Le campane del seminario in Albania

Sono arrivate come “dono di fede” in Albania le campane dell’ex seminario di Brescia in via Bollani. Risuoneranno nei villaggi

Sono arrivate come “dono di fede” in Albania le campane dell’ex seminario di Brescia in via Bollani. Ad annunciarlo è don Gian Franco Cadenelli, fidei donum nel Paese delle Aquile dal 2002. “Per me è un grande regalo, perchè ho sentito suonare queste campane per 13 anni da educatore in seminario. Questo “segno” rimarrà a perenne ricordo della presenza della diocesi di Brescia in questa piccola parte del mondo, sui Balcani! Ringrazio il Vescovo Pierantonio, la famiglia Andreis-Montini (donatori del castello campanario posto sulla Rotonda, in ricordo di mons. Carlo Montini), don Roberto Ferranti, Giuseppe Ungari e Paolo Adami. Qui, le nuove campane, dopo la distruzione operata dalla furia della dittatura ateo-comunista, nelle varie chiese dei villaggi in cui verranno poste, serviranno a ridare simbolicamente “voce” a Dio che chiama tutti gli uomini alla salvezza”.

Per metterle “in opera” c’è bisogno di lavoro e ci sono dei costi da sostenere.” Se qualcuno vuole e può darci una mano, contribuirà a far in modo che la “missione bresciana” in Albania abbia più voce e sia ricordata anche con questi segni”.

Per le donazioni

CONTO IN BANCA ETICA – BRESCIA
CADENELLI GIANFRANCO
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Vivere il Vangelo per diventare santi

Il Centro Oreb di Calino si propone di accogliere quanti, da soli o in gruppo, desiderano approfondire la vita di fede o verificare la vocazione

Prosegue il viaggio nei “Luoghi dello Spirito”, per conoscere meglio la realtà del Centro Oreb “Santa Maria dell’Arco” di Calino, che ha sede in una signorile residenza della fine del ‘700, donata, nel luglio del 1974, dalla signorina Maria Consonni. Dopo i lavori di ristrutturazione, l’8 gennaio 1983 ebbe luogo l’inaugurazione ufficiale, alla presenza di autorità civili e religiose. Il Centro Oreb si propone di accogliere quanti, da soli o in gruppo, desiderano approfondire la loro vita di fede o verificare la propria vocazione facendo un’intensa esperienza spirituale. Ne parliamo con la responsabile della struttura, Antonella Ruggeri.

Esistono diversi Centri Oreb, espressione e concretizzazione del carisma del movimento Pro-Sanctitate: in cosa si distinguono dalle altre case di spiritualità?

Il carisma del movimento è la chiamata universale alla santità. Il Centro Oreb di Calino è sede del movimento Pro Sanctitate; qui vivo io con altre tre laiche consacrate; insieme gestiamo e animiamo il Centro.

Da cosa deriva il nome Oreb? Perché questa scelta?

La montagna e il suo silenzio è il luogo privilegiato per l’incontro con Dio. Il monte Oreb è il monte dove, secondo le Sacre Scritture, Mosè ed Elia ebbero la rivelazione divina: il primo quando vide il roveto ardente e, successivamente, ricevette la Legge ed il secondo quando percepì la presenza divina in un “mormorio di vento leggero”.

Quali sono le principali proposte del Centro Oreb di Calino?

Ogni anno il movimento Pro Sanctitate propone un tema: sulla base di questo, al Centro Oreb vengono proposti corsi biblici, corsi di teologia fondamentale, esercizi spirituali residenziali, una scuola di preghiera e degli esercizi spirituali nella vita corrente. Il tutto, grazie alla collaborazione di sacerdoti e Vescovi. Ogni 15 giorni circa si tengono incontri più specifici, dedicati al Movimento.

Chi sono le persone che frequentano il vostro Centro?

Sono molti coloro che frequentano il nostro centro: adulti, singoli o coppie, giovani, bambini, famiglie, che sentono l’esigenza di rispondere alla chiamata di Dio attraverso l’adesione al movimento e al suo carisma o che, semplicemente, sono nostri “simpatizzanti” o ospiti.

Da quanto tempo vive in questo Centro? Come l’ha visto evolversi?

Vivo a Calino da 19 anni. Con il passare degli anni ho notato che l’attenzione della Diocesi per il nostro Centro è andata sempre aumentando. Nel tempo ho percepito l’affetto, la benevolenza e l’attenzione. Grazie all’opera silenziosa dei volontari siamo sempre riusciti a gestire al meglio il Centro e a farvi i necessari lavori di manutenzione. Anche la partecipazione alle iniziative proposte è sempre stata buona.

Come si entra a far parte del Movimento Pro Sanctitate?

Per entrare a far parte del Movimento è necessario esprimere il proprio impegno durante una celebrazione chiamata “Festa della Luce”.

Cosa significa esprimere e portare nel mondo la santità?

Parlare di santità significa vivere il Vangelo, attraverso una vita spirituale profonda e impegnata; grazie all’impegno apostolico che ci conduce fuori dal Centro per fare proposte nel territorio, possiamo proporre iniziative come la mostra sulla santità, nata per esprimere i diversi volti della stessa, che verrà inaugurata il prossimo ottobre a Calino ma sarà poi itinerante, come il nostro impegno per portare Gesù nel mondo.

