Grazie o Signore per il dono dei figli

Ti ringraziamo o Signore per averci sostenuti nei momenti in cui sembrava che non fossimo destinati a diventare genitori e quando le gravidanze si sono interrotte nonostante i nostri sforzi.

Ti ringraziamo o Signore perché poi sono arrivati due splendidi tesori e con loro un carico di gioia, speranza, fatiche e preoccupazioni.

Ti ringraziamo o Signore di donarci la sapienza affinché possano crescere amando e apprezzando la vita, affinché possiamo donare loro tutti gli strumenti per vivere in questa bellissima ma complicatissima società, affinché possiamo insegnare loro che la vita è meravigliosa se vissuta con gli altri, affinché possiamo far comprendere che le difficoltà sono parte della vita e vanno affrontate perché anche la fatica ha un valore e sopra ogni cosa affinché possano imparare a vederti e ad incontrarti in ogni fratello e in ogni piccolo gesto che segnerà la loro vita.

Grazie

Chiara e Enrico

La famiglia e l’educazione dei figli (I parte)

1. È necessario che una generazione trasmette all’altra quello che possiede e il collegamento è garantito dall’educazione

Intendo “educazione” come tutto quel complesso di attività, di insegnamenti, di esempi, di esperienze o di direttive con cui una generazione cerca di trasmettere alla generazione successiva le dimensioni fondamentali della sua vita; quindi i valori, le traduzioni, una serie grande di conoscenze, un modo di vivere i rapporti.

Le generazioni hanno un’esistenza che dura alcuni anni, mentre le civiltà durano molto di più, proprio per questo è necessario che una generazione trasmetta all’altra quello che possiede – il suo patrimonio di cultura e di esperienza – e il collegamento è garantito dall’educazione.

1.1. L’educazione si opera in concreto attraverso la scuola e i media

La domanda è: questo collegamento, garantita dall’educazione, attraverso quali strumenti si opera in concreto?

Perché non c’è dubbio, uno degli strumenti fondamentali si chiama, ad esempio, “scuola”. Attraverso la scuola si trasmettono i saperi fondamentali, e dopo lì si discuterà su quali siano i saperi fondamentali, se siano quelli o:

  • dell’educazione classica;
  • del saper fare, più tecnico, più moderno, più efficace;
  • se sia soprattutto imparare a imparare, quindi l’insegnamento non tanto di nozioni, ma del processo attraverso cui la persona impara, crea, produce e raggiunge lui delle conoscenze.

E non c’è dubbio che nella nostra società una importanza decisiva ce l’hanno i media; gli strumenti mediatici di comunicazione sono preziosissimi da questo punto di vista: molte cose, molti atteggiamenti e modi di pensare sono trasmessi dalla televisione, dal cinema, dai giornali, adesso da internet perché posso arrivare ad avere tutta una serie di conoscenze incalcolabili nella loro quantità.

Insomma, tutto questo contribuisce alla trasmissione di quel sapere da una generazione all’altra.

La domanda è: in questa trasmissione la famiglia ha ancora un posto o no? O si deve dire che ormai ci sono delle altre realtà educative, o formative in genere, che hanno preso il posto della famiglia?

Perché, non c’è dubbio, la famiglia in questi ultimi decenni, ha perso alcune delle funzioni che giustificavano la sua esistenza. Per esempio, nella famiglia contadina una delle funzioni importanti era quella dei beni di servizio. La famiglia era una realtà economicamente preziosa. Ma adesso non si produce più in famiglia, si va fuori in altri luoghi a produrre, nella fabbrica e negli uffici, in ogni modo in luoghi lontani dalla famiglia.

Addirittura quella funzione, che è sempre stata tipica della famiglia, del controllo sociale della sessualità e della procreazione, non è più così strettamente legato con la famiglia in senso stretto.

Allora la domanda è: per quanto riguarda l’educazione, ha ancora un posto o invece è una funzione che la famiglia ha esercitato nel passato ma adesso non è più in grado di esercitare, per cui il bambino che cresce impara le cose fondamentali fuori dalla famiglia?

Evidentemente in questa domanda ci sta dentro anche un richiamo a quella che noi chiamiamo la crisi della famiglia, la crisi della fedeltà, la crisi della tipologia stessa della famiglia.

Qualcuno che ha fatto una inchiesta, in un quartiere di una grande metropoli, ha trovato una settantina di tipi di famiglie diverse: marito e moglie e figli che è classica, marito e moglie e figli e nonni, marito e moglie e figli e un nipote, un marito solo con i figli, una moglie sola con i figli, la zia con la nipote… Cioè tutte tipologie che rendono l’immagine della famiglia molto più varia e incerta di quello che era anche solo pochi decenni fa, perché questa rivoluzione è avvenuta in pochissimi anni.

Torniamo allora alla domanda: la famiglia è in grado di educare? E come e perché?

La prima risposta molto semplice è questa:

  • la famiglia rimane la prima e fondamentale scuola di socialità.

Una psicologa-sociologa, da questa definizione della famiglia:

“La famiglia è quella specifica e unica organizzazione che lega e tiene insieme le differenze originarie dell’umano: quella tra i generi maschile e femminile, quella tra le generazioni genitori e figli, e quella tra le stirpi i due cognomi dell’albero genealogico paterno e dell’albero genealogico materno”.

Insomma, dentro la famiglia quelle diversità – che esprimono l’esistenza dell’uomo nelle sue varie forme – riescono ad incontrarsi e a diventare strumento di produzione di vita.

Anzitutto la differenza tra uomo e donna, la diversità sessuale, è quella prima e fondamentale nella vita della persona.

Quando il Libro della Genesi racconta la creazione della donna, nel cap. 2, fa dire al Signore così:

«[18]Il Signore Dio disse: Non è bene che l’uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile… [23]Allora l’uomo disse: Questa volta essa è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa. La si chiamerà donna perché dall’uomo è stata tolta» (Gen 2, 18-23).

Dove, se voi notate, c’è l’affermazione della differenza fondamentale dei sessi e della loro complementarità, nel fatto che la persona umana proprio perché è sessuata non è chiamata a vivere isolatamente ma a trovare la sua pienezza e il suo completamento nell’altro sesso.

E la famiglia fa esattamente questo: nella famiglia il riconoscimento dell’altro sesso, come il completamento della propria vita diventa un progetto effettivo; il diverso è sperimentato come complementare e come fecondo nella crescita personale.

Ma poi nella famiglia stanno insieme le generazioni, genitori e figli. Il bambino che nasce impara lì a rapportarsi con gli altri; impara:

  • a rendersi conto della autorità,
  • della capacità dei genitori di guidarlo,
  • a fare le esperienze della vita,
  • pian piano a crescere e diventare responsabile.

Anche lì le generazioni diverse non sono contrapposte ma al contrario si sostengono e si aiutano a vicenda: la generazione dei genitori sostiene quella dei figli, ma quella dei figli motiva quella dei genitori; c’è quindi ancora una complementarità.

Così come nella famiglia sono unite le stirpi diverse, i cognomi diversi; il “cognome” vuole dire il portarsi dietro una cultura, un’esperienza della mia famiglia: la mia famiglia, i miei nonni, i bisnonni… Quindi abbiamo costituito un’identità culturale, e nella famiglia questa diversità culturale si unisce a costruire la coppia.

Aggiungete che nella famiglia si fa l’esperienza tipica della fraternità, il fratello e la sorella che vivono insieme. È vero che purtroppo ci sono molte famiglie con un figlio solo, il che non vuole dire che un figlio solo non possa essere educato bene, ma può essere educato benissimo; però evidentemente non può fare l’esperienza tipica di avere un fratello o una sorella, con cui si condividono molte cose, e per certi aspetti più cose che non con i genitori.

Io sono vissuto con mio padre per ventisei anni, con mia madre per ventinove anni, ma con mia sorella per sessant’anni, vuole dire che buona parte della mia vita è passata insieme con lei. Quindi la fraternità è uno degli elementi che ci accompagna nella vita.

Ebbene, la famiglia mette insieme tutte queste realtà diverse.

La famiglia e l’educazione dei figli

Riflessione promossa dal Lyons Club di Castelsangiovanni e aperto a tutto il pubblico – Presenti tutti i soci del Lyons Club, le autorità civili e i parroci – Introducono Gianpaolo Fornasari e mons. Mario Dacrema – Omissis.

Lettura: Deuteronomio (6, 1-13).

Premessa

Due avvertenze.

  • Innanzitutto, lo sapete, non sono uno psicologo né un pedagogista di professione, e quindi prendete le mie parole come un invito alla riflessione e alla verifica nella vostra esperienza, ed eventualmente come stimolo ad una riflessione insieme da approfondire.
  • Secondo, nel titolo bisogna cambiare una parola, invece di “formazione” metteteci “educazione”, perché io l’ho pensata così ed è quello che tenterò di dire: “La famiglia e la educazione”; educazione dei giovani, ma più in genere educazione.

1. È necessario che una generazione trasmette all’altra quello che possiede e il collegamento è garantito dall’educazione

Intendo “educazione” come tutto quel complesso di attività, di insegnamenti, di esempi, di esperienze o di direttive con cui una generazione cerca di trasmettere alla generazione successiva le dimensioni fondamentali della sua vita; quindi i valori, le traduzioni, una serie grande di conoscenze, un modo di vivere i rapporti.

Voglio dire: la storia umana è un processo cumulativo, le conoscenze si accrescono aggiungendosi le une alle altre, correggendo le une e le altre; e così si cumulano le esperienze, si raggiungono degli obiettivi, e partendo da quegli obiettivi raggiunti si va verso obiettivi ulteriori. Questo “processo cumulativo” è fondamentale, perché se ogni uomo che nasce dovesse ripercorrere tutta la fatica che l’umanità ha fatto – per esempio per camminare su due gambe e per articolare il linguaggio – evidentemente farebbe poca strada. Se noi possiamo fare un progresso è solo perché il passato viene accumulato e trasmesso, e l’educazione serve esattamente a questo.

Dicevo, l’educazione trasmette una serie di conoscenze, un linguaggio, delle tecniche di vita, delle convinzioni sul modo con cui si vive insieme, le convinzioni sul rispetto degli altri e sui diritti dell’uomo, e così via…

Dicevo anche che è un “processo cumulativo”, ma non è garantito che sia un processo lineare, anzi non lo è sempre, perché nell’esperienza dell’uomo c’è l’esperienza della crescita, del progresso, ma c’è anche l’esperienza del regresso. Diceva Toynbee: “Le civiltà si formano, fioriscono, crescono ma poi decadono e muoiono, e al loro posto ne nascono altre”. Vuole dire che la barbarie è sempre una possibilità: all’uomo è possibile crescere sulla base di quello che ha ricevuto in dono, ma all’uomo è possibile anche rinunciare a questo grande patrimonio e ripiegarsi su se stesso e ritornare alla barbarie.

Le generazioni hanno un’esistenza che dura alcuni anni, mentre le civiltà durano molto di più, proprio per questo è necessario che una generazione trasmetta all’altra quello che possiede – il suo patrimonio di cultura e di esperienza – e il collegamento è garantito dall’educazione.

1.1. L’educazione si opera in concreto attraverso la scuola e i media

La domanda è: questo collegamento, garantita dall’educazione, attraverso quali strumenti si opera in concreto?

Perché non c’è dubbio, uno degli strumenti fondamentali si chiama, ad esempio, “scuola”. Attraverso la scuola si trasmettono i saperi fondamentali, e dopo lì si discuterà su quali siano i saperi fondamentali, se siano quelli o:

  • dell’educazione classica;
  • del saper fare, più tecnico, più moderno, più efficace;
  • se sia soprattutto imparare a imparare, quindi l’insegnamento non tanto di nozioni, ma del processo attraverso cui la persona impara, crea, produce e raggiunge lui delle conoscenze.

Quindi non c’è dubbio (ma questo lo lasciamo da parte), la scuola ha in questo un’importanza decisiva.

E non c’è dubbio che nella nostra società una importanza decisiva ce l’hanno i media; gli strumenti mediatici di comunicazione sono preziosissimi da questo punto di vista: molte cose, molti atteggiamenti e modi di pensare sono trasmessi dalla televisione, dal cinema, dai giornali, adesso da internet perché posso arrivare ad avere tutta una serie di conoscenze incalcolabili nella loro quantità.

Insomma, tutto questo contribuisce alla trasmissione di quel sapere da una generazione all’altra.

1.2. Oggi la famiglia è ancora in grado di educare nonostante le molte tipologie che rendono la sua immagine molto varia e incerta di quello che era anche solo pochi decenni fa

La domanda è: in questa trasmissione la famiglia ha ancora un posto o no? O si deve dire che ormai ci sono delle altre realtà educative, o formative in genere, che hanno preso il posto della famiglia?

Perché, non c’è dubbio, la famiglia in questi ultimi decenni, ha perso alcune delle funzioni che giustificavano la sua esistenza. Per esempio, nella famiglia contadina una delle funzioni importanti era quella dei beni di servizio. La famiglia era una realtà economicamente preziosa. Ma adesso non si produce più in famiglia, si va fuori in altri luoghi a produrre, nella fabbrica e negli uffici, in ogni modo in luoghi lontani dalla famiglia.

Addirittura quella funzione, che è sempre stata tipica della famiglia, del controllo sociale della sessualità e della procreazione, non è più così strettamente legato con la famiglia in senso stretto.

Allora la domanda è: per quanto riguarda l’educazione, ha ancora un posto o invece è una funzione che la famiglia ha esercitato nel passato ma adesso non è più in grado di esercitare, per cui il bambino che cresce impara le cose fondamentali fuori dalla famiglia?

Evidentemente in questa domanda ci sta dentro anche un richiamo a quella che noi chiamiamo la crisi della famiglia, la crisi della fedeltà, la crisi della tipologia stessa della famiglia.

