L’arte del buon governo

L’omelia pronunciata dal vescovo Tremolada durante la S.Messa pontificale nella Basilica dei Santi Faustino e Giovita

Siamo riuniti in un clima di festa per celebrare i nostri santi patroni. La liturgia ci ricorda che essi sono anzitutto martiri di Cristo, testimoni fino al sangue della loro fede in Gesù, redentore dell’umanità. Noi, tuttavia, li ricordiamo e li veneriamo anche come difensori della nostra città. Secondo la tradizione, infatti, essi appaiono nel cielo di Brescia durante i giorni di un feroce assedio, per scongiurare il massacro di una popolazione stremata. Le circostanze del loro intervento ci fanno molto pensare. Si tratta di un’azione militare ordinata per rivalsa. Amareggia non poco constatare che tra città cristiane si giungesse alla guerra per ragioni pretestuosamente politiche. Le popolazioni in realtà pagavano allora il prezzo di scontri voluti da orgogliosi casati, esclusivamente preoccupati del loro prestigio e dei loro guadagni. Erano duchi che si sentivano piccoli Cesari e assoldavano eserciti per rivendicare il loro potere contro libere decisioni di libere città.

Viene alla mente la parola che Gesù pronunciò un giorno, pensando al grande Cesare che governava l’intero mondo allora conosciuto. Ai Giudei che gli chiedevano se era giusto pagare il tributo all’imperatore romano, egli rispose: “Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”. Quella frase è divenuta celebre. Qual è però il suo significato preciso? Per rispondere è bene ricordare la richiesta che l’ha preceduta. Gesù chiese in quella circostanza ai suoi interlocutori di portargli una moneta, sulla quale era impressa, appunto, l’effige di Cesare, cioè dell’imperatore romano regnante. Ricevuta la moneta, stranamente Gesù domandò di chi fosse l’immagine riportata; egli, infatti, sapeva benissimo di chi si trattasse. La domanda aveva però uno scopo: ricordare ciò che il Libro della Genesi dice a proposito della creazione dell’uomo, e cioè che l’uomo fu creato “a immagine e somiglianza di Dio”. Ecco allora l’insegnamento da raccogliere: sulla moneta è stata impressa l’immagine di Cesare, ma nell’uomo è impressa l’immagine di Dio. Come a dire che lo stesso Cesare è un uomo creato a immagine di Dio e che in questo modo egli deve guardare agli altri essere umani su cui esercita il governa. Se a Cesare si deve dunque la tassa in nome della sua autorità e per il suo compito amministrativo, a Dio di deve la gratitudine di esistere come esseri umani a immagine sua e il dovere di guardare ogni essere umano nella sua prospettiva, cooperando al compimento della sua originaria vocazione. Tutto ciò che esiste è per gli uomini, tranne gli uomini stessi. Nessuno sarà mai padrone di un’altra persona umana e nessuno avrà mai il diritto di offenderne o comprometterne la dignità. Al contrario, tutti sono chiamati a promuovere il bene di tutti, in modo libero e consapevole, dando così al vivere comune la sua forma più vera.

Occorrerà dunque che nella società qualcuno assuma questo compito, che lo ricordi e lo onori, che se ne faccia garante in modo autorevole. Ecco dunque chi sono i politici: gli architetti della convivenza sociale, i costruttori della comunità civile, gli artefici del bene comune. Di questo vorrei dunque parlare in questa occasione, a noi tanto cara, dei santi patroni Faustino e Giovita: vorrei con voi meditare sul grande valore della politica, sulla nobiltà del suo scopo e sulla necessità del suo esercizio. E vorrei subito dire che il compito del governo della società va considerato come il compito più alto e più delicato in ambito sociale, ma anche come il più affascinante e appassionante. Da esso dipende in larga parte il vissuto di intere popolazioni. Questo vissuto, infatti, per non precipitare nel caos, deve assumere la forma della società civile, attraverso l’amministrazione degli stati, nel quadro della comunità internazionale. Di questo appunto si occupa la politica. Di più, la politica va intesa come l’arte del governare, che consente ad una pluralità di persone di sentirsi un popolo, cioè una comunità solidale chiamata a condividere lo stesso destino e a costruire una vera civiltà. Perché questa è l’umanità: una comunità di comunità, un popolo di popoli, la grande famiglia dei figli di Dio.

