Missione compiuta: un primo bilancio del Festival

Risultati oltre le più rosee aspettative per la prima edizione del Festival della Missione, svoltosi a Brescia dal 12 al 15 ottobre: alcuni numeri e il bilancio dei promotori

Con il dialogo fatto di note e parole tra Davide Van de Sfroos e padre Franco Mella, si è concluso il Festival della Missione e ora è tempo di bilanci. Dalla sera di giovedì a quella di domenica si sono susseguiti più di 30 eventi, fra tavole rotonde, concerti, rappresentazioni teatrali e spettacoli, a cui vanno aggiunte le 22 mostre collegate al Festival e gli incontri nello Spazio Autori. Oltre 80 gli ospiti coinvolti, alcuni arrivati dall’estero: religiosi e religiose, tre cardinali e diversi vescovi, ma anche protagonisti della cooperazione internazionale, scrittori, giornalisti, studiosi e artisti.

Straordinaria la partecipazione di pubblico per un Festival alla sua prima edizione: circa 15mila le presenze negli eventi al chiuso, compresi coloro che hanno visitato le mostre disseminate in vari luoghi della città e in provincia. Gli incontri svoltisi in Università Cattolica, nel prestigioso Salone Vanvitelliano e all’Auditorium San Barnaba hanno fatto registrare, nella quasi totalità dei casi, il tutto esaurito, così come il concerto dei The Sun all’ex PalaBrescia. A questo numero va aggiunto quello, difficilmente stimabile, di coloro che hanno assistito agli eventi in piazza: dagli spettacoli di animazione di strada alle esibizioni corali (quello del Coro Elykia, domenica mattina, ha riempito la piazza Paolo VI), per arrivare agli “aperitivi con il missionario”, una proposta che ha suscitato grande interesse.

Tangibile la soddisfazione dei promotori. Secondo suor Marta Pettenazzo, presidente della CIMI (Conferenza degli Istituti missionari italiani), «il Festival ha raggiunto e oltrepassato le ragioni e gli obiettivi per cui l’abbiamo caldamente promosso In particolare mi piace sottolineare un elemento: il Festival è stato uno strumento e un segno tangibile di comunione e di sinergia. Al di là delle normali e necessarie discussioni per arrivare a intese condivise, lo spirito di comunione tra i diversi organismi e persone che vi hanno lavorato non è mai mancato. Questo è un grande obiettivo raggiunto, un “processo avviato” che difficilmente potrà essere bloccato. Insieme si può, anzi si deve». Sulla stessa linea don Michele Autuoro, direttore della Fondazione Missio (organismo pastorale della CEI): «Il Festival è stata un’esperienza straordinaria di comunione, dal Sud al Nord dell’Italia con quanti credono che solo la missione realizza appieno la Chiesa di Gesù. Una missione ad gentes paradigma di tutta la pastorale. Una comunione che abbiamo sperimentato anche con i tanti ospiti venuti da vari luoghi del mondo e con la Chiesa di Brescia e le sue istituzioni. Questa comunione è la sola che, come ci ha ricordato mons. Galantino nell’omelia di domenica, in un mondo lacerato e diviso può testimoniare la bellezza e la gioia del Vangelo, parola di vita e di senso per ogni uomo e donna ai crocicchi delle strade per invitarli alla festa e al banchetto dove nessuno è escluso».

Chi ha visto crescere il Festival giorno per giorno, nei lunghi mesi preparatori, è stato don Carlo Tartari, direttore del Centro Missionario di Brescia: «Le migliaia di persone che hanno partecipato ci testimoniano il fatto che la missione è capace ancora oggi di interpellare le coscienze, suscitare dibattito, attrarre interesse. Abbiamo provato, attraverso linguaggi diversi, a ridire la missione di annuncio e testimonianza del Vangelo che da duemila anni Gesù consegna ai suoi discepoli. La sfida ora è proseguire questo itinerario con consapevolezza e responsabilità».

