Il desiderio di essere Chiesa

Il messaggio, scritto in occasione del Mese missionario, di don Pietro Parzani, da gennaio 2018 Fidei Donum presso la diocesi di Inhambane in Mozambico

In questo mese missionario volevo scrivervi di una esperienza bella che mi è capitata qui in Missione, una bella esperienza di Chiesa. Io, come buon italiano sono stato abituato a entrare in chiese bellissime, antiche, e quando ci spiegavano la storia della costruzione delle chiese dicevano spesso che erano state il frutto del lavoro di tanta gente povera che voleva realizzare un luogo di culto e esprimere la propria fede in Dio. Ma io ho sempre visto le strutture già fatte, e il lavoro e il desiderio e la determinazione nel costruirle non ho mai avuto il piacere di vederlo.

In questo anno e mezzo, dentro anche al periodo della Pandemia per il Covid 19, una tra le nostre 47 comunità cristiane, quella di Buvane, ha costruito la propria chiesa, cappella, con mattoni e tetto in lamiera. Vi assicuro che non è una impresa facile, dal momento che la maggior parte della gente vive ancora in capanne, gente semplice senza grandi risorse. Quello che mi ha colpito è stata la loro determinazione e desiderio di avere un luogo di culto degno, visto che il precedente fu danneggiato dal ciclone di tre anni fa. Quando nel mese passato abbiamo messo il tetto c’era quasi tutta la comunità: tante donne a cantare e ballare, giovani e bambini che vedevano realizzato il loro luogo di culto, uomini ad aiutare e lavorare per finire i lavori. Questo lavoro ha rinforzato i legami tra loro e come comunità. Ha riacceso il desiderio non solo di fare chiesa ma di esserlo. Che bello: desiderio di essere Chiesa, comunità.

Papa Francesco nel messaggio per questa giornata missionaria ci invita a dire come il profeta “Eccomi, manda me (Is6,8)” alla chiamata missionaria di Dio. Penso che questa missione è essere Chiesa oggi, ognuno di noi un piccolo mattone che accetta di stare unito agli altri, che vive con entusiasmo la costruzione di un “edificio spirituale”, segno vivo della fede e speranza in un Dio che cammina con noi.

Semplicemente volevo condividere questa esperienza e augurarvi una buona missione, li dove vivete.

Tanti volti per il vero Volto

Il sussidio per la Quaresima missionaria 2019, distribuito in 80mila copie nelle parrocchie della diocesi, propone un’esperienza di incontro con volti, che aiuteranno a scoprire “Colui che vive e cammina con noi: il Signore Gesù”. Sul canale YouTube de “La Voce del Popolo” le interviste ai fidei donum che il vescovo Pierantonio ha incontrato il Brasile lo scorso novembre

“Il cammino si fa più volentieri quando lo si affronta insieme” scrive don Roberto Ferranti, direttore dell’Ufficio per le missioni, in una breve nota che apre “Nei volti, il volto”, il sussidio che la Diocesi di Brescia ha messo a punto per la Quaresima 2019. Il percorso quaresimale messo a punto per quest’anno si presenta come un’esperienza di incontro con dei volti, che aiuteranno a scoprire “Colui che vive e cammina con noi: il Signore Gesù”. I volti che nello scorrere delle settimane di Quaresima si potranno incontrare dalle pagine del sussidio racconteranno la missione della Chiesa nel mondo, il suo farsi vicina ad ogni uomo e donna, ad ogni popolo, ad ogni situazione di vita.

“I volti che incontreremo –continua ancora don Ferranti – ci aiuteranno ad assumere le attenzioni del volto di Gesù verso tutti coloro che vivono vicino a noi; i volti che incontreremo ci muoveranno alla necessità di condividere quello che abbiamo, con la nostra carità, con chi è meno fortunato di noi”. I volti che costellano le pagine della pubblicazione aiuteranno a pregare di più, proprio come desidera il vescovo Tremolada nella sua lettera pastorale: “Vorrei che non parlassimo troppo della preghiera ma che semplicemente pregassimo, che lo facessimo il più possibile e nel migliore dei modi, che lo facessimo insieme, come Chiesa del Signore, ma anche personalmente, ciascuno nel segreto del suo cuore, nel raccoglimento di momenti a questo dedicati, dentro le stanza della propria casa, prima di recarsi al lavoro, prima dei pasti, all’inizio e alla fine delle giornate”.

