Quale Chiesa dopo la pandemia?

Un nuovo anno pastorale per le comunità parrocchiali dopo l’esperienza drammatica dell’emergenza sanitaria che, forse, le ha rimodellate

Difficile lasciarsi rimodellare dalla realtà. Il vissuto struttura l’immaginazione e mortifica la creatività: genera il desiderio di tornare al già noto, quando non si vada oltre le retoriche, gattopardesche, dichiarazioni che tutto deve cambiare. La pandemia, dalla quale tutti si vorrebbe uscire al più presto, mentre sembra che continui a rincorrerci, ha mostrato guizzi di creatività pastorale – a volte un po’ kitsch – che però si vorrebbero abbandonare per tornare alle pratiche solite. Le ragioni sono plausibili: se le comunità cristiane non riprendono i ritmi abituali, si corre il rischio della dispersione. Nessuno potrà negare che partecipare (si fa per dire) alla celebrazione eucaristica dal salotto di casa appare più comodo e accentua la tendenza a vivere da soli il sacramento che più di tutti richiama e fonda la dimensione comunitaria della vita cristiana.

Rosari. La moltiplicazione dei rosari – sempre per via televisiva – fa nascere poi l’idea che la preghiera fondamentale dei cristiani sia la ripetizione di quella splendida formula evangelica alla quale in genere non si presta attenzione. I relativamente pochi stimoli a leggere la Parola di Dio in famiglia, i messaggi di vicinanza dei preti alle loro comunità tramite i social, le benedizioni per le vie dei paesi non pare siano (ancora) riusciti a provocare una riflessione seria sull’impostazione dell’attività pastorale. Non si vorrebbe dimenticare quanto si è vissuto nei mesi scorsi, ma si vorrebbe considerarlo come una parentesi, quasi un incubo dal quale si è (quasi) finalmente usciti. La domanda auspicabile sarebbe che cosa si possa imparare dal vissuto, quale figura di Chiesa si possa immaginare. Ovvio che nessuno ha la risposta già costruita.

Barca. Se un aspetto si vuole ricordare dei momenti clou della pandemia è che si è “sulla stessa barca”. L’affermazione, richiamata da tanti dopo che l’ha usata papa Francesco la sera del 27 marzo in una Piazza San Pietro deserta, non vale solo per il drammatico periodo vissuto, ma per la vita della Chiesa in generale. Non si può al riguardo dimenticare il tema della sinodalità, al quale negli ultimi anni ci si appella. L’oggi della Chiesa si può immaginare solo insieme, benché si noti la tendenza a cercare parole rassicuranti da parte di singole persone dotate di autorità. La vita ecclesiale non è pensabile al modo della scienza, che è riservata ad alcuni autorevoli esponenti della società, che poi comunicano a (quasi) tutti i risultati della loro ricerca. La vita ecclesiale è guidata dallo Spirito, che è presente in tutti i fedeli. Ciò comporta che si impari ad ascoltare le esperienze vissute e a discernere quali di queste possano essere assunte, senza la pretesa che tutti debbano farle proprie secondo il modo in cui sono raccontate.

Società. Un secondo aspetto attiene al rapporto della Chiesa con la società civile. Ad alcuni cristiani, compresi alcuni autorevoli (?) ecclesiastici, è sembrato che le indicazioni del governo circa le norme da seguire per evitare la diffusione del contagio fossero vessatorie nei confronti della Chiesa, la quale avrebbe dovuto alzare la voce per far valere i propri diritti e quindi la propria libertà. Figura un po’ retro del rapporto tra Chiesa e Stato. La questione non è questa, bensì quale contributo i cristiani possano dare alla costruzione di una vita civile ordinata, soprattutto quando è in gioco la salute di tutti. Ricordare la famosa Lettera a Diogneto sarebbe forse azzardato. Ma di essa si può almeno ricordare lo statuto di cittadini che i cristiani condividono con tutti i loro connazionali. Non è questione di obbedire oppure no a un governo, bensì di prendersi cura della salute e non solo della salvezza delle persone. La più volte citata parabola del buon Samaritano insegna. Del resto il culto cui il Nuovo Testamento presta attenzione è anzitutto il culto “spirituale”, che riguarda la vita prima delle celebrazioni.

Celebrazioni. Con ciò non si vuole negare valore alle celebrazioni, bensì ricordare che esse sono il culmine e la fonte della vita cristiana. Certamente una comunità cristiana non può fare a meno dei sacramenti, soprattutto dell’Eucaristia, ma non si può limitare la vita cristiana alla celebrazione. Ciò comporta che si dia valore alla Parola di Dio – senza la quale peraltro non si dà neppure l’eucaristia – cogliendo in essa stimolo a ripensare anche la presenza dei cristiani nella società. Da questi due aspetti si ricava il profilo di una Chiesa più incerta, alla ricerca di un volto mai definitivamente delineato, consapevole di condividere con la società la medesima sorte terrena, ma capace di far intravedere che anche nella tempesta il suo Signore è presente, benché non risolva, come si vorrebbe, le cause della tempesta e le paure che questa genera.

