Uomini di preghiera e di comunione

Sono due le esperienze che hanno particolarmente colpito il Vescovo durante la pandemia: “La prima è quella della fragilità dell’uomo, a fronte del suo illusorio senso di potenza; la seconda è quella del suo bisogno di comunione, a fronte della sua pericolosa tendenza a fare da sé”. Leggi l’omelia

Abbiamo tanto desiderato celebrare questa Eucaristia della benedizione degli oli – la Messa Crismale – nella quale si ricordano anche gli anniversari di ordinazione. Non abbiamo potuto farlo la mattina del Giovedì santo – come sempre succedeva – perché ancora nel pieno dei questa tremenda esperienza dell’epidemia. Lo facciamo oggi, 29 maggio 2020, nell’antivigilia della Solennità di Pentecoste e nella memoria liturgica di san Paolo VI, che quest’anno coincide con il centesimo anniversario della sua ordinazione presbiterale. Quest’ultima circostanza è per noi particolarmente significativa, avendo sentito molto vicino in questo tempo di prova il nostro santo papa bresciano, cui abbiamo rivolto quotidianamente la nostra supplica, invocando la sua intercessione.

Quanto abbiamo vissuto in questi ultimi tre mesi ha segnato profondamente la nostra vita e – vorrei dire – la nostra storia. Ho voluto raccomandare a tutti di non aver premura nell’archiviare come acqua passata quanto ci è accaduto. Non si tratta semplicemente di una brutta pagina da dimenticare presto. In queste lunghe settimane, nelle quali siamo stati investite da un turbine inaspettato, si sono intrecciati paura e coraggio, disorientamento e determinazione, sofferenza e consolazione. Alla fine – mi sentirei di dire – è stato l’amore generoso e creativo a lasciare l’impronta più forte. Ciò che più ricorderemo di questi giorni, sullo sfondo mesto dei lutti e dei contagi, sarà il tanto bene che si è compiuto: la vicinanza, la cura, la perseveranza, la passione, il senso di umanità, il sacrifico. E tuttavia sarà importante prendersi il tempo per raccontare quanto ci è successo, ritornare sugli eventi facendo emergere pensieri e sentimenti. Appare doverosa una consegna, che guardi al futuro e faccia tesoro di un’esperienza fino a ieri inimmaginabile. Più volte si è detto in queste settimane: “La vita non sarà più la stessa!”. Ebbene, è il momento di mostrare che è proprio così, non solo nel senso delle ineluttabili conseguenze di una situazione drammatica ma soprattutto nel senso delle sue promettenti trasformazioni. Il futuro mostrerà se da questa prova saremo usciti più deboli o più forti.

 Come sempre, è la Parola di Dio che ci apre gli ampi orizzonti in cui collocare il vissuto e ci offre le chiavi di lettura. Abbiamo ascoltato la pagina del profeta Isaia, ripresa dal Vangelo di Luca, nella quale si presenta l’opera del Messia sotto il segno della sua consacrazione. Nella sinagoga di Nazareth, davanti a quei compaesani che lo hanno visto crescere, Gesù legge quanto custodito nelle Scritture e poi dichiara adempiuto il misterioso annuncio del profeta: “Lo Spirito del Signore è sopra di me, per questo mi ha consacrato con l’unzione”. In effetti, una consacrazione tramite lo Spirito era avvenuta. Gesù era stato appena battezzato nel Giordano da Giovanni e su di lui era disceso lo Spirito santo in aspetto corporeo come di colomba. Così, nell’interpretazione di Gesù stesso, la sua consacrazione avviene nella forma di una santificazione totale della sua umanità, mediante una misteriosa e intima comunione con lo Spirito. La consacrazione è immersione dell’umano nel divino, trasfigurazione di ciò che è terreno nella realtà celeste. E tutto questo, in vista di un compito da svolgere a beneficio dell’umanità, una missione che si riassume nell’annuncio della benevolenza di Dio, della sua misericordiosa opera di salvezza. “Mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e a i ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l’anno di grazia del Signore”. L’essenza dell’opera che scaturisce dalla consacrazione è l’annuncio dell’anno di grazia del Signore, il suo giubileo, il riscatto da ogni vincolo umiliante, da ogni debito soffocante.