I volti diventano così un aiuto a vivere in modo proficuo l’ormai imminente Quaresima che deve accompagnare all’incontro con il Volto. Sono gli stessi volti che anche “Voce” ha avuto modo di incontrare nel corso del viaggio che mons. Tremolada ha compiuto in Brasile nel novembre del 2018. In quell’occasione il Vescovo ebbe modo di incontrare molti dei fidei donum che operano in Sud America e con la loro opera testimoniano quel “bello del vivere” che consente di far incontrare il Volto. Quegli incontri sono diventati interviste che, in queste settimane di Quaresima, saranno presentate sul canale YouTube de “La Voce del Popolo”. Di settimana in settimana, così, saranno i volti di don Giannino Prandelli, missionario in Venezuela, di don Giovanni Magoni, che, insieme a don Lino Zani, presta la sua opera a Mazagao, una parrocchia nel nord del Brasile, con circa 24mila abitanti che vivono in un’ottantina di comunità; di don Raffaele Donneschi, tornato nel settembre dello scorso anno in Brasile, dopo una precedente esperienza come fidei donum; di don Santo Bacherassi, dal 1998 in Uruguay; di don Pierino Bodei, di don Giuseppe Ghitti, di don Paolo Zola e di don Renato Soregaroli, fidei donum in Brasile, rispettivamente dal 2000, 1982 e 2009. Con i loro volti ci saranno anche quelli dei vescovi Conti e Verzeletti che da anni guidano diocesi brasiliane, di mons. Voltolini, arcivescovo emerito di Portoviejo, e di don Tarcisio Moreschi, fidei donum in Tanzania dal 1993, della missionaria laica Gabriella Romano.

Lettera di don Prandelli, fidei donum in Venezuela

Un po’ in ritardo, però con molta simpatia, invio gli auguri di Natale a tutti voi: amici del Venezuela, amici, del Grimm, famiglie adottanti, Arrigo Arrigoni del gruppo missionario di Palazzolo Milanese e Cassina Amata. Da 16 anni sto lavorando in Venezuela come missionario “fidei donum” di Brescia, però il Natale che stimo vivendo in Venezuela quest’anno è diverso dagli altri, molta gente se ne è andata dal Paese per necessità, molti altri sono migrati nella nostra zona aurifera in cerca di fortuna, per cui non potranno vivere in famiglia queste feste. Anche i segni esterni del Natale sono pochi e la gente non può comprare regali. Quello che guadagna non basta per il cibo. Un po’ meglio se la passano i minatori, che però rischiano aggressioni, estorsioni, malattie, soprattutto la malaria. Per questi e altri motivi già molti sono morti o sono stati ammazzati. Nella ricerca dell’oro si stanno invadendo zone di foresta del territorio indigena, le conseguenze sono devastanti per l’ambiente, aumenta l’inquinamento dell’aria e dei fiumi, e molte comunità indigene hanno perso la tranquillità. Si parla anche di massacri perpetrati da bande armate. In un prossimo messaggio invio foto dell’attività che sta svolgendo suor Concita e alcuni collaboratori per i bambini delle comunità indigene Kariña.

Di nuovo saluto tutti e invoco su di voi la benedizione divina, che Gesù bambino porti la pace nei vostri cuori, nelle vostre famiglie e nel mondo intero.

Don Giannino Prandelli 

Una comunione tra le chiese

Il vescovo Pierantonio ripercorre il viaggio missionario in Brasile dove ha incontrato i sacerdoti fidei donum presenti in America Latina

Eccellenza, che impressione le ha lasciato questo primo viaggio missionario in Brasile?

Si incontra un mondo che è davvero molto diverso dal nostro di cui non si ha idea. Abbiamo incontrato quella parte del Brasile che è l’Amazzonia. Mi hanno colpito per esempio, in particolare, i frutti che non conoscevo in maniera così diretta. Ci dà la chiara percezione della vastità del mondo e di come sia importante non rimanere chiusi nel nostro. La dimensione missionaria in questa maniera davvero si tocca con mano. E l’esperienza della natura e dell’ambiente in cui siamo però incrocia immediatamente le persone che abbiamo incontrato. C’è una disparità sociale visibile anche per chi incontra per la prima volta questa realtà. Si ha l’impressione del peso della storia. Le popolazioni che abbiamo incontrato portano il segno della storia dei secoli. Delle popolazioni che abbiamo incontrato mi ha colpito in particolare la semplicità della vita, il rapporto con la natura e il grande rispetto per l’ambiente in cui vivono, e di conseguenza mi ha anche ancor più preoccupato invece questo modo di procedere almeno da parte di alcuni che tende invece a sottovalutare o addirittura ad annullare questo rapporto. Mi preoccupa l’impatto con una società completamente diversa, troppo esposta alle regole del consumo, alle regole dell’utilizzo delle risorse e secondo fini che non sempre sono positivi. Tornando invece all’aspetto positivo mi ha molto colpito l’ospitalità, l’accoglienza che abbiamo incontrato nelle varie comunità lungo le rive del Rio delle Amazzoni.

Che cosa l’ha colpita di questa Chiesa giovane?

La diversità rispetto alla nostra situazione, rispetto anche alla nostra esperienza di Chiesa. Ci sono alcuni dati che risultano evidenti: una parrocchia è costituita da 30, 50 o 70 comunità. Queste comunità si trovano sparse su un territorio vastissimo, magari lungo le rive del fiume. Il parroco le deve raggiungere attraverso un percorso di giorni in barca. È chiaro che la sua visita avviene quando è possibile, ma poi le comunità continuano con la loro vita e allora c’è bisogno di qualcuno che lì porti avanti la vita della chiesa. Mi ha colpito molto la scelta fatta, soprattutto nella diocesi di Castanhal e di Macapà, sul primato della Parola di Dio: è un forte investimento sulla forza della Parola nel costituire la chiesa e nel creare una mentalità di fede. Mi sembra molto importante. Anche questo mi fa molto pensare e mi convince ancora di più del fatto che anche noi dobbiamo prendere questa strada.

