La spiritualità sacerdotale di Paolo VI

“Chiamato da Cristo, nella Chiesa e rivolto all’uomo”. La riflessione del Segretario della Congregazione per l’educazione cattolica, mons. Vincenzo Zani, a 100 anni dall’ordinazione sacerdotale di Giovanni Battista Montini

Comunicare la sapienza e la luce che caratterizzano la vita e il magistero di Paolo VI a livello di spiritualità sacerdotale è impresa non facile, a causa della sua eccezionale esperienza personale di prete, vescovo e poi pontefice, nonché per la ricchezza dei suoi insegnamenti. Essa va collocata nell’orizzonte della sua biografia e presenta alcuni tratti caratteristici. La sua vicenda personale, vista dall’angolatura della spiritualità, si snoda attraverso alcune tappe.

L’esperienza giovanile di Dio. Anzitutto c’è l’esperienza di Dio vissuta dal giovane Montini, attraverso l’educazione familiare e le amicizie, in cui già si intravedono le solide basi umane del suo percorso spirituale.

La sua attività pedagogica. In secondo luogo va ricordata la sua attività pastorale e pedagogica all’interno della Fuci e della Giac, che egli svolge mentre presta servizio presso la Segreteria di Stato, e che è alimentata spiritualmente dalla fedeltà al Vangelo e alla Tradizione, oltre che dal contatto con alcune grandi figure di scrittori e teologi del tempo.

L’episcopato milanese. In terzo luogo vi sono gli anni dell’episcopato ambrosiano, dove nei suoi discorsi ai seminaristi e al clero, si riscontra una sorta di sistema di spiritualità sacerdotale, sempre incentrata sulla figura di Gesù Cristo e con un forte ancoraggio alla dottrina ecclesiale.

Il Pontificato. Poi, nei quindici anni di pontificato, Paolo VI matura e consolida le linee della spiritualità sacerdotale in relazione al contesto dei profondi cambiamenti e difficoltà storico-ecclesiali del Concilio e del periodo turbolento del post-concilio. Una definizione del sacerdote per Paolo VI si potrebbe riassumere nella seguente formula: chiamato da Cristo, nella Chiesa e rivolto all’uomo. Si tratta di una espressione che dà una sintesi unitaria alla originalità di spunti e alla poliedricità di prospettive che, secondo la sua vita e il suo magistero, segnano la natura e il ministero del presbitero. Dal percorso biografico di Papa Montini possiamo ricavare i seguenti tratti caratterizzanti la sua spiritualità.

Il tema della chiamata. Anzitutto il tema della chiamata. La vocazione è un invito determinante di Cristo che sconvolge i progetti di vita: la rinuncia a tutto per una pienezza d’amore per il regno dei cieli (cf. Mt 4, 18-22) inserisce i chiamati nell’avventura della sequela di Lui, e richiede una risposta radicale, totalitaria, definitiva, libera (cf. Mt 8,19; Lc 22,35). Disse a questo proposito Paolo VI nel 1975 ai nuovi presbiteri: “Non dubitate mai d’aver sbagliato la vostra scelta (…). E non voltatevi più indietro! (…) La legge della vocazione: un sì totale e definitivo” .

L’amore per Gesù. Il sacerdozio è radicato in un amore per la Persona di Gesù, un amore che è il cuore (nel senso biblico) del ministero ordinato e coinvolge tutta la vita. Si tratta della relazione da persona a Persona come elemento essenziale del sacerdozio. Un ministero sacerdotale che perdesse la visibilità della relazionalità del ministro con Cristo ha smarrito il suo operato, ha perso il cuore del suo essere.

L’essere Chiesa. Il sacerdozio nasce nella Chiesa, vive per l’edificazione della Chiesa, si nutre dell’essere Chiesa, non è concepibile se non nella Chiesa madre. Vivendo in armonia con la Chiesa di cui è membro, il sacerdote, secondo Montini, dovrà essere umile, perdendo ogni presunzione; amorevole, realizzando il precetto di base della Chiesa; dinamico, permettendo la confluenza tra storia e dogma; riluttante verso la mondanità, ispirando la sua azione nella fedeltà alla verità del Vangelo che si contrappone alla visione materialistica della vita, propria delle filosofie neopositiviste. Per questo il sacerdote, per papa Montini, incentra vita e ministero nell’essere “servo della Parola” e “servo dell’Eucaristia”. Il mistero pasquale, rivissuto dal sacerdote fino all’identificazione col Cristo Crocifisso Risorto, fa di lui un “sacrificio gradito a Dio”. La crocifissione di Gesù, vissuta per amore del Padre e come offerta di sé all’umanità, ha trasfigurato il dolore, ha trasformato la cattiveria della storia in storia dell’Amore, della Redenzione, della libertà. Gesù rivela pienamente l’amore del Padre e per questo ci comunica l’energia della risurrezione. Nella vita del sacerdote il dinamismo di Gesù perennemente “morente” e “risorgente” è, per Paolo VI, energia che trasfigura la Chiesa, è fecondità evangelizzante.

La passione apostolica. Il sacerdote è ossessionato, nel senso della passione apostolica, dalla gioia di voler annunciare che il Vangelo può incunearsi nelle istituzioni civili, nelle coscienze fino ad una simbiosi della spiritualità evangelica, vissuta dalla Chiesa, con la dimensione sociale dell’uomo concreto. Senza perdere la propria identità, il sacerdote vive la prossimità al mondo, proiettandosi nella dimensione apostolica, si inserisce, con la carità pastorale, nei bisogni del mondo, dando delle risposte concrete al servizio della società.

L’esperienza interiore. Se volessimo esprimere l’idea globale di Paolo VI sul sacerdozio e, di conseguenza, della indispensabile spiritualità che lo deve necessariamente animare e sostenere, potremmo dire che per lui il sacerdozio è l’esperienza interiore, vissuta nella fede e nella prassi ministeriale, di una relazione bipolare: con Cristo e con l’uomo. Si tratta, in altri termini, di un umanesimo cristologico che nasce dal mistero della Rivelazione e che ricostruisce l’uomo dall’interno per renderlo protagonista di una umanità nuova: il sacerdote, dunque, come ponte tra Cristo e l’uomo.