Paolo – Lo Spirito nei nostri cuori

Benedetto XVI ci racconta S. Paolo. Udienza generale, 15.11.2006

Cari fratelli e sorelle,
anche oggi, come già nelle due catechesi precedenti, torniamo a san Paolo e al suo pensiero. Siamo davanti ad un gigante non solo sul piano dell’apostolato concreto, ma anche su quello della dottrina teologica, straordinariamente profonda e stimolante.

Dopo aver meditato la volta scorsa su quanto Paolo ha scritto circa il posto centrale che Gesù Cristo occupa nella nostra vita di fede, vediamo oggi ciò che egli dice sullo Spirito Santo e sulla sua presenza in noi, poiché anche qui l’Apostolo ha da insegnarci qualcosa di grande importanza. Conosciamo quanto san Luca ci dice dello Spirito Santo negli Atti degli Apostoli, descrivendo l’evento della Pentecoste. Lo Spirito pentecostale reca con sé una spinta vigorosa ad assumere l’impegno della missione per testimoniare il Vangelo sulle strade del mondo. Di fatto, il Libro degli Atti narra tutta una serie di missioni compiute dagli Apostoli, prima in Samaria, poi sulla fascia costiera della Palestina, poi verso la Siria. Soprattutto vengono raccontati i tre grandi viaggi missionari compiuti da Paolo, come ho già ricordato in un precedente incontro del mercoledì.

San Paolo però nelle sue Lettere ci parla dello Spirito anche sotto un’altra angolatura. Egli non si ferma ad illustrare soltanto la dimensione dinamica e operativa della terza Persona della Santissima Trinità, ma ne analizza anche la presenza nella vita del cristiano, la cui identità ne resta contrassegnata. Detto in altre parole, Paolo riflette sullo Spirito esponendone l’influsso non solo sull’agire del cristiano, ma anche sull’essere di lui. Infatti è lui a dire che lo Spirito di Dio abita in noi (cfr Rm 8,9; 1 Cor 3,16) e che “Dio ha inviato lo Spirito del suo Figlio nei nostri cuori” (Gal 4,6). Per Paolo dunque lo Spirito ci connota fin nelle nostre più intime profondità personali. A questo proposito, ecco alcune sue parole di rilevante significato:

La legge dello Spirito che dà vita in Cristo Gesù ti ha liberato dalla legge del peccato e della morte… Voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: Abbà, Padre! (Rm 8, 2.15), perché figli, possiamo dire “Padre” a Dio.

Si vede bene dunque che il cristiano, ancor prima di agire, possiede già un’interiorità ricca e feconda, a lui donata nei sacramenti del Battesimo e della Cresima, un’interiorità che lo stabilisce in un oggettivo e originale rapporto di filiazione nei confronti di Dio. Ecco la nostra grande dignità: quella di non essere soltanto immagine, ma figli di Dio. E questo è un invito a vivere questa nostra figliolanza, ad essere sempre più consapevoli che siamo figli adottivi nella grande famiglia di Dio. É un invito a trasformare questo dono oggettivo in una realtà soggettiva, determinante per il nostro pensare, per il nostro agire, per il nostro essere. Dio ci considera suoi figli, avendoci elevati a una dignità simile, anche se non uguale, a quella di Gesù stesso, l’unico vero Figlio in senso pieno. In lui ci viene donata, o restituita, la condizione filiale e la libertà fiduciosa in rapporto al Padre.

Scopriamo così che per il cristiano lo Spirito non è più soltanto lo «Spirito di Dio», come si dice normalmente nell’Antico Testamento e si continua a ripetere nel linguaggio cristiano (cfr Gn 41,38; Es 31,3; 1 Cor 2,11.12; Fil 3,3; ecc.). E non è neppure soltanto uno «Spirito Santo» genericamente inteso, secondo il modo di esprimersi dell’Antico Testamento (cfr Is 63,10.11; Sal 51,13), e dello stesso Giudaismo nei suoi scritti (Qumràn, rabbinismo). Alla specificità della fede cristiana, infatti, appartiene la confessione di un’originale condivisione di questo Spirito da parte del Signore ri- sorto, il quale è diventato Lui stesso «Spirito vivificante» (1 Cor 15, 45). Proprio per questo san Paolo parla direttamente dello «Spirito di Cristo» (Rm 8,9), dello «Spirito del Figlio» (Gal 4,6) o dello «Spirito di Gesù Cristo» (Fil 1,19). É come se volesse dire che non solo Dio Padre è visibile nel Figlio (cfr Gv 14,9), ma che pure lo Spirito di Dio si esprime nella vita e nell’azione del Signore crocifisso e risorto!

Paolo ci insegna anche un’altra cosa importante: egli dice che non esiste vera preghiera senza la presenza dello Spirito in noi. Scrive infatti:

Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappia- mo che cosa sia conveniente domandare – quanto è vero che non sappiamo come parlare con Dio! – ; ma lo Spirito stesso intercede per noi con insistenza, con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa quali sono i desideri dello Spirito, poiché egli intercede per i credenti secondo i disegni di Dio (Rm 8,26-27).

