Paolo – La centralità di Gesù Cristo

Benedetto XVI racconta san Paolo. Udienza generale, 08.11.2006

Cari fratelli e sorelle,

nella catechesi precedente, quindici giorni fa, ho cercato di tracciare le linee essenziali della biografia dell’apostolo Paolo. Abbiamo visto come l’incontro con Cristo sulla strada di Damasco abbia letteralmente rivoluzionato la sua vita. Cristo divenne la sua ragion d’essere e il motivo profondo di tutto il suo lavoro apostolico. Nelle sue lettere, dopo il nome di Dio, che appare più di 500 volte, il nome che viene menzionato più spesso è quello di Cristo (380 volte). È dunque importante che ci rendiamo conto di quanto Gesù Cristo possa incidere nella vita di un uomo e quindi anche nella nostra stessa vita. In realtà, Cristo Gesù è l’apice della storia salvifica e quindi il vero punto discriminante anche nel dialogo con le altre religioni.

Guardando a Paolo, potremmo formulare così l’interrogativo di fondo: come avviene l’incontro di un essere umano con Cristo? E in che cosa consiste il rapporto che ne deriva? La risposta data da Paolo può essere compresa in due momenti. In primo luogo, Paolo ci aiuta a capire il valore assolutamente fondante e insostituibile della fede. Ecco che cosa scrive nella Lettera ai Romani: «Noi riteniamo che l’uomo viene giustificato per la fede, indipendentemente dalle opere della Legge» (3,28). E così pure nella Lettera ai Galati: «L’uomo non è giustificato dalle opere della Legge, ma soltanto per mezzo della fede in Gesù Cristo; perciò abbiamo creduto anche noi in Gesù Cristo per essere giustificati dalla fede in Cristo e non dalle opere della Legge, poiché dalle opere della Legge non verrà mai giustificato nessuno» (2,16). «Essere giustificati» significa essere resi giusti, cioè essere accolti dalla giustizia misericordiosa di Dio, ed entrare in comunione con Lui, e di conseguenza poter stabilire un rapporto molto più autentico con tutti i nostri fratelli: e questo sulla base di un totale perdono dei nostri peccati. Ebbene, Paolo dice con tutta chiarezza che questa condizione di vita non dipende dalle nostre eventuali opere buone, ma da una pura grazia di Dio: «Siamo giustificati gratuitamente per sua grazia, in virtù della redenzione realizzata da Cristo Gesù» (Rm 3,24).

Con queste parole san Paolo esprime il contenuto fondamentale della sua conversione, la nuova direzione della sua vita risultante dal suo incontro col Cristo risorto. Paolo, prima della conversione, non era stato un uomo lontano da Dio e dalla sua Legge. Al contrario, era un osservante, con una osservanza fedele fino al fanatismo. Nella luce dell’incontro con Cristo capì, però, che con questo aveva cercato di costruire se stesso, la sua propria giustizia, e che con tutta questa giustizia era vissuto per se stesso. Capì che un nuovo orientamento della sua vita era assolutamente necessario. E questo nuovo orientamento lo troviamo espresso nelle sue parole: «Questa vita che io vivo nella carne io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal 2, 20).
Paolo, quindi, non vive più per sé, per la sua propria giustizia. Vive di Cristo e con Cristo: dando se stesso, non più cercando e costruendo se stesso. Questa è la nuova giustizia, il nuovo orientamento donatoci dal Signore, donatoci dalla fede. Davanti alla croce del Cristo, espressione estrema della sua autodonazione, non c’è nessuno che possa vantare se stesso, la propria giustizia fatta da sé, per sé! Altrove Paolo, riecheggiando Geremia, esplicita questo pensiero scrivendo: «Chi si vanta si vanti nel Signore» (1 Cor 1,31 = Ger 9,22s); oppure: «Quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo del quale il mondo per me è stato crocifisso come io per il mondo» (Gal 6,14).

Riflettendo su che cosa voglia dire giustificazione non per le opere ma per la fede, siamo così arrivati alla seconda componente che definisce l’identità cristiana descritta da san Paolo nella propria vita. Identità cristiana che si compone proprio di due elementi: questo non cercarsi da sè, ma riceversi da Cristo e donarsi con Cristo, e così partecipare personalmente alla vicenda di Cristo stesso, fino ad immergersi in Lui e a condividere tanto la sua morte quanto la sua vita. È ciò che Paolo scrive nella Lettera ai Romani: «Siamo stati battezzati nella sua morte… siamo stati sepolti con lui… siamo stati completamente uniti a lui… Così anche voi consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio in Cristo Gesù» (Rm 6,3.4.5.11). Proprio quest’ultima espressione è sintomatica: per Paolo, infatti, non basta dire che i cristiani sono dei battezzati o dei credenti; per lui è altrettanto importante dire che essi sono «in Cristo Gesù» (cfr anche Rm 8,1.2.39; 12,5; 16,3.7.10; 1 Cor 1,2.3, ecc.). Altre volte egli inverte i termini e scrive che «Cristo è in noi/voi» (Rm 8,10; 2 Cor 13,5) o «in me» (Gal 2,20). Questa mutua compenetrazione tra Cristo e il cristiano, caratteristica dell’insegnamento di Paolo, completa il suo discorso sulla fede. La fede, infatti, pur unendoci intimamente a Cristo, sottolinea la distinzione tra noi e Lui. Ma, secondo Paolo, la vita del cristiano ha pure una componente che potremmo dire ‘mistica’, in quanto comporta un’immedesimazione di noi con Cristo e di Cristo con noi. In questo senso, l’Apostolo giunge persino a qualificare le nostre sofferenze come le «sofferenze di Cristo in noi» (2 Cor 1,5), così che noi «portiamo sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo» (2 Cor 4,10).

Tutto questo dobbiamo calarlo nella nostra vita quotidiana seguendo l’esempio di Paolo che è vissuto sempre con questo grande respiro spirituale. Da una parte, la fede deve mantenerci in un costante atteggiamento di umiltà di fronte a Dio, anzi di adorazione e di lode nei suoi confronti. Infatti, ciò che noi siamo in quanto cristiani lo dobbiamo soltanto a Lui e alla sua grazia. Poiché niente e nessuno può prendere il suo posto, bisogna dunque che a nient’altro e a nessun altro noi tributiamo l’omaggio che tributiamo a Lui. Nessun idolo deve contaminare il nostro universo spirituale, altrimenti invece di godere della libertà acquisita ricadremmo in una forma di umiliante schiavitù. Dall’altra parte, la nostra radicale appartenenza a Cristo e il fatto che «siamo in Lui» deve infonderci un atteggiamento di totale fiducia e di immensa gioia. In definitiva, infatti, dobbiamo esclamare con san Paolo: «Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?» (Rm 8,31). E la risposta è che niente e nessuno «potrà mai separarci dall’amore di Dio che è in Cristo Gesù, nostro Signore» (Rm 8,39). La nostra vita cristiana, dunque, poggia sulla roccia più stabile e sicura che si possa immaginare. E da essa traiamo tutta la nostra energia, come scrive appunto l’Apostolo: «Tutto posso in colui che mi dà la forza» (Fi1 4,13).

Affrontiamo perciò la nostra esistenza, con le sue gioie e i suoi dolori, sorretti da questi grandi sentimenti che Paolo ci offre. Facendone l’esperienza potremo capire quanto sia vero ciò che lo stesso Apostolo scrive: «So a chi ho creduto, e sono convinto che egli è capace di conservare il mio deposito fino a quel giorno», cioè fino al giorno definitivo (2 Tm 1,12) del nostro incontro con Cristo Giudice, Salvatore del mondo e nostro.

Pellegrini nella terra di Gesù

Le impressioni e le riflessioni del vescovo Tremolada al termine del pellegrinaggio in Terra Santa, col desiderio di tornarci con i giovani

Dal 21 al 28 giugno scorso mons. Tremolada ha presieduto il suo primo pellegrinaggio da vescovo di Brescia. Con lui hanno condiviso l’esperienza in Terra Santa 160 bresciani. All’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv, prima di imbarcarsi sull’aereo che lo avrebbe riportato in Italia, ha tracciato un bilancio di questo pellegrinaggio che l’ha visto passare e sostare in preghiera tra molti dei luoghi che hanno segnato la vita terrena di Gesù.

Eccellenza, perché è importante compiere un pellegrinaggio in Terra Santa?

Il pellegrinaggio in Terra Santa è importante perché oltre all’esperienza dell’ascolto della Parola consente anche quella della vista. Personalmente credo molto nell’interazione tra la lettura del testo biblico e la visione dei luoghi biblici. Vedere ci permette di dare al testo che ascoltiamo, alla narrazione del mistero di Gesù, il suo ambiente. Questo è un aspetto molto importante in vista di una comprensione più autentica di ciò che i Vangeli, in particolare, e più in generale la Bibbia, raccontano.

Esiste il rischio che le persone che vivono l’esperienza del pellegrinaggio in Terra Santa possano restare disorientate da una possibile discrepanza tra l’idea che si erano fatte di questi luoghi e la loro realtà…

Credo che un certo disorientamento possa essere anche salutare: purifica l’immaginazione e contribuisce a dare anche una scossa salutare, permettendo di stabilire un collegamento tra ciò che abbiamo ascoltato e ciò che realmente è accaduto. Vedere ambienti e siti come Nazareth, Cafarnao, Cana (anche se alcuni più di altri richiedono un certo sforzo di immaginazione per i cambiamenti che hanno conosciuto nel corso dei secoli) aiuta a creare il contesto giusto per la lettura e la corretta comprensione di tanti brani.

Il pellegrinaggio in Terra Santa è un’esperienza particolare, probabilmente diversa da quella in tanti altri luoghi della fede. Quali sono le condizioni per affrontarlo?

L’esperienza del pellegrinaggio va divisa in tre momenti. C’è quello della preparazione che consiste soprattutto nel disporsi a vivere un’esperienza che ancora non si conosce appieno e che chiede al pellegrino anche la disponibilità a lasciarsi colpire, interpellare da quello che vedrà. Si tratta di una predisposizione spirituale, che porta con sé la disponibilità ad alimentare un desiderio e a purificare l’immaginazione. È poi necessario maturare la convinzione che l’esperienza del pellegrinaggio sarà un dono, anche se questa dimensione la si percepisce soprattutto dopo averla vissuta. C’è poi il secondo momento, quello del pellegrinaggio dove è necessario vivere ciò che di giorno in giorno succede e ciò che il cammino propone, anche con un po’ di senso di sorpresa e lasciandosi scuotere in senso positivo, disposto anche a rivedere alcune delle convinzioni precostituite. Il terzo momento, molto importante, è quello in cui andare con la mente a quello che si è vissuto, tornare con il ricordo sui momenti principali o che il pellegrino ha percepito come significativi e su quelli che sono stati i luoghi fondamentali.