Anche noi siamo stati consacrati con l’unzione in vista del ministero apostolico. Un’unzione spirituale, cioè nella potenza dello Spirito santo, che non ci ha elevati sopra un piedistallo e nemmeno ci ha rinchiuso in una torre d’avorio, ma ci ha spinto potentemente verso il popolo di Dio e verso il mondo intero, con l’unico intento di far conoscere a tutti l’annuncio palpitante della misericordia di Dio. La nostra è un’unzione che interviene a specificare quella precedente del Battesimo cristiano, con cui siamo divenuti fratelli del Signore e quindi destinatari del sacerdozio proprio di tutti i fedeli. Il ministero ordinato è infatti servizio ai fratelli e sorelle nella fede, a quanti appartengono alla Chiesa dei redenti, uomini e donne la cui intera vita è chiamata ad assumere, in forza del mistero pasquale, la forma di una perenne liturgia. Il nostro compito è tener viva con loro e per loro l’ansia del Vangelo, il desiderio di vedere il mondo salvato, la passione per la vita, la pace, la gioia dell’umanità. Tutto ciò attraverso la carità verso i poveri, il perdono per i nemici, il riscatto per gli oppressi, illuminazione delle coscienze.

È questa stessa consacrazione a esigere da noi una lettura attenta e coraggiosa del tempo in cui si vive. L’annuncio del Vangelo della grazia domanda di conoscere da vicino i suoi destinatari, quell’umanità che è cara al cuore di Cristo e dei suoi apostoli. E qui si innesta quella rilettura spirituale, quella narrazione sapienziale che mi sono permesso di raccomandare. Lo Spirito fa vivere e insieme fa comprendere. È principio di vita e conoscenza. È lui che trasforma in memoria feconda quanto il flusso inesorabile del tempo sembra cancellare senza scampo: “Nella tua luce, Signore, vediamo la luce” – recita il salmo. Provo dunque anch’io a fare nella fede memoria di quanto abbiamo vissuto in queste ultime drammatiche settimane e a chiedere a me stesso che cosa ritengo lo Spirito mi abbia consentito di capire meglio, nell’orizzonte di quell’annuncio misericordioso che sono chiamato a dare al mondo insieme a tutti voi.

Due sono le esperienze che mi hanno particolarmente colpito e che mi hanno portato a comprendere meglio la verità della vita nell’ottica della rivelazione di Dio. La prima è quella della fragilità dell’uomo, a fronte del suo illusorio senso di potenza; la seconda è quella del suo bisogno di comunione, a fronte della sua pericolosa tendenza a fare da sé.

Ci siamo anzitutto e improvvisamente scoperti più deboli di quanto immaginavamo. Ci siamo resi conto, in modo traumatico, che non siamo padroni della realtà, che non la governiamo e neppure realmente la conosciamo. La scienza e la tecnica, insieme all’economia, avevano fatto crescere in noi l’illusoria sensazione di avere in mano le redini di un mondo che in realtà ci è apparso molto più misterioso di quanto pensavamo. Qualcosa di immensamente piccolo ha smascherato la nostra illusione di considerarci immensamente grandi. E forse questo non ci ha fatto soltanto male. Il cuore umano è naturalmente portato a confidare in se stesso, nella sua forza, nelle sue capacità. E poi cerca alleanze, sempre nella logica del potere. La Parola di Dio benevolmente ma fermamente lo ammonisce: “Non confidate nei potenti in un uomo che non può salvare” (Sal 146,3). E poi lo esorta: “Confida nel Signore e fai il bene; abita la terra e vivi con fede; cerca la gioia nel Signore, esaudirà i desideri del tuo cuore” (Sal 37,3).  L’uomo non basta a se stesso e l’orgoglio è per lui la tentazione peggiore. Inginocchiarsi non è umiliarsi ma entrare nel mondo della grazia e della gloria di Dio con riconoscenza e fiducia. “Senza di me non potete far nulla” – dice Gesù ai suoi discepoli e all’apostolo Paolo: “Ti basta la mia grazia, la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza” (1Cor 12,9).

