Sette trappole da evitare

PRIMO PIANO

Per una sana comunicazione di coppia

FUTURI SPOSI: SETTE TRAPPOLE DA EVITARE

I fidanzati devono affrontare numerose sfide se non vogliono finire prigionieri di

situazioni capaci di sabotare il loro bagaglio di belle speranze. Per il benessere

affettivo e relazionale delle future famiglie si dovrebbe pensare a una sorta di

“contratto” comunicativo. Ce ne parla Vittoria Cesari Lusso, docente universitaria

presso le Università di Ginevra, Lugano e Neuchâtel, ricercatrice e terapeuta della

comunicazione, in un articolo pubblicato dal mensile “Famiglia oggi”.

di Vittoria Cesari Lusso

Cambia la comunicazione quando si diventa marito e moglie, rispetto al

tempo del fidanzamento? La risposta può variare dal “sì molto” al “quasi niente”,

a seconda del modello di vita a due che si pratica. Il polo “sì molto” corrisponde

alla situazione, definiamola “tradizionale”, nella quale il matrimonio coincide

con il passaggio dalla casa dei genitori a un proprio nido, segnando l’inizio

della convivenza tra i due sposi. Soltanto dopo il “fatidico sì” la nuova coppia inizia

dunque a condividere un tetto, spazi e incombenze quotidiane. Il polo “quasi

niente” invece si riscontra quando lui e lei già convivevano da tempo e

magari avevano già messo al mondo uno o più figli. Situazione ormai tutt’altro che

rara ai nostri tempi.

Tra queste due polarità troviamo tutta una casistica di situazioni

intermedie: si stava già assieme durante le vacanze; ciascuno aveva già un proprio

appartamento indipendente, ciò che consentiva incontri più o meno fugaci e furtivi;

anche dopo il matrimonio, si vive e si lavora in città diverse per cui ci si ritrova solo

per il fine settimana.

La situazione che comporta i più radicali cambiamenti sul piano

comunicativo è senza dubbio quella più tradizionale. La prenderò quindi come

situazione di riferimento per evidenziare una serie di sfide che i due protagonisti

devono affrontare se non vogliono finire prigionieri di trappole comunicative capaci

di sabotare il loro bagaglio di belle speranze. Ma la riflessione si potrebbe

rivelare utile anche per coloro che rientrano negli altri modelli.

I GESTI, LE QUESTIONI E I TEMPI DELL’AMORE

Cos’è che genera cambiamenti nella comunicazione durante il passaggio dal

fidanzamento al matrimonio? Ci sono almeno tre fattori che meritano di essere

evidenziati: il tipo di relazione; le questioni di cui si parla; il tempo. Vediamoli

con ordine.

IL TIPO DI RELAZIONE

Dopo l’infanzia, le fasi dell’innamoramento e del fidanzamento con i loro rituali

comunicativi costituiscono una delle esperienze di vita maggiormente capaci di

nutrire l’identità positiva del soggetto. Cosa succede infatti di solito in questi

momenti? Succede che gli innamorati non cessano di proferire parole e

promesse che fanno sentire l’altro unico, straordinario, meraviglioso, degno di

ammirazione e capace di stupire. E oltre alle parole, ci sono gli sguardi, i gesti

affettuosi, le attenzioni. Linguaggi spesso ancora più potenti delle parole stesse.

Tutto questo avviene anche perché la relazione con l’altro non viene data

per scontata e la persona amata è vista come un terreno tutto o in parte

ancora da conquistare. Il desiderio dell’altro, che conosce sfumature appassionate

in questa fase, funziona insomma come una potente lente che esalta le qualità della

persona amata, celandone nel contempo i limiti.

Il matrimonio e l’inizio della convivenza segnano quindi un importante

cambiamento psicologico su questo piano: il desiderio si è realizzato e la

relazione con l’altro assume ormai i caratteri del bene acquisito su cui si può

contare. Certo, oggi, con il divorzio largamente praticato e con l’allentamento delle

norme morali riguardanti la fedeltà, un certo grado di incertezza rimane. Tuttavia,

dopo il fatidico “sì” in chiesa o in municipio qualcosa cambia sul piano della

percezione: il partner si trasforma da soggetto ideale non ancora definitivamente

espugnato in persona reale, presente nel quotidiano.

LE QUESTIONI DI CUI SI PARLA

Prima del matrimonio, gli argomenti di cui i due promessi sogliono parlare

contribuiscono quasi sempre a rafforzare l’immagine dell’altro come

dispensatore di gratificazioni. Si parla di ciò che amiamo nell’altro, di gusti, idee

e valori che si condividono; di amici e nemici comuni; di progetti vicini e lontani da

realizzare insieme. Dopo il matrimonio gli scambi dovranno allargarsi a tutta

una serie di compiti quotidiani (a volte anche alquanto gravosi e fastidiosi) che

implicano un’infinità di decisioni da negoziare e continui scambi per

stabilire chi fa che cosa. Tale allargamento prenderà a volte la forma di

“alluvione”, nel senso che non ci sarà quasi più spazio o energie per alimentare il

dialogo con scambi stile fidanzamento.

In un mio recente libro sulla comunicazione interpersonale ricordo a questo

proposito che viviamo nell’epoca e nelle società della negoziazione perenne dei

rapporti interpersonali. Diversamente accadeva in passato o accade tuttora in

 

altre culture. In altre parti del mondo i diversi ruoli (ad esempio, ciò che deve fare

un marito, oppure una moglie) sono rigorosamente codificati e predeterminati. Ciò

che invece spesso non è ben determinato a priori è il prezzo delle varie merci:

quando viaggiamo in quei Paesi ci stupiamo – a volte ci scandalizziamo – degli

infiniti (estenuanti, per alcuni di noi) mercanteggiamenti che si fanno nei souk.

Ebbene, da noi, se è vero che non si contratta quando si va al supermercato,

quante e quante negoziazioni interpersonali si svolgono in famiglia! Si

negozia: a chi tocca fare la spesa, pagare le fatture, portare i figli dal pediatra,

prendere questa o quella decisione quotidiana, come stabilire chi invitare, se andare

o no a pranzo dai suoceri, dove passare le vacanze, ecc… Non a caso, quando

arriva il momento delle decisioni concernenti i preparativi per il

matrimonio, iniziano in certi casi a manifestarsi i primi “temporali

comunicativi”.

