Futuro prossimo nelle mani dei giovani

Sabato scorso al teatro Santa Giulia del Villaggio Prealpino la consegna delle nuove linee di pastorale giovanile vocazionale. Ne parliamo con don Giovanni Milesi, direttore dell’Ufficio per i giovani, gli oratori e la pastorale giovanile

Il “Futuro prossimo” adesso è dei giovani. Sabato, nella sala della comunità Santa Giulia del Villaggio Prealpino a Brescia, il vescovo Tremolada ha consegnato ai giovani della diocesi le nuove linee di pastorale giovanile vocazionale. Si è così concluso così un percorso avviato con la preparazione del Sinodo dei vescovi sui giovani e che si è fatto ancora più spedito con il suo arrivo a Brescia, l’8 ottobre 2017. Sin da subito il vescovo ha “certificato” che la più volte ribadita attenzione alle giovani generazioni non era una semplice dichiarazione di “inizio mandato”, ma una vera e propria preoccupazione pastorale che, con il tempo, si è concretizzata nel cammino che ha portato alla definizione di un nuovo progetto di pastorale giovanile, a tre decenni di distanza dal precedente, che porta la data del 1990. Ne parliamo con don Giovanni Milesi, direttore dell’Ufficio per i giovani, gli oratori e la pastorale giovanile.

La Chiesa bresciana ha messo mano a nuove linee di pastorale giovanile. Quali le ragioni dietro a questa scelta?

La grande e giustificata attenzione che la Chiesa bresciana in anni recenti ha data alla dimensione catechistica con la definizione del nuovo progetto di iniziazione cristiana dei fanciulli e dei ragazzi, ha fatto passare in secondo piano la necessita di un ripensamento della pastorale che tenesse conto del cambiamento in atto nel mondo dei giovani. Il loro progressivo ma inesorabile allontanamento dalla Chiesa, la difficoltà del dialogo, dell’ascolto e dell’incontro erano temi che non potevano più essere elusi. Con l’indizione del Sinodo dei vescovi sui giovani, prima, e la stesura della Christus Vivit poi, anche papa Francesco ha sottolineato a livello planetario l’urgenza e l’improrogabilità di nuova riflessione. Così anche Brescia ha deciso di mettersi gioco. In vista del sinodo i giovani sono stati ascoltati e ci hanno detto che non siamo stati in grado per troppo tempo di cogliere il loro grido silenzioso, il loro progressivo distacco. “Futuro prossimo”, il titolo dato alle nuove linee di pastorale giovanile vocazionale è il frutto di questa piccola e profonda storia.

Quali sono la novità del progetto che avete presentato ieri?

Una delle novità di queste linee è sicuramente quella del taglio con cui il mondo giovanile è stato accostato. I giovani non sono un problema, ma sono parte di quella Chiesa che, come ricorda papa Francesco, chiede loro aiuto per dire la fede ai coetanei. In questa prospettiva, assunta anche dalle linee, i giovani diventano risorsa. Credo che oggi i giovani ci aiutino essere cristiani, obbligano il mondo degli adulti a dire la loro fede in maniera nuova, autentica perché non accettano scorciatoie o mistificazioni. Le linee sono costruite intorno un nucleo tematico che il Vescovo ha condensato in tre azioni: accostare, accompagnare e discernere.

Come si è sviluppato l’ascolto dei giovani?

Come equipe di pastorale giovanile avevamo immaginato una serie di azioni. Già nel corso del primo incontro, nel novembre 2017 a cui, con il Vescovo, parteciparono quasi un centinaio di giovani, venne posta loro la domanda sulle modalità migliori per questo ascolto. Con nostra grande sorpresa ci dissero che non credevano nell’efficacia dei grandi raduni o dell’uso di Facebook e degli altri social. Per parlare di fede ritenevano necessario l’incontro individuale, la relazione interpersonale. Ed è su questi binari che l’ascolto ha preso forma: i giovani hanno incontrato e ascoltato altri giovani.

“Futuro prossimo” ha per sottotitolo “linee di pastorale giovanile vocazionale”. Perché l’introduzione di questo ultimo aggettivo?

Ancora prima del sinodo dei vescovi sui giovani che di fatto ha iniziato a parlare di pastorale giovanile in chiave vocazionale, Brescia aveva operato questa svolta, creando un unico ufficio che mettesse insieme quello per la pastorale giovanile e quello per le vocazioni. Non era una semplice questione organizzativa, ma una scelta che prendeva le mosse dalla presa di coscienza che le due dimensioni non potevano essere disgiunte, perché intimamente legate l’una all’altra. Una scelta che poteva sembrare azzardata, ma che ha trovato poi una sua piacevole conferma nel cammino di preparazione del sinodo per i giovani.

Non c’è però il rischio che l’uso di questo aggettivo possa spaventare i giovani?

Sì, il rischio c’è e sono stati gli stessi giovani a farlo notare. Siamo in presenza di un problema di linguaggio. Per questo abbiamo pensato anche ad alcune mediazioni, come video e altri strumenti, per superare effettive criticità di un linguaggio che ancora ci appartiene. Dire in poche parole cosa significa l’aggettivo vocazionale è ancora una bella sfida.