Quali possono essere le ricadute pastorali di questa esperienza?

I nostri fidei donum stanno facendo e hanno fatto sinora una collaborazione molto preziosa e colgo l’occasione per ringraziarli. Quando si viene qui e si sta con loro, ci si accorge di che cosa significa il ministero presbiterale, il farsi carico del cammino delle proprie comunità cristiane, il voler bene alla propria gente ed essere amati dalla propria gente. Questo è veramente confortante. C’è una condivisione di vita che diventa poi parte integrante del proprio essere sacerdoti. Ho visto il desiderio di valorizzare ciò che appartiene alla vita di queste persone, la fatica anche di spogliarsi di qualcosa per poter comunicare il Vangelo in una realtà diversa e il desiderio di riconoscere ciò che il Vangelo sta già operando. Gli incontri sono stati di grande arricchimento. Abbiamo prima pregato insieme e ascoltato il racconto della loro esperienza. Qui abbiamo toccato con mano che la dimensione missionaria della Chiesa è un elemento costitutivo. Adesso si tratta di capire come potremmo continuare in questa direzione. I fidei donum (laici e sacerdoti) sono un elemento originale e molto prezioso della storia della Chiesa bresciana. Mi preme che tutto questo possa proseguire, però occorre capire bene in che modo e secondo quali criteri, certo nella prospettiva di una comunione tra Chiese che oggi è ancora più importante.

I miei missionari in Africa

Ottobre Missionario 2018

Ti scrivo durante questo mese missionario per raccontarti la mia esperienza missionaria qui a Morrumbene, in Mozambico, col desiderio di renderti partecipe di alcune emozioni, riflessioni, ma soprattutto per condividere quello che anche io sto ricevendo… se fa bene a me può far bene anche a te!

Papa Francesco nel suo bel messaggio per la giornata missionaria di quest’anno dice “insieme ai giovani potiamo il Vangelo a tutti”. Una delle mie prime esperienze e attività che sto vivendo è incontrare i giovani delle 48 comunità presenti in questa parrocchia. Nell’incontro rimango sempre ammirato dalla gioia dei giovani, che si esprime in canti e balli, e della semplicità e normalità di pregare e confrontarsi sulla propria fede. In varie occasioni molto semplici e anche molto forti mi stanno annunciando il Vangelo. L’annuncio più forte in questi 8 mesi di missione è stato quello ricevuto da Orlando, un ragazzo di 22 anni che da pochi mesi è morto per una grave malattia. L’ho conosciuto al consiglio dei giovani della parrocchia, lui era uno dei responsabili della sua zona per quanto riguarda la pastorale giovanile. Sono stato a trovarlo un giorno a casa sua perché per colpa della malattia che improvvisamente lo ha colto, non poteva più partecipare agli incontri del consiglio. Attraverso il suo catechista di zona mi ha chiamato urgentemente, e sentendo venire meno le forze mi ha chiesto di essere battezzato. Stava camminando nella catechesi del catecumenato, ma il suo percorso ha avuto una forte accelerata. “Padre desidero il Battesimo, voglio essere Figlio di Dio”. Questo desiderio, nella consapevolezza di morire, ancora oggi mi scuote e mi provoca grande ammirazione: desiderio di essere figlio di Dio. Orlando è il mio primo missionario in Africa.

Un’altra esperienza forte in questi primi mesi di missione è stata la benedizione delle case, o meglio capanne, in una delle 8 zone della mia parrocchia. Zona Panga, con la presenza di tante chiese, confessioni e sette diverse. Ho ricevuto tanta accoglienza e gioia. Volevo condividere con te l’incontro con una anziana, che non sapeva più come ringraziare Dio per la visita del Padre nella sua capanna “Anche i passeri del cielo cantano contenti per questa visita, un padre è venuto a trovarmi”. Questa cosa mi provoca come prete e anche come cristiano. Noi siamo portatori di qualcosa di grande, che la gente riconosce e desidera. Lei nemmeno mi conosceva, ma riconosce in questa visita l’attenzione della Chiesa. Molte volte anche una sola visita dice molto. Questa è un’altra missionaria. Mi ha aperto il cuore.

Avrei tanti altri piccoli incontri da raccontarti. In verità ci sono anche alcune fatiche, come in ogni parte del mondo. Mi sto accorgendo che ognuno può essere “missionario” con l’altro perché portatore di qualcosa di vero e di bello. Sempre papa Francesco dice nel suo messaggio per la giornata missionaria “La vita è una missione. Ogni uomo e donna è una missione, e questa è la ragione per cui si trova a vivere sulla terra. Essere attratti ed essere inviati sono i due movimenti che il nostro cuore, soprattutto quando è giovane in età, sente come forze interiori dell’amore che promettono futuro e spingono in avanti la nostra esistenza. Nessuno come i giovani sente quanto la vita irrompa e attragga. Vivere con gioia la propria responsabilità per il mondo è una grande sfida. Conosco bene le luci e le ombre dell’essere giovani, e se penso alla mia giovinezza e alla mia famiglia, ricordo l’intensità della speranza per un futuro migliore. Il fatto di trovarci in questo mondo non per nostra decisione, ci fa intuire che c’è un’iniziativa che ci precede e ci fa esistere. Ognuno di noi è chiamato a riflettere su questa realtà: «Io sono una missione in questa terra, e per questo mi trovo in questo mondo» (EG 273).”