IL FATTORE TEMPO

Con il matrimonio aumenta solitamente il tempo che si trascorre assieme.

Se due persone decidono di sposarsi è anche perché ciascuna rappresenta agli occhi

dell’altro la compagnia più gradevole che si possa immaginare. Quando si è

fidanzati, l’idea di stare sempre assieme e di fare tutto assieme appare

come una prospettiva ricca di infinite piacevoli e dolci promesse. Il

ragionamento è in fondo il seguente: se adesso che siamo fidanzati è bellissimo

ritrovarci qualche mezza giornata alla settimana, quando potremo trascorrere

assieme sette giorni su sette la dose di piacere non potrà che aumentare

proporzionalmente. Il ragionamento spesso mostra dopo il matrimonio qualche

pecca: in effetti, anche le cose più buone al mondo stancano un po’ se sono

assunte in overdose.

LE SETTE TRAPPOLE DA EVITARE

Quanto detto non vuole scoraggiare il matrimonio, anzi! Quando funziona, la

vita a due rappresenta uno dei fulcri della terrena felicità. Ma per costruire una

relazione che duri negli anni, con reciproca soddisfazione, occorre investire

molte energie e prendere una serie di precauzioni, che concernono anche la

comunicazione. Su questo piano, se si vuole avere il massimo di probabilità di far

parte tra venti, trenta, quarant’anni delle coppie che hanno saputo costruire una

gratificante e stabile relazione, è importante superare alcune convinzionitrappola

che elenco qui di seguito. Un modo per essere più sicuri di superarle,

è quello di stipulare prima del matrimonio una sorta di contratto

comunicativo, contenente alcune clausole che mi sembrano essenziali per una sana

comunicazione di coppia.

PRIMA TRAPPOLA

Pensare che sul piano della comunicazione

tutto sarà come prima automaticamente.

È la questione di cui ho parlato nelle righe precedenti, quindi mi limito qui a citare

le clausole da inserire nel contratto. Gli sposi si impegnano a:

– praticare almeno tre volte a settimana aspetti della comunicazione

correntemente utilizzati nel fidanzamento, quali complimenti reciproci, sguardi

positivi di ammirazione, piccole sorprese;

– stabilire regole chiare su chi fa che cosa e esplicitare con serena chiarezza le

reciproche esigenze e aspettative;

– concedersi rispettivamente, se auspicato, spazi di autonomia per praticare

attività o frequentare amici in modo indipendente.

SECONDA TRAPPOLA

Pensare che non si abbia bisogno

di imparare ad ascoltare il proprio partner.

Più approfondisco le mie ricerche e i miei studi in materia di comunicazione e più mi

convinco che saper ascoltare non è una manna che viene dal cielo, ma una

pianticella che va coltivata e accuratamente accudita. Essa sembra proprio

non crescere spontanea in natura. Forse, durante il fidanzamento ci si ascolta

di più, ma in generale in molte coppie la comunicazione avviene secondo questo

schema: «Sai, caro, oggi è stata una giornataccia in ufficio »; «Non parlarmene, a

me è andato tutto storto»! Oppure: «Da un paio di giorni ho un po’ di mal di testa »;

«Adesso che lo dici, mi fai venire in mente che c’è stato un periodo in cui avevo

paura che la testa mi scoppiasse».

Cosa voglio dire con questi esempi? È che anche in età adulta si conserva una

certa dose di egocentrismo infantile, e in genere si tende a parlare più volentieri

di ciò che ci concerne in prima persona che ad ascoltare in modo interessato ciò che

l’altro vorrebbe comunicarmi.

Clausola da inserire nel contratto:

quando il mio coniuge desidera parlarmi delle sue gioie o dei suoi dolori, mi

impegno a non mettere in avanti subito le mie proprie gioie e i miei propri

dolori, bensì gli dedico tutta la mia attenzione affinché possa esprimere quello che

sente, magari cercando anche di fare domande pertinenti per aiutarlo a sviluppare

ciò che desidera dirmi.

TERZA TRAPPOLA

Pensare che quando si vuol comunicare

tutti i luoghi vanno bene.

Non è vero: un contesto adatto non solo è opportuno, è indispensabile.

 

Clausola da inserire nel contratto:

quando abbiamo qualcosa di importante da dirci, evitiamo di farlo in condizioni

di fretta, di nervosismo o in presenza di altre persone, ma cerchiamo di scegliere

un luogo e un momento adatto.

QUARTA TRAPPOLA

Credere che chi mi ama possa facilmente indovinare

cosa desidero e sento senza che io lo dica.

È vero che la persona di cui mi sono innamorato mi ha spesso mostrato che

riesce a intuire meglio di chiunque altro cosa succede dentro di me. Si tratta

di una sensazione meravigliosa. Come era meraviglioso da piccoli accorgersi

che gli adulti erano capaci di mettere delle parole sui nostri sentimenti,

sensazioni e bisogni inespressi. Cosa succede infatti nel primo periodo della vita,

quando il cucciolo umano non sa ancora parlare? Succede che gli altri parlano per

lui, interpretando i suoi gorgheggi e i suoi pianti: «Ah… hai fame! Hai caldo! Vuoi

dire che ti piace! Reclami delle coccole! Ti fa male il pancino!».

Poi il piccolo comincia a parlare. Grande conquista, ma come ben mostrano tutti

gli studi sulla psicologia dello sviluppo, tutte le conquiste evolutive hanno un

prezzo da pagare: così come quando si impara a camminare si deve abbandonare

il piacere di essere sempre portati in braccio, quando si impara a parlare si deve

rinunciare al comfort di “essere indovinati”. Anche in età avanzata conserviamo

poco o tanto la beata speranza che chi ci sta vicino indovini cosa vogliamo senza

bisogno di dirlo.

Vorremmo insomma che chi ci sta accanto fosse una sorta di veggente. Diventare

adulti vuol anche dire abbandonare tale sogno e imparare a esprimere in

prima persona, con parole adeguate, tutta una serie di desideri, bisogni,

percezioni, aspettative che il nostro prossimo non può indovinare.

Clausola da inserire nel contratto:

ti sarò grato(a) quando indovini quello che c’è nella mia mente e nel mio

cuore, ma se ciò non accade mi impegno a esplicitarlo con parole adeguate.

QUINTA TRAPPOLA

Essere costantemente convinti che se la comunicazione

non funziona la colpa è sempre degli altri!