È come dire che lo Spirito Santo, cioè lo Spirito del Padre e del Figlio, è ormai come l’anima della nostra anima, la parte più segreta del nostro essere, da dove sale incessantemente verso Dio un moto di preghiera, di cui non possiamo nemmeno precisare i termini. Lo Spirito, infatti, sempre desto in noi, supplisce alle nostre carenze e offre al Padre la nostra adorazione, insieme con le nostre aspirazioni più profonde. Naturalmente ciò richiede un livello di grande comunione vitale con lo Spirito. É un invito ad essere sempre più sensibili, più attenti a questa presenza dello Spirito in noi, a trasformarla in preghiera, a sentire questa presenza e ad imparare così a pregare, a parlare col Padre da figli nello Spirito Santo.

C’è anche un altro aspetto tipico dello Spirito insegnatoci da san Paolo: è la sua connessione con l’amore. Così infatti scrive l’Apostolo: «La speranza non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Rm 5,5). Nella mia Lettera enciclica “Deus caritas est” citavo una frase molto eloquente di sant’Agostino: «Se vedi la carità, vedi la Trinità» (n. 19), e continuavo spiegando: «Lo Spirito, infatti, è quella potenza interiore che armonizza il cuore [dei credenti] col cuore di Cristo e li muove ad amare i fratelli come li ha amati lui» (ibid.). Lo Spirito ci immette nel ritmo stesso della vita divina, che è vita di amore, facendoci personalmente partecipi dei rapporti intercorrenti tra il Padre e il Figlio. Non è senza significato che Paolo, quando enumera le varie componenti della fruttificazione dello Spirito, ponga al primo posto l’amore: «Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, ecc.» (Gal 5,22). E, poiché per definizione l’amore unisce, ciò significa anzitutto che lo Spirito è creatore di comunione all’interno della comunità cristiana, come diciamo all’inizio della Santa Messa con un’espressione paolina: «… la comunione dello Spirito Santo [cioè quella che è operata da lui] sia con tutti voi» (2 Cor 13,13). D’altra parte, però, è anche vero che lo Spirito ci stimola a intrecciare rapporti di carità con tutti gli uomini. Sicché, quando noi amiamo diamo spazio allo Spirito, gli permettiamo di esprimersi in pienezza. Si comprende così perché Paolo accosti nella stessa pagina della Lettera ai Romani le due esortazioni: «Siate ferventi nello Spirito» e: «Non rendete a nessuno male per male» (Rm 12,11.17).

Da ultimo, lo Spirito secondo san Paolo è una caparra generosa dataci da Dio stesso come anticipo e insieme come garanzia della nostra eredità futura (cfr 2 Cor 1,22; 5,5; Ef 1,13-14). Impariamo così da Paolo che l’azione dello Spirito orienta la nostra vita verso i grandi valori dell’amore, della gioia, della comunione e della speranza. Spetta a noi farne ogni giorno l’esperienza assecondando gli interiori suggerimenti dello Spirito, aiutati nel discernimento dalla guida illuminante dell’Apostolo.

Itinerario di Fede – Autunno 2018

Carissimi fidanzati e fidanzate

l’itinerario di fede che vi è stato proposto per ricevere il Sacramento del matrimonio è terminato con la celebrazione condivisa con la comunità parrocchiale sabato 10 novembre. Durante la Santa Messa è stato chiesto di pregare per voi, per le vostre scelte e per una serena vita di coppia. Il successivo momento di condivisione all’oratorio è stato un modo per salutarvi e per augurarvi un cammino di fede gioioso.

La nostra speranza per tutti voi è che possiate formare delle sane famiglie cristiane, sentendovi sempre accolti e sostenuti nella Santa Madre Chiesa. Nelle serate trascorse insieme, abbiamo pregato e ascoltato la parola di Dio, possa la fiamma della vostra fede alimentarsi nei vostri cuori e brillare sempre come luce viva nella vostra vita di coppia. Confidiamo che per tutti voi, i temi e le riflessioni di queste serate abbiano portato buoni frutti, che siate stati capaci di riflettere sui molti punti fondamentali della vostra storia d’amore, sulle differenze sostanziali tra uomo e donna.

Non per ultimo ci auspichiamo che ci siano stati momenti anche divertenti e grazie alla vostra testimonianza, si possa sfatare il mito che questo “ corso” è noioso, pesante e inutile. Ci auguriamo invece che sia stato un modo per arricchirvi personalmente e come coppia.

Vi è stato detto che è essenziale confrontarvi, conoscersi e rivelare le proprie aspettative è doveroso prima di fare una scelta così impegnativa. Erroneamente, si parte dal presupposto che quello che pensiamo o addirittura decidiamo noi, possa valere per entrambi senza conoscere i reali desideri dell’altro, ma questo spesso porta a disagi e dissapori che a volte purtroppo sono difficili da risolvere. Ricordatevi che a DIO, colui al quale avrete chiesto di porre il Suo Sigillo nel vostro matrimonio, “Nulla è impossibile” chiedete a Lui di aiutarvi nelle difficoltà e non sarete delusi, Lui stesso ha detto “Chiedete e vi sarà dato”. Il lavoro di gruppo vi è stato proposto per approfondire i temi trattati, per parlare di voi stessi cercando di capire la persona che porterete all’altare, alla quale prometterete fedeltà, rispetto e accoglienza per tutta la vita. Potrebbero sembrare tutti argomenti scontati, ma in altri ambiti difficilmente si parla di tutto questo.

