I giovedì della Missione

A partire da giovedì 14 novembre, tornano i “Giovedì della missione” alle 20.30, nel centro Missionari Comboniani di Viale Venezia 112 a Brescia

Il nostro territorio è pronto a riaccogliere l’ormai tradizionale appuntamento dei “Giovedì della Missione”, una serie di incontri, realizzati in collaborazione con gli istituti Missionari presenti nella città di Brescia, che si prefiggono non solo l’obiettivo di essere occasioni di formazione, riflessione e preghiera, ma anche di promuovere l’incontro e l’aiuto dei poveri e degli stranieri, per “rilanciare il gusto del pensare insieme”, come ha affermato il vescovo Pierantonio Tremolada.

Gli incontri in programma si terranno alle 20.30 nel centro Missionari Comboniani di Viale Venezia 112 a Brescia. A dare il via, giovedì 14 novembre, Mauro Castagnaro, giornalista specialista di America Latina e redattore di “Missione Oggi”, e Mattia Prayer Galletti, Lead Techinical Specialist presso l’Ifad, presenteranno il tema “Sinodo dell’Amazzonia: “kairòs” per tutta la chiesa e il mondo”. A moderare l’incontro sarà presente don Roberto Ferranti, direttore dell’Area pastorale per la Mondialità della Diocesi di Brescia.

Il secondo convegno di giovedì 12 dicembre si concentrerà sulla tematica “Modalità e strumenti per una nuova presenza missionaria della Chiesa in Italia” con la partecipazione di don Giusto Della Valle, parroco di Rebbio di Como, e padre Daniele Moschetti, missionario comboniano di Castel Volturno di Caserta. Modererà padre Mario Menin, direttore di “Missione Oggi”.

In programma per giovedì 9 gennaio, la finestra sul mondo con “Io Accolgo. Uscire dal labirinto delle paure”. Partecipano all’evento padre Alex Zanotelli (nella foto), missionario comboniano nel quartiere di Rione sanità di Napoli, Antonio Trebeschi, sindaco di Collebeato e coordinatore della rete Sprar di Brescia, e don Fabio Corazzina, parroco di Fiumicello di Brescia. Mimmo Cortese, membro di Opal Brescia e redattore “Missione Oggi”, farà da mediatore. Giovedì 13 febbraio si terrà il quarto incontro, caratterizzato dal tema “La chiesa popolo di Dio e la sfida dei populismi e nazionalismi in Italia e in Europa” con la presenza di mons. Marco Prastaro, vescovo di Asti, Marco Revelli, già ordinario di Scienza della politica presso l’Università del Piemonte Orientale, e Anna della Moretta, giornalista del “Giornale di Brescia, che modererà l’incontro. Giovedì 12 marzo si parlerà di “Chiesa di uomini e di donne corresponsabili nella sinodalità missionaria” con Matteo Truffelli, presidente nazionale Azione Cattolica Italiana, Serena Noceti, teologa e vicepresidente dell’Associazione Teologica Italiana, e madre Eliana Zanoletti del Canossa Campus di Brescia.

L’ultimo incontro è in programma per giovedì 14 maggio, quando si tratterà di “Legittima difesa e armi in Italia e nel mondo: per quale sicurezza?”. Giorgio Beretta, analista Opal, e Francesco Vignarca, coordinatore Rete Italiana Disarmo, saranno moderati da Piergiulio Biatta, presidente Opal. I “Giovedì della Missione” proporranno anche lo spettacolo teatrale “Pierre e Mohamed – un cristiano e un musulmano. Amici fino alla morte, insieme”, diretto da Francesco Agnello e interpretato da Lorenzo Bassotto, che verrà messo in scena lunedì 23 marzo alle ore 20.30 nella chiesa di San Cristo, in via Piamarta 9, a Brescia. Il monologo teatrale è accompagnato da un supporto musicale ed è ispirato al testo di Adrien Candidiard, sulla vicenda di Pierre Claverie, vescovo di Orano, e dell’amico Mohamed Bouchikhi, assassinati insieme in Algeria il 1° agosto 1966.

Testimoni della santità di Dio

L’omelia della Messa crismale pronunciata dal vescovo Pierantonio in cattedrale

Carissimi presbiteri e diaconi,
fratelli nel Signore e ministri della sua santa Chiesa,

la solenne celebrazione di questa Eucaristia, nella cornice del Giovedì santo e con la consacrazione dei sacri oli, è l’occasione preziosa e attesa per la convocazione intorno al vescovo di tutto il presbiterio diocesano e della comunità dei diaconi. È un momento privilegiato nel quale anche meditare insieme sulla missione che ci è stata affidata, ma ancora prima per esprimere a Dio la giusta gratitudine per il grande dono ricevuto. Essere ministri della Chiesa in forza dell’ordinazione sacramentale è una grazia immeritata, un’espressione singolare della misericordia di Dio. Non è un vanto, non è un privilegio, non è un titolo onorifico e nemmeno un riconoscimento. È una chiamata che il Signore ci ha rivolto, esclusivamente per sua condiscendenza, e un compito che noi ci siamo assunti davanti a lui in piena libertà. Abbiamo risposto con amore al suo amore e abbiamo messo la nostra vita nelle sue mani. Siamo diventati servitori di Cristo e tali ci dobbiamo considerare, per il bene della Chiesa e del mondo. Siamo infatti ministri nella Chiesa e ministri per la Chiesa, siamo parte del popolo di Dio e insieme responsabili del popolo di Dio, chiamati a guidarlo verso l‘intera umanità nello slancio generoso dell’annuncio del Vangelo.