Nei suoi celebri lavori sulla comunicazione Jacques Salomé afferma che il problema

centrale nelle relazioni interpersonali è passare “dal reazionale al relazionale”.

Reazionale è la comunicazione che soggiace a quella che potrebbe essere

chiamata la dittatura delle emozioni negative. Parlo per sfogare le mie paure,

la mia rabbia, il mio nervosismo, le mie frustrazioni, le mie antiche nevrosi, senza

tenere in considerazione l’effetto che le mie parole avranno su di te. Senza

preoccuparmi insomma della nostra relazione. È un modo questo di parlare che fa un

uso smisurato di frasi del genere «Tu non capisci niente», «Sei tu che…», «Non si

può discutere con te», «Tu mi fai arrabbiare», «È tutta colpa tua». Un’infinità di

Tu…Tu… Tu…, che ricordano l’esasperante suono di un telefono occupato! È

un modo di esprimersi che costituisce un vero e proprio virus nefasto per la

salute della relazione. A questo proposito direi che le relazioni si “ammalano” più

frequentemente delle persone! Esistono vaccini contro tale virus?

La clausola da inserire nel contratto:

se ci accorgiamo che dopo sposati il nostro modo di comunicare somiglia

troppo spesso a un telefono occupato «Tu… Tu… Tu…», ci impegniamo a

riflettere sulle modalità di comunicazione, leggendo magari un paio di buoni

testi in materia e/o a seguire qualche corso sulla comunicazione interpersonale.

SESTA TRAPPOLA

Sottovalutare le contraddizioni tra il verbale e il non verbale.

È noto che nella comunicazione ci serviamo di una molteplicità di canali,

verbali e non verbali. Ciò arricchisce l’interazione, ma può anche generare

FATTORI PROTETTIVI

CONTRO LA QUINTA TRAPPOLA

Molti studiosi hanno isolato alcuni fattori

protettivi, tra i quali figura al primo posto lo

sviluppo di tre capacità fondamentali:

– avere consapevolezza delle proprie

emozioni, ossia riconoscere i propri talloni di

Achille emotivi che ci fanno iper-reagire;

– utilizzare un linguaggio “Io”: «Io mi

innervosisco… Io mi sento frustrato quando vivo

questa o quella situazione». In tal modo si assume

la responsabilità dei propri sentimenti senza

accusare subito l’altro;

– capire che non posso cambiare l’altro, ma

possono cambiare l’effetto che l’altro ha su di me

e il tipo di relazione che io ho con lui.

 

problemi, in particolare quando c’è incongruenza tra i due canali, ad

esempio: lei fa il muso, ma dice che va tutto bene. Lui le dice che è d’accordo di

fare una certa spesa, ma la guarda di traverso. Se tale tipo di comunicazione

diventa usuale nella coppia la relazione finirà prima o poi con l’ammalarsi.

Clausola da inserire nel contratto:

ci impegniamo a evitare il ricorso a messaggi contraddittori.

SETTIMA TRAPPOLA

Sottovalutare la complessità del rapporto con i suoceri.

Non posso dilungarmi nello spazio di questo articolo su tale tema, che merita

sicuramente un serio approfondimento al di là dei soliti stereotipi. Voglio solo

ricordare un aspetto che ho sviluppato in un mio libro dedicato al rapporto tra le

generazioni. Oggi si parla molto di relazioni interculturali a proposito di

contatti tra culture diverse, ma va considerato che ogni famiglia – anche

quelle che vivono da sempre sullo stesso territorio – costituisce un

microcosmo culturale in sé. Da questo punto di vista, ogni persona

proveniente dall’esterno costituisce una sorta di “straniero” e gli shock

culturali con la famiglia del coniuge sono sempre in agguato, come ci

ricordano due testimonianze. «A casa mia era normale invitare amici a cena

anche all’ultimo momento, invece dai miei suoceri ciò non si fa assolutamente.

Già invitano poco, ma quei pochi inviti devono esse annunciati molto prima.

Inoltre, a casa mia si ride e si scherza, dai miei suoceri sembra di essere in

chiesa». Oppure: «Ci sono delle differenze che mi hanno molto sbalordito tra

casa mia e quella dei genitori di mia moglie: il fatto che da loro tutti conoscono

più o meno la situazione finanziaria degli altri. Da noi era un tabù».

Clausola da inserire nel contratto:

ci impegniamo certo a rispettare i nostri rispettivi genitori ma anche a

evitare, da un lato, le idealizzazioni troppo frettolose, dall’altro i giudizi

spietatamente critici. Personalmente mi pare giovi mantenere una chiara

distinzione anche in termini di appellativi tra i ruoli di madre e suocera,

di padre e suocero. Chiamare la propria suocera “mamma” e il proprio suocero

“papà” è per certi aspetti un simpatico gesto che mostra la volontà di costruire

positive relazioni, ma rischia di confondere a livello inconscio figure, ruoli e

persone fra loro molto diverse. Confusione che può bloccare il cammino, che

occorre sempre compiere per conoscere l’altro così com’è e non come lo si

immagina, e creare rischiosi transfert emotivi inconsci.

BASTA UN “CONTRATTO” PER VIVERE FELICI?

Basta sottoscrivere un contratto contenente le suddette clausole per garantire una

buona qualità della comunicazione dopo il matrimonio? Diciamo che è già un buon

aiuto per lanciarsi in tale impegnativa e affascinante comune avventura.

Tuttavia, è mia convinzione che se le attività di preparazione al matrimonio

sono importanti, altrettanto importante sarebbe offrire corsi dopo un anno,

due anni di esperienza, e nei grandi momenti di svolta, come la nascita dei

figli, le crisi, le migrazioni… La comunicazione è una pianta che si coltiva tutta la

vita.

 

Il sacramento diventa dramma: la crisi nel matrimonio (parte I)

Con questo scritto vorrei parlare, a partire dalle sollecitazioni odierne e dalla situazione attuale, della drammatica possibilità che il sacramento del matrimonio si trasformi in tragedia, che il matrimonio “fallisca”, come si suole dire. Dobbiamo ora riflettere su questo tema, perché sappiamo vivere queste situazioni nel Signore e/o aiutare chi le vive a non distruggere il senso della loro vita.