Abbiamo ricordato i primi momenti, quando vi siete conosciuti, l’innamoramento, gli episodi divertenti che avete condiviso, non dimenticateli mai, saranno sempre ricordi preziosi, quelli che vi faranno capire il perché vi siete scelti. Essere felici nel matrimonio non è impossibile, anzi è la parte più bella che Dio ci offre, Lui stesso “maschio e femmina li creò”.  Ovviamente siamo tutti consapevoli che non sarà tutto facile, ma questo non abbia mai a distruggere la vostra unione, gli ostacoli e le difficoltà vi fortifichino, fate in modo che il vostro SI non venga mai meno, se non sarà sempre possibile camminare a fianco a fianco abbiate la forza e l’umiltà di caricarvi a spalle reciprocamente.

Ricordatevi sempre del serbatoio dell’amore, riempitevelo a vicenda,  se a volte capiterà di non averlo al livello giusto abbiate il coraggio e la tenerezza per dire alla vostra metà quello di cui avete bisogno, non temete e sappiatevi confidare, create quell’intimità che sarà solo tutta vostra. La Grazia che riceverete nel giorno più bello della vostra vita sarà sempre con voi e vi aiuterà nei momenti più critici e non mancherà mai neppure nei numerosi momenti di gioia che saprete sicuramente creare nella vostra vita matrimoniale.

L’augurio più sincero da parte del parroco Don Giovanni, da Don Ciro, da Don Luciano, da tutti i sacerdoti, dai relatori che sono intervenuti, da tutti noi animatori e dalla comunità parrocchiale, è senz’altro quello che riempiate i vostri giorni insieme, con quell’amore che sarà paziente, benigno, non invidioso, che non si vanta, che non si gonfia, che non manca di rispetto, che non cerca l’interesse, che non si adira, che non tiene conto del male ricevuto, che non gode dell’ingiustizia, che si compiace della verità, che tutto copre, tutto crede, tutto spera e tutto sopporta. 

Il Signore Dio vi benedica e vi ricolmi di ogni bene! 

Gli animatori del corso in preparazione al matrimonio.

Il Signore è la nostra parte di eredità

Dall’udienza nella primavera del 1978 alla conoscenza di Montini attraverso le carte dell’Istituto. Leggi la testimonianza del Presidente dell’Istituto Paolo VI

Nella primavera del 1978, insieme a un gruppo di studenti liceali del Seminario di Brescia, ho avuto la possibilità di fare un viaggio a Roma. Durante i giorni del soggiorno romano abbiamo partecipato all’udienza generale del mercoledì. È stata per me quella l’unica occasione di un incontro diretto con Paolo VI, seppure a una certa distanza e condividendo l’incontro con le migliaia di pellegrini che affollavano l’Aula oggi intitolata al papa bresciano. Di quel momento conservo un ricordo vivo. È rimasta impressa nella mia memoria anzitutto l’immagine dell’ingresso del papa nell’aula delle udienze sulla sedia gestatoria, a causa della difficoltà a camminare che si era aggravata negli ultimi mesi di vita di Paolo VI.

Ricordo anche l’emozione di trovarsi di fronte al pastore della chiesa che da giovani seminaristi avevamo imparato a conoscere e ad apprezzare per la limpidezza dell’insegnamento e la generosità del servizio alla Chiesa in un’epoca storica complessa e tormentata come quella degli anni successivi al Vaticano II. Ricordo infine il saluto che al termine dell’udienza Paolo VI aveva rivolto al Seminario della sua diocesi d’origine, esortandoci a camminare con perseveranza sulla via intrapresa e a non dimenticare che “il Signore è la nostra parte di eredità”.

Quei giorni trascorsi a Roma alla fine di aprile del 1978 furono segnati da un clima pesante che gravava su una città in stato di assedio, nella quale di lì a poco si sarebbe compiuto l’epilogo del sequestro Moro. Della partecipazione di Paolo VI al dramma di Aldo Moro e dell’Italia avevamo notizia dai giornali che riferivano delle iniziative tentate per ottenerne la liberazione.

L’intensità con cui il Papa era coinvolto nella vicenda si avvertiva chiaramente dai riferimenti alla sorte di Moro che ritornavano nei discorsi domenicali all’Angelus e che noi stessi avevamo potuto ascoltare in Piazza san Pietro. Ma è stata soprattutto la preghiera di Paolo VI nella basilica di san Giovanni in Laterano in occasione delle esequie di Aldo Moro che ha destato una profonda impressione, un’impressione che si rinnova ogni volta che si riascoltano queste parole. Paolo VI infatti attingeva alle antiche parole della Scrittura per chiedere a Dio ragione di una preghiera che non era stata esaudita e, al tempo stesso, si faceva voce di un popolo ammutolito e senza parole per la tragedia che si era consumata.