«Soddisfazione e gioia» sono i sentimenti con i quali il direttore artistico, Gerolamo Fazzini, saluta la prima edizione del Festival della Missione: «Soddisfazione perché l’evento è stato percepito per quel si voleva fosse, ossia un’espressione di “Chiesa in uscita” che va nelle piazze, provando a parlare i diversi linguaggi della gente. Gioia perché a Brescia si è assistito a una festa vera, segnata da un clima di condivisione e di allegria palpabile, e, insieme, perché “Mission is possible” è stato un festival “diverso” dai tanti di cui pullula l’Italia. Diverso per la dimensione della preghiera come filo conduttore costante, per l’attenzione alle periferie (memorabile l’incontro in carcere), per la mobilitazione di tante realtà che hanno permesso di accogliere centinaia di persone a Brescia, per la valorizzazione di progetti-segno per i quali si è chiesta la solidarietà dei partecipanti». Ma la gioia più grande – conclude Fazzini – consiste nella sensazione che «ora il mondo missionario ha forse ritrovato, dopo questa scommessa vinta, una carica di entusiasmo in più per provare a comunicare la missione di sempre in modo nuovo».

Tutta la manifestazione è stata coordinata da: Elisa Lancini, responsabile organizzativo e logistica affiancata da Alberto Vanoglio, Veronica Monti, Tommaso D’Angelo; Stefano Femminis, responsabile della comunicazione, don Roberto Ferranti e Annarita Turi, responsabili dell’accoglienza, suor Antonia Dalmas, suor Briseida Cotto Ayala e padre Piero Demaria per l’animazione liturgica, Eleonora Borgia e Giovanni Rocca, responsabili per i giovani, Claudio Treccani e don Giovanni Milesi per il settore Scuole e Università.  La segreteria organizzativa era composta da: Chiara Gabrieli, Andrea Burato, Maurizio Tregambe e Raffaella Sousa. Hanno contribuito all’iniziativa oltre 50 volontari e gli studenti del corso “Teorie e tecniche del giornalismo a stampa” della Università Cattolica di Brescia, coordinati da Marco Meazzini.

Il Festival della Missione è stato reso possibile anche grazie al contributo di diversi sponsor e sostenitori – in particolare Fondazione Cariplo -, partner e mediapartner. Si ringraziano inoltre la EMI (Editrice Missionaria Italiana), il Suam (Segretariato unitario per l’animazione missionaria), l’Università Cattolica e l’Università degli Studi di Brescia e i bar del centro che hanno aderito all’iniziativa dell’aperitivo con il missionario; per il patrocinio, il Comune di Brescia, la Provincia di Brescia e la Regione Lombardia.

Missione e informazione: un incontro necessario

La domanda non è nuova, ma non per questo può essere aggirata, specie dopo eventi come il Festival della Missione, che ha riempito sale, teatri e piazze, trovando ovunque un pubblico attento: come mai, allora, temi e volti come quelli protagonisti della kermesse bresciana sono pressoché ignorati dai media mainstream?
A parte poche eccezioni, il Sud del mondo, con le sue problematiche ma anche i suoi passi avanti, non fa notizia. Specie se di mezzo ci sono la religione e i religiosi.
In una delle ultime tavole rotonde del programma – prima del gran finale serale con un duetto tra Davide Van de Sfroos e il missionario-cantautore Franco Mella – hanno provato a offrire alcuni spunti di risposta Lorenzo Fazzini, direttore editoriale della EMI (Editrice Missionaria Italiana), padre Bernardo Cervellera, direttore di Asia News, e Marco Tarquinio, direttore di Avvenire, moderati da don Adriano Bianchi, responsabile dell’Ufficio comunicazione della Diocesi di Brescia, uno dei soggetti promotori del Festival.

Accanto a dinamiche strutturali («Negli ultimi 4-5 anni – ha ricordato Fazzini – il mercato editoriale italiano ha perso 2 milioni e mezzo di lettori e metà degli italiani non legge nemmeno un libro in un anno»), siamo di fronte a una grave miopia dei media: «La testimonianza dei cristiani che spezzano la Parola nel mondo – ha denunciato Tarquinio – è la “non notizia” permanente di questo tempo. Può sembrare paradossale ma scontiamo un difetto di laicità dei media laici, per i quali certi temi sono poco interessanti a priori. Ma raccontare la realtà nella sua interezza dovrebbe essere un obiettivo universale». Nelle parole di Tarquinio anche un allarme sulla scomparsa di tante testate nel mondo missionario: «Perdiamo fonti informative preziosissime, fonti di acqua potabile, mentre si moltiplicano le fonti inquinate. La gente legge meno, ma parla molto, specie sui social. E circolano parole molto pesanti».