Quella appena conclusa è stata la sua prima esperienza in Terra Santa come Vescovo di Brescia, con un gruppo di 160 pellegrini. Cosa le ha lasciato?

Più volte sono stato pellegrino in Terra Santa. Vivere, però, questa esperienza da Vescovo, con un numero così consistente di pellegrini ha un sapore del tutto diverso. Sono state giornate per me molto arricchenti e significative; ho gustato in modo particolare le celebrazioni che abbiamo vissuto insieme.

Pasqua è ripartire insieme, con Gesù risorto

Tutti noi facciamo continue esperienze di piccoli e grandi fallimenti nella nostra vita, perché nessuno è perfetto quantunque tutti siamo in ricerca della perfezione. Del resto è Dio stesso che ci chiede di camminare verso questa meta: “Siate santi perché io, il Signore Dio vostro, sono santo”; “Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro Celeste”. Ebbene, questo cammino di perfezione o di santità chiede una perseveranza, che di fronte ai cedimenti non si lascia abbattere e che, anzi, rafforza il coraggio di rialzarsi e di ripartire. Dio che ci chiama alla santità non è impaziente e frettoloso, solo ci chiede di non stancarci, di non cedere alla delusione, di non lascarci vincere dallo scoraggiamento o dalla paura di non farcela. Ci chiede di ricominciare ogni volta. Tutta la nostra vita qui sulla terra è sempre un nuovo inizio, fin quando saremo introdotti nella pienezza della vita. E Dio ce ne dà sempre la possibilità; anzi è lui stesso che ci incoraggia e ci dà i mezzi per riprendere ogni volta.

Del resto Gesù, il Figlio di Dio, così ha fatto con i suoi apostoli. Ricordate Pietro che voleva essere maestro di Gesù, insegnandogli come si fa a fare il Messia? Lo ricordate quando afferma che darà la vita per Gesù, mentre poi nell’orto degli ulivi invece di far compagnia a Gesù si addormenta e con lui Giacomo e Giovanni? Questi ultimi, poi, mentre Gesù annunciava la sua passione e morte, pensavano ai posti da occupare nel regno di Gesù. Ricordate quando di fronte alla domanda – “anche tu sei uno dei discepoli di Gesù?” – per tre volte Pietro ha risposto: “Non lo conosco”? Ricordate il tradimento di Giuda, che ha venduto Gesù per trenta denari? Ricordate l’affermazione riportata nel Vangelo secondo Marco, dopo che Gesù venne arrestato nell’orto degli ulivi: “Allora tutti lo abbandonarono e fuggirono”? E questi sono solo alcuni dei fatti che dicono la fragilità degli Apostoli di Gesù.

Eppure Gesù, anche dopo il loro abbandono, appena risorto li ha cercati, ha dato loro ducia e ha affidato la sua Chiesa. Noi oggi siamo i discepoli di Gesù.

Seguirlo non è facile!

Per questo è necessario un cammino lungo di allenamento, durante il quale ci si fortifica nella fede, nell’amore a Lui e al prossimo, un amore che ci chiede il dono completo di noi stessi. Tutto ciò richiede sì impegno, ma anche accettazione di sé, delle proprie debolezze, delle cadute e dei fallimenti… per poter capire e accettare gli altri così come sono e camminare insieme, sostenendoci a vicenda. Non per niente Gesù, mentre portava la sua croce al Calvario, è caduto sotto il suo peso, ma sempre si è rialzato perché voleva giungere alla meta: l’innalzamento sulla croce per passare alla gloria della risurrezione. E in questo cammino, per potercela fare, ha accettato l’aiuto di Simone di Cirene. Le sue cadute sono il segno della debolezza della nostra umanità, che lui portava per noi. Questa umanità pur debole, grazie a Lui ora è capace di rialzarsi e di riprendere il cammino per giungere fino alla meta: la risurrezione di ogni giorno dalle nostre cadute e, poi, la risurrezione finale. Il passaggio necessario è, certo, la croce, ma la meta è la risurrezione e la vita. Siamo, dunque, invitati a ripartire ogni giorno, ogni momento, chiedendo e accettando l’aiuto di Dio e dei nostri fratelli, senza sentirci umiliati, bensì amati di un amore che purifica, rinnova, rafforza e conduce alle vittorie temporanee e a quella definitiva.

E la Pasqua annuale è il tempo e il luogo più propizio per consegnare tutte le nostre sconfitte, i nostri peccati, le nostre lacerazioni… a quel Dio che, per mezzo della croce e risurrezione di Gesù, se ne fa carico e ci ridona l’energia necessaria per risorgere a vita nuova e riprendere il cammino dietro a Gesù. Un cammino di discepoli che versano lacrime di pentimento e allo stesso tempo di gioia per essere riammessi alla vita divina ricevuta nel battesimo, come le lacrime di Pietro dopo il suo rinnegamento.

Ripartiamo insieme in questa nuova Pasqua. Ripartiamo da uomini e donne nuovi con la stessa gioia degli apostoli che, dopo aver abbandonato Gesù alla sua sorte, convinti di non poterlo più rivedere e di non meritare di rivederlo, lo vedono tornare raggiante di luce, per accogliere il loro dolore e il loro pentimento e trasformarlo in una gioia incontenibile, che li rende nuovamente disponibili alla sequela e alla missione che Gesù vuole affidare loro.

Questa è la Pasqua: riconoscere che Gesù mostra la sua potenza d’amore proprio attraverso la nostra debolezza, da noi riconosciuta e da lui redenta.

Buona Pasqua a tutti.

Vogliamo vedere Gesù

Vangelo di Giovanni 12,20-33 commentato dal Vescovo di Brescia, mons. Pierantonio Tremolada.

20Tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa, c’erano anche alcuni Greci. 21Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli chiesero: «Signore, vogliamo vedere Gesù». 22Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. 23Gesù rispose: «E’ giunta l’ora che sia glorificato il Figlio dell’uomo. 24In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. 25Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo la conserverà per la vita eterna. 26Se uno mi vuol servire mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servo. Se uno mi serve, il Padre lo onorerà. 27Ora l’anima mia è turbata; e che devo dire? Padre, salvami da quest’ora? Ma per questo sono giunto a quest’ora! 28Padre, glorifica il tuo nome». Venne allora una voce dal cielo: «L’ho glorificato e di nuovo lo glorificherò!».

29La folla che era presente e aveva udito diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: «Un angelo gli ha parlato». 30Rispose Gesù: «Questa voce non è venuta per me, ma per voi. 31Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. 32Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me». 33Questo diceva per indicare di qual morte doveva morire.

Natale: Gesù, il missionario del Padre, ci chiama a condividere la Sua missione

La lettera agli Ebrei, nel presentare il sacerdozio di Gesù, attribuisce a Lui la disponibilità a Dio Padre, dichiarata nel Salmo 40: “Allora io dissi: Ecco, io vengo – nel rotolo del libro è stato scritto di me – o Dio, per fare la tua volontà”. E il rotolo del libro a cui si riferisce il Salmo potrebbe essere il testo che riporta la vocazione del profeta Isaia: “Poi udii la voce del Signore che diceva: Chi manderò? Chi andrà per noi? – Io risposi: Eccomi, Signore, manda me!”. Come un dialogo all’interno della Trinità, che ci fa comprendere come, per salvare l’umanità dalla sua caduta nel peccato, dalla sua miseria, dalla sua morte, è necessario che Uno dall’interno della Trinità accetti di compiere una missione d’amore, che gli chiede di abbandonare il seno del Padre e, da Tutto che è, “annichilisca se stesso”, si faccia “nulla” per diventare simile agli uomini e renderli finalmente partecipi del “Tutto” che è Dio.

Chi si rende disponibile a questa missione accetta di distanziarsi da Dio, come in un esilio, e di fare esperienza di morte, perché tale è l’esistenza lontana da Dio.

E il Figlio, per amore e nell’esercizio pieno della sua libertà, sceglie la strada del dono di sé, anche se ciò Gli chiede lo “svuotamento di sé” (Fil 2,7), l’esilio per un tempo dalla sua divinità e l’immersione in una umanità che è separata da Dio, avendo dubitato del suo amore e essendo caduta nel peccato.

L’offerta da parte del Figlio, dunque, si attua nella consapevolezza che dal momento del “sì” al Padre inizia la sua passione e la sua morte, che consiste nella sua lontananza, nel suo esilio rispetto alla Trinità. Dal concepimento nel grembo della Vergine Maria, il “sì” del Figlio, che è obbedienza al Padre, diventa “via crucis”, passione e morte, per far morire in sé il seme dell’umanità peccatrice, affinché questo stesso seme possa germinare a vita nuova non solo per sé, ma per tutta l’umanità.

Gesù accoglie questa missione perché ama il Padre e nel Padre ama l’umanità, che è nata dall’eccedenza del suo amore. Egli si carica dell’amore e della potenza dello Spirito Santo e accetta la “sfida” dell’incarnazione.

Tale è il suo amore: Gesù si fa missionario, offrendosi liberamente al Padre e allontanandosi da Lui, accettando il rischio del rifiuto purché si compia, proprio nel rifiuto dell’umanità, il progetto di salvezza, che consiste nel ritornare al Padre, portando con sé i “prigionieri” liberati: gli uomini schiavi del peccato e della morte, liberati grazie al suo supremo gesto d’amore.

E tutta la missione di Gesù è segnata dal rifiuto: deve nascere in una povera grotta, perché nessuno vuole alloggiare la madre partoriente; è deposto nella paglia, perché per lui non c’è una culla; è adorato dai pastori e dai Magi perché nessuno dei ricchi e dei potenti riconosce in Lui l’’amore di Dio; deve fuggire in Egitto perché Erode, pur non conoscendo la natura della sua regalità, rifiuta un potenziale antagonista; deve fuggire dalla sua città perché i suoi compaesani rifiutano di riconoscere che uno di loro si definisca l’Unto del Signore; è rifiutato dai capi del popolo, dagli scribi, dai farisei, dai dottori della legge e da loro definito “figlio di prostituzione” … E’ riconosciuto solo dagli “scartati e dai rifiutati” della società ebraica: lebbrosi, storpi, ciechi, pubblicani, poveri, peccatori, pagani. Essi lo riconoscono amico e fratello di “sventura” e gradualmente imparano a riconoscerne la divinità: uno “di” loro, uno “per” loro. Uno che “in luogo della gioia che gli era posta dinanzi, si sottopose alla croce, disprezzando il disonore, e ora siede alla destra del trono di Dio” (Ebr 12,2).

