Dalla mia eternità cadono segni

Il tempo che stiamo vivendo è ricco di possibilità e di bellezza. Me lo ripeto con gioia crescente mentre stiamo concludendo le attività estive e già buttiamo un pensiero al prossimo anno pastorale che si apre carico di attese e di iniziative. È un tempo buono, dove il Padre è all’opera – in maniera molto più profonda e incisiva di quanto, a volte, ci è possibile intuire – e dentro il quale chiama anche noi a seminare, a coltivare, a raccogliere. I segni della sua presenza e della sua azione sono, a volte, proprio davanti ai nostri occhi spesso incapaci di riconoscerli, oppure ancora nascosti e in attesa sotto uno strato di terra, ma pronti a rivelarsi e a sorprenderci con i loro frutti quando meno ce lo aspetteremmo. Questo per dire che non è tutto facile, chiaro e immediato – e nessuno ci ha mai assicurato che lo sarebbe stato. Ma è tutto incredibilmente vero, bello e prezioso; tutto è amato da Colui che eternamente ama, ci ama. Mi piace ripartire così, quasi stropicciandomi gli occhi stanchi e annoiati, perché si lascino illuminare e entusiasmare dalla benedetta realtà che forma il nostro vivere.

“Giovani, fede e discernimento vocazionale”. Il tema per la prossima Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi, convocata per l’ottobre 2018, traccia le coordinate essenziali per un itinerario ecclesiale che si preannuncia di assoluto interesse e attualità anche per le nostre comunità cristiane.
È un itinerario che – come Chiesa bresciana – desideriamo condividere e fare nostro, perché diventi una delle linee prospettiche che orientano il cammino oratoriano
dei prossimi anni e ci aiuti a muoverci insieme, e insieme ricercare alcune ulteriori possibilità per continuare ad annunciare e testimoniare il Vangelo nel nostro tempo. Il titolo del cammino sinodale accosta infatti tre termini – giovani, fede, discernimento vocazionale – che costituiscono una sfida e nello stesso tempo una opportunità che ci sembra importante cogliere al volo. L’intenzione che sta all’origine e anima questa iniziativa di approfondimento ecclesiale riguarda infatti la missione propria della chiesa, espressa dal Documento preparatorio con queste parole: “la Chiesa ha deciso di interrogarsi su come accompagnare i giovani a riconoscere e accogliere la chiamata all’amore e alla vita in pienezza, e anche di chiedere ai giovani stessi di aiutarla a identificare le modalità oggi più efficaci per annunciare la Buona Notizia. Attraverso i giovani, la Chiesa potrà percepire la voce del Signore che risuona anche oggi”. Anche solo da questo breve enunciato possiamo cogliere alcune preziose e utili indicazioni operative.

Come già espresso nel titolo è innanzitutto evidente la scelta di legare insieme pastorale giovanile e vocazionale. Nel documento si parla infatti di “pastorale giovanile vocazionale”. Questa reciproca inclusione, pur nella consapevolezza delle differenze, è una prospettiva che – a livello diocesano – abbiamo fatto nostra già da qualche tempo, proprio perché diventi una delle caratteristiche che distinguono e qualificano l’opera educativa nei confronti delle giovani generazioni e, in modo ancor più specifico, il rapporto pastorale con il mondo giovanile. In secondo luogo si esprime con forza il desiderio di andare incontro ai giovani per accompagnare in modo significativo le loro scelte di vita e prendersi cura del loro percorso di fede. Tutto ciò – come ben sappiamo – non è assolutamente di facile e immediata realizzazione. Non poche sono infatti le difficoltà di incontro e dialogo, serio e continuativo, con un mondo giovanile che ci sembra sempre più sfuggente e indefinito. Si tratta dunque di avviare un “movimento di uscita” capace di incrociare le attese, i desideri, i bisogni e tutto il vissuto dei giovani, così profondamente segnato dalla elevata complessità e dai rapidi mutamenti del nostro contesto culturale. Per il prossimo anno pastorale proviamo, semplicemente ma non banalmente, a metterci in ascolto. Scegliamo l’ascolto come modalità di essere “chiesa in uscita”. L’ascolto è già fondamentalmente un atteggiamento di uscita da se stessi per lasciare spazio e prestare attenzione a ciò che è altro da sé.