La tradizione culturale dell’Europa, all’interno della quale l’eredità della civiltà greco-romana è stata sapientemente accolta dal Cristianesimo, ha sempre tenuto la politica in alto onore. La storia europea, purtroppo, ci ha offerto esempi addirittura spaventosi di un esercizio perverso dell’autorità politica; ma proprio il giudizio severo espresso poi nei loro confronti, dimostra la rilevanza da sempre attribuita alla politica dal pensiero illuminato del nostro continente. L’opinione pubblica – bisogna riconoscerlo – non sempre si è allineata su questo giudizio. Anche al momento attuale non è scontato ritenere che siamo di fronte a una realtà importante e preziosa. Fa bene perciò a tutti riascoltare qui le parole di Giorgio La Pira, sindaco indimenticabile di Firenze negli anni del dopo guerra e figura esemplare di politico animato da spirito cristiano. Così egli si esprimeva: “Non si dica quella solita frase poco seria: la politica è una cosa brutta! No. L’impegno politico – cioè l’impegno diretto alla costruzione cristianamente ispirata della società in tutti i suoi ordinamenti a cominciare dall’economico – è un impegno di umanità e di santità; è un impegno che deve poter convogliare verso di sé gli sforzi di una vita tutta tessuta di preghiera, di meditazione, di prudenza, di fortezza, di giustizia e di carità”. Parole forti e di grande risonanza, a cui viene spontaneo affiancare quelle di san Paolo VI, il nostro amato papa bresciano, che in forma estremamente sintetica ma assai efficace diceva della politica: “È la forma più alta della carità”.

La politica va anzitutto amata. Va cioè guardata nella sua verità, considerata per quello che è e deve essere. Va riscattata da pregiudizi e contraffazioni ma anche difesa e protetta. È infatti tremendamente esposta al rischio di venire strumentalizzata o sfruttata. Questo accade per il grande potere che essa ha in vista dell’adempimento del suo compito. Governare una nazione, una città, un paese, dare alla convivenza degli uomini la sua forma più bella per la felicità di tutti è una vera e propria missione. Chi si impegna a compierla merita il rispetto e la gratitudine di tutti, ma certo si assume anche una grave responsabilità, di cui è giusto avere coscienza.

La sapienza di sempre e la tradizione cristiana in particolare ci indicano alcune parole chiave che stanno alla base di un politica degna di questo nome. Tra queste vorrei richiamarne tre, che mi sembrano capaci di catalizzare valori e atteggiamenti essenziali all’esercizio del buon governo. Esse sono: L’onestà anzitutto. Il cancro della politica è la ricerca spregiudicata dell’interesse privato o di gruppo, cioè la corruzione. Chi accetta di svolgere questa missione dovrà essere integro, prima nelle intenzioni e poi nelle azioni, dedito unicamente alla nobile causa del bene comune. Nessun compromesso con il tornaconto, economico ma anche di immagine. Il potere politico non è un fine e non va quindi cercato per se stesso. L’ebbrezza del potere dei governanti è una delle esperienze più tragiche che una società può fare, come dimostra drammaticamente la storia. Don Luigi Sturzo, del cui Appello ai Liberi e Forti è stato recentemente ricordato il centenario, così identificava alcune regole del buon politico: onestà, sincerità, distacco dal denaro; non sprecare i finanziamenti pubblici, non affidare incarichi a parenti, non promettere l’irrealizzabile, non credere di essere infallibili, informarsi e studiare quando non si sa, discutere serenamente e obiettivamente. E aggiungeva: “Quando la folla ti applaude, pensa che la stessa folla potrà divenire avversa. Non inorgoglirti se approvato, né affliggerti se osteggiato. La politica è un servizio per il bene comune”.