Questa semplice lettera era per vivere la mia missione anche con te, condividendo piccoli incontri, che richiamano Qualcuno di grande che ci precede e ci guida. Mi trovo bene qui in Mozambico, sto imparando molto, anche se a volte faccio fatica a lasciarmi guidare. Sono un testone.

Un abbraccio e un ricordo nella preghiera.

Don Pietro Parzani, qui chiamato padre Pedrinho

Io, prete, nel caos venezuelano

Don Giannino Prandelli, sacerdote fidei donum in Venezuela dal 2001, ha raccontato alla comunità di Cortine di Nave la sua esperienza missionaria in un Paese che sta vivendo una situazione drammatica.

Da più di 10 anni a El Callao come parroco di un paese di miniere d’oro ai margini della foresta tropicale venezuelana, don Giannino Prandelli, sacerdote fidei donum, ha raccontato la sua esperienza alla comunità di Cortine di Nave.

Com’è la situazione in Venezuela?

La situazione è critica, già da qualche anno le condizioni sono andate degradandosi in forma progressiva. Il valore della moneta è scaduto tanto che l’inflazione è del 13000%, la moneta quindi non ha nessun valore. Per la gente questo porta a delle conseguenze tristi perché impedisce alla popolazione di guadagnare in forma sufficiente per sopravvivere. Chi ha lavori poco redditizi deve inventarsi qualcosa, molti stanno fuggendo dal paese, si parla di 3 milioni di persone, soprattutto giovani, che emigrano. Altro tipo di migrazione è quella interna, soprattutto nella zona sud-est nella regione della Guayana, famosa per le miniere d’oro, dove la gente arriva in cerca di oro o cercando di vendere oggetti preziosi per recuperare denaro che permetta loro di comprare cibo. La mancanza di acqua e di corrente elettrica è un problema.

Quali sono i suoi compiti?

Le risorse sono poche, quando parlo di risorse non parlo solo di denaro, ma anche dell’organizzazione a livello umano e sociale, non eravamo preparati a tutto questo afflusso. Da tempo abbiamo un club di anziani, composto da 30 membri tra donne e uomini che vivevano in condizioni di disagio, a cui offriamo cibo dal lunedì al venerdì. È un miracolo quello che riusciamo a fare perché nonostante le difficoltà e i pochi aiuti che arrivano, la nostra missione non può fermarsi. La maggior parte riceve la pensione minima che non permetterebbe loro di vivere un mese intero.

A quanto corrisponde uno stipendio medio?

Chi ha un lavoro fisso, come un professore, una maestra o un impiegato guadagna circa tra i 1000 e i 2000 bolivares al mese, che corrispondono a circa 4 o 5 euro al mese. Chi lavora in imprese minerarie abbastanza organizzate può arrivare a guadagnare fino ad un massimo di 20 euro al mese. Se per il cibo ci sono grandi problemi, ancora più grandi sono le difficoltà per la casa, la macchina e le cose più comuni.

Quali sono le risposte del governo?

Il governo fa delle proposte come l’invio di casse di cibo a un prezzo controllato ed economico. Dovrebbero arrivare una volta al mese e invece arrivano dopo tre. Si dice che la corruzione sia presente anche in questo. Evidentemente non è la soluzione al problema, dall’altro lato il governo invita la popolazione a investire nelle piccole coltivazioni, una soluzione limitata perché la gente che vive in città non può farlo: l’orto richiede poi una pazienza che la fame non può attendere. Oltre a tutto questo scenario ci sono anche problemi di sicurezza: si sono formate bande criminali con armi migliori dello stesso esercito. Anche il governo ha responsabilità in questo: come possono i cittadini avere armi sofisticate quando la legge non permette nemmeno il possessi di queste armi? La presenza della guardia nazionale non ha debellato le bande che non sono il pericolo più grande, attualmente fanno più paura i piccoli delinquenti che aumentano a causa della mancanza di risorse, lavoro e denaro. Questo obbliga la gente a cambiare il ritmo di vita, anche l’organizzazione della vita ecclesiale deve cambiare ritmi e orari per adeguarsi.

Ci sono degli aiuti che arrivano dall’Italia?

