L’ultimo saluto a don Ettore Piceni

Il sacerdote è stato stroncato da un infarto ieri mattina a Iseo. I funerali, presieduti dal vescovo Pierantonio Tremolada, sono previsti per domani 30 agosto alle 15.00 nella chiesa di S. Maria Assunta di Rovato. Don Ettore verrà sepolto presso il cimitero di Milzanello

Un arresto cardiaco ha stroncato la vita di don Ettore Piceni, curato dell’Up in servizio a Lodetto di Rovato. La tragedia è avvenuta ieri mattina a Iseo, in via Roma, durante una delle sue amate escursioni in bicicletta. A nulla sono valsi i soccorsi. Il pronto utilizzo del defibrillatore non ha sortito effetti. Inevitabile lo sconcerto della comunità una volta appresa la notizia.

Don Ettore, della parrocchia di Milzanello, era nato a Leno nel 1966. Ordinato a Brescia nel 1998, nel corso del suo ministero ha svolto i seguenti servizi: curato a Verolavecchia (1998 – 2002); curato a Palosco (2002 – 2012); curato a Rovato, Bargnana di Rovato e Lodetto dal 2012; curato a S.Andrea di Rovato, S.Giuseppe di Rovato e Rovato San Giovanni Bosco dal 2013.

A partire da ieri pomeriggio la camera ardente è stata allestita presso la chiesa parrocchiale di Lodetto di Rovato. La veglia funebre con la Santa Messa, presieduta da mons. Gaetano Fontana, Vicario generale della diocesi, avrà luogo oggi 29 agosto alle 20.00 nella chiesa parrocchiale di Lodetto di Rovato. I funerali, presieduti dal vescovo Pierantonio Tremolada, sono previsti per domani 30 agosto alle 15.00 nella chiesa parrocchiale di S. Maria Assunta di Rovato. Don Ettore verrà sepolto presso il cimitero di Milzanello.

Per lui e per i suoi familiari il nostro ricordo nella preghiera.

Tra i tanti che lo ricordano, sui social è affettuoso l’abbraccio di Davide Martinelli, ciclista professionista originario proprio di Lodetto. Don Ettore aveva fondato anche un fanclub dedicato al giovane figlio di Beppe Martinelli. “Ti ricorderò così! Felice di pedalare! Te ne sei andato come un fulmine a ciel sereno e questo fa ancora più male, tante persone stanno soffrendo, tanti ti volevano bene e tu avevi sempre una parola di conforto per tutti. Noi invece siamo tutti senza parole; è venuto a mancare il punto di riferimento della nostra comunità, il tutto fare e del fare sempre di più! Il nostro organizzatore, colui che teneva in allegria Lodetto. Aveva voluto fondare un fanclub per sostenermi, cosa inusuale per un Don, ma apprezzata da tanti, me in primis, quando subivo delusioni, in ogni ambito, sapeva sempre dire la cosa giusta per farmi voltar pagina, non era un tecnico ciclistico, era solo di cuore, e questo mi bastava! Non ho molte altre parole ora, magari più avanti le troverò e cercherò di trasmettere le mie emozioni a tutti voi. Ora proprio non riesco. Ora vai a dispensare belle parole per tutti e qualche volta fatti una pedalata anche lassù. Buon viaggio Don Ettore, buon viaggio Presidente”.

Mons. Olmi nella luce di S. Angela

L’omelia pronunciata in cattedrale dal vescovo Pierantonio durante i funerali di mons. Vigilio Mario Olmi

Nessuno di noi avrebbe mai immaginato di celebrare le esequie del Vescovo Vigilio Mario in questo giorno di festa, la festa di sant’Angela Merici, co-patrona della diocesi di Brescia. Nessuno avrebbe mai pensato che si potesse in questa occasione vestire per una liturgia funebre gli abiti liturgici della solennità e quindi mantenere il colore bianco.