Il buon esercizio della politica domanda poi profondità. Chi governa è chiamato a guadagnare uno sguardo attento e non superficiale, ad assumere un atteggiamento umile di fronte alla complessità delle cose, a coltivare quella saggezza che deriva dall’esperienza ma anche dall’esercizio naturale e costante della riflessione. L’arte del buon governo domanda tanto pensiero, tanta capacità di ascolto e di dialogo, la rinuncia ad ogni forma di violenza verbale, l’onestà di non far leva sull’emotività e sulla paura. La democrazia nasce e si sviluppa sull’esercizio pacato del confronto delle opinioni, nella ricerca onesta della verità di cui nessuno è padrone. In politica si è concorrenti non nemici, chiamati appunto a concorrere, cioè a contribuire, al bene di tutti, nella dialettica costruttiva tra maggioranza e opposizione. Non si è inesorabilmente condannati allo scontro. La politica non è un’arena, ma piuttosto un’agorà, una piazze dove si discute anche animatamente e con passione ma sempre nel rispetto delle persone e delle idee. L’obiettivo di un vero dialogo non è quello convincere gli altri che noi abbiamo ragione ma di guadagnare insieme una visione sempre più profonda delle cose, in vista di decisioni importanti per la vita di tutti

Profondità in politica significherà poi avere radici e affondarle nel terreno di un umanesimo illuminato, che rinvia ad una visione della vita e del mondo nella quale l’uomo avrà sempre il posto di onore che merita. Nulla gli andrà mai anteposto. La grandezza e la dignità dell’uomo, di ogni uomo e donna, costituiscono il valore assoluto e indiscutibile, intorno al quale si unificano poi tutti gli altri valori di cui una società umana non può fare a meno. Sono i valori che ritroviamo nella Carta dei Diritti dell’uomo e che per noi cristiani rinviano alla visione dell’uomo che il Vangelo di Cristo ha dischiuso e che la dottrina sociale della Chiesa ha composto in sintesi. La politica ha bisogno di attingere costantemente alla sua sorgente vitale, che altro non è se non il senso di umanità. Per guidare la società umana occorre guardarla come la guarda Dio, suo Creatore e Redentore, cioè con rispetto e affetto, con il desiderio di vedere tutti liberi e felici.

Infine, la lungimiranza. Ci soccorre di nuovo l’esempio di Giorgio La Pira. Di lui giustamente si è detto che coniugava sapientemente utopia e realismo. Era un uomo che sapeva sognare e insieme costruire. Chi assume la responsabilità politica è chiamato a collegare con intelligenza il presente al futuro, a capire cosa è bene fare oggi in vista di ciò che sarà domani. L’arte del governare ha bisogno di progettualità. Non sarà mai un semplice navigare a vista, non potrà accontentarsi di scelte puramente tattiche, che procurino un consenso immediato senza però dare solidità al vissuto in vista del futuro. La politica attua ciò che è possibile ma sempre nell’orizzonte più ampio del desiderabile, cioè nella tensione verso quel bene perfetto di cui è bene avere sempre coscienza. La vera politica avvia processi, attiva movimenti virtuosi, delinea percorsi a lungo termine. Non ricerca l’apprezzamento istintivo nel presente ma la gratitudine sincera nel futuro. È onesta e coraggiosa perché fondata sulla gratuità e sul limpido desiderio di servire la società.

Abbiamo bisogni di uomini e donne di governo che sappiano leggere quelli che il Concilio Vaticano II ha chiamato i segni dei tempi, che sappiano riconoscere le trasformazioni in atto e raccoglierne le sfide. Oggi ci attendono infatti decisioni importanti e condivise sull’inizio e il fine vita, sul ruolo della scienza e della tecnologia, sui fenomeni migratori e sull’intercultura, sull’influenza dei social media, sui cambiamenti climatici, sul calo delle nascite, sulle conseguenze della cresciuta aspettativa di vita, sulle trasformazioni in atto nel mondo del lavoro. Un’attenzione privilegiata andrà conferita al rapporto tra politica ed economia, per impedire che quest’ultima si procuri un’indebita e pericolosa egemonia. Solo una forte e sana politica riuscirà a creare – come auspicato da papa Francesco – nuovi modelli economici più inclusivi ed equi, non orientati al servizio di pochi, ma al beneficio della gente e della società”.