Le parole del credente e del pastore che chiedevano con insistenza a Dio di ascoltare la preghiera assumevano così al tempo stesso un grande valore civile perché si facevano interpreti dell’invocazione di un popolo e, insieme, indicavano nel rispetto per la vita e nel ripudio della violenza le condizioni irrinunciabili per ogni convivenza umana. Se l’incontro con Paolo VI nella primavera del 1978 è avvenuto negli ultimi mesi di vita del papa bresciano, la collaborazione con l’Istituto Paolo VI iniziata alcuni anni dopo mi ha messo a contatto con i documenti della fase iniziale della vita di Giovanni Battista Montini e con il periodo della sua formazione bresciana. L’incontro con il giovane Montini è stato naturalmente mediato dagli scritti e dai documenti relativi al tempo della sua formazione e ai primi anni del suo ministero. Questi scritti restituiscono però con grande freschezza le sue riflessioni, le esperienze fatte e i progetti per il futuro da lui coltivati.

Le lettere e gli scritti giovanili sono particolarmente importanti per conoscere l’animo del futuro papa perché in essi egli si esprime con grande libertà, ancora privo dei condizionamenti istituzionali che nelle stagioni successive gli incarichi via via assunti porteranno con sé.

Colpisce in particolare negli scritti del giovane Montini la passione per l’annuncio del vangelo che traspare, ad esempio, dalla critica severa rivolta ai metodi e ai linguaggi seguiti dall’apologetica del tempo: le parole sono incomprensibili, gli argomenti non convincono e l’insegnamento cristiano, pur formulato in modo concettualmente rigoroso e ineccepibile, non riesce a fare breccia nella coscienza contemporanea, in particolare in quella dei giovani. A questa incomunicabilità non ci si può rassegnare, ma bisogna porre rimedio cercando anzitutto di comprendere i linguaggi e il pensiero della modernità, così come esso trova espressione nella filosofia, nella letteratura e nell’arte. Affonda le radici in questa sensibilità maturata negli anni giovanili l’importanza attribuita al dialogo che molti, con buoni motivi, indicano come caratteristica dello stile pastorale di Montini.

Non è un caso che il dialogo sia proposto come uno dei cardini dell’azione della Chiesa nell’enciclica Ecclesiam suam nella quale Paolo VI delinea il programma del suo pontificato.

Testimone di una fede autentica e umile

Il card. Gualtiero Bassetti, presidente della Conferenza episcopale italiana racconta, a poche ore dalla canonizzazione, il “suo” Paolo VI

Il card. Gualtiero Bassetti, presidente della Conferenza episcopale italiana, racconta in questa intervista, alla vigilia della canonizzazione il “suo” Papa. Quello del presidente dei Vescovi italiani è il racconto di una “familiarità” iniziata in un incontro degli inizi degli anni Settanta del secolo scorso e cresciuta grazie a un magistero che è stato un punto fermo nella sua formazione di sacerdote.

Eminenza, ha un ricordo, qualche incontro che la lega alla figura di Paolo VI?

Sì. Si tratta di un incontro con Paolo VI che, per altro, amo raccontare quando sono invitato a parlare di questa grande figura. Eravamo agli inizi degli anni Settanta e io accompagnavo un gruppo di 400 giovani toscani del Villaggio della gioventù di Pino Arpioni in udienza dal Papa. A quel tempo ero il Rettore del Seminario minore di Firenze. E alla guida di tutti quei giovani c’era Giorgio La Pira che conosceva molto bene Montini. Scaturì infatti una sorta di dibattito pubblico tra i due. A ripensarci oggi erano due giganti del cristianesimo italiano seppur con due ruoli nella Chiesa così diversi: un pontefice e un terziario francescano. Il Papa ad un certo punto si interrogò e disse: “Cosa diranno gli uomini del futuro della Chiesa dei nostri tempi?”. E poi rispose: “Mi augurerei che potessero dire che era una Chiesa che soffriva ma che con tutte le sue forze amava l’uomo”. In questa riflessione c’è la cifra umana e morale di Paolo VI. Un papa che si interroga pubblicamente, che si fa piccolo, che non nasconde le sofferenze del momento, ma che testimonia con semplicità il suo grande amore per l’umanità. Montini ha il grande merito storico di aver guidato la barca di Pietro nel mare mosso della modernità secolarizzata. E di aver tracciato sapientemente la rotta per il futuro.

Nella sua vita sacerdotale quale peso ha avuto Paolo VI?

È il Papa che ha caratterizzato i miei ultimi anni del seminario, la mia ordinazione sacerdotale e il primo incarico da Rettore del seminario minore. È dunque il Papa della mia formazione e della maturazione. Un punto fermo in quegli anni. Una figura esemplare. Nonostante le difficoltà della Chiesa del periodo, ero ben consapevole di quale tempra morale e culturale era fatto Montini. La sua è stata una testimonianza di fede autentica e umile: sempre più vicina al popolo di Dio e sempre più distante dalla Chiesa principesca del passato.

Cosa rappresenta oggi per la Chiesa italiana Paolo VI?