Ed ecco allora che subito sorge spontanea una domanda: che cosa si attende da noi il popolo di Dio? Che cosa gli dobbiamo in quanto ministri di Cristo? Cosa siamo chiamati ad offrire ai nostri fratelli e alle nostre sorelle nella fede che ancora guardano ai ministri di Cristo con affetto e deferenza? Ma poi la domanda si allarga, oltrepassa i confini ecclesiali e – potremmo dire – acquista la forma della sollecitazione proveniente dai confini del mondo: che cosa si attendono da noi, che cosa vorrebbero vedere in noi, quanti non sono avvezzi agli ambienti ecclesiali, quanti sono – almeno all’apparenza – distanti dalla nostra esperienza di fede, quanti sono indifferenti o addirittura fortemente critici nei confronti della Chiesa? La risposta non sarà molto diversa da quella che dovremmo formulare se ponessimo la domanda ancora più radicale, in realtà la vera domanda rivolta ai ministri di Cristo: che cosa si attende da noi il Signore, il Cristo crocifisso e risorto che ci ha voluto eleggere, consacrare e inviare?

La forza della testimonianza. Credo si attenda, insieme con tutti gli altri nostri fratelli e sorelle vicini e lontani, che siamo anzitutto ed essenzialmente degli uomini veri e perciò dei testimoni della sua santità. In tutti gli esseri umani vi è il desiderio, intenso e spesso inconfessato, di incontrare persone di cui ci si può fidare, che non ci facciano mai del male, che ci guardino con rispetto, che si prendano a cuore la nostra situazione, che sappiano davvero ascoltarci, che non approfittino delle nostre fragilità, che abbiamo piacere di aiutarci: volti amabili a cui rivolgerci con totale fiducia. Di questo il nostro cuore ha assoluto bisogno: di poter riconoscere nelle parole e negli atti umani quella carità consolante la cui sorgente – non sempre riconosciuta – è Dio stesso. La carità è infatti l’altro nome della santità e la santità è la forma vera dell’umanità. Ecco dunque che cosa ci si aspetta anzitutto dai ministri di Cristo: un forte senso di umanità, che si manifesti nello stile di una vera carità.

Meditando le lettere di san Paolo, si comprende bene in che modo la carità che rende santa l’umanità si declina nella vita di ogni giorno. La carità è infatti un florilegio di virtù, la cui radice è l’ineffabile mistero di Dio. Pur essendo più della somma della virtù, la carità riunisce in sé ciò che nobilita l’uomo. È infatti pazienza, umiltà, benevolenza, mitezza, fedeltà, fortezza, onestà, sincerità: espressioni molteplici di quella straordinaria realtà che fa grande l’uomo (cfr. 1Cor 13,4-7). E questa è appunto l’umanità che si vorrebbe sempre vedere, l’umanità santificata dalla carità Di tale umanità siamo chiamati a offrire testimonianza come ministri ordinati. Si potrà obiettare che in verità questo è il compito di ogni battezzato. È così. Ma appunto, anche noi ministri – vescovi, presbiteri e diaconi – siamo prima di tutto dei battezzati in Cristo, chiamati come i nostri fratelli e le nostre sorelle nella fede alla santità della carità, alla santità che trasfigura l’umanità. Questo è dunque il primo compito per noi come per tutti: per noi a maggior ragione, in forza del ministero che ci è stato affidato.

Ricchi di umanità e carità. Cari presbiteri e diaconi, siate dunque prima di tutto persone ricche di umanità. Siate uomini che vivono la carità nelle sue molteplici espressioni. Coltivate quelle virtù umane che la Parola di Dio raccomanda e che la gente semplice tanto apprezza: siate onesti e sinceri; siate accoglienti, amabili, e pazienti; siate fermi quando è necessario ma mai rigidi e arroganti, fate sentire la tenerezza del Cristo anche quando dovrete essere necessariamente severi o intervenire per correggere. Non comportatevi come padroni nei confronti del popolo di Dio, non mortificate gli altri, non siate arroganti e presuntuosi, non ritenete che la ragione sia sempre e comunque dalla vostra parte. Ricordate che il cammino della santificazione esige una conversione permanente e che il segno più chiaro della trasformazione del cuore ad opera dello Spirito santo – come ci insegnano le sante Scritture – è l’umiltà. L’orgoglio, infatti, è il grande peccato da cui sempre occorre guardarsi (cfr. Sal 19,14).

La santità battesimale assumerà poi per voi una sua forma più specifica in rapporto al ministero cui siete stati chiamati. La vostra carità di discepoli diventerà anche carità apostolica. Per voi presbiteri essa verrà a identificarsi con la carità del pastore saggio e coraggioso, per voi diaconi con quella del servitore solerte e generoso. La carità apostolica sarà la via della vostra santificazione e il vostro ministero, nel suo concreto e quotidiano esercizio, vi potrà condurre alle altezze della perfezione. Lo dice bene il Concilio Vaticano II quando, parlando dei presbiteri, così si esprime: “I presbiteri sono ordinati alla perfezione della vita in forza delle stesse sacre azioni che svolgono quotidianamente, come anche di tutto il loro ministero, che esercitano in stretta unione con il vescovo e tra di loro” (Presbyterorum Ordinis, 12). In quanto predicatori della Parola, ministri della Liturgia e dei Sacramenti, guide autorevoli e amorevoli delle comunità, formatori delle coscienze, presenze consolanti e sananti nei momenti di dolore e di sbandamento, voi – cari presbiteri – potrete condurre a compimento quella chiamata alla perfezione che vi è stata rivolta e che rappresenta la caparra della vostra beatitudine. In modo analogo questo si dovrà dire per voi – cari diaconi – nella prospettiva di un servizio che si apre su un vasto orizzonte, ma che sempre includerà l’annuncio della Parola e l’attenzione ai poveri.

