Uno sviluppo sostenibile perché etico

L’omelia pronunciata dal vescovo Tremolada durante la S.Messa pontificale nella Basilica dei Santi Faustino e Giovita

Nella festa dei nostri santi Patroni si eleva a Dio la nostra lode e il nostro cuore si apre alla gratitudine. La loro misteriosa presenza e la loro preziosa testimonianza sono per noi motivo di consolazione e rendono più sicuro il nostro cammino. Stendendo su tutti noi il manto della loro protezione, essi ci fanno sentire più uniti, ci ricordano che siamo chiamati a sentirci sempre più una comunità e che abbiamo un’identità da riscoprire continuamente e da onorare.

I nostri patroni Faustino e Giovita sono dei martiri e i martiri sono dei vincitori, uomini e donne che sono stati capaci di vincere la morte. La loro ultima parola è stata una parola di perdono. Nel momento della loro morte violenta non hanno urlano di rabbia, non hanno minacciato vendetta: il loro modo di guardare al mondo è stato segnato da una profonda e invincibile benevolenza, dal desiderio di vederlo perfetto, rinnovato, guarito, redento. Nessun carnefice può infatti impedire al martire di continuare ad amarlo e di chiedere al Dio della vita di rendere feconda la sua morte. In questo modo la vittoria cambia decisamente direzione: chi doveva essere annientato diventa principio di vita.

Si può allora ben comprendere che due giovani martiri dei primi secoli si trasformino, secoli dopo, in meravigliosi difensori di una città, la nostra città di Brescia, in un momento drammatico della sua storia. Coloro che donano la vita per amore diventano per amore custodi della vita di una intera comunità civica. Pensando alla testimonianza dei nostri santi patroni, si può affermare che essa è stata un inno alla vita e insieme l’annuncio di una salvezza che deriva dall’amore di Cristo. Proprio come scrive san Paolo nel passo della Lettera ai Romani che abbiamo sentito proclamare come seconda lettura: “Chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? … Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per colui che ci ha amati” (cfr. Rm 8,35-37). L’amore vittorioso del Cristo risorto diventa efficace nella testimonianza dei suoi discepoli: si carica di vita. Nei santi martiri questo è particolarmente evidente, ma in verità accade per tutti i discepoli del Signore. Grazie a loro l’umanità è aiutata a guardare il mondo con verità, a gustarne le gioie, a valorizzarne le risorse, a promuoverne le potenzialità, ma anche a sanarne le infermità, a smascherarne le illusioni, a contrastarne la malvagità. I discepoli del Signore sono come delle sentinelle che nella notte tengono viva la speranza dell’aurora, ricordano che la vita vera ha la forma della luce e che il cuore non può rassegnarsi a perdere la speranza.

È con questo sentimento che vorremmo oggi – in obbedienza ad una tradizione ormai consolidata – guardare alla nostra città e ancor più ampiamente al territorio della nostra diocesi. La passione per la vita e il desiderio di verità ci spingono a interrogarci su ciò che sentiamo particolarmente urgente come comunità che vive oggi sul territorio bresciano.

Pensando al momento che stiamo attraversando, papa Francesco ha più volte ripetuto che “non siamo in un’epoca di cambiamenti ma in un cambiamento d’epoca”. Il santo Padre ha poi precisato il suo pensiero in una lettera enciclica di grande respiro, che ha intitolato Laudato si’. Nella sua essenza, questa lettera altro non è se non un appello a considerare la realtà sociale nella quale ci troviamo e a raccoglierne la sfida. Su questo vorrei anch’io soffermarmi in questa mia riflessione. C’è un dovere che siamo chiamati ad assumere, un compito urgente, una responsabilità di cui farsi carico senza indugi. La sfida è davvero epocale. L’obiettivo è una vera e propria trasformazione del quadro sociale, una metamorfosi radicale del modo di vivere. Occorre passare al più presto ad una nuova visione dello sviluppo che sia sostenibile e occorre dare a questa sostenibilità una connotazione etica. In altre parole, è indispensabile cominciare a parlare chiaramente di etica della sostenibilità.

Lanciando uno sguardo generale sul nostro mondo ormai globalizzato, tre fenomeni si segnalano come particolarmente gravi e capaci di farci cogliere la necessità e l’urgenza di un cambiamento. Il primo è un fenomeno non certo nuovo, un fenomeno endemico e paradossale, a cui rischiamo purtroppo di abituarci e che invece deve scuotere profondamente le nostre coscienza: 800 milioni di persone sul nostro pianeta vivono nell’indigenza, al limite della sopravvivenza, nella miseria e addirittura nella fame; per contro, nel nostro mondo si producono oggi beni di consumo per una popolazione doppia rispetto all’attuale, al punto che quasi un terzo di quanto si produce, essendo in eccesso, deve essere scartato e distrutto. Un secondo fenomeno rilevante, questa volta tipico del momento attuale, è quello dei cambiamenti climatici, conseguenza allarmante di un uso sconsiderato delle risorse energetiche e di un sistema produttivo fuori controllo. Il terzo fenomeno, anch’esso tipicamente attuale, è lo squilibrio mondiale riguardante la natalità, con paesi come il nostro nei quali il numero delle nascite si è drammaticamente ridotto: si tratta di un fenomeno che ci deve seriamente interrogare sul versante della concezione della vita e che è destinato ad avere come conseguenza un riequilibrio della distribuzione della popolazione a livello mondiale, attraverso il fenomeno correlato dei flussi migratori.

Non è possibile rimanere tranquillamente inerti di fronte a questi gravi segnali. Urge ripensare e rifondare l’idea di sviluppo come idea guida della nostra società, immaginandola in stretta relazione con un cammino che consenta alla stessa società di realizzare un autentico progresso. Nell’enciclica Populorum Progressio, testo di straordinaria potenza e profezia, Paolo VI aveva parlato con grande lucidità e appassionato trasporto lucidità del valore dello sviluppo in ordine ad un’autentica convivenza tra i popoli. “Lo sviluppo è il nuovo nome della pace” – aveva dichiarato san Paolo VI, immaginandolo come destinato a tutti e in grado di garantire sicurezza e prosperità. La convinzione soggiacente era che un simile sviluppo fosse di per sé possibile e che il significato del termine fosse tranquillamente condiviso: l’attenzione era piuttosto concentrata suoi destinatari e sul loro diritto a beneficiarne. L’attuale situazione ci obbliga a ricalibrare il pensiero e a fissare l’attenzione sul senso stesso del termine sviluppo, cioè sulla sua essenza e nella sua modalità di attuazione. È quanto ha fatto papa Francesco con l’la lettera enciclica Laudato si’. Sta diventando sempre più chiaro a tutti che oggi occorre affiancare al termine sviluppo l’aggettivo sostenibile. La sostenibilità si presenta oggi come una vera e propria chiave interpretativa dello sviluppo e come sua condizione di attuabilità: lo sviluppo o sarà sostenibile o non sarà.

