Vivi il servizio civile

Caritas diocesana di Brescia, forte dell’eredità di 40 anni di accompagnamento di oltre 3.000 giovani, prosegue con rinnovata convinzione il proprio impegno nel campo del servizio civile nazionale. Le iscrizioni al servizio civile scadono il 10 ottobre alle h.14.00. Consigliamo di prendere contatto prima possibile con Caritas Diocesana di Brescia

Sono 1000 le motivazioni per cui uno sceglie il servizio civile, raramente la radicalità di una scelta di servizio civile è all’origine: questa radicalità diventa però il frutto proprio dell’esperienza di servizio. Nella prospettiva di un giovane, per definizione nella fase della progettualità, rapportarsi con l’esperienza del servizio è significativo in vista di scelte vocazionali, che per essere vere devono essere caritatevoli e gratuite.

Così don Maurizio Rinaldi, direttore di Caritas diocesana di Brescia che, forte dell’eredità di 40 anni di accompagnamento di oltre 3.000 giovani, prosegue con rinnovata convinzione il proprio impegno nel campo del servizio civile nazionale: una proposta ad adesione libera per giovani italiani e stranieri, tra i 18 e i 28 anni, della durata di 12 mesi, che chiede un impegno complessivo di 1.145 ore (mediamente 25 ore settimanali), di cui 114 di formazione, con un compenso di 439,50  euro al mese (sono previste quattro settimane di permessi e le malattie retribuite). Per l’anno 2019/20 Caritas diocesana di Brescia, grazie alla rete di centri operativi accreditati come sedi di Servizio civile, propone 4 progetti articolati in altrettante aree di intervento, per un totale di 50 posti: “Progetto l’oro negli sguardi” (16 posti, per giovani che vogliono impegnarsi in attività di assistenza ed educative rivolte a minori; “Progetto la favola mia” (13 posti), per giovani che vogliono impegnarsi in attività di assistenza ed educative rivolte a minori; “Progetto tempo di crescere”, per giovani che vogliono impegnarsi in attività educative e di assistenza negli oratori; “Progetto integralmente” (8 posti), per giovani interessati a operare a supporto delle persone con disabilità media o grave.

Attenzione: le iscrizioni al servizio civile scadono il 10 ottobre alle h.14.00. Consigliamo di prendere contatto prima possibile con Caritas Diocesana di Brescia – Promozione Volontariato Giovanile che fornirà tutte le informazioni necessarie.

Contatti: Diego Mesa e sr Francesca Becattini
Promozione Volontariato Giovanile – Caritas diocesana di Brescia
Piazza Martiri di Belfiore, 4 – Brescia – tel. 030 3757746
e-mail: volontariatogiovanile@caritasbrescia.it
facebook: Volontari giovani Caritas Brescia

Giovani, per favore, non invecchiate!

Quando parliamo di “vecchiaia” generalmente ci riferiamo all’età anagrafica delle persone. Allora l’esortazione nel titolo di questo scritto è assurda, perché se si vive è impossibile non invecchiare; oppure è un’esortazione a togliersi la vita prima che arrivi la vecchiaia o, ancora, un augurio a morire prima che giunga la vecchiaia. Niente di tutto questo, naturalmente.

Intendo piuttosto esortare i giovani a rimanere giovani nell’animo, nei sogni, nelle relazioni, nei desideri, nelle mete da raggiungere, negli ideali… Ci sono, infatti, molti anziani – “vecchi” è un po’ dispregiativo! – che nell’animo sono ancora giovani, freschi, moderni, entusiasti, positivi, aperti al futuro, pur coscienti che sarà breve, e hanno imparato ad usare i mezzi moderni per mantenere vivi questi sentimenti… E ci sono giovani stanchi, rassegnati, sfascisti, demoralizzati, senza sogni, senza ideali, allineati, fotocopie gli uni degli altri sia nel parlare, come nel vestire, nelle scelte, nei comportamenti; giovani che già parlano così: “quando io ero giovane… ai miei tempi… non c’è futuro e speranza per noi… nella vita l’importante è avere salute, soldi, divertirsi fin che si può ed essere capaci di farsi rispettare”.