Le coccole per i bambini abbandonati

L’Associazione I Bambini Dharma si presenta

I Bambini Dharma è un’organizzazione di volontariato che si impegna a garantire accoglienza e amorevoli cure ai neonati non riconosciuti e ai bambini abbandonati e disagiati, che sono ricoverati presso l’Ospedale dei Bambini degli Spedali Civili di Brescia e presso la Fondazione Poliambulanza di Brescia. Si tratta spesso di bambini “sospesi”, fra un parto non desiderato e un futuro incerto, privo della sfera affettiva su cui ogni essere umano dovrebbe contare. Oppure di bambini abbandonati, non voluti per molte e diverse ragioni, tra le quali anche la presenza di gravi patologie rare, lasciati a volte in situazioni o luoghi pericolosi per la loro stessa sopravvivenza, spesso salvati per caso da mani amorevoli che li consegnano alle autorità.

La legge (DPR 396/2000, art. 30) consente alla madre di non riconoscere il bambino e di lasciarlo nell’Ospedale dove è nato, affinché gli siano assicurate l’assistenza e la tutela giuridica. Il nome della madre rimane in questo modo per sempre segreto e nell’atto di nascita del bambino viene indicato “nato da donna che non consente di essere nominata”.

Coccole e Valigie: il nostro impegno

A queste creature indifese diamo l’amore che è stato loro negato: lo chiamiamo “coccolaggio”, un caldo abbraccio ristoratore, una fiaba prima della nanna, la compagnia nei momenti di solitudine. I nostri volontari si alternano a fianco dei neonati e dei bambini, per tutti il tempo necessario durante il loro ricovero. Ci occupiamo anche delle mansioni pratiche durante i pasti o l’igiene e procuriamo loro tutti gli strumenti utili per rendere la degenza in ospedale più accogliente e confortevole: diamo loro il latte o la pappa negli orari stabiliti con personale infermieristico, facciamo il bagnetto o cambiamo il pannolino. I volontari cercano di sopperire alla mancanza di affetto, di amore o anche solo di una spalla su cui appoggiarsi. Senza questa presenza amorevole, queste creature vivrebbero i loro primi giorni di vita o i giorni di un abbandono del tutto soli, senza un abbraccio e senza una coccola.

I bimbi abbandonati alla nascita vengono al mondo nudi. Senza chi se ne prenda cura, il libro della vita rischia di rimanere bianco per loro. L’Associazione interviene acquistando tutto il corredo e raccogliendo in un diario i momenti più rilevanti. Vogliamo restituire a queste creature una storia: il momento della nascita rappresenta per ogni essere umano l’inizio di un cammino lungo il quale lasciare delle “impronte”. Per non permettere che il primo capitolo della loro vita rimanga bianco, cerchiamo di fermare i momenti quotidiani in un diario Il diario e il corredo sono inseriti in una Valigia, che sarà passata a chi – genitori affidatari o casa famiglia – accoglierà i bambini. Le Valigie sono predisposte e donate anche ai bambini maltrattati e disagiati. Come ogni bimbo è unico e speciale, così unica e speciale è la sua Valigia: pensata su misura per lui, non ce n’è una uguale a un’altra.

Nel tempo, abbiamo contribuito ad allestire presso i reparti ospedalieri degli spazi confortevoli per l’attività di coccolaggio, un “guscio” per rendere lo spazio più caldo e accogliente, in cui i bambini possano crescere il più serenamente possibile. Abbiamo acquistato e donato arredi, strumenti di cura, giocattoli per lo sviluppo cognitivo e motorio, passeggini, lettini e molto altro.

Grazie alla disponibilità di nostri soci e volontari, in accordo con i servizi sociali territoriali, in alcuni casi operiamo per ospitare alcuni bambini che escono dall’ospedale in famiglie accoglienti, che attuano un affido temporaneo, in attesa del percorso idoneo che i servizi preposti definiscono per ogni bambino.

Vogliamo essere una culla
per chi è venuto al mondo
senza un grembo.
Vogliamo essere un abbraccio
per tutti i bambini
che hanno bisogno di una spalla
su cui appoggiare il loro viso.
Vogliamo essere braccia aperte
per i genitori che hanno necessità
di un aiuto per coccolare i loro figli.

Aiutare l’infanzia, aiutare la vita.

La difesa, la cura e la protezione della vita sono il nostro primo impegno: la presenza di coccole alla vita abbandonata è una possibile speranza per tante donne in attesa di un figlio e che, davanti al dubbio di proseguire o meno la gravidanza, possono ricevere un supporto e la necessaria informazione per partorire in sicurezza e in anonimato, in forma del tutto legale. Per questo abbiamo creato un numero verde attivo 24 ore su 24 (800 642 358) e una mail dedicata (mammeaunbivio@ibambinidharma.it) per avere aiuto e supporto in ogni momento di incertezza.