Secondo me rappresenta moltissimo per la Chiesa italiana. Se dovessi scegliere, indicherei almeno tre qualità che erano proprie di Paolo VI. Innanzitutto, la sobrietà. In questi tempi in cui si grida molto e si riflette poco, Montini ci richiama ad un atteggiamento diverso: essere sobri vuol dire anelare alla sapienza di Dio con coraggio, determinazione ma senza essere volgari e demagogici. In secondo luogo, la competenza. Paolo VI era una persona coltissima e raffinata. Dobbiamo riscoprire l’amore per la cultura, per la nostra storia e per la riflessione ponderata. Non dico certo che bisogna essere degli eruditi o dei topi da biblioteca. Al contrario, occorre saper discernere i segni dei tempi e capire il mondo in cui viviamo. Per fare questo serve competenza, studio e abnegazione: non si può ridurre il proprio pensiero ai post di Facebook. Infine, il coraggio. La Populorum progressio e l’Humanae vitae furono due documenti che vennero criticati da due mondi culturali opposti. Invece vanno letti assieme e non uno contro l’altro perché rappresentano due angoli visuali diversi per affrontare la modernità opulenta e la società secolarizzata. Montini ci esorta dunque a essere coraggiosi. Il coraggio di saper andare controcorrente rispetto alla mentalità di questo mondo. E il coraggio di annunciare il Vangelo con gioia in ogni momento e in ogni luogo della nostra vita.

Siate pellegrini sulla strada dei vostri sogni

Queste sono le parole che Papa Francesco ha rivolto ai pellegrini del Sinodo dei Giovani dell’11 e 12 agosto. Ci ha esortati a sognare in grande, a creare un progetto di vita che comprenda non solo noi stessi e che porti pace. 

Sognare spesso non è facile e per farlo abbiamo bisogno di speranza: affidarci a Dio e porre i nostri desideri nelle Sue mani ci dà la forza di rischiare e proseguire sulla nostra strada, senza accontentarci delle comodità di tutti i giorni. Abbandonare la tranquillità costa sforzo e ci fa paura, per questo Papa Francesco ha invitato noi giovani ad “alzarci dal divano” e camminare con Dio per realizzare i nostri sogni.

Abbiamo accolto la proposta del Papa e iniziato il pellegrinaggio verso Roma il 9 agosto; durante il viaggio abbiamo faticato, ma il percorso ci ha permesso di capire che con un po’ di determinazione e un buon gruppo di amici si può raggiungere qualsiasi obiettivo. Nel corso del cammino siamo stati ospitati prima a Ronciglione con gran gentilezza e disponibilità, quindi abbiamo proseguito a piedi per 25 kilometri verso Trevignano. Da qui abbiamo raggiunto il Circo Massimo dove abbiamo condiviso un momento di preghiera e di riflessione con Papa Bergoglio. Durante la notte tra l’11 e il 12 si è svolta la Notte Bianca della Fede, che offriva la possibilità di visitare varie chiese di Roma partecipando a esercizi di spiritualità. 

La domenica mattina tutti i pellegrini si sono riuniti in Piazza San Pietro per assistere alla Santa Messa e all’Angelus, in cui il Papa ci ha esortato a essere coerenti con il nostro credo facendo del bene sulla strada verso i nostri desideri.

Alla fine di questo pellegrinaggio, quindi, ci auguriamo di realizzare i nostri sogni e di continuare a “camminare nella carità e nell’amore”.

Emma e Gaia

Guarda la galleria:

Pellegrinaggio a Roma 2018

Il coraggio della verità

Nell’Udienza generale del 20 maggio 1970, Papa Paolo VI rivolge hai fedeli presenti un’accorata esortazione a vivere la fede in Gesù nella verità e di professarla con coraggio nel mondo moderno.

L’ora che suona al quadrante della storia esige da tutti i figli della Chiesa un grande coraggio, e in modo tutto speciale il coraggio della verità. […]Tanto è importante questo dovere di professare coraggiosamente la verità, che il Signore stesso lo ha definito lo scopo della sua venuta a questo mondo.

[…]Ma che cosa è la verità? […] Pilato non attende la risposta, e cerca di chiudere l’interrogatorio sciogliendo la vertenza giudiziaria. Ma per noi, per tutti la questione rimane sospesa: che cosa è la verità?Grande questione, che investe la coscienza, i fatti, la storia, la scienza, la cultura, la filosofia, la teologia, la fede. A noi preme quest’ultima: la verità della fede. […] Questa verità della fede, oggi più che mai, si presenta come la base fondamentale sulla quale dobbiamo costruire la nostra vita. È la pietra d’angolo. E che cosa osserviamo noi a questo proposito? Noi osserviamo un fenomeno di timidezza e di paura, anzi un fenomeno d’incertezza, di ambiguità, di compromesso.

È stato bene identificato: «Un tempo era il rispetto umano che faceva rovina. Era l’ansia dei pastori. Il cristiano non osava vivere secondo la propria fede. Ma ora non si comincia ad avere paura di credere? Male più grave, perché intacca i fondamenti . . .» (Card. GARRONE, Que faut-il croire? Descleé, 1967).

Noi abbiamo sentito l’obbligo, al termine dell’Anno della Fede, nella festa di San Pietro del 1968, di fare una esplicita professione di fede, di recitare un Credo, che sul filo degli insegnamenti autorevoli della Chiesa e della Tradizione autentica, risale alla testimonianza apostolica, che a sua volta si fonda su Gesù Cristo, Lui stesso definito «testimonio fedele».Ma oggi la verità è in crisi. Alla verità oggettiva, che ci dà il possesso conoscitivo della realtà, si sostituisce quella soggettiva: l’esperienza, la coscienza, la libera opinione personale, quando non sia la critica della nostra capacità di conoscere, di pensare validamente.