É così che si invecchia velocemente e presto! Perché con questo modo di pensare si va nella direzione di lasciarsi condizionare dalle cose che abbiamo o non abbiamo, dall’invidia e dalla gelosia, dallo sballo per un solo momento di euforia che passa presto e poi ti ripiomba nel tremendo quotidiano. É così che si diventa schiavi del giudizio degli altri, di un allineamento assurdo, della poca stima di stessi, delle cose che abbiamo che occupano il tempo e lo spazio e ci impediscono di rientrare in se stessi e tappano non solo orecchie e occhi, ma anche l’intelligenza e il cuore e impediscono di vivere la libertà per la quale siamo creati e nella quale possiamo vivere autentiche relazioni di amore, di amicizia, di dono. Gli strumenti che la moderna società ci mette nelle mani sono un ottimo aiuto per una vita migliore, ma l’uso che spesso se ne fa impedisce di crescere in umanità e crea grossi problemi relazionali, non solo generazionali, ma anche tra coetanei. Tutto ciò perché non si utilizzano per “servire” l’uomo e la donna nelle loro relazioni e come risposta ai veri bisogni, ma spesso per soffocare il grido di sofferenza che c’è in loro per la paura di affrontare il dolore, il sacrificio, qualche rinuncia e scelte che richiedo coraggio e scommessa su se stessi, senza cogliere che è proprio tutto questo che realizza in pienezza la nostra umanità.

Eppure, i giovani che usano nella direzione della ricerca di sé, dell’Altro e degli altri gli strumenti che abbiamo a disposizione (social e quant’altro) quanta soddisfazione trovano nel loro percorso, quanto guadagno di tempo e di energie, quante fonti di arricchimento intellettuale e spirituale, quanti “indirizzi” di realtà, luoghi, persone, comunità… per farsi aiutare nella loro ricerca, nella costruzione dei propri ideali di vita, nel cammino di soluzione di crisi affettive, spirituali, intellettuali, relazionali, vocazionali, di fede!

Allora sui social è necessario cercare esperienze positive, edificanti, costruttive, maestre di vita. Essi sono come l’albero in mezzo al giardino dell’Eden: segno di libertà. Spetta all’uomo e alla donna decidere: essere liberi dalle illusioni e prendere in mano sul serio la vita, lasciandoci guidare dall’Autore della vita, anche coi mezzi che abbiamo a disposizione; oppure renderci schiavi delle illusioni menzognere che ci prospettano la vita come un gioco, che semplicemente diverte e non richiede nessun impegno da parte di colui o colei che l’ha ricevuta in dono.

Chi accetta la prima proposta trova anche nei nuovi strumenti della tecnica e nella scienza proposte serie e belle per la ricerca personale di fede, vocazionale, professionale, spirituale… ne trova grande giovamento e viene proiettato verso orizzonti sempre più grandi di vita, che impegnano sì la persona, ma la portano verso quelle mete ambite che inizialmente non avevano forme precisa, ma man mano si delineano in modo sempre più preciso e danno quella pace interiore e quella sicurezza che rende l’animo perennemente giovane: è la giovinezza di chi scopre di essere abitato da Dio, che non ha età, perché è Eterno e ci ha fatti per l’eterna giovinezza.

Chi va nella seconda direzione invecchia presto perché consuma velocemente ogni esperienza e in poco si sente stanco, ma mai sazio. E questa distanza tra la stanchezza e l’impossibilità di continuare a “consumare” ciò che il mondo mette a disposizione rende infelice e disperata la persona: sì la rende “vecchia”! Vorrebbe, ma non può più. Desideri inappagati rendono triste e vecchio l’animo umano.

Solo se cerchiamo la Vita che è in noi e la cerchiamo con tutte le nostre forze e tutti i mezzi che abbiamo a disposizione, il nostro desiderio non andrà deluso, perché la Vita, che è Dio,  si mostra e si offre sempre a chi la cerca e ne sazia la fame, lasciandolo continuamente aperto al nuovo, che è l’eterna giovinezza.

Giovani, abbiamo bisogno che voi cerchiate questa Vita, per insegnare anche a noi adulti ad usare per questo scopo i nuovi strumenti e a non disprezzare mai quanto di buono oggi il mondo ci offre, orientarlo al bene. E, allora, cari giovani, non lasciate che questi strumenti vi rendano schiavi, perché invecchiereste prima di noi. Usateli per ritrovare la vostra libertà, la libertà dei figli di Dio e insegnate anche a noi la strada! Vi prego, giovani, non invecchiate! 

Giovani e oratori a Brescia

Il Convitto vescovile ha ospitato la presentazione del 6° quaderno della collana “Progetto storia dell’oratorio a Brescia”

Il Convitto Vescovile “San Giorgio” di Brescia ha ospitato nei giorni scorsi la presentazione del volume “Giovani e oratori a Brescia negli anni ‘70”, sesto quaderno della collana “Progetto storia dell’oratorio a Brescia”, curato da don Mario Trebeschi, e promosso da Fondazione Civiltà Bresciana, Università Cattolica e Centro Oratori Bresciani.

