noi dobbiamo prima toglierci i calzari, cioè liberarci da tutte le idee sbagliate, i pregiudizi che oggi circolano sull’amore coniugale e che più o meno tutti respiriamo.

1. Il primo pregiudizio, il più tremendo, da cui dobbiamo liberarci se vogliamo penetrare nel grande mistero dell’amore coniugale, è quello di pensare che la libertà consista nel non prendere mai impegni definitivi. È di pensare che essere liberi significa non essere legati a nessuno. È di pensare che la forza più grande della nostra libertà consista nel dire “no”, piuttosto che nel dire “sì”. Ho detto che questo pregiudizio è tremendo. Non è una esagerazione. Chi, infatti, si lascia dominare da questo pregiudizio, può veramente giungere fino alla distruzione spirituale di se stesso e dell’altra persona. Mi spiego con un esempio.

Quando noi comperiamo una cosa, normalmente ci viene data con un certo periodo di garanzia. Che cosa significa “periodo di garanzia”? significa che tu da subito entri in possesso della cosa, tuttavia non intendi dare un consenso a tenerla per sempre, se non a condizione che tutto funzioni bene. Se l’esperimento non ha un buon risultato, ciascuno si riprende ciò che è suo.

Proviamo ora a trasferire questo “contratto con garanzia” al rapporto uomo-donna nel matrimonio. I due non si uniscono se non “a condizione che” tutto funzioni bene; se il risultato non è soddisfacente, ciascuno si riprende il suo. Ecco, vedete: si ha qui una sorta di contratto di uso reciproco, nel quale ciascuno non intende impegnarsi per sempre. Ciascuno prova ad usare altro. C’è qualcosa di tremendo in tutto questo, perché si riduce la persona propria e dell’altro ad una cosa di cui fare uso. “Usa e getta”, dice chi si lascia dominare dal pregiudizio che essere liberi significhi non assumersi mai impegni definitivi.

Chi si lascia prendere da questo pregiudizio, solitamente apre il suo cuore ad un secondo pregiudizio, ugualmente molto pericoloso. Vorrei spiegarvelo partendo da alcuni esempi molto semplici.

Se noi in una giornata molto calda passiamo davanti ad un banco di gelati ed abbiamo molta sete, subito sentiamo un grande desiderio di comperarne uno e mangiarlo. Se, al contrario, non abbiamo sete, il gelato non esercita su di noi nessuna attrattiva. Proviamo a riflettere un poco su questa esperienza. Notiamo subito che l’oggetto che attira la nostra attenzione, non ha in se stesso un suo proprio valore: interessa in quanto è capace di spegnere la nostra sete. Se non ho sete, esso non esercita più nessun interesse. È la mia sete che rende così interessante il gelato. Vale, insomma, perché ne ho bisogno.

Il secondo pregiudizio sull’amore coniugale consiste nel confondere l’amore coll’attrazione, col bisogno che sento di un’altra persona per la mia felicità. L’altra persona vale perché mi soddisfa, perché ne ho bisogno.

Si nota facilmente come questi due pregiudizi sono legati fra loro. Se vuoi una persona per il bisogno che ne senti, la vuoi solo se e solo fino a quando ella è in grado di soddisfare il tuo desiderio di essa. L’amore coniugale diventa un contratto a rischio.

Esiste, infine, un terzo pregiudizio: che sia possibile un amore vero senza una profonda unità spirituale, che cioè l’amore si possa ridurre ad un’unione fisica-sessuale. Come vedremo, l’amore coniugale è anche profonda intimità sessuale. Il pregiudizio oggi molto diffuso è che sia possibile separare la sessualità dall’amore; che “amare” significhi semplicemente “avere rapporti sessuali”. In una parola: ridurre il rapporto uomo-donna alla sessualità, separandola dall’unione spirituale e chiamare questo “amore”.

Sono tre pregiudizi. Di essi dobbiamo completamente liberarci, se vogliamo comprendere il mistero dell’amore coniugale. Essi infatti, riducono ed impoveriscono la nostra libertà, e l’amore coniugale è la suprema manifestazione della libertà. Riducono ed impoveriscono la nostra capacità di desiderare, e l’amore coniugale è la suprema manifestazione della capacità del dono. Riducono ed impoveriscono la sessualità umana, e l’amore coniugale è la rivelazione della ricchezza integrale della sessualità umana.

Come educare al rispetto della grandezza e del nome di Dio

Il bambino, nel suo sviluppo, procede alla conquista del mondo esteriore per conoscere. Ma il suo modo di conquista non è come quello dell’adulto. Difatti egli usa questi atteggiamenti interiori: la facile commozione, l’ammirazione, l’ingenuità, il senso della meraviglia, il sentimento della propria inferiorità di fronte alla grandiosità della natura e delle opere umane. Perciò è facile andargli incontro, rendendogli accessibile un’idea di Dio, sia pur limitata, ma sufficiente per l’età. Presentargli un Dio che dia gioia, che accontenti la grande esigenza di affetto del cuore del piccolo… I suggerimenti pratici sono: la natura è una rivelazione sensibile di Dio e svelarla al fanciullo nella sua bellezza e grandiosità è occasione opportuna per dedurre in modo intuitivo la grandezza, la perfezione e la Provvidenza di Dio. E farlo non con accenti generici che generano della noia, ma concretamente, portando l’attenzione del bimbo su particolari reali ed evidenti, da cui risulta con immediatezza la grandezza meravigliosa di Dio.

Dice uno scrittore: «il bimbo pieno di meraviglia assorbe con gli occhi l’incanto delle cose…». Inoltre quando si parla di Dio, conviene farlo in una atmosfera satura di sacro; la voce, ad esempio sia sommessa, raccolta; si evitino paragoni ridicoli o men che rispettosi, che se talvolta risvegliano l’attenzione, non aumentano la venerazione; sfatare subito l’idea di quel vecchio con la barba bianca che siede sulle nuvole, che dovrebbe essere il Padre eterno; non abusare di diminutivi e vezzeggiativi parlando di cose sacre: piccolo bambin Gesù, preghierina, Madonnina, angioletti… e nominare invece con rispetto: la S. Messa, la S. Comunione, il Sacro Cuore …; esigere che facciano sempre bene il segno della Croce ed in modo serio, la genuflessione, l’atto di adorazione in Chiesa; insistere sull’uso esclusivamente sacro dell’acqua santa, delle immagini sacre, del Crocefisso, del Vangelo, del Catechismo… infine ha grande valore educativo il «silenzio» di fronte a Dio. Dice lo stesso scrittore già citato: «Pregando, dando l’esempio, immergendosi nel sacro silenzio davanti alla maestà di Dio, il papà o la mamma, fa fare all’anima del bambino i primi passi su quel sentiero che porta in alto, incontro a Dio… L’anima infantile sente dovunque il battito d’ali dell’infinito e nel mondo con le sue meraviglie vede il tempio di Dio».