1. LE RADICI ULTIME DI OGNI CRISI.

Cominciamo subito col richiamare la nostra attenzione su una certezza della nostra fede, che forse stiamo troppo dimenticando: esiste nel cuore di ciascuno di noi e nel mondo in cui viviamo una lotta, uno scontro fra il bene e il male.
E chi sono i personaggi, diciamo così, che prendono parte a questo scontro, i contendenti?
Anche per rispondere a questa domanda dobbiamo metterci in ascolto profondo della Parola di Dio, come ci è stata predicata dalla Chiesa.
Essa ci dice che il primo partecipante a questo scontro è il demonio, il satana: egli esiste, è sempre attivo e cerca di indurre ogni sposo ed ogni sposa a trasgredire la santità, a deturpare la bellezza dell’amore coniugale.
Ma esiste anche ed è sempre attiva un’altra persona: è lo Spirito Santo che abita nel cuore di ogni credente e lo spinge soavemente e fortemente verso tutto ciò che nel matrimonio è vero, è buono, è bello, è santo.
E poi, in questo scontro, ci siamo noi: ciascuno di noi, ciascuna sposa e ciascuno sposo nel suo matrimonio. In forza del sacramento del matrimonio, gli sposi sono resi partecipi dello stesso amore di Cristo, come abbiamo spiegato in una catechesi precedente; sono resi capaci di amare collo stesso amore di Cristo. Ma questo avviene in un cuore nel quale continua a permanere la suggestione e l’attrattiva del male.
Ecco, abbiamo individuato il luogo più profondo  (il nostro cuore) dove hanno origine anche le crisi del matrimonio, poiché in questo luogo ha semplicemente origine la storia di ciascuno di noi.

Tuttavia, proprio a questo punto devo richiamare un’altra verità della nostra fede: la potenza vittoriosa del Signore Risorto. Se leggiamo attentamente la S. Scrittura, vediamo che spessissimo quando Dio si rivolge a qualcuno, inizia sempre il suo dialogo con un “Non temere…”. E se leggiamo attentamente le lettere di S. Paolo, vediamo che spessissimo Egli ricorda ai suoi fedeli la forza invincibile del Signore, la “straordinaria grandezza della sua forza” (Ef. 1, 19), la “efficacia della sua forza” e inviterà i suoi fedeli con queste parole: “attingete forza nel Signore e nel vigore della sua potenza” (Ef. 6, 10). Ecco perché in qualunque situazione possiamo trovarci nel nostro matrimonio, il Signore è sempre più grande e più forte del male in cui, responsabilmente o non, possiamo cadere.

2. LE CRISI DEL MATRIMONIO

Alla luce di queste verità della nostra fede possiamo ora vedere quali crisi possono investire un matrimonio e come  comportarsi in esse.

2. 1. Cominciamo da quelle quotidiane, così possiamo chiamarle, crisi che possono accompagnare la vita matrimoniale. Esse possono nascere da mancanza di dialogo fra i due sposi, di confidenza reciproca profonda, a volte anche dai piccoli muri di incomprensione e di risentimenti che possono gradualmente sorgere. È assai importante che gli sposi siano vigilanti nella custodia del loro cuore da tutte queste attitudini che spesso nascono dall’orgoglio. Per costruire una profonda comunione coniugale, attraverso l’usura del quotidiano, è necessaria una grande umiltà che sola permette di sciogliere ogni principio di ruggine, di incomprensione e di risentimento.

2. 2. Tuttavia può essere l’inizio o il segno di una crisi ben più profonda che può investire il matrimonio. È la crisi che potremmo chiamare di “stanchezza“, di “abitudine”, di “noia”: si è stanchi del proprio matrimonio, perché ci si è abituati in un modo che spesso se ne è perfino annoiati. È una situazione che è molto grave, e purtroppo oggi più frequente di quanto si pensi. Molto grave perché può portare fino alla rottura vera e propria. Significativamente veniva chiamata la “crisi del decimo anno”. Veniva chiamata. Infatti anche una recentissima inchiesta svolta in una regione del Nord Italia ci ha detto che spesso questo accade nei primi quattro anni di matrimonio.
Dobbiamo riflettere molto profondamente su questo tipo di crisi, per prevenirla e per guarirne. Proviamo a chiederci: quando ci annoiamo di qualcosa? Se facciamo attenzione, vediamo che la noia è la conseguenza della ripetizione. Ci si annoia quando si ripetono sempre le stesse cose. Ci si annoia quando non esiste più l’imprevisto; quando si esclude che possa esistere o accadere qualcosa di nuovo nella nostra vita: sempre lo stesso, sempre uguale. Ecco il terreno di cui si nutre la noia.
Ma se è così, allora noi comprendiamo subito che esiste un solo, vero antidoto alla noia: l’amore. Chi ha il cuore pieno di amore possiede un tale anticorpo che appena il germe patogeno della noia si introduce nel nostro organismo spirituale, esso viene subito espulso. Perché l’amore non si annoia mai? perché, come dice un antico proverbio, anche se esso dice e fa sempre le stesse cose non si ripete mai. S. Francesco passò intere notti e giorni dicendo sempre: “Dio mio e mio tutto!”: come ha potuto farlo senza annoiarsi mai? l’amore non ripete mai, anche se continua a dire le stesse parole. L’amore è la novità continua; è sempre imprevedibile.

Abbiamo così raggiunto una convinzione assai importante: ci si annoia del proprio matrimonio quando fra gli sposi non vi è vero amore coniugale. E ora dobbiamo fermarci con molta attenzione su questo punto. E lo voglio fare nella maniera più semplice possibile.
In generale, di fronte ad un bicchiere di acqua non ci poniamo il problema se è acqua vera o falsa, poiché ciò che si presenta come acqua di solito è acqua. La cosa cambia col vino: ci si deve spesso preoccupare di sapere se ciò che ci si presenta, che appare come vino è vino. Dunque: esistono delle apparenze che ingannano, nel senso che ci fanno credere di essere ciò che non sono. In questo caso si parla di vero/falso: vino vero – vino falso. E dell’amore coniugale si può parlare di vero amore coniugale e di falso amore coniugale. Cioè: esiste un’apparenza di amore coniugale cui non corrisponde la realtà dell’amore coniugale. Ora l’apparenza può ingannarci per qualche tempo, più o meno lungo. Ma arriva il momento della verità e ci si rende conto della menzogna con cui i due sposi si erano ingannati ed allora dicono: ma noi non ci amiamo! Ed è la crisi di cui stiamo precisamente parlando.