Quella che una volta era la “famiglia patriarcale” è diventata “famiglia nucleare”; ma poi quella che era “famiglia nucleare” è in qualche modo esplosa e si esprime in una tipologia varia di famiglie. Qualcuno che ha fatto una inchiesta, in un quartiere di una grande metropoli, ha trovato una settantina di tipi di famiglie diverse: marito e moglie e figli che è classica, marito e moglie e figli e nonni, marito e moglie e figli e un nipote, un marito solo con i figli, una moglie sola con i figli, la zia con la nipote… Cioè tutte tipologie che rendono l’immagine della famiglia molto più varia e incerta di quello che era anche solo pochi decenni fa, perché questa rivoluzione è avvenuta in pochissimi anni.

1.2.1. La famiglia rimane la prima e fondamentale scuola di socialità

Torniamo allora alla domanda: la famiglia è in grado di educare? E come e perché?

La prima risposta molto semplice è questa:

  • la famiglia rimane la prima e fondamentale scuola di socialità.

Una psicologa-sociologa, da questa definizione della famiglia:

“La famiglia è quella specifica e unica organizzazione che lega e tiene insieme le differenze originarie dell’umano: quella tra i generi maschile e femminile, quella tra le generazioni genitori e figli, e quella tra le stirpi i due cognomi dell’albero genealogico paterno e dell’albero genealogico materno”.

Insomma, dentro la famiglia quelle diversità – che esprimono l’esistenza dell’uomo nelle sue varie forme – riescono ad incontrarsi e a diventare strumento di produzione di vita.

2. Nel matrimonio c’è l’unione dei generi, il rapporto uomo/donna

Anzitutto la differenza tra uomo e donna, la diversità sessuale, è quella prima e fondamentale nella vita della persona.

2.1 Nella famiglia il riconoscimento dell’altro sesso, come il completamento della propria vita, diventa un progetto effettivo

Quando il Libro della Genesi racconta la creazione della donna, nel cap. 2 (è il racconto yahvista), fa dire al Signore così:

«[18]Il Signore Dio disse: Non è bene che l’uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile. [19]Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di bestie selvatiche e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all’uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l’uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome. [20]Così l’uomo impose nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutte le bestie selvatiche, ma l’uomo non trovò un aiuto che gli fosse simile. [21]Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e rinchiuse la carne al suo posto. [22]Il Signore Dio plasmò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo. [23]Allora l’uomo disse: Questa volta essa è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa. La si chiamerà donna – ‘iššâh – perché dall’uomo – iš – è stata tolta» (Gen 2, 18-23).

Dove, se voi notate, c’è l’affermazione della differenza fondamentale dei sessi e della loro complementarità, nel fatto che la persona umana proprio perché è sessuata non è chiamata a vivere isolatamente ma a trovare la sua pienezza e il suo completamento nell’altro sesso.

E la famiglia fa esattamente questo: nella famiglia il riconoscimento dell’altro sesso, come il completamento della propria vita diventa un progetto effettivo; il diverso è sperimentato come complementare e come fecondo nella crescita personale.

2.2. Nella famiglia stanno insieme le generazioni e le stirpi diverse e si fa l’esperienza tipica della fraternità

Ma poi nella famiglia stanno insieme le generazioni, genitori e figli. Il bambino che nasce impara lì a rapportarsi con gli altri; impara:

  • a rendersi conto della autorità,
  • della capacità dei genitori di guidarlo,
  • a fare le esperienze della vita,
  • pian piano a crescere e diventare responsabile.

Anche lì le generazioni diverse non sono contrapposte ma al contrario si sostengono e si aiutano a vicenda: la generazione dei genitori sostiene quella dei figli, ma quella dei figli motiva quella dei genitori; c’è quindi ancora una complementarità.

Così come nella famiglia sono unite le stirpi diverse, i cognomi diversi; il “cognome” vuole dire il portarsi dietro una cultura, un’esperienza della mia famiglia: la mia famiglia, i miei nonni, i bisnonni… Quindi abbiamo costituito un’identità culturale, e nella famiglia questa diversità culturale si unisce a costruire la coppia.

Aggiungete che nella famiglia si fa l’esperienza tipica della fraternità, il fratello e la sorella che vivono insieme. È vero che purtroppo ci sono molte famiglie con un figlio solo, il che non vuole dire che un figlio solo non possa essere educato bene, ma può essere educato benissimo; però evidentemente non può fare l’esperienza tipica di avere un fratello o una sorella, con cui si condividono molte cose, e per certi aspetti più cose che non con i genitori.

Io sono vissuto con mio padre per ventisei anni, con mia madre per ventinove anni, ma con mia sorella per sessant’anni, vuole dire che buona parte della mia vita è passata insieme con lei. Quindi la fraternità è uno degli elementi che ci accompagna nella vita.

Ebbene, la famiglia mette insieme tutte queste realtà diverse.

2.3. I genitori, la famiglia, la coppia, educa anzitutto vivendo “il patto della reciprocità”

Scrive il Papa:

“La famiglia in quanto comunità di amore trova nel dono di sé la legge che la guida e la fa crescere, il dono di sé che ispira l’amore dei coniugi tra loro si pone come modello e norma del dono di sé quale deve attuarsi nei rapporti tra fratelli e tra le diverse generazioni” (Familiaris consortio n. 37).

Questo tradotto vuole dire: i genitori, la famiglia, la coppia, educa anzitutto vivendo la propria esperienza di coppia, vivendo quello che si chiama “il patto della reciprocità”. Il marito e la moglie vivono uno per l’altro e si prendono cura uno dell’altro. Ed è questa esperienza che trasmettono ai figli: l’esperienza che vivere non vuole dire essere il centro del mondo, ma superare se stesso nel prendersi cura di un altro, nell’assumersi una responsabilità per la vita di un altro.

Questo chiaramente non è facilissimo da percepire e da trasmettere, perché la tentazione delle nostre famiglie (la coppia) è di vivere il sentimento e di consumare le emozioni, di vivere la famiglia come una specie di contratto per cui ci scambiamo dei beni affettivi, delle gratificazioni, e il nostro stare insieme dipende essenzialmente da quello. Così quando le gratificazioni o i beni affettivi che io ricevo non mi soddisfano più o non mi bastano più, o quando ho l’impressione che “il bilancio sia rosso perché io ti ho dato molto affetto e tu me ne hai dato poco”, la famiglia va in crisi.

2.4. Il discorso vero della famiglia che educa non è del contratto affettivo, ma di un patto di vita

Ma il discorso vero della famiglia che educa è invece quello non del contratto affettivo, ma quello di un patto di vita. Il “patto di vita” si coglie dal ripensare alla formula del matrimonio:

“Io prendo te come mia sposa e prometto di esserti fedele sempre nella gioia e nel dolore, nella sofferenza e nella malattia, nella buona o nella cattiva salute e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita”.

Quando uno dice una frase di questo genere si impegna ad una fedeltà per sempre. Una “fedeltà” intesa non in senso statico, che il bene che oggi ti voglio te lo vorrò sempre; ma il bene che oggi ti voglio lo rigenererò sempre di nuovo; è una creatività, è una fiducia che deve rinnovarsi nella relazione: io mi sento responsabile, mi assumo la responsabilità di fare vivere la nostra relazione, di farla maturare.

Questo significa vivere l’amore come superamento di sé. La vita dell’uomo è sempre un processo di superamento. Perché quando l’uomo incomincia a conoscere, incomincia a uscire da se stesso, perché incomincia a fare i conti con la realtà, incomincia a cambiare secondo la realtà che lui apprende, che lui impara a riconoscere.

2.5. Il processo di trascendenza che l’uomo incomincia con la conoscenza ha come punto di arrivo il processo di maturazione dell’amore

Quel processo di trascendenza che l’uomo incomincia con la conoscenza ha come punto di arrivo esattamente il processo di amore. Quando l’amore arriva alla maturità supera il ripiegamento della persona su se stesso, supera anzitutto quello che si chiama “narcisismo”.

Si può vedere l’esperienza dell’uomo come un apprendistato dell’amore che cresce verso la maturità:

  • In cui si parte dal volere bene a se stessi, e non c’è dubbio questo è il primo e fondamentale amore. Io vivo perché voglio bene a me stesso, non mi avvilisco, non mi distruggo. Questo è fondamentale, ma è solo il punto di partenza.
  • Poi c’è l’attenzione all’altro. Ma all’inizio l’altro mi appare come uno strumento per me, voglio bene a me e quindi voglio bene anche a quello che mi aiuta. Siccome ho bisogno della madre per nutrirmi, voglio bene a mia madre, ma le voglio bene per me, le voglio bene perché è la sorgente del nutrimento di cui ho bisogno per vivere. Non c’è niente di strano che sia così, è naturale ed è giusto, ma è parziale, è solo un gradino nel cammino di maturazione dell’amore.
  • Poi imparo ad accorgermi che l’altro ha una sua identità, è diverso in qualche cosa; ci sono in lui delle realtà che mi piacciono, che mi attirano: il modo di parlare, i suoi pensieri, quello che lui sogna, il racconto che mi fa della sua vita, il suo modo di camminare, il colore degli occhi… sono tutte cose che mi piacciono e sono gradevoli. Sono in quel cammino in cui avviene quello che si chiama l’“innamoramento”.
  • Ma l’innamoramento è solo un primo passo verso la maturità dell’amore, e questo primo passo deve essere superato.

2.6. L’amore è un’arte

Fromm ha scritto un librettino dove la tesi fondamentale è che “l’amore è un’arte”. “Un’arte” vuole dire: è qualche cosa che si impara come fare il falegname o a dipingere. Per riuscire ad amare bisogna percorrere un apprendistato simile a quello che si percorre per qualunque altra arte. Quindi la sua tesi è:

“Che uno si guardi bene dal pensare che l’amore scaturirà perfetto quando troverà la persona giusta, questo non è vero. L’amore è una perfezione del soggetto, non è che se incontro una persona giusta io divento perfetto perché l’ho incontrata. È un cammino di crescita interiore che uno deve riuscire a fare, allora diventerà capace di amare, allora diventerà capace di donare, allora diventerà capace di prendersi la responsabilità per il bene e per la vita e la gioia di un altro. Perché è questo il punto di arrivo: io mi prendo la responsabilità della tua gioia, io sono contento di farti contento, io sono contento di mettere la mia esistenza in qualche modo al servizio della tua vita”.

2.7. L’innamoramento è prezioso però è destinato alla delusione se non fa un passo in più verso la trascendenza

Dice ancora Fromm:

“Uno degli errori nella percezione dell’amore nell’uomo, è la confusione tra l’esperienza iniziale di innamorarsi e lo stato permanente di essere innamorati. Se due persone che erano estranee lasciano improvvisamente cadere la parete che le divideva e si sentono vicine, unite, questo attimo di unione è una delle emozioni più eccitanti della vita. È ancora più meravigliosa e miracolosa per chi è vissuto solo isolato senza affetti. Il miracolo di questa intimità improvvisa è spesso facilitato se coincide o se inizia con l’attrazione sessuale, tuttavia questo tipo di amore è per sua stessa natura un amore non duraturo. Via e via che due soggetti diventano ben affiatati la loro intimità perde sempre più il suo carattere miracoloso, finché il loro antagonismo, i loro screzi, la reciproca sopportazione, uccidono ciò che rimane dell’eccitamento iniziale. Eppure, all’inizio essi non lo sanno, scambiano l’intensità dell’infatuazione, il folle amore che li lega, per la prova dell’intensità del loro sentimento, mentre potrebbero solo provare l’intensità della loro solitudine”.

Questo naturalmente non vuole dire che l’innamoramento sia cosa negativa, anzi l’innamoramento è preziosissimo, però è destinato alla delusione; di fronte alla delusione può reagire o avvilire; o invece, facendo un passo in più, andare verso la trascendenza, che è quello che dicevo prima:

“Mi prendo cura di te, mi sono reso conto di quello che hai di bello e mi sono reso conto anche dei tuoi difetti; ma con le tue doti e con i tuoi difetti sei per me prezioso, io sono contento di impegnare la mia vita per la tua gioia, mi basta che sia contenta tu per trovare anch’io un motivo per vivere, un motivo per operare”.

2.8. Se i genitori vivono il loro rapporto nella maturità di amore trasmettono l’educazione fondamentale ai figli

E se questo superamento avviene, allora inizia un’avventura infinita della conoscenza dell’altro e di se stessi in questo rapporto. Una avventura che è fatta di stupore, di momenti di crisi, di rifiuto, di comprensione, di accettazione, di superamento; e anche di un tantino di ironia che non guasta, il saper sorridere dei difetti dell’altro e dei propri difetti, delle proprie “imbranate”.

Questo è quel rapporto dei genitori che educa i figli, che li aiuta a superare l’egocentrismo, e a fare spazio agli altri.

Tra le cose che Fromm dice, una importante è che “l’arte si impara andando a bottega dagli artisti”. Quando Giotto ha voluto imparare la pittura è andato a bottega da Cimabue, s’impara così.

Ebbene, il bambino impara dai genitori, è “a bottega da loro”. Se i genitori vivono il loro rapporto in questa maturità di amore – o tentano di viverlo, s’intende la maturità perfetta pare che in questo mondo sia irraggiungibile, ma è una maturità vera anche se non completa e non perfetta –, trasmettono l’educazione fondamentale ai figli. Credo ci siano pochi altri posti dove questo tipo di relazione si possa imparare così bene come in famiglia.

Ma non c’è solo il rapporto uomo/donna, l’unione dei generi nel matrimonio.