Ma cosa significa precisamente che lo sviluppo deve essere sostenibile? Significa anzitutto che la vita di tutti deve essere in grado di reggerlo, che cioè questa non deve essere compromessa dallo sviluppo, né dal punto di vista ambientale, né dal punto di vista sociale. Ma sostenibile significa anche, e soprattutto, che lo sviluppo deve risultare “degno di essere sostenuto”, deve cioè meritarsi la nostra fiducia. La forma che intendiamo dare allo sviluppo deve cioè presentarsi, nella sua proposta complessiva, come meritevole del nostro apprezzamento, di modo che ognuno possa dire in coscienza: “Sì, questa idea di sviluppo mi sento in coscienza di sostenerla!”. Deve essere, in altre parole, in linea con il desiderio di vita che anima il cuore di ogni uomo e – in una prospettiva di fede – con il progetto che Dio ha da sempre sull’intera umanità. Potremmo dire, in sintesi che questo sviluppo deve essere etico.

La domanda che meglio consente di mettere a fuoco la questione cruciale con cui finalmente ci si dovrà decidere è quella riguardante la qualità della vita. Potremmo dire, infatti, che questo è l’obiettivo di ogni vero sviluppo e del progresso in generale. Ma, appunto, cosa intendiamo per qualità della vita? Quando cioè si può dire di un paese che il suo livello di vita è qualitativamente alto? Ascoltando le nostre televisioni e leggendo i nostri giornali, ma anche sentendo le conversazioni che rimbalzano sui social, si ricava senza fatica l’impressione che a determinare il valore del nostro vissuto siano in questo momento la crescita o la riduzione dei consumi e prima ancora l’aumento o la contrazione della produzione. Quando i consumi calano e la produzione rallenta, scatta l’allarme, sale l’ansia sociale, ci si convince che è a rischio il proprio benessere e si finisce nella fasce basse della classifica dei paesi più evoluti. Il principio è chiaro: si vive bene là dove il potere di acquisto è più alto, dove la varietà dei prodotti è maggiore e la tecnologia è più evoluta. In questo mondo dominato dai prodotti regna sovrana la pubblicità: essa riempie ogni spazio fisico e mediatico e detta le sue regole ferree, che rispondono al principio chiaro del vendere il più possibile, senza troppi riguardi per sentimenti o ambienti, suscitando anche bisogni fino a ieri inimmaginabili. I luoghi dove i prodotti vengono commercializzati diventano le nuove piazze, gli ambienti dove aggregarsi senza necessariamente conoscersi, nell’illusione di sentirsi qualcuno e di riposarsi, mentre si è costantemente raggiunti da messaggi che lasciano chiaramente intendere qual è la verità: non abbiamo un volto ma siamo semplicemente clienti e consumatori.

Per anni abbiamo camminato in questa direzione, ci siamo lasciati ispirare da queste convinzioni. Ci rendiamo ora conto che il clima ingenerato nella società da questo modo di vivere appare pesantemente segnato da due gravi conseguenze: la prima è il cambiamento in atto a livello ambientale, una sorta di contaminazione del nostro pianeta a causa di un sistema produttivo che ha comportato saccheggio delle risorse, invasione degli ecosistemi ad opera degli scarti e dei rifiuti, compromissione degli equilibri climatici a causa delle emissioni. Il secondo campanello d’allarme, ancora più drammatico, viene dal contesto sociale ed ha la forma di un incremento preoccupante del tasso di aggressività, particolarmente evidente nei cosiddetti social. Non una guerra vera e propria ma una violenza feroce, che trova nella comunicazione la sua via di espressione più ricorrente: insulti, offese, volgarità, razzismo, sessismo, incitamento all’odio, alla giustizia sommaria e addirittura al crimine.

Cominciano forse ora a renderci conto che stiamo percorrendo una strada sbagliata, che un mondo così impostato ha un colore poco simpatico, tendente al grigio, e che è striato da ombre sinistre. Nella Laudato si’, papa Francesco di segnala, con grande lucidità, che dietro tutto questo sta di fatto un paradigma, cioè un principio che silenziosamente ispira tutto l’agire sociale. Senza che ne siamo più di tanto accorti, abbiamo creato un vero e proprio sistema, basato su una convinzione fondamentale, che cioè la vita dell’intera umanità è guidata dall’economia e che questa debba necessariamente rispondere alla logica esclusiva del profitto. A questa convinzione se ne affianca una seconda: che la tecnologia, governata esclusivamente dalla scienza, costituisce il vero nuovo potere, su cui contare per governare i processi del vivere sociale, in stretta connessione con l’obiettivo del profitto che si prefigge l’economia.

Provando a guardare ancora più in profondità, ci si rende conto che un simile paradigma tecno-economico presuppone una visione dell’uomo e del mondo, cioè un’antropologia, le cui caratteristiche cominciano ora ad essere a loro volta molto più chiare. Si tratta di una visione della realtà che non viene ufficialmente teorizzata ma che in realtà indirizza l’agire di tutti. Essa ruota intono a due parole chiavi, che sono la soggettività e la libertà. Fu il Cristianesimo stesso a far maturare nel corso dei secoli la consapevolezza del valore di queste due dimensioni del vivere umano. Ma ora, all’apice di un impressionante processo di contaminazione della verità, si è arrivati ad una visione dell’uomo come soggettività assoluta, cioè senza legami, e come libertà assoluta, cioè senza limiti, entro una prospettiva puramente orizzontale. In modo quasi silenzioso si è progressivamente estinta la dimensione verticale, cioè la trascendenza e l’interiorità della soggettività personale: alla trascendenza si è sostituito il senso di onnipotenza della tecnica, con la sua perenne innovazione; all’eccedenza della persona umana, cioè alla misteriosa profondità del soggetto, si è sostituto l’eccesso del consumo, fomentato dalla logica del profitto. Ne sono derivati una impressionante superficialità nel modo di vivere e l’incapacità di sostenere l’esperienza del limite e della fragilità. L’incertezza, la paura, la precarietà delle relazioni e il senso di estraneità di fatto creano l’atmosfera del nostro vivere sociale, che non appare contraddistinto – purtroppo – da una grande serenità.