Ma allora quando si confonde l’apparenza colla realtà dell’amore coniugale? molto brutalmente: quando si crede di amarsi perché semplicemente si sente una forte attrazione sessuale e subito si compiono, già prima del matrimonio, atti sessuali.

La confusione è di pensare che l’amore coniugale sia questo. Perché questo, dopo un po’ di tempo, stanca e genera la noia? Ancora una volta vorrei aiutarvi con alcuni esempi. Avete mai notato una strana differenza? L’occhio è fatto per la luce, tuttavia quando la luce è troppo intensa, esso ne soffre; non solo, ma non può stare sempre nella luce: ha bisogno di riposarsi nel sonno. L’orecchio è fatto per il suono, tuttavia il rumore continuo lo distrugge: ha bisogno di momenti di silenzio. La nostra intelligenza è fatta per la verità, tuttavia essa non si stanca mai di conoscerla: vorrebbe conoscere sempre più ed essere sempre meno ignorante. La nostra volontà è fatta per il bene e non si stanca mai di amare ciò che è bene, ciò che è bello, ciò che è giusto. Vedete: i sensi si stancano, si annoiano; lo spirito non si stanca mai perché è sempre nuovo. Se riduco l’amore coniugale ai sensi o poco più, prima o poi ci si stanca, ci si annoia perché si ripete.
Al contrario, ho sentito tanti sposi che dopo venti, trenta o cinquant’anni di matrimonio, mi dicono: “Ci amiamo come e più del primo giorno”. Ecco la perenne giovinezza dello spirito anche nel corpo che si va disfacendo, perché l’amore vero non può invecchiare…(continua).

Don Domenico

Grandezza e fragilità dell’amore coniugale (II parte)

2. Se ci siamo liberati da questi pregiudizi, se ci siamo levati come Mosé i calzari, possiamo ora entrare nel mistero dell’amore coniugale.

La caratteristica con cui immediatamente ci si presenta l’amore coniugale è che esso esiste solamente fra un uomo e una donna e non può esistere fra persone dello stesso sesso (come altre forme di amore). Se consideriamo la differenza fra l’uomo e la donna, una differenza puramente biologica, siamo dei superficiali. Partiamo, dunque, dalla riflessione su questo punto: è la porta d’ingresso nel mistero dell’amore coniugale. Vi ricordate come la S. Scrittura racconta la creazione dell’uomo e della donna?

L’uomo (maschio) si sente solo ed in questa solitudine soffre. Mentre dopo che il Signore, creato ogni cosa, vedeva che tutto era ben fatto, ora vedendo l’uomo in questa condizione, dice: “Non è bene che l’uomo sia solo“. Non è bene: l’uomo in questa condizione di solitudine, non ha raggiunto la pienezza del suo essere umano.

 Ora, che cosa fa il Signore? crea un altro uomo? crea la donna. Nella comunione reciproca fra l’uomo e la donna, la persona raggiunge la sua pienezza. Ed Adamo canta la sua prima canzone di amore: “questa sì che è carne della mia carne…”.

Le ricchezze delle differenze.

Ecco abbiamo pronunciato la parola “chiave” che ci apre il mistero dell’amore coniugale: comunione inter-personale. Che cosa è? Quando noi siamo di fronte ad una persona possiamo avere tre attitudini fondamentali.

+ Possiamo pensare (e dire): “come è utile che tu esista!”. È l’attitudine di chi guarda l’altra persona, pensando quali vantaggi eventualmente possono derivargli dalla sua conoscenza, dalla sua amicizia. È l’attitudine utilitarista.

+ Possiamo pensare (e dire): “come mi piace che tu esista!”. È l’attitudine di chi guarda l’altra persona come fonte possibile di piacere, come qualcosa che può procurargli piacere. È l’attitudine edonista.

 + Possiamo pensare (e dire): “come è bello che tu esista“. È l’attitudine di chi guarda l’altra persona vedendone la sua dignità, la sua preziosità che la rende degna di esistere, il suo valore in se stessa e per se stessa. È l’attitudine amorosa: è l’amore.

Facciamo ora un passo avanti, nella scoperta dell’amore coniugale. Questa terza attitudine è propria dell’amore come tale, non solo dell’amore coniugale. Come è presente nell’amore coniugale? Approfondiamo quell’attitudine amorosa.

L’amore che vede la dignità, la preziosità infinita della persona suscita un sentimento di venerazione per essa che prende corpo nel desiderio di dono all’altro. Ora possiamo donare all’altro ciò che possediamo, ciò che abbiamo: il nostro tempo, per esempio, il nostro denaro, l’esercizio della propria professione. Oppure possiamo donare se stessi, la propria persona: semplicemente non il nostro avere, ma il nostro essere. C’è una diversità fra i due doni? Una diversità abissale.

Il dono di ciò che hai, può essere misurato: …; il dono di te stesso non può essere misurato; o è totale o non esiste per niente. Il dono di ciò che hai può essere misurato nel tempo: …; il dono di se stesso, proprio perché totale, non può essere limitato nel tempo: è definitivo, è eternamente fedele. L’amore coniugale è dono totale, definitivo di se stesso all’altra persona, perché si è vista in essa una tale preziosità da non meritare niente di meno che non la propria persona.

 Fra le migliaia di persone che ha visto, questa è stata vista in una luce assolutamente singolare. “Questa è unica e merita il dono totale e definitivo non di tutto ciò che ho, ma di ciò che sono: di me stesso”: dice l’amore coniugale. Ecco perché, quando questo dono è accaduto, la persona non appartiene più a se stessa: si è donata per sempre.

Ma questo non è tutto il mistero dell’amore coniugale. Dobbiamo ora chiederci: come accade questo dono?

Esso avviene, nella sua forma più alta, attraverso l’atto con cui i due sposi diventano fisicamente e spiritualmente una sola persona. La sessualità coniugale è il linguaggio dell’amore coniugale: è la sua realizzazione più alta.

Vi ricordate che avevamo detto: la comunione inter-personale è l’essenza stessa dell’amore coniugale. E ci siamo chiesti: ma in che cosa consiste? È la comunione che consiste nel dono di se stessi che reciprocamente gli sposi si fanno, un dono totale e definitivo, che si realizza e si esprime nella sua forma più alta nel divenire una sola carne nell’unione sessuale.