3. Nella famiglia c’è il rapporto genitori/figli

Nella famiglia c’è il rapporto genitori/figli, con tutte le difficoltà che oggi porta con sé; difficoltà che nascono ancora da una relazione dove l’accento è troppo spostato. “Troppo spostato” non vuole dire che sia sbagliato in sé, ma è esagerato lo spostamento sui sentimenti e su quello che è immediato, di breve respiro.

3.1. Il figlio ha una sua identità che trascende l’esperienza di coppia dei genitori

I genitori hanno delle aspettative notevoli nei confronti dei figli – sperano e investono molto nei figli – ma a volte, e abbastanza spesso, queste aspettative sono autocentrante.

Scrive sempre una sociologa:

“La coppia include il figlio, non si apre ad esso, non si lascia interrogare dalla sua eccedenza”.

O tradotto in altri termini: il rischio della coppia è di prendere il figlio è di metterlo dentro al rapporto dell’uomo e della donna per arricchire quel rapporto e renderlo più gradevole e più gioioso.

Ora, è vero che il figlio rende il rapporto uomo/donna molto più ricco e più gioioso, ma il figlio è di più di questo, è di più del papà, è di più della mamma, è di più anche della relazione tra il papà e la mamma. Il figlio ha una sua identità, trascende anche lui l’esperienza di coppia dei genitori. E i genitori devono essere disposti a ricostruire la loro vita tenendo presente l’identità del figlio. Il figlio chiede molte cose: di essere nutrito materialmente e simbolicamente. “Simbolicamente” vuole dire: che i genitori sappiano trasmettere ai figli i significati fondamentali della vita, perché il figlio con quei significati possa comprendere meglio quello che sta sperimentando, e possa aprire il suo cammino verso una maturazione di amore e di libertà.

E in questo che cosa si chiede ai genitori? Perché il pasticcio molte volte è questo: siccome la società attuale è ricca di offerte, – e sul mercato ce ne sono tantissime, non parlo solo delle offerte dal punto di vista economico o dal supermercato in seno stretto, ma tutte le offerte quali i tipi di esperienze affettivi, di gioie, di vacanze, di rapporti… –, può accadere che l’essenziale si offuschi un po’, che dentro la molteplicità delle cose e delle offerte si faccia fatica a capire qual è l’essenziale.

3.2. Alla coppia si chiede nei confronti dei figli fondamentalmente la funzione materna e la funzione paterna

Ora che cosa si chiede a una coppia nei confronti dei figli? Fondamentalmente due cose: la funzione materna e la funzione paterna.

Quando dico la “funzione materna e la funzione paterna”, non voglio dire quella che deve svolgere la madre e quella che deve svolgere il padre, perché anche il padre può e deve svolgere in un certo modo la funzione materna, e viceversa. Quindi spiego per cosa intendo con queste due espressioni.

3.2.1. La funzione materna di dare la vita e il calore

La funzione materna è naturalmente quella del dare la vita e, insieme con la vita, del dare il calore – il calore del corpo, dell’affetto, della fiducia e dell’amore –, in modo che quel bambino che nasce e cresce si senta accolto, senta il mondo non come una realtà minacciosa che lo spaventa perché non riesce a dominarla, ma lo senta come una realtà che gli sorride attraverso il sorriso della madre.

Sempre Fromm, ma è una cosa abbastanza comprensibile e semplice, dice:

“Quando un uomo nasce viene sbalzato, da una situazione ben definita e chiara come l’istinto, in una situazione incerta e indefinita. Vi è certezza solo per quanto riguarda il passato, per ciò che riguarda il futuro solo la morte è certa. L’uomo è dotato di ragione, è conscio di se stesso, della sua individualità del passato, delle possibilità future. Questa coscienza di se stesso come entità separata – la consapevolezza della sua breve vita, del fatto che è nato senza volerlo e contro la propria volontà morirà, che morirà prima di quelli che ama o che essi moriranno prima di lui –, il senso di solitudine, di impotenza di fronte alle forze della natura e della società gli rendono insopportabile l’esistenza. Diventerebbe pazzo se non riuscisse a rompere l’isolamento per unirsi agli altri uomini e al mondo esterno. Il senso di solitudine provoca l’ansia, anzi è all’origine di ogni ansia. Essere soli significa essere indifesi, incapaci di penetrare attivamente nel mondo che ci circonda; significa che il mondo può accerchiarci senza che abbiamo la possibilità di reagire; oltre a ciò l’isolamento è fonte di vergogna e spesso di colpa. Questo profondo bisogno dell’uomo, dunque, è il bisogno di superare l’isolamento, di evadere dalla prigione della propria solitudine. L’impossibilità di raggiungere questo scopo porta alla pazzia, perché il panico della completa separazione può essere vinto solo da un isolamento dal mondo così esterno e così totale da cancellare il senso di separazione, perché allora il mondo esterno, dal quale si è separati, scompare”.

Allora, il bambino che viene messo al mondo viene a trovarsi in una condizione che non è semplicissima, ma è incerta, è pericolosa. Per questo è fondamentale la funzione materna che dice al bambino: “Sono contento che tu ci sia, ti voglio bene, è bello che tu esista; il mondo sorride e io ti sorrido, e io ti accolgo volentieri”. La fiducia della madre nel bambino, questa accoglienza, diventa un patrimonio di fiducia immenso del bambino, perché gli permette poi di imparare a fidarsi dell’altro. È una risorsa nella vita, quindi potrà stringere rapporti, perché per stringere rapporti bisogna avere fiducia, bisogna sapere rischiare la fiducia. Imparerà a godere delle relazioni, a contrastare l’angoscia, a superare in modo positivo le esperienze che nella vita possono impaurire. Nella vita capita di essere ingannato o tradito da un amico, di provare l’esperienza della debolezza, e a volte di fronte a queste esperienze uno perde la fiducia nella vita e negli altri, e fa fatica a fidarsi.

Quindi in quei momenti è prezioso quel patrimonio di fiducia che ha ricevuto dalla madre o anche dal padre, da questa dimensione della funzione materna che è: “Io sono contento che tu esista così come sei, e ancora prima di chiederti se sei abbastanza intelligente, bello, furbo… No, semplicemente tu così come sei”. La funzione materna dice questo: è l’amore gratuito, è l’amore che non pone delle condizioni e, proprio per questo, trasfigura.

3.2.2. La funzione paterna del conservare e del tramandare il patrimonio materiale e morale

E insieme a questa, dalla famiglia si chiede la funzione paterna, che invece è del conservare e del tramandare il patrimonio materiale e morale.

La funzione paterna (torno a dire questa la può svolgere anche la madre, e in certi casi la svolge anche benissimo) trasmette il codice etico, il codice dei valori, la direzione della vita, che permette al bambino di passare dall’esperienza della famiglia all’esperienza della società. Il bambino nasce e viene tirato su in famiglia, ma viene poi introdotto nella società. La famiglia introduce nella società, e chi introduce nella società è il padre, appunto attraverso la trasmissione di quei codici di valori di comportamento che sono preziosi per dare un orientamento alla vita e per inserirsi nell’esperienza grande della società.

Voglio dire, il bambino all’inizio della sua vita ha come criterio fondamentale di scelta la gratificazione: gli piacciono le cose che gli danno gusto e non gli piacciono quelle che non gli danno gusto, punto e basta. E questo va bene per il bambino, ma non va bene per la società. Per la società bisogna imparare a distinguere quello che è giusto da quello che è sbagliato, quello che è vero da quello che è falso, quello che è buono da quello che è cattivo; distinguere da quello che stabilisce i rapporti giusti con gli altri di sincerità, di fedeltà, di credibilità, ecc., da quello che invece distrugge i rapporti con gli altri.

Ebbene, il padre deve trasmettere tutto questo: deve permettere pian piano al bambino di maturare nel suo senso etico del bene e del male, nel suo senso sociale, nel tenere conto degli altri nell’esistenza della sua crescita.

4. La famiglia trasmette e educa con la parola, con l’esempio, con i criteri di scelta, con i valori

E questo la famiglia come lo fa? In tanti modi.

  • Innanzi tutto fondamentalmente con la parola: le parole che i genitori dicono sono fondamentali, aiutano a percepire e a vedere le cose in un’ottica corretta e matura.
  • Evidentemente insieme con la parola ci sta l’esempio, perché la parola se non è vissuta, se non corrisponde al modo vita dei genitori, crea solo delle incertezze e delle tensioni; perché non si capisce più bene se le cose che hanno detto siano valide o non valide: c’è un messaggio e un contro messaggio e, quando questo avviene, nell’educazione è un dramma.
  • L’esempio prendetelo non solo nel riferimento ai comportamenti particolari, ma alla mentalità, ai criteri di scelta. Al modo in cui in una famiglia, per esempio, si gestisce il denaro o l’idea che si ha del lavoro, il modo in cui si vive il lavoro, o il tipo di messaggi o di maestri che sono riconosciuti come validi in un contesto familiare. Quindi, si trasmette, e la famiglia educa, con l’esempio ma con gli atteggiamenti, con le costanti che definiscono l’orizzonte di vita di una famiglia.
  • E poi certamente con la trasmissione dei valori. “Trasmettere i valori” vuole dire: prima o poi i genitori devono rendere conto della speranza per cui hanno messo al mondo un figlio. Mettere al mondo un figlio vuole dire fare qualche cosa di infinito, di immenso: io metto un figlio di fronte all’esperienza – che ho ricordato prima di Fromm – della vita, con tutto quello che la vita ha di bello e di brutto, di speranza e di delusione; lo metto in una vita che prima o poi dovrà finire.

Ebbene, devo avere dei motivi per fare questo, e devo avere dei valori, cioè delle cose che motivano il fatto di vivere e di trasmettere la vita. E prima o poi bisogna che io li dica ai figli le cose in cui credo, le cose in cui secondo me la vita è preziosa e vale la pena di essere vissuta. “Vale la pena di essere vissuta” per questi valori e per questi scopi, vale la pena di essere spesa, e credo anche che valga la pena di essere donata. Però bisogna che le dica, devo renderne conto.

Altrimenti se io considero la vita come vuota o come negativa, mi può venire rimproverato: “Ma allora perché mi hai messo al mondo? Hai fatto un’opera immorale nel mettermi al mondo! Il mettere al mondo è morale quando è un gesto di amore, quando credo nella vita, e quindi te la dono e volentieri; sapendo bene tutto quello che la vita porta con sé, di fatica e di sofferenza, ma avendo dei valori che giustifica il fatto di vivere e il fatto di morire.

Dicevo, in tutti questi modi la famiglia trasmette ed educa. Sono quindi tutti legati esattamente con il dinamismo della vita familiare, della vita di coppia; trasmette con quell’amore pedagogico che sa abbracciare, lodare, che trova delicatezza, e che sa incoraggiare, offrire perdono.

4.1. Il bambino

Vi leggo un testo sul bambino, tratto da uno psicologo.

“Tutti i bambini del mondo hanno bisogno di essere abbracciati nel corpo e nell’anima; sentirsi accarezzato, abbracciato, significa dire che il mondo è un luogo dove si può vivere. È essenziale baciare i figli, abbracciarli, accarezzarli, offrire tenerezza, sono stimoli e sollecitazioni benefiche anche per lo sviluppo intellettivo. Ma ci sono anche le caratteristiche psicologiche. Lasciamo un biglietto sul tavolo di cucina perché tornando da scuola il figlio non trovi la casa troppo vuota. Portagli qualche cosa dal mercato, fare un regalo con le parole dette: Ho pensato a te. E serbargli una sorpresa nel dirgli che sono felice e che a lui vorreste farglielo sentire e perdo del tempo per lui; e tutto questo farlo per lui, perché sono contento di avere un figlio e non perché devo farmi perdonare le mie assenze troppe lunghe da lui o per tenermelo buono.

Freud arrivò a dire: il bambino smette di vivere se non sa di essere amato. La depravazione affettiva non significa solo mancanza di affetto, ma mancanza di affetti piacevoli senza i quali non scatta la gioia e la curiosità. È privo di affetto chi cresce in un ambiente che gli fornisce emozioni spiacevoli in quantità: collera, paura, gelosia, invidia, violenza di immagini, pessimismo verso la vita. Con questo terreno il bambino non può provare sentimenti piacevoli come la gioia, affetto per gli altri, fiducia nella vita, e la sua coscienza morale rimarrà egocentrica. Questo amore che abbraccia apre alla vita, alla fiducia, all’altro, al mondo.

È un amore che loda. La lode è per le realizzazioni conseguite, e non per il suo carattere o la sua personalità globale. Meglio dire al bambino: Non era certo facile questo lavoro; lo hai proprio fatto bene. Piuttosto che sciorinare: Come è bravo il mio bambino, è sempre un tesoro. La prima lode è positiva perché apprezza la capacità dimostrata in quell’occasione, il bambino avrà fiducia di fare bene anche la prossima volta. La seconda lode è negativa perché si rivolge a tutta la personalità del bambino: bravo, tesoro, sempre. Nessuno è sempre bravo. Di fronte alle lodi globali il bambino proverà facilmente l’ansia di essere scoperto meno bravo di quanto gli altri pensano, o di non riuscire in seguito ad essere all’altezza della situazione. Quante ansietà di prestazioni nell’uomo adulto e nella sua vita sessuale! Il bambino sa distinguere molto bene tra la vera lode dall’adulazione. Dopo una lode eccessiva ci pensa lui a dimostrarci con i fatti che non è poi tanto buono come sempre”.

4.2. L’adolescente

Ultima cosa, l’adolescente. È quando il bambino cresce e diventa grande e comincia come adolescente a contestare? Si vergogna a farsi vedere con i genitori. Fa ostinatamente il contrario di tutto quello che gli viene detto. Allora lì la famiglia smette di educare?

Credo proprio di no. Credo proprio che l’adolescente abbia un bisogno immenso del riferimento familiare e dei genitori, perché vive l’età del passaggio, non è più piccolo, però non è ancora grande, contesta le regole dell’infanzia, ma non è ancora capace di stabilire le regole della maturità; cerca l’autonomia, ma in un modo immaturo.