Mamme e bambini durante l’emergenza Covid-19

Durante la fase emergenziale, il servizio ordinario di “coccolaggio” presso le strutture ospedaliere è stato sospeso e trasformato in un’attività di assistenza concordata con le strutture ospedaliere, per far fronte al bisogno di donne gravide e neo-mamme con bambini costretti al periodo di quarantena domiciliare. È stata quindi organizzata e gestita l’accoglienza presso due appartamenti (reperiti con contratto di affitto sul mercato immobiliare privato) di donne gravide o puerpere con neonato, dimesse e sottoposte ad un regime di sorveglianza sanitaria domiciliare, laddove le condizioni abitative e sociali della donna non erano ritenute idonee. Abbiamo sostenuto le spese di affitto, per il vestiario, per gli alimenti, l’igiene ambientale e personale, la sanificazione L’Associazione ha collaborato anche con alcuni servizi sociali territoriali (Comuni): dato che in questo periodo i nuovi inserimenti di minori in comunità alloggio sono stati bloccati, l’Associazione, tramite alcuni soci, ha ospitato temporaneamente alcuni neonati in attesa di inserimento nella Comunità. Coordinandoci con la Croce Rossa, abbiamo prestato supporto ai pazienti positivi al Covid-19 ospitati al Centro Pastorale di accoglienza “Paolo VI” di Brescia, ai quali abbiamo fornito vestiario e biancheria usa e getta durante il periodo di quarantena.

Il sogno della Bussola Magica

Il nostro sogno più ambizioso è realizzare la “Bussola Magica”, un luogo protetto e accogliente come una casa e una famiglia, una comunità educativa e di prima accoglienza in cui ospitare i bimbi ospedalizzati (non riconosciuti, abbandonati, allontanati dalle famiglie e/o disagiati) durante il periodo di attesa. Una dimora dove colmare le carenze affettive e materiali che subiscono ingiustamente, una “bussola” capace di dare orientamento a queste piccole anime in cerca di un posto nel mondo. I bambini non saranno più costretti a sostare per mesi in un reparto ospedaliero e nella nostra casa troveranno un vero nido e il conforto in un ambiente caldo e accogliente, con persone preparate e dedite alla loro cura.

Per sostenerci

Ogni bimbo ha diritto a un’infanzia spensierata, a un “giro” su un’altalena dove dondolare in allegria. Non tutti hanno la possibilità di farlo. Serve l’aiuto di tanti per essere l’albero forte e radicato che regge questa altalena e permetta ai bambini invisibili di avere le stesse opportunità dei coetanei più fortunati. Per aiutarci e per condividere l’impegno a favore dei bambini puoi dare il tuo contributo in vari modi:

  • puoi diventare “zio a distanza”, tramite una quota annuale di 36 euro necessarie alla preparazione delle valigie
  • puoi fare un bonifico bancario (IBAN IT95 D083 4054 6320 0000 0010 375) o tramite bollettino postale (CC 1024081323)
  • puoi donare il tuo 5xMille segnando nella tua dichiarazione dei redditi il Codice Fiscale dell’Associazione (97015620178)
  • puoi acquistare le pergamene e i biglietti solidali in occasione delle tue ricorrenze: battesimi, matrimonio, cresime, prima comunione (scrivi a pergamene@ibamabinidharma.it)
  • puoi aiutarci ad organizzare un banchetto di raccolta fondi presso la tua associazione, la tua parrocchia, il tuo luogo di lavoro
  • puoi diventare socio e partecipare alla attività dell’associazione diventandone volontario (scrivi a segreteria@ibambinidharma.it)

Per saperne di più e restare in contatto
Per rimanere in contatto con noi puoi visitare il nostro sito web www.ibambinidharma.it, le nostre pagine social su Facebook, Instagram e Linkedin.

Sede e Contatti

Sede legale: via Tomasoni 16 – 25024 Leno (BS)
Sede operativa. Via Bollani 20 – 25123 Brescia
Segreteria: aperta dal lunedì al giovedì ore 9-13
Tel. 333 7497117 – segreteria@ibambinidharma.it

I pensieri dei ragazzi

I pensieri di alcuni ragazzi di Porzano sull’emergenza Covid-19

Il coronavirus ha colpito tutti noi, sia direttamente per chi ha perso il lavoro o è stato contagiato, che indirettamente, con la morte dei nostri cari.

Ci ricorderemo sicuramente il silenzio delle strade, rotto solo dalle sirene delle ambulanze. In questo periodo stiamo anche riscoprendo i valori umani, come l’importanza dell’amicizia e la solidarietà, cose che davamo per scontate e di cui solo adesso capiamo la vera importanza.

Tutti i giorni la speranza è importante per farci superare le difficoltà e in questo stanno aiutando le scritte fuori dai balconi, che ci invitano a sopportare le difficoltà, perché dietro ogni nuvola c’è sempre un arcobaleno.

Fabio

L’ ultimo giorno in cui mi sono trovata a trascorrere del tempo con i miei amici é stato il 23 febbraio, domenica di carnevale. Eravamo pronti a vivere una giornata in allegria e mai avremmo pensato che sarebbe successo quanto tutti sappiamo.

La cosa più eclatante, la prima di una serie, che mi ricordo e che non dimenticherò é stata la chiusura della chiesa e il cartello che avvisava i fedeli che con Don Alberto abbiamo attaccato al portone. Stavamo vivendo una situazione surreale e con il Don cercavamo di capire cosa effettivamente stesse succedendo. Il seguito ci ha procurato grande preoccupazione, che però abbiamo superato sorreggendoci a vicenda. In questo caso i cellulari sono serviti a tenerci uniti anche se ognuno chiuso in casa propria. Tra poco potremo ritrovarci di nuovo insieme, a rivivere giorni spensierati con la consapevolezza che siamo molto fragili e nulla di quello che abbiamo é da dare per scontato. Non dimenticheremo i momenti tristi ma guardiamo al futuro con grande ottimismo consapevoli che il Signore ci é stato vicino e che sarà al nostro fianco sempre.