Occorre invertire decisamente la rotta e rifare il percorso a ritroso, muovendo in direzione opposta. Occorre cioè partire da un radicale ripensamento della visione dell’uomo e del mondo, che recuperi tutte le dimensioni proprie dell’essere umano, in particolare la dimensione verticale. Senza la dimensione verticale anche la dimensione orizzontale perde la sua consistenza. La soggettività e la libertà dell’uomo hanno infatti bisogno dell’altezza e della profondità che vengono dall’incontro con il mistero santo di Dio e rivelano l’alta dignità dell’uomo e del suo ambiente. Scrive papa Francesco nella Laudato si’: “La crisi ecologica è un emergere o una manifestazione esterna della crisi etica, culturale e spirituale della modernità: non possiamo illuderci di risanare la nostra relazione con la natura e l’ambiente senza risanare tutte le relazioni umane fondamentali (cfr. LS, 119).

In una simile ritrovata unità della concezione dell’uomo, alla negazione del limite si sostituirà il sereno riconoscimento della finitezza e il dovere morale della solidarietà. Il mistero del trascendente riprenderà il posto usurpato dal mito dell’onnipotenza tecnologica. Il consumismo compulsivo, con il suo inevitabile eccesso, cederà il posto alla dimensione etica della soggettività umana, chiaramente percepita nella sua eccedenza di profondità e di valore. Da qui uno stile di vita più sobrio e sereno, più limitato e oculato nella produzione, più rispettoso del creato e più attento ai bisogni di tutti.

Dalla rinnovata visione dell’uomo e del mondo deriverà contemporaneamente una nuova concezione della qualità della vita. Quest’ultima non verterà tanto sul livello dei consumi e della innovazione tecnologica ma piuttosto sulla rilevanza dei sentimenti e delle relazioni. Dovremo cominciare a valutare il tasso di progresso di una società dal clima di fiducia che vi si respira, dalla gioia di vivere che vi si percepisce, dalla capacità di sorridere e di accogliersi, dalla normale pratica dell’onestà, dalla sincerità e lealtà nei rapporti, dalla presa in carico generosa di coloro che sono più fragili, dall’offerta di un’esperienza della sicurezza che sia difesa esterna ma anche pace interiore, dalla lotta contro ogni forma di povertà, dall’impegno reale a integrare culture differenti, dall’attenzione educativa per le nuove generazioni, dal sostegno offerto alle famiglie, dalla promozione del dialogo intergenerazionale, dal rispetto per l’ambiente, dalla promozione della cultura a tutti i livelli e dall’esercizio della politica come servizio alla comunità civile.

Un nuovo paradigma andrà a sostituirsi a quello che attualmente sta esercitando il suo influsso problematico: un paradigma non più tecno-economico ma spirituale-contemplativo, capace di riconosce l’uomo come aperto alla dimensione celeste e ricco di una interiore profondità. Il segno chiaro di questa radicale metamorfosi sarà la riscoperta della dimensione etica del vivere, vale a dire il riconoscimento della rilevanza decisiva del bene in ordine al vivere sociale: bene della persona e bene comune. In realtà, l’urgenza di una proposta convincente di sviluppo sostenibile rappresenta la punta di un iceberg, che rinvia a qualcosa di molto più profondo e cioè alla necessità di una rivoluzione etica, che consenta al bene inteso nel suo significato più ampio e più concreto di riprendersi il primo posto nella scala dei valori. Quel bene che porta con sé le virtù, troppo spesso dimenticate, che chiama in causa la coscienza e che riconosce la sua sorgente nel sommo bene, mistero di amabile santità che abita i cieli.

Scrive papa Francesco nella Laudato si’: “Già troppo a lungo siamo stati nel degrado morale, prendendoci gioco dell’etica, della bontà, della fede, dell’onestà, ed è arrivato il momento di riconoscere che questa allegra superficialità ci è servita a poco. Tale distruzione di ogni fondamento della vita sociale finisce col metterci l’uno contro l’altro per difendere i propri interessi, provoca il sorgere di nuove forme di violenza e crudeltà e impedisce lo sviluppo di una vera cultura della cura dell’ambiente” (LS 229).

Sul versante pratico, cioè in vista dell’attuazione concreta del bene comune, sarà decisivo avviare un circolo virtuoso tra economia, tecnica e politica. Conferendo alla economia e alla tecnologia il loro giusto valore, si dovrà operare in modo da coniugare il profitto con l’impegno sociale e ambientale, consenso di responsabilità. Quanto alla tecnologia, un principio pensiamo dovrebbe ispirare il modo di operare: non realizzare non tutto ciò che la tecnica rende possibile, ma rendere possibile quello che si ritiene utile realizzare per il bene di tutti.

Sarà benvenuta ogni proposta di economia circolare e ancora meglio civile, ogni green economy e ogni green technologyche andranno tuttavia inquadrate nell’orizzonte più ampio della ethical economy and thecnology. È confortante constatare che si comincia finalmente a parlare di Responsabilità Sociale d’Impresa, di solidarietà intergenerazionale, di processi solidali e buone pratiche individuali attuate in contesti collettivi, di coinvolgimento dei cittadini e di mobilitazione delle persone per il benessere delle comunità, di co-progettazione tra profit e no-profit la cui finalità è la realizzazione di iniziative di valore sociale.

È ormai chiaro che non si tratta più semplicemente di riscoprire l’importanza dell’ecologia e del rispetto dell’ambiente ma di instaurare un nuovo modello di vita, nel quale il sovrano non sia il profitto ad ogni costo ma il bene di tutti. Si prospettano così un nuovo stile di vita personale e una nuova progettualità politica, da cui dipenderà anche un nuovo clima sociale. Nell’ottica cristiana, ci piace parlare di uno stile di vita profetico e contemplativo, capace – come scrive papa Francesco – di gioire profondamente senza essere ossessionati dal consumo”(LS, 222).