L’autonomia per un adolescente è il liberarsi da tutti i condizionamenti esterni, quindi: “Tutto quello che i genitori hanno detto lo tiriamo via, tutto quello che ha detto il parroco o il catechista lo tiriamo via, voglio non avere dei condizionamenti esterni”. Ma questa è evidentemente una idea immatura di autonomia. L’autonomia vera è la capacità di prendere delle decisioni dopo avere riflettuto, e assumendosi le proprie responsabilità, e nello stesso tempo rispettando le responsabilità degli altri; ma l’adolescente non è ancora capace di questo. Direbbe Lonergan: “È capace di fare molti atti di intelligenza ma pochi atti di giudizio”.

4.2.1. Gli atti di intelligenza dell’adolescente

Gli “atti di intelligenza” sono quelli in cui noi colleghiamo i dati in modo luminoso, bellissimi.

  • Costruisco un teorema che spiega ventisette dati, e per fare questo bisogna essere intelligenti. Ma non è detto che l’atto di intelligenza sia poi vero. Prima di fare il giudizio devo prendere il mio atto di intelligenza e verificare. Spiego davvero i dati, li spiego tutti, e se spiego tutti i dati che possiedo allora lo posso anche azzardare come giudizio, certo o probabile secondo i casi.
  • Ma non basta la luminosità dell’intelligenza affinché il giudizio sia corretto, perché ci sono anche teoremi sbagliati, costruiti secondo i nostri interessi e preferenze. Ed è quel giudizio lì che l’adolescente non è ancora capace di pronunciare, fa tantissimi atti di intelligenza, vede moltissime cose, intuisce in modo fecondissimo, ma non ha ancora il rapporto corretto con la realtà che gli permette di dare il giudizio.
  • Per cui tante volte capita che la sicurezza ce l’ha alla fine delle sue azioni e non all’inizio. Quindi prova. Le decisioni o le cose che dice un adolescente sono fondamentalmente delle prove, sono dei ballon essai, si prova, si lancia… vediamo che cosa viene fuori.

4.2.2. Quando un adolescente contesta i genitori bisogna comprenderlo, ha bisogno dei genitori

Per cui anche molte volte quando un adolescente contesta i genitori bisogna comprenderlo così: sta tentando, sta provando di vedere se i genitori credono davvero in quello che hanno detto, se fanno davvero quello che chiedono a lui, se spiegano il perché dei comportamenti che esigono. Ma dietro c’è una insicurezza grande ed è naturale che sia così, perché non ha ancora assorbito e colto la realtà del mondo, quindi non riesce ancora a misurare i passi, il passo della realtà.

Per questo ha bisogno dei genitori, e ne ha bisogno tantissimo, perché rappresentano in qualche modo la realtà che lui ancora non afferra, che lui ancora non ha interiorizzato del tutto, quindi non sa se i suoi atteggiamenti siano giusti, prova e vede quale sia il risultato.

Ora, in una condizione di questo genere, la cosa più negativa sarebbe l’indifferenza, cioè il non farsi carico del cammino che il ragazzo sta facendo; perché sta facendo un cammino che è difficile e comporta anche delle sofferenze, per lo meno delle paure, delle ansie che sono a volte indistinte, non si capiscono bene. Ma sa che sta giocando un gioco che potrebbe anche essere pericoloso, di cui non conosce le coordinate precise. Quindi l’indifferenza sarebbe un disastro.

4.2.3. L’atteggiamento giusto dei genitori è esercitare l’autorità sul figlio adolescente con autorevolezza

Non bisogna avere paura di esercitare l’autorità, però che sia autorità, quindi bisogna distinguere tre atteggiamenti diversi.

  • Il primo è l’atteggiamento della “complicità”, che vuole dire quello che noi intendiamo con la parola “viziare” e cioè: “Ti do qualche cosa che so che non ti fa bene, però per tenerti buono, per legarti a me, perché ho bisogno del tuo affetto, ho paura di perderti…”. Questo si chiama “complicità”, ma non funziona.
  • C’è un secondo atteggiamento che è quello dell’“autoritarismo”: “Fai così perché lo dico io”. Un’affermazione di questo genere rischia di essere – e l’autoritarismo è esercizio del potere che i genitori hanno e devono esercitare – solo a vantaggio dei genitori: “Cioè io ti impongo qualche cosa perché questo serve a me, perché questo mi rende più tranquillo, sicuro… infatti, serve a me.
  • Il terzo è l’autorevolezza, che è l’atteggiamento giusto, è usare il potere. Perché torno a dire, il potere dei genitori nei confronti dell’adolescente ce l’hanno, l’adolescente non è ancora capace di gestirsi, non è capace di porre dei giudizi chiari sulla realtà, quindi ha bisogno di un potere che lo diriga, ma a vantaggio del ragazzo. L’autorità che i genitori hanno, ce l’hanno per il ragazzo e non per sé, non perché il ragazzo sia un aiuto o una gratificazione a loro; ma ce l’hanno perché il ragazzo non è ancora capace di un’autonomia autentica, perché l’autonomia che rivendica è ancora di reazione e quindi immatura.

Ma questo si deve capire, e per capirlo bisogna evidentemente che i genitori siano capaci di ascoltare se stessi, cioè di rientrare in se stessi e di dire: che gioco sto giocando con mio figlio? Sto cercando il suo bene o sto imponendogli una mia regola che è ingiustificata, che interessa solo a me? Sto facendo il suo bene o sto in fondo rovinando il suo cammino di crescita con atteggiamenti che nascono dalla mia insicurezza e immaturità?

Su questo occorre riflettere – soprattutto se ci si riflette insieme marito e moglie – perché il dialogo tra i genitori è preziosissimo, proprio per riuscire a calibrare e a verificare le motivazioni degli interventi, e da dove vengono: se vengono davvero dal desiderio del bene del ragazzo o da altre motivazioni. E non c’è niente di strano sul fatto che possono venire da altre motivazioni, perché siamo fatti così; ma il problema è che bisogna rendersene conto, bisogna non fare passare per autorevolezza quello che invece è in una posizione che nasce da me, dalla mia insicurezza. Da questo punto di vista l’adolescente ne ha bisogno e tantissimo.

4.2.4. L’adolescente deve avere davanti a se l’immagine di genitori che hanno già vissuto un pezzo grosso della loro vita e che hanno portato a casa un traguardo positivo di armonia e di maturità

E quando sembra che l’adolescente contesti i genitori e dia attenzione solo agli amici? Questo è solo l’apparenza, perché in realtà degli amici gli interessa relativamente, non giocherebbe la sua vita sull’insegnamento degli amici. Ma su quello dei genitori sta misurando, sta provando, sì.

Infondo, se l’adolescente ha davanti a se l’immagine di genitori che hanno già vissuto un pezzo grosso della loro vita e che hanno portato a casa un traguardo positivo di armonia e di maturità – “armonia” non vuole dire che se uno è sempre tranquillo che non ci siano tensioni o cose del genere, però hanno imparato come gestire anche le tensioni o i momenti difficili –, quando ha davanti questo, evidentemente i genitori hanno un influsso immenso perché sono l’immagine di un’esistenza riuscita, realizzata. Non “perfetta”, non esistono i genitori perfetti; non senza errori, perché non esistono dei genitori che non abbiano mai fatti degli errori; quindi bisognerebbe togliere l’ansia di avere sbagliato o di potere sbagliare o cose di questo genere. Bisogna solo fare questo cammino di chiarezza con se stessi e di attenzione al proprio comportamento e atteggiamento.

Conclusioni

La domanda era: la famiglia è ancora in grado di educare o invece è soppiantata da tutte le altre istanze educative? La mia riposta era:

  • La famiglia ha una funzione educativa fondamentale perché è il luogo dove le diversità fondamentali dell’esistenza umana si raccolgono nella complementarità.

La famiglia educa attraverso:

  • Il patto di reciprocità che c’è tra marito e moglie, quando lo vivono con un amore tendenzialmente maturo.
  • La funzione materna e paterna, che accompagna tutto il cammino di crescita delle persone, da quando sono piccoli e piccoli, e fino a quando sono maturi grandi. In tutto questo cammino ci stanno le due funzioni, che è evidentemente con diversità secondo le età, perché è chiaro che questo cambia con il tempo, ma le funzioni rimangono.
  • Le funzioni le fa con la parola, con l’esempio, con gli atteggiamenti, con i valori e con l’amore che abbiamo tentato di descrivere.
  • Questa funzione che non cessa nemmeno quando nell’adolescenza dei ragazzi nasce una contestazione dei genitori; bisogna prenderla per quello che è, bisogna capirla, non andare in crisi perché i figli stanno ribellandosi o cose del genere. Bisogna capire che sta nascendo qualche cosa di nuovo, e quindi tentare di accompagnare in questo itinerario di maturità e di autonomia che il ragazzo vuole raggiungere, ma che raggiunge solo adagio, con fatica, e quindi ha bisogno nel frattempo di essere condotto per mano.

Poi verrà il momento della maturità e allora i genitori dovranno dire quello che diceva Virgilio a Dante, quando era arrivato sul monte del Purgatorio, perché dice: “per ch’io te sovra te corono e mitrio”, “perché io, Virgilio, la ragione umana, che ti ha guidato alla virtù, ti costituisco signore del tuo volere, signore e padrone di te tesso.” (Purgatorio Canto XXVII n. 142).

Naturalmente questo è un discorso che riguarderebbe la perfezione anche del cammino cristiano, che è molto di più.

Però il discorso m’interessava in questo.

È un itinerario di educazione che deve condurre alla maturità, e fino a quel momento ha una responsabilità. E i genitori possono vivere con fiducia e con gioia la responsabilità che hanno nei confronti dei figli, anche in quel periodo dell’adolescenza che è difficilissimo… che è difficilissimo! Dove le tensioni e le sofferenze sono grandi, e stranamente sia da parte dei ragazzi e sia da parte dei genitori.

* Cv. Documento rilevato come amanuense dal registratore, scritto in uno stile didattico e con riferimenti biblici, ma non rivisto dall’autore.

La famiglia e l’educazione dei figli (II parte)

2.3. I genitori, la famiglia, la coppia, educa anzitutto vivendo “il patto della reciprocità”

Scrive il Papa:

“La famiglia in quanto comunità di amore trova nel dono di sé la legge che la guida e la fa crescere, il dono di sé che ispira l’amore dei coniugi tra loro si pone come modello e norma del dono di sé quale deve attuarsi nei rapporti tra fratelli e tra le diverse generazioni” (Familiaris consortio n. 37).

Questo tradotto vuole dire: i genitori, la famiglia, la coppia, educa anzitutto vivendo la propria esperienza di coppia, vivendo quello che si chiama “il patto della reciprocità”. Il marito e la moglie vivono uno per l’altro e si prendono cura uno dell’altro. Ed è questa esperienza che trasmettono ai figli: l’esperienza che vivere non vuole dire essere il centro del mondo, ma superare se stesso nel prendersi cura di un altro, nell’assumersi una responsabilità per la vita di un altro.

Questo chiaramente non è facilissimo da percepire e da trasmettere, perché la tentazione delle nostre famiglie (la coppia) è di vivere il sentimento e di consumare le emozioni, di vivere la famiglia come una specie di contratto per cui ci scambiamo dei beni affettivi, delle gratificazioni, e il nostro stare insieme dipende essenzialmente da quello. Così quando le gratificazioni o i beni affettivi che io ricevo non mi soddisfano più o non mi bastano più, o quando ho l’impressione che “il bilancio sia rosso perché io ti ho dato molto affetto e tu me ne hai dato poco”, la famiglia va in crisi.

2.4. Il discorso vero della famiglia che educa non è del contratto affettivo, ma di un patto di vita

Ma il discorso vero della famiglia che educa è invece quello non del contratto affettivo, ma quello di un patto di vita. Il “patto di vita” si coglie dal ripensare alla formula del matrimonio:

“Io prendo te come mia sposa e prometto di esserti fedele sempre nella gioia e nel dolore, nella sofferenza e nella malattia, nella buona o nella cattiva salute e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita”.

Quando uno dice una frase di questo genere si impegna ad una fedeltà per sempre. Una “fedeltà” intesa non in senso statico, che il bene che oggi ti voglio te lo vorrò sempre; ma il bene che oggi ti voglio lo rigenererò sempre di nuovo; è una creatività, è una fiducia che deve rinnovarsi nella relazione: io mi sento responsabile, mi assumo la responsabilità di fare vivere la nostra relazione, di farla maturare.

Questo significa vivere l’amore come superamento di sé. La vita dell’uomo è sempre un processo di superamento. Perché quando l’uomo incomincia a conoscere, incomincia a uscire da se stesso, perché incomincia a fare i conti con la realtà, incomincia a cambiare secondo la realtà che lui apprende, che lui impara a riconoscere.

2.5. Il processo di trascendenza che l’uomo incomincia con la conoscenza ha come punto di arrivo il processo di maturazione dell’amore

Quel processo di trascendenza che l’uomo incomincia con la conoscenza ha come punto di arrivo esattamente il processo di amore. Quando l’amore arriva alla maturità supera il ripiegamento della persona su se stesso, supera anzitutto quello che si chiama “narcisismo”.