Mariachiara

Il periodo che stiamo vivendo è molto particolare: qualcosa di inatteso, inaspettato che ha stravolto la nostra vita. Il nostro mondo si è ridotto alla nostra casa e le uniche persone che abbiamo frequentato durante queste settimane sono state, per lo più, i componenti della nostra famiglia. A causa di questo nemico “invisibile” abbiamo dovuto rivedere le nostre abitudini, segnate da una costante sensazione di timore per il presente e per l’avvenire. Come adolescente, ho vissuto questa situazione come meglio ho potuto: videolezioni ogni mattina, come misero ricordo della scuola e poi tanto tempo libero. All’inizio, non potendo uscire neanche per fare una passeggiata, era abbastanza pesante, ma, man mano che passano le settimane, sta diventato più facile sopportare la tensione. Anche il rapporto con la Chiesa è cambiato, inevitabilmente: non essendoci potuti riunire durante uno dei periodi più significativi dell’anno liturgico, la Quaresima e la Pasqua, c’è la sensazione di non aver vissuto pienamente il significato di queste festività.

Certo è facile lamentarsi adesso, quando si sta bene. Il mio pensiero va a tutti coloro che hanno lottato e lottano in questo momento contro questo virus: dottori, infermieri, personale sanitario, volontari. Persone che lottano per aiutare gli altri, senza tregua. Una frase che si è sentita spesso è “andrà tutto bene”. Ci credo, andrà tutto bene. Un giorno, quando tutto questo sarà finito, andrà meglio. Ma il prezzo che stiamo pagando è davvero enorme: troppe persone non ce l’hanno fatta. Troppi uomini, donne, madri, padri e amici. Dobbiamo rimanere uniti e aiutare chi ha più bisogno: così riusciremo a vincere questa battaglia, grazie anche a tutti i sacrifici che stiamo facendo.

Anna

Gruppo Comunale di Protezione Civile Leno

Siamo alla fine di Febbraio. Quel virus di cui quasi non sappiamo il nome, quello che pensavamo rimanesse relegato in Cina , arriva con forza dirompente in Italia, in Lombardia. Nello spazio di pochi giorni, la normalità viene stravolta. Si cominciano a contare i morti.

La Protezione Civile viene allertata a tutti i livelli, il Gruppo Comunale Leno è fianco del Comune per il sostegno alla popolazione. Nessuna esercitazione aveva mai previsto uno scenario di questo tipo. Un solo obiettivo, vicino ai piu fragili. Si lavora con gli amici Alpini . Il Comune istituisce servizi che rendiamo operativi, spese e farmaci a chi, anziano, contagiato o in quarantena non può uscire, affianchiamo la Comunità “Monica Crescini” in momenti particolarmente difficili, raccogliamo generi alimentari che poi “Non solo noi” distribuisce a coloro che ne hanno bisogno.Siamo vicini ad ogni cittadino con la consegna delle mascherine, a supporto della Polizia Locale per il monitoraggio del territorio. Giorni intensi e faticosi. Ogni giorno, non siamo eroi, combattiamo con la paura di uscire e speriamo, che con noi, non entri nelle nostre case quel nemico invisibile. Del resto essere coraggiosi vuol dire anche confrontarsi con la paura e non consentirle di prendere il sopravvento. Giorni che ci hanno dato tanto. Giorni in cui parlavano soprattutto gli occhi, che spesso sono più sinceri delle parole. Potevamo trovarci gratitudine, disperazione, paura, incoraggiamento. Giorni che ci hanno reso consapevoli profondamente del vero senso dell’essere volontario. Giorni nei quali abbiamo avuto la certezza che quanto facevamo era certo una goccia nell’oceano, ma, come diceva Madre Teresa “…se questa goccia non ci fosse, all’oceano mancherebbe”

Il Vescovo: Diamo risposta ai bisogni

“Non posso che esprimere tutta la mia riconoscenza per il gesto inatteso di Banca Intesa”. Tre i criteri per la distribuzione

Un gesto inatteso ma gradito che permetterà a molte parrocchie di respirare e di guardare con più serenità alla quotidianità pastorale. Il Consigliere Delegato e Chief Executive Officer di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, ha comunicato la decisione del proprio Istituto di erogare alla Diocesi di Brescia la somma di cinque milioni di euro. Questa cospicua donazione fa seguito ad altre importanti elargizioni di Banca Intesa a realtà significative del territorio lombardo particolarmente colpite dalle nefaste conseguenze della epidemia da Covid-19 e in specifico: 5 milioni all’ospedale S. Giovanni XXIII di Bergamo, che più ha sofferto a causa del contagio, altri 5 milioni alla Diocesi di Bergamo, e 5 milioni anche per gli ospedali civili di Brescia.