Si delinea così quella civiltà dell’amore che tanto stava a cuore a san Paolo VI, a costruire la quale deve concorre quella che abbiamo voluto chiamare l’etica della sostenibilità. La nostra realtà locale, cui Paolo VI appartiene nelle sue origini, presenta caratteristiche particolarmente promettenti in vista di questa grande opera di rinnovamento sociale. Unendo le forze e prima ancora il pensiero sarà possibile sul nostro territorio bresciano dare forma progettuale ad una istanza che ormai appare sempre più condivisa.

I nostri santi patroni, difensori e amanti della vita, ispirino e sostengano quest’azione comune che potrebbe utilmente aprire nuove strade a beneficio dell’intera società.

L’arte del buon governo

L’omelia pronunciata dal vescovo Tremolada durante la S.Messa pontificale nella Basilica dei Santi Faustino e Giovita

Siamo riuniti in un clima di festa per celebrare i nostri santi patroni. La liturgia ci ricorda che essi sono anzitutto martiri di Cristo, testimoni fino al sangue della loro fede in Gesù, redentore dell’umanità. Noi, tuttavia, li ricordiamo e li veneriamo anche come difensori della nostra città. Secondo la tradizione, infatti, essi appaiono nel cielo di Brescia durante i giorni di un feroce assedio, per scongiurare il massacro di una popolazione stremata. Le circostanze del loro intervento ci fanno molto pensare. Si tratta di un’azione militare ordinata per rivalsa. Amareggia non poco constatare che tra città cristiane si giungesse alla guerra per ragioni pretestuosamente politiche. Le popolazioni in realtà pagavano allora il prezzo di scontri voluti da orgogliosi casati, esclusivamente preoccupati del loro prestigio e dei loro guadagni. Erano duchi che si sentivano piccoli Cesari e assoldavano eserciti per rivendicare il loro potere contro libere decisioni di libere città.

Viene alla mente la parola che Gesù pronunciò un giorno, pensando al grande Cesare che governava l’intero mondo allora conosciuto. Ai Giudei che gli chiedevano se era giusto pagare il tributo all’imperatore romano, egli rispose: “Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”. Quella frase è divenuta celebre. Qual è però il suo significato preciso? Per rispondere è bene ricordare la richiesta che l’ha preceduta. Gesù chiese in quella circostanza ai suoi interlocutori di portargli una moneta, sulla quale era impressa, appunto, l’effige di Cesare, cioè dell’imperatore romano regnante. Ricevuta la moneta, stranamente Gesù domandò di chi fosse l’immagine riportata; egli, infatti, sapeva benissimo di chi si trattasse. La domanda aveva però uno scopo: ricordare ciò che il Libro della Genesi dice a proposito della creazione dell’uomo, e cioè che l’uomo fu creato “a immagine e somiglianza di Dio”. Ecco allora l’insegnamento da raccogliere: sulla moneta è stata impressa l’immagine di Cesare, ma nell’uomo è impressa l’immagine di Dio. Come a dire che lo stesso Cesare è un uomo creato a immagine di Dio e che in questo modo egli deve guardare agli altri essere umani su cui esercita il governa. Se a Cesare si deve dunque la tassa in nome della sua autorità e per il suo compito amministrativo, a Dio di deve la gratitudine di esistere come esseri umani a immagine sua e il dovere di guardare ogni essere umano nella sua prospettiva, cooperando al compimento della sua originaria vocazione. Tutto ciò che esiste è per gli uomini, tranne gli uomini stessi. Nessuno sarà mai padrone di un’altra persona umana e nessuno avrà mai il diritto di offenderne o comprometterne la dignità. Al contrario, tutti sono chiamati a promuovere il bene di tutti, in modo libero e consapevole, dando così al vivere comune la sua forma più vera.

Occorrerà dunque che nella società qualcuno assuma questo compito, che lo ricordi e lo onori, che se ne faccia garante in modo autorevole. Ecco dunque chi sono i politici: gli architetti della convivenza sociale, i costruttori della comunità civile, gli artefici del bene comune. Di questo vorrei dunque parlare in questa occasione, a noi tanto cara, dei santi patroni Faustino e Giovita: vorrei con voi meditare sul grande valore della politica, sulla nobiltà del suo scopo e sulla necessità del suo esercizio. E vorrei subito dire che il compito del governo della società va considerato come il compito più alto e più delicato in ambito sociale, ma anche come il più affascinante e appassionante. Da esso dipende in larga parte il vissuto di intere popolazioni. Questo vissuto, infatti, per non precipitare nel caos, deve assumere la forma della società civile, attraverso l’amministrazione degli stati, nel quadro della comunità internazionale. Di questo appunto si occupa la politica. Di più, la politica va intesa come l’arte del governare, che consente ad una pluralità di persone di sentirsi un popolo, cioè una comunità solidale chiamata a condividere lo stesso destino e a costruire una vera civiltà. Perché questa è l’umanità: una comunità di comunità, un popolo di popoli, la grande famiglia dei figli di Dio.

La tradizione culturale dell’Europa, all’interno della quale l’eredità della civiltà greco-romana è stata sapientemente accolta dal Cristianesimo, ha sempre tenuto la politica in alto onore. La storia europea, purtroppo, ci ha offerto esempi addirittura spaventosi di un esercizio perverso dell’autorità politica; ma proprio il giudizio severo espresso poi nei loro confronti, dimostra la rilevanza da sempre attribuita alla politica dal pensiero illuminato del nostro continente. L’opinione pubblica – bisogna riconoscerlo – non sempre si è allineata su questo giudizio. Anche al momento attuale non è scontato ritenere che siamo di fronte a una realtà importante e preziosa. Fa bene perciò a tutti riascoltare qui le parole di Giorgio La Pira, sindaco indimenticabile di Firenze negli anni del dopo guerra e figura esemplare di politico animato da spirito cristiano. Così egli si esprimeva: “Non si dica quella solita frase poco seria: la politica è una cosa brutta! No. L’impegno politico – cioè l’impegno diretto alla costruzione cristianamente ispirata della società in tutti i suoi ordinamenti a cominciare dall’economico – è un impegno di umanità e di santità; è un impegno che deve poter convogliare verso di sé gli sforzi di una vita tutta tessuta di preghiera, di meditazione, di prudenza, di fortezza, di giustizia e di carità”. Parole forti e di grande risonanza, a cui viene spontaneo affiancare quelle di san Paolo VI, il nostro amato papa bresciano, che in forma estremamente sintetica ma assai efficace diceva della politica: “È la forma più alta della carità”.