Dal tavolo dei relatori si sono succeduti diversi interventi. Dopo i saluti iniziali, portati da don Andrea Dotti, rettore del Convitto e don Carlo Tartari, ha preso la parola don Angelo Gelmini, vicario episcopale per il clero, ricordando l’importanza della testimonianza dei giovani degli anni ’70 nei confronti dei sacerdoti e della loro formazione. All’epoca, ha detto, “ci si auspicava che, per i sacerdoti, la teologia imparata in seminario diventasse un’esperienza concreta e che non ci fossero troppi veloci avvicendamenti di curati negli oratori”. A Giovanni Gregorini, uno dei promotori del progetto, è toccato poi il compito di introdurre il pubblico presente ad una conoscenza più approfondita del volume. “Questo progetto” ha detto “ha avviato un vero e proprio itinerario: ripercorrere la storia dell’oratorio a Brescia, infatti, è complesso perché questa storia coinvolge il clero, i religiosi, le famiglie e la società. Questo nuovo quaderno ci racconta alcuni aspetti e tratti distintivi della Chiesa bresciana confermandoci il suo carisma educativo e riconoscendo l’oratorio quale importante strumento d’evangelizzazione” ha concluso.

“Tra la fine degli anni ’60 e gli anni ’70, la Chiesa bresciana stava recependo gli stimoli del Concilio Vaticano II: al centro dell’attenzione c’era la Chiesa stessa e si operava a favore di una Chiesa quale comunità che segue e annuncia Cristo” ha esordito mons. Canobbio, che visse in prima persona il convegno giovanile del 16 e 17 giugno 1979 e tutte le fasi di preparazione dello stesso. “Ricordo bene il convegno come un momento di grande vitalità e non posso dimenticare come si respirasse tra i giovani un senso di corresponsabilità, molta voglia di fare rete e grande passione missionaria”.

Tra gli ultimi interventi, quello del professor Taccolini che, dopo aver espresso un convinto apprezzamento per l’opera, ha definito l’oratorio come “custode e testimone di profonde trasformazioni” prima di lasciare la parola all’autore del quaderno, don Trebeschi, che ne ha ripercorso, in breve, la genesi.

Animatori per il Grest!

Vuoi diventare animatore del Grest? É semplicissimo!

Basta compilare il modulo che trovi allegato alla pagina e partecipare ai tre incontri di formazione che si terranno lunedì 27, mercoledì 29 maggio e martedì 4 giugno alle ore 20.30 in aula verde.

Cosa aspetti?

Modulo iscrizione animatore

Francesco: una vita che fa da modello

Nell’omelia che il vescovo Tremolada ha pronunciato nel corso della Santa Messa nella basilica superiore di Assisi, l’invito rivolto ai tanti ragazzi presenti a seguire nella loro vita gli esempi e gli insegnamenti del poverello di Assisi

Un cielo carico di nuvole non ha tolto nulla alla gioia dell’incontro tra il vescovo Tremolada e gli oltre 2000 ragazzi bresciani, nati tra il 2005 e il 2007, che hanno vissuto un’intensa esperienza di tre giorni dal taglio vocazionale. È nella terra che ha dato i natali e ha visto fiorire la vocazione del “poverello” di Assisi che l’Ufficio per gli oratori, i giovani e le vocazioni hanno voluto chiamare a raccolta i ragazzi bresciani per consentire loro di comprendere, in una città in cui ogni angolo e ogni pietra racconta la “vita bella”, come si possa rispondere sì alla chiamata che il Signore ha pensato per ogni uomo.

Se il momento centrale della prima giornata di questa esperienza che ha preso il posto dell’ormai tradizionale “Roma Express” è stata la Santa Messa che il Vescovo ha celebrato nella basilica superiore davanti a tanti ragazzi, non meno importante è stato il “primo contatto” con le testimonianza di chi, frate o suora, ha già avuto modo di “fare i conti” con la dimensione vocazionale della propria vita.

Le immagini e i video che i ragazzi, tramite Whatsapp, Facebook e Instagram, hanno mandato a Brescia sono di quelle che non lasciano spazio a dubbi particolari: se l’obiettivo di quesra prima esperienza in terra di Assisi era di far toccare loro con mano la gioia del “bello del vivere”, la missione, già al termine della prima giornata, è stata abbondantemente raggiunta.

Mons. Pierantonio Tremolada ha praticamente accolto l’arrivo dei ragazzi bresciani ad Assisi; non si è sottratto alle richiese di foto di gruppo o di selfie per documentare il “c’ero anch’io” a una esperienza importante.