Il “mettersi in ascolto” ci sembra infatti una modalità e uno stile intelligente e possibile di “uscire”, per incontrare, comprendere e accogliere il mondo giovanile. Ascoltare
ci aiuta, forse, anche ad operare un necessario cambio di prospettiva: da uno sguardo un po’ risentito e sfiduciato sui giovani (…perché non vengono alla messa, non partecipano alle iniziative, non fanno scelte sempre coerenti con la fede…), a uno sguardo più contemplativo e profondo, che ne coglie la bellezza e il valore, che pazienta, perdona, ama. “Accompagnare i giovani – precisa il documento in preparazione al Sinodo – richiede di uscire dai propri schemi preconfezionati, incontrandoli lì dove sono, adeguandosi ai loro tempi e ai loro ritmi; significa anche prenderli sul serio nella loro fatica a decifrare la realtà in cui vivono e a trasformare un annuncio ricevuto in gesti e parole, nello sforzo quotidiano di costruire la propria storia e nella ricerca più o meno consapevole di un senso per le loro vite.”. Non si tratta di somministrare questionari, ma di farsi vicino, di accostare e accompagnare con discrezione, andando oltre lo steccato dei nostri pensieri, delle nostre sicurezze e ragioni, per stabilire un dialogo sincero e un rapporto di reciproca fiducia, per ricercare insieme il senso autentico dell’esistere e, in esso, del credere, dello sperare, dell’amare.

“Mettersi in ascolto”, come Chiesa, significa anche farci continuamente più attenti e disponibili ai segni della presenza del Padre dentro la realtà che viviamo, per riconoscere e discernere la sua voce e i suoi inviti, così che le nostre scelte e le nostre azioni siano sempre più conformi alla sua volontà. È una paziente e fiduciosa ricerca dell’opera di Dio, un discernimento comunitario di ciò che lo Spirito opera, suscita e chiede. Questo potrà significare e comportare l’avvio di una verifica seria e serena sulla qualità della nostra azione pastorale e, in particolare sul nostro sentire e agire l’annuncio della fede ai giovani, ma è una fatica alla quale ci sottoponiamo volentieri, perché all’annuncio della fede ai giovani e al loro accompagnamento non possiamo proprio rinunciare. Anzi è proprio al mondo giovanile che volgiamo con fiducia e speranza il nostro sguardo, consapevoli che possono essere essi stessi i protagonisti più autorevoli e efficaci dell’annuncio e della testimonianza di fede ai loro coetanei. I giovani stessi sono, per le nostre comunità cristiane e i nostri oratori, la risorsa più bella e gli alleati più validi per far incontrare Dio agli altri giovani.

Per favorire alcune occasioni di incontro e ascolto dei giovani – e possibilmente di tutti i giovani, anche di quelli che non frequentano abitualmente i nostri ambienti e itinerari – mettiamo a disposizione degli oratori, dei gruppi e delle associazioni un semplice strumento che abbiamo chiamato listeners’ corner. Si tratta di una simpatica proposta – gestita e animata da un gruppo di giovani stessi – per interagire con altri giovani attorno ad alcune specifiche questioni. L’iniziativa – presentata dettagliatamente da un apposito volantino illustrativo – è strutturata in diverse fasi con l’obiettivo essenziale di creare delle concrete occasioni di ascolto, di esposizione (metterci la faccia), ma anche di rilettura e di comprensione di quanto emerge dall’ascolto. In questo modo tentiamo di sentirci coinvolti e partecipi, anche a livello locale, di quanto la Chiesa, con il Sinodo dei Vescovi, vivrà in forma universale.
Accanto a questa specifica proposta sarà importante continuare a coltivare una sensibilità, già per altro ben presente, per la vita e la vocazione di ogni giovane. Nella proposta degli itinerari formativi, delle iniziative annuali e estive (campi, pellegrinaggi, esperienze di missione e carità…), come in ogni occasione di incontro e dialogo personale l’attenzione alla dimensione vocazionale della vita può costituire un preciso e chiaro riferimento e criterio orientativo per tutta la pastorale giovanile. In questo contesto – in modo particolare e specifico per i presbiteri – la cura all’accompagnamento personale, la disponibilità alla confessione, al discernimento e alla direzione spirituale divengono aspetti di primaria importanza per consolidare tutta l’opera di annuncio del Vangelo.

Come ogni anno il lavoro e l’entusiasmo per portarlo avanti non ci mancano. In quest’opera ci sentiamo e ci poniamo, il più possibile, in comunione con il Padre e tra di noi, per poter realmente camminare insieme. Ci aiuterà sicuramente il Vescovo Pierantonio che, con tanta gioia e simpatia, accogliamo come un dono del Cielo e
una guida sicura per la nostra diocesi.

di Giovanni Milesi

Il Matrimonio, ultimo simbolo di eternità

Che cosa significa sposarsi?