Mentre ci apprestiamo a celebrare il Natale, domandiamoci da quale parte siamo noi: dalla parte di chi rifiuta il “Verbo fatto carne” o dalla parte di chi lo accoglie? Se lo accogliamo dobbiamo prepararci ad accettare la missione che il Padre gli ha affidato e che Lui ha affidato alla sua Chiesa. E ciò comporta la disponibilità a condividere la situazione del “rifiutato”, dello “sventurato”, dell’ “emarginato”, del “perseguitato”, del “fuori tempo”, del “fuori di sé” …. E’ forse per questo che tanti che si dicono cristiani oggi non se la se sentono di scommettere la vita su questa fede, perché vivere nel rifiuto da parte di una cultura, di una generazione di uomini, della storia contemporanea non è certo una cosa esaltante … non lo è stato neanche per Gesù. Ma se vogliamo contribuire a salvare la storia degli uomini, la nostra generazione; se vogliamo garantire all’umanità di non essere ingoiata per sempre nella morte, allora non c’è altra strada che quella percorsa da Gesù: “Pensate attentamente a colui che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità dei peccatori, perché non vi stanchiate perdendovi d’animo” (Ebr 12,3).

Ecco perché la nostra parrocchia, continuando il cammino sul tema della missionarietà, è impegnata a conoscere approfonditamente il nostro territorio e chi lo abita e ad approfondire il suo impegno missionario, senza vergogna, senza paura, senza rispondere col rifiuto a chi ci rifiuta, rifiutando di vivere superficialmente la vita cristiana e la nostra appartenenza a Cristo nella Chiesa. Sarebbe ipocrita celebrare il Natale, confessarsi e fare la comunione in quel giorno, se non ci fosse in ciascuno una forte volontà di rinnovamento, di provare a vivere con impegno la fede e non soltanto a professarla con le labbra, e di vivere da autentici missionari di Gesù nella famiglia, nella scuola, sul lavoro, fra gli amici … magari sperimentando lo stesso rifiuto che ha sperimentato Gesù a causa del suo Vangelo. Allora sentiremo vive in noi le parole stesse di Gesù: “Un discepolo non è più grande del suo maestro, né un servo è più grande del suo signore. Se hanno chiamato Beelzebùl il padrone di casa, quanto più quelli della sua famiglia! Ma voi non abbiate paura … Chi avrà perseverato sino alla fine sarà salvato! (Mt 12,22.24-26). Chi accoglie voi accoglie me e chi accoglie me accoglie Colui che mi ha mandato (Gv 13,20)”. Solo allora ci sentiremo pienamente cristiani, accomunati alla stessa vita e alla stessa missione di Gesù. E, prendendo tra le braccia il Bambinello del presepio potremo riconoscere il Figlio di Dio fatto uomo per amore dell’umanità e noi accomunati al suo gesto d’amore.

BUON NATALE

Gesù è dietro le sbarre

Baz, giovedì 29 giugno 2017
Festa dei santi Pietro e Paolo

Cari amici della missione,
oggi voglio comunicarvi i miei sentimenti a riguardo di una esperienza che da qualche tempo sto facendo: l’incontro con i carcerati di Burrel! Non riesco a tenermi dentro le emozioni che sto provando. Non so chi avrà il coraggio o la pazienza di leggermi fino in fond … ma io ci provo.

Ogni mercoledì, dalle 9 a mezzogiorno, io e Genti (il mio fedele collaboratore) andiamo in carcere! Tre ore alla settimana… poi ci lasciano liberi. Ma queste tre ore cambiano la nostra vita. Immaginate, quindi, cosa può cambiare nella vita di chi sta “dentro” per 15, 20 o 30 anni e più! Sì, e vero… là dentro si può cambiare in meglio o in peggio: ma il carcere, comunque, ti cambia!

Prima di tutto, voglio dirvi che la mia emozione, entrando nel carcere più “malfamato” dell’Albania, viene dal fatto che lì dentro sono stati imprigionati e torturati alcuni martiri della chiesa albanese, beatificati lo scorso novembre. Uno (Karl Serreqi) è morto proprio lì, a causa di stenti e di torture. E poi, la consolazione che provo in questa mattinata che dedico alla visita dei carcerati, mi viene dalle parole del Vangelo: “Venite benedetti dal Padre mio… perché ero in carcere e siete venuti a trovarmi” (Mt 25,36). Perciò, in quel momento, incontrando quelle persone, stringendo loro la mano, abbracciandoli, parlando e pregando con loro … mi sento davvero davanti a Gesù! L’emozione è unica.

E poi, quando sono “dentro” per poche ore … mi ripeto spesso la frase che Papa Francesco disse ai detenuti di Regina Coeli: “Perché voi siete qui e non io?”. Ricordando che anch’io faccio molti sbagli, molti peccati… che per grazia di Dio non sono “condannabili” dalla legge, ma che mi fanno sentire, a volte, anche peggio di quei detenuti. Perché io, a differenza di loro, ho avuto, e ho tuttora, tutte le condizioni favorevoli per essere “bravo”… e, nonostante questo, sbaglio ugualmente. Mi pento, ma ormai è fatta!

Va bene, ora passo alla descrizione delle tre ore in cui incontro Gesù che si trova “dietro le sbarre”. Io e Genti entriamo puntualmente alle 9, dopo aver preso un caffè al bar di fronte al carcere per “ripassare” l’attività che abbiamo preparato per i carcerati. La giovane poliziotta che sta al cancello ci accoglie con un sorriso. Ormai ci conosce. Gli siamo simpatici. Anche lei, per me, è una ragazza simpatica. Tutti i gli “impiegati” del carcere ci accolgono bene. Con tutti riusciamo a farci accettare con il sorriso, anche se portiamo a loro un po’ di lavoro in più. Sono dei lavoratori in una situazione difficile. Sono anche poco pagati e corrono dei rischi… e, a volte, devono essere “duri”. Ma con noi sono accoglienti. Anche loro capiscono che la nostra presenza, lì dentro, fa del bene a tutti. Dopo aver sbrigato le pratiche di ingresso… andiamo nella “saletta” della perquisizione. Leka, il poliziotto incaricato, fa sempre alcune battute per alleggerire la situazione e, abbastanza formalmente, “ci mette le mani in tasca”. Non esiste uno scanner per i controlli… tutto manuale! Poi, dopo che anche i nostri “fogli” preparati per l’incontro sono stati osservati ad uno ad uno… entriamo nel “braccio B”, dove ci sono i detenuti condannati definitivamente per crimini gravi (in maggioranza, per omicidio).

Attraversiamo il cortile “dell’aria” circondato da quattro muraglie (20 mt x30 e cinque metri in altezza). In genere, ci sono una ventina di detenuti che stanno passeggiando… Ci salutano cordialmente. Alcuni si avvicinano per stringerci la mano. Genti mi indica i “boss” là nell’angolo… che salutano con un cenno. I “boss” hanno una loro dignità… non si avvicinano. Il cortile, così come le celle dove sono rinchiusi i detenuti, è una ghiacciaia d’inverno e un forno d’estate. Non c’è un filo d’erba. Ieri ho fatto una battuta ad un carcerato che era a torso nudo tutto abbronzato : “Ehhh… sei stato al mare questa settimana!”. E lui, di risposta, fa una grande risata che allarga il cuore e che gli fa passare qualche minuto di serenità.

Grazie Gesù della tua risata! Con poco, sono riuscito a farti contento!

Dopo aver passato altre due cancellate (con sbarre del diametro di 3 cm, che danno un senso di “chiusura” impressionante, (soprattutto quando i catenacci sbattono rumorosamente alla nostre spalle), entriamo nella “sala degli incontri e delle attività socio-educative”.  Un ambiente disadorno, non curato, che forse possono immaginare solo quelli che sono venuti almeno una volta alla missione, e che hanno visto le povertà strutturali dell’Albania. Tempo fa, don Roberto, l’iniziatore di questa attività, aveva arredato la stanza con qualche tavolo e sgabello di plastica… alcuni sono finiti nelle celle, ma lì ce ne sono ancora a sufficienza. In uno scaffale abbiamo messo alcune Bibbie e altri libri e opuscoli… soprattutto di genere “spirituale”, ma anche altro. Ognuno può prendere quel che desidera da leggere in cella.

Ieri, Gjon, il mio “santo protettore” , che è anche mio coetaneo, era entusiasta per aver letto il libro che descrive la vita e i miracoli di S. Antonio (almeno 5 volte! mi ha detto). Lui è dentro da una quindicina d’anni perché un giorno gli è andato il sangue alla testa per gravi problemi famigliari… Ma ha una fede grande che lo sostiene. Una delle emozioni più forti che sto provando in questo periodo della mia vita è proprio quando incontro Gjon. Lui, all’incontro, viene sempre “sbarbato” e vestito bene, elegante al massimo. Mi ha insegnato che quando si va ad incontrare il Signore, ci si deve vestire “al meglio”.  E, così, da quando lui me lo ha detto, anch’io mi vesto sempre bene quando vado in carcere: come se andassi dal Papa! Ogni mercoledì, con occhi brillanti di soddisfazione, mi dice sempre: “Ho pregato per te questa settimana… un rosario al giorno!”. E quando me lo dice sottovoce, io mi commuovo sempre.

Gesù che prega per me… è straordinario! Lo abbraccio senza riuscire a dire nulla.

Poi c’è Florjan… Gesù Bambino. Lui è cresciuto senza famiglia. A 5 anni era in strada. E doveva vivere “della strada”. Mai andato a scuola. Non sapeva ne leggere ne scrivere fino a quando in carcere, un “collega” si è fatto suo insegnante. Ora ha 37 anni. Da 18 è in carcere perché in una rapina gli è scappato il colpo, e, di anni, ne ha ancora 5 da fare.  La settimana scorsa, durante l’incontro, gli ho detto: “Ormai sei in discesa… ne hai solo 5!”. E lui, davanti a tutti, ha risposto: “Non mi preoccupano questi cinque anni. Prima di tutto… perché ci siete voi che venite qui ogni settimana e mi date forza” (e qui si è fermato qualche secondo per sottolineare la verità di quel che diceva). E, continuando, ha aggiunto: “Poi perché mi sto preparando: quando uscirò, voglio costruirmi una vera famiglia, diversa da quella che ho avuto io”.

É Gesù bambino che vuol ricostruirsi la vita. Eccezionale!