La relazione con Cristo. Il sacerdozio, per san Paolo VI, è primariamente “esperienza vissuta come una relazione” con Cristo cercato, amato, conosciuto nell’intimità della preghiera e della sequela. Poi, il sacerdote incontra l’uomo nella sua bellezza, nella sua miseria, nella sofferenza e nel suo peccato, alla luce della sua identificazione con Cristo sulla croce. È qui che si manifesta pienamente l’essere di Cristo, amore per noi, con noi, in noi.

Dire grazie in famiglia

Fin da piccoli, nelle nostre famiglie ci hanno insegnato a “dire grazie”. É questione di buona educazione ci dicevano. Un uomo è grande se è capace di ringraziare, di riconoscere ciò che gli è stato donato.

“Impara a dire grazie” è stato per molto tempo il live motive delle raccomandazioni prima di andare dai parenti o nelle abitazioni degli amici. Sì, la riconoscenza è l’opposto della rivendicazione, del fatto che tutto sembra, a volte, dovuto. Quanti sacrifici, ore di lavoro, quante rinunce, abitano le nostre case. Uomini e donne, spesso i nostri genitori, che per amore sembrano non sentire le fatiche, abituati a straordinari di generosità e tutto perché si possa crescere felici, sereni, perché prendersi cura di qualcuno è la forma più alta d’amore.

Ma da dove nasce la gratitudine? Nasce dal “senso di debito”, cioè dalla consapevolezza non di “ciò che mi è dovuto”, ma di “ciò che ciascuno deve”. È utile soffermarsi, anche ora, a far scorrere nella nostra mente i momenti nei quali siamo stati accuditi e amati. Ripensare a certe parole ascoltate, a certi sguardi di affetto, ai sorrisi che ci hanno fatto sentire amati, preziosi. Penso allo sguardo di Gesù verso il giovane ricco. Dice il Vangelo: “Fissandolo lo amò” (Mc 10,21).

Uno sguardo d’amore verso quel ragazzo che ha confuso la felicità con le cose, perdendo la libertà di fare scelte coraggiose, di scegliere le persone e di non basare la pienezza della sua vita esclusivamente su se stesso e la sua presunta bravura, arrivando a negare che qualcun altro potesse dirgli cosa fare, dove andare, cosa cambiare. Rendere grazie ci aiuta innanzitutto a non lasciarci risucchiare dal circolo delle pretese senza accorgerci, a volte con meraviglia e stupore di tutto ciò che fin da piccoli ci è stato semplicemente donato. L’amore non ha pretese, non rivendica, si dona, a volte persino col rischio di non essere capiti, rifiutati o addirittura contestati. 

Quante volte abbiamo dato risposte che hanno ferito? Quante volte abbiamo alzato la voce, sperando con le nostre parole di cambiare le idee e la mentalità degli altri? Quante volte abbiamo dato per scontate o dovute le cose, i soldi, gli indumenti, dimenticando troppo facilmente che ciò che abbiamo, ciò che siamo, lo dobbiamo!

È necessario riscoprire, a tutte le età, il “dovere di rendere grazie”, innanzitutto percependoci come un dono e come parte di un dono più grande e così recuperare il senso della grandezza e della preziosità della nostra vita. Scrive papa Francesco in Amoris Laetitia:

“lo sviluppo affettivo ed etico di una persona richiede un’esperienza fondamentale: credere che i propri genitori sono degni di fiducia” (AL 263).

È necessario, continua il Papa, maturare delle abitudini. Abituiamoci a ringraziare più spesso!

Si tratta di un apprezzamento che conduce alla gratitudine e quindi al dovere. Sì, un dovere leggero, non opprimente ma gioioso che si nutre di un altro valore fondamentale: il rispetto.

Rispettare significa comprendere, aspettare, ascoltare, non pretendere di possedere tutta la verità, significa accettare buoni consigli da chi ha vissuto più di noi ed ha come maestra l’esperienza.

Diventa allora più che mai necessario  accettarsi come figli, tranquillamente grati di ciò che dai nostri genitori abbiamo ricevuto. Pronti anche a perdonare ciò che non sanno o non possono darci.

Grazie mille – 883

Quando si vedono
Le montagne che non c’è foschia
Quando le vacanze iniziano
E quando poi torno a casa mia
Quando mi alzo e sento che ci sono
Quando sfreghi il naso contro il mio
Quando mi respiri vicino
Sento che, sento che

Per ogni giorno, ogni istante, ogni attimo
Che sto vivendo
Grazie mille

Quando si giocano
Le coppe in tele il mercoledì
Quando sento un pezzo splendido
Che mai pensavo bello così
Quando il cane mi vuol salutare
Quando vedo i miei sorridere
Quando ho l’entusiasmo di fare
Sento che, sento che

Per ogni giorno, ogni istante, ogni attimo
Che sto vivendo
Grazie mille

Per ogni istante, ogni giorno, ogni attimo
Che mi è stato dato
Grazie mille

Quando un microfono
Non lo vorrei abbandonare mai
Quando i miei amici… 

Quando un microfono
Non lo vorrei abbandonare mai
Quando i miei amici prendono
Un’accoppiata secca alla SNAI
Quando il mondo mi sembra migliore
Anche solo per un attimo
Quando so che ce la posso fare….

Grazie mille”: a volte lo diciamo distrattamente, a volte per abitudine, altre volte non lo diciamo per niente. Eppure questa parola è carica di significato! Esprime la riconoscenza per un dono ricevuto, per un qualcosa di “non dovuto”, la gratuità di un gesto. Si tratta di mettersi in un atteggiamento nuovo di fronte alla vita, a se stessi, agli altri e a tutto ciò che ci circonda.

Grazie mille..quando mi alzo e sento che ci sono… per ogni istante che sto vivendo”: grazie per il dono della vita, non un fatto “scontato”, ma un vero e proprio miracolo che ogni giorno si rinnova. L’autore di questo miracolo è Dio.

Grazie mille… quando ho l’entusiasmo di fare… quando so che ce la posso fare”: quando stiamo bene e abbiamo la forza interiore di affrontare ogni giorno l’avventura della vita, non sempre ci ricordiamo di ringraziare Dio. La nostra vita infatti è interamente nelle Sue mani.