È invece quel che sta succedendo. Stiamo salutando questo nostro amato fratello vescovo mentre ricordiamo con tutto il nostro popolo la grande figura di sant’Angela, così cara a questa città. Il Signore che guida con amorevole provvidenza la storia non cessa mai di stupirci. Quelle che a noi paiono delle semplici seppur felici coincidenze sono in verità molto di più: sono circostanze che rispondono ai suoi disegni di grazia, segni della sua dolce benevolenza.

Il vescovo Vigilio Mario aveva per sant’Angela Merici una devozione del tutto particolare, molto viva e profonda. Era fermamente convinto del suo singolare carisma ed era felicissimo di poterla riconoscere e venerare co-patrona di Brescia, insieme ai santi Faustino e Giovita. Nel 1981, mentre è parroco-abate di Montichiari, viene nominato dal mio venerato predecessore, il vescovo Luigi Morstabilini, superiore della Compagnia di S. Orsola, costituita da quelle figlie di s. Angela che saranno a lui sempre carissime. Da quel momento egli accompagnerà con sapiente dedizione, sino alla fine della sua vita, il cammino di quelle consacrate che Brescia chiama affettuosamente “le angeline”. Tra di esse vi è anche l’amata sorella Petronilla, che gli starà a fianco per tutta la vita.

Mi sembra bello, mentre accompagniamo il vescovo Vigilio Mario all’incontro con il Signore, guardare alla sua vita e al suo ministero apostolico nella luce di sant’Angela, del suo carisma e della sua testimonianza. La liturgia che stiamo celebrando ci invita, attraverso la Parola di Dio proclamata, a riconoscerne le caratteristiche in due aspetti essenziali: la sponsalità dell’anima che accoglie nell’intimo la voce del suo Signore e il servizio che rende grandi. Abbiamo ascoltato le parole del profeta Osea. Sono le parole che il Signore Dio rivolge al suo popolo, tanto amato quanto volubile, non sempre fedele alla sua alleanza, cui tuttavia il Signore guarda con amore appassionato, come uno sposo guarda alla sua sposa: “Ecco – dice il Signore – io l’attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore … Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nell’amore e nella benevolenza, ti farò mia sposa nella fedeltà e tu conoscerai il Signore”.

Sposa di Cristo, anche sant’Angela ha accolto nel suo cuore la voce di colui che la chiamava ad una vita di totale consacrazione e si è lasciata conquistare. La forza creativa dello Spirito santo l’ha condotta così a immaginare una forma di servizio al prossimo del tutto nuova, uno stile di vita secondo il Vangelo che dava alla consacrazione la forma della vicinanza amorevole alla gente, nei paesi, tra le case, nelle scuole, negli ospedali, per accompagnare, assistere, sostenere, consolare. Una compagnia sollecita e affettuosa, una cura per la vita dettata dalla carità e costantemente vitalizzata dalla preghiera. È questo il segreto della spiritualità di sant’Angela Merici.

La voce dello sposo ha parlato anche all’anima del vescovo Vigilio Mario. È stata, la sua, una chiamata che si è distesa nel corso dell’intera vita, a partire dal suo Battesimo, e che ne ha fatto prima un presbitero e poi un vescovo di questa Chiesa bresciana, cui egli ha dedicato l’intera sua esistenza. Ordinato presbitero nell’anno santo 1950, ha vissuto l’esperienza della cura d’anime sia come curato e che come parroco. È stato educatore in seminario nei tempi che seguirono il Concilio Vaticano II, anni – diceva lui stesso – di vera conversione pastorale. Lo ispirava il desiderio sincero di comprendere con l’intera Chiesa le vie dello Spirito e i segni dei tempi. Divenuto vescovo ausiliare della Chiesa bresciana, posto a fianco dei vescovi ordinari, si è fatto carico con generosità di un ministero che lo ha visto particolarmente attento al presbiterio diocesano. Ha molto amato i sacerdoti. Li conosceva molto bene. Grazie ad una memoria formidabile che lo ha assistito sino agli ultimi momenti della sua vita, ricordava con precisione tutti i percorsi di destinazione. Segno eloquente di questo affetto era la telefonata di auguri per il compleanno che ogni presbitero bresciano sapeva di poter ricevere il mattino del giorno anniversario, ma anche il suo desiderio di partecipare alle veglie funebri per i sacerdoti defunti, nelle quali ripercorreva il cammino di vita di ognuno di loro. “Ho avuto modo di incontrare tanti bravi sacerdoti, attivi, silenziosi, senza tante pretese – ebbe a dire più volte”. Considerava essenziale l’accompagnamento e la cura dei sacerdoti da parte del vescovo e tanto la raccomandava, “anche se – precisava – sentirsi sostenuto dal proprio vescovo non significa sentirsi appoggiato qualsiasi cosa si faccia”. Per quanto mi riguarda, considero questa esortazione alla costante vicinanza un appello prezioso anche per me, che accolgo con viva riconoscenza.