Nel corso della Messa, celebrata sotto le volte della Basilica superiore, il Vescovo ha indicando ai ragazzi lo splendido ciclo di affreschi di Giotto dedicato a San Francesco, li ha invitati a vivere una vita avendo come punto di riferimento gli insegnamenti di quel giovane che, più di 800 anni fa, si lasciò interpellare da quell’invito del Crocifisso ospitato nella chiesa diroccata di San Damiano a impegnarsi per la ricostruzione della “casa”. Ai tanti ragazzi riuniti in questo scrigno di arte e religiosità ha rivolto ancora l’invito di trovare, così come fece Francesco, il tempo del silenzio, degli spazi per la riflessione, a prendere a cuore, così come fece tanti anni prima quel loro coetaneo diventato santo, la natura. Parole importanti, quelle del vescovo Tremolada, che non hanno lasciato indifferenti, nonostante la fatica per il viaggio affrontato e la prima giornata assisiate, le centinaia di ragazzi presenti.

Il vescovo ai giovani: fate il bene

Sul modello della parabola del Buon Samaritano, il Vescovo, durante la Veglia delle Palme, ha esortato i giovani a prendersi cura dell’altro. E ha indicato anche alcune azioni concrete. Tra le scelte da fare, ha ricordato l’importanza dell’impegno politico

Cari giovani,

questa nostra cattedrale ci vede riuniti per un appuntamento che è diventato tradizionale e a cui anch’io tengo molto. Entriamo nella Settimana Santa e lo facciamo insieme anche grazie a questa Veglia di preghiera nella Domenica delle Palme, cui voi in particolare siete invitati. Ci apprestiamo a rivivere la Passione del Signore. Il nostro sguardo si fermerà sul Cristo crocifisso, sul suo volto offeso, sul suo corpo straziato. Ciò che non vedremo, che potremo solo percepire nella misura della nostra fede, è il sentimento del suo cuore: una benevolenza infinita per l’intera umanità, prigioniera spesso inconsapevole della sua malvagità. In questa grande misericordia, che nell’abbraccio della croce vince il male con il bene, va ricercato anche il segreto della stessa risurrezione del Signore, potenza di salvezza che si irradia dal suo cuore trafitto.

Siamo invitati questa sera a varcare la soglia della Settimana Santa ponendoci in ascolto di un testo del Vangelo di Luca che conosciamo bene e che ci è molto caro. L’abbiamo appena sentito proclamare. Si tratta della parabola del “buon samaritano”. Siamo abituati a definirla così. In realtà il samaritano della parabola non viene qualificato in questo modo: non si dice cioè che egli è buono. È piuttosto il suo comportamento che ha condotto le generazioni cristiane a formulare nel tempo – legittimamente – questo giudizio su di lui. In che cosa consiste dunque questa sua bontà? Perché diciamo giustamente di lui che è un uomo buono?  Sono domande che già sollecitano la nostra attenzione. E da subito vi inviterei a cogliere nel comportamento del protagonista di questa parabola un’eco particolare della rivelazione di Gesù. Vi esorto, cioè, a leggerla pensando alla sua persona e alla sua missione. Potremmo infatti dire che, raccontando questa parabola, Gesù parla di sé. Il suo pensiero è all’opera di salvezza che troverà compimento nella sua passione e risurrezione ormai prossima. L’intera vita di Gesù è stata una testimonianza d’amore. La parabola del buon samaritano ne mette bene in evidenza un aspetto molto importante, che proverei a esprimere così: la cura amorevole per l’umanità ferita. Chinarsi sull’umanità straziata dal male con la tenerezza di un cuore commosso e metterle a disposizione tutte le energie che si possiedono è indubbiamente un modo molto evidente ed efficace per dimostrarle il proprio amore. Così ha fatto il samaritano nei confronti dell’uomo incappato nei briganti; così ha fatto il Cristo nei confronti dell’intero genere umano; così siamo chiamati a fare noi, se davvero vogliamo essere suoi discepoli.

Su questo – cari giovani – vorrei dunque questa sera meditare con voi: sulla necessità di prendersi cura dell’umanità, facendosi carico del suo destino. Un simile compito – ne sono convinto – riguarda tutti, ma soprattutto riguarda voi. La giovinezza è infatti il tempo in cui le energie sono fresche, gli orizzonti ampi, lo slancio del cuore potente. È in questa stagione che si decide della propria vita. Ecco dunque una decisione da prendere mentre si è giovani: sentire il mondo come la propria casa e prendersi cura del prossimo. Lo Spirito santo vi aiuterà a capire che cosa questo vorrà dire per ciascuno di voi.