Grazie mille… quando i miei amici prendono un’accoppiata secca alla SNAI”: dire grazie quando i nostri amici sono nella gioia è segno di maturità e di vera comunione.

Il Senso della gratitudine per le gioie degli altri ci fa superare la logica della competizione e dell’arrivismo che mina le radici dei rapporti tra gli uomini ed è spesso causa di gelosie di invidie.

Il senso di gratitudine è quell’atteggiamento di fondamentale stupore dell’uomo di fronte alla vita, a Dio, alle persone, alle cose e agli avvenimenti. Non possiamo ridurre i rapporti con gli altri ad un freddo calcolo matematico. Un’esistenza vissuta senza gratitudine, infatti, è presto destinata ad impoverirsi e svuotarsi di significato.

Passione sincera per l’educazione

Mons. Tremolada e alcuni temi attuali come quello della formazione dei docenti e della sostenibilità economica delle scuole cattoliche

Per la scuola italiana non sembra esserci pace. È di qualche ora fa la denuncia arrivata dall’Ocse, secondo cui gli studenti italiani (la bocciatura, però, non riguarderebbe le scuole del Nord del Paese, con risultati addirittura sopra la media) sarebbero in grave difficoltà nel leggere e comprendere un testo. Un test condotto sulle competenze dei quindicenni di 79 Paesi del mondo certificherebbe i “non brillanti” risultati ottenuti dagli studenti di casa nostra. Solo il 5%, secondo l’Ocse, sarebbe in grado di distinguere un fatto, da un’opinione o, peggio ancora, da una fake news.

Questo nuovo addebito rende sempre più necessarie una cura e un’attenzione particolare al mondo della scuola, non soltanto da parte degli addetti ai lavori e della politica, ma anche di tutte quelle componenti della società che avvertono il dovere di essere al fianco dell’istituzione scolastica nella sua grande responsabilità educativa. Tra queste realtà c’è anche la Chiesa, ed è proprio da questa premessa che prende le mosse l’intervista a mons. Tremolada sulla scuola, un mondo che conosce molto bene.

Eccellenza, la scuola sembra essere sempre sul banco degli imputati. Qual è il suo giudizio sulla realtà che ha incontrato a Brescia?

L’impressione che sin da subito ho percepito è che la scuola bresciana nel suo insieme abbia una sincera passione per l’educazione dei ragazzi, delle ragazze e, assuma con serietà il compito che le viene assegnato. Questa sensazione ha trovato conferma nei tanti incontri che ho avuto con i responsabili istituzionali della scuola bresciana. Tutto questo ha fatto meritare alla scuola un concreto sostegno, un’attenzione positiva da parte della istituzioni, cosa che non sempre è scontata. Vorrei però insistere in modo particolare sulla passione che caratterizza chi lavora all’interno della scuola: penso ai dirigenti, ai docenti e al personale tecnico amministrativo. In questi primi due anni ho incontrato persone che hanno a cuore il bene della scuola.

Quali le attenzioni della Chiesa bresciana per un sistema scolastico in cui convivono realtà statali e scuole paritarie?

Credo che come Chiesa abbiamo un compito prioritario che è quello di fare sentire una cosa sola tutte le realtà nel compito comune di educare i ragazzi e i giovani. Dobbiamo aiutare tutte le scuole bresciane, al di là delle divisione tra statali e paritarie, ad alimentare sempre di più la passione educativa alla luce di principi condivisi come la centralità della persona, l’attenzione alle condizioni di ogni singolo studente, il coinvolgimento della famiglia, l’accompagnamento e l’alleanza educativa, una didattica sempre più precisa e attenta alle innovazioni, la conoscenza dei contesti culturali attuali da cui arrivano molte delle sfide che la scuola oggi deve affrontare. Favorire la massima unità nell’assunzione del compito educativo e un dialogo costruttivo fra i vari soggetti che abitano il mondo della scuola sono attenzioni che come Chiesa bresciana dobbiamo avere.

Cosa pensano i giovani che lei ha incontrato più volte del mondo della scuola?

Incontrando più volte i giovani e i ragazzi anche all’interno della scuola ho ricevuto l’impressione che la scuola per loro continui a essere una realtà significativa e importante. Non la snobbano di certo, anche nella formulazione del loro giudizio molto dipende dalle relazioni che riescono a instaurare con i coetanei e, ancora di più, con gli adulti che vivono nella scuola. I ragazzi si aspettano molto dalla scuola e chiedono che gli adulti assumano con maggior decisione quello che è il loro ruolo educativo, esprimono il bisogno di adulti che per primi sappiano dare la giusta rilevanza a quello che stanno facendo. Hanno la consapevolezza di essere inseriti in un percorso di crescita che non riguarda il tema delle competenze e per questo chiedono adulti autorevoli, credibili, non semplici trasmettitori di conoscenza, chiedono adulti che, prima ancora di loro, sappiamo prendere la scuola sul serio.

Tutto questo porta al tema della formazione di chi opera nel mondo della scuola, statale a paritaria: la semplice conoscenza della materia oggi non basta più…

Uno degli elementi che fa l’eccellenza di una scuola è rappresentato dagli insegnanti. L’essere bravi insegnanti, però, non coincide con la conoscenza della materia; la capacità di insegnare dipende dalla dimensione relazionale, dalla capacità di aprirsi e accogliere la vita e la storia dei ragazzi. L’autorevolezza di un insegnante non deriva solo dalla perfetta conoscenza della singola disciplina, ma soprattutto dalla capacità di fare innamorare della materia che insegna, creando empatia e sintonia con i ragazzi. Per raggiungere questi traguardi è necessaria una formazione costante che chiede agli insegnanti la disponibilità a mettersi costantemente in discussione, sia nella scuola statale che in quella paritaria. Certo, è molto più facile trasmettere nozioni che stabilire un rapporto, ma è tramite quest’ultimo che lo studente può arrivare a innamorarsi della singola disciplina.