Si può vedere l’esperienza dell’uomo come un apprendistato dell’amore che cresce verso la maturità:

  • In cui si parte dal volere bene a se stessi, e non c’è dubbio questo è il primo e fondamentale amore. Io vivo perché voglio bene a me stesso, non mi avvilisco, non mi distruggo. Questo è fondamentale, ma è solo il punto di partenza.
  • Poi c’è l’attenzione all’altro. Ma all’inizio l’altro mi appare come uno strumento per me, voglio bene a me e quindi voglio bene anche a quello che mi aiuta. Siccome ho bisogno della madre per nutrirmi, voglio bene a mia madre, ma le voglio bene per me, le voglio bene perché è la sorgente del nutrimento di cui ho bisogno per vivere. Non c’è niente di strano che sia così, è naturale ed è giusto, ma è parziale, è solo un gradino nel cammino di maturazione dell’amore.
  • Poi imparo ad accorgermi che l’altro ha una sua identità, è diverso in qualche cosa; ci sono in lui delle realtà che mi piacciono, che mi attirano: il modo di parlare, i suoi pensieri, quello che lui sogna, il racconto che mi fa della sua vita, il suo modo di camminare, il colore degli occhi… sono tutte cose che mi piacciono e sono gradevoli. Sono in quel cammino in cui avviene quello che si chiama l’“innamoramento”.
  • Ma l’innamoramento è solo un primo passo verso la maturità dell’amore, e questo primo passo deve essere superato.

2.6. L’amore è un’arte

Fromm ha scritto un librettino dove la tesi fondamentale è che “l’amore è un’arte”. “Un’arte” vuole dire: è qualche cosa che si impara come fare il falegname o a dipingere. Per riuscire ad amare bisogna percorrere un apprendistato simile a quello che si percorre per qualunque altra arte. Quindi la sua tesi è:

“Che uno si guardi bene dal pensare che l’amore scaturirà perfetto quando troverà la persona giusta, questo non è vero. L’amore è una perfezione del soggetto, non è che se incontro una persona giusta io divento perfetto perché l’ho incontrata. È un cammino di crescita interiore che uno deve riuscire a fare, allora diventerà capace di amare, allora diventerà capace di donare, allora diventerà capace di prendersi la responsabilità per il bene e per la vita e la gioia di un altro. Perché è questo il punto di arrivo: io mi prendo la responsabilità della tua gioia, io sono contento di farti contento, io sono contento di mettere la mia esistenza in qualche modo al servizio della tua vita”.

2.7. L’innamoramento è prezioso però è destinato alla delusione se non fa un passo in più verso la trascendenza

Dice ancora Fromm:

“Uno degli errori nella percezione dell’amore nell’uomo, è la confusione tra l’esperienza iniziale di innamorarsi e lo stato permanente di essere innamorati. Se due persone che erano estranee lasciano improvvisamente cadere la parete che le divideva e si sentono vicine, unite, questo attimo di unione è una delle emozioni più eccitanti della vita. È ancora più meravigliosa e miracolosa per chi è vissuto solo isolato senza affetti. Il miracolo di questa intimità improvvisa è spesso facilitato se coincide o se inizia con l’attrazione sessuale, tuttavia questo tipo di amore è per sua stessa natura un amore non duraturo. Via e via che due soggetti diventano ben affiatati la loro intimità perde sempre più il suo carattere miracoloso, finché il loro antagonismo, i loro screzi, la reciproca sopportazione, uccidono ciò che rimane dell’eccitamento iniziale. Eppure, all’inizio essi non lo sanno, scambiano l’intensità dell’infatuazione, il folle amore che li lega, per la prova dell’intensità del loro sentimento, mentre potrebbero solo provare l’intensità della loro solitudine”.

Questo naturalmente non vuole dire che l’innamoramento sia cosa negativa, anzi l’innamoramento è preziosissimo, però è destinato alla delusione; di fronte alla delusione può reagire o avvilire; o invece, facendo un passo in più, andare verso la trascendenza, che è quello che dicevo prima:

“Mi prendo cura di te, mi sono reso conto di quello che hai di bello e mi sono reso conto anche dei tuoi difetti; ma con le tue doti e con i tuoi difetti sei per me prezioso, io sono contento di impegnare la mia vita per la tua gioia, mi basta che sia contenta tu per trovare anch’io un motivo per vivere, un motivo per operare”.

2.8. Se i genitori vivono il loro rapporto nella maturità di amore trasmettono l’educazione fondamentale ai figli

E se questo superamento avviene, allora inizia un’avventura infinita della conoscenza dell’altro e di se stessi in questo rapporto. Una avventura che è fatta di stupore, di momenti di crisi, di rifiuto, di comprensione, di accettazione, di superamento; e anche di un tantino di ironia che non guasta, il saper sorridere dei difetti dell’altro e dei propri difetti, delle proprie “imbranate”.

Questo è quel rapporto dei genitori che educa i figli, che li aiuta a superare l’egocentrismo, e a fare spazio agli altri.

Tra le cose che Fromm dice, una importante è che “l’arte si impara andando a bottega dagli artisti”. Quando Giotto ha voluto imparare la pittura è andato a bottega da Cimabue, s’impara così.

Ebbene, il bambino impara dai genitori, è “a bottega da loro”. Se i genitori vivono il loro rapporto in questa maturità di amore – o tentano di viverlo, s’intende la maturità perfetta pare che in questo mondo sia irraggiungibile, ma è una maturità vera anche se non completa e non perfetta –, trasmettono l’educazione fondamentale ai figli. Credo ci siano pochi altri posti dove questo tipo di relazione si possa imparare così bene come in famiglia.

Ma non c’è solo il rapporto uomo/donna, l’unione dei generi nel matrimonio.

3. Nella famiglia c’è il rapporto genitori/figli

Nella famiglia c’è il rapporto genitori/figli, con tutte le difficoltà che oggi porta con sé; difficoltà che nascono ancora da una relazione dove l’accento è troppo spostato. “Troppo spostato” non vuole dire che sia sbagliato in sé, ma è esagerato lo spostamento sui sentimenti e su quello che è immediato, di breve respiro.

3.1. Il figlio ha una sua identità che trascende l’esperienza di coppia dei genitori

I genitori hanno delle aspettative notevoli nei confronti dei figli – sperano e investono molto nei figli – ma a volte, e abbastanza spesso, queste aspettative sono autocentrante.

Scrive sempre una sociologa:

“La coppia include il figlio, non si apre ad esso, non si lascia interrogare dalla sua eccedenza”.

O tradotto in altri termini: il rischio della coppia è di prendere il figlio è di metterlo dentro al rapporto dell’uomo e della donna per arricchire quel rapporto e renderlo più gradevole e più gioioso.

Ora, è vero che il figlio rende il rapporto uomo/donna molto più ricco e più gioioso, ma il figlio è di più di questo, è di più del papà, è di più della mamma, è di più anche della relazione tra il papà e la mamma. Il figlio ha una sua identità, trascende anche lui l’esperienza di coppia dei genitori. E i genitori devono essere disposti a ricostruire la loro vita tenendo presente l’identità del figlio. Il figlio chiede molte cose: di essere nutrito materialmente e simbolicamente. “Simbolicamente” vuole dire: che i genitori sappiano trasmettere ai figli i significati fondamentali della vita, perché il figlio con quei significati possa comprendere meglio quello che sta sperimentando, e possa aprire il suo cammino verso una maturazione di amore e di libertà.

E in questo che cosa si chiede ai genitori? Perché il pasticcio molte volte è questo: siccome la società attuale è ricca di offerte, – e sul mercato ce ne sono tantissime, non parlo solo delle offerte dal punto di vista economico o dal supermercato in seno stretto, ma tutte le offerte quali i tipi di esperienze affettivi, di gioie, di vacanze, di rapporti… –, può accadere che l’essenziale si offuschi un po’, che dentro la molteplicità delle cose e delle offerte si faccia fatica a capire qual è l’essenziale.

3.2. Alla coppia si chiede nei confronti dei figli fondamentalmente la funzione materna e la funzione paterna

Ora che cosa si chiede a una coppia nei confronti dei figli? Fondamentalmente due cose: la funzione materna e la funzione paterna.

Quando dico la “funzione materna e la funzione paterna”, non voglio dire quella che deve svolgere la madre e quella che deve svolgere il padre, perché anche il padre può e deve svolgere in un certo modo la funzione materna, e viceversa. Quindi spiego per cosa intendo con queste due espressioni.

3.2.1. La funzione materna di dare la vita e il calore

La funzione materna è naturalmente quella del dare la vita e, insieme con la vita, del dare il calore – il calore del corpo, dell’affetto, della fiducia e dell’amore –, in modo che quel bambino che nasce e cresce si senta accolto, senta il mondo non come una realtà minacciosa che lo spaventa perché non riesce a dominarla, ma lo senta come una realtà che gli sorride attraverso il sorriso della madre.

Sempre Fromm, ma è una cosa abbastanza comprensibile e semplice, dice:

“Quando un uomo nasce viene sbalzato, da una situazione ben definita e chiara come l’istinto, in una situazione incerta e indefinita. Vi è certezza solo per quanto riguarda il passato, per ciò che riguarda il futuro solo la morte è certa. L’uomo è dotato di ragione, è conscio di se stesso, della sua individualità del passato, delle possibilità future. Questa coscienza di se stesso come entità separata – la consapevolezza della sua breve vita, del fatto che è nato senza volerlo e contro la propria volontà morirà, che morirà prima di quelli che ama o che essi moriranno prima di lui –, il senso di solitudine, di impotenza di fronte alle forze della natura e della società gli rendono insopportabile l’esistenza. Diventerebbe pazzo se non riuscisse a rompere l’isolamento per unirsi agli altri uomini e al mondo esterno. Il senso di solitudine provoca l’ansia, anzi è all’origine di ogni ansia. Essere soli significa essere indifesi, incapaci di penetrare attivamente nel mondo che ci circonda; significa che il mondo può accerchiarci senza che abbiamo la possibilità di reagire; oltre a ciò l’isolamento è fonte di vergogna e spesso di colpa. Questo profondo bisogno dell’uomo, dunque, è il bisogno di superare l’isolamento, di evadere dalla prigione della propria solitudine. L’impossibilità di raggiungere questo scopo porta alla pazzia, perché il panico della completa separazione può essere vinto solo da un isolamento dal mondo così esterno e così totale da cancellare il senso di separazione, perché allora il mondo esterno, dal quale si è separati, scompare”.

Allora, il bambino che viene messo al mondo viene a trovarsi in una condizione che non è semplicissima, ma è incerta, è pericolosa. Per questo è fondamentale la funzione materna che dice al bambino: “Sono contento che tu ci sia, ti voglio bene, è bello che tu esista; il mondo sorride e io ti sorrido, e io ti accolgo volentieri”. La fiducia della madre nel bambino, questa accoglienza, diventa un patrimonio di fiducia immenso del bambino, perché gli permette poi di imparare a fidarsi dell’altro. È una risorsa nella vita, quindi potrà stringere rapporti, perché per stringere rapporti bisogna avere fiducia, bisogna sapere rischiare la fiducia. Imparerà a godere delle relazioni, a contrastare l’angoscia, a superare in modo positivo le esperienze che nella vita possono impaurire. Nella vita capita di essere ingannato o tradito da un amico, di provare l’esperienza della debolezza, e a volte di fronte a queste esperienze uno perde la fiducia nella vita e negli altri, e fa fatica a fidarsi.

Quindi in quei momenti è prezioso quel patrimonio di fiducia che ha ricevuto dalla madre o anche dal padre, da questa dimensione della funzione materna che è: “Io sono contento che tu esista così come sei, e ancora prima di chiederti se sei abbastanza intelligente, bello, furbo… No, semplicemente tu così come sei”. La funzione materna dice questo: è l’amore gratuito, è l’amore che non pone delle condizioni e, proprio per questo, trasfigura.

3.2.2. La funzione paterna del conservare e del tramandare il patrimonio materiale e morale

E insieme a questa, dalla famiglia si chiede la funzione paterna, che invece è del conservare e del tramandare il patrimonio materiale e morale.

La funzione paterna (torno a dire questa la può svolgere anche la madre, e in certi casi la svolge anche benissimo) trasmette il codice etico, il codice dei valori, la direzione della vita, che permette al bambino di passare dall’esperienza della famiglia all’esperienza della società. Il bambino nasce e viene tirato su in famiglia, ma viene poi introdotto nella società. La famiglia introduce nella società, e chi introduce nella società è il padre, appunto attraverso la trasmissione di quei codici di valori di comportamento che sono preziosi per dare un orientamento alla vita e per inserirsi nell’esperienza grande della società.

Voglio dire, il bambino all’inizio della sua vita ha come criterio fondamentale di scelta la gratificazione: gli piacciono le cose che gli danno gusto e non gli piacciono quelle che non gli danno gusto, punto e basta. E questo va bene per il bambino, ma non va bene per la società. Per la società bisogna imparare a distinguere quello che è giusto da quello che è sbagliato, quello che è vero da quello che è falso, quello che è buono da quello che è cattivo; distinguere da quello che stabilisce i rapporti giusti con gli altri di sincerità, di fedeltà, di credibilità, ecc., da quello che invece distrugge i rapporti con gli altri.

Ebbene, il padre deve trasmettere tutto questo: deve permettere pian piano al bambino di maturare nel suo senso etico del bene e del male, nel suo senso sociale, nel tenere conto degli altri nell’esistenza della sua crescita.

4. La famiglia trasmette e educa con la parola, con l’esempio, con i criteri di scelta, con i valori

E questo la famiglia come lo fa? In tanti modi.