Li dentro c’è anche Emanuel, un ragazzo di 25 anni che è cresciuto “in chiesa”… proprio come i ragazzi della missione di Suç e di Baz che voi conoscete. A lui, qualche anno fa, è “capitato” di colpire un bambino che passava di lì, durante uno scambio di pistolettate tra adolescenti incoscienti. Oramai è successo, e gli anni che ha da passare “dentro” sono tanti. Non si da pace, ma è successo… ed è giusto, secondo la legge, che paghi. Ma a me sembra che anche lui sia un po’ come Gesù… di fronte alla strage dei bambini innocenti. Forse anche Lui, Gesù, l’Emmanuele, si è sentito male quando ha scoperto che tanti bambini erano stati uccisi… “a causa sua”! Senza volerlo, si capisce. Gjergj, un giovane papà di 30 anni, è finito dietro le sbarre… per un “sciocchezza”, diremmo noi. Ha fatto saltare in aria la sua macchina per poter dimostrare di essere perseguitato, sperando, così, essere accolto in Europa come rifugiato-perseguitato, insieme alla sua famiglia. Per dare il pane ai suoi bambini… voleva arrivare ad essere come Gesù “esiliato in Egitto”. Invece lo hanno accusato di terrorismo e gli hanno dato parecchi anni. Adesso, in carcere, lui costruisce croci, di ogni genere e di ogni misura, con stuzzicadenti, colla, sabbia del cortile…  e altri materiali “di fortuna”. Le croci le fa bene, sono belle… Abbiamo fatto con lui un accordo per acquistarle e distribuirle nelle case dei villaggi quando noi missionari andiamo per le benedizioni. Così lui potrà aiutare un po’ la moglie e i due bambini che sono rimasti fuori, per qualche anno senza papà.

Un Gesù “assaltato dai briganti mentre scendeva da Gerusalemme a Gerico” è l’amico che noi chiamiamo “il professore”. Perché è un bravo insegnante di 40 anni, intelligente e preparato, che, fino a pochi mesi fa, faceva con passione il suo lavoro. Di insegnanti così ce ne sono pochi, non solo in Albania. Lui è “dentro” perché una sera tardi, di rientro dopo una festa con la squadra di calcio dei suoi alunni, che avevano vinto un torneo, si è trovato davanti dei “briganti” (povericristi anche loro) che volevano svaligiare la sua casa. Ha menato un bastone per aria e ne ha colpito uno alla testa. Il colpo è stato fatale e, così, lui è sotto accusa per eccesso di legittima difesa. Forse anche l’uomo del vangelo… prima di prenderne tante, si sarà difeso, non so. Ma, come quell’uomo, anche il professore è rimasto ferito e sanguinante sulla strada. É finito in gabbia, senza rendersi conto, come un topo inseguito da gatti inferociti.

Dopo un periodo di disorientamento e di incredulità… ora si sta riprendendo e si sta facendo una ragione di quel che è successo e delle conseguenze che ha avuto. Forse anche noi, incontrandolo ogni settimana, gli stiamo dando una mano… abbiamo la pretesa di essere un po’ come il “Buon Samaritano” che sta fasciando le sue piaghe.  Anche lui ci sta aiutando molto negli incontri del mercoledì. É bello sentirsi un po’ come degli “infermieri”  che curano le piaghe di Gesù.

E così via…

La tentazione sarebbe quella di continuare e di descriverveli tutti questi “gesù”. Ma capisco che finirei per annoiarvi. Solo di un altro “angioletto” voglio parlarvi: di Juljan, un ragazzo che ne ha passate di tutte, che è cresciuto “da solo” a Roma, dopo che i genitori lo avevano abbandonato al suo destino, e che è poi entrato anche nel “tunnel” dell’eroina per qualche anno. Estradato dall’Italia a Burrel… perché ha venduto droga, quella “signora” che ha preso possesso della sua povera vita. Ora si presenta entusiasta quando viene all’incontro con noi (nell’altro braccio del carcere, in quello dei detenuti in attesa di giudizio definitivo).  É felice di poter annunciare, ogni volta, che è riuscito a diminuire ancora di qualche grammo la dose di metadone. Ha 20 anni, parla molto, ha bisogno di comunicare con estrema apertura e sincerità. In qualche modo è uno che sorprende, che sa trasmettere la voglia di “vincere” la vita, al di là delle difficoltà che si incontrano e delle mazzate che si prendono.

É un Gesù che non si arrende mai! Gesù, davanti al male, è proprio così, come lui.

Va bene, mi fermo qui. Ecco, avete capito perché il carcere mi sta cambiando: perché incontro quel Gesù che vuol ricominciare sempre. É quel Gesù che mi aiuta a rimettermi sempre in piedi dopo essere caduto, sempre in cammino sulla giusta strada, dopo aver sbagliato direzione. Proprio come sta facendo Lui, là dentro. Di questa cosa sono sicuro, non ho dubbi. Perché la dimostrazione ce l’ho lì, davanti agli occhi, ogni mercoledì, quando entro nel carcere “di massima sicurezza” di Burrel. Quando, poi, “la dentro”, nella stanza del degrado, celebriamo la S. Messa (come abbiamo fatto ieri), la presenza di Gesù è “lampante”. L’intensità di quel momento fa invidia alle più belle celebrazioni che si svolgono in S. Pietro a Roma e a tutti i più bravi cerimonieri di questo mondo.

Grazie Gesù, della tua presenza dietro le sbarre! Non c’è luogo più maestoso e solenne di questo dove poterti incontrare.

Don Gianfranco Cadenelli
Missionario “fidei donum” in Albania

Riconosciamo la grandezza di Cristo Signore

8 gennaio 2017

Se siamo attenti alle parole che ascoltiamo nel Vangelo. anche questa sera ci accorgiamo come è Gesù che ha in mano la sua vita. É Gesù che conosce bene il progetto che padre gli ha messo nelle mani da compiere. Infatti l’evangelista dice che Gesù dalla Galilea venne al Giordano da Giovanni per farsi battezzare da lui. Non è stato un caso, neanche il battesimo. Si trovava a passare di là e visto che tutti andavano a farsi battezzare, anche lui si è messo in coda per farsi battezzare. Certo, poi con un grande senso di umiltà, eccetera. No Gesù ci va di proposito, prende lui l’iniziativa, perché quel gesto che lui compie è un gesto profetico di quanto è avvenuto e avverrà di lui.

Battezzare vuol dire immergersi o in questo caso, siccome si fa battezzare, si fa immergere e questa immersione rimanda a quell’altra più profonda immersione, quella della morte. Gesù deciderà anche allora di lasciarsi immergere nella morte perché poi lui uscendo dall’acqua ora, uscendo dalla morte poi, aprirà i cieli, chiusi dal peccato di Adamo ed Eva, dal peccato dell’umanità, li riapre, perché possa scendere dal cielo la potenza dello Spirito Santo, rinnovare quelle acque, quel sangue, perché possono ritornare a portare in vita per l’umanità. E quindi sì ha riaperto il passaggio fra terra e cielo, quel passaggio che era chiuso a causa del peccato dell’umanità. Quindi Gesù decide di compiere un gesto che non gli è proprio, perché lui è figlio di Dio, non ha bisogno di scendere nel Giordano a denunciare i suoi peccati, perché non ne ha. Lui, invece, scende nel Giordano, non tanto per denunciare su peccato, quanto per farsi carico di quel peccato che è dell’umanità. Per farsi carico di quella umanità che è schiacciata dal suo peccato e non riesce a uscire da quell’acqua tant’è la pesantezza del suo peccato. Quindi entra in queste acque che sono mortifere per l’umanità. Lui le rende invece purificate perché possano salvare questa umanità. Toglie il veleno del peccato da quell’acqua e vi mettere la grazia dello Spirito Santo, perché da quel momento per mezzo del battesimo, non battesimo di Giovanni, un battesimo di penitenza, di conversione, ma il battesimo di Gesù Cristo che è un battesimo di immersione nella sua morte, nella sua risurrezione, l’uomo e la donna possono ritrovare finalmente in quell’acqua non veleno di morte ma vita e vita eterna. Per fare questo Gesù deve diventare una cosa sola con l’umanità. Ce l’ha dimostrato nell’incarnazione, ce lo dimostrò ora nell’immersione del Giordano, assumendo su di sé questo questa umanità peccatrice, e poi ce lo dimostrerà nella pienezza, attraverso la sua crocifissione e morte in croce. Egli in questo modo mostra come entrerà in pieno nell’umanità, si fa una cosa sola con l’ umanità. Ecco perché in questa festa del battesimo di Gesù, l’antifona parla anche delle nozze, delle nozze di Cana in riferimento a quell’acqua che trasformata in vino, come in questo battesimo l’acqua è trasformata da mortifera in redentrice, perché Gesù, in questo giorno, in un certo senso sposa l’umanità, celebra le sue nozze con l’umanità, come sposo, l’umanità e la sposa, e assume della sposa tutto, perché diventa una cosa sola con la sposa, come avviene nel matrimonio. I due non saranno più due, ma una carne sola.

Ecco cosa fa Dio in Gesù per noi. Ci assume nella sua vita, diventa una cosa sola con noi, per trasformarci in lui. E la fedeltà di questo sposo, da allora sarà una fedeltà eterna. Nessuno più potrà sciogliere questo legame d’amore, queste nozze celebrate, perché lo sposo sarà sempre fedele. Potrà la sposa, e parliamo anche di ciascuno di noi, che fa parte di questa umanità, di questa Chiesa, sposa di Cristo, potrà, a volte allontanarsi dallo sposo, potrà guardare altrove e lasciarsi prendere dalla tentazione di altri idoli, che poi le diventano padroni e la schiacciano, la rendono schiava, ma lo sposo continuerà ad esserle vicino, con tenerezza, con misericordia, con prontezza di perdono, col desiderio di riaccoglierla, col desiderio di tirarla fuori dalle strette in cui si trova spesso causa del suo egoismo, della sua invidia, della sua gelosia, della sua superbia, della sua sfiducia nei confronti del suo sposo, della sua tentazione di dubitare dell’amore del suo sposo che è Gesù Cristo.

Quante volte anche noi abbiamo queste tentazioni e cediamo. Non siamo così sicuri che Gesù ci voglia veramente bene e a volte ci lasciamo andare. Cerchiamo altri amori che ci soddisfino in quel che noi chiediamo immediatamente, perché non ci sembra che il Signore risponda immediatamente ai nostri bisogni e ai nostri desideri, alle nostre richieste. Sembra che altrove si possa stare meglio e fare in fretta il cammino del successo che andiamo cercando, tranne poi accorgersi che siamo andati su strade che non portano a niente, e abbiamo impiegato il tempo, energie, danaro, abbiamo sprecato forze che non abbiamo più. A volte coloro che ci attraggono in altre direzioni ci svuotano però completamente di tutto quello che siamo e abbiamo e poi ci abbandonano sul ciglio della strada. Perché il loro interesse non è quello dell’amore gratuito di Gesù nei nostri confronti, il loro interesse è quello semplicemente di sfruttarci, di sfruttarci psichicamente, affettivamente, intellettualmente, economicamente, socialmente, e quando ci han sfruttato non han più bisogno di noi. Il nostro sposo anche quando noi siamo abbandonati, così secchi,  apparentemente almeno agli occhi dell’umanità inutili, senza più nessun senso alla vita, egli viene a ripescarci, perché lui è lo sposo fedele ed è fedele sempre, in qualsiasi situazione noi ci troviamo, anche di peccato grave, lui non ci lascia soli e dimostra il suo amore nel recuperare la nostra esistenza di vita e ridonare un senso profondo e rimetterci in sesto perché possiamo camminare ancora nella gioia di vivere nella pienezza d’amore e di condivisione con Cristo Signore. E siccome questa sposa, la sua sposa, è fatta di tante persone che siamo noi, abbiamo la fortuna di avere accanto a noi alcune persone che di tanto in tanto ci sollecitano, ci scuotono, ci aiutano a rialzare lo sguardo, ad aprire gli occhi, la mente e a ritrovare nella comunità stessa, la presenza di quell’amore che pensavamo di avere perduto.