Un ulteriore punto di osservazione è stato quello offerto da padre Cervellera: «Oggi abbiamo tantissime notizie, che però ci lasciano indifferenti. Si raccontano disastri, si creano paure, ma sono pochi gli esempi di giornalismo in cui si cerca di scavare, di aiutare il lettore a rintracciare un senso nelle cose: che cosa significa, a Mosul, dialogare con i musulmani dopo che ti hanno ucciso un parente? Quali sono gli interessi economici dietro a certe guerre e magari anche dietro a certi silenzi editoriali?».

Eppure, in questo quadro abbastanza desolante, «quando c’è qualcuno che ha una storia grande da raccontare – ha ricordato Fazzini, citando anche alcuni degli ospiti del Festival, da padre Alejandro Solalinde a suor Rosemary Nyirumbe – le persone sentono il desiderio di entrare in dialogo con loro, attraverso eventi come questo di Brescia o magari attraverso le pagine di un libro o di un giornale. Il mondo missionario ha delle perle in casa, dobbiamo ricordarci di dare loro una lucidata».

Padre Mella e Van de Sfroos: parole e musica

Nell’evento conclusivo del Festival della Missione, all’Auditorium San Barnaba, Davide Van de Sfroos dialoga in un mix di note e parole con padre Franco Mella. Qui la sua storia raccontata dal settimanale Credere.

«Non piangiamo perché abbiamo paura o perché ci avete fatto perdere la faccia. Piangiamo per rabbia!».

Sono le parole della sua ultima canzone, proposta per la prima volta in pubblico poche domeniche fa a Hong Kong. Come sempre, parole forti, di denuncia e di protesta. A scriverle è un missionario del Pime, padre Franco Mella che, al Festival della Missione di Brescia, “duetterà” con il cantautore lombardo Davide Van De Sfroos. Padre Franco − 69 anni il 10 ottobre − è un personaggio a dir poco eclettico: missionario, appunto, vive tra la Cina continentale e Hong Kong dal 1974. Attivista per i diritti umani, la libertà e la democrazia, ha partecipato a tutte le più grandi battaglie che hanno attraversato questa complessa parte di mondo negli ultimi decenni. Sempre al  fianco dei più poveri, marginalizzati, esclusi… E sempre − di fondo − con un forte anelito di liberazione e speranza. Come dice il suo nome in cantonese: Kam Chai, «dolce grande speranza». L’ultima canzone è dedicata ai giovani della cosiddetta “Rivoluzione degli ombrelli”, un movimento di protesta che nell’autunno del 2014 ha occupato le strade di Central, il cuore  finanziario di Hong Kong. Padre Franco era lì, al loro fianco, insieme a un piccolo gruppo di cattolici, per condividere le istanze dei giovani che temono un inasprirsi del controllo di Pechino su Hong Kong e una progressiva erosione delle libertà e degli spazi di democrazia. «Tre leader del movimento sono stati messi in carcere negli scorsi mesi», ricorda mentre si prepara a rientrare in Italia. «Un provvedimento ingiusto e antidemocratico. Per questo ho scritto questa canzone. Per dar voce, anche attraverso la musica, alla nostra protesta».

Amico di gioventù di Enzo Jannacci, milanese come lui, padre Mella ne ricalca lo stile, dando voce agli ultimi e agli esclusi di una megalopoli ultramoderna come Hong Kong, che nasconde al suo interno sacche enormi di povertà ed emarginazione. Ma quello che racconta è innanzitutto ciò che ha vissuto: l’esperienza di lavoro come operaio in fabbrica per dodici anni e poi i dieci trascorsi sulle barche con i boat people, cinesi del continente a cui era impedito di scendere a terra. «In quegli anni vennero a trovarci Madre Teresa e il cardinale Carlo Maria Martini e anche lo stesso Jannacci!». Con un altro missionario del Pime, padre Franco Cumbo, ha avviato agli inizi degli anni Ottanta la prima scuola popolare per i ragazzi che vivevano sulle barche e che non avevano accesso all’istruzione. Da allora, il tema dell’educazione è sempre stato un  lo rosso delle sue iniziative. «L’istruzione rende l’uomo libero», dice convinto. «Per questo mi sono attivato per organizzare corsi e scuole, dalla materna all’università, dai corsi per disabili a quelli per i profughi».