  • Innanzi tutto fondamentalmente con la parola: le parole che i genitori dicono sono fondamentali, aiutano a percepire e a vedere le cose in un’ottica corretta e matura.
  • Evidentemente insieme con la parola ci sta l’esempio, perché la parola se non è vissuta, se non corrisponde al modo vita dei genitori, crea solo delle incertezze e delle tensioni; perché non si capisce più bene se le cose che hanno detto siano valide o non valide: c’è un messaggio e un contro messaggio e, quando questo avviene, nell’educazione è un dramma.
  • L’esempio prendetelo non solo nel riferimento ai comportamenti particolari, ma alla mentalità, ai criteri di scelta. Al modo in cui in una famiglia, per esempio, si gestisce il denaro o l’idea che si ha del lavoro, il modo in cui si vive il lavoro, o il tipo di messaggi o di maestri che sono riconosciuti come validi in un contesto familiare. Quindi, si trasmette, e la famiglia educa, con l’esempio ma con gli atteggiamenti, con le costanti che definiscono l’orizzonte di vita di una famiglia.
  • E poi certamente con la trasmissione dei valori. “Trasmettere i valori” vuole dire: prima o poi i genitori devono rendere conto della speranza per cui hanno messo al mondo un figlio. Mettere al mondo un figlio vuole dire fare qualche cosa di infinito, di immenso: io metto un figlio di fronte all’esperienza – che ho ricordato prima di Fromm – della vita, con tutto quello che la vita ha di bello e di brutto, di speranza e di delusione; lo metto in una vita che prima o poi dovrà finire.

Ebbene, devo avere dei motivi per fare questo, e devo avere dei valori, cioè delle cose che motivano il fatto di vivere e di trasmettere la vita. E prima o poi bisogna che io li dica ai figli le cose in cui credo, le cose in cui secondo me la vita è preziosa e vale la pena di essere vissuta. “Vale la pena di essere vissuta” per questi valori e per questi scopi, vale la pena di essere spesa, e credo anche che valga la pena di essere donata. Però bisogna che le dica, devo renderne conto.

Altrimenti se io considero la vita come vuota o come negativa, mi può venire rimproverato: “Ma allora perché mi hai messo al mondo? Hai fatto un’opera immorale nel mettermi al mondo! Il mettere al mondo è morale quando è un gesto di amore, quando credo nella vita, e quindi te la dono e volentieri; sapendo bene tutto quello che la vita porta con sé, di fatica e di sofferenza, ma avendo dei valori che giustifica il fatto di vivere e il fatto di morire.

Dicevo, in tutti questi modi la famiglia trasmette ed educa. Sono quindi tutti legati esattamente con il dinamismo della vita familiare, della vita di coppia; trasmette con quell’amore pedagogico che sa abbracciare, lodare, che trova delicatezza, e che sa incoraggiare, offrire perdono.

4.1. Il bambino

Vi leggo un testo sul bambino, tratto da uno psicologo.

“Tutti i bambini del mondo hanno bisogno di essere abbracciati nel corpo e nell’anima; sentirsi accarezzato, abbracciato, significa dire che il mondo è un luogo dove si può vivere. È essenziale baciare i figli, abbracciarli, accarezzarli, offrire tenerezza, sono stimoli e sollecitazioni benefiche anche per lo sviluppo intellettivo. Ma ci sono anche le caratteristiche psicologiche. Lasciamo un biglietto sul tavolo di cucina perché tornando da scuola il figlio non trovi la casa troppo vuota. Portagli qualche cosa dal mercato, fare un regalo con le parole dette: Ho pensato a te. E serbargli una sorpresa nel dirgli che sono felice e che a lui vorreste farglielo sentire e perdo del tempo per lui; e tutto questo farlo per lui, perché sono contento di avere un figlio e non perché devo farmi perdonare le mie assenze troppe lunghe da lui o per tenermelo buono.

Freud arrivò a dire: il bambino smette di vivere se non sa di essere amato. La depravazione affettiva non significa solo mancanza di affetto, ma mancanza di affetti piacevoli senza i quali non scatta la gioia e la curiosità. È privo di affetto chi cresce in un ambiente che gli fornisce emozioni spiacevoli in quantità: collera, paura, gelosia, invidia, violenza di immagini, pessimismo verso la vita. Con questo terreno il bambino non può provare sentimenti piacevoli come la gioia, affetto per gli altri, fiducia nella vita, e la sua coscienza morale rimarrà egocentrica. Questo amore che abbraccia apre alla vita, alla fiducia, all’altro, al mondo.

È un amore che loda. La lode è per le realizzazioni conseguite, e non per il suo carattere o la sua personalità globale. Meglio dire al bambino: Non era certo facile questo lavoro; lo hai proprio fatto bene. Piuttosto che sciorinare: Come è bravo il mio bambino, è sempre un tesoro. La prima lode è positiva perché apprezza la capacità dimostrata in quell’occasione, il bambino avrà fiducia di fare bene anche la prossima volta. La seconda lode è negativa perché si rivolge a tutta la personalità del bambino: bravo, tesoro, sempre. Nessuno è sempre bravo. Di fronte alle lodi globali il bambino proverà facilmente l’ansia di essere scoperto meno bravo di quanto gli altri pensano, o di non riuscire in seguito ad essere all’altezza della situazione. Quante ansietà di prestazioni nell’uomo adulto e nella sua vita sessuale! Il bambino sa distinguere molto bene tra la vera lode dall’adulazione. Dopo una lode eccessiva ci pensa lui a dimostrarci con i fatti che non è poi tanto buono come sempre”.

4.2. L’adolescente

Ultima cosa, l’adolescente. È quando il bambino cresce e diventa grande e comincia come adolescente a contestare? Si vergogna a farsi vedere con i genitori. Fa ostinatamente il contrario di tutto quello che gli viene detto. Allora lì la famiglia smette di educare?

Credo proprio di no. Credo proprio che l’adolescente abbia un bisogno immenso del riferimento familiare e dei genitori, perché vive l’età del passaggio, non è più piccolo, però non è ancora grande, contesta le regole dell’infanzia, ma non è ancora capace di stabilire le regole della maturità; cerca l’autonomia, ma in un modo immaturo.

L’autonomia per un adolescente è il liberarsi da tutti i condizionamenti esterni, quindi: “Tutto quello che i genitori hanno detto lo tiriamo via, tutto quello che ha detto il parroco o il catechista lo tiriamo via, voglio non avere dei condizionamenti esterni”. Ma questa è evidentemente una idea immatura di autonomia. L’autonomia vera è la capacità di prendere delle decisioni dopo avere riflettuto, e assumendosi le proprie responsabilità, e nello stesso tempo rispettando le responsabilità degli altri; ma l’adolescente non è ancora capace di questo. Direbbe Lonergan: “È capace di fare molti atti di intelligenza ma pochi atti di giudizio”.

4.2.1. Gli atti di intelligenza dell’adolescente

Gli “atti di intelligenza” sono quelli in cui noi colleghiamo i dati in modo luminoso, bellissimi.

  • Costruisco un teorema che spiega ventisette dati, e per fare questo bisogna essere intelligenti. Ma non è detto che l’atto di intelligenza sia poi vero. Prima di fare il giudizio devo prendere il mio atto di intelligenza e verificare. Spiego davvero i dati, li spiego tutti, e se spiego tutti i dati che possiedo allora lo posso anche azzardare come giudizio, certo o probabile secondo i casi.
  • Ma non basta la luminosità dell’intelligenza affinché il giudizio sia corretto, perché ci sono anche teoremi sbagliati, costruiti secondo i nostri interessi e preferenze. Ed è quel giudizio lì che l’adolescente non è ancora capace di pronunciare, fa tantissimi atti di intelligenza, vede moltissime cose, intuisce in modo fecondissimo, ma non ha ancora il rapporto corretto con la realtà che gli permette di dare il giudizio.
  • Per cui tante volte capita che la sicurezza ce l’ha alla fine delle sue azioni e non all’inizio. Quindi prova. Le decisioni o le cose che dice un adolescente sono fondamentalmente delle prove, sono dei ballon essai, si prova, si lancia… vediamo che cosa viene fuori.

4.2.2. Quando un adolescente contesta i genitori bisogna comprenderlo, ha bisogno dei genitori

Per cui anche molte volte quando un adolescente contesta i genitori bisogna comprenderlo così: sta tentando, sta provando di vedere se i genitori credono davvero in quello che hanno detto, se fanno davvero quello che chiedono a lui, se spiegano il perché dei comportamenti che esigono. Ma dietro c’è una insicurezza grande ed è naturale che sia così, perché non ha ancora assorbito e colto la realtà del mondo, quindi non riesce ancora a misurare i passi, il passo della realtà.

Per questo ha bisogno dei genitori, e ne ha bisogno tantissimo, perché rappresentano in qualche modo la realtà che lui ancora non afferra, che lui ancora non ha interiorizzato del tutto, quindi non sa se i suoi atteggiamenti siano giusti, prova e vede quale sia il risultato.

Ora, in una condizione di questo genere, la cosa più negativa sarebbe l’indifferenza, cioè il non farsi carico del cammino che il ragazzo sta facendo; perché sta facendo un cammino che è difficile e comporta anche delle sofferenze, per lo meno delle paure, delle ansie che sono a volte indistinte, non si capiscono bene. Ma sa che sta giocando un gioco che potrebbe anche essere pericoloso, di cui non conosce le coordinate precise. Quindi l’indifferenza sarebbe un disastro.

4.2.3. L’atteggiamento giusto dei genitori è esercitare l’autorità sul figlio adolescente con autorevolezza

Non bisogna avere paura di esercitare l’autorità, però che sia autorità, quindi bisogna distinguere tre atteggiamenti diversi.

  • Il primo è l’atteggiamento della “complicità”, che vuole dire quello che noi intendiamo con la parola “viziare” e cioè: “Ti do qualche cosa che so che non ti fa bene, però per tenerti buono, per legarti a me, perché ho bisogno del tuo affetto, ho paura di perderti…”. Questo si chiama “complicità”, ma non funziona.
  • C’è un secondo atteggiamento che è quello dell’“autoritarismo”: “Fai così perché lo dico io”. Un’affermazione di questo genere rischia di essere – e l’autoritarismo è esercizio del potere che i genitori hanno e devono esercitare – solo a vantaggio dei genitori: “Cioè io ti impongo qualche cosa perché questo serve a me, perché questo mi rende più tranquillo, sicuro… infatti, serve a me.
  • Il terzo è l’autorevolezza, che è l’atteggiamento giusto, è usare il potere. Perché torno a dire, il potere dei genitori nei confronti dell’adolescente ce l’hanno, l’adolescente non è ancora capace di gestirsi, non è capace di porre dei giudizi chiari sulla realtà, quindi ha bisogno di un potere che lo diriga, ma a vantaggio del ragazzo. L’autorità che i genitori hanno, ce l’hanno per il ragazzo e non per sé, non perché il ragazzo sia un aiuto o una gratificazione a loro; ma ce l’hanno perché il ragazzo non è ancora capace di un’autonomia autentica, perché l’autonomia che rivendica è ancora di reazione e quindi immatura.

Ma questo si deve capire, e per capirlo bisogna evidentemente che i genitori siano capaci di ascoltare se stessi, cioè di rientrare in se stessi e di dire: che gioco sto giocando con mio figlio? Sto cercando il suo bene o sto imponendogli una mia regola che è ingiustificata, che interessa solo a me? Sto facendo il suo bene o sto in fondo rovinando il suo cammino di crescita con atteggiamenti che nascono dalla mia insicurezza e immaturità?

Su questo occorre riflettere – soprattutto se ci si riflette insieme marito e moglie – perché il dialogo tra i genitori è preziosissimo, proprio per riuscire a calibrare e a verificare le motivazioni degli interventi, e da dove vengono: se vengono davvero dal desiderio del bene del ragazzo o da altre motivazioni. E non c’è niente di strano sul fatto che possono venire da altre motivazioni, perché siamo fatti così; ma il problema è che bisogna rendersene conto, bisogna non fare passare per autorevolezza quello che invece è in una posizione che nasce da me, dalla mia insicurezza. Da questo punto di vista l’adolescente ne ha bisogno e tantissimo.

4.2.4. L’adolescente deve avere davanti a se l’immagine di genitori che hanno già vissuto un pezzo grosso della loro vita e che hanno portato a casa un traguardo positivo di armonia e di maturità

E quando sembra che l’adolescente contesti i genitori e dia attenzione solo agli amici? Questo è solo l’apparenza, perché in realtà degli amici gli interessa relativamente, non giocherebbe la sua vita sull’insegnamento degli amici. Ma su quello dei genitori sta misurando, sta provando, sì.

Infondo, se l’adolescente ha davanti a se l’immagine di genitori che hanno già vissuto un pezzo grosso della loro vita e che hanno portato a casa un traguardo positivo di armonia e di maturità – “armonia” non vuole dire che se uno è sempre tranquillo che non ci siano tensioni o cose del genere, però hanno imparato come gestire anche le tensioni o i momenti difficili –, quando ha davanti questo, evidentemente i genitori hanno un influsso immenso perché sono l’immagine di un’esistenza riuscita, realizzata. Non “perfetta”, non esistono i genitori perfetti; non senza errori, perché non esistono dei genitori che non abbiano mai fatti degli errori; quindi bisognerebbe togliere l’ansia di avere sbagliato o di potere sbagliare o cose di questo genere. Bisogna solo fare questo cammino di chiarezza con se stessi e di attenzione al proprio comportamento e atteggiamento.

Conclusioni

La domanda era: la famiglia è ancora in grado di educare o invece è soppiantata da tutte le altre istanze educative? La mia riposta era:

  • La famiglia ha una funzione educativa fondamentale perché è il luogo dove le diversità fondamentali dell’esistenza umana si raccolgono nella complementarità.