Divenuto emerito della diocesi bresciana, il vescovo Vigilio Mario amava pensarsi – come lui stesso diceva – un vecchio prete che aspetta la chiamata definitiva e intanto va dove lo porta il cuore, girando per la diocesi per pregare insieme al popolo di Dio e per cercare di seminare un po’ di gioia e di fiducia. “Felicità – aggiungeva – è riconoscere che il tanto o il poco che ci è rimasto è un dono ricevuto. Serenità è sapere che le cose fatte sono state fatte bene, per il bene dell’umanità e per la gloria del Signore”.

Le sue energie si erano progressivamente affievolite con il passar del tempo. La tempra era tuttavia tenace. Ci eravamo abituato a vederlo puntualmente presente agli appuntamenti importanti della sua Chiesa, con la sua camminata lenta, la voce ormai flebile, ma con il volto sorridente, l’orecchio attento, il cuore aperto. Presenza discreta e fedele, profondamente rispettosa e insieme attenta, lucida sino alla fine e schietta nel suo comunicare, quando riteneva che una segnalazione fosse necessaria per il bene della Chiesa. Uomo di tradizione ma attento alla modernità, coltivava una forte sensibilità per il ruolo del laicato e nutriva il desiderio di vedere maggiormente valorizzato il contributo della donna nella vita della Chiesa. Non si era fermato nel suo cammino di discernimento. Era rimasto aperto all’azione sempre creativa dello Spirito dentro la nostra storia.

“Se uno vuole essere il primo sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti” – abbiamo sentito proclamare nella pagina del Vangelo di questa solenne liturgia. Il Signore rivolge questa raccomandazione ferma e accorata ai suoi discepoli, ancora troppo preoccupati dei primi posti. Un vescovo ausiliare è per definizione un vescovo che è di aiuto, che si affianca per servire a chi ha la responsabilità ultima nella guida di una Chiesa diocesana. Così ha vissuto la sua vocazione il vescovo Vigilio Mario, con umile autorevolezza e generosa costanza, a beneficio di quella Chiesa di cui era figlio e che ha amato con tutto se stesso. Il Signore gliene renda merito. Lo ricompensi come egli solo sa fare. E aiuti noi a raccogliere la preziosa eredità della sua testimonianza.

Sacerdote sapiente e perseverante

L’omelia pronunciata in Cattedrale dal vescovo Tremolada durante le esequie di mons. Antonio Fappani. “Egli può ora contemplare il Signore del cielo e della terra, il Signore di quella della storia che ha scrutato con passione, alla ricerca dei segni della grazia”

Siamo qui riuniti per dare nella fede l’ultimo saluto a un uomo di grande fede e di grande cultura. Consegniamo all’abbraccio del Padre che è nei cieli un sacerdote che ha segnato la storia di Brescia, raccontandola e prima ancora studiandola, con una passione e con un amore assolutamente esemplari.

Mons. Antonio Fappani – don Antonio come lui amava farsi chiamare – è stato autore di decine di libri e di migliaia di articoli, tutti volti a far conoscere la realtà bresciana in una luce del tutto particolare, cioè secondo quella grandezza e bellezza che aveva guadagnato ai suoi stessi occhi. Non c’è ambito della realtà bresciana che egli non abbia scandagliato, non c’è evento rilevante che egli non abbia raccontato, non c’è personaggio significativo che egli non abbia presentato.