Ma veniamo dunque alla lettura del nostro brano di Vangelo. La parabola che Gesù racconta ha una sua ragion d’essere. Tutto parte dalla richiesta di un dottore della legge, cioè da un esperto delle Scritture e della Tradizione giudaica. Costui gli domanda: “Maestro, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?”. Gesù risponde rinviandolo a quella stessa legge di cui è maestro: “Che cosa sta scritto nella legge? Tu come la leggi?”. La risposta del dottore della legge è molto bella e per certi aspetti inattesa. A suo giudizio, infatti, tutta la legge si riconduce a questa duplice richiesta: amare Dio con tutto se stesso (cuore, anima, forza, mente) e amare il prossimo come se stesso. Si tratta di un’interpretazione suggestiva, che riassume nel comandamento dell’amore una normativa complessa di più di seicento precetti. Colpisce in particolare l’unificazione che qui avviene tra la dimensione verticale e la dimensione orizzontale: l’amore fa sintesi tra la relazione con Dio e la relazione con gli altri. Questi ultimi, poi, sono qualificati come “il prossimo”, cioè vicini, non distanti, non estranei, non nemici. Dunque, chi ama Dio amerà anche il prossimo; chi non ama il prossimo non potrà dire di amare Dio.

A questo punto però l’illustre interlocutore, volendo giustificarsi, pone una seconda domanda. Dice: “E chi è il mio prossimo?”, cioè: “Chi devo considerare come un vicino tra i diversi soggetti che la vita mi fa incontrare? A chi devo quell’amore che per me discende necessariamente dall’amore per Dio? Ai miei parenti? Ai miei amici? Ai miei connazionali? A chi mi fa del bene?”. Su questo punto Gesù ritiene ci si debba soffermare attentamente e questa volta offre la sua risposta. Lo fa appunto raccontando la parabola. Ascoltiamola dunque bene anche noi, cercando di capirne il senso profondo.

Un uomo – dice Gesù al suo interlocutore – viene a trovarsi all’improvviso in una situazione estremamente critica. Mentre percorre incautamente la strada che in pieno deserto scende da Gerusalemme a Gerico, è assalito dai briganti, che gli rubano tutto ciò che ha, lo percuotono a sangue e lo abbandonano al suo destino. Rimane accasciato e sanguinate sul ciglio della strada.

Un sacerdote prima e poi un levita si trovano per caso a passare per quella stessa strada. Anch’essi stanno scendendo da Gerusalemme a Gerico. Con ogni probabilità sono stati al tempio: sono infatti – li potremmo definire così – due “uomini della religione”. Il sacerdote è colui che compie i riti sacrificali e il levita è il suo assistente. Entrambi vedono quell’uomo tramortito e sanguinante. “Certamente si avvicineranno – verrebbe da pensare – e lo aiuteranno”. Non è così. Passano oltre tenendosi accuratamente a distanza. Il testo rimarca in entrambi i casi questo particolare: non si avvicinano. Li può giustificare il fatto che il contatto con il sangue nella normativa giudaica rendeva impuri? La retta coscienza direbbe di no. Di più: una retta coscienza avanzerebbe seri dubbi su una religione che per qualsiasi ragione ti impedisce di soccorrere un disperato.

Ed eccoci al samaritano. Merita ricordare – come dimostra il racconto dell’incontro tra Gesù e la donna samaritana nel Vangelo di Giovanni (cfr. Gv 4,9) – che i Samaritani erano considerati dai Giudei stranieri e nemici, gente impura da cui tenersi lontano. Quest’uomo, che ogni Giudeo disprezzerebbe, si comporta nella circostanza in modo esemplare, opposto a quello dei due autorevoli Giudei che lo hanno preceduto. Egli non si tiene lontano dallo sfortunato viaggiatore ma gli si avvicina: si fa prossimo dell’uomo abbandonato sul ciglio della strada e in questo modo lo rende prossimo a se stesso.