Quanto alla Chiesa, essa non intende “fare politica”, se questo significa schierarsi a favore o contro specifiche formazioni politiche. Essa vorrebbe piuttosto contribuire ad “educare alla politica”. Compito della Chiesa – scriveva il cardinale Carlo Maria Martini – sarà anzitutto quello di “formare le coscienze, poi di accompagnare le persone nei momenti e nelle circostanze difficili, di garantire una preparazione permanente che tenga conto del mutare delle cose e del presentarsi di nuovi problemi all’orizzonte dell’umanità, di stimolare le energie intellettuali a operare e confrontarsi entro larghi orizzonti. Per essere credibili – aggiungeva – bisognerà porsi non tanto sopra le parti, quanto al di sotto delle parti, ossia nella profondità della coscienza civile del paese”. Per educare alla politica, occorrerà fornire conoscenze di tipo culturale, storico, legislativo, che consentano un’opera di educazione popolare di base, di coscientizzazione in vista della partecipazione democratica. Occorrerà, inoltre, suscitare esperienze concrete di collaborazione e di dialogo e anche di confronto dialettico con i cittadini di varie tendenze, secondo i vari stadi e stagioni della vita. Occorrerà, infine, dare possibilità di conoscere e di utilizzare gli strumenti d’intervento democratico che già ci sono o che si possono promuovere. In una parola, occorrerà educare al discernimento popolare, inteso come esercizio di una capacità di lettura della realtà che conduca a decisioni adeguate ed efficaci.

In una democrazia matura, la politica si esercita attraverso i partiti. Ma prima dei partiti c’è la società, prima della aggregazioni politiche c’è la cittadinanza. Alla base di tutto c’è la comunità degli esseri umani e il bene comune. La vera politica considera i partiti strumenti necessari ma si interessa prima di tutto del bene della comunità umana. I partiti passano, nascono e invecchiano e in qualche caso muoiono. Il compito di amministrare la vita pubblica resta. Il nostro auspicio è che esso rimanga sempre ancorato alla ricerca del bene comune come regola che lo ispira. Nel terreno che precede il confronto tra le forze politiche chiamate a legiferare, sempre ci dovrà essere spazio per un dialogo pacato e onesto che ponga a tema la convivenza civile. Abbiamo bisogno di uomini e donne di buona volontà e di ampie vedute, che prima di sentirsi parte di un gruppo identificato da un simbolo si sentano parte della grande famiglia umana, chiamata a coltivare quella pace sociale che altro non è se non una condizione di vita ricca di valori e carica di sentimenti.

Come dicevo lo scorso anno in questa medesima circostanza, pensando in particolare ai giovani e al loro futuro, “il segreto starà nel riscoprire l’esperienza dell’essere a pieno titolo e insieme cittadini, cioè destinatari e protagonisti della cittadinanza, cioè dell’appartenenza alla propria comunità civica nel quadro della comunità internazionale. Si delinea così una sorta di alleanza sociale, che diverrà terreno fecondo e insieme ambito costante di verifica per una politica che sia sempre più arte del buon governo, in grado di assumere con onestà, profondità e lungimiranza il suo indispensabile compito. Partiamo dunque dal territorio, per costruire una nuova esperienza di governo della società, più capace di difendersi dalle logiche di potere che la inquinano e la indeboliscono, più attenta al vissuto quotidiano, più progettuale, creativa, coraggiosa, riflessiva, dialogica, non aggressiva ma propositiva, all’altezza delle sfide del momento presente. L’esigenza di dare risposta al bisogno di vita che viene dal territorio potrà condurre ad una sapiente sinergia sociale, animata da una visione culturale e spirituale”.