L’unità della vita. Un seria difficoltà in ordine alla santificazione mediante il ministero è costituita in questo momento dalla obiettiva fatica a conferirgli la necessaria unità. Già lo riconosceva con sorprendente lucidità il Concilio Vaticano II: “Anche i presbiteri – si legge in Presbyterorum Ordinis – immersi e agitati da un gran numero di impegni derivanti dalla loro missione, possono domandarsi con vera angoscia come fare ad armonizzare la vita interiore con le esigenze dell’azione esterna (PO, 14)”. La profonde trasformazioni attualmente in atto, il dilatarsi dello spazio di azione pastorale e il moltiplicarsi del numero di comunità parrocchiali affidate ai presbiteri, il rapporto con le strutture divenute in qualche caso oltremodo onerose, le incombenze di tipo gestionale amministrativo con le responsabilità connesse, più in generale la situazione sociale estremamente fluida rendono oggi particolarmente complesso il compito del ministero. Sta realmente cambiando il panorama del vissuto sia sociale che ecclesiale e tutto ciò domanda una seria riconsiderazione del nostro modo di agire. Non potremo sottrarci a questo importante compito di discernimento. Né in verità abbiamo alcuna intenzione di farlo. Con l’aiuto dello Spirito del Signore affronteremo l’impegno con serenità e coraggio. Non permetteremo che una diffusa sensazione di smarrimento o di resa faccia discendere sul nostro ministero un velo di malinconia. Vogliamo continuare ad essere, nel nome di Gesù, seminatori di gioia e di speranza.

Una verità, tuttavia, merita di essere richiamata con chiarezza, una verità che tocca il cuore della questione e fissa un punto decisivo. È sempre il Concilio Vaticano II a indicarcela: “Per ottenere questa unità di vita – si legge sempre in Presbyterorum Ordinis – non bastano né l’organizzazione puramente esteriore delle attività pastorali, né la sola pratica degli esercizi di pietà, quantunque siano di grande utilità. L’unità di vita può essere raggiunta invece dai presbiteri seguendo nello svolgimento del loro ministero l’esempio di Cristo Signore, il cui cibo era il compimento della volontà di colui che lo aveva inviato a realizzare la sua opera”. (PO, 14).  Ecco dunque il segreto di una vera unità di vita nel ministero: la profonda sintonia con il Padre e il desiderio di riconoscere e compiere in ogni momento la sua volontà. “Se uno mi ama – aveva detto Gesù ai suoi discepoli – osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14, 23). Comunione con il Padre in Cristo: l’unità di vita si decide non all’esterno ma all’interno di noi stessi, là dove il cuore e la mente si fondono nella percezione amorosa e costante del mistero di Dio e si aprono alla conoscenza della sua santa volontà.

La bellezza della preghiera. Ed eccoci allora a parlare della bellezza della preghiera e della sua necessità nella vita dei ministri di Cristo. La preghiera, infatti, è indispensabile per giungere progressivamente a questa sintonia con il Padre celeste che unifica la nostra vita. Come ho scritto nella mia lettera pastorale, la testimonianza dei santi dimostra come “la preghiera sia prima di tutto ed essenzialmente un movimento del cuore, un atteggiamento interiore permanente, un sentire Dio e un sentirsi in Dio in ogni momento”. Di essa c’è assoluto bisogno nel cammino della propria santificazione. I ministri di Cristo, sono – potremmo dire – per definizione uomini di preghiera, uomini che conoscono e amano Dio. Il popolo di Dio ne è consapevole e questo anzitutto si attende da loro. La gente di fede, infatti, ama vedere i propri sacerdoti e i propri diaconi in preghiera, assorti nel dialogo silenzioso con Dio; si sente rassicurata e consolata dalla loro assidua orazione. La Parola di Dio, dal canto suo, esorta tutti, e in particolare i ministri, a imparare l’arte della preghiera incessante (1Ts5,16-18), capace di trasformare l’intera vita quotidiana in un culto spirituale reso a Dio (cfr. Rm 12,1-2). Ma la preghiera normalmente diviene incessante solo dopo molto tempo e grazie alla fedeltà riservata ai momenti di preghiera che scandiscono la vita.

Sarà dunque essenziale – cari presbiteri e diaconi – che questi momenti di preghiera non manchino mai nella vostra vita quotidiana e che non siano frettolosi. Non siate avari nel dare tempo al dialogo con Dio. Siate generosi. E poi siate perseveranti, risoluti nel difendere i tempi della preghiera personale. Abbiate l’umiltà di riconoscervi bisognosi di una regola e di una disciplina. Decidete bene dove e quando collocare i momenti della vostra preghiera all’interno della giornata, della settimana, del mese e dell’anno. Valorizzate quanto proposto dalla Formazione del Clero – penso in particolare ai ritiri mensili – ma sentitevi liberi di riservare anche tempi da voi personalmente scelti. Non siate rigidi nel definire le modalità della vostra preghiera – la vita spesso ci costringe a cambiare i programmi – ma siate rigorosi.

Vi raccomando in particolare la Liturgia delle Ore, che non è semplice preghiera personale, ma preghiera delle comunità cristiane e della Chiesa intera. A questa preghiera tutti noi ministri ordinati ci siamo impegnati con giuramento, proprio perché necessaria alla Chiesa. Non lasciate la nostra Chiesa priva di una preghiera così preziosa.

Tenere in alta considerazione la preghiera di intercessione per il nostro popolo: onorate le richieste di preghiera che le persone vi affidano e non trascurate di affidare al Signore le persone della vostre comunità. A questa preghiera di intercessione aggiungete quella per tutte le vocazioni, in particolari per le vocazioni al ministero apostolico e alla vita consacrata.