La politica va anzitutto amata. Va cioè guardata nella sua verità, considerata per quello che è e deve essere. Va riscattata da pregiudizi e contraffazioni ma anche difesa e protetta. È infatti tremendamente esposta al rischio di venire strumentalizzata o sfruttata. Questo accade per il grande potere che essa ha in vista dell’adempimento del suo compito. Governare una nazione, una città, un paese, dare alla convivenza degli uomini la sua forma più bella per la felicità di tutti è una vera e propria missione. Chi si impegna a compierla merita il rispetto e la gratitudine di tutti, ma certo si assume anche una grave responsabilità, di cui è giusto avere coscienza.

La sapienza di sempre e la tradizione cristiana in particolare ci indicano alcune parole chiave che stanno alla base di un politica degna di questo nome. Tra queste vorrei richiamarne tre, che mi sembrano capaci di catalizzare valori e atteggiamenti essenziali all’esercizio del buon governo. Esse sono: L’onestà anzitutto. Il cancro della politica è la ricerca spregiudicata dell’interesse privato o di gruppo, cioè la corruzione. Chi accetta di svolgere questa missione dovrà essere integro, prima nelle intenzioni e poi nelle azioni, dedito unicamente alla nobile causa del bene comune. Nessun compromesso con il tornaconto, economico ma anche di immagine. Il potere politico non è un fine e non va quindi cercato per se stesso. L’ebbrezza del potere dei governanti è una delle esperienze più tragiche che una società può fare, come dimostra drammaticamente la storia. Don Luigi Sturzo, del cui Appello ai Liberi e Forti è stato recentemente ricordato il centenario, così identificava alcune regole del buon politico: onestà, sincerità, distacco dal denaro; non sprecare i finanziamenti pubblici, non affidare incarichi a parenti, non promettere l’irrealizzabile, non credere di essere infallibili, informarsi e studiare quando non si sa, discutere serenamente e obiettivamente. E aggiungeva: “Quando la folla ti applaude, pensa che la stessa folla potrà divenire avversa. Non inorgoglirti se approvato, né affliggerti se osteggiato. La politica è un servizio per il bene comune”.

Il buon esercizio della politica domanda poi profondità. Chi governa è chiamato a guadagnare uno sguardo attento e non superficiale, ad assumere un atteggiamento umile di fronte alla complessità delle cose, a coltivare quella saggezza che deriva dall’esperienza ma anche dall’esercizio naturale e costante della riflessione. L’arte del buon governo domanda tanto pensiero, tanta capacità di ascolto e di dialogo, la rinuncia ad ogni forma di violenza verbale, l’onestà di non far leva sull’emotività e sulla paura. La democrazia nasce e si sviluppa sull’esercizio pacato del confronto delle opinioni, nella ricerca onesta della verità di cui nessuno è padrone. In politica si è concorrenti non nemici, chiamati appunto a concorrere, cioè a contribuire, al bene di tutti, nella dialettica costruttiva tra maggioranza e opposizione. Non si è inesorabilmente condannati allo scontro. La politica non è un’arena, ma piuttosto un’agorà, una piazze dove si discute anche animatamente e con passione ma sempre nel rispetto delle persone e delle idee. L’obiettivo di un vero dialogo non è quello convincere gli altri che noi abbiamo ragione ma di guadagnare insieme una visione sempre più profonda delle cose, in vista di decisioni importanti per la vita di tutti

Profondità in politica significherà poi avere radici e affondarle nel terreno di un umanesimo illuminato, che rinvia ad una visione della vita e del mondo nella quale l’uomo avrà sempre il posto di onore che merita. Nulla gli andrà mai anteposto. La grandezza e la dignità dell’uomo, di ogni uomo e donna, costituiscono il valore assoluto e indiscutibile, intorno al quale si unificano poi tutti gli altri valori di cui una società umana non può fare a meno. Sono i valori che ritroviamo nella Carta dei Diritti dell’uomo e che per noi cristiani rinviano alla visione dell’uomo che il Vangelo di Cristo ha dischiuso e che la dottrina sociale della Chiesa ha composto in sintesi. La politica ha bisogno di attingere costantemente alla sua sorgente vitale, che altro non è se non il senso di umanità. Per guidare la società umana occorre guardarla come la guarda Dio, suo Creatore e Redentore, cioè con rispetto e affetto, con il desiderio di vedere tutti liberi e felici.

Infine, la lungimiranza. Ci soccorre di nuovo l’esempio di Giorgio La Pira. Di lui giustamente si è detto che coniugava sapientemente utopia e realismo. Era un uomo che sapeva sognare e insieme costruire. Chi assume la responsabilità politica è chiamato a collegare con intelligenza il presente al futuro, a capire cosa è bene fare oggi in vista di ciò che sarà domani. L’arte del governare ha bisogno di progettualità. Non sarà mai un semplice navigare a vista, non potrà accontentarsi di scelte puramente tattiche, che procurino un consenso immediato senza però dare solidità al vissuto in vista del futuro. La politica attua ciò che è possibile ma sempre nell’orizzonte più ampio del desiderabile, cioè nella tensione verso quel bene perfetto di cui è bene avere sempre coscienza. La vera politica avvia processi, attiva movimenti virtuosi, delinea percorsi a lungo termine. Non ricerca l’apprezzamento istintivo nel presente ma la gratitudine sincera nel futuro. È onesta e coraggiosa perché fondata sulla gratuità e sul limpido desiderio di servire la società.

Abbiamo bisogni di uomini e donne di governo che sappiano leggere quelli che il Concilio Vaticano II ha chiamato i segni dei tempi, che sappiano riconoscere le trasformazioni in atto e raccoglierne le sfide. Oggi ci attendono infatti decisioni importanti e condivise sull’inizio e il fine vita, sul ruolo della scienza e della tecnologia, sui fenomeni migratori e sull’intercultura, sull’influenza dei social media, sui cambiamenti climatici, sul calo delle nascite, sulle conseguenze della cresciuta aspettativa di vita, sulle trasformazioni in atto nel mondo del lavoro. Un’attenzione privilegiata andrà conferita al rapporto tra politica ed economia, per impedire che quest’ultima si procuri un’indebita e pericolosa egemonia. Solo una forte e sana politica riuscirà a creare – come auspicato da papa Francesco – nuovi modelli economici più inclusivi ed equi, non orientati al servizio di pochi, ma al beneficio della gente e della società”.