3. Abbiamo parlato della grandezza dell’amore coniugale. Ma come ogni realtà grande, esso è anche molto fragile. Esso può essere rovinato, anche dagli sposi stessi. Dunque, ci sono pericoli. Quali sono, oggi, i più gravi, da cui guardarsi?

Il primo, il più grave di tutti è l’egoismo: è l’antitesi del dono di sé, e quindi dell’amore… la persona è se stessa solo nella misura in cui si dona.

E qui entriamo nella considerazione di un altro pericolo: concepire la propria libertà come autonomia, come affermazione di se stessi contro l’altro. La libertà non può essere intesa come facoltà di fare qualsiasi cosa: essa significa dono di sé. Quando lo sposo ha detto: “io prendo te come mia legittima…”, ha detto: da ora in poi tutta la mia libertà consisterà nel dimenticare me stesso per essere un puro dono fatto alla tua persona.

CONCLUSIONE

Permettetemi di concludere con un piccolo racconto. C’era una volta una persona che era talmente stolta che, quando si alzava alla mattina, non riusciva mai a ritrovare i suoi vestiti. Alla sera, non si decideva mai ad andare a dormire sapendo che poi al mattino avrebbe fatto fatica a ritrovare i suoi vestiti. Finalmente una sera trovò la soluzione: prese penna e carta e annotò il luogo dove deponeva il vestito. La mattina tirò fuori allegramente il suo taccuino e lesse: “la camicia”, eccola e se la infilò e così via, fino a che ebbe indossato tutto. “Si, ma io dove sono?” si chiese allora ansiosamente. Invano cercò, cercò e non riuscì a trovarsi.

Il Concilio Vaticano II ha detto una grande cosa: l’uomo ritrova se stesso solo attraverso il dono di sé.

L’uomo oggi sa tutto sui suoi vestiti, cioè su ciò che è più esterno al suo mistero. E su se stesso?

La vita è mia, quindi sono io a decidere di essa!

Siamo immersi in un dibattito culturale intorno ai temi della persona, della vita e della possibilità di scegliere riguardo alla conclusione di quest’ultima. Il pensiero che sembra farsi strada, anche invocando l’autorità della coscienza, si può riassumere nel seguente assunto: «la vita è mia e sono io a decidere di essa».

Ma la coscienza, che è ciò a cui ci riferiamo nelle decisioni importanti che riguardano la nostra esistenza, non è il tribunale che dà il placet per fare qualsiasi cosa.

Poiché da presupposti sbagliati si addiviene a conclusioni errate, ritengo che per affrontare l’argomento in modo corretto e onesto si debba procedere individuando il significato di “persona”. Solo a partire da qui, la nostra coscienza, illuminata dalla fede e dalla ragione, può esprimere giudizi sensati e giusti.

Distinguiamo, anzitutto tra cose e persone. Le cose sono oggetti, la persona è un soggetto personale singolarissimo e irripetibile. I diritti e i doveri sono dei soggetti personali, non degli oggetti. La persona è sempre l’unità di corpo materiale e anima spirituale . L’unione è tale che uno non esiste senza l’altra e viceversa. Il corpo non sarebbe un corpo “umano” senza l’unione con l’anima. Si tratta non di un’unione funzionale, ma vitale, sostanziale. Nel computer l’unione tra i componenti interni e la corrente elettrica è funzionale, ma computer ed elettricità sono realtà differenti e possono esistere separatamente l’uno dall’altra. Non così nella persona umana. Dire che la persona è un soggetto personale significa che ha un valore proprio, e non strumentale. Ad esempio, la matita ha valore strumentale, in quanto serve per scrivere.
La persona, poi, è unica, irripetibile, inconfondibile, insostituibile. E’ un individuo che possiede un’unità interna ed è differente dagli altri. Da qui la ragione propria e specifica del rispetto dovuto ad ogni essere umano. La persona è un essere razionale, non solo perché fa atti razionali, come il pensare, il parlare ecc., ma perché il suo essere è spirituale. La razionalità non è un atto che la persona compie, ma un modo di essere. Non è dunque richiesto che la razionalità sia presente come operazione in atto, ma è sufficiente che sia presente come capacità essenziale: così è persona anche chi dorme, chi è portatore di disabilità, l’embrione o il malato terminale. Qualcuno obietta che a noi la persona si manifesta attraverso la sua razionalità. Ebbene, un individuo non è persona perché si manifesta come tale, ma, al contrario, si manifesta così perché è persona. Il cane non è cane perché abbaia, ma al contrario, abbaia perché è cane. Dire persona è affermare una realtà ontologica (appartenente all’essere), pertanto o la persona è o non è: il possesso di uno statuto personale non si acquista o diminuisce gradualmente, ma è un evento istantaneo e una condizione radicale. Non si è più o meno persona, non si è “pre-persone” o “post-persone” o “sub-persone”. C’è poi chi afferma che l’uomo è persona quando è in grado di manifestare determinate proprietà, come la libertà, la capacità di stabilire una vita di relazione, la coscienza di sé. Ora, ridurre una persona alle sole sue funzioni, che può essere in grado di esercitare oppure no, comporta una limitazione del suo valore intrinseco e può introdurre una pericolosa discriminazione fra chi ha e chi non ha determinati requisiti.
La persona coincide con l’essere umano: unità di corpo e anima. Per questa ragione tutti gli uomini hanno la stessa dignità, anche se non hanno ancora o non hanno più la possibilità di manifestare alcune facoltà.

C’è poi differenza tra persona e personalità. Con “persona umana” si vuole indicare tutto ciò che è specifico dell’uomo, che lo differenzia da tutti gli altri esseri, quanto ne fonda la dignità e i diritti ed esiste in un individuo concreto. La “personalità”, invece, esprime la progressiva manifestazione delle caratteristiche della persona. Tali caratteristiche le consentono di raggiungere lo sviluppo grazie a fattori sociali, psicologici e morali.

Al concetto di persona è indissolubilmente legato quello di dignità e valore da rispettare. La ragione fondante del valore e della dignità sta nel fatto che la persona umana gode di un’interiorità che la costituisce come soggetto e la apre all’Assoluto, e dunque è fine in se stessa; ciò fa si che essa possieda un’inviolabilità indiscutibile, oltre a diritti-doveri fondamentali. Ne consegue che la sua dignità, il suo valore e la sua indisponibilità ad essere mezzo o strumento per l’altro, si fondano sul fatto che l’uomo non è soltanto materia, ma è uno spirito-incarnato.