Questa e altre attenzioni si scontrano, però, con il tema delle risorse sempre più limitate. Per le scuole paritarie un vero e proprio dramma che pone la questione della sostenibilità…

Anche se come Vescovo mi stanno a cuore allo stesso modo le scuole statali e quelle paritarie, quello della sostenibilità economica della scuole cattoliche è un tema che avverto in modo particolare. Credo che sia oggettivo che il sistema scolastico italiano, per come è strutturato, appare ingiusto, non garantendo, come avviene in altri stati, pari dignità economica a tutti gli attori, pubblici o privati, che operano nel campo dell’educazione. Le scuole paritarie e cattoliche devono arrangiarsi con quello che sono i proventi delle rette pagate dalle famiglie. Nonostante questo limite le scuole cattoliche, a cui va tutta la mia stima e il mio apprezzamento, continuano a svolgere il loro compito in campo educativo anche se in molti casi la fatica è tanta.

Una delle argomentazioni usate da chi si oppone a questa parità di trattamento è che le scuole cattoliche sarebbero poco inclusive…

Si tratta di un’accusa ingiustificata. Il desiderio delle scuole cattoliche è quello di accogliere tutti. Sarebbe però necessario che fossero messe nelle condizioni di poterlo fare. Oggi, invece, pagano un circolo vizioso che si è creato con la mancanza di una effettiva parità con le scuole statali. La mancanza di risorse è un limite pesante e crea quella che oggi si definirebbe come fake news che indica nella scuola cattolica una realtà poco accogliente. Le scuole, pur in mezzo a tante difficoltà, stanno facendo di tutto per andare incontro a quelle famiglie che faticano ma che si fidano della loro proposta educativa. Esistono però dei limiti di sostenibilità che non possono essere superati. Personalmente non mi stanco di ripetere che le porte delle scuole cattoliche sono aperte per tutti anche per quelli che fanno più fatica.

Ministri straordinari

A ottobre è in programma, al Polo Culturale di via Bollani, il corso di formazione per i nuovi ministri straordinari della comunione eucaristica. Sono stati già organizzati anche gli incontri annuali di aggiornamento

A ottobre è in programma, al Polo Culturale di via Bollani, il corso di formazione per i nuovi ministri straordinari della comunione eucaristica. Il programma è il seguente: giovedì 3 ottobre alle 20.30; giovedì 10 ottobre alle 20.30; giovedì 17 ottobre alle 20.30.

Sono stati già organizzati anche gli incontri annuali di aggiornamento per i ministri istituiti nel 2017, 2018 e 2019. Si può scegliere tra le proposte qui di seguito indicate: martedì 5 maggio 2020 alle 20.30 al Teatro Politeama di Manerbio; martedì 12 maggio 2020 alle 20.30 al Teatro Corallo a Villanuova Sul Clisi; martedì 19 maggio 2020 alle 20.30 nella Sala della Comunità a Rovato; sabato 23 maggio 2020 alle 15 all’Eremo Santi Pietro e Paolo di Bienno; martedì 26 maggio 2020 alle 20.30 al Polo Culturale.

Per informazioni e iscrizioni (obbligatorie) telefonare al numero 030.3722.253 presso la Segreteria generale della Curia o inviare una email a liturgia@diocesi.brescia.it

Il Battesimo pone in noi il seme della santità Catechesi battesimale

“Siate santi perché Io sono santo” – Continuiamo la catechesi battesimale, prendendo in considerazione i segni e i simboli all’interno del rito del battesimo.

Il Battesimo, come tutti i Sacramenti, prevede l’utilizzo di elementi materiali, di parole e canti, di gesti simbolici e segni non verbali che, tutti insieme, danno vita a questa celebrazione preziosa e imprescindibile nell’esistenza di un cristiano. 

Dio è intervenuto nella storia del suo popolo con fatti e parole. Allo stesso modo si è comportato Gesù. 

Anche la Chiesa nella celebrazione del battesimo agisce sia con parole e sia con gesti e segni concreti. 

Ecco come si svolge la liturgia battesimale.

La struttura della celebrazione presenta uno sviluppo dinamico che ha un suo significato: inizia con l’accoglienza del bambino alla porta della chiesa e termina all’altare. 

Sono previsti quattro momenti essenziali:

  1. Riti di accoglienza, che si esprimono con : saluto iniziale – dialogo celebrante e genitori con la richiesta del nome – segno della croce sulla fronte del bambino.
  2. Liturgia della Parola, che è composta da: Letture bibliche – Omelia – Preghiera dei fedeli – Invocazione dei Santi – Esorcismo e unzione pre battesimale. 
  3. Liturgia del battesimo, che si sviluppa in questo modo: Benedizione dell’acqua – Rinuncia a Satana e professione di fede – Battesimo per infusione dell’acqua o per immersione – Unzione con il sacro crisma – Consegna della veste bianca e del cero acceso – Rito dell’effetà.
  4. Conclusione all’altare con la preghiera del Padre Nostro e la Benedizione dei genitori e di tutti i presenti.

1. Riti di accoglienza

Il battesimo è la porta di ingresso nella comunità della Chiesa. Attraverso di esso veniamo accolti nel suo seno, rimaniamo incorporati in essa e facciamo parte della famiglia dei figli di Dio. Si tratta, quindi, di una «vocazione» e di una «convocazione»: da parte della comunità ecclesiale e per la comunità ecclesiale. «Noi tutti – dice S. Paolo – siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo» (1 Cor 12,13). Nessuno è estraneo agli altri. Siamo tutti membra vive e contribuiamo a edificare il corpo della Chiesa. 

Ecco il significato del saluto e del dialogo iniziale tra il sacerdote e i genitori e padrini, alla presenza della comunità cristiana. I genitori, all’ingresso della chiesa, accolti dalla comunità cristiana, presentano il loro figlio con il suo nome proprio e chiedono al sacerdote di ammetterlo a far parte della Chiesa, assicurandola che, insieme ai padrini e sostenuti dalla comunità stessa, si impegnano a trasmettere al figlio la fede cristiana, che oggi per lui chiedono alla Chiesa come dono di grazia.

All’interno dei riti di accoglienza il sacerdote chiede ai genitori il nome del loro figlio.

Il bambino è designato con il suo nome, è riconosciuto come persona unica e diversa dalle altre, con una ricchezza di doni di cui Dio lo ha nutrito per arricchire la Chiesa.