E allora attraverso questa ripresa riconosciamo la grandezza, l’amore, la fedeltà di questo sposo che è Cristo Signore. Ecco, è la parabola del matrimonio cristiano, che diventa autentico sacramento del matrimonio mistico, dalle nozze mistiche, tra Gesù e la Chiesa. Il matrimonio cristiano celebrato nel sacramento fa proprio questo, diventa un segno a volte un po’ sbiadito, ma sa il Signore che noi siamo imperfetti, segno e strumento, quindi sacramento, segno efficace del più grande e vero amore sponsale che è quello di Cristo Signore. Ecco perché ci si sposa in chiesa. Qualcuno dice “ma cosa occorre sposarsi in chiesa? Tanto è lo stesso, cosa cambia?”. Uno che fa un ragionamento così vuol dire che di fede non ne ha proprio. Cosa cambia? Cambia l’essere della persona. Nel sacramento del matrimonio tu parli all’umanità attraverso la vita coniugale, voi parlate all’umanità, attraverso la vita coniugale di quell’amore profondo, sponsale di Dio per la Chiesa e per l’umanità. E soprattutto lo puoi fare perché sei sostenuta, tu coppia cristiana, da quell’amore primo sponsale che è quello di Cristo Signore per la sua umanità. Lui sposo, l’umanità sposa. E in questo sei sostenuta dalla capacità di superare i momenti più difficili perché, se è vero che è sacramento, la grazia ti sostiene che questo sacramento lo sia per sempre, sia capace di mostrare esternamente, anche nelle difficoltà, quella profonda comunione d’amore che esiste fra i coniugi, anche nei momenti difficili, tristi, duri, di infedeltà da parte dell’uno o dall’altra.

Il Signore di fronte alla nostra infedeltà non si spaventa, ma continua ad essere fedele. Ecco chiediamo a lui in questa domenica di rinnovare il nostro battesimo nel quale siamo entrati anche noi in questa sponsali e viverlo con intensità di vita.

Come Maria discepoli di Gesù

Le feste quinquennali della Madonna ai pongono a ridosso dell’Anno Santo della Misericordia, indetto da Papa Francesco. E questa é una coincidenza meravigliosa, che ci aiuta a riscoprire proprio in Maria, la prima vera discepola di Gesù, l’esempio di chi ai abbandona fiducioso nelle braccia della Divino Misericordia, accettando in tutto il Suo piano d’amore. E casi Ella ci chiama a celebrare e vivere le “Feste Belle del settembre prossimo, per imparare ad invocarla ed imitarla nel diventare sempre di più discepoli di Gesù. Il beato Papa Paolo VI nella sua Esortazione Apostolica ‘Marialls cultus. del 2 febbraio 1974 (n. 35), affanna: .La Vergine Maria é stata sempre proposta dalla Chiesa alla imitazione del fedeli non precisamente per il tipo di vita che condusse e, tanto men. per l’ambiente culturale in cui essa si svolse…, ma perché, nella sua condizione concreta di vita, Ella atleti totalmente e responsabilmente alla volontà di Dio (Cfr. Lo 1,38), perché ne accolse la parola e la mise in pratica, perché la sua azione fu animata dalla carità e dallo spirito eli servizio; perché, insomma, fu la prima e la più perfetta seguace di Cristo: il che ha un valore esemplare, universale, permanente”. Sempre il beato Papa Paolo VI, nella stessa esortazione, sottolinea le caratMristiche fondamentali del cammino al fede di Mada, in quanto discepola di Gesù e, quindi, figura della Chiesa e di ogni chstiano, Vergine in ascolto, che accoglie la parola dl Dio con lede, premesse e via alla maternità divina; Vergine lo preghiere, nella Chiesa nascente e nella Chiesa di ogni tempo, poiché essa, assunta in cielo non ha deposto la sua missione di intercessione e dl salvezza; Vergine Magre, cioe colei che per la sua fede ed obbedienza generò sulla terra lo stesso Figlio del Padre, senza contatto con uomo ma adombrata dallo Spirito Santo; Vergine offerente, associandosi all’offerta che Gesù fa di se al Padre per la salvezza degli uomini: “Offri il tuo Figlio, o Vergine Santa, e presenta al Signore il frutto benedetto del tuo seno offri per le riconciliazione di noi lodi la vittima santa a Dio gradita’ (S. Bernardo). (cfr. Mantella Ceduo nn. 16-21). Cosi Maria alta anche maestra di vita spirituale per i singoli cristiani, che, Insieme con tutta la Chiesa, sono chiamati all’ascolto della Parola, alla preghiera perseverante di lode, ringraziamento, intercessione, ma anche a generare al mondo continuamente il Figlio di Dio nella celebrazione dal sacramenti, nell’annuncio delle Parole e nella vita dl carità: inoltre, come Lei, ciascuno é chiamato a fare della propria vite ‘un’offerta e un sacrificio spirituale e Dlo gradito’. Per trovare le motivazioni e la forze dl vivere cool è necessario cogliere la tenerezza di Dio, che, da Padre. si chine su di noi suoi figli, ci prende in braccio, ci accosta ella sua guancia e d fa sentire la dolcezza del suo amore. Anche In questo Merla ci é di stimolo e di esempio. Ce lo assicura Papa Francesca nelle Bolle di indiziane dell’Anno Santa delle Misericordia (11 aprile 2015; n. 24): “La dolcezza dello sguardo dl Maria ci accompagni In questo Anno Sento, perché tutti possiamo riscoprire la gioie della tenerezza di Dia. Nessuna come Maria ha conosciutole profondità del mistero dl Dio fette uomo. Tutto nella sue vite è stato plasmato della presenza della misericordia fetta came. La Madre del Crocifisso Risorto é entrata nel santuario della misericordia divine perché ha partecipato intimamente el mistero del suo amore e l’ha custodita nel suo cuore in perfette sintonia con il suo Figlio Gesù Presso la croce, Maria insieme a Giovanni, il discepolo dell’amore, é testimone delle parole di perdono che escono dalle labbra di Cose. Maria attesta che le misericordia del Figlio di Dio non conosce confini e raggiunge tuoi senza escludere nessuno. Rivolgiamo e lei la preghiera antica delle Salve Regina, perché non si stanchi mal di rivolgere a noi I suoi occhi misericordiosi e ci renda degni di contemplare Il volto della misericordia. il sua Figlio Gesù”. At invito a vivere con intensità queste feste, mentre ci prepariamo a celebrare un altro grande evento. che, per matiA tecnici, é stato rinviato al 10 gennaio prossimo, la dedlcadone (con razione) dalla nostra chiesa parrocchiale, a duecentocinquanta anni dalla sua costruzione. Vi chiedo tutta la collaborazione che potete dare per sostenere l’opera di restauro, cosi da preparare questo edificio come una “bella Spose adorna per Il suo Sposo”. A tuoi un grazie sincero e un abbraccio fraterna.

Perché Gesù scaccia i venditori del tempio?

Commento a GV 2, 13-25

Gli esseri umani sono capaci di desideri, sogni, aspirazioni. Se desideriamo qualcosa in particolare, noi ci concentriamo su quella cosa e arriviamo a farla diventare per noi un obbiettivo da raggiungere, una meta. La meta può essere anche distante perché magari è lontana nel tempo.

Pensiamo ad esempio alla meta di una laurea o di un diploma che richiedono anni di studio, alla meta del matrimonio che richiede anni o mesi di fidanzamento, oppure alla meta di un lavoro che richiede anni di formazione.

La distanza della meta può essere data anche dal fatto che vi sia molto spazio che separa il punto di arrivo e quello dove ci troviamo. Prendiamo per esempio un pellegrinaggio che si trovi a migliaia di chilometri da casa, sappiamo che per raggiungerlo bisogna mettersi in viaggio e percorrere molta strada. Se anche la meta fosse lontana ma io la desidero, sono disposto ad affrontare la distanza. Devo, comunque, essere consapevole che più la meta é distante, più sarà l’impegno che mi verrà richiesto e più impegno vuol dire maggior fatica e maggior fatica porta stanchezza.

La stanchezza deve essere gestita e controllata altrimenti rischia di diventare un problema perché può creare confusione e farti desistere dalla meta. Tutti, in seguito a momenti di particolare stanchezza, abbiamo sperimentato come quegli obbiettivi che ci eravamo posti, non sembravano più cosi appetibili e magari li abbiamo ridimensionati o addirittura abbandonati. Per rafforzare quanto ho appena detto, porte alcuni esempi: molte volte mi capita di incontrare coppie di sposi o fidanzati che vivono momenti anche lunghi di difficoltà relazionale. Con loro, cerco di andare a vedere (se possibile) cosa li ha messi assieme e cosa si erano proposti di costruire assieme, in altri termini che meta di vita si erano dati perché la stanchezza della relazione quando non viene gestita, molto spesso offusca la capacità di perseguire di obbiettivi e ci si trova distanti.

Faccio un secondo esempio: spesso ho portato ragazzi in montagna per le attività invernali o estive e quando si va in montagna con l’Oratorio una delle cose che caratterizza le esperienze della vita comunitaria, sono le escursioni, magari per raggiungere la vetta di un monte o un passaggio significativo. Ho sempre sperimentato che l’idea di trovarci alla meta desiderata, fosse una cima o un luogo particolarmente suggestivo, ha trovato gioia ed entusiasmo nei ragazzi a cui lo proponevo. Il problema si riscontrava quando ci si rendeva conto che si doveva camminare in salita. Ho provato in alcuni casi a proporre una duplice modalità di risalita: quella a piedi e quella in funivia. Ho molto spesso constatato che i ragazzi saliti a piedi erano più contenti, una volta arrivati alla destinazione, di quelli saliti in funivia. Questo perché se l’erano guadagnata, l’avevano conquistata. Ho, inoltre, visto che quelli saliti a piedi erano più disposti a rifare una seconda esperienza di quel genere mentre i secondi, quelli della funivia, non mostravano particolare interesse.

Attenzione a togliere la fatica!