Insegnare a pregare. Vi chiedo, infine, di fare ogni sforzo per educare alla preghiera i nostri ragazzi e i nostri giovani. Dobbiamo sentire come particolarmente urgente il compito di introdurre le nuove generazioni nell’esperienza consolante della preghiera. È essenziale riuscire a farla loro gustare. Non la sentano come un obbligo, non la confondano con la semplice ripetizione di formule imparate a mente. Le preghiere tradizionali sono un patrimonio prezioso, ma rischiano di rimanere fredde. Tutto dipende dal modo in cui vengono recitate. Il segreto della preghiera sta infatti nello slancio del cuore, nell’amore sincero per Dio, nell’intimità spirituale con lui, nella gioia di rivolgersi a lui e di sentirsi suoi. Sappiamo poi bene che la via dell’educazione alla preghiera è la preghiera stessa, che cioè si impara a pregare pregando e pregando bene. Non c’è altra strada. Abbiate dunque a cuore i momenti della preghiera con i ragazzi e i giovani, preparateli con grande cura e viveteli con intensità.

Ambasciatori della misericordia. Questo è quanto mi premeva comunicarvi nel momento di grazia che stiamo vivendo. I santi oli che in questa celebrazione vengono benedetti ci ricordano anche la nostra ordinazione sacramentale. Anche noi, con il Signore Gesù e nel Signore Gesù per la potenza dello Spirito santo, siamo stati consacrati con l’unzione, siamo stati mandati a portare il lieto annuncio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, a promulgare l’anno di grazia del Signore. Siamo divenuti per grazia ambasciatori della sua misericordia. Non abbiamo alcun merito da vantare. Noi per primi siamo da annoverare tra i poveri che attendono da Dio il lieto annuncio e i prigionieri che anelano alla liberazione; i cuori spezzati le cui piaghe il Signore è venuto a sanare sono anzitutto i nostri; per noi prima di tutti gli altri il Cristo risorto viene a proclamare l’anno di grazia del Signore, poiché nulla saremmo senza la sua misericordia. Prima di essere stati da lui scelti e inviati, siamo stati da lui amati e salvati. Mai potremo ricambiare una simile meravigliosa condiscendenza.

Con questa celebrazione entriamo ormai nel santo triduo pasquale. Al Signore della gloria, crocifisso per noi e per noi risorto, rivolgeremo il nostro sguardo ammirato e riconoscente. Chiediamo a lui che il nostro ministero sia riflesso della sua luce, sia testimonianza della sua grazia, sia segno della sua vittoria. Nulla possiamo senza di lui e tutto possiamo grazie a lui. A lui la lode e la gloria nei secoli.  Amen.

Nuovi stili di viaggio

Giovedì 8 novembre iniziano “I giovedì della missione”, venerdì 9 novembre viene invece presentato il percorso per i giovani dai 18 ai 30 anni

Aprirsi al mondo significa aprire la mente e il cuore. Il Centro missionario propone “Nuovi stili di viaggio”, un corso di formazione per quanti (singoli, gruppi o oratori) desiderano avvicinarsi al mondo della missione e, dove possibile, sperimentare anche un’esperienza estiva di servizio ma soprattutto di ascolto all’estero.

Sono gli stessi giovani che hanno vissuto un’esperienza a raccontare, in un video diffuso sui canali social, le loro emozioni. E così con le loro parole descrivono la missione. Meravigliarsi, incontrare, sorridere, imparare, allargare gli orizzonti, incontrare il prossimo, toccare con mano il divario economico tra Nord e Sud del mondo. Beatrice, ad esempio, ha vissuto tre esperienze in Mozambico nella missione dei Padri della Sacra Famiglia di Martinengo. La prima esperienza, nel 2015, arrivata quasi per caso, ha deciso di cogliere la proposta di un amico prete che accompagnava un gruppo di giovani della parrocchia. É partita senza particolari aspettative. Ci è poi tornata negli anni successivi.

“Vivere in un paese africano è una scelta d’Amore, che comporta anche un pizzico di follia. Tornare in Mozambico carica.. è il mio polmone, ogni volta sembra che tutto intorno a me e dentro di me ricominci ad avere un senso. E il senso più profondo di tutto questo è la presenza di Dio, che si fa forte e ben visibile nelle persone che incontro. Sì, perché tutto parte da Lui e quando i segni sono chiari… anche la vita assume un significato bello, intenso, pieno. Così si fa chiara la direzione del mio cammino…”. Venerdì 9 novembre alle 20.30 il percorso, per i giovani dai 18 ai 30 anni, viene presentato al Centro pastorale Paolo VI da Claudio Treccani, animatore del Centro missionario. “I giovani che vivono questa esperienza in missione percorrono un tratto molto breve di tre settimane per incontrare una cultura diversa, per arricchirsi spiritualmente e per tornare con un bagaglio di gioia in più. Non siamo in missione per svolgere un’attività, ma per comprendere lo stile di vita delle popolazioni locali. Attraverso il confronto e lo scambio valoriale, aiutiamo i giovani a fare un discernimento futuro nella loro vita”. Partire del resto come scriveva mons. Helder Camara è anzitutto “uscire da sé. Rompere quella crosta di egoismo che tenta di imprigionarci ne nostro io”.