Il matrimonio non sembra godere di buona salute, anzi qualcuno già da tempo lo ha dato per spacciato. Negli anni ‘70 si era profetizzata la morte del matrimonio e della famiglia, vista come il simbolo dell’oppressione che penalizza la libertà dell’individuo.

Si tratta di un fenomeno che si estende al di là del periodo della contestazione legato al ’68, ma che esprime un malessere maggiore di cui il matrimonio e la famiglia sono probabilmente l’indicatore più significativo.

Come osservava E. Durkheim nel 1888, «la famiglia non è né più né meno perfetta di quella di una volta: è diversa, perché le circostanze sono diverse».

Ma che cosa significa sposarsi?

Sposarsi è inserirsi all’interno di una storia ci precede e che ci accompagna. È scrivere la propria storia all’interno di questa Storia più grande. Ogni matrimonio ha una dimensione pubblica, è un rito e una festa.

Matrimonio significa letteralmente matrismunus, il dono della maternità: la parte più intima e segreta di noi, la sessualità e l’affettività assumono nel matrimonio, una veste pubblica.

Gli sposi vi sono coinvolti come persone fisiche: non ci si sposa per fax (mentre invece oggi ci si può lasciare per fax o per sms) o semplicemente inviando una richiesta in carta bollata.

Il matrimonio rimanda essenzialmente a una richiesta di stabilità, di cui gli sposi sono portatori ma che, proprio come l’amore, l’amato, non si può possedere. Tuttavia, senza questa esigenza di stabilità e di fedeltà, non è possibile accedere a tale dimensione.

Non ha senso domandare alla persona: “vogliamo amarci per due anni?”.

 L’amore non conosce la scadenza come i prodotti del supermercato, anche se può morire: questo dice che non è la coppia la fonte e il criterio dell’amore, ma che esso è altro da loro, è una realtà più grande, con cui rimanere in comunione.

L’amore umano è segnato dalla tensione tra il presente e l’eterno, perché l’amore che gli innamorati si giurano vuol significare qualcosa di duraturo che sopravvive alla morte; ma un “amore eterno” “a termine” è una contraddizione che non può essere vissuta.

Questa tensione strutturale è la peculiarità del matrimonio, ma anche la sua debolezza, perché è un’esperienza di eternità nel presente, una freschezza che il trascorrere del tempo non può cancellare.

Dire a qualcuno “ti amo” è come dirgli “tu non morirai”.

In tal senso il matrimonio è stato definito l’ultimo simbolo di immortalità ancora accessibile all’uomo occidentale: la promessa di un impegno definitivo per amore di un’altra persona, che si vorrebbe sempre con sé, presenta una stabilità che offre riparo alla relazione, chiedendo però il sacrificio della propria libertà l’impegno della propria fiducia (espresso dagli anelli, chiamati con il termine significativo di fedi.

L’incontro fra il tempo e l’eternità può essere possibile soltanto se gli sposi sono disposti a giocarsi per questo rischio e vivere in pienezza tale esperienza, che richiede la fiducia, il dono totale di sé.

La crisi del matrimonio come crisi epocale

Collocata nell’odierno contesto di una società “liquida”, la crisi del matrimonio dice di una più generale crisi di civiltà, crisi di senso, di appartenenza, che nella generale instabilità si manifesta anche nel matrimonio.

Tale situazione di incertezza è un segno sintomatico dello stato di salute di una società, che mostra problemi più generali, come la stabilità e la maturità affettiva, la capacità di affrontare le difficoltà in genere.

La crisi del matrimonio esprime la crisi più grande dell’idealità e dell’identità: la si nota soprattutto nell’appiattimento generazionale, che vede adolescenti, giovani, adulti, anziani, genitori e figli spesso alle prese con i medesimi problemi affettivi.

È una crisi che manifesta in secondo luogo una grande paura del futuro, a motivo della precarietà che attraversa in maniera rilevante generazioni (Generazione mille euro, come recita un recente film italiano), che con sempre maggiore difficoltà trovano cosa di bello e di grande per cui valga la pena spendersi, anche per mancanza di modelli credibili.

Alcuni sintomi allarmanti di questa instabilità ci vengono presentati dalla parte più debole del matrimonio, che è a più sensibile: i figli.

Desta preoccupazione, ad esempio, il continuo aumento, nei bambini e negli adolescenti, dei disturbi dell’ alimentazione e del linguaggio, due aree in cui la dimensione affettiva e di comunicazione è fondamentale. Due disturbi che dicono di un disagio a livello somatico, un disagio che ancora essere stato colto nella sua gravità a livello di cura e trattamento psicologico, ma che manifestano un notevole senso di precarietà, «un senso di impotenza di fronte ai problemi della vita» come si esprime H. Bruch parlando dell’anoressia.