Il mondo ha bisogno ora più che mai di una testimonianza di fede umile e tenace. L’esperienza che abbiamo vissuto domanda uomini e donne capaci di sperimentare e di annunciare il primato della grazia Dio, un affidamento totale al mistero di bene che insieme ci abbraccia e ci trascende: sentire Dio, sentirsi in Dio, far sentire Dio. Noi, ministri di Cristo, dovremo essere i primi a offrire all’umanità di oggi questa limpida testimonianza di fede, presentandoci anzitutto come uomini di preghiera, in ascolto della Parola di Dio, grati per la celebrazione liturgica dei misteri di Cristo, esperti dell’azione dello Spirito nelle coscienze, abituati alla contemplazione del volto del Signore e al rispetto del volto dei fratelli. Siamo chiamati anzitutto ad affinare in noi, con amorevole docilità, il nostro senso di Dio per ritrovare in esso, senza angoscia ma con serenità, il senso del nostro limite. Ci aiuti dunque il Signore stesso ad essere vescovi, presbiteri e diaconi secondo il suo cuore, uomini di Dio, umili e poveri perché ricchi di lui.

Abbiamo poi capito in questi drammatici giorni che da soli non ce la si fa. Che quando la fragilità personale emerge in tutta la sua chiarezza, si fa vivo il bisogno di affidarsi a qualcuno che ci voglia bene, che si prenda cura di noi, che ci faccia sentire preziosi, che onori la nostra dignità. Solidarietà, affetto, cura, rispetto, consolazione: sono queste le parole che ci vengono consegnate dalla memoria di questi giorni dolorosi, parole il cui significato ci è ora molto più chiaro. Siamo stati creati per la comunione, per la reciproca accoglienza nell’amore ed ora ci rendiamo meglio conto di quanto sia illusoria la pretesa di puntare tutto se stessi, di fare dell’individualismo orgoglioso e avido il principio guida della società. Abbiamo bisogno di sguardi che si incontrano, di volti che si riconoscono, di gesti di affetto, di parole amorevoli. In una parola, abbiamo bisogno dell’amore sincero posto a fondamento dell’intera nostra vita sociale “Ecco quanto è buono e quanto è soave – recita il salmo – che i fratelli vivano insieme” (Sal 133,1).

La Chiesa, come sappiamo, sorge dall’amore del Cristo crocifisso e vive di questo amore che si fa carne nei veri credenti. “Amatevi come vi ho amato io” – dice Gesù ai suoi discepoli (cfr. Gv 13,34). E aggiunge: “Da questo sapranno che siete miei discepoli, dall’amore che avrete gli uni per gli altri” (Gv 13,35). Per definizione, la Chiesa è la comunità di quanti vengono convocati da luoghi diversi per riunirsi in uno stesso luogo: non in uno spazio ma in un ambiente vitale, cioè il Cristo stesso risorto e glorioso, il suo corpo mistico, una sorta di abbraccio vitale e consolante.

In questi tre mesi non abbiamo potuto frequentare le nostre chiese, che pure abbiamo lasciato sempre aperte. Abbiamo celebrato l’Eucaristia senza la presenza dell’assemblea che dà corpo al popolo di Dio. Ci è mancata questa presenza e questa partecipazione. Eppure non abbiamo smesso di sentirci Chiesa. Abbiamo percepito che l’abbraccio del Signore ci stringeva oltre i limiti dello spazio. Abbiamo pregato insieme, ci siamo sentiti spiritualmente uniti, ci siamo ascoltati, ci siamo a vicenda sostenuti. E qui io colgo l’occasione per ringraziare in particolare voi, cari presbiteri, per la vostra generosa sollecitudine di pastori. La vostra presenza, la vostra parola, i vostri sentimenti hanno permesso a molti di sentirsi comunità, di non rimanere soli di fronte al dolore e alla paura. Quella comunione di cui il cuore umano ha bisogno non è mancata in questi drammatici giorni, soprattutto grazia ad un ministero che ha reso onore a se stesso.

Occorre proseguire in questa direzione e fare dell’esperienza di Chiesa il fulcro della nostra futura pastorale: una Chiesa che è comunità di fratelli e sorelle redenti nel sangue di Cristo, capace di contrastare ogni forma di divisione e protesa con affetto verso un mondo che troppo spesso ha considerato illusione la possibilità di vivere insieme in pace.

Il dolore condiviso in questo tempo di epidemia ha reso ancora più forte il bisogno di reciproca consolazione ma anche la consapevolezza de valore che ha per ciascuno la socialità trasfigurata dalla grazia di Dio. Se siamo ministri di Cristo siamo anche servitori della Chiesa e del mondo nella linea di quella comunione che si fa solidarietà, accoglienza, collaborazione, condivisione, corresponsabilità, dialogo, amicizia.