I giovedì della missione. Ritornano, con inizio alle 20.30, “I giovedì della missione” nella Casa comboniana di viale Venezia. Rappresentano un momento di formazione aperto a tutti. E riprendono alcune priorità segnalate dal Vescovo nella sua prima omelia programmatica: la santità, i poveri, gli stranieri e la sinodalità. Il primo appuntamento, l’8 novembre, è con il Vescovo che si confronta su “Una santità che attrae ed evangelizza/Paolo VI”. Il 13 dicembre due giovani che hanno partecipato al Sinodo si confrontano con padre Piero Demaria, missionario della Consolata. Il 10 gennaio suor Grazia Anna Morelli modera l’incontro, sul tema “Parrocchie in ‘uscita’ missionaria”, con don Nandino Capovilla e con don Marco Campedelli. Il 14 febbraio mons. Vincenzo Paglia dialoga con Anselmo Palini sulla figura di Romero. Il 14 marzo don Alberto Vitali, direttore Migrantes e parroco di Santo Stefano Maggiore, e don Fabio Corazzina portano il loro contributo su “Chiesa dalle genti a Brescia? Per una parrocchia meticciata”. L’11 aprile le “Donne migranti si raccontano”: Anna Pozzi raccoglie le testimonianze di Carmen Rosario Sanchez della comunità peruviana di Milano e di suor Claudia Biondi (responsabile del settore tratta della Caritas Ambrosiana). Infine, l’ultimo approfondimento, sulla messa al bando delle armi nucleari “Brescia ripensaci”, con Francesco Vignarca (coordinatore Rete Italiana Disarmo), Lisa Clark (per la Campagna Icana) e Piergiulio Biatta (presidente di Opal).

Dio solo basta

Omelia del vescovo Luciano nella messa crismale del Giovedì Santo

Fratelli carissimi, un abbraccio a ciascuno di voi, con affetto, come sempre; quest’anno, però, con una punta in più di commozione. Per quanto è dato prevedere, infatti, questa è l’ultima celebrazione del Giovedì santo che presiedo con voi come vescovo di Brescia. Nella preghiera di ordinazione dei presbiteri il vescovo chiede a Dio il dono dello Spirito Santo perché i candidati possano svolgere il loro ministero con efficacia e aggiunge: qui quanto fragiliores sumus, tanto his plurimum indigemus, quanto più io sono fragile, tanto più ho bisogno del loro aiuto. Sono agli ultimi mesi del mio ministero di vescovo e sento il desiderio grande ringraziare il Signore per voi, per il dono che siete stati, per la vostra collaborazione e il vostro sostegno in questi anni. Senza la vicinanza e l’affetto dei preti è impossibile per un vescovo vivere con gioia il ministero e la gioia è un requisito indispensabile perché il ministero sia fruttuoso. Posso dire di aver vissuto il ministero a Brescia nella gioia ed è grazie a voi, grazie a tanti preti che non si sono fermati a soppesare le mie insufficienze, purtroppo reali, ma mi sono stati vicini con l’affetto e con la preghiera, con la pazienza e l’obbedienza. Il futuro che abbiamo davanti non si presenta semplice. Il vissuto contemporaneo è sempre più secolare e la dimensione religiosa fatica a diventare quello che vuole essere: l’orizzonte di fondo che motiva e unifica i diversi elementi della vita. La ragione strumentale sembra assorbire tutti gli ambiti dell’esperienza, con effetti paradossali. Possiamo interrogarci su tutto, ma non dobbiamo chiederci mai quale sia il senso della vita o addirittura se la vita abbia un senso; dobbiamo dubitare di tutto, ma non possiamo dubitare del pensiero ‘progressista’; qualunque comportamento sessuale è accettabile, ma non la scelta della verginità e del celibato. Siamo di fatto in una cultura dove domina il politically correct e dove il conformismo s’impone come dovere sociale. Non c’è da sorprendersi più di tanto né da rimpiangere altri tempi che non sono certo stati migliori. C’è solo da prendere atto che siamo di fronte a una scelta che si porrà sempre più inevitabile nel futuro: la scelta tra un cristianesimo che funziona come “religione civile” e un cristianesimo che funziona come “testimonianza alternativa.” Di una religione civile ci sarà bisogno anche in futuro; i momenti più intensi della vita hanno bisogno di riti per non cadere nella banalizzazione: la nascita, il matrimonio, la malattia, la morte sono eventi troppo coinvolgenti per accontentarsi di registrazioni anonime presso un ufficio; anche chi si toglie deliberatamente la vita chiede un rito che testimoni la presenza in lui di qualcosa che trascende il puro evento. Il problema è che una religione civile non ha bisogno di scelte e di rinunce così impegnative come, ad esempio, il celibato. Il celibato è motivato solo se c’è un Dio che irrompe realmente nella vita degli uomini sconvolgendola; ma non è certo sostenibile in una pura ottica di servizio religioso alla società. Così noi oggi soffriamo una evidente tensione. Da una parte la società tende a secolarizzarci, a farci diventare operatori sociali al servizio del funzionamento della società stessa; dall’altra il vangelo e la tradizione cristiana ci chiedono una scelta radicale, senza compromessi: “Se qualcuno vuole venire dietro di me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua… Se qualcuno non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo… Chi vuol essere il primo sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti…”