Da ultimo, ci domandiamo come si forma il corpo e da dove viene l’anima. L’origine del corpo è ben documentata dalla scienza. L’origine dell’anima umana non può essere scientificamente documentata, ma neppure scientificamente smentita, perché è una realtà spirituale. Come tale non può provenire dalla materia, né inerte né organica. Ma neppure può avere origine dall’anima dei genitori, perché essendo essa semplice non può pensarsi come una particella che si stacca dall’anima dei genitori. La risposta è che l’anima spirituale di ogni essere umano è creata direttamente da Dio nel momento stesso del suo concepimento. Cioè, chi ha “progettato” l’uomo come unità di corpo e anima, ossia Dio, si serve della materia per formare ciò che è materiale; la realtà spirituale, invece, è l’orma diretta della sua presenza dentro di noi.

Grandezza e fragilità dell’amore coniugale (I parte)

Mi è stato chiesto di scrivere ad ogni numero della Badia una riflessione sulla famiglia e dintorni e colgo l’opportunità per  balbettare qualcosa sulla grandezza (e sulla fragilità) dell’amore coniugale. Ho detto “balbettare”. L’amore, infatti, in particolare l’amore coniugale è un cosi grande evento e mistero che di esso si può solo balbettare.

Prima, tuttavia e purtroppo, dobbiamo fare quello che fece Mosé, prima di avvicinarsi al roveto ardente dove era presente il fuoco della Gloria di Dio. Egli, su ordine del Signore, si levò i calzari, perché stava per entrare in un luogo santo. Anche noi stiamo per entrare in un luogo santo, l’amore coniugale. Anche noi dobbiamo prima toglierci i calzari, cioè liberarci da tutte le idee sbagliate, i pregiudizi che oggi circolano sull’amore coniugale e che più o meno tutti respiriamo.

1. Il primo pregiudizio, il più tremendo, da cui dobbiamo liberarci se vogliamo penetrare nel grande mistero dell’amore coniugale, è quello di pensare che la libertà consista nel non prendere mai impegni definitivi. È di pensare che essere liberi significa non essere legati a nessuno. È di pensare che la forza più grande della nostra libertà consista nel dire “no”, piuttosto che nel dire “sì”. Ho detto che questo pregiudizio è tremendo. Non è una esagerazione. Chi, infatti, si lascia dominare da questo pregiudizio, può veramente giungere fino alla distruzione spirituale di se stesso e dell’altra persona. Mi spiego con un esempio.

Quando noi comperiamo una cosa, normalmente ci viene data con un certo periodo di garanzia. Che cosa significa “periodo di garanzia”? significa che tu da subito entri in possesso della cosa, tuttavia non intendi dare un consenso a tenerla per sempre, se non a condizione che tutto funzioni bene. Se l’esperimento non ha un buon risultato, ciascuno si riprende ciò che è suo.

Proviamo ora a trasferire questo “contratto con garanzia” al rapporto uomo-donna nel matrimonio. I due non si uniscono se non “a condizione che” tutto funzioni bene; se il risultato non è soddisfacente, ciascuno si riprende il suo. Ecco, vedete: si ha qui una sorta di contratto di uso reciproco, nel quale ciascuno non intende impegnarsi per sempre. Ciascuno prova ad usare altro. C’è qualcosa di tremendo in tutto questo, perché si riduce la persona propria e dell’altro ad una cosa di cui fare uso. “Usa e getta”, dice chi si lascia dominare dal pregiudizio che essere liberi significhi non assumersi mai impegni definitivi.

Chi si lascia prendere da questo pregiudizio, solitamente apre il suo cuore ad un secondo pregiudizio, ugualmente molto pericoloso. Vorrei spiegarvelo partendo da alcuni esempi molto semplici.

Se noi in una giornata molto calda passiamo davanti ad un banco di gelati ed abbiamo molta sete, subito sentiamo un grande desiderio di comperarne uno e mangiarlo. Se, al contrario, non abbiamo sete, il gelato non esercita su di noi nessuna attrattiva. Proviamo a riflettere un poco su questa esperienza. Notiamo subito che l’oggetto che attira la nostra attenzione, non ha in se stesso un suo proprio valore: interessa in quanto è capace di spegnere la nostra sete. Se non ho sete, esso non esercita più nessun interesse. È la mia sete che rende così interessante il gelato. Vale, insomma, perché ne ho bisogno.

Il secondo pregiudizio sull’amore coniugale consiste nel confondere l’amore coll’attrazione, col bisogno che sento di un’altra persona per la mia felicità. L’altra persona vale perché mi soddisfa, perché ne ho bisogno.

Si nota facilmente come questi due pregiudizi sono legati fra loro. Se vuoi una persona per il bisogno che ne senti, la vuoi solo se e solo fino a quando ella è in grado di soddisfare il tuo desiderio di essa. L’amore coniugale diventa un contratto a rischio.

Esiste, infine, un terzo pregiudizio: che sia possibile un amore vero senza una profonda unità spirituale, che cioè l’amore si possa ridurre ad un’unione fisica-sessuale. Come vedremo, l’amore coniugale è anche profonda intimità sessuale. Il pregiudizio oggi molto diffuso è che sia possibile separare la sessualità dall’amore; che “amare” significhi semplicemente “avere rapporti sessuali”. In una parola: ridurre il rapporto uomo-donna alla sessualità, separandola dall’unione spirituale e chiamare questo “amore”.

Sono tre pregiudizi. Di essi dobbiamo completamente liberarci, se vogliamo comprendere il mistero dell’amore coniugale. Essi infatti, riducono ed impoveriscono la nostra libertà, e l’amore coniugale è la suprema manifestazione della libertà. Riducono ed impoveriscono la nostra capacità di desiderare, e l’amore coniugale è la suprema manifestazione della capacità del dono. Riducono ed impoveriscono la sessualità umana, e l’amore coniugale è la rivelazione della ricchezza integrale della sessualità umana.

Diamo anni alla vita e vita agli anni

A Roma si è svolto recentemente un convegno-studio sui problemi degli anziani. Leno, sempre sensibile alle varie iniziative sociali, ha voluto essere presente con un suo rappresentante. Diamo qui un breve resoconto di queste giornate di studio perché ognuno possa conoscere quanto il problema degli anziani sia sentito ed esiga soluzioni nuove ed urgenti.