Fa’ di noi, o Signore, dei veri uomini di comunione, strumenti della tua pace per il bene della tua Chiesa e del mondo, costruttori di una nuova civiltà insieme con tutti gli uomini e le donne di buona volontà, che il tuo Spirito non lascia mai mancare all’umanità di ogni tempo, testimoni consolanti della tua Provvidenza, grazie ai quali la storia mantiene viva la sua luce e la memoria la sua fecondità.

A san Paolo VI, nostro amato intercessore, affidiamo il nostro desiderio di percorrere la via che lui stesso ha percorso, facendo del suo ministero una luminosa e perenne testimonianza di bene.

Grandezza e fragilità dell’amore coniugale (II parte)

2. Se ci siamo liberati da questi pregiudizi, se ci siamo levati come Mosé i calzari, possiamo ora entrare nel mistero dell’amore coniugale.

La caratteristica con cui immediatamente ci si presenta l’amore coniugale è che esso esiste solamente fra un uomo e una donna e non può esistere fra persone dello stesso sesso (come altre forme di amore). Se consideriamo la differenza fra l’uomo e la donna, una differenza puramente biologica, siamo dei superficiali. Partiamo, dunque, dalla riflessione su questo punto: è la porta d’ingresso nel mistero dell’amore coniugale. Vi ricordate come la S. Scrittura racconta la creazione dell’uomo e della donna?

L’uomo (maschio) si sente solo ed in questa solitudine soffre. Mentre dopo che il Signore, creato ogni cosa, vedeva che tutto era ben fatto, ora vedendo l’uomo in questa condizione, dice: “Non è bene che l’uomo sia solo“. Non è bene: l’uomo in questa condizione di solitudine, non ha raggiunto la pienezza del suo essere umano.

 Ora, che cosa fa il Signore? crea un altro uomo? crea la donna. Nella comunione reciproca fra l’uomo e la donna, la persona raggiunge la sua pienezza. Ed Adamo canta la sua prima canzone di amore: “questa sì che è carne della mia carne…”.

Le ricchezze delle differenze.

Ecco abbiamo pronunciato la parola “chiave” che ci apre il mistero dell’amore coniugale: comunione inter-personale. Che cosa è? Quando noi siamo di fronte ad una persona possiamo avere tre attitudini fondamentali.

+ Possiamo pensare (e dire): “come è utile che tu esista!”. È l’attitudine di chi guarda l’altra persona, pensando quali vantaggi eventualmente possono derivargli dalla sua conoscenza, dalla sua amicizia. È l’attitudine utilitarista.

+ Possiamo pensare (e dire): “come mi piace che tu esista!”. È l’attitudine di chi guarda l’altra persona come fonte possibile di piacere, come qualcosa che può procurargli piacere. È l’attitudine edonista.

 + Possiamo pensare (e dire): “come è bello che tu esista“. È l’attitudine di chi guarda l’altra persona vedendone la sua dignità, la sua preziosità che la rende degna di esistere, il suo valore in se stessa e per se stessa. È l’attitudine amorosa: è l’amore.

Facciamo ora un passo avanti, nella scoperta dell’amore coniugale. Questa terza attitudine è propria dell’amore come tale, non solo dell’amore coniugale. Come è presente nell’amore coniugale? Approfondiamo quell’attitudine amorosa.

L’amore che vede la dignità, la preziosità infinita della persona suscita un sentimento di venerazione per essa che prende corpo nel desiderio di dono all’altro. Ora possiamo donare all’altro ciò che possediamo, ciò che abbiamo: il nostro tempo, per esempio, il nostro denaro, l’esercizio della propria professione. Oppure possiamo donare se stessi, la propria persona: semplicemente non il nostro avere, ma il nostro essere. C’è una diversità fra i due doni? Una diversità abissale.

Il dono di ciò che hai, può essere misurato: …; il dono di te stesso non può essere misurato; o è totale o non esiste per niente. Il dono di ciò che hai può essere misurato nel tempo: …; il dono di se stesso, proprio perché totale, non può essere limitato nel tempo: è definitivo, è eternamente fedele. L’amore coniugale è dono totale, definitivo di se stesso all’altra persona, perché si è vista in essa una tale preziosità da non meritare niente di meno che non la propria persona.