Sappiamo che l’impegno di tutta la vita è essenziale nella scelta di un apostolo; mentre la tendenza contemporanea è quella di moltiplicare i desideri: l’auto potente, il vestito firmato, la bella presenza, il denaro, l’appartamento arredato con gusto, le ferie con franchigia… Non sto condannando tutte queste cose: non sono nemico del piacere e conosco le ambiguità che si annidano in una critica acida. Sto cercando di capire e non vorrei che il nostro stile di vita finisse per conformarsi a quello di un ‘single’, cioè di una persona che considera suo obiettivo supremo ritagliarsi uno spazio di vita gradevole, con piaceri ed emozioni che leniscano o facciano dimenticare la fatica di vivere. Rischierebbe di verificarsi un’inversione dei fini: rinunciamo a tutte le soddisfazioni mondane per svolgere il ministero; poi, poco alla volta, svolgiamo il ministero in modo da ricuperare qualche soddisfazione mondana. Sarebbe davvero la sconfitta. Che senso ha rinunciare a una donna e a dei figli e, nello stesso tempo, attaccarsi ai soldi o ai piaceri materiali? Il celibato è scelta di totalità; ha senso, è umanizzante se, come dice il vangelo, ci facciamo ‘eunuchi per il Regno’, se cioè Dio e il Regno di Dio occupano così ampiamente sentimenti, desideri e comportamenti da non lasciare tempo ed energie psichiche per la costruzione di un rapporto affettivo particolare, di un progetto di famiglia proprio; e, s’intende, da non lasciar spazio alla ricerca di un’affermazione personale o al possesso di una ricchezza superflua. Ma questo può accadere solo quando si è ‘innamorati’ di Dio; quando, come diceva Teresa di Gesù, Dio solo basta. Il futuro andrà certamente nella direzione di un ministero celibe di evangelizzazione, meno implicato nelle questioni di amministrazione delle comunità parrocchiali e dedicato invece allo studio, all’annuncio e alla testimonianza del vangelo. L’amministrazione sarà probabilmente appannaggio dei diaconi o di altre figure ministeriali. Ma guai se venisse meno il presbiterato celibe: vorrebbe dire che il Regno di Dio, cioè Dio stesso, non è così importante da giustificare il dono totale di una vita; che l’amore di Dio non è così arricchente da portare a pienezza un’esistenza umana. Nello stesso tempo, la vita dei preti celibi dovrà tendere alla vita comune e non solo per motivi pratici. Al vangelo non interessa solo la formazione di persone individualmente sante; interessa invece l’edificazione del Cristo totale, capo e corpo; interessa “che il nome di Dio sia santificato, che il suo Regno venga, che la sua volontà sia fatta”; interessa il cambiamento del mondo e della società degli uomini secondo una logica evangelica, cioè di solidarietà, di scambio generoso, di amore. Ora, ciò che cambia davvero il mondo sono le esperienze di comunione che hanno in sé la forza di mettere insieme persone diverse e di suscitare il desiderio di imitazione. Uno dei nostri limiti di preti è che tendiamo a essere un po’ ‘orsi’; siamo abituati a vivere da soli e non abbiamo la necessità di limare il carattere, di imparare l’affabilità, di controllare gli impulsi, di ascoltare e dare credito agli altri… tutte cose che sono inevitabili quando si vive insieme. Marito e moglie sono costretti tutti i santi giorni a misurarsi tra loro e questo li costringe, lo vogliano o no, a rinunciare ad alcuni desideri o possibilità, a diventare attenti alle necessità dell’altro, a misurare i propri programmi con le disponibilità degli altri. È una disciplina difficile quella del vivere insieme, che s’impara lentamente e che può essere sostenuta solo da un amore sincero. Ebbene, di questa scuola abbiamo un bisogno grande.

Una delle lagnanze che tornano più spesso nei nostri confronti e che finiscono davanti al vescovo riguarda il tratto brusco, aggressivo, sgarbato dei nostri comportamenti; le parole offensive che diciamo; il bisogno di tenere sotto controllo tutto e tutti; l’affermazione del nostro ‘potere’ di preti e il disinteresse nei confronti dei pareri degli altri. Quando lo si fa notare con tutta la delicatezza possibile, l’interessato cade dalle nuvole e nega di essere quello che appare agli occhi degli altri. E sono convinto che lo neghi sinceramente; lo nega perché non se ne accorge; non se ne accorge perché non è abituato a misurarsi con gli altri; perché nessuno lo ha mai confrontato e costretto a chiedere scusa. Ci portiamo dentro, come tanti, delle nevrosi piccole o grandi legate a esperienze del passato; e le nevrosi provocano comportamenti illogici, non equilibrati, che gli altri faticano a capire e accettare: siamo scostanti e ci illudiamo di essere solo giusti; esercitiamo una forma di dominio e ci sembra di fare solo il nostro dovere. Il che rende impossibile ogni vero cambiamento e conversione. La vita comune sarà, per i preti del futuro, una scuola preziosa che affianca la disciplina teologica e spirituale del seminario. Se ripercorro il corso della mia vita, debbo riconoscere che non mi sono mai state imposte delle ‘obbedienze’ difficili; forse per questo non ho grande voglia di comandare. Sono abbastanza orgoglioso da pensare che non ho bisogno dell’obbedienza degli altri per sentirmi bene con me stesso. Quando chiedo l’obbedienza, come nel caso dell’Iniziazione Cristiana, lo faccio per dovere, perché il presbiterio bresciano sia unito e non ci siano ‘battitori liberi’ che vanno per una propria strada creando impicci e difficoltà agli altri. Mi ha interessato, e m’interessa davvero molto, che i preti bresciani siano un cuore solo e un’anima sola, immagine di quella Chiesa che deve diventare a sua volta riflesso della comunione trinitaria. Per questo ho sofferto di coloro – per fortuna pochi! – che preferiscono fare dei cammini pastorali autonomi, giustificandosi col riferimento ad altri vescovi o ad altre forme di pastorale. Il futuro chiederà di andare in questa direzione: una percezione sempre più intensa dell’unità del presbiterio che insieme, in solido, ha la responsabilità della pastorale diocesana, con una flessibilità molto maggiore di quella attuale, con forme di sinodalità sempre più ampie e quindi con il coinvolgimento di tutti nelle riflessioni, nel discernimento, nelle decisioni. Ho toccato in questa omelia quelli che la tradizione chiamava i consigli evangelici nella forma presbiterale: il celibato per il Regno di Dio, la sobrietà nello stile di vita, l’obbedienza come forma di comunione presbiterale. Queste scelte mi sono state consegnate già nel cammino del seminario ed erano chiare fin dall’inizio ma debbo riconoscere, con vergogna, che sono ancora ben lontano dall’averle assimilate del tutto. Spero, se il Signore mi darà qualche tempo ancora, di potere dedicarmi alla preghiera per voi e per me, al ministero della riconciliazione, alla predicazione del vangelo – senza altri compiti. Aiutatemi ancora con la vostra preghiera e con il vostro affetto; ho bisogno dell’uno e dell’altro.