La famiglia educa attraverso:

  • Il patto di reciprocità che c’è tra marito e moglie, quando lo vivono con un amore tendenzialmente maturo.
  • La funzione materna e paterna, che accompagna tutto il cammino di crescita delle persone, da quando sono piccoli e piccoli, e fino a quando sono maturi grandi. In tutto questo cammino ci stanno le due funzioni, che è evidentemente con diversità secondo le età, perché è chiaro che questo cambia con il tempo, ma le funzioni rimangono.
  • Le funzioni le fa con la parola, con l’esempio, con gli atteggiamenti, con i valori e con l’amore che abbiamo tentato di descrivere.
  • Questa funzione che non cessa nemmeno quando nell’adolescenza dei ragazzi nasce una contestazione dei genitori; bisogna prenderla per quello che è, bisogna capirla, non andare in crisi perché i figli stanno ribellandosi o cose del genere. Bisogna capire che sta nascendo qualche cosa di nuovo, e quindi tentare di accompagnare in questo itinerario di maturità e di autonomia che il ragazzo vuole raggiungere, ma che raggiunge solo adagio, con fatica, e quindi ha bisogno nel frattempo di essere condotto per mano.

Poi verrà il momento della maturità e allora i genitori dovranno dire quello che diceva Virgilio a Dante, quando era arrivato sul monte del Purgatorio, perché dice: “per ch’io te sovra te corono e mitrio”, “perché io, Virgilio, la ragione umana, che ti ha guidato alla virtù, ti costituisco signore del tuo volere, signore e padrone di te tesso.” (Purgatorio Canto XXVII n. 142).

Naturalmente questo è un discorso che riguarderebbe la perfezione anche del cammino cristiano, che è molto di più.

Però il discorso m’interessava in questo.

È un itinerario di educazione che deve condurre alla maturità, e fino a quel momento ha una responsabilità. E i genitori possono vivere con fiducia e con gioia la responsabilità che hanno nei confronti dei figli, anche in quel periodo dell’adolescenza che è difficilissimo… che è difficilissimo! Dove le tensioni e le sofferenze sono grandi, e stranamente sia da parte dei ragazzi e sia da parte dei genitori.

É sempre colpa dei genitori? (II parte)

Le responsabilità del genitore

Come già affermato , ogni genitore esprime la sua responsabilità soprattutto nella misura in

cui “ fa ciò che può “ per diventare consapevole di sé, delle proprie dinamiche psicologiche , dei

punti deboli del proprio carattere , che imprimono al rapporto educativo delle caratteristiche che

non realizzano il bene educativo reale del figlio .

La volontà di conoscere realisticamente alcune tendenze del proprio carattere che , più o

meno consapevolmente sminuiscono o inquinano il sincero desiderio di educare bene i figli , appare

dunque fondamentale e doveroso da parte del genitore .

Senza tale sforzo di consapevolezza, è difficile vivere pienamente l’ideale dell’amore nei

loro confronti .

Sto dunque sbagliando io con i figli ? I miei atteggiamenti educativi sono esagerati ? I miei

modi di fare sono dovuti alla reale necessità educativa o alle tendenze del mio carattere , ad aspetti un po’ oscuri e poco conosciuti della mia personalità ?

La maturità emotiva del genitore è conquistata progressivamente nella misura in cui lo

stesso diventa capace di lasciarsi guidare dal valore ( il bene del figlio) più che dalle tendenze

coscienti o inconsapevoli del proprio carattere.

Per educare bene i figli è spesso necessario superare alcune paure o rinunciare ad alcune

gratificazioni psicologiche , per poter agire conformemente all’amore che si prova per loro.

Nessuno è perfetto , né si può pretendere dal genitore la perfezione dello stile educativo .

Né avere un genitore perfetto rappresenta un diritto dei figli .

Ogni persona, piuttosto, è responsabile di quanto fa per conoscere gli aspetti inconsistenti

del proprio carattere e limitarne l’azione nella relazione educativa .

Un genitore si deve dunque chiedere : ciò di cui mi lamento non è dovuto , a ben vedere al

mio stesso modo di gestire il rapporto i figli ? Al mio modo di fare più che alle tendenze del loro carattere ?

E’ necessario insomma che la consapevolezza includa una mappa realistica dei propri “ virus

psicologici” .

Il virus è “ qualcosa che ti lavora dentro” , come spesso si esprimono i genitori , oppure “

una paura che ti condiziona “ e non ti lascia agire come considereresti giusto , oppure rappresenta

una difficoltà che non hai mai risolto e che agisce da molto tempo nel tuo carattere.

O ancora , un virus rappresenta un atteggiamento che si è imparato ad assumere in passato ,

che ti è connaturale , che non ti accorgi più di avere , e che continua ad agire nelle relazioni attuali .

La consapevolezza delle proprie inconsistenze è spesso dolorosa , perché misura il distacco

dal “come sono” al “ come sento che dovrei essere “.

La responsabilità del partner

Si dice, saggiamente , che “le colpe non stanno mai da una parte sola”, intuendo che

l’intreccio delle responsabilità è molto più complesso di quanto appaia in superficie e che esiste una

reale anche se nascosta corresponsabilità di entrambi i genitori nell’educazione dei figli.

La verità è che in certa misura, si è responsabili anche degli errori del coniuge . 

In che senso?

Quanto l’altro sbaglia , il partner ha la responsabilità di assumere un atteggiamento maturo

del confronti dell’errore educativo del coniuge, dovuto ad un limite del suo carattere o della sua

mentalità educativa.

A ciascuno sarà capitato di “mettersi nei panni” di un marito o di una moglie di un’altra

coppia e di trovare sorprendenti le loro reazioni nei confronti di alcuni comportamenti del coniuge,

scoprendo la diversità del proprio modo di affrontare la medesima situazione .

Le considerazioni più comuni sono :

– Di fronte a queste cose io avrei reagito in un altro modo

– Io non so come lei abbia potuto tollerare questo suo comportamento, io al suo posto gli avrei

detto…,

– Lei avrebbe avuto bisogno di un uomo più…, d’altra parte anche il modo di fare di lei non lo ha

certo aiutato a….

– Gli aspetti caratteriali e i comportamenti educativi di un coniuge , fronteggiati da un partner

diverso , possono dunque avere un’evoluzione e delle conseguenze diverse.

– Il buon senso ha sempre intravvisto la corresponsabilità nelle vicende famigliari e nei modi di

educare i figli esprimendo questa intuizione con considerazioni tipiche, quali “Se lui avesse

incontrato una donna diversa, non sarebbe arrivato fino a quel punto”; oppure “Se il marito

avesse avuto più polso lei non si sarebbe comportata in quel modo con il figlio”.

La “combinazione” dei caratteri dei coniugi è unica e irripetibile e crea equilibri diversi in

ogni coppia e produce intrecci , “storie” e conseguenze educative uniche.

Il limite di un partner ha effetti più o meno decisivi nell’educazione dei figli anche in

relazione all’atteggiamento assunto dal coniuge .

Ogni coniuge è dunque responsabile anche del partner nel senso che può e deve assumere un atteggiamento “ maturo “ di fronte agli eventuali errori educativi dell’altro .

Non è dunque realistico né giustificabile utilizzare la debolezza o gli aspetti immaturi del

carattere del coniuge per sentirsi senza alcuna responsabilità dei danni educativi che questi può aver

causato ai figli.

Conclusione

Non è sempre e solo colpa dei genitori.

Anche i figli, nella misura limitata dovuta alla loro età , possono assumere atteggiamenti che

incidono nella loro “storia educativa”.

I genitori possono cercare di conoscere meglio se stessi per limitare gli effetti dei punti

deboli della loro personalità ed accettare di essere aiutati dal partner per diventare , se possibile,

educatori più equilibrati .

I figli, generalmente , crescono bene un po’ grazie a noi e un po’ nonostante noi genitori .

Tale visione appare più equilibrata e rasserenante , oltre che realistica perché non impone

responsabilità ( con la conseguente minaccia del senso di colpa ) che vadano oltre il “ potere” non

assoluto di incidere nella storia educativa e di conseguenza nella vita di un figlio .

I figli degli altri

Figli non nostri. Padri non biologici, ma spirituali. In questi giorni di scandali e processi mediatici tutti i preti si sono sentiti tirati in ballo. Alla gogna senza processo, senza possibilità di difendersi, in maniera indifferenziata, senza poter provare che insieme a tanto male fatto da alcuni confratelli, e decisamente stimmatizzato con parole precise da Benedetto XVI nella sua Lettera ai cattolici irlandesi, c’è il bene quotidiano della maggioranza dei sacerdoti.

Nessuna scusa, come è stato detto, anche un solo abuso è di troppo, ma il rischio di trascinare tutto nel fango è reale. È vero, la macchia della pedofilia segna ed è indelebile, ma per rendere giustizia agli innocenti non possiamo giudicare e condannare in maniera generalizzata. Non ci vanno di mezzo solo i preti, ma tutta la Chiesa. Serve pertanto, anche in questo caso, metodo, chiarezza sui colpevoli e certezza della pena. 
Coloro che amano la Chiesa, amano la verità e davanti agli episodi d’Irlanda e di altri Paesi non possono che sentirsi angosciati, increduli: “Ma come è possibile? I nostri preti, coloro che accompagnano i nostri figli, accusati di atti criminali?”. Dubbio, smarrimento, ombre. La gente parla, qualcuno ignora, ma qualcuno tace. Tace, ma vede anche ciò che non è messo in luce. Vede la Chiesa e i preti che continuano a servire il Vangelo e la vita degli uomini, dei poveri e dei piccoli. Vede la fede, la dedizione e l’autentico spirito di servizio di tanti consacrati. 
Per questi le parole del Papa, in questo Anno sacerdotale, sono un balsamo di consolazione, fiducia e speranza. Fiducia, soprattutto, espressa anche dal card. Angelo Bagnasco nella sua prolusione al Consiglio permanente della Cei verso i sacerdoti che vivranno proprio nei prossimi giorni un Giovedì Santo, attorno ai propri vescovi, speciale, difficile, ma sempre autentico. Speciale perché cade in questo Anno sacerdotale, difficile per ciò che del clero si sta raccontando nel mondo, ma sempre autentico perché vera è la determinazione dei preti nel rinnovare al Signore il dono totale della propria vita sull’esempio di Gesù nel giorno dell’istituzione del sacerdozio e dell’Eucaristia.

Questi padri, senza figli sono in mezzo a noi. Non fanno rumore e se smettessero d’incanto di occuparsi dei figli degli altri per paura, per ritegno, per prudenza o per non cadere nel tranello di chi il male lo vede anche dove non c’è, ne sentiremmo la mancanza. I preti non lo farebbero e non lo faranno. Gli parrebbe di tradire il mandato di Gesù. Continuerebbero a voler bene nel Suo nome, anche se la società smettesse di comprenderli e di riconoscerne il valore. È, quindi, indubitabile che i gravi atti di abuso e le ferite nell’anima delle giovani vittime resteranno nella memoria collettiva, ma spero lo siano anche, in milioni di uomini e di donne, la vicinanza e l’amicizia di preti che sono state fondamentali per la loro crescita, per innamorarsi della vita e delle cose grandi che contano, magari nel tempo dell’infanzia e dell’adolescenza. 
Una memoria che non può che continuare a far bene alla nostra società e al nostro futuro. Per molte persone, forse oggi lontane dalla Chiesa, avere nel cuore questo ricordo bello e puro è una gioia. Ha i contorni di un campo estivo, di un grest in oratorio, di un ritiro spirituale, di una chiacchierata sotto un cielo stellato o di un gesto di perdono. Le ha fatte star bene con se stessi, con Dio, con gli altri.

Per i padri dei figli degli altri valgono le parole di Gesù sulla montagna: “Beati voi, quando vi perseguiteranno, e mentendo diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi e gioite perché la vostra ricompensa sarà grande nel regno dei cieli”.

don Carlo

É sempre colpa dei genitori? (I parte)

Con questo articolo vi presento una relazione che ho letto tempo fa e che ho liberamente rivisto. Vorrei riflettere con voi sul problema di quanto  i genitori debbano responsabili dell’educazione dei figli.

Oggi più che mai sono loro vicini, si preoccupano dei loro vissuti e cercano di evitare che abbiano difficoltà psicologiche o commettano errori.

Ma quando le cose non vanno per il verso giusto, la responsabilità è sempre dei genitori?

Molti sembrano pensare che un “ figlio bravo” debba ritenersi innegabilmente il risultato di

un genitore educativamente all’altezza della situazione e dietro un figlio che sbaglia ci sia un

genitore che non ha saputo compiere al meglio il suo dovere educativo .

I genitori si debbono sempre sentire responsabili di tutto ciò che succede ai figli?

Ritenere i genitori completamente responsabili del comportamento e delle scelte dei figli

(ma anche dei loro successi) è quantomeno ingeneroso oltre che poco veritiero.

È più realistico pensare che i piccoli o grandi insuccessi educativi (il figlio che cresce viziato, che non studia, che scegli la scuola sbagliata) siano dovuti ad un “intreccio” di responsabilità composto almeno da tre fili di diverso colore.

Il primo filo rappresenta la responsabilità del genitore più vicino al figlio dal punto di vista

educativo, il secondo filo rappresenta la responsabilità del figlio stesso ed il filo del terzo colore

indica la responsabilità del coniuge.

Per capire davvero come e perché si verificano alcune situazioni è necessario distinguere i

fili e riavvolgere separatamente i tre gomitoli di diverso colore, ricostruendo realisticamente

l’intreccio delle responsabilità.

Le responsabilità dei figli

In alcuni casi i figli subiscono gli errori dei genitori, ma spesso sono corresponsabili del loro

stile educativo.

In alcuni casi essi stessi tendono ad indurre e mantenere alcuni atteggiamenti sbagliati nei

genitori (es. facendoli sentire in colpa per poter trarre dei vantaggi da questa debolezza affettiva

indotta dei vantaggi) .

Spesso sanno “come prendere il genitore ” , prevedono i loro comportamenti e si regolano di

conseguenza, in modo da trarne il massimo vantaggio.

Tale vantaggio, beninteso è solo apparente, poiché mantiene i figli in una situazione di

perdurante immaturità psicologica.

Essi stessi possono provocare , accentuare o avvantaggiarsi delle debolezze dei genitori.