Attraverso il nome ogni persona si differenzia dalle altre. Non è un numero interscambiabile. Il nome diventa parte integrante della sua identità. Nel suo nome è riassunta tutta la storia della sua vita.

“Ti ho chiamato per nome: tu mi appartieni”(Is. 43,1): è la parola rivolta da Dio al profeta Isaia. Ciò vale anche per ciascuno di noi personalmente. 

“Quando Dio ti chiama per nome esprime con questo il fatto che per Lui sei importante. Davanti a Dio sei unico. Dio stesso ti ha creato. Tu gli appartieni. Nessun essere umano ha potere su di te. Dio riversa il suo amore divino nel tuo nome. Dio si rivolge a te, Dio ti conosce per nome, conosce il tuo cuore, sa che cosa provi. Ha una relazione individuale con te. Non sei solo uno tra i tanti. Sei unico. Per Dio hai un’importanza particolare: Egli è sostegno per la tua vita, qualcosa che costituisce le fondamenta su cui edificare la tua esistenza. Il nome con cui Dio ti chiama ti dimostra la tua inconfondibile dignità di essere umano.

Dio ha un progetto speciale per te. In te deve rifulgere la sua gloria. In te deve apparire un po’ della bellezza divina. 

Gesù non ha soltanto chiamato i discepoli per nome in un lontano passato, anche oggi pronuncia il tuo nome. Gesù ti conosce personalmente. 

Quando Gesù ti chiama per nome, nessuno ti può rapire dalla sua mano, nessuno ti può sciogliere dal tuo legame con Lui. La sua mano ti protegge, ti dona un riparo e ti sostiene” (A. Grun).

All’interno dei “Riti di accoglienza” il primo gesto compiuto sul bambino è il segno di una croce sulla fronte: il sacerdote, i genitori e i padrini tracciano sulla fronte del loro bambino un segno di croce. 

La «segnatura», la marchiatura dei beni e anche dell’uomo deriva da un’abitudine antichissima. Chi portava un segno, specie se un segno indelebile, apparteneva per sempre al suo padrone e proprietario, sottostava per sempre al suo potere e alla sua protezione.

Col segno di croce sulla fronte il battezzando viene dichiarato proprietà di Cristo; Lui, che è morto in croce ed è vittoriosamente risorto, nel battesimo prende possesso della persona. La croce tracciata sulla fronte sancisce una volta per tutte l’accoglimento del bambino nella famiglia di Dio. Come i genitori garantiscono la vita terrena dei loro figli, così Dio garantirà la loro salvezza. Il segno di appartenenza a Cristo non va perciò frainteso nel senso di un «segno di schiavitù»; coloro che sono stati segnati col segno di croce appartengono al Signore così come gli sposi si appartengono reciprocamente.

Il segno di croce è anche un segno di protezione. I genitori sanno per esperienza a quanti pericoli vada incontro un bambino. Egli ha bisogno di un protettore più ancora di un adulto. I genitori, segnando il loro figlio col segno di croce, lo affidano a colui che può salvare da tutti i pericoli e, particolarmente, da quelli del tentatore.

Il rito esprime, dunque, il sigillo di Cristo su colui che sta per appartenergli e significa la grazia della redenzione che Cristo ci ha acquistato per mezzo della sua croce. La Croce è il segno distintivo dei cristiani.

Dopo i riti di accoglienza, il sacerdote precede il corteo nel cammino verso l’altare, accompagnato dal canto.

Questo cammino è segno della vita qui sulla terra, che è un cammino, un pellegrinaggio gioioso di tutta la Chiesa incontro al suo Signore. E’ la gioia di un popolo che nella ferialità dei suoi giorni sa di essere accompagnato dallo spirito del Risorto, fin quando sarà giunto nella Terra promessa, che è il Paradiso, la pienezza della vita in Dio. L’altare diventa così il segno sacramentale di quella meta, perché rappresenta il Cristo che è “l’altare” su cui Egli stesso, che è anche il “sacerdote”, offre al Padre la “vittima sacrificale”, che è ancora Lui, per la salvezza dell’uomo.

Così, l’altare verso cui il corteo battesimale si incammina, rappresenta la meta della Chiesa e di ogni battezzato, chiamati a partecipare di quel banchetto pasquale, segno dell’eterno banchetto celeste, preparato per ogni salvato, nel Regno eterno di Dio.

Il battesimo è, così, l’ingresso in questo popolo di battezzati che cammina, cantando di gioia, perché attraverso i segni sacramentali offerti qui sulla terra ha la certezza di poter raggiungere la meta eterna: Gesù morto e risorto, che siede alla destra del Padre e ci prepara un posto nel suo Regno.

2. Liturgia della Parola

Sia quando il sacramento del Battesimo viene celebrato all’interno della Messa come al di fuori di essa è sempre contemplata la liturgia della Parola.  

Essa è costituita da: letture bibliche, omelia, preghiera dei fedeli, invocazione dei Santi, esorcismo e unzione pre-battesimale. 

Letture bibliche

Tutti i sacramenti fanno riferimento alla Parola di Gesù, che, per mezzo di segni e l’invocazione dello Spirito Santo da parte della Chiesa, compie oggi nell’intimo della persona e della Chiesa l’opera spirituale che i segni significano e donano la grazia propria di ogni sacramento, che è sempre dono di salvezza. Per questo ogni volta che si celebra un sacramento si fa precedere la proclamazione della Parola di Dio, perché senza di essa non c’è l’efficacia del sacramento. Così, perché nel battesimo la persona sia lavata dalla vita del peccato (dell’uomo vecchio) e rinasca alla vita nuova (l’uomo nuovo) in Dio, è necessario che venga invocato lo Spirito Santo sull’acqua con la preghiera della Chiesa e, pronunciando la parola di Gesù, venga versata l’acqua sul capo della persona dal ministro della Chiesa. Lo Spirito Santo, la Parola e il segno rendono “efficace” l’azione della Chiesa, cioè fanno sì che avvenga ciò che la parola dice e il segno esprime.

Quando il Battesimo viene celebrato all’interno della S. Messa, normalmente si proclama la Parola del giorno, generalmente della domenica; quando viene celebrato senza la S. Messa si possono scegliere le letture indicate dal Rituale Romano per la celebrazione del sacramento del Battesimo.