Affidiamo questo desiderio sincero e questo fermo proposito all’intercessione dei nostri santi patroni. Essi che hanno difeso la città di Brescia da un attacco crudele e insensato, ci aiutino a fare di questa stessa città, ma anche delle altre città e paesi sparsi sul territorio bresciano, delle vere comunità coese, dinamiche e solidali, anche attraverso l’opera generosa e sapiente di quanti si dedicano alla missione del governo.

Vegli su tutti noi la Madre di Dio, che nella nostra città amiamo invocare come Beata Vergine delle Grazie. Ci stringa nel suo abbraccio materno e ci custodisca nella pace.

Faustino e Giovita, santi giovani

“Martiri per amore di Gesù e giovani vittoriosi. Primizia del cristianesimo bresciano, essi sono anche l’esempio di una fede fresca, appassionata ed estrema. È la fede dei giovani. Di questa ha bisogno anche oggi la Chiesa”. Così Il vescovo Tremolada, nell’omelia pronunciata nella Basilica dei Ss. Faustino e Giovita, durante il solenne pontificale per la festa dei Santi Patroni.

Ho la gioia di celebrare per la prima volta insieme a tutti voi la Solennità dei santi patroni Faustino e Giovita. Alla loro intercessione la Chiesa di Brescia da secoli si affida e ogni anno fa festa per loro, sentendosi da loro difesa, guidata, amata. Martiri di Cristo, questi santi hanno mostrato per la loro parte quanto fossero vere le parole rivolte da Gesù ai suoi discepoli: “Guardatevi dagli uomini, perché vi consegneranno ai loro tribunali e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe; e sarete condotti davanti a governatori e re per causa mia, per dare testimonianza a loro e ai pagani”. Sono le parole che abbiamo ascoltato nel brano del Vangelo di Matteo appena proclamato. Davvero Faustino e Giovita hanno dato testimonianza davanti a governatori e re, nella Brescia del romano impero. Lo hanno fatto con coraggio e con umile fermezza, non temendo di mostrarsi cristiani. Li animava una convinzione profonda, che l’apostolo ha ben espresso nel brano della Lettera ai Romani proposto a noi dalla liturgia come seconda lettura. San Paolo, infatti, prima si domanda: “Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?”. Quindi risponde: “In tutte queste noi siamo più che vincitori, per virtù di colui che ci ha amati”. Apparentemente sconfitti dai loro carnefici, questi martiri in realtà sono dei trionfatori: l’amore di Dio che ha conquistato i loro cuori ne ha fatto degli autentici ambasciatori della forza rinnovatrice del Vangelo, nei primi decenni della vita della Chiesa.

Secondo la tradizione Faustino e Giovita erano persone molto in vista. “Nacquero a Brescia – è stato scritto – da nobile e cospicua famiglia fra l’anno novantesimo e novantaseiesimo di nostra salute. I loro genitori, capi del senato bresciano, erano pagani … Nulla sappiamo dei loro primi anni, ma è certo che appartennero all’ordine equestre e furono perfetti cavalieri e gentiluomini, come lo esigeva la nobiltà del loro lignaggio”. Dunque personalità di rilievo anche dal punto di vista sociale.

C’è però un particolare che io vorrei oggi sottolineare, a mio giudizio molto significativo, ed è quello del loro martirio in età giovanile. Faustino e Giovita morirono giovani, o meglio, offrirono la loro vita per Cristo nella stagione della giovinezza. È un particolare che ritroviamo nella tradizione letteraria e che riceve conferma da tutta l’iconografia riguardante questi martiri bresciani.

Ha indubbiamente il suo fascino poter invocare come patroni dei giovani. Il sentimento che sorge al pensiero di questo affidamento è un misto di sicurezza e di freschezza. È un sentimento che evoca protezione ma anche passione per la vita, slancio ed entusiasmo, forza di speranza – tratti questi tipici dell’animo giovanile. Viene poi spontaneo affidare a patroni giovani tutti i giovani, in particolari i nostri giovani, i giovani di questa Chiesa, di queste terre, di questa amata città.