Direttore de “La Voce del Popolo” per oltre 20 anni, autore della monumentale Enciclopedia Bresciana, creatore della Fondazione Civiltà Bresciana, attento e fine osservatore della vita quotidiana del nostro territorio, figlio di questa Chiesa e suo amorevole estimatore, si è fatto eco di tante voci, ha dato luce a tanti volti, ha svelato tanti preziosi segreti, facendo di Brescia, della sua storia, della sua geografia e della sua cultura, l’ambito di una ricerca tanto rigorosa quanto appassionata. Ne è scaturito un patrimonio immenso e prezioso, di cui tutti i bresciani hanno ormai chiara consapevolezza e per cui gli saranno perennemente grati.

Nel brano del Vangelo che abbiamo ascoltato e che la liturgia odierna propone alla nostra meditazione si parla di sapienza e di perseveranza, virtù che il credente è chiamato a coltivare quando si pone davanti allo scenario travagliato ed enigmatico della storia. “Io vi darò parola e sapienza – promette il Signore ai suoi discepoli – cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere”. Non saranno risparmiate ai credenti in Cristo le tribolazioni e le prove della vita, ma – promette il Signore – non verranno meno la forza dell’animo e la serenità del cuore. E questo perché sarà donata alla mente la luce della sapienza, cioè la capacità di cogliere il senso delle cose. I veri credenti non si sentiranno smarriti e disorientati nel mare di una storia indecifrabile. Riusciranno a leggerla, a comprenderla, ad amarla. Ne porteranno anche le ferite, ne condivideranno i dolori, si faranno carico delle sue contraddizioni: per questo dovranno avere coraggio quando la vivranno e la racconteranno. Dovranno essere perseveranti, impegnati costantemente in una sorta di combattimento spirituale a favore della verità. Sarà un’esperienza insieme lacerante e consolante, una vera esperienza di salvezza, come nuovamente dichiara Gesù ai suoi discepoli: “Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita”. Il Vangelo ci offre così una chiave di lettura per l’intera vita di don Antonio, uomo di Dio e cantore della storia bresciana, interprete fine, profondo e onesto del vissuto di queste terre. Sapienza e perseveranza: davvero due caratteristiche che lo hanno contraddistinto.

Non ho avuto il piacere e la possibilità di conoscere a fondo don Antonio. Ci siamo incontrati in due fugaci occasioni: una visita in Poliambulanza durante un periodo di ricovero avvenuto alcuni mesi fa e l’incontro in occasione del conferimento annuale del premio per le migliori poesie in lingua italiana e in dialetto bresciano. Ricordo nella prima occasione il suo tavolino di ospedale pieno di fogli e di appunti e nel secondo l’affetto e la stima palpabili di tutti i presenti. Non ho potuto incontrarlo in questi ultimissimi giorni, quando si è improvvisamente aggravato a seguito di una sfortunata caduta, perché impegnato in Brasile nella visita a nostri sacerdoti Fidei Donum. La notizia del sua morte mi ha raggiunto là. Ho però potuto ascoltare la risonanza che ha avuto la sua partenza da noi. Di questa eco vorrei volentieri a mia volta farmi interprete, contribuendo così a raccogliere la testimonianza che egli ci lascia in eredità, una scia di luce da cui traspare la bellezza del Vangelo di Cristo.

Figura tipicamente bresciana, schivo e umile, asciutto e schietto, di animo popolare e di fine intelligenza, non amante dei complimenti, delle celebrazioni, delle interviste e delle onorificenze, don Antonio è stato – come giustamente ricordato da qualcuno – un uomo di cultura dai tratti gentili, tanto affabile e bonario quanto rigoroso e instancabile nella ricerca e nello studio. Conciliava in modo armonico umanità e sapere, fondendo insieme curiosità, attenzione, lungimiranza e serenità. È andato avanti portandosi dietro un cesto di opere buone e proprio per questo Brescia gli ha voluto bene. Lo hanno dimostrato le tante persone che sono sfilate davanti alla sua salma composta in Poliambulanza. Sempre alla ricerca di carte che documentassero la bontà della civiltà bresciana, profondamente intessuta di cattolicità, era desideroso di dare corpo all’anima popolare bresciana, ai suoi occhi tanto ricca e degna di rispetto. È stato un cantore delle piccole patrie, della provincia, dei paesi considerati minori rispetto alla città, senza nulla togliere a quest’ultima. Per il vero storico le due realtà non si contrappongono: egli sa unire insieme – mirabilmente – la vita della città e dei paesi, del centro e della periferia, del capoluogo e della provincia.