Quanto alla Chiesa, essa non intende “fare politica”, se questo significa schierarsi a favore o contro specifiche formazioni politiche. Essa vorrebbe piuttosto contribuire ad “educare alla politica”. Compito della Chiesa – scriveva il cardinale Carlo Maria Martini – sarà anzitutto quello di “formare le coscienze, poi di accompagnare le persone nei momenti e nelle circostanze difficili, di garantire una preparazione permanente che tenga conto del mutare delle cose e del presentarsi di nuovi problemi all’orizzonte dell’umanità, di stimolare le energie intellettuali a operare e confrontarsi entro larghi orizzonti. Per essere credibili – aggiungeva – bisognerà porsi non tanto sopra le parti, quanto al di sotto delle parti, ossia nella profondità della coscienza civile del paese”. Per educare alla politica, occorrerà fornire conoscenze di tipo culturale, storico, legislativo, che consentano un’opera di educazione popolare di base, di coscientizzazione in vista della partecipazione democratica. Occorrerà, inoltre, suscitare esperienze concrete di collaborazione e di dialogo e anche di confronto dialettico con i cittadini di varie tendenze, secondo i vari stadi e stagioni della vita. Occorrerà, infine, dare possibilità di conoscere e di utilizzare gli strumenti d’intervento democratico che già ci sono o che si possono promuovere. In una parola, occorrerà educare al discernimento popolare, inteso come esercizio di una capacità di lettura della realtà che conduca a decisioni adeguate ed efficaci.

In una democrazia matura, la politica si esercita attraverso i partiti. Ma prima dei partiti c’è la società, prima della aggregazioni politiche c’è la cittadinanza. Alla base di tutto c’è la comunità degli esseri umani e il bene comune. La vera politica considera i partiti strumenti necessari ma si interessa prima di tutto del bene della comunità umana. I partiti passano, nascono e invecchiano e in qualche caso muoiono. Il compito di amministrare la vita pubblica resta. Il nostro auspicio è che esso rimanga sempre ancorato alla ricerca del bene comune come regola che lo ispira. Nel terreno che precede il confronto tra le forze politiche chiamate a legiferare, sempre ci dovrà essere spazio per un dialogo pacato e onesto che ponga a tema la convivenza civile. Abbiamo bisogno di uomini e donne di buona volontà e di ampie vedute, che prima di sentirsi parte di un gruppo identificato da un simbolo si sentano parte della grande famiglia umana, chiamata a coltivare quella pace sociale che altro non è se non una condizione di vita ricca di valori e carica di sentimenti.

Come dicevo lo scorso anno in questa medesima circostanza, pensando in particolare ai giovani e al loro futuro, “il segreto starà nel riscoprire l’esperienza dell’essere a pieno titolo e insieme cittadini, cioè destinatari e protagonisti della cittadinanza, cioè dell’appartenenza alla propria comunità civica nel quadro della comunità internazionale. Si delinea così una sorta di alleanza sociale, che diverrà terreno fecondo e insieme ambito costante di verifica per una politica che sia sempre più arte del buon governo, in grado di assumere con onestà, profondità e lungimiranza il suo indispensabile compito. Partiamo dunque dal territorio, per costruire una nuova esperienza di governo della società, più capace di difendersi dalle logiche di potere che la inquinano e la indeboliscono, più attenta al vissuto quotidiano, più progettuale, creativa, coraggiosa, riflessiva, dialogica, non aggressiva ma propositiva, all’altezza delle sfide del momento presente. L’esigenza di dare risposta al bisogno di vita che viene dal territorio potrà condurre ad una sapiente sinergia sociale, animata da una visione culturale e spirituale”.

Affidiamo questo desiderio sincero e questo fermo proposito all’intercessione dei nostri santi patroni. Essi che hanno difeso la città di Brescia da un attacco crudele e insensato, ci aiutino a fare di questa stessa città, ma anche delle altre città e paesi sparsi sul territorio bresciano, delle vere comunità coese, dinamiche e solidali, anche attraverso l’opera generosa e sapiente di quanti si dedicano alla missione del governo.

Vegli su tutti noi la Madre di Dio, che nella nostra città amiamo invocare come Beata Vergine delle Grazie. Ci stringa nel suo abbraccio materno e ci custodisca nella pace.

Faustino e Giovita, santi giovani

“Martiri per amore di Gesù e giovani vittoriosi. Primizia del cristianesimo bresciano, essi sono anche l’esempio di una fede fresca, appassionata ed estrema. È la fede dei giovani. Di questa ha bisogno anche oggi la Chiesa”. Così Il vescovo Tremolada, nell’omelia pronunciata nella Basilica dei Ss. Faustino e Giovita, durante il solenne pontificale per la festa dei Santi Patroni.

Ho la gioia di celebrare per la prima volta insieme a tutti voi la Solennità dei santi patroni Faustino e Giovita. Alla loro intercessione la Chiesa di Brescia da secoli si affida e ogni anno fa festa per loro, sentendosi da loro difesa, guidata, amata. Martiri di Cristo, questi santi hanno mostrato per la loro parte quanto fossero vere le parole rivolte da Gesù ai suoi discepoli: “Guardatevi dagli uomini, perché vi consegneranno ai loro tribunali e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe; e sarete condotti davanti a governatori e re per causa mia, per dare testimonianza a loro e ai pagani”. Sono le parole che abbiamo ascoltato nel brano del Vangelo di Matteo appena proclamato. Davvero Faustino e Giovita hanno dato testimonianza davanti a governatori e re, nella Brescia del romano impero. Lo hanno fatto con coraggio e con umile fermezza, non temendo di mostrarsi cristiani. Li animava una convinzione profonda, che l’apostolo ha ben espresso nel brano della Lettera ai Romani proposto a noi dalla liturgia come seconda lettura. San Paolo, infatti, prima si domanda: “Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?”. Quindi risponde: “In tutte queste noi siamo più che vincitori, per virtù di colui che ci ha amati”. Apparentemente sconfitti dai loro carnefici, questi martiri in realtà sono dei trionfatori: l’amore di Dio che ha conquistato i loro cuori ne ha fatto degli autentici ambasciatori della forza rinnovatrice del Vangelo, nei primi decenni della vita della Chiesa.

Secondo la tradizione Faustino e Giovita erano persone molto in vista. “Nacquero a Brescia – è stato scritto – da nobile e cospicua famiglia fra l’anno novantesimo e novantaseiesimo di nostra salute. I loro genitori, capi del senato bresciano, erano pagani … Nulla sappiamo dei loro primi anni, ma è certo che appartennero all’ordine equestre e furono perfetti cavalieri e gentiluomini, come lo esigeva la nobiltà del loro lignaggio”. Dunque personalità di rilievo anche dal punto di vista sociale.