La verità filosofica cede all’agnosticismo, allo scetticismo, allo «snobismo» del dubbio sistematico e negativo. Si studia, si cerca per demolire, per non trovare. Si preferisce il vuoto. […] E con la crisi della verità filosofica la verità religiosa è crollata in molti animi, che non hanno più saputo sostenere le grandi e solari affermazioni della scienza di Dio, della teologia naturale, e tanto meno quelle della teologia della rivelazione; gli occhi si sono annebbiati, poi accecati; e si è osato scambiare la propria cecità con la morte di Dio.

Così la verità cristiana subisce oggi scosse e crisi paurose. Insofferenti dell’insegnamento del magistero, posto da Cristo a tutela ed a logico sviluppo della sua dottrina, ch’è quella di Dio, v’è chi cerca una fede facile vuotandola […] di quelle verità, che non sembrano accettabili dalla mentalità moderna […]; altri cerca una fede nuova tentando di conformarla alle idee della sociologia moderna e della storia profana; altri vorrebbero fidarsi d’una fede puramente naturalista e filantropica, d’una fede utile, […] erigendola a culto dell’uomo, e trascurandone il valore primo, l’amore e il culto di Dio; ed altri finalmente […] vorrebbero legittimare espressioni ambigue ed incerte della fede, accontentarsi della sua ricerca per sottrarsi alla sua affermazione, domandare all’opinione dei fedeli che cosa vogliono credere, attribuendo loro un discutibile carisma di competenza e di esperienza, che mette la verità della fede a repentaglio degli arbitri più strani e più volubili. Tutto questo avviene quando non si presta l’ossequio al magistero della Chiesa, con cui il Signore ha voluto proteggere le verità della fede.

Ma per noi che, per divina misericordia, possediamo questo  scudo della fede, cioè una verità difesa, sicura e capace di sostenere l’urto delle opinioni impetuose del mondo moderno, una seconda questione si pone, quella del coraggio: dobbiamo avere il coraggio della verità. […] L’educazione cristiana si dimostra una palestra di energia spirituale, di nobiltà umana, e di padronanza di sé, di coscienza dei propri doveri.

E aggiungeremo che questo coraggio della verità è domandato principalmente a chi della verità è maestro e vindice, esso riguarda anche tutti i cristiani, battezzati e cresimati; e non è un esercizio sportivo e piacevole, ma è una professione di fedeltà doverosa a Cristo e alla sua Chiesa, ed è oggi servizio grande al mondo moderno, che forse, più che noi non supponiamo, attende da ciascuno di noi questa benefica e tonificante testimonianza.

Defensor fidei: un Papa Magno

La testimonianza di Massimo Gandolfini, il medico che ha seguito il miracolo della piccola Amanda

Un giorno di qualche anno fa, venni contattato da don Antonio Lanzoni (vicepostulatore della causa di canonizzazione di Paolo VI), che mi propose di studiare il caso di una guarigione particolarmente significativa: una donna, gravida in età abbastanza avanzata, che stava portando avanti una gravidanza “senza speranza” aveva chiesto l’intercessione di Paolo VI, allora già Beato, il “papa della vita”, con preghiere, suppliche, novene e un pellegrinaggio di fede al Santuario delle Grazie, a Brescia. La bimba e la mamma, mi raccontava ancora don Lanzoni, “incredibilmente” avevano superato tante difficoltà e la piccola era nata sana, senza malformazioni. Capii che si trattava di un caso davvero eccezionale e decidemmo di procedere lungo l’iter canonico necessario, che ha portato alla decisione ultima di papa Francesco. Dunque, Papa Paolo VI sarà dichiarato “santo” il prossimo 14 ottobre e la Chiesa universale potrà venerarlo veramente come il patrono della “vita nascente”.

Per questo miracolo e per quello che portò alla beatificazione, entrambi i miracoli rivolti a una vita prenatale, senza dimenticare il grande impegno apostolico che Papa Montini ebbe per la trasmissione della vita, il “mio” Paolo VI è un papa “Magno”, alla stregua dei grandi Leone o Gregorio, un vero “defensor fidei” – oserei dire contro tutto e contro tutti, o quasi: basti pensare al Concilio Vaticano II, alla Populorum Progressio (in epoca in cui il materialismo ateo e marxista stava invadendo il mondo), alla lettera agli “uomini delle Brigate Rosse” (modello di fede incrollabile di fronte ad un dolore umano straziante) e, soprattutto, alla Humanae Vitae, l’enciclica che gli costò lacrime e sangue. Non è certamente mio compito entrare in particolari valutazioni, teologiche o pastorali, su quest’enciclica tanto “discussa”, allora come ora.