Voce autorevole e stimata, ferma e decisa, a volte tagliente, ma sempre amorevole. Conosceva anche le debolezze degli ambienti che frequentava e delle realtà che di cui narrava la storia. Era onesto e quando necessario schietto e fermo nel dire le cose come stavano, ma sempre con rispetto, con l’affetto di chi ama la verità e ama le persone, senza il compiacimento disonesto di mostrare difetti e debolezze altrui. Aveva dalla sua la forza dello studio e della ricerca, condotte con spirito evangelico. Come giustamente qualcuno ha detto di lui: “Caricava il suo ruolo di storico della carità del missionario”. Da ricercatore vedeva nelle pieghe della storia delle opportunità che non divorava con l’ingordigia della scoperta ma che valorizzava con l’approccio dotto e rispettoso della sapienza, di chi cioè desidera capire, comprendere, per fornire chiavi di lettura non superficiali ma profonde. Lo animava il desiderio di compiere una ricerca attenta e umile della verità.

Ha dato a molti giovani l’opportunità di realizzare ricerche serie, promuovendo e seguendo numerose tesi di laurea. Non era geloso delle sue conoscenze. Aveva al contrario piacere di condividerle. Ha proposto all’attenzione di tutti i bresciani la santità quotidiana di sacerdoti, suore e laici innamorati del bene e del buono: lo ha fatto con la gioia di chi riconosce la potenza trasformante della grazia e la sua incidenza sulla storia degli uomini.

Questa stessa grazia ha operato in lui nel corso della sua lunga vita, facendone un uomo di fede, un prete tra la gente, un servitore di Cristo, innamorato della sua Chiesa, della sua città e della sua terra. Nato a Quinzano e affezionato al suo paese di origine, curato per otto anni a Poncarale, assistente delle ACLI e poi degli Scout, per lunghi anni presenza amata e familiare presso la comunità di san Lorenzo, dove quotidianamente celebrava l’Eucaristia di primo mattino e da dove lo si vedeva partire verso il centro con la sua bicicletta, non vecchia ma antica, come colui che la usava. Don Antonio ci ha infatti lasciato anche la testimonianza di una vecchiaia vissuta nella serenità. Sazio di giorni, come i grandi patriarchi di cui parla la Bibbia, egli ha guadagnato con il progredire del tempo la pace del cuore.

Ci piace pensare che egli sia ora tra coloro che – come abbiamo ascoltato nella prima lettura – stanno in pieni sul mare di cristallo che circonda il trono santo di Dio ed elevano a lui il canto dell’Agnello.  Egli può ora contemplare il Signore del cielo e della terra, il Signore di quella della storia che ha scrutato con passione, alla ricerca dei segni della grazia. Questo stesso Signore lo ricompensi del bene che ha compiuto e della testimonianza che ci ha lasciato in eredità, insieme al patrimonio inestimabile frutto della sua infaticabile ricerca e del suo amore appassionato per la sua Chiesa e la sua terra.

L’addio a mons. Corrini

Il 16 luglio il Signore ha chiamato a sè il nostro fratello mons. Luigi Corrini. La salma, in origine presso la R.S.A. Mons. Pinzoni a Mompiano, è stata trasferita ieri nel primo pomeriggio presso la chiesa di San Rocco in Verolanuova. I funerali presieduti da S. Ecc. Mons. Pierantonio Tremolada sono previsti per oggi mercoledì 18 luglio alle ore 16.00 nella Basilica di Verolanuova. Mons. Luigi verrà sepolto nel Cimitero di Verolanuova.

Per lui e per i suoi familiari il nostro ricordo nella preghiera.