Certo, il faticare per faticare, cioé fine a se stesso, non serve a nulla, ma sappiamo bene che tutto quello che devo raggiungere, ha sempre un prezzo da pagare. Non esiste nulla a costo zero. La fatica, in fin del conti, non è un peccato ed è condizione ben diversa dalla stanchezza che torno a dire va controllata e richiede anche l’Intelligenza di sapersi riposare. Porto un’ultima riflessione agli esempi sopra citati: la Chiesa, da sempre, considera la preghiera davanti all’Eucarestia come molto importante. Questa preghiera è sempre impegnativa, a volte consolante e anche piacevole ma sempre impegnativa perché devi entrare in relazione con Dio e vivere la relazione (di qualsiasi tipologia) é impegnativo. Devi guardarti negli occhi, magari usare poche parole ma l’importante é essere.

Ecco, questa forma di preghiera ha riscontrato in molti fedeli difficoltà per diversi motivi e questo ha portato una sorta di disaffezione, tanto che la presenza dei Cristiani nella preghiera come l’adorazione eucaristica é sempre molto risicata. La Chiesa nelle sua esperienza pastorale, fatta di tentativi (la pastorale é il luogo della sperimentazione) ha cercato dl trovare una “soluzione” alla assenza dei fedeli da questa forma di preghiera, provando ad abbellirla se così si può dire, con qualche canto, qualche profumo, un po’ di incenso. Esito di questa prova è che molte volte al posto di pregare può succedere che ti fia coccolare de canto, inebriare dal profumo o stordire dal fumo dell’incenso così “non ti guardi più negli occhi” e magari ti illudi di aver pregato.

Oppure ancora, si é pensato di favorire momenti di condivisione per facilitare la presenza, magari trovandosi al termine della preghiera a mangiare qualcosa assieme, a fare festa. Anche qui, l’esperienza ci dice che troppo spesso questi tentativi hanno portato ad avere più gente negli oratori a mangiare le salamelle piuttosto che nella processione del Corpus Domini.

Ogni esempio vada preso come tale e quindi non esaustivo di tutte la realtà spirituale che ci caratterizza, me anche in questo caso, direi di fare attenzione a togliere le fatica per paura che sia quella che ostacola il raggiungimento degli obbiettivi.

Questo lungo riflettere per dire che cosa? Per dire che anche nel tempio di Gerusalemme, nell’episodio raccontatoci da San Giovanni al capitolo secondo, è successa una cosa più o meno simile a proposito del culto. La prassi diceva che normalmente al tempio, in alcune feste particolari ci si recasse portando in sacrificio animali che poi venivano macellati e presentati all’altare. Capiamo bene che recarsi a Gerusalemme per un pio israelita era una cosa desiderabile, quella di salire al tempio, e comprendiamo altrettanto bene che finché la strada da percorrere per raggiungere il tempio era limitata non vi erano particolari dIfficoltà ma se il cammino era particolarmente impegnativo a causa della distanza, allora diventava più difficile arrivare per la festa conducendo animali anche di grossa taglia con se.

Cosa hanno pensato, allora, i responsabili del culto? Che se avessero tolto la fatica di condurre animali per tanta strada avrebbero facilitato la partecipazione del fedeli, per cui ecco le vendita di animali eccetera. Anche in questo caso l’Intento di allontanare la fatica si è poi distanziato dalle buone intenzioni iniziali.

Non sempre le buone intenzioni, sono intenzioni buone.

Così ecco il tempio trasformarsi in luogo di mercato. Per questo Gesù, con quel gesto forte e per lui inusuale, dice che è fuori luogo un comportamento di quel tipo. Gesù credo non si sia scandalizzato tanto per il mercato in sé, ma perché quella prassi era ed è insensata. Non posso comprare un tuo sacrifico e presentarlo all’altare. Non posso presentare la tua sofferenza o fare “esperienza” al posto tuo. A Gesù, quindi, viene chiesto di dare spiegazione di quel gesto e lui risponde dicendo che non ha paura della fatica, lui dà la vita!

Distruggete questo tempio e In tre giorni lo farò risorgere.

Gesù dice una dinamica molto importante del nostro esistere e cioè che se le vita la doni, la vita va avanti ma se la trattieni si ferma. Chiediamo la grazia di saper riconoscere le mete di Dio, di condividerle e di sapere che se anche le fatica non ci è tolta, Dio vuole condividerla con noi.

Gesù cristo, unico ed universale salvatore degli uomini

Il problema che vogliamo qui affrontare è il più essenziale e radicale sia per quanto riguarda la teoria del dialogo interreligioso, sia per quanto concerne la pratica di esso. Ma, prima di mostrare in che cosa consista tale problema, è opportuno chiarire con una certa accuratezza la terminologia. Parlando di “Gesù Cristo”, intendiamo parlare del personaggio storico, Gesù di Nazaret, vissuto al tempo degli imperatori romani Augusto e Tiberio, messo a morte sotto il procuratore romano Ponzio Pilato a Gerusalemme probabilmente il 7 aprile dell’anno 30. Di questo personaggio storico, la fede cristiana confessa che egli è il Figlio eterno di Dio fatto uomo, non nel senso che Dio sia “apparso” o si sia “manifestato” in lui in maniera simbolica e passeggera, ma nel senso che Dio si è “incarnato” in lui, è entrato nella storia umana prendendo una vera natura umana: cioè Gesù di Nazaret è Dio e Uomo, non in senso simbolico, ma reale ( è vero Dio e vero uomo ), non in maniera temporanea e passeggera, ma in maniera eterna e definitiva, cosicché Gesù di Nazaret sarà per sempre il Figlio di Dio fatto uomo. Inoltre, di Gesù di Nazaret la fede cristiana afferma che egli è il Cristo, il Messia morto e risorto per la salvezza degli uomini dal peccato e dalla morte, assunto presso Dio con la sua natura umana glorificata per essere il Signore della storia umana e il Giudice escatologico di tutti gli uomini e di tutta la storia: afferma cioè che il “Gesù” storico non si può separare da “Cristo” – il Signore glorificato – presente a tutta la storia umana e salvatore di tutti gli uomini.

Osserva a questo proposito il p.J.Dupuis:<< Non si può staccare il Cristo della fede dal Gesù della storia. E’ pure vero che il Cristo risorto è trans-storico, cioè ormai al di là della storia. Ma è altrettanto vero che fu il Gesù storico a diventare il Cristo trans-storico attraverso la trasformazione reale della propria esistenza umana risorta. Se dunque Gesù è il Cristo, in nessun altro luogo vi è un Cristo che non sia Gesù stesso, risorto, trasformato, trasfigurato e, per questo, divenuto trans-storico. La trasformazione reale non altera l’identità personale; la discontinuità non impedisce la continuità. Non si può concepire Gesù come una manifestazione imperfetta nel tempo di un Cristo che lo avrebbe trasceso. Al contrario bisogna affermare che il Gesù storico è il Cristo trans-storico; lo è perché è diventato tale. Tra il Cristo della fede e il Gesù della storia il legame è indissolubile. Negare questo significherebbe […] ridurre il messaggio cristiano a una specie di gnosi; si arriverebbe così, volenti o nolenti, a un mito-Cristo e a un mito-Gesù. Al contrario, la fede apostolica, come la si trova espressa nel primo kerygma apostolico, unisce indissolubilmente Gesù e il Cristo: l’oggetto della fede non è né un Gesù senza Cristo, né un Cristo senza Gesù; è invece Gesù-il-Cristo ( cfr At 2,36 )>> ( J. Dupuis, “La fede cristiana in Gesù Cristo in dialogo con le grandi religioni asiatiche”, in Gregorianum 75  [1994]  227 s ).

In questo, Gesù Cristo si distingue radicalmente da tutte le altre “apparizioni” o “manifestazioni” di Dio e del Divino di cui la storia umana abbonda. Tutte le religioni ne parlano. Alcune affermano che Dio si è “manifestato” a certe persone: così l’ebraismo sostiene che Dio si è manifestato a Mosè e ai Profeti e questa è una verità anche per la fede cristiana; secondo l’islàm, Allah si è manifestato al profeta Muhāmmad facendo “scendere” su di lui il Corano. Altre parlano di “manifestazioni” di Dio in alcune persone. Così nell’induismo troviamo gli avatāra ( termine che significa “discesa”, ma viene tradotto con “incarnazione” ), cioè le “incarnazioni” del dio Vishnu in un corpo umano o subumano: questi sono innumerevoli, ma i più importanti sono dieci e sono avvenuti nelle quattro epoche storiche ( yuga ) in cui è diviso il ciclo cosmico, << ogni volta che declinano il diritto e la legge ( dharma ) e che si alza l’empietà ( adharma ) >>, come è detto nella Bhagavadgītā ( Canto del Beato ) ( 4,7 ).

L’ avatāra più noto del dio Vishnu è Krishna, “incarnato” nel terzo yuga, le cui gesta sono narrate in vari libri, tra i quali il Mahābhārata ( di cui fa parte la Bhagavadgītā ). Ma l’avatāra di Vishnu in Krishna – di cui si è detto:<<Per la protezione dei buoni, per la distruzione dei malvagi e per dare stabile fondamento al dharma, io creo me stesso, vengo nell’esistere di età in età>> ( Bhagavadgītā, 4, 7-8 ) – è radicalmente differente dall’ “incarnazione” del Figlio di Dio in Gesù di Nazaret. In realtà, Krishna non entra realmente nella storia umana per condividere la sorte degli uomini, non nasce come membro della famiglia umana, non soffre né muore per la salvezza degli uomini; è uomo solo in apparenza, non nella realtà. Invece Gesù è veramente uomo. Egli ha vissuto una vita realmente – e non solo apparentemente – umana, in un dato periodo storico. In lui il Figlio di Dio si è incarnato non solo in forma reale, storica, ma anche in forma definitiva e irrevocabile, cosicché non ci sarà più nella storia umana un’altra “incarnazione” più perfetta che ne prenda il posto, come avviene nell’induismo, in cui gli avatāra sono molteplici e si succedono nelle varie epoche, perhè sono transitori e nessuno di essi è pieno e assoluto.

*  *  *

Dicendo che Gesù è il “salvatore degli uomini”, vogliamo affermare che da lui viene agli uomini la salvezza. Questa parola è intesa qui non in senso materialistico ( salvezza dai mali fisici, dalla povertà, dalle sventure dalla sofferenza, dalla morte fisica ) e neppure in senso solamente morale

( salvezza dal male morale, da ciò che impedisce all’uomo di essere pienamente se stesso, di raggiungere la propria perfezione morale ), ma in senso propriamente religioso. In questo senso, la salvezza riguarda il rapporto tra l’uomo e Dio, ciò che impedisce questo rapporto è ciò che lo rende possibile.