 Fra le migliaia di persone che ha visto, questa è stata vista in una luce assolutamente singolare. “Questa è unica e merita il dono totale e definitivo non di tutto ciò che ho, ma di ciò che sono: di me stesso”: dice l’amore coniugale. Ecco perché, quando questo dono è accaduto, la persona non appartiene più a se stessa: si è donata per sempre.

Ma questo non è tutto il mistero dell’amore coniugale. Dobbiamo ora chiederci: come accade questo dono?

Esso avviene, nella sua forma più alta, attraverso l’atto con cui i due sposi diventano fisicamente e spiritualmente una sola persona. La sessualità coniugale è il linguaggio dell’amore coniugale: è la sua realizzazione più alta.

Vi ricordate che avevamo detto: la comunione inter-personale è l’essenza stessa dell’amore coniugale. E ci siamo chiesti: ma in che cosa consiste? È la comunione che consiste nel dono di se stessi che reciprocamente gli sposi si fanno, un dono totale e definitivo, che si realizza e si esprime nella sua forma più alta nel divenire una sola carne nell’unione sessuale.

3. Abbiamo parlato della grandezza dell’amore coniugale. Ma come ogni realtà grande, esso è anche molto fragile. Esso può essere rovinato, anche dagli sposi stessi. Dunque, ci sono pericoli. Quali sono, oggi, i più gravi, da cui guardarsi?

Il primo, il più grave di tutti è l’egoismo: è l’antitesi del dono di sé, e quindi dell’amore… la persona è se stessa solo nella misura in cui si dona.

E qui entriamo nella considerazione di un altro pericolo: concepire la propria libertà come autonomia, come affermazione di se stessi contro l’altro. La libertà non può essere intesa come facoltà di fare qualsiasi cosa: essa significa dono di sé. Quando lo sposo ha detto: “io prendo te come mia legittima…”, ha detto: da ora in poi tutta la mia libertà consisterà nel dimenticare me stesso per essere un puro dono fatto alla tua persona.

CONCLUSIONE

Permettetemi di concludere con un piccolo racconto. C’era una volta una persona che era talmente stolta che, quando si alzava alla mattina, non riusciva mai a ritrovare i suoi vestiti. Alla sera, non si decideva mai ad andare a dormire sapendo che poi al mattino avrebbe fatto fatica a ritrovare i suoi vestiti. Finalmente una sera trovò la soluzione: prese penna e carta e annotò il luogo dove deponeva il vestito. La mattina tirò fuori allegramente il suo taccuino e lesse: “la camicia”, eccola e se la infilò e così via, fino a che ebbe indossato tutto. “Si, ma io dove sono?” si chiese allora ansiosamente. Invano cercò, cercò e non riuscì a trovarsi.

Il Concilio Vaticano II ha detto una grande cosa: l’uomo ritrova se stesso solo attraverso il dono di sé.

L’uomo oggi sa tutto sui suoi vestiti, cioè su ciò che è più esterno al suo mistero. E su se stesso?

Grandezza e fragilità dell’amore coniugale

Mi è stato chiesto di scrivere ad ogni numero della Badia una riflessione sulla famiglia e dintorni e colgo l’opportunità per  balbettare qualcosa sulla grandezza (e sulla fragilità) dell’amore coniugale. Ho detto “balbettare”. L’amore, infatti, in particolare l’amore coniugale è un così grande evento e mistero che di esso si può solo balbettare.

Dobbiamo fare quello che fece Mosé, prima di avvicinarsi al roveto ardente dove era presente il fuoco della Gloria di Dio. Egli, su ordine del Signore, si levò i calzari, perché stava per entrare in un luogo santo. Anche noi stiamo per entrare in un luogo santo, l’amore coniugale. Anche noi dobbiamo prima toglierci i calzari, cioè liberarci da tutte le idee sbagliate, i pregiudizi che oggi circolano sull’amore coniugale e che più o meno tutti respiriamo.

Il primo pregiudizio, il più tremendo, da cui dobbiamo liberarci se vogliamo penetrare nel grande mistero dell’amore coniugale, è quello di pensare che la libertà consista nel non prendere mai impegni definitivi. È di pensare che essere liberi significa non essere legati a nessuno. È di pensare che la forza più grande della nostra libertà consista nel dire “no”, piuttosto che nel dire “sì”. Ho detto che questo pregiudizio è tremendo. Non è una esagerazione. Chi, infatti, si lascia dominare da questo pregiudizio, può veramente giungere fino alla distruzione spirituale di se stesso e dell’altra persona. Mi spiego con un esempio.