Sorge tuttavia anche un’altra esigenza: quella di condividere nella circostanza odierna qualche riflessione sull’attuale condizione dei giovani, sulle loro attese e le loro speranze, sul contributo che essi possono offrire alla società e alla Chiesa, sul compito e la responsabilità del mondo degli adulti nei loro confronti. Vorrei tentare di spendere al riguardo qualche parola, perché si tratta di un tema che mi sta molto a cuore ed anche perché all’orizzonte si profila l’evento del Sinodo sui giovani, la cui celebrazione si terrà, per volontà di papa Francesco, nel prossimo mese di ottobre. Abbiamo voluto promuovere in diocesi un ascolto dei giovani serio e sereno, che consideriamo indispensabile in vista di un’azione successiva da progettare e sviluppare insieme. E poiché questo ascolto si è effettivamente avviato ed è tuttora in corso, avrei piacere di offrire qui un primo riscontro, facendo per così dire risuonare la voce dei giovani che hanno voluto condividere con noi il loro pensiero. Sono emerse attese, aspirazioni, speranze che domandano seria considerazione. Provo qui a riassumerli, cercando di dire con parole più concise e certo meno cariche di vita, quanto essi hanno espresso finora con ben altra intensità.

 I giovani vorrebbero vedere persone più innamorate della vita, più capaci di diffondere entusiasmo; persone che parlano di felicità e non soltanto di regole, che aprono prospettive e danno respiro, che seminano speranza. “Parte del malessere dei giovani – dicono – proviene dall’esserci trovati immersi nel benessere e nel consumismo, senza che qualcuno ci aiutasse a riconoscerne i rischi”.

I giovani cercano valori incarnati in volti precisi e persone di cui fidarsi. Avrebbero piacere di incontrare adulti che sappiano ascoltare i loro progetti con fiducia e che si ricordino di essere stati giovani.

Domandano inoltre coerenza e trasparenza, onestà e sincerità. Vorrebbero meno ipocrisia e doppiezza, meno pregiudizi.

Esigono un grande rispetto per la loro libertà e rifiutano ogni forma di imposizione, ma si mostrano desiderosi di comprendere e apprezzano tutto ciò che viene presentato con convinzione e competenza. Sentono l’esigenza di spazi di autentico confronto, perché si ritengono naturalmente portati a valorizzare le diversità.

Ci esortano a privilegiare l’interno rispetto all’esterno, a creare occasioni e ambienti per coltivare l’interiorità, aprendo così nuovi orizzonti e offrendo possibilità di sane relazioni. Lasciano trasparire un forte bisogno di spiritualità.

Chiedono di essere ascoltati con sincerità, di non essere frettolosamente giudicati, di venire rispettati nella loro originalità. Lamentano di sentirsi spesso marginali e di venire anche sfruttati. Rivendicano il diritto di essere nel giusto modo protagonisti e constatano a malincuore che troppo spesso le decisioni sono prese da altri o che le nuove presenze vengono fagocitati da entità e logiche di potere. I giovani avrebbero piacere di contribuire a costruire un mondo nel quale adulti e giovani imparino con umiltà gli uni dagli altri.

Un dato in particolare vorrei segnalare, che si impone per il suo carattere paradossale: riguarda il desiderio dei giovani di avere famiglia e di generare figli. Un’indagine promossa dall’Università Cattolica segnala da un lato un forte desiderio di maternità e paternità nei giovani di oggi, dall’altro la decisione effettiva e diffusa di procrastinare di molto la generazione di un figlio. Emerge qui una evidente distanza tra la tensione ideale e il duro confronto con la realtà. “Il desiderio di avere una famiglia c’è nella testa dei giovani – si legge in un intervento dei giovani – ma purtroppo non è sempre fattibile. Ci vuole molto impegno e sacrificio per averne la possibilità”. Si riconoscono qui in modo evidente le responsabilità del mondo adulto.