Attualmente a Hong Kong porta avanti l’Università del Right of abode (diritto di residenza), riservata ai richiedenti asilo. Sono previsti corsi di lingua, ma anche di  filosofia, storia, yoga, chitarra e disegno. «È una vecchia battaglia quella per il diritto alla residenza», riprende Mella, che ne è stato tra i principali promotori e sostenitori con iniziative giudiziarie, sit in e scioperi della fame. E non è finita. «Oggi ci sono circa ottantamila persone che aspettano i documenti. Ora il governo vorrebbe espellerli».

Migranti, donne ed istruzione

Padre Mella ha esplorato anche nuove possibilità di missione con le donne filippine (che sono circa 400 mila insieme alle indonesiane), sfruttate come vere e proprie schiave nelle case dei loro “padroni”. L’impegno con le donne riguarda non solo l’accompagnamento spirituale, ma è anche un segno di rispetto e umanità nei confronti di chi non è considerato nessuno. A loro volta alcune di queste donne, che vivono recluse negli appartamenti sei giorni su sette, si impegnano la domenica a supportare il lavoro di padre Mella nelle carceri, dove il missionario visita circa 250 detenuti, molti dei quali stranieri e dunque senza nessuno che possa andare a trovarli. Poi c’è il fronte della Cina continentale. Dopo vent’anni di permanenza e cinque in cui non gli è stato concesso il visto, padre Franco è potuto rientrare in Cina nell’autunno del 2016. Le sue mete principali sono ancora oggi Kaifeng − dove c’è un’antica tradizione di presenza del Pime − e Xuzhou. Qui sopravvive, nonostante le difficoltà, un ostello per senzatetto. Ma l’impegno principale di padre Mella oggi è quello dell’insegnamento. «Mi dedico ai più piccoli, in una scuola materna con bambini sordomuti e ciechi e altri normodotati. È un’esperienza bella e interessante insegnare loro l’inglese: reagiscono con grande entusiasmo, specialmente quando uso le canzoni».

Ecco che ritorna la musica, una passione che unisce. Come in un recente concerto, di fronte al City Hall di Hong Kong, dove si sono esibiti un gruppo di rifugiati, alcune donne filippine, degli africani, una band di giapponesi, due arabi… e padre Mella. Un concerto in cui ciascuno ha portato le proprie istanze e tutti si sono sentiti uniti dalla passione per la musica. Ed è quello che accadrà anche al Festival della missione, quando due mondi − quello missionario “cinese” di padre Mella e quello laico “lumbard” di Van De Sfross − si incontreranno per un finale che promette sorprese.

Festival Missione: allo Youth Village le esperienze dei giovani

Ilaria de Bonis, giornalista di Popoli e Missione, ci racconta storie e volti dello Youth Village

“Quando sono partito volevo comprendere meglio me stesso, avevo difficoltà a capire quello che provavo, cercavo qualcosa dentro di me”

In missione ha scoperto che gli era necessario svuotarsi per cercare se stesso nelle persone che incontrava. É l’esperienza di Davide, 22 anni, di Belluno, uno dei ragazzi tornati “trasformati” dall’esperienza estiva in missione. Le loro sono storie di introspezione, cammino di consapevolezza, scoperta della diversità, formazione alla vita.

“Discutendo ogni sera con i miei compagni, sentendomi sostenuto e sostendendo gli altri, ho iniziato a fare chiarezza”, racconta ancora Davide che è stato in Tanzania.
Difficile immaginare quanto l’Africa o l’America latina, il contatto con i missionari, le storie e i volti di altri coetanei, possano incidere a fondo, scavando nell’anima di questi giovanissimi. Eppure succede: andando in Tanzania, come hanno fatto Davide o Valentina, in Brasile, Guatemala o Mozambico, si ritorna accompagnati da una tensione interiore che non molla la presa.