Quando noi comperiamo una cosa, normalmente ci viene data con un certo periodo di garanzia. Che cosa significa “periodo di garanzia”? significa che tu da subito entri in possesso della cosa, tuttavia non intendi dare un consenso a tenerla per sempre, se non a condizione che tutto funzioni bene. Se l’esperimento non ha un buon risultato, ciascuno si riprende ciò che è suo.

Proviamo ora a trasferire questo “contratto con garanzia” al rapporto uomo-donna nel matrimonio. I due non si uniscono se non “a condizione che” tutto funzioni bene; se il risultato non è soddisfacente, ciascuno si riprende il suo. Ecco, vedete: si ha qui una sorta di contratto di uso reciproco, nel quale ciascuno non intende impegnarsi per sempre. Ciascuno prova ad usare altro. C’è qualcosa di tremendo in tutto questo, perché si riduce la persona propria e dell’altro ad una cosa di cui fare uso. “Usa e getta”, dice chi si lascia dominare dal pregiudizio che essere liberi significhi non assumersi mai impegni definitivi.

Chi si lascia prendere da questo pregiudizio, solitamente apre il suo cuore ad un secondo pregiudizio, ugualmente molto pericoloso. Vorrei spiegarvelo partendo da alcuni esempi molto semplici.

Se noi in una giornata molto calda passiamo davanti ad un banco di gelati ed abbiamo molta sete, subito sentiamo un grande desiderio di comperarne uno e mangiarlo. Se, al contrario, non abbiamo sete, il gelato non esercita su di noi nessuna attrattiva. Proviamo a riflettere un poco su questa esperienza. Notiamo subito che l’oggetto che attira la nostra attenzione, non ha in se stesso un suo proprio valore: interessa in quanto è capace di spegnere la nostra sete. Se non ho sete, esso non esercita più nessun interesse. È la mia sete che rende così interessante il gelato. Vale, insomma, perché ne ho bisogno.

Il secondo pregiudizio sull’amore coniugale consiste nel confondere l’amore coll’attrazione, col bisogno che sento di un’altra persona per la mia felicità. L’altra persona vale perché mi soddisfa, perché ne ho bisogno.

Si nota facilmente come questi due pregiudizi sono legati fra loro. Se vuoi una persona per il bisogno che ne senti, la vuoi solo se e solo fino a quando ella è in grado di soddisfare il tuo desiderio di essa. L’amore coniugale diventa un contratto a rischio.

Esiste, infine, un terzo pregiudizio: che sia possibile un amore vero senza una profonda unità spirituale, che cioè l’amore si possa ridurre ad un’unione fisica-sessuale. Come vedremo, l’amore coniugale è anche profonda intimità sessuale. Il pregiudizio oggi molto diffuso è che sia possibile separare la sessualità dall’amore; che “amare” significhi semplicemente “avere rapporti sessuali”. In una parola: ridurre il rapporto uomo-donna alla sessualità, separandola dall’unione spirituale e chiamare questo “amore”.

Sono tre pregiudizi. Di essi dobbiamo completamente liberarci, se vogliamo comprendere il mistero dell’amore coniugale. Essi infatti, riducono ed impoveriscono la nostra libertà, e l’amore coniugale è la suprema manifestazione della libertà. Riducono ed impoveriscono la nostra capacità di desiderare, e l’amore coniugale è la suprema manifestazione della capacità del dono. Riducono ed impoveriscono la sessualità umana, e l’amore coniugale è la rivelazione della ricchezza integrale della sessualità umana.

Don Domenico

Grandezza e fragilità dell’amore coniugale (I parte)

Mi è stato chiesto di scrivere ad ogni numero della Badia una riflessione sulla famiglia e dintorni e colgo l’opportunità per  balbettare qualcosa sulla grandezza (e sulla fragilità) dell’amore coniugale. Ho detto “balbettare”. L’amore, infatti, in particolare l’amore coniugale è un cosi grande evento e mistero che di esso si può solo balbettare.

Prima, tuttavia e purtroppo, dobbiamo fare quello che fece Mosé, prima di avvicinarsi al roveto ardente dove era presente il fuoco della Gloria di Dio. Egli, su ordine del Signore, si levò i calzari, perché stava per entrare in un luogo santo. Anche noi stiamo per entrare in un luogo santo, l’amore coniugale. Anche noi dobbiamo prima toglierci i calzari, cioè liberarci da tutte le idee sbagliate, i pregiudizi che oggi circolano sull’amore coniugale e che più o meno tutti respiriamo.