Dobbiamo fare molta attenzione ai verbi che descrivono il comportamento del samaritano. La parabola qui entra nel dettaglio. Si dice anzitutto che egli, alla vista di quell’uomo si commuove. Il verbo utilizzato è molto forte: allude a un moto interiore di compassione, a un fremito di pietà che nasce dal profondo, istintivo e incontenibile. Qui in gioco ci sono i sentimenti. La sofferenza di questo sconosciuto trafigge il cuore di un uomo che subito si rivela buono. Dal cuore si passa poi alla mente e alle mani, cioè all’azione. L’anonimo samaritano si attiva con lucidità e determinazione. Lo fa prendendosi cura di questo sconosciuto con un’azione che si articola – potremmo dire così – a tre livelli: anzitutto ad un livello immediato, cioè di primo soccorso, versando lì sul posto olio e vino sulle ferite sanguinanti; poi ad un secondo livello, che potremmo definire di assistenza, caricandolo sulla sua cavalcatura, conducendolo ad una locanda e vegliandolo per l’intera notte; infine, ad un terzo livello, che potremmo qualificare di assicurazione o di messa in sicurezza, estraendo del denaro, chiedendo all’albergatore di prendersi cura di lui nei giorni a venire e impegnandosi – pericolosamente – a rifonderlo di quanto avesse speso in più per il suo pieno ristabilimento.

Il senso della parabola diviene così chiaro e permette di rispondere alla domanda posta a Gesù dal dottore della legge. Ecco chi è secondo Gesù il “nostro prossimo”: è colui al quale noi ci avviciniamo per primi, annullando qualsiasi distanza; è colui che rendiamo vicino a noi facendoci noi vicini a lui, lasciandoci commuovere dalla sua sofferenza, prendendoci cura di lui con intelligenza e generosità, condividendo il suo desiderio di vita.

Questo è l’appello che vorrei accogliessimo questa sera, l’invito che credo il Signore rivolga – cari giovani – in particolare a voi all’inizio di questa Settimana Santa. Lo formulerei così: siate persone che sanno prendersi cura, fatevi prossimo di ognuno che incrocia la vostra strada. Ricordatevi di questo samaritano, che in verità è figura del Cristo Signore.

Prendersi cura è un modo concreto di amare, una delle forme più efficaci della carità. Per coglierne pienamente la verità e la bellezza occorrerà tuttavia ricordare, alla luce di questa parabola, che la cura per il prossimo ha due versanti reciprocamente connessi: quello del sentire e quello dell’agire, quello del cuore e quello della mente e della mano. Prendersi cura significa intervenire a favore degli altri, ma prima ancora significa guardarli con bontà. Solo chi si lascia ferire dalle ferite altrui le saprà curare. C’è bisogno anzitutto di un grande cuore, di uno sguardo commosso. C’è bisogno di rispetto e di affetto. La cronaca anche recente ci dimostra purtroppo che della debolezza altrui si può approfittare e che sulle fragilità si può infierire. Il bullismo tra i ragazzi, gli insulti razzisti tra gli adulti, l’abuso sui minori, la violenza nei confronti delle donne, i maltrattamenti degli anziani, lo sfruttamento di chi ha bisogno di lavoro sono segnali inquietanti e dolorosi. E poi c’è l’indifferenza, il passare oltre, il far finta di non vedere o addirittura il fastidio di fronte a chi è fragile. Voi – cari giovani – non siate così: guardatevi da tutto questo. Non rendetevi complici dell’ingiustizia e non siate freddi o apatici. Coltivate invece sentimenti limpidi, onesti e intensi. Versate sulle ferite di chi è fragile il balsamo della benevolenza. Fatelo attraverso lo sguardo buono del fratello, che si fa vicino e lascia percepire la tenerezza del Cristo redentore.

E poi fate il bene. Agite. Attivatevi, con sensibilità, con intelligenza e con decisione. Siate come questo samaritano buono e solerte, cui Gesù raccomanda di ispirarsi. Il suo prendersi cura, come abbiamo visto, si è concretizzato a tre livelli: il primo soccorso, l’assistenza e la messa in sicurezza. Credo si possano riconoscere qui tre inviti precisi, che rendono più chiaro a tutti noi l’impegno cristiano della cura per il nostro prossimo. Vorrei precisarli brevemente.

Vi è anzitutto il primo soccorso, cioè il dovere di farsi vicino a chi è nel bisogno immediato o primario, di chi non ha il necessario, di chi vede compromessa la sua vita e la sua dignità. I destinatari di questa prima forma della cura sono i poveri, coloro che non hanno il cibo, il vestito, un tetto, un lavoro; coloro che non possono far fronte da se stessi ai bisogni propri e dei propri cari; coloro che devono dipendere dagli altri a causa della propria indigenza. Ecco dunque il primo invito per voi: siate giovani che amano i poveri, che non si dimenticano di loro, che non guardano dall’altra parte ma si fanno carico delle loro necessità. Penso anzitutto ai poveri della porta accanto, del vostro ambiente di vita, dei vostri paesi e quartieri, ma poi anche a quelli più lontani, di cui ci danno notizia i potenti mezzi della comunicazione che hanno fatto del nostro pianeta un villaggio. Una delle forme privilegiate di aiuto ai poveri è l’elemosina: non trascuratela. Ma i poveri domandano anche ascolto, accoglienza e condivisione.