Lo hanno raccontato loro stessi stamani, agli altri ragazzi provenienti dalle diocesi di tutta Italia, e confluiti allo Youth Village di Missio Giovani, durante il festival.
“Il mio viaggio in realtà è iniziato il 22 agosto quando sono atterrata in Italia – svela Valentina che viene da Parma – di ritorno dalla missione ho iniziato a buttare fuori tutta l’Africa che ho ricevuto. I miei compagni di viaggio hanno reso unica questa esperienza”.

Dice ancora Valentina: “sentivo una sorta di responsabilità da parte nostra di essere bianchi. Sentivo che dipendeva anche da me fare la differenza. Questo viaggio è capitato al momento giusto: mi chiedevo Signore dove abiti?”. Le risposte non sono arrivate, ma in compenso è arrivato un desiderio di raccontare agli altri tutto quello che aveva vissuto, soffermandosi sui dettagli. Sui nomi, sulle facce, sulle persone. E così l’Africa non è più un’entità astratta. Qualcuno è partito spinto da un’urgenza che non aveva nome, in altri casi i ragazzi sono partiti sapendo cosa cercare, in altri ancora avevano solo il desiderio forte di conoscere se stessi e altre culture. Ma quasi mai sono ritornati identici a come erano partiti.

“Prima di andare avevo sentito parlare del mal d’Africa – dice Alessandra di Ischia, anche lei di ritorno dalla Tanzania – e avevo aspettative su quanto dovesse essere piena e bella l’Africa, le persone e i paesaggi”. Poi ha scoperto la diversità che in parte può anche deludere: “non sempre dici che il diverso è bello però ti diventa famigliare e quando torni a casa, è quel famigliare che ti manca”. Ecco cos’è il mal d’Africa: la nostalgia di delle persone.

Per Anita, che è stata invece in Guatemala e Salvador, ci sono stati tre momenti molto forti. Uno dei quali proprio a città del Guatemala, quando ha incontrato i ragazzi di strada. “Erano anche molto piccoli, c’erano bambini di 9 anni – racconta – e sembravano condannati ad una vita di disperazione. Mi sentivo inutile e impotente”. Poi racconta: “pur nella loro povertà, quelle persone incontrate in missione mi hanno fatto capire il significato della parola dono e accoglienza”.

Ilaria de Bonis

Coro Elikya: energia, forza e positività

L’energia, la forza e la positività sono gli ingredienti chiave della musica del Coro Elikya per offrire una musica sana e pulita, che ci permette di incontrare l’’anima dell’’Africa e cogliere l’’importanza dell’arricchimento che deriva dall’’aprirsi alla diversità.

Colori, note, voci e silenzi per la missione in piazza al Festival della Missione. Domenica 15 ottobre, Piazza Paolo VI si è trasformata per l’occasione in un palcoscenico cosmopolita a cielo aperto. Più di 40 gli elementi sul palco, carichi di energia per far vibrare ognuno il proprio strumento: chitarre, tamburi, bonghi ma non mancano anche i classici suoni dolci dei violini e le voci dei coristi femminili e maschili.

Il Coro Elikya, termine congolese che identifica la speranza, nasce dall’esperienza del COE, centro orientamento educativo, che mira alla formazione culturale e alla crescita personale nelle scuole e parrocchie dei Paesi in difficoltà. È formato da persone di molteplici etnie come Italia, Camerun e Russia, tutte capitanate dal maestro congolese Raymond Bahati, voce profonda e struggente che ha donato, a chi guarda, un senso di fratellanza.

Impossibile per il pubblico resistere alla tentazione di cantare e ballare, proprio come se si trovasse in Africa, illusione favorita anche dal sole che riscalda la città della Leonessa a mezzogiorno.

Questo singolare complesso di voci ha ottenuto, anche in passato, un grande successo: il direttore artistico del Festival, Gerolamo Fazzini, ha ricordato in apertura l’interesse riservato da papa Benedetto XVI e papa Francesco nei confronti delle melodie del maestro Bahati.

L’energia, la forza e la positività sono gli ingredienti chiave della musica del Coro Elikya per offrire una musica sana e pulita, che ci permette di incontrare l’anima dell’Africa e cogliere l’importanza dell’arricchimento che deriva dall’aprirsi alla diversità.