Nei mesi scorsi ho ricevuto due appelli che desidero trasmettervi, dal Mozambico e dall’Albania. In Mozambico, come sapete, opera don Piero Marchetti Brevi, in Albania don Gianfranco Cadenelli; entrambi sono soli; in entrambi i paesi le necessità pastorali sono enormi. Desidero con tutto il cuore rinnovare l’appello missionario per queste comunità. È vero che siamo a corto di preti anche a Brescia; che il numero dei nostri preti sta calando.

Ma è anche vero che continuiamo ad avare una media di preti molto più alta che nel resto del mondo. E sono convinto, come ho detto altre volte, che un prete ‘fidei donum’ non è un prete perso per la pastorale diocesana: è un prete donato alla Chiesa universale e questi doni sono sempre fecondi. Non c’è bisogno che tiri io stesso le conseguenze. Se qualcuno è disponibile a partire, lo dica; da parte mia, sarò solo contento di poter mandare preti in missione. Credo faccia parte di questa dinamica anche i preti che la nostra diocesi dona per altre diocesi come vescovi: don Ovidio Vezzoli, che è donato a Fidenza, don GianMarco Busca a Mantova, don Carlo Bresciani a San Benedetto del Tronto.

S.E. Luciano Monari

Via: La Voce del Popolo

Vegliate e pregate

Al termine della celebrazione della S. Messa nella Cena del Signore ti proponiamo una intensa e profonda esperienza di preghiera.

Giovedì 21 Aprile 2011.

Staremo con Gesù nel Getsemani in obbedienza al suo invito

“Vegliate e pregate”

La Veglia sarà animata dai giovani e dal “Coro giovanile S. Michele”.

Inizieremo alle 22.30

Per chi lo desidera al termine della veglia la Chiesa rimarrà aperta per tutta la notte per l’adorazione e la preghiera personale.

I giorni della Salvezza

DOMENICA DELLE PALME

Sei giorni prima della sua morte in croce, Gesù entrò trionfalmente in Gerusalemme, accompagnato dai discepoli e da una folla festante, che, agitando rami di palme, gridava: «Osanna! Benedetto Colui che viene nel nome del Signore! Osanna negli eccelsi!» Fu una manifestazione messianica voluta da Gesù per affermare la sua spirituale regalità, ma fu cosa modesta affinché il popolo non si confermasse nei suoi errori sull’interpretazione politica del Messia. Il rito solenne si svolge nei seguenti momenti:
– Benedizione dei rami di palma o di olivo: Il Sacerdote vestito con abiti rossi, simbolo di regalità, benedice con questa preghiera: «Benedici o Signore questi rami, e donaci la grazia di sentire in noi la Vittoria di Gesù!».
– Distribuzione dei rami: mentre i fanciulli cantano inni di gioia e di trionfo, il sacerdote passa alla distribuzione dei rami.
– Lettura del Vangelo: dove viene ricordato il fatto storico dell’ingresso trionfale di Gesù; mentre tutta la folla agitando rami, osannava al Messia. Solenne processione con i rami benedetti, per ripetere attorno alla Croce l’inno: «Gloria a Te, lode ed onore, o Re Cristo Redentore».
Al termine, la S. Messa introduce al Mistero della rinnovazione del Sacrificio sotto le misteriose apparenze del pane e del vino.

 

GIOVEDI’ SANTO

Il Giovedì Santo è il primo giorno del «Triduo Sacro», che celebra, con solenne austerità, la memoria della passione e della morte del Salvatore e ci fa rivivere avvenimenti lontani nel tempo, ma così vivi nel nostro ricordo e tanto impressi nel nostro cuore da farceli credere e sentire come presenti e come certamente nostri. Nel Giovedì Santo si ricorda principalmente l’istituzione del Sacrificio e del Sacramento eucaristico, gesto supremo di amore compiuto da Gesù alla vigilia della sua morte, al quale l’evangelista S. Giovanni allude con parole che valgono più di ogni altro commento: «Avendo Egli amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine».

Questo è lo svolgimento della solenne liturgia: l’altare è parato a festa ed un velo bianco copre la Croce; il Sacerdote Celebrante, accompagnato dalla solennità degli altri Sacerdoti e del canto, inizia la S. Messa; il momento più commovente è il canto del «Gloria in excelsis», poiché il suono di tutte le campane e dell’organo esplode come d’improvviso, per poi tacere fino alla gioia della notte pasquale. Quasi per rappresentare al vivo la scena narrata dal Vangelo, il Celebrante, lava i piedi a 12 ragazzi; ripetendo il gesto di Gesù prima di istituire la S. Eucaristia. Terminata la S. Messa, il Pane Consacrato viene portato in modo solenne all’altare della Adorazione, preparato con abbondanza di luci e ceri.

Il mistero di questo grande giorno dell’Amore sta riassunto in questa parola di Gesù: «Prendete e mangiate: questo è il Mio Corto sacrificato per voi. Prendete e bevete: questo è il Mio Sangue sparso per voi. Questo fate in memoria di me!»