Il secondo livello della cura per il prossimo, di cui il samaritano ci offre testimonianza, è quello dell’assistenza. Si deve pensare qui ad una vicinanza quotidiana che non riguarda semplicemente i bisogni immediati ma il vissuto nel suo insieme. È un’attenzione vigilante, tipica di chi considera propria l’esistenza altrui e intende contribuire alla felicità di tutti lì dove è chiamato a operare. Essa si concretizza in scelte precise, che conferiscono una forma chiara al proprio agire, secondo la regola del Vangelo. Ne vorrei ricordare tre: un impegno fattivo e quotidiano a favore del proprio ambiente, per renderlo più sereno e più accogliente; un esercizio della professione contraddistinto da uno stile solidale e dal desiderio di contribuire con il proprio lavoro al bene di tutti; la scelta del volontariato, in forma associativa o personale, attraverso il quale mettere gratuitamente le proprie energie a disposizione dell’intera collettività.

Vi è infine il terzo livello del prendersi cura, quello del consolidamento della situazione o della messa in sicurezza. Esso fa riferimento ad un’opera che incide sulle strutture e contribuisce a dare stabilità e armonia al vissuto di tutti. Vedo qui un’allusione all’impegno politico, alla responsabilità propria di chi si dedica al bene comune nella forma del governo della società, della responsabilità diretta in ambito istituzionale. È questo un aspetto che personalmente mi sta molto a cuore. Come ho avuto modo di sottolineare nell’omelia in occasione della festa dei santi patroni Faustino e Giovita, ritengo che la politica esiga in questo momento un rilancio di simpatia e di dedizione. Essa merita tutta la nostra considerazione per l’importanza che oggettivamente riveste nel quadro della convivenza sociale. Le grandi sfide di questo cambiamento d’epoca vanno affrontate primariamente attraverso una progettualità di tipo politico, da elaborare sulla base di una visione altamente spirituale. Vorrei raccomandarvi – cari giovani – di non sottrarvi a questa responsabilità, di non scartare a priori questo impegno, di guardare alla politica con passione e serietà. Non temete la politica e non giudicatela negativamente. Questa scelta rientri nel discernimento che siete chiamati a compiere in questa stagione della vita. Domandatevi se questa non potrebbe essere la vostra strada, se non dovete al riguardo riconoscervi doti e sensibilità, se i vostri stessi studi non possono di fatto aprirvi a tali prospettive. Vorrei raccomandarvi, a questo riguardo, di mantenere viva l’attenzione nei confronti della nostra azione pastorale: è infatti mio desiderio che nei prossimi anni si giunga a formulare in questo ambito proposte concrete, nella linea della formazione della coscienza e della condivisione fraterna. Mi piacerebbe poter contare per questo sulla vostra adesione e collaborazione.

Prendersi cura del prossimo: è l’appello che ci giunge dalla testimonianza del buon samaritano, figura del Cristo Signore. Come al dottore della legge, anche a noi Gesù dice: “Va’ e anche tu fa lo stesso!”. Una frase che suona come un vero e proprio mandato e che ognuno di noi deve sentire rivolta a se stesso. Entrando nella Settimana Santa, invoco lo Spirito santo e a lui chiedo che vi renda sempre più consapevoli del valore e della bellezza di questo compito, che scaturisce direttamente dalla croce del Signore e a cui è segretamente legata la promessa della beatitudine. La Madre di Dio, partecipe ai piedi della croce del mistero della redenzione, interceda per noi e ci sostenga in quest’opera di bene, alla quale per grazia di Dio vogliamo dare compimento. 

Camposcuola in montagna!

All’interno delle proposte per le attività estive, ecco quella dei campi scuola sempre molto frequentati e apprezzati. La destinazione, quest’anno, è San Giacomo in Val Aurina.

Due sono le opportunità: la prima, per i ragazzi delle scuole medie, prevista per i giorni dal 20 al 27 luglio e la seconda, per i ragazzi delle superiori, prevista dal 27 luglio al 3 agosto.

La casa che ci ospiterà è l’Hotel Kappellenhoff. Il viaggio di andata e ritorno, per entrambe i campi, sarà in pullman. La quota di partecipazione alle spese che chiediamo a quanti si vorranno iscrivere è di € 280,00. Ulteriori e dettagliate informazioni saranno fornite durante l’incontro esplicativo con i genitori previsto per martedì 11 giugno 2013 alle ore 21.00 in Oratorio.