Abbiamo ricevuto aiuti da parte di associazioni, parrocchie, dal Centro Missionario, ma in realtà non chiedo aiuto perché mi vergogno: come può una terra ricca d’oro chiedere altro? La necessità non dipende dalla mancanza di risorse ma dalla cattiva organizzazione della realtà economica sociale e politica che ci porta ad avere esigenze maggiori rispetto al passato. Effettivamente gli aiuti economici non sono il problema maggiore, il problema è riuscire a trovare una soluzione a questo disordine che sta creando diversi problemi tra cui la mancanza di medicinali, cibo, sicurezza, la sfiducia nelle istituzioni. Il pericolo delle bande e degli stessi militari è che a volte intervengono in forma pesante contro il cittadino comune, non distinguendo il bandito dalla gente disperata che lavora nelle miniere.

Ci sono dei contrasti con le istituzioni?

Non possiamo esporci troppo nel denunciare alcune ingiustizie, rischieremmo di essere censurati. Chi si espone è la Conferenza Episcopale: i Vescovi hanno denunciato in un documento recente, prima della Pasqua, la condizione di disagio nella quale vive la gente. Il flusso migratorio è il risultato di questa situazione: 3 milioni di persone che se ne vanno sono il segno di una situazione difficile. L’impegno della Chiesa Cattolica si fa sentire nel rispetto e nei confronti della gente che ha bisogno di essere aiutata in un cammino che recuperi le condizioni sufficienti per vivere in modo dignitoso.

La grandezza del magistero di Paolo VI

Don Saverio Mori, ordinato da Paolo VI nel 1966 insieme a don Pierluigi Murgioni e a don Alghisio Assolini prima di partire per l’Uruguay, racconta la figura di Montini. I documenti di Medellin, firmati da Paolo VI, compiono 50 anni. Appena arrivati alla Diocesi di Melo, il vescovo Roberto Càceres, affidò ai tre fidei donum bresciani l’impegno di metterli in pratica nel servizio pastorale.

Il Santo Padre Paolo VI nella domenica del 3 luglio del 1966 ha conferito l’ordinazione Sacerdotale nella basilica di San Pietro a settanta diaconi di molteplici provenienze, destinati a svolgere il loro apostolato nei vari Paesi dell’America Latina. Ventinove di essi provenivano dal Seminario interdiocesano “Nostra Signora di Guadalupe” di Verona, dove si sono formati nei loro ultimi anni di teologia anche i futuri missionari “Fidei Donum” destinati all’America Latina, provenienti dalle varie diocesi d’Italia. Tra di essi c’erano anche tre bresciani: don Pierluigi Murgioni, don Alghisio Assolini e don Saverio Mori. I primi due hanno già raggiunto la casa del Padre. Qui di seguito la testimonianza di don Saverio Mori.

Il Cardinal Samorè visitava spesso il nostro Seminario a Verona, su incarico della Conferenza Episcopale Italiana, e noi diaconi abbiamo chiesto che lui intervenisse presso il Santo Padre affinché ci facesse il dono di essere Lui, il successore di Pietro, a consacrare noi che eravamo la prima leva sacerdotale del dopo Concilio.

Paolo VI ha accolto benevolmente la nostra richiesta, estendendo il beneficio di tale ordinazione anche ad altri diaconi provenienti da vari seminari europei, ma tutti destinati all’Apostolato in America Latina. Spesso rileggo, meditandola, la bellissima omelia che Papa Montini ci ha regalato nel giorno indimenticabile della nostra ordinazione sacerdotale e che si concludeva con queste parole:

“Adesso potete accogliere l’ultima parola: andate! predicate, battezzate; andate; Cristo vi manda; la Chiesa vi aspetta, il mondo è aperto dinanzi a voi!”

Dopo la nostra ordinazione, papa Paolo VI presso un altare laterale della basilica di San Pietro, ha accolto uno a uno i neo ordinati per consegnarci il libro dei documenti del Concilio Vaticano II. Quando è toccato il mio turno gli ho detto che anch’io, come lui, ero nato nella sua Valle Trompia, a Lumezzane. Allora mi ha regalato una lunga conversazione, che ha stupito quelli che erano in coda, ricordando luoghi da lui frequentati: il Santuario della Stella, Camaldoli, il Santuario di Conche e i sentieri percorsi per raggiungerlo, una proprietà della sua famiglia sulla collina di Cagnaghe, tra Sarezzo e Lumezzane, (ora proprietà della famiglia Pinti) che includeva una chiesetta nella quale anch’io, poi, ho celebrato la Messa…

Dopo quella della mia ordinazione in San Pietro, la mia seconda Messa l’ho celebrata sulla tomba di San Paolo, di cui Papa Montini porta il nome, imitandone lo spirito e le gesta dell’intrapendente evangelizzatore missionario. La terza Messa l’ho celebrata nelle catacombe di San Callisto davanti alla statua della martire Santa Cecilia. La quarta Messa (la prima nel bresciano), l’ho celebrata, imitando il novello sacerdote Montini, nella cappella del Santuario della Madonna delle Grazie a Brescia.