 

VENERDI’ SANTO

È il giorno più grande che la storia ricordi. Nessun giorno come questo è giorno di morte; nessun giorno come questo è giorno di Vita. Al cospetto del monda intero sta nella maestà della morte il Crocefisso: «La vita offrì la morte per portare con la morte la vita». È in questo giorno che incominciò per l’umanità un’era nuova: dell’amore e della grazia. La solenne funzione liturgica è divisa in quattro parti:

1- Lettura di alcuni grandi fatti del Vecchio Testamento, come il racconto della Pasqua Ebrea, e soprattutto il canto della Passione di Gesù, per narrarci le innumerevoli sofferenze di Gesù per poterci salvare.
2- Sull’altare vengono poste delle tovaglie di lino bianco e poi il Sacerdote celebrante inizia le solenni preghiere per la Chiesa Santa di Dio, per il nostro Beatissimo Papa Giovanni, per i Vescovi ed i Sacerdoti, per coloro che governano i popoli, per coloro che saranno rigenerati dalla grazia del Battesimo, per la necessità dei fedeli cosi presentate al Signore: «Preghiamo fratelli dilettissimi, Dio Padre Onnipotente, affinché purghi il mondo da tutti gli errori, disperda le malattie, scacci la fame, apra le carceri, spezzi le catene, accordi ai pellegrini il ritorno, agli infermi la sanità, ai naviganti il porto della salvezza». Inoltre alza la preghiera per l’unità della Chiesa, per la conversione dei Giudei e degli infedeli.
3- La III parte della solenne liturgia assume un aspetto veramente commovente: un ministro porta all’altare la Croce Velata ed il Sacerdote celebrante ponendosi presso i gradini dell’altare e scoprendo grado grado la Croce Velata canta con tono sempre crescente questa invocazione: «Ecco il legno della Croce, dal quale dipende la salvezza del mondo»; tutto il popolo inginocchiandosi risponde: «Venite, adoriamo!».

Terminato il rito dello scoprimento della Santa Croce, iniziando dal Sacerdote, tutti passano ad adorare la Croce ed a baciare il Crocefisso. Mentre con grande silenzio e raccoglimento si svolge questo rito, la Scuola di Canto ripete: «Popolo mio che ti ho fatto? O in che ti ho contristato? Rispondimi! lo ti esaltai con grande potenza e tu mi sospendesti al patibolo della Croce».
La S. Comunione termina poi il solenne rito del Venerdì Santo.

 

SABATO SANTO

Prima del tramonto di Venerdì, la salma di Gesù era nel sepolcro. La fine di colui che si era proclamato Figlio di Dio non poteva essere più ingloriosa: tradito da un discepolo, scomunicato dal Sinedrio, bestemmiato da un popolo intero, abbandonato perfino dai suoi apostoli, era morto sul patibolo degli schiavi in mezzo a due volgari malviventi. Ora il suo corpo giaceva nel sepolcro.
La vittoria dei nemici di Gesù era completa. Solo che il sedicente Figlio di Dio, ora chiuso e sigillato nel sepolcro, quando era ancora vivo aveva detto: «Dopo tre giorni risorgo!». La mattina della Domenica, le pie donne e i discepoli trovarono il sepolcro vuoto! Non il sepolcro, ma la risurrezione gloriosa è la conclusione della vita terrena di Gesù. Con le feste pasquali celebriamo solennemente il ricordo della risurrezione di Cristo; e perché questo ricordo sia veramente efficace, la Chiesa con riti solenni e suggestivi ci invita a cogliere abbondanti frutti della risurrezione di Cristo, mediante una completa e definitiva rinnovazione inferiore. I riti solenni della veglia pasquale li possiamo presentare in questo modo:

– Il canto della Luce: davanti alla porta della Chiesa viene benedetto il fuoco ed il grosso Cero Pasquale, simbolo di Cristo. Entrando poi dalla porta principale della Chiesa, il diacono che regge il cero, canta a voce solenne: «Lume di Cristo» mentre tutti rispondono: «Siano grazie a Dio». Mentre la processione della Luce entra in Chiesa con i ministri, tutte le luci vanno grado grado accendendosi. Quando il Cero è giunto all’altare, viene posto in centro e circondato da luce e incenso, viene esaltato nel suo simbolismo, con queste mirabili parole: «Si rallegri la terra irradiata da sì grandi splendori, e, illuminata dal fulgore dell’eterno Re, senta di essere finalmente liberata dalle ombre che avvolgevano il mondo intero».
– Il canto dell’acqua: mentre tutti invocano l’aiuto dei Santi, è posto davanti all’altare un recipiente d’acqua. Il Celebrante inizia la solenne benedizione e consacrazione, perché quest’acqua dovrà servire al Battesimo di tutti i nuovi bambini dell’anno. Terminato questo rito, prima che l’acqua sia portata al Sacro Fonte Battesimale, i presenti rinnovano le Promesse battesimali con le quali si rinunzia a Satana ed alle sue opere al mondo che è nemico di Dio e si promette di servire fedelmente il Signore nella Chiesa Cattolica.
– Il canto dell’Alleluia: tutto è pronto; i ministri hanno indossati gli abiti della gioia e l’altare è parato a festa con fiori e luci, ed ecco il momento solenne: con voce commossa il Sacerdote Celebrante canta il «Gloria in Excelsis», prorompe il suono dell’organo, tutte le campane sciolgono il loro concerto. È PASQUA DI RISURREZIONE! Ed allora: «Fratelli, se siete risuscitati con Cristo, cercate le cose del cielo, ove Cristo siede alla destra di Dio; abbiate il gusto delle cose celesti, non di quelle terrene. Poiché voi siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio. Quando Cristo, vostra vita, comparirà, allora anche voi apparirete con lui nella gloria».

 

PREGHIERA DI RESURREZIONE

Per tutto il dolore sofferto ridammi, Dio, la
speranza per cui ho sognato ad occhi aperti.
Tutto un seguir di nuvole sono stati i miei
pensieri; dolce mondo di favole.

Le cose tutte hanno spesso confinato col cielo e
pur mi ritrovo distante da Te.

Non più le piante, i fiori, il mare le albe, i tramonti
mi fanno piangere di gioia: è morta al mio viso
ogni traccia d’incanto. Il tempo ha scandito coi
giorni e le ore anche il vuoto nella mia vita.

C’era nelle stelle un mistero che m’incantava ed
ora non intendo più.

Di nient’altro ho bisogno, o Signore che di
risorgere con Te, null’altro desidero che Te.
Inasprisci il dolore, ma ridonami la resurrezione!

don Pierino