Cosa state aspettando?!

Scarica il modulo di iscrizione.

Quaresima Giovani 2019

Giovani di Preghiera e Veglia delle Palme

Giovani di preghiera

Scuola di preghiera con il Vescovo Pierantonio giovedì 14, 21 marzo e 4 aprile alle ore 20.45 nella chiesa di San Cristo (via Piamarta, 9 – Missionari Saveriani)

Veglia delle Palme

Sabato 13 aprile dalle ore 20.00 in 4 chiese della città:

  • Basilica di S. Maria delle Grazie (per Val Camonica, Sebino e Franciacorta e Fiume Oglio)
  • Chiesa di S. Maria della Pace (Pianura)
  • Chiesa di S. Francesco d’Assisi (Val Trompia, Val Sabbia e Benaco)
  • Chiesa parrocchiale dei Santi Nazaro e Celso (Città e Hinterland)

Segue processione verso piazza Paolo VI e omelia del Vescovo Pierantonio.

Animatori grest Milzanello

Don Ciro attende i ragazzi/e che desiderano collaborare come animatori al grest di Milzanello che avrà luogo dal 10 al 30 giugno 2019. Devono essere nati dal 2004 in avanti, e dovranno essere presenti a tutte e tre le settimane di attività, oltre che ad alcuni incontri preparatori nei sabati di maggio. Siete pregati di lasciare i vostri nomi personalmente a don Ciro giovedì 21 febbraio alle ore 16.00 fino a esaurimento posti, poiché il numero degli animatori deve essere proporzionato al numero dei ragazzi.

Sui passi di Francesco

Dal 23 al 25 aprile, il Centro oratori bresciani organizza un pellegrinaggio ad Assisi con il vescovo Pierantonio

È ancora vivo nella memoria delle migliaia di giovani bresciani il ricordo dell’esperienza vissuta con il vescovo Pierantonio quando in aula Nervi, lo scorso 7 aprile nel corso di Roma Express, hanno incontrato papa Francesco.

Meta. Quest’anno cambia la meta, ma non le attese e le speranze dei circa 1.200 ragazzi che si sono già iscritti al tradizionale pellegrinaggio di primavera: destinazione Assisi, sui passi di San Francesco. Il pellegrinaggio, promosso dalla Diocesi grazie all’organizzazione del Centro oratori bresciani e al supporto logistico di Brevivet, si terrà dal 23 al 25 aprile.

Cob. “Scegliere Assisi – ha sottolineato don Claudio Laffranchini, vice direttore del Cob – significa concentrarsi sulla bellezza della santità. La figura di San Francesco ci permetterà di entrerà in questa bellezza, in questo cammino in cui ognuno di noi è inserito, proprio come ci sprona a fare il nostro Vescovo. Con lui faremo questo pellegrinaggio ad Assisi, cercando di conoscere, attraverso alcune testimonianze, la vita di questo santo”.

L’appuntamento più atteso della prima giornata è la S.Messa con il vescovo Pierantonio nella Basilica Superiore di San Francesco. Qui darà il mandato ai partecipanti, ai ragazzi nati negli anni 2005/2006/2007. Il pellegrinaggio proseguirà poi alla scoperta dei luoghi cari a S. Francesco attraverso l’ascolto di diverse testimonianze: nella chiesa di San Domenico potranno ascoltare le parole di un frate, nella Basilica di S. Francesco, la catechesi sul ciclo pittorico di Giotto, nella chiesa di Santa Chiara è prevista la testimonianza di una Clarissa, mentre al Santuario della Spoliazione, la proposta vocazionale a cura del Seminario minore.

Cammino. Attraverso il cammino sui passi di San Francesco, “si crea un bell’intreccio – sono ancora parole di Laffranchini – fra l’esperienza di Chiesa e quella della testimonianza. Vedere tanti ragazzi insieme in questo cammino di santità ‘incontrando’ alcuni testimoni come S. Francesco e altre figure che ci parlano della bellezza di questo percorso ci permette di creare un perfetto connubio fra Chiesa e testimonianza”.

Informazioni. Sono due i pacchetti proposti: quello diocesano (175 euro a pellegrino) e l’iscrizione per gruppi autonomi (5 euro). Giovedì 11 aprile alle 20.30, a pochi giorni dalla partenza, è in calendario l’incontro dei capigruppo e la consegna dei materiali di viaggio a Casa Foresti in via Giovanni Asti 21 a Brescia. Per ulteriori informazioni è possibile consultare il sito del Centro oratori bresciani