Nel comunicare tale volontà Carlo Messina ha voluto evidenziare il desiderio di dare sostegno al territorio bresciano, in un momento particolarmente critico, e soprattutto a quelle realtà che rivestono un ruolo decisivo nel sostegno e nella promozione del tessuto sociale, culturale, nonché religioso e spirituale della società. Due, infatti, le priorità che Banca Intesa ha voluto tenere in considerazione e che giustificano questo gesto: innanzi tutto l’attenzione alle parrocchie che nella diocesi di Brescia, come in quella di Bergamo, sono un punto di riferimento innegabile e decisivo per il territorio, le famiglie, l’educazione dei ragazzi e la promozione umana in genere; poi la rilevante opera di solidarietà nei confronti della marginalità in genere che la Chiesa bresciana ha voluto manifestare soprattutto attraverso il Fondo di Solidarietà istituito dal Vescovo con il concorso primariamente dei sacerdoti bresciani.

Da parte sua il vescovo Tremolada, dopo la comunicazione ufficiale di Banca Intesa, ha subito manifestato la propria gratitudine per una elargizione tanto generosa e incondizionata: “Non posso che esprimere tutta la mia personale riconoscenza per questo gesto inatteso di Banca Intesa, che ci offre la possibilità di dare una risposta immediata ai tanti bisogni delle nostre comunità”.

“È vero – ha aggiunto –, sono innumerevoli e gravi le urgenze che ogni giorno si presentano e aumentano. Il virus ha colpito non solo le persone, le famiglie e le istituzioni formative e culturali, ma in profondità anche tutto l’assetto economico e imprenditoriale del paese. Le parrocchie stanno risentendo della ricaduta negativa e dell’interruzione di ogni attività, comprese quelle pastorali e liturgiche. L’aiuto che potremo dare attraverso l’erogazione di Banca Intesa sarà quanto mai utile e apprezzato dai nostri sacerdoti e dai nostri fedeli. Un segno importante di speranza che potrà essere motivo di incoraggiamento anche per il futuro al fine di costruire rapporti di collaborazione e di stima per la crescita del bene comune”. In ordine poi alle modalità di distribuzione del fondo mons. Tremolada per il momento si è limitato a indicare alcuni criteri di fondo ai quali sarà importante attenersi: il criterio dell’uguaglianza, in modo da non creare discriminazioni, ponendo attenzione a tutte le parrocchie; il criterio della perequazione, al fine di meglio riequilibrare le disparità tra le parrocchie, ponendo un occhio di riguardo sulle comunità più in difficoltà e il criterio della solidarietà, in modo che chi ha di più possa aiutare chi ha di meno, chi meno ha patito le conseguenze dell’epidemia possa dare una mano alle realtà economicamente in maggior sofferenza. “Agli uffici di Curia, e in particolare all’Ufficio amministrativo, – ha concluso il Vescovo – è stato affidato il compito di definire l’attuazione di questi criteri e distribuire le risorse del nuovo Fondo “In aiuto alla Chiesa di Brescia” in cui sono stati allocati anche gli stanziamenti erogati dalla Conferenza episcopale iItaliana per l’emergenza Covid 19”.

Cosa dice lo Spirito alla Chiesa

L’epidemia per Coronavirus ha avuto per tutti noi l’effetto di una tempesta inaspettata. Il vescovo Tremolada rilegge la situazione che stiamo vivendo nella diocesi. Per il Vescovo è un errore pensare, anche dal punto di vista pastorale, alla fase due come a un semplice ritorno alla situazione precedente

In questi giorni mi ritorna spesso alla mente questa frase del Libro dell’Apocalisse: “Chi ha orecchi ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese” (Ap 2-3). È la frase che scandisce le sette lettere inviate da Giovanni, l’apostolo profeta, alle sette Chiese dell’Asia a nome del Cristo risorto. Essa suona come un invito a leggere la situazione della propria Chiesa a partire dagli eventi in corso, per capire in che modo assecondare l’azione dello Spirito e dare compimento all’opera di redenzione del Risorto. A questa frase, sempre nella mia mente, se ne affianca un’altra, che viene dal Libro dei Salmi: “L’uomo nella prosperità non intende, è come gli animali che periscono” (Sal 49,21). È proprio vero: a volte le condizioni di eccessiva prosperità ci impediscono di comprendere il senso profondo delle cose. L’improvvisa esperienza della precarietà e della debolezza, normalmente accompagnata anche dal dolore, ci apre gli occhi e ci rende più capaci di leggere la realtà.

Stiamo uscendo lentamente da una situazione di emergenza che ci ha letteralmente sconvolto. L’epidemia per Coronavirus ha avuto per tutti noi l’effetto di una tempesta inaspettata: qualcosa di simile a quel che provarono i discepoli mentre erano con Gesù sulla barca in mezzo al lago di Galilea e si trovarono d’un tratto in balia di venti e onde spaventosi (cfr. Mc 4,35-41). La vita per noi in queste ultime settimane è totalmente cambiata: ci siamo sentiti improvvisamente fragili, impauriti, insicuri. Soprattutto, abbiamo dovuto contare i nostri morti, tante care persone che abbiamo affidato al Signore senza neanche la possibilità di un saluto da parte dei propri parenti. Quella prosperità cui ci eravamo abituati, d’un colpo è sparita e ci siamo ritrovati a fare i conti con il nostro limite e la nostra impotenza.

E tuttavia questo tempo non è stato infecondo. Abbiamo visto segni consolanti della Provvidenza di Dio: tanta generosità, tanta solidarietà, tanto coraggio, tanto senso di umanità. Abbiamo vissuto un’esperienza di Chiesa diversa ma non meno intensa, una vivacità e creatività che forse non avremmo mai immaginato: una grande vicinanza dei pastori al popolo di Dio, attraverso l’ascolto, il conforto, la preghiera di intercessione, la celebrazione dell’Eucaristia, l’accompagnamento pastorale delle famiglie e in particolare dei ragazzi.