1- LA LEGISLAZIONE PREVIDENZIALE ED ASSISTENZIALE A FAVORE DEGLI ANZIANI

La nostra epoca ben si può dire che ha rivoluzionato tutte le strutture sociali che hanno caratterizzato le generazioni passate fino ad un trentennio fa. Infatti alle prime forme di carità organizzata istituite dalla Chiesa per sopperire ai bisogni dei poveri si è giunti agli albori del 1900 alla forma di «Pubblica Assistenza e Beneficenza». La attuale legge fa appunto ancora obbligo ai Comuni ed alle Provincie di provvedere al ricovero degli infermi indigenti, negli Ospedali, degli inabili al lavoro e quindi degli anziani poveri, come pure dei minori abbandonati e degli alienati.

Anche il concetto della Pubblica Assistenza e Beneficenza è ormai superato e siamo passati alla forma di «Previdenza Sociale». Cosa vuol dire questo vocabolo che i Sociologi ed i Politici usano con tanta frequenza? Significa che un sempre maggior numero di categorie sociali «Lavoratori dipendenti» (coltivatori diretti, mezzadri, artigiani, commercianti, casalinghe, ecc.) non devono più aspettare la assistenza e beneficenza del Comune e della Provincia, erogazione che poteva essere data e anche negata a secondo dei casi, ma bensì appunto in forza di questo nuovo rapporto avere diritto alle prestazioni ospedaliere, alle cure mediche a domicilio, in ambulatorio, all’assistenza ostetrica, farmaceutica, specialistiche, invio in luoghi di cura, agli assegni familiari, ai giorni di malattia pagati, alla pensione e reversibilità, ecc.

Al punto in cui siamo il passo dalla «Previdenza Sociale» alla forma di «Sicurezza Sociale» è breve. Sarà quindi attuato anche in Italia quanto sancisce l’art. 38 della Costituzione. In Inghilterra ogni cittadino, appunto per il fatto di essere un cittadino, fruisce già di un assegno mensile; gli è quindi garantita la libertà dal bisogno.
Non facciamoci illusioni comunque perché i Poveri ci saranno sempre. Ce lo ricorda Gesù nel Vangelo. Resta tuttavia sempre valido l’impegno per la Società di rendere ad essi la vita più facile.

Va precisato che in Italia non vi è ancora una Legislazione volta alle particolari esigenze e necessità degli Anziani. Sono però problemi che già affiorano e vengono prospettati dai responsabili della vita nazionale e speriamo che trovino una possibile soluzione nella prossima legislatura.

2- MUTAMENTI NELLA POSIZIONE SOCIALE E FAMILIARE DEGLI ANZIANI

Abbiamo brevemente accennato ai mutamenti delle strutture sociali, mutamenti che hanno messo in crisi gli Anziani ed in particolare i più sprovveduti. Vediamo brevemente le cause della:

  • crisi nei rapporti con la famiglia
  • crisi nei rapporti sul lavoro
  • crisi nei rapporti con la società.

Nelle generazioni precedenti la nostra di quarantenni, l’Anziano era sinonimo di saggio, di virtuoso, del  «pater familias». I nostri padri ed i nostri nonni sono cresciuti e si sono formati nell’idea del «Vecchio» da cui tutto dipendeva, al quale tutti dimostravano, se non amore, rispetto ed obbedienza. Giungere quindi alla vecchiaia significava arrivare a questo traguardo. Anche sul lavoro l’Anziano aveva il posto preminente: era richiesto, consultato. L’esperienza che aveva acquistato nella sua vita lo poneva in una posizione di rispetto. Nell’officina l’apprendista guardava con venerazione l’operaio insegnante e con lui solidarizzava. Nella società civile i posti di responsabilità erano occupati solo dagli Anziani e la posizione del «Vecchio» era ambita e rispettata.

Con l’avvento della macchina e della tecnica questa posizione si è mutata e ai nostri giorni si è verificata una vera e propria emancipazione dalla tradizionale via. Nella società familiare i figli hanno iniziato una propria vita autonoma con proprie responsabilità morali e finanziarie. Dalla forma patriarcale si è passati a tante famiglie quanti ne sono i nuclei familiari; la formazione a piramide si è disciolta ed ogni famiglia parte da una comune base. Quindi anche per l’Anziano si è trattato di accettare tale impostazione e quindi anche per lui ripartire di nuovo, certo in una posizione di svantaggio rispetto ai giovani, e di mantenere se non di conquistare posizioni nell’inserimento in società (affetti, lavoro, svaghi, ecc.). L’Anziano ha dovuto rinunciare, quando ciò è anche possibile, alla propria potestà ed autonomia ed entrare nella famiglia dei figli come un semplice membro con tutti gli inconvenienti che tale posizione comporta. Sul lavoro l’Anziano si è trovato pure a dover sostenere la concorrenza delle nuove leve, ed anche qui con punto di partenza dì svantaggio, in quanto i giovani sono più pronti ad apprendere e ad adattarsi alle mutevoli fasi di lavoro che l’odierna produzione consiglia.

Anche nella società civile osserviamo che i giovani entrano nelle cariche pubbliche con impeto ed impegno spodestando chi tiene posizioni tradizionali. In tutte le discipline è entrato questo spirito nuovo cui non fa riscontro possibilità alcuna di intesa tra prima e dopo. Lo stesso dialogo alcune volte è più facile tra coetanei di nazionalità più disparate che non tra padre e figlio. Pure nella costruzione del dopo guerra, soprattutto nei grandi centri e città, l’abitazione è concepita in funzione del nucleo familiare autonomo: casette o appartamento in condominio ove i vani sono limitati ai genitori due o al massimo tre figli, con esclusione di altre persone.
Di tutto questo stato di cose di chi la colpa: dei giovani o degli anziani? Non sono più così buoni i giovani come lo erano stati gli attuali anziani?

Le cause vanno ricercate nelle mutate prestazioni dei mezzi che sono a nostra disposizione senza che l’uomo abbia potuto e saputo aggiornarsi ad usarli come strumenti per maggior elevazione; nella ricerca di una maggiore agiatezza da parte dei giovani; nel voler rifugiarsi da parte degli Anziani in posizioni ormai superate e anacronistiche; disparità di vedute dovuta anche alla maggior istruzione dei figli rispetto ai padri. E l’elenco potrebbe continuare. Quali le possibili soluzioni per appianare divergenze che alcune volte sembrano incolmabili?

(continua)