Invocazione dei Santi

Per mezzo del battesimo, il cristiano partecipa della santità stessa di Dio e, quindi, partecipa della comunione con tutti coloro che sono stati resi santi per mezzo dell’immersione battesimale. Per questo l’assemblea invoca i Santi, affinché siano loro a proteggere il bambino o l’adulto nel cammino che sta cominciando a intraprendere in seno alla Chiesa. Cammino di impegno, di coerenza e di testimonianza di fede, di speranza e di amore.

Unzione pre-battesimale con l’olio dei catecumeni

L’olio dei catecumeni è essenzialmente l’olio dell’atleta di Cristo. S. Ambrogio dice: “Arrivato al fonte, tu sei stato unto … come un atleta di Cristo, come se tu stessi per dedicarti a un combattimento in questo mondo”. Il Battesimo libera dal peccato e dal diavolo. Sul battezzando viene pronunciata la preghiera di esorcismo e successivamente viene unto con l’olio dei catecumeni. Quest’olio, applicato sul petto, è come uno scudo che respinge il demonio e difende la fede. E’ come uno strumento che prepara il futuro cristiano alla lotta della vita e gli dona coraggio e forza per resistere al male e al maligno. Dio sa, infatti, che il diavolo (colui che divide), il satana (il tentatore che, illudendo con proposte apparentemente alettanti, cerca di far imboccare la strada della morte) è come la presenza di un “leone ruggente, che si aggira cercando chi divorare” (1Pt 5,8-9); per questo ci dona i mezzi della grazia per “resistergli, saldi nella fede” (1 Pt 5,8-9). Questo olio è stato benedetto dal Vescovo nella Messa crismale del Giovedì santo e, perciò, è anche segno di piena comunione con la Chiesa locale, presieduta dal Vescovo, e con la Chiesa universale, il cui segno di unità è il Papa.

Le antiche Chiese Orientali

Per tre sabati consecutivi, a partire dal 16 marzo, la XIII edizione del corso sull’ecumenismo al Polo Culturale Diocesano, con la guida delle esperte figure di docenti e studiosi.

“Le antiche Chiese Orientali”. Con questo titolo si apre la XIII edizione del concorso sull’ecumenismo, proposto dalla Diocesi di Brescia, che si terrà per tre sabati consecutivi a partire dal 16 marzo al Polo Culturale Diocesano in via Bollani 20.

Un’iniziativa interessante per la sua trasversalità a più tipologie di interessi: storica, religiosa, filosofica e teologica. È in realtà doppiamente accattivante per la tematica su cui si impronta il corso, non essendo tanto la scoperta del mondo religioso orientale e la sue chiese quanto più l’ecumenismo. Quest’ultimo è un termine di indubbie radici greche che trova il suo più profondo significato in “ecumene” che significa infatti “comunità universale di fedeli”, termine a sua volta mutuato dall’ancora più antico “oikūménē” che si utilizzava per indicare la porzione di terra abitata dall’uomo. Appare di conseguenza lampante l’intenzione a cui questa iniziativa si appoggia: ricalcare le orme del movimento universale quale è l’ecumenismo e che è volta all’unione di tutte le Chiese cristiane, nel suo senso più ampio, alla ricerca di un punto di incontro fra le grandi religioni monoteiste.

La data convenzionalmente ricordata come la nascita della commissione ecumenica permanente risale al giugno del 1910, attimo in cui, per la prima volta, si presero decisioni atte a promuovere l’unità della comunità cristiana. Nei tre sabati della seconda metà di marzo, i cui pomeriggi saranno suddivisi in due incontri (il primo alle 14.30 e a seguire quello delle 16.30), sarà dunque possibile ripercorrere le storie e le tappe della Chiesa ortodossa, cattolica e copta anche attraverso l’approfondimento di quelli che furono i pilastri importanti nel mondo religioso orientale (ma non solo) come il monaco cristiano nonché mistico russo San Serafino di Sarov o il  vescovo cristiano orientale e santo armeno San Gregorio Illuminatore. L’evento è affidato a figure qualificate di grande esperienza quali studiosi e docenti come don Antonio Zani, Alberto Elli e padre Vladimir Zelinsky.

È possibile accedere al corso previa iscrizione presso gli sportelli dell’Ufficio per l’Ecumenismo telefonando al numero 030.3722350 oppure 030.3722354, inviando a mail all’indirizzo: ecumenismo@diocesi.brescia.it . Il contributo partecipazione ammonta a 30,00 euro. La locandina e la brochure sono entrambe consultabili sulla pagina web della Diocesi di Brescia all’indirizzo www.diocesi.brescia.it.

La Democrazia è partecipazione!

Come avevamo già spiegato nel numero precedente della “Badia”, quest’anno al C.A.G ci si prepara alle elezioni, proprio così, nel senso che anche noi da Gennaio  siamo entrati in campagna elettorale. Infatti vogliamo  far conoscere ai ragazzi le modalità attraverso cui il cittadino esercita il proprio diritto democratico e percorrere le tappe che portano l’individuo responsabile ed onesto a votare il proprio Sindaco. A parlarci di democrazia e del ruolo di Primo Cittadino è venuta, nel mese di Dicembre, la Dott.ssa Cristina Tedaldi, Sindaco di Leno. 

Onorati della sua presenza, abbiamo ascoltato con attenzione le tappe che ci hanno portato al voto democratico in Italia e abbiamo cercato di capire meglio quale fosse il ruolo del Sindaco e della sua Giunta; inoltre le abbiamo fatto una piccola intervista per capire meglio la vita e i pensieri di una persona che si dedica anima e corpo a questo lavoro. Il Sindaco ci ha raccontato che il voto è un diritto conquistato attraverso molte lotte  e che la democrazia si basa sulla partecipazione attiva di tutti; se non si va a votare non esiste democrazia. Ogni voto conta ed è importante: l’insieme dei singoli dà vita ad un progetto più grande; è necessario essere cittadini responsabili  e partecipi quando si tratta di migliorare il proprio Paese.