Ora si comincia a respirare e si sente il bisogno di guardare avanti. Si parla di Fase 2 e poi di Fase 3 per indicare un percorso che ci attende, sul quale si dovrà riflettere con molta attenzione. Mi preme a questo riguardo condividere un pensiero che mi sta molto a cuore e che mi viene appunto dalla frase del Libro dell’Apocalisse che ho ricordato. Credo sarebbe un grave errore intendere la cosiddetta Fase 2 come un semplice ritorno alla situazione precedente l’epidemia, mettendo finalmente tra parentesi quanto è accaduto. Prima di rispondere alla domanda: “Come riprendiamo le nostre normali attività?” occorre rispondere a qualche altra domanda molto più importante. Penso sia necessario compiere quella che chiamerei una rilettura spirituale dell’esperienza attraverso una narrazione sapienziale. Un’esigenza anzitutto si impone: raccontarci che cosa abbiamo vissuto e chiederci che cosa il Signore ci ha fatto capire. Queste sono le domande che ci potrebbero aiutare: “Che cosa ci è successo? Che cosa abbiamo visto? Che cosa abbiamo provato? Che cosa ci ha addolorato? Che cosa ci ha consolato? Che cosa abbiamo meglio capito? In una parola, che cosa non potremo e non dovremo dimenticare? Penso in particolare ai sacerdoti, che ringrazio di cuore per quanto stanno facendo, e immagino la risonanza che queste domande hanno su di loro. Sarà importante farla emergere e condividerla.

Da questa memoria deriverà un discernimento pastorale, che orienterà il nostro cammino futuro. La domanda guida sarà: “Che cosa si attende il Signore da noi, alla luce di quanto abbiamo vissuto?”. Come gli abitanti di Gerusalemme che ascoltarono da Pietro il primo annuncio della morte e risurrezione di Gesù, anche noi dobbiamo chiederci: “Se questo è ciò che è accaduto, ora che cosa dobbiamo fare?” (cfr. At 2,37). La nostra preoccupazione non potrà essere semplicemente quella di riprendere al più presto tutto quello che facevamo, ritornando alla cosiddetta normalità. Da più parti si sente dire: “Niente sarà più come prima!”. Per noi questo significa che l’esperienza vissuta in queste settimane ci ha consegnato una lezione di vita, ci ha scosso e ci ha fatto maturare. Dove e come dovrà dunque cambiare il nostro modo di essere Chiesa, di essere presbiterio, e anche il nostro modo di pensare la società? Su cosa dovremo puntare? Che cosa dovremo correggere o comunque ripensare, per corrispondere alla rivelazione di cui lo Spirito ci ha fatto dono attraverso un’esperienza dolorosa ma non assurda e disperata?

Quest’opera di narrazione sapienziale e di discernimento pastorale è quanto io mi sento di chiedere prima di tutto alla nostra Chiesa diocesana. Vorrei che questo avvenisse durante il tempo pasquale, fino alla grande festa di Pentecoste. Invito perciò tutti i parroci a convocare a questo scopo, nei modi consentiti, i Consigli Pastorali parrocchiali o delle Unità Pastorali. Chiederei che a tale scopo venissero anche convocati prima di Pentecoste in una seduta straordinaria opportunamente pensata le Congreghe Zonali, il Consiglio Presbiterale e il Consiglio Pastorale Diocesano. Questo confronto sinodale sull’esperienza vissuta in queste drammatiche settimane sarà prezioso anche in vista della definizione delle linee di azione per il prossimo anno pastorale e per me sarà molto utile in ordine alla stesura della lettera pastorale che lo dovrebbe ispirare. Ai responsabili della pastorale diocesana raccomando di fornire il supporto necessario a un simile confronto.

Nel frattempo verranno date indicazioni puntuali circa i vari aspetti della vita della nostre comunità parrocchiali e dell’intera diocesi. Questa vita, infatti, domanda di essere opportunamente riavviata. È evidente che le decisioni riguardanti la ripresa delle attività pastorali non potranno prescindere dal riferimento costante ai decreti del governo nazionale e regionale e alle comunicazioni della Conferenza Episcopale Italiana e Lombarda. È mia intenzione convocare settimanalmente – ogni martedì mattina – il Consiglio Episcopale della nostra diocesi, per seguire da vicino gli sviluppi della situazione. A questa convocazione seguirà ogni giovedì mattina una comunicazione ufficiale a firma del Vicario Generale, che farà il punto sulle questioni riguardanti i diversi ambiti della vita ecclesiale. Mi riferisco in particolare alle celebrazioni delle Sante Messe feriali e domenicali, ai funerali, ai matrimoni e ai battesimi, all’amministrazione dei Sacramenti dell’Iniziazione Cristiana, alle attività degli oratori e degli altri nostri ambienti nei prossimi mesi estivi, alle nomine e destinazioni dei sacerdoti ed ad altro ancora. Un’attenzione particolare sarà rivolta alle situazioni di difficoltà dei singoli, delle famiglie, delle parrocchie, delle comunità religiose, ma anche delle scuole e degli altri enti assistenziali ed educativi. A questo riguardo saranno date precise informazione circa la gestione del Fondo Diocesano di Solidarietà e del Fondo costituito con il contributo CEI proveniente dall’8 per mille. Fermo restando che fino al 3 maggio p. v. nulla cambierà, essendo questa una precisa indicazione governativa, si avrà modo sin dalla prossima settimana di cominciare a prospettare le aperture possibili e opportune.