Siamo così necessariamente invitati a interrogarci su quello che è il nostro compito, il compito dell’attuale società nei confronti dei suoi giovani. Non potremo e non dovremo sottrarci a questo interrogativo serio. Quello dei giovani, con un’attenzione specifica alla natalità, è infatti il punto strategico di un rilancio complessivo del nostro vivere civile, un crocevia, un banco di prova per tutta la società e in particolare per la nostra società bresciana. Occorre avere il coraggio di aprire nuove strade o, pe meglio dire, di avviare con decisione processi promettenti.

Il segreto starà nel riscoprire l’esperienza dell’essere a pieno titolo e insieme cittadini, cioè destinatari e protagonisti della cittadinanza, intesa come coscienza della comunità civile nella sua dimensione più vera. Una comunione di cittadini che si precisa ulteriormente nella direzione di un radicamento locale e diviene senso vivo di appartenenza alla propria terra, fierezza delle proprie tradizioni e della propria cultura, desiderio di coltivare onestamente una forma di vita serena e prospera, apertura ad ogni contributo positivo, impegno intelligente e creativo per giungere a realizzare i propri obiettivi: il tutto senza chiusura, ma con un respiro universale.

Si delinea così una sorta di alleanza sociale, decisamente suggestiva ed efficace, che sarà in grado di contrastare, almeno sul proprio territorio, il potere di un’economia rapace ispirata dal principio del profitto ad oltranza, supportata da una tecnica svincolata per principio da ogni regola morale. Questa stessa alleanza sociale diverrà terreno fecondo e insieme ambito costante di verifica per una politica sempre più vera, che torni ad essere con decisione arte di governo, in grado di assumere con onestà, intelligenza e lungimiranza il suo indispensabile compito.

Partiamo dunque dal territorio per costruire una nuova esperienza di governo della società, più capace di difendersi dalle logiche di potere che la inquinano e la indeboliscono, più attenta al vissuto quotidiano, più progettuale, creativa, coraggiosa, riflessiva, dialogica, non aggressiva ma propositiva, all’altezza delle sfide che il momento chiede di affrontare. L’esigenza di dare risposta al bisogno di vita che viene dal territorio potrà condurre ad una sapiente sinergia sociale, animata da una visione cultuale e – mi sento fortemente di aggiungere – spirituale.

I nostri giovani hanno bisogno di segnali forti e chiari di rinnovamento. Ci chiedono una svolta nel nostro modo di vivere insieme, cioè di impostare la società. Ne va del loro futuro. Non possiamo permetterci di illudere e di deludere. Promesse vaghe e proposte di propaganda non servono e non fanno bene. È tempo di assumere sul serio la sfida di quel domani che si costruire nell’oggi e che esige un pensiero alto e onesto, lungimirante e insieme concreto. È necessario avviare ora ciò che porterà a un reale cambiamento nel futuro prossimo e in quello remoto. Occorre pensare ai frutti futuri di un’azione ben impostata sin d’ora, quei frutti che vedranno e gusteranno quanti continueranno a vivere dopo di noi. Il mondo è più loro che nostro! Liberati da una testarda e inconfessata gelosia, forse dovremmo avere l’onesta di riconoscerlo. Un cuore puro e pacificato diventa capace di guardare alle nuove generazioni con tutto l’affetto che meritano, con l’attenzione e la cura che si attendono, con la sincera soddisfazione di vederli felici. Non potremo mai perdonarci di aver anche solo indebolito la loro speranza.