Ci ha raccontato del suo ruolo di Sindaco e ci ha spiegato il compito della Giunta e del Consiglio Comunale. Tra le tante domande che le abbiamo rivolto, ci ha colpito il fatto che ha scelto di occuparsi della sua Comunità lasciando il suo lavoro di avvocato, per dedicarsi completamente a ruolo di Primo Cittadino. La Dott.ssa Tedaldi, durante il suo mandato amministrativo, ci ha detto che ha avuto molti momenti belli ma anche momenti difficili; ci ha spiegato che come Sindaco ha tanti impegni e doveri, ma che ha sempre fatto il suo lavoro con amore perché le sta a cuore il bene del paese e della sua Comunità. Il suo desiderio è quello che a Leno i cittadini possano vivere sereni e in sicurezza e che i ragazzi e gli adulti imparino sempre di più a rispettare l’ambiente e la terra: perché come dice un proverbio Masai  “Tratta bene la terra su cui viviamo: essa non ci è stata donata dai nostri padri, ma ci è stata prestata dai nostri figli”.

Ringraziamo il Sindaco di Leno Dott.ssa Cristina Tedaldi per la sua disponibilità e per l’interessante momento di confronto.

bty

A grande richiesta (e con voto democratico!) abbiamo trascorso una nottata al C.A.G.: ragazzi ed educatrici armati di sacchi a pelo, pigiami fantasiosi, cuscini e materassini si sono accampati nelle stanze del Centro. Fantastica la nottata che abbiamo trascorso… rigorosamente svegli! Anzi no… a dire il vero qualcuno è caduto in un sonno profondo nonostante la musica, il film, la pizzata e la merenda alle 3 di notte. E’ stata un’esperienza magnifica conclusasi con una succulenta colazione. I ragazzi sono stati davvero bravissimi!!!…e già incalzano gli educatori per ripetere l’esperienza!!!

Ornella Duina, Sara Della Torre, Giada Romeri, Anne Georges, Giacomina Treccani, Mattia Zoppini e i ragazzi e le ragazze del C. A.G. augurano a tutti Buon Anno! 

Paolo – La vita nella Chiesa

Benedetto XVI racconta san Paolo. Udienza generale, 22.11.2006

Cari fratelli e sorelle,

oggi completiamo i nostri incontri con l’apostolo Paolo, dedicandogli un’ultima riflessione. Non possiamo infatti congedarci da lui, senza prendere in considerazione una delle componenti decisive della sua attività e uno dei temi più importanti del suo pensiero: la realtà della Chiesa. Dobbiamo anzitutto constatare che il suo primo contatto con la persona di Gesù avvenne attraverso la testimonianza della comunità cristiana di Gerusalemme. Fu un contatto burrascoso. Conosciuto il nuovo gruppo di credenti, egli ne divenne immediatamente un fiero persecutore. Lo riconosce lui stesso per ben tre volte in altrettante Lettere: «Ho perseguitato la Chiesa di Dio» scrive (1 Cor 15,9; Gal 1,13; Fil 3,6), quasi a presentare questo suo comportamento come il peggiore crimine.

La storia ci dimostra che a Gesù si giunge normalmente passando attraverso la Chiesa! In un certo senso, questo si avverò, dicevamo, anche per Paolo, il quale incontrò la Chiesa prima di incontrare Gesù. Questo contatto, però, nel suo caso, fu controproducente, non provocò l’adesione, ma una violenta repulsione. Per Paolo, l’adesione alla Chiesa fu propiziata da un diretto intervento di Cristo, il quale, rivelandoglisi sulla via di Damasco, si immedesimò con la Chiesa e gli fece capire che perseguitare la Chiesa era perseguitare Lui, il Signore.

Infatti, il Risorto disse a Paolo, il persecutore della Chiesa: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti? (At 9,4). Perseguitando la Chiesa, perseguitava Cristo. Paolo, allora, si convertì, nel contempo, a Cristo e alla Chiesa.

Di qui si comprende perché la Chiesa sia stata poi così presente nei pensieri, nel cuore e nell’attività di Paolo. In primo luogo, lo fu in quanto egli letteralmente fondò parecchie Chiese nelle varie città in cui si recò come evangelizzatore. Quando parla della sua «sollecitudine per tutte le Chiese» (2 Cor 11,28), egli pensa alle varie comunità cristiane suscitate di volta in volta nella Galazia, nella Ionia, nella Macedonia e nell’Acaia. Alcune di quelle Chiese gli diedero anche preoccupazioni e dispiaceri, come avvenne per esempio nelle Chiese della Galazia, che egli vide “passare a un altro vangelo” (Gal 1,6), cosa a cui si oppose con vivace determinazione. Eppure egli si sentiva legato alle Comunità da lui fondate in maniera non fredda e burocratica, ma intensa e appassionata. Così, ad esempio, definisce i Filippesi «fratelli miei carissimi e tanto desiderati, mia gioia e mia corona» (4,1). Altre volte paragona le varie Comunità ad una lettera di raccomandazione unica nel suo genere: «La nostra lettera siete voi, lettera scritta nei nostri cuori, conosciuta e letta da tutti gli uomini» (2 Cor 3,2). Altre volte ancora dimostra nei loro confronti un vero e proprio sentimento non solo di paternità ma addirittura di maternità, come quando si rivolge ai suoi destinatari interpellandoli come «figlioli miei, che io di nuovo partorisco nel dolore finché non sia formato Cristo in voi» (Gal 4,19; cfr anche l Cor 4,14-15; 1 Ts 2,7-8).