Il nostro cammino di Chiesa prosegue nella luce della Pasqua del Signore. In Lui abbiamo confidato in questo tempo di prova e a Lui continuiamo ad affidarci in questo tempo di discernimento. Sia Lui a guidare i nostri passi, nella potenza del suo Spirito. La santa Madre di Dio, che sempre veglia su di noi e per noi intercede, ci accompagni con la sua amorevole tenerezza.

Vi saluto con affetto e su tutti invoco di cuore la benedizione del Signore.

Consigli pastorali: elezioni rimandate

Le elezioni degli organismi di comunione (consiglio pastorale parrocchiale, zonale e diocesano, consiglio per gli affari economici, vicari di zona, consiglio presbiterale) sono rimandate al 2021

Il vicario generale, mons. Gaetano Fontana, preso atto che la pandemia probabilmente non terminerà in tempi brevi, ha comunicato ai sacerdoti e alle comunità che le elezioni degli organismi di comunione (consiglio pastorale parrocchiale, zonale e diocesano, consiglio per gli affari economici, vicari di zona, consiglio presbiterale) sono rimandate al 2021.

Siamo provati ma restiamo in piedi

La situazione evolve così velocemente che è difficile riuscire ad avere un quadro aggiornato della diffusione del contagio dal coronavirus Covid-19 nel Bresciano. Il Sir, l’agenzia stampa della Cei, ha intervistato il vescovo Tremolada

“C’è tanta paura, tanta preoccupazione. I bresciani sono gente fiera, forte. Brescia è conosciuta come la ‘Leonessa d’Italia’ per le vicende della sua storia. La gente non tende a manifestare sentimenti di disorientamento, rimane sempre in piedi. Però si vede che siamo molto provati”. Parte da qui il vescovo di Brescia, mons. Pierantonio Tremolada, per raccontare – con parole intense e accorate – quanto la città e la diocesi stanno vivendo in piena emergenza per il diffondersi del coronavirus Covid-19. I numeri diffusi l’altroieri dalla Protezione civile indicano Brescia come la seconda provincia d’Italia per numero di contagi (3.784) dopo Bergamo (4.305) con un’escalation preoccupante di decessi negli ultimissimi giorni.

Eccellenza, com’è la situazione attuale?
Stiamo vivendo giornate molto difficili, siamo in una situazione molto grave. È davvero un momento di prova e il segnale è dato dal fatti che di buon mattino prestgo, si sente il rumore degli elicotteri che trasportano i malati nei centri ospedalieri più importanti della città. E poi le ambulanze: ogni giorno il suono delle sirene putroppo ci accompagna. Per fortuna qui ci sono strutture ospedaliere molto buone, direi di alto livello. Tuttavia adesso stanno sostenendo un peso che è grave. I responsabili mi dicono che il livello si alza continuamente, occorre far fronte ad un’emergenza crescente. Occorre trovare nuovi spazi per collocare i malati. Si sta davvero facendo l’impossibile.

Anche a Brescia il personale medico-sanitario è in prima linea e non si risparmia…
Ci sono degli esempi di dedizione eccezionali, un impegno che merita di essere ricordato. Sono convinto che quando questo, grazie a Dio, finirà, avremo delle cose straordinarie da raccontare. Ora sono nascoste, ma i nostri medici, i nostri infermieri sono ammirevoli.

In questa situazione, in che modo la Chiesa bresciana ha cercato e potuto essere vicino alla “sua” gente?
Abbiamo innanzitutto offerto degli ambienti. Su richiesta delle autorità è stato messo a disposizione il nostro Centro pastorale, con opportunità di accoglienza alberghiera, per coloro che usciti dall’ospedale hanno comunque bisogno di un tempo ulteriore di convalescenza sotto osservazione. Poi, ovviamente, abbiamo messo a disposizione le nostre chiese e succursali, in tutta la diocesi, perché in questo momento abbiamo anche un’emergenza salme: il numero dei decessi è alto, e prima che si possano compiere tutte le onoranze funebri c’è bisogno di un posto dove accogliere le bare. A questo, per quanto possibile e rispettando i vincoli, si affianca il rapporto personale: abbiamo garantito una presenza spirituale nei nostri ospedali, soprattutto i due principali in città, con i frati minori e sacerdoti giovani. Ma l’aiuto è dato soprattutto al personale.In una lettera che ho inviato a medici e infermieri ho chiesto loro di essere “ministri di consolazione” perché solo voi potete stare vicino ai ricoverati nella malattia e negli ultimi istanti. E poi i nostri sacerdoti sono encomiabili nella benedizione delle salme.