Ora, quello tra l’uomo e Dio è il rapporto tra la creatura e il Creatore, tra il finito e l’Infinito, tra la verità e il bene, misti all’errore e al male, e la Verità assoluta e il Bene infinito. Rapporto quindi che

Significa la dipendenza dell’uomo da Dio Creatore, la piccolezza e la povertà dell’uomo dinanzi alla grandezza e alla ricchezza di Dio, la necessità che ha l’uomo di ricevere da Dio la verità e il bene e di essere liberato da Lui dall’errore e dal male. In senso religioso, la salvezza significa, da una parte, la liberazione, compiuta da Dio, da ciò che impedisce all’uomo di avere un giusto rapporto con Lui e, dall’altra, il dono divino che permette all’uomo di partecipare all’infinita ricchezza, alla verità assoluta e al bene infinito di Dio.

Ma, dicendo che Gesù è il salvatore degli uomini, intendiamo la salvezza non solo in senso religioso, bensì in senso propriamente cristiano. Per la fede cristiana, il rapporto tra Dio e l’uomo non è soltanto quello tra Creatore e creatura, quindi un rapporto di dipendenza e di “servitù” ( in quanto creatura, l’uomo è “servo” di Dio ), ma è soprattutto quello tra Padre e figlio, in quanto Dio, nel suo infinito amore per l’uomo, ha voluto che questi fosse elevato per pura sua grazia alla dignità di figlio, divenisse cioè partecipe in maniera non metaforica ma reale della sua stessa natura divina e della sua stessa infinita ed eterna felicità. Dio quindi ha creato l’uomo perché fosse suo figlio e si instaurasse con lui un rapporto non di servitù, ma di figliolanza, e dunque un rapporto di amicizia e di amore. Ma questo rapporto di figliolanza è rotto dal peccato in maniera tanto radicale che l’uomo è incapace con le sue forze di riannodarlo. Perciò l’uomo che liberamente e coscientemente commette il peccato – il quale consiste nel rifiuto dell’amore di Dio e nella disobbedienza alla sua legge – perde l’amicizia di Dio e si distacca da Lui, che è la vita dell’uomo, e così precipita nella perdizione e nella morte.

Che cos’è allora la “salvezza” cristiana? E’, in primo luogo, la liberazione dell’uomo dal peccato e dalle sue conseguenze: liberazione che si ottiene con la remissione del peccato, cioè con la concessione del perdono, da parte di Dio, e quindi del condono della colpa e della rispettiva pena. E’, in secondo luogo, il riannodarsi del rapporto filiale dell’uomo con Dio, e quindi la riammissione dell’uomo alla sua grazia, in virtù della quale egli ridiviene amico di Dio e torna a vivere nel suo amore. Ora, affermando che Cristo è il salvatore degli uomini, la fede cristiana afferma che Gesù è l’autore della salvezza: quindi è colui che libera gli uomini dal peccato e dalle sue conseguenze e restituisce loro la grazia e l’amicizia di Dio. Ma come si compie la salvezza degli uomini?

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Al principio dell’opera della salvezza c’è Dio, il Padre, il quale << vuole che tutti gli uomini siano salvati >> ( 1 Tm 2,4 ). Dunque la salvezza degli uomini ha la sua origine nella volontà di salvezza universale di Dio e il suo motivo nell’amore e nella misericordia paterna del Signore: per tale ragione, la salvezza << manifesta la grazia e l’amore di Dio nostro Salvatore >> ( Tt 2,11; 3,4 ). Questo amore ha spinto il Padre a mandare nel mondo il suo Figlio Gesù Cristo per la salvezza degli uomini:<< Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, […] perché il mondo si salvi per mezzo di lui >> ( Gv 3,16-17 ). Per volontà del Padre dunque Gesù ha salvato gli uomini con la sua morte sulla croce e con la sua risurrezione dalla morte. Con la sua morte ha liberato gli uomini dal peccato e ha ottenuto ( “meritato” ) loro il perdono del Padre: infatti, << mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi >> ( Rm 5,8 ) e << siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo >> ( Rm 5,10 ), poiché Cristo è divenuto << vittima di espiazione per in nostri peccati; non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo >> ( 1 Gv 2,2 ).

Con la sua risurrezione, Gesù ha comunicato agli uomini il dono dello Spirito Santo, che li ha “giustificati”, cioè resi “giusti”, restituendoli alla dignità di figli di Dio, per cui essi possono rivolgersi al Padre col nome stesso con cui lo chiamava Gesù: abbā. Gesù infatti << è stato messo a morte per i nostri peccati ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione >> ( Rm 4,25 ) e, una volta risorto da morte, ci ha donato lo Spirito Santo ( cfr Gv 20,22 ), << per mezzo del quale gridiamo: ‘abbà, Padre! >> ( Rm 8,15 ). In conclusione, Dio ha costituito Gesù, il Crocifisso e il Risorto, “capo e salvatore” ( At 5,31 ) degli uomini.

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Gesù Cristo, secondo la fede cristiana, non soltanto è il salvatore degli uomini; è anche il salvatore “unico e universale”. Che cosa significano questi due aggettivi? “Unico” può essere inteso in senso debole, e allora significa che una persona è talmente originale e straordinaria da potersi dire “unica”, oppure che si distingue per i suoi caratteri da tutte le altre, al punto da essere l’ “unica”. Diciamo così che Omero, Dante, Shakespeare sono poeti “unici”; che i fondatori di religioni sono “unici”; perché le religioni da essi fondate si distinguono dalle altre per i loro caratteri specifici e originali. Ma l’aggettivo “unico” può essere inteso in senso forte, assoluto, e allora significa che in un dato campo una persona è “unica”, vale a dire che non ce ne sono altre in maniera assoluta. E’ questo senso che parliamo dell’ “unicità” di Gesù di Nazaret. Dicendo cioè che Gesù è “l’unico” salvatore degli uomini, vogliamo dire che, nel campo della salvezza – e solo in tale campo – Gesù è “unico” e, dunque, non ci sono accanto a Gesù altri salvatori, sia pure inferiori o uguali a lui. Osserva il p. J. Dupuis:<< L’unicità di Gesù Cristo nell’ordine della salvezza, così come è stata tradizionalmente compresa nella fede cristiana, è un’unicità assoluta: Gesù Cristo è necessariamente “costitutivo” della salvezza di tutti gli uomini. Non è sufficiente ritenere che il mistero di Gesù Cristo è in grado, anche oggi e più di qualsiasi altro simbolo, di ispirare e nutrire una vita religiosa autentica; dobbiamo professare che, a motivo del piano divino, questo mistero è universalmente costitutivo della salvezza. L’unicità di cui si tratta significa dunque che l’autorivelazione e donazione divina in Gesù Cristo è decisiva, e in questo senso, “finale” e “centrale” >> ( << La fede cristiana…. >> cit., 225 s ).

Che Gesù sia l’<<unico>> salvatore degli uomini è un’affermazione centrale della fede cristiana. Lo proclama Pietro ai capi del popolo e agli anziani che lo interrogano sulla guarigione dello storpio che mendicava alla Porta Bella del Tempio: << In nessun altro [se non in Gesù il Nazareno] c’è salvezza; non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale sia stabilito che possiamo essere salvati >> (At 4,12 ). Aggiunge la Prima Lettera a Timoteo (2,5-6): << Uno solo, infatti, è Dio e uno solo il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù, che ha dato se stesso in riscatto per tutti >>.

Ma oltre che salvatore “unico” degli uomini, Gesù è anche salvatore “universale”. Ciò significa che Gesù è il salvatore non soltanto di alcuni uomini – per esempio, dei cristiani che credono in lui – ma di tutti gli uomini, cosicché nessuno si può salvare senza di lui, e tutti i “salvati” sono tali in virtù della morte e della resurrezione di Gesù di Nazaret, quindi per la grazia della salvezza che egli ha meritato loro con la sua morte sulla croce e la sua risurrezione. Anche l’affermazione che Cristo è il salvatore universale, cioè di tutti gli uomini, appartiene alla fede cristiana. Infatti san Paolo afferma che Cristo “è morto per tutti” ( 2 Cor 5,15 ), perché tutti gli uomini sono peccatori e schiavi del peccato e quindi hanno bisogno di essere salvati dall’unico che può liberarli dai peccati e ricondurli a Dio, Gesù Cristo:<< Tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, in virtù della redenzione realizzata da Cristo Gesù >> ( Rm 3, 23 –                          24 ).

Ma in che senso devono essere intesa l’ “unicità” e l’ “universalità” della salvezza in Gesù Cristo ? In senso non “esclusivo”, ma “inclusivo”. Nel senso, cioè, che, affermando che Gesù è l’unico e universale salvatore degli uomini, s’intende affermare che non ci sono altri che, al di fuori di lui, che possano salvare gli uomini e che non ci sono altri che, al pari di lui, possano donare agli uomini la salvezza. Non nel senso, invece, di escludere che anche nelle altre religioni ci possano essere e ci siano di fatto elementi – come persone, dottrine e riti – che possono favorire, preparare e predisporre alla salvezza che Dio opera in Gesù Cristo e per mezzo di Gesù Cristo. In altre parole Gesù è l’unico salvatore di tutti gli uomini, cosicché nessuno può salvarsi e nessuno si salva se non per la grazia che viene da lui; però nelle altre religioni ci possono essere, e di fatto ci sono, elementi che possono mediare, sia pure imperfettamente, la salvezza, nel senso che possono essere nelle mani di Dio strumenti e vie attraverso le quali Dio comunica la salvezza operata da Cristo.

Afferma il documento Dialogo e annuncio del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso:<< Tutti gli uomini e tutte le donne che sono salvati partecipano, anche se in modo indifferente, allo stesso mistero di salvezza in Gesù Cristo per mezzo del suo Spirito. I cristiani ne sono consapevoli, grazie alla loro fede, mentre gli altri sono ignari che Gesù Cristo è la font della loro salvezza. Il mistero di salvezza li raggiunge, per vie conosciute da Dio, grazie all’azione invisibile dello Spirito di Cristo. E’ attraverso la pratica di ciò che è buono nelle proprie tradizioni religiose e seguendo i dettami della loro coscienza che i membri delle altre religioni rispondono positivamente all’invito di Dio e ricevono la salvezza in Gesù Cristo, anche se non lo riconoscono come il loro salvatore >> ( n.29 ).

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A questo punto sorgono due problemi: 1) Affermare che Gesù Cristo è l’unico e universale salvatore degli uomini equivale ad affermare il carattere “assoluto” di Gesù Cristo e del cristianesimo. Ora questo sembra in contrasto col pluralismo religioso di oggi, il quale esige che le religioni siano sullo stesso piano e che nessuna di esse possa accampare la pretesa di essere la religione “assoluta” e dunque assolutamente “vera”. 2) La predetta affermazione rende assai difficile il dialogo interreligioso, perché sembra sminuire, se non annullare del tutto, il valore salvifico delle altre religioni e quindi crea nell’interlocutore non cristiano un senso di disagio e di diffidenza, se non di avversione e di rifiuto del dialogo: questo infatti è possibile a condizione che sia “alla pari”. Alcuni cattolici, teologi e non, si chiedono perciò se non sia necessaria una revisione o, più precisamente, una reinterpretazione della cristologia – in particolare, dell’affermazione che << Gesù Cristo è l’unico e universale salvatore degli uomini >>, – che tenga conto sia del pluralismo religioso che respinge l’idea di una religione “assoluta” e assolutamente “vera”, sia dell’esigenza che il dialogo interreligioso sia “alla pari”.