E poi, nell’agosto del 1978, mentre con don Pierluigi Murgioni eravamo sulla nave che ci portava verso la nostra Missione nella Diocesi di Melo in Uruguay, anche lui, il Papa Paolo VI, era in America Latina, in Colombia, a Medellin, dove firmava quei documenti della Seconda Conferenza Episcopale Latino Americana finalizzati ad applicare i testi conciliari del Vaticano II alle terre di quel continente. Anche i Documenti di Medellin in questo 2018 compiono 50 anni. Appena arrivati alla Diocesi di Melo, il Vescovo Mons. Roberto Càceres, (tuttora vivente), di ritorno dalla seconda Conferenza Episcopale Latinoamericana, ci ha consegnato tali documenti, in forma ciclostilata, affidandoci l’impegno di metterli in pratica nel nostro servizio pastorale alla diocesi.

Quei documenti di Medellin avrebbero dato un volto rinnovato alla Chiesa Latinoamericana proponendole la scelta preferenziale per i poveri e spingendola a vivere, nella concretezza, il Vangelo portato alla gente semplice attraverso le “Comunità Ecclesiali di Base”. La teologia della liberazione ha attinto da queste fonti. Dove questi documenti furono messi in pratica, incisero profondamente e crearono reazioni nella stessa Chiesa, ma soprattutto in quel mondo laico e laicista di quell’ Uruguay che, influenzato anche dalla massoneria, aveva prodotto strutture e situazioni di palesi ingiustizie che pesavano sulla gente più povera e più semplice. E noi, in sintonia con il presbiterio diocesano, ci siamo messi all’opera cercando di attuare le preziose indicazioni della Chiesa, a volte rendendoci scomodi, come sempre è scomodo il Vangelo, ma non per i poveri e i semplici, bensì per i detentori del  potere di quel tempo. Anche papa Francesco ha arricchito il suo sacerdozio alla luce di questi documenti e, anche grazie a questi, si sta impegnando, non senza difficoltà e resistenze, a dare un nuovo volto alla Chiesa Universale.

E venne la dittatura militare! Già operante in forma attutita fin dal nostro arrivo, fu instaurata ufficialmente il 27 giugno del 1973. Ma già nel maggio del 1972, prima Pierluigi, poi anch’io, siamo stati arrestati, portati in caserme e torturati. Io per pochi giorni, Pierluigi per più di 5 anni ha dovuto soffrire il carcere duro.

A un presidente, dittatore militare, era stato consegnato un libro nel quale si scriveva che nel seminario per l’America Latina di Verona si formavano preti per portare il marxismo-leninismo tra i popoli d’America. Chi glielo aveva ufficialmente consegnato era un prete amico; io, dopo 12 anni vissuti nella parrocchia periferica di San Giuseppe operaio nella città di Melo, sono stato chiamato a succedergli nella guida pastorale della cattedrale di Melo. In quei tempi, anche nella Chiesa dell’Uruguay si soffrivano disarmonie pastorali!

Posso garantire che con don Pierluigi, nonostante le nostre debolezze e incoerenze, abbiamo cercato di predicare e testimoniare unicamente il Vangelo del Signore.

E ancora Lui, Papa Paolo VI, che presto sarà proclamato santo, si è interessato al nostro caso, insistendo con l’allora ministro degli Esteri dell’Uruguay di visita in Vaticano  affinché don Pierluigi, dopo 5 anni di prigionia, ancora ingiudicato, venisse liberato.

Per questo, oltre che alla grandezza del suo magistero e del suo agire pastorale nel mondo, ho particolarmente nel cuore “Il mio Paolo VI”.

Io ho potuto regalare 20 anni di servizio “Fidei Donum” alla diocesi di Melo e ho visto cadere nel 1985 quella dittatura che sempre mi aveva tenuto sotto controllo, e, l’8 maggio del 1988, appena prima del mio ritorno in Italia, ho avuto la gioia di accogliere nel territorio della mia parrocchia (la Cattedrale di Melo) il Santo Padre Papa Giovanni Palo II°.

E’ bello per me, ora, vedere come papa Francesco, latinoamericano, ama, apprezza e interpreta, nel modo che gli è proprio, lo stile pastorale di papa Montini, desiderando presto additarlo alla Chiesa e al mondo proclamando la sua santità.

Vedendo, nella parrocchia che ora sto servendo, molte persone che soffrono spiritualmente o per malattie, le raccomando alla sua intercessione. In questi giorni a una ragazza quindicenne, affetta da carcinoma, alla quale è stata asportata una gamba, senza fermare il male del quale si sta ancora curando, ho dato una reliquia di Paolo VI (il fazzoletto con il quale lui mi aveva asciugato le mani unte con il sacro crisma nel giorno della mia ordinazione) con la preghiera per chiedere il miracolo della guarigione. Non pretendo il miracolo anche se lo desidero, ma spero che tu, Papa Buono, intercederai con noi presso la divina Trinità e ti ringrazio.

Saverio Mori

Sentirsi parte della Chiesa

Don Pietro Parzani ha iniziato il suo ministero come fidei donum in Mozambico. In questa intervista racconta le sue prime settimane.

Per sua stessa ammissione è “l’ultimo di una lunga serie…”. Don Pietro Parzani, originario della parrocchia di Nigoline Bonomelli, nelle scorse settimane ha iniziato il suo servizio come fidei donum della diocesi di Brescia alla Chiesa del Mozambico dove è chiamato a collaborare con Piero Marchetti Brevi presente nell’ex colonia portoghese dal 2006.