C’è però un particolare che io vorrei oggi sottolineare, a mio giudizio molto significativo, ed è quello del loro martirio in età giovanile. Faustino e Giovita morirono giovani, o meglio, offrirono la loro vita per Cristo nella stagione della giovinezza. È un particolare che ritroviamo nella tradizione letteraria e che riceve conferma da tutta l’iconografia riguardante questi martiri bresciani.

Ha indubbiamente il suo fascino poter invocare come patroni dei giovani. Il sentimento che sorge al pensiero di questo affidamento è un misto di sicurezza e di freschezza. È un sentimento che evoca protezione ma anche passione per la vita, slancio ed entusiasmo, forza di speranza – tratti questi tipici dell’animo giovanile. Viene poi spontaneo affidare a patroni giovani tutti i giovani, in particolari i nostri giovani, i giovani di questa Chiesa, di queste terre, di questa amata città.

Sorge tuttavia anche un’altra esigenza: quella di condividere nella circostanza odierna qualche riflessione sull’attuale condizione dei giovani, sulle loro attese e le loro speranze, sul contributo che essi possono offrire alla società e alla Chiesa, sul compito e la responsabilità del mondo degli adulti nei loro confronti. Vorrei tentare di spendere al riguardo qualche parola, perché si tratta di un tema che mi sta molto a cuore ed anche perché all’orizzonte si profila l’evento del Sinodo sui giovani, la cui celebrazione si terrà, per volontà di papa Francesco, nel prossimo mese di ottobre. Abbiamo voluto promuovere in diocesi un ascolto dei giovani serio e sereno, che consideriamo indispensabile in vista di un’azione successiva da progettare e sviluppare insieme. E poiché questo ascolto si è effettivamente avviato ed è tuttora in corso, avrei piacere di offrire qui un primo riscontro, facendo per così dire risuonare la voce dei giovani che hanno voluto condividere con noi il loro pensiero. Sono emerse attese, aspirazioni, speranze che domandano seria considerazione. Provo qui a riassumerli, cercando di dire con parole più concise e certo meno cariche di vita, quanto essi hanno espresso finora con ben altra intensità.

 I giovani vorrebbero vedere persone più innamorate della vita, più capaci di diffondere entusiasmo; persone che parlano di felicità e non soltanto di regole, che aprono prospettive e danno respiro, che seminano speranza. “Parte del malessere dei giovani – dicono – proviene dall’esserci trovati immersi nel benessere e nel consumismo, senza che qualcuno ci aiutasse a riconoscerne i rischi”.

I giovani cercano valori incarnati in volti precisi e persone di cui fidarsi. Avrebbero piacere di incontrare adulti che sappiano ascoltare i loro progetti con fiducia e che si ricordino di essere stati giovani.

Domandano inoltre coerenza e trasparenza, onestà e sincerità. Vorrebbero meno ipocrisia e doppiezza, meno pregiudizi.

Esigono un grande rispetto per la loro libertà e rifiutano ogni forma di imposizione, ma si mostrano desiderosi di comprendere e apprezzano tutto ciò che viene presentato con convinzione e competenza. Sentono l’esigenza di spazi di autentico confronto, perché si ritengono naturalmente portati a valorizzare le diversità.

Ci esortano a privilegiare l’interno rispetto all’esterno, a creare occasioni e ambienti per coltivare l’interiorità, aprendo così nuovi orizzonti e offrendo possibilità di sane relazioni. Lasciano trasparire un forte bisogno di spiritualità.

Chiedono di essere ascoltati con sincerità, di non essere frettolosamente giudicati, di venire rispettati nella loro originalità. Lamentano di sentirsi spesso marginali e di venire anche sfruttati. Rivendicano il diritto di essere nel giusto modo protagonisti e constatano a malincuore che troppo spesso le decisioni sono prese da altri o che le nuove presenze vengono fagocitati da entità e logiche di potere. I giovani avrebbero piacere di contribuire a costruire un mondo nel quale adulti e giovani imparino con umiltà gli uni dagli altri.

Un dato in particolare vorrei segnalare, che si impone per il suo carattere paradossale: riguarda il desiderio dei giovani di avere famiglia e di generare figli. Un’indagine promossa dall’Università Cattolica segnala da un lato un forte desiderio di maternità e paternità nei giovani di oggi, dall’altro la decisione effettiva e diffusa di procrastinare di molto la generazione di un figlio. Emerge qui una evidente distanza tra la tensione ideale e il duro confronto con la realtà. “Il desiderio di avere una famiglia c’è nella testa dei giovani – si legge in un intervento dei giovani – ma purtroppo non è sempre fattibile. Ci vuole molto impegno e sacrificio per averne la possibilità”. Si riconoscono qui in modo evidente le responsabilità del mondo adulto.

Siamo così necessariamente invitati a interrogarci su quello che è il nostro compito, il compito dell’attuale società nei confronti dei suoi giovani. Non potremo e non dovremo sottrarci a questo interrogativo serio. Quello dei giovani, con un’attenzione specifica alla natalità, è infatti il punto strategico di un rilancio complessivo del nostro vivere civile, un crocevia, un banco di prova per tutta la società e in particolare per la nostra società bresciana. Occorre avere il coraggio di aprire nuove strade o, pe meglio dire, di avviare con decisione processi promettenti.

Il segreto starà nel riscoprire l’esperienza dell’essere a pieno titolo e insieme cittadini, cioè destinatari e protagonisti della cittadinanza, intesa come coscienza della comunità civile nella sua dimensione più vera. Una comunione di cittadini che si precisa ulteriormente nella direzione di un radicamento locale e diviene senso vivo di appartenenza alla propria terra, fierezza delle proprie tradizioni e della propria cultura, desiderio di coltivare onestamente una forma di vita serena e prospera, apertura ad ogni contributo positivo, impegno intelligente e creativo per giungere a realizzare i propri obiettivi: il tutto senza chiusura, ma con un respiro universale.

Si delinea così una sorta di alleanza sociale, decisamente suggestiva ed efficace, che sarà in grado di contrastare, almeno sul proprio territorio, il potere di un’economia rapace ispirata dal principio del profitto ad oltranza, supportata da una tecnica svincolata per principio da ogni regola morale. Questa stessa alleanza sociale diverrà terreno fecondo e insieme ambito costante di verifica per una politica sempre più vera, che torni ad essere con decisione arte di governo, in grado di assumere con onestà, intelligenza e lungimiranza il suo indispensabile compito.