Il poco tempo di permanenza qui a Brescia non mi ha tuttavia impedito di cominciare a percepire problemi seri sul versante giovanile, ma anche segnali positivi. Ci preoccupa il tasso ancora alto della disoccupazione giovanile, l’aumento del numero dei giovani che non studiano e non lavorano, il rischio crescente della dipendenza giovanile da stupefacenti, alcool e gioco, il clima di incertezza e in qualche caso anche di violenza che si respira anche tra le nuove generazioni. Fanno invece ben sperare le indicazioni che giungono dai diversi mondi che compongono la società civile. Penso in particolare al mondo del lavoro, con il settore imprenditoriale, agricolo e industriale, con il settore commerciale e con il settore della cooperazione. Ma penso anche al mondo dei nostri enti culturali ed educativi, con le due università in crescita, le accademie, le grandi scuole statali e paritarie, le società sportive. Penso ancora al grande mondo del welfare e a quello delle associazioni, con il volontariato ad esse collegato, patrimonio straordinariamente prezioso. Penso, infine, al mondo dei nostri Oratori e degli altri enti educativi più specificamente ecclesiali, espressione di una cura generosa e sapiente della nostra Diocesi per i ragazzi e per i giovani.

Ho apprezzato in particolare la sincera disponibilità dei responsabili dei settori di questi mondi di operare a favore dei giovani, la consapevolezza della rilevanza di questo tema che in realtà è molto di più di un argomento cui dedicare convegni e giornate di studio. È indispensabile passare ad una fase più decisamente progettuale ed operativa, unire le forze e prima ancora le intelligenze. L’auspicata alleanza sociale, cui si faceva cenno, preservata dal rischio del confronto inconcludente, potrebbe davvero condurre a scelte sapienti e a proposte efficaci. Personalmente, avrei tanto piacere che i giovani diventassero davvero una priorità e che guardando a loro si valutassero tutte le proposte che la società e in particolare la politica intende mettere in campo, con una specifica attenzione, mi permetto solo di accennare, alla questione femminile, in particolare al rapporto tra professione e maternità.

Ai giovani vorrei dire: siate voi stessi. Date respiro alle qualità che contraddistinguono la primavera della vostra vita e che tutti noi abbiamo conosciuto: l’esuberanza, la fantasia, il coraggio ma anche il senso dell’onore, la lealtà, la radicalità, la purezza. Non temete di decidervi e di scegliere, non siate perennemente incerti. Siate liberi in coscienza, appassionati ricercatori della verità, coltivatori di quel sano senso critico che è sempre costruttivo. Non permettete che siamo altri a pensare al vostro posto, non cedete al condizionamento di un’opinione pubblica che solo apparentemente è neutrale. Sappiate affrontare la grande sfida della libertà: diversamente da quanto spesso si pensa, essa non è arbitrio e indisciplina, non è resa incondizionata alle proprie voglie, ma sapiente governo di sé stessi e ordine di vita. Nella sua prima lettera così si esprime l’apostolo Giovanni: “Scrivo a voi giovani perché siete forti e la Parola di Dio rimane in voi e avete vinto il maligno” (1Gv 214). È così che Giovanni pensa i giovani: forti e vittoriosi, capaci di sostenere la lotta mortale contro il maligno e in grado di non uscirne sconfitti. Questa è vera libertà. Il segreto di questa vittoria liberante è il radicamento nella Parola di Dio, cioè la piena comunione con Dio che si è rivelato in Cristo. I giovani che credono attingono la loro energia di vita alla sorgente di bene che scaturisce dal mistero stesso di Dio, dall’amore onnipotente che è il cuore trafitto di Gesù.

Ritorniamo così ai santi patroni Faustino e Giovita, martiri per amore di Gesù e giovani vittoriosi. Primizia del cristianesimo bresciano, essi sono anche l’esempio di una fede fresca, appassionata e – oserei dire – estrema. È la fede dei giovani. Di questa ha bisogno anche oggi la Chiesa: di una fede che si mantenga giovane a tutte le età e di una fede che conquisti le attuali giovani generazioni. Una fede che rifletta la perenne giovinezza del Vangelo e dimostri tutta la sua forza di vita. “La Chiesa ha bisogno di più primavera – ha scritto papa Francesco – e la primavera è la stagione dei giovani”.

All’intercessione preziosa dei nostri santi patroni affidiamo questo desiderio sincero, mentre invochiamo su tutti nostri giovani, per mezzo loro, la benedizione del Signore.