Nelle sue Lettere Paolo ci illustra anche la sua dottrina sulla Chiesa in quanto tale. Così è ben nota la sua originale definizione della Chiesa come «corpo di Cristo», che non troviamo in altri autori cristiani del I° secolo (cfr 1 Cor 12,27; Ef 4,12; 5,30; Col 1,24). La radice più profonda di questa sorprendente designazione della Chiesa la troviamo nel Sacramento del corpo di Cristo. Dice san Paolo: “Poiché c’è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un solo corpo” (1 Cor 10,17). Nella stessa Eucaristia Cristo ci dà il suo Corpo e ci fa suo Corpo. In questo senso san Paolo dice ai Galati: “Tutti voi siete uno in Cristo” (Gal 3,28). Con tutto ciò Paolo ci fa capire che esiste non solo un’appartenenza della Chiesa a Cristo, ma anche una certa forma di equiparazione e di immedesimazione della Chiesa con Cristo stesso. E’ da qui, dunque, che deriva la grandezza e la nobiltà della Chiesa, cioè di tutti noi che ne facciamo parte: dall’essere noi membra di Cristo, quasi una estensione della sua personale presenza nel mondo. E da qui segue, naturalmente, il nostro dovere di vivere realmente in conformità con Cristo. Da qui derivano anche le esortazioni di Paolo a proposito dei vari carismi che animano e strutturano la comunità cristiana. Essi sono tutti riconducibili ad una sorgente unica, che è lo Spirito del Padre e del Figlio, sapendo bene che nella Chiesa non c’è nessuno che ne sia sprovvisto, poiché, come scrive l’Apostolo, «a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità» (1 Cor 12,7). Importante, però, è che tutti i carismi cooperino insieme per l’edificazione della comunità e non diventino invece motivo di lacerazione. A questo proposito, Paolo si chiede retoricamente: «E’ forse diviso il Cristo?» (1 Cor 1,13). Egli sa bene e ci insegna che è necessario «conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace: un solo corpo, un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati» (Ef 4,3-4).

Ovviamente, sottolineare l’esigenza dell’unità non significa sostenere che si debba uniformare o appiattire la vita ecclesiale secondo un unico modo di operare. Altrove Paolo insegna a «non spegnere lo Spirito» (1 Ts 5,19), cioè a fare generosamente spazio al dinamismo imprevedibile delle manifestazioni carismatiche dello Spirito, il quale è fonte di energia e di vitalità sempre nuova. Ma se c’è un criterio a cui Paolo tiene molto è la mutua edificazione: “Tutto si faccia per l’edificazione” (1 Cor 14,26). Tutto deve concorrere a costruire ordinatamente il tessuto ecclesiale, non solo senza ristagni, ma anche senza fughe e senza strappi. C’è poi anche una Lettera paolina che giunge a presentare la Chiesa come sposa di Cristo (cfr Ef 5,21-33). Con ciò si riprende un’antica metafora profetica, che faceva del popolo d’Israele la sposa del Dio dell’alleanza (cfr Os 2,4.21; Is 54,5-8): questo per dire quanto intimi siano i rapporti tra Cristo e la sua Chiesa, sia nel senso che essa è oggetto del più tenero amore da parte del suo Signore, sia anche nel senso che l’amore dev’essere scambievole e che quindi noi pure, in quanto membra della Chiesa, dobbiamo dimostrare appassionata fedeltà nei confronti di Lui.

In definitiva, dunque, è in gioco un rapporto di comunione: quello per così dire verticale tra Gesù Cristo e tutti noi, ma anche quello orizzontale tra tutti coloro che si distinguono nel mondo per il fatto di «invocare il nome del Signore nostro Gesù Cristo» (1 Cor 1,2). Questa è la nostra definizione: noi facciamo parte di quelli che invocano il nome del Signore Gesù Cristo. Si capisce bene perciò quanto sia auspicabile che si realizzi ciò che Paolo stesso si augura scrivendo ai Corinzi: «Se invece tutti profetassero e sopraggiungesse qualche non credente o un non iniziato, verrebbe convinto del suo errore da tutti, giudicato da tutti; sarebbero manifestati i segreti del suo cuore, e così prostrandosi a terra adorerebbe Dio, proclamando che veramente Dio è fra voi» (1 Cor 14,24-25). Così dovrebbero essere i nostri incontri liturgici. Un non cristiano che entra in una nostra assemblea alla fine dovrebbe poter dire: “Veramente Dio è con voi”. Preghiamo il Signore di essere così, in comunione con Cristo e in comunione tra noi.

Molto orgogliose dei nostri ragazzi!

È finita l’estate e sta per iniziare un nuovo anno scolastico… di già!!!

Vogliamo però cogliere l’occasione di questo articolo per complimentarci con i nostri ragazzi che a Giugno, felici ed entusiasti, ci hanno portato a far vedere le schede: che bei voti! Che bravi! Quanti 7,8,9,10… e anche gli ammessi agli esami: chi con 7, chi con 8, chi con 9 e qualcuno persino con il 10… quindi per prima cosa sfatiamo il pregiudizio che il CAG sia un posto frequentato solo da ragazzi che faticano a scuola…i risultati lo comprovano.

Congratulazioni a tutti, siete stati davvero eccezionali!

Ci teniamo a ribadire che il CAG è sì un luogo dove personale competente supporta i ragazzi nello studio e nello svolgimento dei compiti (qualora lo richiedano e ne abbiano bisogno), ma è soprattutto un luogo (tra l’altro non dimentichiamolo in ORATORIO… LA NOSTRA CASA) dove i nostri ragazzi stanno bene insieme e passano tante ore della giornata (4 ore al giorno; 20 a settimana).

É per noi doveroso ringraziare tutti i professori che collaborano attivamente con il Servizio, sempre disponibili al confronto e all’ascolto anche fuori orario di lavoro e sempre collaborativi nel cercare e trovare soluzioni adeguate e diverse per i nostri e i loro ragazzi.

Ringraziamo tutti i genitori che hanno creduto e credono in noi, che ci hanno affidato i loro figli, che hanno sostenuto le nostre scelte educative e che hanno collaborato con noi e con i nostri progetti.

Ringraziamo i nostri volontari, in particolare la maestra Mina Treccani, la Prof.ssa Anne Georges e Mattia, che sono per noi una risorsa molto preziosa; donare il proprio tempo per supportare il Servizio merita davvero un sentito “grazie di cuore” da parte nostra.

Infine ringraziamo ovviamente (ma non diamolo mai per sottinteso perché è importante esplicitarlo a gran voce) Don Davide che crede nel CAG, lo sostiene e, sempre con occhio vigile e attento, è presente in Oratorio da bravo “padrone di casa”.

Torniamo ai ragazzi: ancora congratulazioni a tutti… sperando che l’estate e le vacanze vi abbiano ricaricato, vi e ci auguriamo un buon inizio e noi… vi aspettiamo in Oratorio.

Ornella, Sara e Giada