Una vera “pietra d’inciampo” per chiunque si avventuri nel campo minato di un adeguamento della Chiesa alla mentalità del tempo, ai costumi che evolvono, alla presa di coscienza che “ormai così fan tutti” e che, quindi, “bisogna adeguarsi”. Soprattutto fuori, ma molto anche dentro alla Chiesa, egli ebbe il coraggio di opporsi e contrastare una mentalità materialista/edonista che pretendeva o chiedeva di dare una lettura nuova, al passo coi tempi, della morale sessuale. Dichiarando con autorità magisteriale, che il significato unitivo e procreativo dell’atto sessuale sono inscindibili, Paolo VI fu davvero un “profeta”. Intuì in modo sapienziale – cioè ricco di quella sapienza che siede accanto a Dio in trono, che non ha nulla a che fare con la cosiddetta sapienza contingente e spesso utilitarista degli uomini – che da quella invocata scissione dei due aspetti poteva generarsi ogni abuso in tema di sessualità e affettività. Dietro e dentro il tema della contraccezione Paolo VI intuì che era in gioco l’essenza stessa del rapporto fra il Creatore ed il creato, fra Dio e l’uomo, fra il Maestro e il discepolo, fra la libertà e l’arbitrio, fra la ragione che discerne fra bene e male, e l’autodeterminazione che non tollera alcun limite. Ma è in gioco anche il futuro della Chiesa, custode privilegiata del mistero della vita. Paolo VI ne era profondamente consapevole e – come tutti i veri profeti – sopportò dolori spirituali enormi, al servizio di una Verità integrale sull’uomo che non poteva piegarsi alla moda del “mondo”.

Passione per la testimonianza

GIORNATE DI SPIRITUALITÁ

La Consulta Pastorale Familiare della Zona San Salvatore  ha proposto due momenti di spiritualità per coppie presso il Santuario della Madonna della Comella di Seniga, il 29 ed il 30 aprile scorsi,  prima del tradizionale Pellegrinaggio del 1° maggio in preparazione al  mese mariano.

Don Alessandro Gennari, biblista,  ha presentato ogni sera  l’esperienza di vita di una coppia di sposi.

Domenica – prima della celebrazione della Santa Messa – abbiamo ascoltato dal libro della Genesi  la storia di Rachele e Giacobbe, che don Alessandro ha saputo attualizzare e calare nella normalità. Abbiamo riflettuto sull’innamoramento, sull’importanza di  tenere lo sguardo fisso negli occhi dell’altro e sul saper attendere il realizzarsi della promessa con pazienza…virtù quest’ultima che pare anacronistica in una società dove è imperativo il “ tutto e subito”. Ripercorrere la vocazione al matrimonio e la scelta di essere coppie cristiane sostenute dalla presenza di Dio,  ci  aiuta a comprendere come l’ amore possa  affrontare  le difficoltà: “Così  Giacobbe servì sette anni per Rachele e gli sembrarono pochi giorni,  tanto era il suo amore per lei”.

Lunedì abbiamo conosciuto Priscilla (Prisca) e Aquila,   di cui narrano gli Atti degli Apostoli,  amici di Paolo che scrive “Salutate Prisca e Aquila, miei collaboratori nel servizio di Gesù Cristo”. La loro vita è stata caratterizzata dalla passione per la testimonianza: l’esortazione rivolta a noi è stata quella  di superare la paura e la vergogna  di  professare  la nostra fede,  anche se a volte puo’ essere scomodo.  Don Alessandro ha evidenziato come  per questi sposi  la scelta di essere cristiani abbia caratterizzato la quotidianità e le decisioni di una  vita,  anche con imprevisti o difficoltà. Con semplicità e senza gesti eclatanti,  hanno saputo accogliere il messaggio di Gesù ed essere un  riferimento sicuro per i primi discepoli.

Questa seconda serata si è conclusa con l’Adorazione Eucaristica ed il Canto del Vespro.

Ringraziamo don Alessandro, che ci ha guidati alla scoperta dell’attualità di queste pagine della Bibbia  e ci ha permesso di coglierne l’affinità con la nostra esperienza.

PELLEGRINAGGIO MARIANO 

Nella giornata del primo maggio si è svolto l’ormai tradizionale Pellegrinaggio Mariano, un bel momento offerto alle famiglie della zona San Salvatore. L’itinerario di quest’anno partiva dalla Parrocchia di Milzano e si snodava sull’argine ciclabile del fiume Mella per circa tre chilometri,  fino all’oratorio di Pavone. 

Lungo il cammino – in  cinque tappe – abbiamo pregato, cantato e ascoltato brani per riflettere  sugli avvenimenti  più importanti della vita di Maria, centrali anche nella vita di ogni cristiano: l’obbedienza, la preghiera, l’accoglienza,  il servizio e il coraggio. Non poteva mancare, in questo tragitto,  la recita del Santo Rosario, che Don Ciro ci ha esortato a ripetere ogni giorno nel mese dedicato alla Madonna.

Arrivati all’oratorio di Pavone Mella siamo stati accolti con grande ospitalità nella sala del bar già predisposta per noi, dove abbiamo consumato e condiviso un pranzo in compagnia. Gli adulti si sono riposati chiacchierando, mentre i  piccoli  hanno occupato il campo di calcio e  il parco giochi, instancabili!

Alle ore 15.00, dopo una breve visita guidata alla parrocchiale recentemente restaurata, ci siamo recati al vicino Santuario della Madonna dello Spasimo,  per celebrare la Santa Messa che ha concluso questa bella e intensa giornata.

Guarda le immagini dei due giorni:

Giornate di spiritualità per famiglie