Le strategie più comuni e le frasi più ricorrenti utilizzate a questo scopo sono:

Far sentire in colpa il genitore

– tu non mi aiuti più come l’anno scorso (come dire: se vado male a scuola è colpa tua)

– Tu aiutavi di più mia sorella (accusare il genitore di “ fare le differenze” con l’altro

figlio )

– Mi hai fatto troppo piccola di statura (dunque se sono infelice è colpa tua)

– Tu mi hai mandato a lavorare (mentre in realtà è il figlio che non ha voluto

impegnarsi nello studio costringendo i genitori ad indirizzarlo al lavoro )

– Tu non hai fiducia in me (mentre, in effetti, l’esperienza passata fornisce buoni

motivi per non fidarsi di lui)

– Tu non sei come le altre mamme (insinuando nel genitore il timore di essere

sbagliato, strano, non al passo con i tempi)

Ricattare (minacciare di togliere ciò cui il genitore tiene molto) con affermazioni quali:

– Allora non vado più a scuola

– Scappo di casa

– La nonna mi vuole più bene di te

– È proprio vero che sei cattiva come dice il papà

– Ne combino di più grosse

– studio solo se mi prendi la playstation, il motorino, l’abbonamento al Milan

Sfruttare a proprio vantaggio le loro incapacità, con considerazioni “ segrete” quali:

– tanto non è capace di dirmi di no

– non hanno il coraggio di mandarmi a scuola senza compiti

– Basta insistere che poi la mamma cede

– Basta sopportare le sue proteste che poi tutto torna come prima

– Basta gridare più forte di loro per imporsi

– Basta aspettare che gli passi

Dire bugie

– confondere i genitori, farli dubitare e renderli insicuri della loro opinione

manipolando alcuni aspetti della realtà che è fuori dal loro potere di verifica

Prevedere le reazioni dei genitori e calcolare i rischi

– Tanto poi gli passa subito

– Tanto crede alle mie scuse

– Tanto crede alle mie promesse

– Tanto poi si dimentica delle punizioni

“Tirare le corda”:

– cambiare atteggiamento solo quando il genitore sta per perdere la pazienza

“Mettere in conto”:

– accetto di essere punito, perché, a conti fatti, mi conviene (il loro comportamento è

spesso guidato da simili “ragionamenti” )

“Tenerlo buono”

– dare qualche contentino per illudere il genitore di essere cambiato (sparecchiare il

tavolo, stare in casa una sera, studiare un po’ di più)

Giocare sulla divisione della coppia

– so che l’altro genitore è d’accordo con me

– mi difenderà e sgriderà schierandosi contro il partner

– quando mi lamenterò , toglierà le punizioni che l’altro genitore mi ha dato

Anche i figli hanno, in misura proporzionale alla loro età un certo grado di libertà rispetto

all’assunzione di alcuni atteggiamenti relazionali . Spesso le loro scelte in proposito contribuiscono

al creare e mantenere i problemi presenti in famiglia .

La responsabilità dei figli è oggi generalmente sottovalutata.

Famiglia: i figli che non parlano

Ascoltiamo spesso i genitori di ragazzi adolescenti lamentarsi perché, in casa, i loro figli non parlano.

Arrivano da scuola, gettano lo zaino, si tolgono il giubbotto e generalmente non lo appendono all’attaccapanni, si siedono a tavola e divorano il pranzo in silenzio, con gli occhi alla tv oppure lontani ad inseguire immagini e pensieri.

Mamma e papà, di fronte a questa scena, che si ripete quotidianamente, rimangono disorientati. Non sono però disposti a “mollare l’osso”. E allora ci provano, come ogni giorno, abbozzando qualche domanda diretta: “Come è andata a scuola oggi?”, “Hai fatto la verifica di matematica, era difficile?”, “Cosa devi studiare oggi pomeriggio?”, “Domani hai verifiche?”.

Le risposte, spesso suonano

così: “Come vuoi che sia andata…?”, “Solito”, “No”, “Si”, “Non lo so”, “Non ho niente da studiare”. Ci sono anche risposte più precise ed eloquenti, del tipo: “Solito schifo”, “Quel professore è uno stronzo”, “Domani c’è la verifica d’inglese, non serve studiare”.

Questi ragazzi, escono qualche ora nel pomeriggio, si presume con gli amici, si divertono anche, fanno le cose che piacciono a loro, incontrano quella o quello che… “li fa morire”.

Eppure, tornano a casa ed hanno incollata la stessa faccia di prima di pranzo, al rientro da scuola.

Pare una maschera inespressiva, dove i genitori non riescono più a rintracciare i lineamenti che conoscevano bene fino a qualche mese prima. Dove gli occhi dei loro ragazzi, pare abbiano cambiato lingua, diventando difficili da decifrare con i codici conosciuti.

Quindi, tutto da rifare e ricominciare, questa volta però con la difficoltà  di comunicare con questo “essere” sconosciuto ed in continua trasformazione.

Pare di vederle, certe mamme, a fissare la porta della camera dietro alla quale si è chiuso il loro figlio. Ormai sono ore che è lì dentro e per di più da quando ha l’i-pod non si sente nessun rumore. Prima la musica che ascoltava, con un po’ d’impegno, poteva diventare uno strumento per conoscere i gusti del ragazzo e forse intuire, tra le preferenze musicali, qualche tratto del suo modo di essere e di vivere.

In più, oggi per un adulto, non è affatto facile orientarsi tra i generi musicali, le categorie sono aumentate a dismisura e la musica creata con strumenti elettronici pare tutta uguale. Quasi un mantra di “battiti al minuto” che si ripete interminabile ed indecifrabile.

Come districarsi allora, in questo ginepraio di codici saltati, di parole inutilizzabili, di emozioni inconoscibili e solitudini ermetiche?

Sembrerebbe paradossale, eppure di fronte ad un ragazzo adolescente, il dialogo serve poco, almeno per come lo intendono i genitori, fatto di domande a cui dovrebbero seguire risposte pertinenti, fatto di negoziazioni interminabili e di spiegazioni cariche di particolari sul perché di una regola o sul perché di un sacrosanto “no”.

Una domanda che un genitore potrebbe rivolgersi è: “Io sono abituato a raccontare le cose che mi succedono a mio figlio?”.

La comunicazione non sempre passa attraverso una serie di domande e risposte ma è fatta anche di racconti, storie, aneddoti.

Sono i genitori che, raccontando fatti che li riguardano, possono fornire un esempio, una traccia al proprio figlio con la quale orientarsi per imparare a parlare di se stesso.

Gli argomenti possono essere così semplici che talvolta si ritengono banali ed inutili da trattare.

Il racconto della giornata trascorsa, delle cose fatte, delle cose che restano da fare, del pranzo da cucinare, delle persone incontrate, dei particolari interessanti che hanno destato l’attenzione per strada, andando al lavoro, delle chiacchiere dal fruttivendolo, della casa in costruzione in fondo alla via, del cane del vicino.

Così le parole circolano, mettono in movimento pensieri, creando nei ragazzi curiosità e attenzione per il mondo che li circonda. Sollecitando così, in loro, il desiderio di afferrare, trattenere realtà da raccontare quando sono a casa.

Anche l’alfabeto emotivo può essere appreso in questo modo, quando i genitori sono disposti a raccontare il loro “modo di sentire” ai propri figli.

È possibile raccontare le emozioni vissute durante la giornata, gli stati d’animo del momento, arricchendoli di sfumature, man mano che i figli crescono.

Questo per dare ai ragazzi un vocabolario sempre più dettagliato con cui decifrare e parlare delle loro emozioni.

In questo modo la comunicazione tra genitori e figli si arricchisce passando attraverso i canali rassicuranti dello scambio reciproco.

Le risposte, tanto desiderate dai genitori, arriveranno spontaneamente e avranno la forma del desiderio dei ragazzi di raccontarsi.

 

Colloqui coi genitori – Vigilare su figli

Uno dei doveri fondamentali dei genitori è la vigilanza sui figli. Compito non facile, riconosciamolo subito, in quanto suppone che i genitori sappiano vigilare prima su stessi. L’esempio, lo abbiamo visto nella nota precedente, è il più eloquente degli educatori. I genitori devono vedere tutto, senza parere, e intervenire al momento opportuno. Sorvegliando attentamente i propri figli innanzitutto è possibile prevenire moltissime mancanze. Quante tristi esperienze si potrebbero, evitare se i giovani non venissero lasciati troppo di frequente senza alcun controllo nelle letture, quando si divertono in casa e fuori, quando sono con gli amici!

Ogni qualvolta poi si debba intervenire perché sono state commesse delle mancanze, lo si faccia per persuadere e incoraggiare, e non per mettere timore. Intervenire per reprimere è creare degli ipocriti e dei ribelli. Dal modo di intervenire, ricordiamolo sempre, dipenderanno i rapporti fra genitori e figli per tutta la vita. Il nostro intervento perciò non deve far venire meno il rispetto, la riconoscenza, l’amore imperituro dei nostri figli. Ricordiamo pure che on basterà un solo intervento per stabilire la normalità.
Chi deve vigilare? Tutti e due i genitori. Il padre, e questo capita assai di frequente, non scarichi la responsabilità sulla madre.

Molte sono le cose sulle quali i genitori devono vigilare. Esaminiamo oggi un argomento che richiede una particolare attenzione: il cinema e la televisione. Meriterebbero da soli un lungo discorso per il carattere contagioso che hanno assunto da alcuni anni, potendo costituire nella società un prevalente veicolo di maleducazione; un sottile, veleno di cui sono vittime specialmente i ragazzi ed i giovani. Davanti a troppi spettacoli si genera in essi un pericoloso squilibrio, gravido di funeste conseguenze fisiche, intellettuali e morali.
Le nuove generazioni non possono fare a meno del cinema e della televisione. In una recente inchiesta svolta fra un centinaio di ragazzi di Leno, dai 9 ai 12 anni, è risultato che l’85 per cento si reca al cinema una o due volte alla settimana, e coloro che seguono la televisione, quasi ogni giorno, sono l’89 per cento. Nulla di male se si recassero al cinema in ambienti appositi dove, di solito, vengono proiettate pellicole adatte ai ragazzi, in ora opportuna e solo per loro; oppure si limitassero a seguire alla televisione i programmi che ogni pomeriggio vengono trasmessi per i ragazzi.

Ciò che preoccupa è il constatare (riferisco ancora i risultati dell’inchiesta sopra citata) che il 41 per cento dei ragazzi interrogati hanno dichiarato di recarsi al cinema quasi sempre da soli, per vedere pellicole che non sono riservate a loro e il 53 per cento, di seguire alla televisione i programmi degli adulti ogni sera, quasi sempre in luoghi pubblici e, in non pochi casi, fino ad ora tarda. Come si vede, in generale, si permette con troppa tranquillità che i ragazzi vedano cinema e televisione.

«Bisogna che si abitui, in fin dei conti. Non potrà stare sempre attaccato alle gonnelle materne! E’ meglio abituarli subito, una volta che domani dovranno fare da sé!». Ecco, d’altra parte, come la pensano i genitori. Perché allora non lasciamo mangiare ai nostri figli quello che vogliono, quando vogliono e come vogliono? Si rovinerebbero la salute! si risponde.

E la salute dello spirito forse conta meno di quella del corpo? Forse non siamo del tutto convinti dei pericoli cui vanno incontro i ragazzi recandosi in ambienti pubblici dove vengono dati spettacoli non adatti a loro.
Ricordiamoci dei discorsi che sentiamo anche noi quando ci rechiamo in certi ambienti; delle scene poco edificanti cui si assiste davanti o vicino a noi; dei sottintesi e dei commenti salaci che vengono fatti allo spettacolo. Certe scene poi di crudo realismo, che possono lasciare indifferenti noi adulti, nel ragazzo invece, anche se per il momento non possono ancora portare alcun turbamento nella sua anima ignara, gli si imprimono profondamente nella memoria e, siamone certi, torneranno colorite da una forza irresistibile nel momento del pericolo morale.

Non vi pare che certi spettacoli sguaiati, scandalosi, scurrili sono per le tenere anime altrettanti traumi che non si cicatrizzeranno più? E poi ci lamentiamo e non sappiamo, spiegarci che a una certa età i nostri figli siano svagati, distratti, irascibili. Perché meravigliarci che sulla loro bocca ci sia un frasario da indiani; ripetano, in ogni momento della giornata, gesti e versi che ci esasperano? L’opera vigilatrice dei genitori in questo campo è più che necessaria. Facciamo pure vedere cinema e televisione una o più volte la settimana. Sarebbe ottima norma però che vi fosse al loro fianco la mamma o il babbo, per mitigare l’impressione delle sequenze crude, pronti a spiegare con limpida parola il passaggio oscuro, che può prestarsi a equivoca interpretazione.

Se non è possibile accompagnarli, e questo capita spesso, si mandino al cinema e alla televisione da soli, ma solamente in ambienti sicuri, dove possano seguire spettacoli adatti alla loro età. Al ritorno in casa non dimentichiamo di farci ripetere quanto hanno visto; discutiamo insieme lo spettacolo, approvando ciò che vi è stato di positivo e condannando quanto c’è stato di negativo. In tale modo, non solo si neutralizzano le tossine velenose, ma è possibile avere spunti per chiarimenti ben precisi su un piano educativo e morale. Aiuteremo così i nostri ragazzi a conquistare idee giuste e vere, formeremo nel loro cuore e nella loro mente il germe dell’uomo di domani. Li prepareremo ad affrontare e a saper superare altri pericoli che incontreranno nella vita. Se veramente ci preoccupiamo dell’educazione dei nostri figli non possiamo trascurare questo nostro compito. Basta volerlo e sacrificarsi un po’.

Leonense (un papà)