Nonostante l’emergenza non manca la prossimità…
Le nostre chiese sono rimaste aperte nel rispetto delle disposizioni, i sacerdoti celebrano ogni giorno la messa. Quando suoniamo le campane prima delle messe la gente sa che il sacerdote sta celebrando per tutti e diverse sono le persone che partecipano grazie alle dirette streaming. E poi c’è un uso intelligente dei nuovi mezzi di comunicazione Attraverso i social, in modo artigianale ma molto saggio si cerca di tenere unite le persone, di farci sentire Chiesa.

Anche la Chiesa bresciana è stata toccata, come altre, dalla morte e dalla malattia di sacerdoti…
Tre sono quelli deceduti, altri sono ricoverati in questo momento. Li stiamo seguendo molto attentamente. Purtroppo non è facile capire da subito chi viene colpito, c’è una gradualità nella percezione della malattia. Alcuni sacerdoti non sono in perfette condizioni, speriamo che le cose non peggiorino.

L’impossibilità del conforto per i malati gravi così le persone morte che non possono avere un funerale aggiungono ulteriore sofferenza ad un dolore già grande…
Questo ci costa tantissimo. Quando parliamo di prova, perché noi siamo nella prova, dobbiamo includere anche questo: non è un aspetto secondario. È proprio della Chiesa sentirsi uniti, in comunione, soprattutto quando si soffre nei momenti in cui vengono a mancare persone care. Stiamo cercando di vivere questa presenza, questa vivicinanza in forme diverse, quelle che ci sono consenstite in questo momento. Peché non possiamo assolutamente rendere più grave la situazione.Bisogna stare attenti, è un obbligo di coscienza non contribuire in nessum maniera ad un incremente del contagio.Ma questo la gente l’ha capito.

Ieri sera  in tutta Italia per iniziativa della Cei siamo stati invitati a recitare il Rosario…
Ogni giorno lo prego alle 20.30 in diretta Facebook e mettiamo un lume sul davanzale. Ieri ci siamo uniamo alla Chiesa italiana. Sono piccoli segni che fanno sentire un’appartenenza, in una condizione che non è quella normale. Nella prova sono i segni della Provvidenza a permetterci di non essere travolti: sono gesti della carità, gesti di coraggio, di dedizione, di cura e di affetto.Lo stiamo vedendo negli ospedali, nelle famiglie, nei messaggi che ci arrivano anche da fuori diocesi: c’è un senso di unità che è molto forte.

L’altro giorno ha voluto elevare una preghiera al bresciano san Paolo VI e ha invitato anche i fedeli a farlo. Che significato ha questa supplica?
Verso Paolo VI abbiamo sempre avuto un grande affetto, che sta sempre più crescendo. La Chiesa bresciana ha certe caratteristiche che Montini ha incarnato molto bene. La sua è una figura discreta, di un grande cuore; tuttavia, piuttosto riservato: così era Paolo VI, così sono i bresciani. Lo sentiamo molto vicino perché è figlio di questa terra. È il Papa che ha difeso la vita e l’ha cantata nella sua bellezza; aveva uno sguardo sul mondo molto affettuoso e molto dei testi conciliari risentono di questo sguardo amico; e poi ha vissuto l’esperienza della perdita di persone care, ha vissuto lo strazio della morte di Aldo Moro… Anche per queste ragioni lo sentiamo molto vicino e ci siamo affidati a lui.

C’è un segno, un impegno che si è concretizzato in questi giorni che Le fa avere speranza?
Nel giro di una settimana i bresciani hanno raccolto 10 milioni di euro che sono stati messi a disposizione delle strutture. E le donazioni ancora continuano. Da una parte c’è la consapevolezza della sfida che dobbiamo affrontare, dall’altra c’è davvero un grande cuore. Fuori dall’Ospedale civile, il più grande cittadino, c’è uno striscione dei tifosi del Brescia “Un grazie non è sufficiente, onore a chi salva la nostra gente”. Anche questo dice di come stiamo vivendo questa emergenza.

Dio abita dove lo lasci entrare

Esercizi spirituali domestici

Da lunedì 23 marzo sarà disponibile il materiale online per gli esercizi spirituali domestici “Dio abita dove lo lasci entrare”.

Ti proponiamo un tempo per la tua crescita spirituale. Nella tua vita quotidiana regalati un tempo per l’ascolto, per la meditazione e per la preghiera personale.

La proposta:

  • Trova almeno un’ora della tua giornata per ascoltare la meditazione;
  • Leggi e medita il brano biblico di riferimento;
  • Ti possono aiutare alcuni testi di meditazione proposti e la contemplazione di un’immagine;
  • Chiedi ad una guida spirituale di accompagnarti in questo cammino.

Puoi concentrare la tua preghiera nell’arco di una settimana o puoi diluirla nel tempo in base al tuo cammino.

Scrivi una mail a progetti@oratori.brescia.it per ricevere tutto il materiale per il tuo cammino di spiritualità.

Invoca ogni giorno lo Spirito Santo perché rinnovi costantemente in te l’esperienza del grande annuncio. Perché no? Non perdi nulla ed Egli può cambiare la tua vita, può illuminarla e darle una rotta migliore. Non ti mutila, non ti toglie niente, anzi, ti aiuta a trovare ciò di cui hai bisogno nel modo migliore. Hai bisogno di amore? Cerchi intensità? Arriverà in una maniera molto più bella e soddisfacente se ti lascerai guidare dallo Spirito Santo.

(Papa Francesco, CV 131)