Partiamo dunque dal territorio per costruire una nuova esperienza di governo della società, più capace di difendersi dalle logiche di potere che la inquinano e la indeboliscono, più attenta al vissuto quotidiano, più progettuale, creativa, coraggiosa, riflessiva, dialogica, non aggressiva ma propositiva, all’altezza delle sfide che il momento chiede di affrontare. L’esigenza di dare risposta al bisogno di vita che viene dal territorio potrà condurre ad una sapiente sinergia sociale, animata da una visione cultuale e – mi sento fortemente di aggiungere – spirituale.

I nostri giovani hanno bisogno di segnali forti e chiari di rinnovamento. Ci chiedono una svolta nel nostro modo di vivere insieme, cioè di impostare la società. Ne va del loro futuro. Non possiamo permetterci di illudere e di deludere. Promesse vaghe e proposte di propaganda non servono e non fanno bene. È tempo di assumere sul serio la sfida di quel domani che si costruire nell’oggi e che esige un pensiero alto e onesto, lungimirante e insieme concreto. È necessario avviare ora ciò che porterà a un reale cambiamento nel futuro prossimo e in quello remoto. Occorre pensare ai frutti futuri di un’azione ben impostata sin d’ora, quei frutti che vedranno e gusteranno quanti continueranno a vivere dopo di noi. Il mondo è più loro che nostro! Liberati da una testarda e inconfessata gelosia, forse dovremmo avere l’onesta di riconoscerlo. Un cuore puro e pacificato diventa capace di guardare alle nuove generazioni con tutto l’affetto che meritano, con l’attenzione e la cura che si attendono, con la sincera soddisfazione di vederli felici. Non potremo mai perdonarci di aver anche solo indebolito la loro speranza.

Il poco tempo di permanenza qui a Brescia non mi ha tuttavia impedito di cominciare a percepire problemi seri sul versante giovanile, ma anche segnali positivi. Ci preoccupa il tasso ancora alto della disoccupazione giovanile, l’aumento del numero dei giovani che non studiano e non lavorano, il rischio crescente della dipendenza giovanile da stupefacenti, alcool e gioco, il clima di incertezza e in qualche caso anche di violenza che si respira anche tra le nuove generazioni. Fanno invece ben sperare le indicazioni che giungono dai diversi mondi che compongono la società civile. Penso in particolare al mondo del lavoro, con il settore imprenditoriale, agricolo e industriale, con il settore commerciale e con il settore della cooperazione. Ma penso anche al mondo dei nostri enti culturali ed educativi, con le due università in crescita, le accademie, le grandi scuole statali e paritarie, le società sportive. Penso ancora al grande mondo del welfare e a quello delle associazioni, con il volontariato ad esse collegato, patrimonio straordinariamente prezioso. Penso, infine, al mondo dei nostri Oratori e degli altri enti educativi più specificamente ecclesiali, espressione di una cura generosa e sapiente della nostra Diocesi per i ragazzi e per i giovani.

Ho apprezzato in particolare la sincera disponibilità dei responsabili dei settori di questi mondi di operare a favore dei giovani, la consapevolezza della rilevanza di questo tema che in realtà è molto di più di un argomento cui dedicare convegni e giornate di studio. È indispensabile passare ad una fase più decisamente progettuale ed operativa, unire le forze e prima ancora le intelligenze. L’auspicata alleanza sociale, cui si faceva cenno, preservata dal rischio del confronto inconcludente, potrebbe davvero condurre a scelte sapienti e a proposte efficaci. Personalmente, avrei tanto piacere che i giovani diventassero davvero una priorità e che guardando a loro si valutassero tutte le proposte che la società e in particolare la politica intende mettere in campo, con una specifica attenzione, mi permetto solo di accennare, alla questione femminile, in particolare al rapporto tra professione e maternità.

Ai giovani vorrei dire: siate voi stessi. Date respiro alle qualità che contraddistinguono la primavera della vostra vita e che tutti noi abbiamo conosciuto: l’esuberanza, la fantasia, il coraggio ma anche il senso dell’onore, la lealtà, la radicalità, la purezza. Non temete di decidervi e di scegliere, non siate perennemente incerti. Siate liberi in coscienza, appassionati ricercatori della verità, coltivatori di quel sano senso critico che è sempre costruttivo. Non permettete che siamo altri a pensare al vostro posto, non cedete al condizionamento di un’opinione pubblica che solo apparentemente è neutrale. Sappiate affrontare la grande sfida della libertà: diversamente da quanto spesso si pensa, essa non è arbitrio e indisciplina, non è resa incondizionata alle proprie voglie, ma sapiente governo di sé stessi e ordine di vita. Nella sua prima lettera così si esprime l’apostolo Giovanni: “Scrivo a voi giovani perché siete forti e la Parola di Dio rimane in voi e avete vinto il maligno” (1Gv 214). È così che Giovanni pensa i giovani: forti e vittoriosi, capaci di sostenere la lotta mortale contro il maligno e in grado di non uscirne sconfitti. Questa è vera libertà. Il segreto di questa vittoria liberante è il radicamento nella Parola di Dio, cioè la piena comunione con Dio che si è rivelato in Cristo. I giovani che credono attingono la loro energia di vita alla sorgente di bene che scaturisce dal mistero stesso di Dio, dall’amore onnipotente che è il cuore trafitto di Gesù.

Ritorniamo così ai santi patroni Faustino e Giovita, martiri per amore di Gesù e giovani vittoriosi. Primizia del cristianesimo bresciano, essi sono anche l’esempio di una fede fresca, appassionata e – oserei dire – estrema. È la fede dei giovani. Di questa ha bisogno anche oggi la Chiesa: di una fede che si mantenga giovane a tutte le età e di una fede che conquisti le attuali giovani generazioni. Una fede che rifletta la perenne giovinezza del Vangelo e dimostri tutta la sua forza di vita. “La Chiesa ha bisogno di più primavera – ha scritto papa Francesco – e la primavera è la stagione dei giovani”.

All’intercessione preziosa dei nostri santi patroni affidiamo questo desiderio sincero, mentre invochiamo su tutti nostri giovani, per mezzo loro, la benedizione del Signore.