Il futuro del seminario minore

Il Consiglio presbiterale e il consiglio pastorale si sono interrogati sull’accompagnamento vocazionale, in particolare sul Seminario minore

Nelle scorse settimane il Consiglio presbiterale prima e il Consiglio pastorale hanno continuato a confrontarsi sull’accompagnamento vocazionale dei ragazzi e delle ragazze, in particolare con un focus sul Seminario minore. La fotografia del contesto in cui viviamo è abbastanza chiara: manca, infatti, la condivisione di un vissuto cristiano. Gli stessi genitori non credono più in una proposta vocazionale di speciale consacrazione. Si sente sempre di più la necessità di un cristianesimo che sappia essere attrattivo nella linea descritta da Evangelii Gaudium. Per andare in questa direzione, diventa fondamentale l’incontro con figure credibili, con testimoni autorevoli. La stessa catechesi deve essere “aperta”, cioè deve portare i ragazzi a visitare e vivere la comunità. Il Seminario minore (va pensato un nuovo nome), così si è espresso il Consiglio pastorale, è molto importante e va mantenuto vivo anche perché il percorso delle comunità territoriali non è sufficiente. Bisogna, però, ripensare all’impostazione, cercando di non guardare più ai giovani che lo vivono come a dei piccoli preti, ma bensì come a ragazzi che camminano per capire come vivere la loro vita. Bisogna pensare anche a un seminario “aperto”, che non isoli i ragazzi ma che possa far vivere loro la comunità.

La riflessione in Seminario. Continuando la riflessione su pastorale giovanile, vocazioni e Seminario, il Seminario Maria Immacolata, lunedì scorso, ha promosso un incontro per riflettere sui capitoli VIII e IX, dedicati alla vocazione e al discernimento, della esortazione apostolica Christus vivit. Un parroco (don Mario Metelli), un curato (don Giovanni Bonetti), il vicerettore del Seminario (don Manuel Donzelli) e due studenti in formazione (Davide Bellandi e Stefano Pe) hanno espresso le loro considerazioni. Don Manuel ha riletto l’importanza del discernimento (“capirsi con Dio” come afferma Rupnik) e ha riletto anche la sua esperienza di educatore in via delle Razziche. “La vocazione è una chiamata, ma una persona non può entrare in sacrestia (e poi in seminario), solo perché le altre cose lo spaventano. Le troppe ‘sponsorizzazioni’ dei sacerdoti possono illudere i giovani seminaristi, mentre serve anche la disponibilità dei ragazzi a uscire dai propri schemi. La rigidità è troppo pericolosa. Come possiamo aiutare la vocazione dei giovani se non sappiamo perché amare Cristo? Dio ci vuole felici. Cristo – come scrive il Papa – vive e ti vuole vivo”. Resta da chiedersi anche, come ha ribadito don Andrea Dotti, se la vita del Seminario è una formazione o è solo una rifinitura di un modello già formato: che tipologia di giovani siamo pronti ad accogliere? Sui giovani, don Giovanni Bonetti ha sottolineato “le situazioni di orfanezza” evidenziate dal Papa: “Ai giovani manca chi racconta loro che la vita ha un senso. Fanno anche esperienze diverse, ma difficilmente trovano chi li aiuta a rileggere quello che hanno vissuto. L’esperienza vocazionale può nascere se non perdo tempo con i giovani? Il Papa ci dice che il segreto è spendersi per gli altri, perché ‘la vita raggiunge la sua pienezza quando si trasforma in offerta’. I giovani sono esigenti e hanno bisogno dell’aspetto relazionale”. Gli spazi offerti dall’oratorio non sono più il luogo principale di ritrovo e di riferimento dei ragazzi. “Non è necessaria per la pastorale giovanile l’esperienza oratoriana”. Don Claudio Laffranchini, vicedirettore dell’Ufficio per gli oratori, i giovani e le vocazioni, ha osservato invece che bisogna ragionare in chiave missionaria anche quando parliamo di pastorale giovanile vocazionale: i giovani diventano i primi evangelizzatori di altri giovani. L’oratorio va rinnovato ma non abbandonato.

Santità, orizzonte del nostro futuro

Nell’incontro con i vicari zonali, il Vescovo ha sottolineato i temi del prossimo anno pastorale per il quale sta scrivendo una lettera dedicata alla santità

“Mi piacerebbe che la santità diventasse l’orizzonte dei prossimi anni, l’orizzonte verso il quale cammineremo. Anche perché la santità è la forma autentica dell’umanità, è l’umanità trasfigurata è il convivendo del progetto originario di Dio sull’umanità stessa; è l’umanità nella luce della grazia; è l’umanità redenta che porta a compimento il progetto sull’umanità creata”. Così si è espresso il vescovo Pierantonio nell’ultimo incontro con i vicari zonali. Nel suo intervento ha ribadito anche l’intenzione di trovare parole nuove per ridare significato e vitalità a un termine, santità, che “crea immediatamente distanza soprattutto da parte dei giovani: la parola santità non dice molto ai giovani, ma neanche ai nostri adulti, dichiara qualcosa di suggestivo e interessante ma distante. Occorrerebbe recuperare quest’aspetto, che cioè si tratta di qualcosa che ci riguarda, è la forma bella della vita”.