Mi inserisco in una storia – ha raccontato a don Carlo Tartari nei suoi primi giorni della missione – che è la storia della diocesi di Brescia che, come ha detto il vescovo Luciano quando ha chiesto a noi preti la disponibilità a partire, è un modo per sentirsi parte della Chiesa universale. Quando la Chiesa universale chiede aiuto anche Brescia risponde.

L’accoglienza è stata calorosa.

Mi trovo qui in questa realtà ben avviata, animata, bene preparata, lì dove don Bruno Moreschi prima e ora don Piero Marchetti Brevi hanno creato con la gente del posto una buona relazione. Mi ha colpito, in particolare, vedere, la domenica, tanti giovani e tante persone. Le ho incontrate e ho sentito anche il loro bisogno di camminare insieme.

La gioia nel cuore. “Quello che ho visto per ora è tanta gioia, il Signore è già presente, è già qui, bisogna incontrarlo nelle persone. Sono contento di essere qui. Domenica ho fatto 14 battesimi e mi ha colpito come hanno partecipato alla liturgia; in questi giorni sto aiutando, quel poco che posso fare, a costruire una chiesa… Noi sacerdoti siamo chiamati a costruire una chiesa con tutti i battezzati: è qui che si costruisce realmente; mi stupisce che tra gli operai e i volontari si crea un ideale, una prospettiva. La gente dice: ‘Questa sarà la nostra chiesa’. È un luogo importante e allora percepisci la bellezza di essere Chiesa ma soprattutto di costruirla insieme proprio con i mattoni”.

La conversione. Don Pietro ritorna spesso sulla parola grazia. “Il Signore ci chiede in continuazione di convertirci, di camminare insieme. Penso di vivere davvero una grande occasione di conversione, per incontrarlo e per farlo incontrare alla gente. Non devo dimenticare il legame con Brescia: sono qui come sacerdote della diocesi. Brescia da sola non può far niente, Morrumbene, da sola non può far niente. Chiedo a tutti di sentirsi sempre in comunione e di favorire legami”.

Gesù è dietro le sbarre

Baz, giovedì 29 giugno 2017
Festa dei santi Pietro e Paolo

Cari amici della missione,
oggi voglio comunicarvi i miei sentimenti a riguardo di una esperienza che da qualche tempo sto facendo: l’incontro con i carcerati di Burrel! Non riesco a tenermi dentro le emozioni che sto provando. Non so chi avrà il coraggio o la pazienza di leggermi fino in fond … ma io ci provo.

Ogni mercoledì, dalle 9 a mezzogiorno, io e Genti (il mio fedele collaboratore) andiamo in carcere! Tre ore alla settimana… poi ci lasciano liberi. Ma queste tre ore cambiano la nostra vita. Immaginate, quindi, cosa può cambiare nella vita di chi sta “dentro” per 15, 20 o 30 anni e più! Sì, e vero… là dentro si può cambiare in meglio o in peggio: ma il carcere, comunque, ti cambia!

Prima di tutto, voglio dirvi che la mia emozione, entrando nel carcere più “malfamato” dell’Albania, viene dal fatto che lì dentro sono stati imprigionati e torturati alcuni martiri della chiesa albanese, beatificati lo scorso novembre. Uno (Karl Serreqi) è morto proprio lì, a causa di stenti e di torture. E poi, la consolazione che provo in questa mattinata che dedico alla visita dei carcerati, mi viene dalle parole del Vangelo: “Venite benedetti dal Padre mio… perché ero in carcere e siete venuti a trovarmi” (Mt 25,36). Perciò, in quel momento, incontrando quelle persone, stringendo loro la mano, abbracciandoli, parlando e pregando con loro … mi sento davvero davanti a Gesù! L’emozione è unica.

E poi, quando sono “dentro” per poche ore … mi ripeto spesso la frase che Papa Francesco disse ai detenuti di Regina Coeli: “Perché voi siete qui e non io?”. Ricordando che anch’io faccio molti sbagli, molti peccati… che per grazia di Dio non sono “condannabili” dalla legge, ma che mi fanno sentire, a volte, anche peggio di quei detenuti. Perché io, a differenza di loro, ho avuto, e ho tuttora, tutte le condizioni favorevoli per essere “bravo”… e, nonostante questo, sbaglio ugualmente. Mi pento, ma ormai è fatta!

Va bene, ora passo alla descrizione delle tre ore in cui incontro Gesù che si trova “dietro le sbarre”. Io e Genti entriamo puntualmente alle 9, dopo aver preso un caffè al bar di fronte al carcere per “ripassare” l’attività che abbiamo preparato per i carcerati. La giovane poliziotta che sta al cancello ci accoglie con un sorriso. Ormai ci conosce. Gli siamo simpatici. Anche lei, per me, è una ragazza simpatica. Tutti i gli “impiegati” del carcere ci accolgono bene. Con tutti riusciamo a farci accettare con il sorriso, anche se portiamo a loro un po’ di lavoro in più. Sono dei lavoratori in una situazione difficile. Sono anche poco pagati e corrono dei rischi… e, a volte, devono essere “duri”. Ma con noi sono accoglienti. Anche loro capiscono che la nostra presenza, lì dentro, fa del bene a tutti. Dopo aver sbrigato le pratiche di ingresso… andiamo nella “saletta” della perquisizione. Leka, il poliziotto incaricato, fa sempre alcune battute per alleggerire la situazione e, abbastanza formalmente, “ci mette le mani in tasca”. Non esiste uno scanner per i controlli… tutto manuale! Poi, dopo che anche i nostri “fogli” preparati per l’incontro sono stati osservati ad uno ad uno… entriamo nel “braccio B”, dove ci sono i detenuti condannati definitivamente per crimini gravi (in maggioranza, per omicidio).