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Contro la “pretesa” del cristianesimo di essere una religione “assoluta” – intendendo per “assolutezza” ( Absolutheit ) il fatto che << tutte le religioni sono verità relative nella religione assoluta >> – già al principio di questo secolo E. Troeltsch nella sua opera Die Absolutheit des Christentums und die Religionsgeschichte ( Tubingen, JCB Morh, 1902, tr. it., Napoli, Morano, 1968 ) obiettava che con la nascita del mondo moderno è nata una “visione assolutamente storica delle cose umane”, per cui ogni fenomeno è collocato nel flusso del divenire storico e condiziona ed è a sua volta condizionato da altri fenomeni. Esso dunque sottostà alle leggi della storia. Per conseguenza, non esiste nessuna realtà che possa rivendicare a sé una validità assoluta e universale: ogni fenomeno – quindi anche il fenomeno religioso nelle sue diverse espressioni – è relativo, perché storicamente condizionato, e particolare, perché si colloca in un determinato momento della storia. In realtà questa non conosce concetti universali e assoluti, ma solo fenomeni concreti, individuati, sempre condizionati da un contesto; non conosce valori universalmente validi, poiché questi si presentano sempre individuati e rivendicano la loro universalità nonostante la pura realtà di fatto. Quindi è impossibile pensare che un concetto universale (per esempio, quello di religione) si realizzi nel corso dell’evoluzione storica in maniera assoluta. In conclusione, non essendo possibile identificare un concetto universale con un’immagine storica concreta e individuale, risulta impossibile pensare il cristianesimo come la religione assoluta.

Ma, osserva E. Troeltsch, affermare che il cristianesimo sia un fenomeno pienamente storico, e quindi relativo, non significa negargli il carattere di normatività, poiché “relativo” non è il contrario di “normativo”. Significa soltanto che tale “normatività” è qualcosa d’individuato e di temporalmente condizionato: tende all’assolutezza, ma non si è ancora fatta assoluta. Neppure significa negare al cristianesimo un particolare valore rispetto alle altre religioni. A suo parere, lo studio della storia delle religioni mostra come nel cristianesimo convergano, come a termine comune, quei motivi che non possiamo non avvertire come avvii o presagi. Le quattro verità fondamentali (Dio, il mondo, l’anima, la vita superiore metamondana) infatti giungono nel cristianesimo alla loro piena affermazione. Per tale motivo esso può essere considerato non soltanto come il punto culminante, bensì anche come il punto di convergenza di tutte le linee evolutive della religione che ci è dato conoscere e può pertanto, nel confronto con le altre religioni, essere designato come la sintesi capitale e insieme come l’inizio di una vita sostanzialmente nuova.

Tuttavia il cristianesimo resta sempre una realtà storica: non è detto perciò che non possa essere superato. Sebbene esso soddisfi le esigenze più profonde dell’uomo, è possibile che sorgano esigenze ancora più profonde, a cui esso non sia in grado di rispondere e quindi che sorga una religione più perfetta capace di soddisfarle. In conclusione, il cristianesimo è il più alto valore religioso e la più perfetta rivelazione di Dio agli uomini, anche se le altre religioni sono parimenti rivelazioni di Dio e anche se non si può escludere in astratto – secondo Troeltsch – la possibilità di una nuova e più perfetta rivelazione.

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A proposito di questa obiezione contro il carattere assoluto del cristianesimo, si deve rilevare anzitutto che E. Troeltsch professa lo storicismo assoluto, secondo il quale tutto è storico, è relativo al tempo e allo spazio e non c’è nulla che abbia validità sempre e dovunque, in ogni tempo e in ogni luogo: per lui il vero e il bene sono relativi ai tempi e ai luoghi, cosicché ciò che era vero e bene nel passato in una data civiltà può essere falso e male oggi in una civiltà diversa. In base dunque a un particolare sistema filosofico, fortemente discusso com’è lo storicismo, E. Troeltsch nega il carattere assoluto del cristianesimo e, quindi, la sua trascendenza sulla storia.

In realtà la trascendenza del cristianesimo sulla storia si fonda sul fatto che, con l’incarnazione del Figlio di Dio, l’Assoluto è entrato nella storia umana e, poiché Dio è la Verità assoluta, e il Bene assoluto, Gesù di Nazaret, che è vero Dio e vero Uomo, in quanto Dio è la Verità e il Bene assoluti e in quanto Uomo è un personaggio storico. In altre parole, in Gesù ci sono l’assolutezza di Dio e la storicità dell’uomo: in quanto è Figlio di Dio egli è la Via, la Verità e la Vita e la religione che egli ha fondato è “divina”, quindi assolutamente “vera” e tale che non può essere “superata”; in quanto Gesù è uomo, vissuto in una certa epoca e in un certo luogo, egli ha le limitazioni che sono di ogni personaggio storico e quindi la religione che egli ha fondato non è solo “divina”, ma anche “umana” e “storica”. Quindi da una parte ha il carattere dell’assolutezza, che le proviene dal fatto che il suo fondatore è il Figlio di Dio; dall’altra, ha il carattere della storicità, e dunque della limitatezza e dell’imperfezione.

Questa osservazione è estremamente importante per comprendere con esattezza il senso dell’espressione: la religione cristiana è la religione “assoluta” e “assolutamente vera”. “Assoluta” significa che, essendo opera di Dio e non degli uomini, la religione cristiana partecipa dell’assolutezza divina e quindi è definitiva e insuperabile, è la religione voluta da Dio per tutti gli uomini. Ma il termine “assoluto” va inteso in senso positivo, non in senso esclusivo. Cioè, mentre si afferma che la religione cristiana è “assoluta”, non si esclude che anche nelle altre religioni possano essere presenti taluni elementi di assolutezza, a motivo dell’opera dello Spirito Santo, che è lo Spirito di Gesù, che agisce in tutti gli uomini e, in particolare, nelle religioni, che sono per gli uomini la via attraverso la quale essi cercano Dio e si mettono in contatto con lui. Ancora: mentre si afferma che la religione è “assolutamente vera”, non si esclude che nelle altre religioni ci possano essere elementi di alto valore religioso; anzi, si deve positivamente ritenere che ce ne siano, perché lo Spirito Santo è all’opera in tutti gli uomini e in tutte le religioni, e quanto in esse si trova di vero e di buono è intimamente orientato al mistero di Cristo.

Si deve poi rilevare che “verità assoluta” non equivale a “verità totale”. Cioè il cristianesimo, in quanto opera divina, possiede la verità “assoluta”. Ciò vale anche per l’umanità del Verbo incarnato, ma in quanto opera umana e storica della Chiesa non possiede “tutta” la verità, bensì deve sia correggere continuamente possibili deviazioni ( non in cose essenziali ) dalla verità, sia crescere nella verità, anche con l’aiuto di persone non cristiane che sono alla sincera ricerca di Dio, per giungere “a tutta la verità”: ciò che avverrà solo alla fine dei tempi sotto la guida dello Spirito Santo e con l’apporto di tutti coloro – cristiani e non cristiani, credenti e non credenti – che sono alla ricerca della Verità, anche se la nominano diversamente dai cristiani o addirittura non sanno nominarla.

Per questo la Chiesa cattolica nel Vaticano II, dopo aver parlato dell’induismo e del buddismo, afferma che essa << nulla rigetta di ciò che è vero e santo in queste religioni. Essa considera con sincero rispetto quei modi di vivere e di agire, quei precetti e quelle dottrine che, quantunque in molti punti differiscano da quanto essa crede e propone, tuttavia non raramente riflettono un raggio della verità che illumina tutti gli uomini. Essa però annunzia, ed è tenuta incessantemente ad annunziare, il Cristo che è “la via, la verità e la vita”, nel quale gli uomini devono trovare la pienezza della vita religiosa e nel quale Dio ha riconciliato a Sé tutte le cose >>

( Nostra aetate, n.2 ).

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Nel dialogo con le altre religioni, la Chiesa cattolica, pur affermando l’assolutezza e la verità del cristianesimo, entra perciò con spirito aperto e sincero: aperto all’ascolto di quanto gli altri dicono e pronto a riconoscere gli autentici valori religiosi che essi possiedono; sincero nel riconoscere che il cristiano, se può dare molto agli altri, può anche ricevere molto da essi proprio per una migliore comprensione del messaggio cristiano. Così, per esempio, proprio nel dialogo interreligioso il cristiano può rendersi conto del fatto che l’eccessiva occidentalizzazione della presentazione del messaggio evangelico ne pregiudica l’universalità, in quanto lo rende incomprensibile e inaccessibile e dunque estraneo a popoli e civiltà non occidentali: può quindi imparare dal dialogo a discernere quello che nel cristianesimo è “assoluto”, e perciò immutabile, e quello che è “storico”, e dunque può essere adattato e mutato, secondo i popoli e le civiltà.

Ma il problema che oggi si pone è questo: si può andare “con spirito aperto e sincero” al dialogo con le altre religioni affermando che Gesù di Nazaret è il salvatore unico e universale degli uomini, che è l’unica e definitiva – e quindi “assoluta” – manifestazione e rivelazione di Dio nella storia umana e la Verità assoluta in campo religioso? Non bisogna, invece , affermare – proprio per rendere possibile il dialogo interreligioso – che Gesù di Nazaret non è che una “manifestazione” storica e passeggera del Cristo cosmico, che è presente e agisce in tutte le religioni? Non bisogna affermare che Gesù è “una” tra le tante rivelazioni di Dio che si sono avute nella storia e di cui sono testimonianza le varie religioni, anch’esse “rivelate” al pari del cristianesimo? Non bisogna dire che Gesù non è l’ “unico” salvatore, ma “uno dei tanti” salvatori, inviati da Dio agli uomini? Non bisogna dire che Gesù non è il Salvatore di tutti gli uomini, ma è il Salvatore dei cristiani, cioè di coloro che credono in lui? Non si deve parlare di “pluralismo unitivo” delle religioni, il cui presupposto fondamentale è che tutte sono o possono essere ugualmente valide, e che quindi i loro fondatori sono o possono essere ugualmente validi: di qui la possibilità che Gesù sia “uno dei tanti” nel mondo dei salvatori e dei redentori? Ecco alcuni problemi oggi dibattuti a proposito del dialogo interreligioso e sui quali ritorneremo prossimamente.

La Civiltà Cattolica