Il titolo della Lettera, nelle intenzioni, vuole recuperare la bellezza della vita come dimensione costitutiva della santità. Il punto di partenza sarà la preghiera, che rende concreta la santità. “L’anno prossimo ci concentreremo sulla preghiera. Parleremo della preghiera come costitutiva della santità stessa”. Negli anni successivi verranno toccati alcuni aspetti, in particolare l’eucaristia e la celebrazione domenicale, la dimensione dell’interiorità e la dimensione comunitaria. Saranno accennati già nel testo della Lettera, perché Tremolada vuole “superare l’idea che la trattazione di un solo argomento accantoni gli altri”.

La scelta di parlare della santità è nata prima dell’esortazione apostolica Gaudete et exsultate di Francesco, ancora durante l’omelia di ingresso di Tremolada. “La nostra pastorale deve avere due binari fondamentali ovvero concentrarsi sullo sguardo di Cristo e avere la santità come stile di vita e come elemento qualificante della Chiesa nel suo rapporto con il mondo. Il mondo fa fatica a capire cosa significhi che la Chiesa è apostolica e cattolica, ma quando capisce che è santa allora… Paolo VI diceva che abbiamo bisogno di preti santi non di maestri. Mi piacerebbe nei prossimi anni camminare insieme nella santificazione personale e come Chiesa. E poi tutto questo si è intrecciato anche con la bella e attesa notizia della canonizzazione di Paolo VI”.

Lettera feconda e venuta dal futuro

Nelle ultime settimane due convegni interessanti hanno ribadito l’importanza dell’Humanae vitae a 50 anni dalla sua pubblicazione. In particolare, hanno posto l’accento sulla regolazione naturale della fertilità

Il 25 luglio ricorrono i 50 anni dell’Humanae vitae, un’enciclica che ebbe una gestazione lunga e complessa. Siamo nel 1963 quando Giovanni XXIII decise di istituire una “Commissione Pontificia per lo studio della popolazione, della famiglia e della natalità”. L’obiettivo era quello di capire come conciliare dottrina morale e regolazione delle nascite; lo studio prosegue fino al ’66 quando la commissione consegna l’esito dei lavori. Tutto viene secretato in attesa delle decisioni di Paolo VI. Prima della pubblicazione(nell’aprile del 1967) sulla stampa internazionale escono delle anticipazioni sui risultati della commissione. Paolo VI incaricò prima la Congregazione della dottrina della fede (dal giugno ’66 alla fine del ’67) poi la Segreteria di Stato (fino alla metà del ’68) di approfondire il caso e di ascoltare nuovi esperti. Il materiale accumulato (18 faldoni) servì a Paolo VI per scrivere Humanae vitae.

Molti respinsero il suo messaggio e i suoi avvertimenti. Molti trovavano che l’insegnamento secondo il quale il ricorso alla contraccezione è “assolutamente escluso” in qualunque caso e “intrinsecamente sbagliato” sarebbe stato difficile da accettare. 50 anni dopo, molte cose sono state realizzate nella nostra società a danno della vita umana e dell’amore. Molti sono giunti ad apprezzare nuovamente la saggezza della dottrina della Chiesa. Recentemente 500 sacerdoti britannici hanno sottoscritto una dichiarazione in difesa degli insegnamenti dell’Humanae vitae: “L’enciclica confermò, in armonia con l’insegnamento tradizionale della Chiesa, la purezza e la bellezza dell’atto sponsale, sempre aperto alla procreazione e sempre unitivo. L’Humanae vitae predisse che se la contraccezione artificiale si fosse diffusa e fosse stata comunemente accettata dalla società, allora avremmo perduto la nostra corretta concezione del matrimonio, della famiglia, della dignità del bambino e della madre, perfino il corretto rapporto con i nostri corpi e il dono del maschile e del femminile”.

Dal 14 al 17 giugno il convegno internazionale ospitato al Centro pastorale Paolo VI ha posto l’accento sulla “fecondità di una lettera venuta dal futuro”. Tanti gli interventi per un evento dedicato, in particolare, agli insegnanti e ai sensibilizzatori della regolazione naturale della fertilità. La scelta di fondo di Paolo VI nell’enciclica Humanae vitae fu di fare riferimento innanzitutto a una antropologia integrale all’altezza della dignità dell’uomo, creato a immagine e somiglianza di Dio. Un’analisi attenta è in grado di far apprezzare come il cuore pulsante dell’enciclica sia la gioia, la letizia per il dono della sessualità. Nella logica di tale dono è inscritta la possibilità dell’amore umano nella sua pienezza e verità. Sul fronte dei fondamenti scientifici dei metodi di regolazione naturale della fertilità nei diversi periodi e situazioni della vita anche le nostre comunità devono fare ancora molto strada. Lo stesso vale per la metodologia di accompagnamento delle coppie.