Un altro sintomo di tale disagio è la bassa natalità del nostro Paese, che presenta uno degli indici più bassi al mondo.

Il calo di natalità porta con sé altre conseguenze psicologiche levanti. Nelle famiglie italiane il figlio, quando c’è, è unico, anche per evidenti ragioni di tipo economico, dovute pure al mancato sostegno da parte dello Stato, che devolve pochissime risorse del suo bilancio per sostenere le famiglie in difficoltà.

 E il figlio unico è per lo più solo: “Il figlio unico raccoglie su di preoccupazioni, le aspirazioni e le frustrazioni dei genitori che non le possono distribuire equamente su più figli.

Ma, soprattutto, crescendo conoscerà solo il tratto “verticale” genitori-figli, e non quello “orizzontale” tra fratelli. Per quanti amici si potrà fare nella vita, questi non riusciranno mai a compensare il buco della “socializzazione primaria” che avviene tra fratelli, mangiando insieme, dormendo nella stessa stanza, mescolando intimità che non si possono condividere con gli amici. Tutto ciò crea premesse per una socializzazione difficile.

 La responsabilità di cui inconsciamente sono investiti da parte dei genitori rende questo figlio ansioso se, pur volendolo, non riuscirà a corrispondervi, oppure depresso se già da subito intuisce di non poter corrispondere.

Forse per questo la depressione investe ormai in Italia un bambino su cinque e, guarda caso, quel bambino è quasi sempre figlio unico” (U. Galimberti da La Repubblica del 19 aprile 2001)

Ma è soprattutto a motivo di un’incresciosa esperienza vissuta in famiglia che molti figli, una volta adulti, non intendono ripetere la storia dei propri genitori, scegliendo forme meno traumatiche di vita insieme.

L’unicità del legame matrimoniale

Con il matrimonio l’umanità ha elaborato nel corso dei luoghi e delle culture più diverse, una forma di legame stabile che nulla può uguagliare. Il fatto che sia difficile trovare alternative a questo tipo di unione dal punto di vista terminologico, dice che esso non può una mera tradizione e consuetudine storica, d’altronde attestata nelle culture di tutti i tempi.

Le stesse convivenze, pur in aumento, non costituiscono una possibile alternativa, perché mostrano una fragilità a maggiore: questo tipo di unione registra infatti uno scioglimento del legame dieci volte superiore al matrimonio. E un tipo di unione in cui si è smarrita la dimensione dell’eterno propria dell’amore, per farne un contratto a tempo. La convivenza prematrimoniale non è una garanzia di lunga durata dell’unione, anzi essa sembra favorirne lo scioglimento perché considera l’avvenire coniugale a breve scadenza. Questo spiega sia perché le convivenze si spezzino più frequentemente dei matrimoni, sia perché questi ultimi, quando sono preceduti da un’unione libera, si dimostrino più fragili degli altri. In questi casi infatti la motivazione primaria è per lo più negativa: al posto dell’ideale smarrito c’è il tentativo di ridurre i rischi e i possibili danni, insieme alla paura di fallire.

In questo senso le convivenze sembrano essere un specchio del nostro tempo; esse sono, come è stato osservato “le figlie dell’ansia, della paura condivisa da uomini e donne che anche il proprio matrimonio finisca a pezzi come quello dei genitori o degli amici”.

Una volta rifiutato il matrimonio come valore, diventa molto difficile trovare qualcosa capace di sostituirlo. E significativo che in Francia i patti sociali (pacs), anche se approvati in sede giuridica da più di dieci anni, sono ben presto decaduti, al punto che vengono scelti attualmente da pochissime coppie: “Nella sostanza tale patto non è un’alternativa al matrimonio, ma un matrimonio depotenziato”.

Conclusione

Dietro la crisi del matrimonio vi è il progetto di una società che voglia durare nel tempo e che richiede un centro comune condiviso, capace di dare risposte alla vita e alla morte; pertanto abbiamo bisogno di famiglie capaci di trasmettere valori quali il dono di sé, la tenerezza, la bellezza del spendersi per gli altri.

 È un modello in cui si è vinta la solitudine, tristemente in aumento, confermando la verità dell’osservazione di Tolstoj: «Tutte le famiglie felici sono simili le une alle altre; ogni famiglia infelice è infelice a modo suo».

Tratto da un articolo de “Civiltà cattolica”.

Don Domenico