1. Il primo pregiudizio, il più tremendo, da cui dobbiamo liberarci se vogliamo penetrare nel grande mistero dell’amore coniugale, è quello di pensare che la libertà consista nel non prendere mai impegni definitivi. È di pensare che essere liberi significa non essere legati a nessuno. È di pensare che la forza più grande della nostra libertà consista nel dire “no”, piuttosto che nel dire “sì”. Ho detto che questo pregiudizio è tremendo. Non è una esagerazione. Chi, infatti, si lascia dominare da questo pregiudizio, può veramente giungere fino alla distruzione spirituale di se stesso e dell’altra persona. Mi spiego con un esempio.

Quando noi comperiamo una cosa, normalmente ci viene data con un certo periodo di garanzia. Che cosa significa “periodo di garanzia”? significa che tu da subito entri in possesso della cosa, tuttavia non intendi dare un consenso a tenerla per sempre, se non a condizione che tutto funzioni bene. Se l’esperimento non ha un buon risultato, ciascuno si riprende ciò che è suo.

Proviamo ora a trasferire questo “contratto con garanzia” al rapporto uomo-donna nel matrimonio. I due non si uniscono se non “a condizione che” tutto funzioni bene; se il risultato non è soddisfacente, ciascuno si riprende il suo. Ecco, vedete: si ha qui una sorta di contratto di uso reciproco, nel quale ciascuno non intende impegnarsi per sempre. Ciascuno prova ad usare altro. C’è qualcosa di tremendo in tutto questo, perché si riduce la persona propria e dell’altro ad una cosa di cui fare uso. “Usa e getta”, dice chi si lascia dominare dal pregiudizio che essere liberi significhi non assumersi mai impegni definitivi.

Chi si lascia prendere da questo pregiudizio, solitamente apre il suo cuore ad un secondo pregiudizio, ugualmente molto pericoloso. Vorrei spiegarvelo partendo da alcuni esempi molto semplici.

Se noi in una giornata molto calda passiamo davanti ad un banco di gelati ed abbiamo molta sete, subito sentiamo un grande desiderio di comperarne uno e mangiarlo. Se, al contrario, non abbiamo sete, il gelato non esercita su di noi nessuna attrattiva. Proviamo a riflettere un poco su questa esperienza. Notiamo subito che l’oggetto che attira la nostra attenzione, non ha in se stesso un suo proprio valore: interessa in quanto è capace di spegnere la nostra sete. Se non ho sete, esso non esercita più nessun interesse. È la mia sete che rende così interessante il gelato. Vale, insomma, perché ne ho bisogno.

Il secondo pregiudizio sull’amore coniugale consiste nel confondere l’amore coll’attrazione, col bisogno che sento di un’altra persona per la mia felicità. L’altra persona vale perché mi soddisfa, perché ne ho bisogno.

Si nota facilmente come questi due pregiudizi sono legati fra loro. Se vuoi una persona per il bisogno che ne senti, la vuoi solo se e solo fino a quando ella è in grado di soddisfare il tuo desiderio di essa. L’amore coniugale diventa un contratto a rischio.

Esiste, infine, un terzo pregiudizio: che sia possibile un amore vero senza una profonda unità spirituale, che cioè l’amore si possa ridurre ad un’unione fisica-sessuale. Come vedremo, l’amore coniugale è anche profonda intimità sessuale. Il pregiudizio oggi molto diffuso è che sia possibile separare la sessualità dall’amore; che “amare” significhi semplicemente “avere rapporti sessuali”. In una parola: ridurre il rapporto uomo-donna alla sessualità, separandola dall’unione spirituale e chiamare questo “amore”.

Sono tre pregiudizi. Di essi dobbiamo completamente liberarci, se vogliamo comprendere il mistero dell’amore coniugale. Essi infatti, riducono ed impoveriscono la nostra libertà, e l’amore coniugale è la suprema manifestazione della libertà. Riducono ed impoveriscono la nostra capacità di desiderare, e l’amore coniugale è la suprema manifestazione della capacità del dono. Riducono ed impoveriscono la sessualità umana, e l’amore coniugale è la rivelazione della ricchezza integrale della sessualità umana.