Attraversiamo il cortile “dell’aria” circondato da quattro muraglie (20 mt x30 e cinque metri in altezza). In genere, ci sono una ventina di detenuti che stanno passeggiando… Ci salutano cordialmente. Alcuni si avvicinano per stringerci la mano. Genti mi indica i “boss” là nell’angolo… che salutano con un cenno. I “boss” hanno una loro dignità… non si avvicinano. Il cortile, così come le celle dove sono rinchiusi i detenuti, è una ghiacciaia d’inverno e un forno d’estate. Non c’è un filo d’erba. Ieri ho fatto una battuta ad un carcerato che era a torso nudo tutto abbronzato : “Ehhh… sei stato al mare questa settimana!”. E lui, di risposta, fa una grande risata che allarga il cuore e che gli fa passare qualche minuto di serenità.

Grazie Gesù della tua risata! Con poco, sono riuscito a farti contento!

Dopo aver passato altre due cancellate (con sbarre del diametro di 3 cm, che danno un senso di “chiusura” impressionante, (soprattutto quando i catenacci sbattono rumorosamente alla nostre spalle), entriamo nella “sala degli incontri e delle attività socio-educative”.  Un ambiente disadorno, non curato, che forse possono immaginare solo quelli che sono venuti almeno una volta alla missione, e che hanno visto le povertà strutturali dell’Albania. Tempo fa, don Roberto, l’iniziatore di questa attività, aveva arredato la stanza con qualche tavolo e sgabello di plastica… alcuni sono finiti nelle celle, ma lì ce ne sono ancora a sufficienza. In uno scaffale abbiamo messo alcune Bibbie e altri libri e opuscoli… soprattutto di genere “spirituale”, ma anche altro. Ognuno può prendere quel che desidera da leggere in cella.

Ieri, Gjon, il mio “santo protettore” , che è anche mio coetaneo, era entusiasta per aver letto il libro che descrive la vita e i miracoli di S. Antonio (almeno 5 volte! mi ha detto). Lui è dentro da una quindicina d’anni perché un giorno gli è andato il sangue alla testa per gravi problemi famigliari… Ma ha una fede grande che lo sostiene. Una delle emozioni più forti che sto provando in questo periodo della mia vita è proprio quando incontro Gjon. Lui, all’incontro, viene sempre “sbarbato” e vestito bene, elegante al massimo. Mi ha insegnato che quando si va ad incontrare il Signore, ci si deve vestire “al meglio”.  E, così, da quando lui me lo ha detto, anch’io mi vesto sempre bene quando vado in carcere: come se andassi dal Papa! Ogni mercoledì, con occhi brillanti di soddisfazione, mi dice sempre: “Ho pregato per te questa settimana… un rosario al giorno!”. E quando me lo dice sottovoce, io mi commuovo sempre.

Gesù che prega per me… è straordinario! Lo abbraccio senza riuscire a dire nulla.

Poi c’è Florjan… Gesù Bambino. Lui è cresciuto senza famiglia. A 5 anni era in strada. E doveva vivere “della strada”. Mai andato a scuola. Non sapeva ne leggere ne scrivere fino a quando in carcere, un “collega” si è fatto suo insegnante. Ora ha 37 anni. Da 18 è in carcere perché in una rapina gli è scappato il colpo, e, di anni, ne ha ancora 5 da fare.  La settimana scorsa, durante l’incontro, gli ho detto: “Ormai sei in discesa… ne hai solo 5!”. E lui, davanti a tutti, ha risposto: “Non mi preoccupano questi cinque anni. Prima di tutto… perché ci siete voi che venite qui ogni settimana e mi date forza” (e qui si è fermato qualche secondo per sottolineare la verità di quel che diceva). E, continuando, ha aggiunto: “Poi perché mi sto preparando: quando uscirò, voglio costruirmi una vera famiglia, diversa da quella che ho avuto io”.

É Gesù bambino che vuol ricostruirsi la vita. Eccezionale!

Li dentro c’è anche Emanuel, un ragazzo di 25 anni che è cresciuto “in chiesa”… proprio come i ragazzi della missione di Suç e di Baz che voi conoscete. A lui, qualche anno fa, è “capitato” di colpire un bambino che passava di lì, durante uno scambio di pistolettate tra adolescenti incoscienti. Oramai è successo, e gli anni che ha da passare “dentro” sono tanti. Non si da pace, ma è successo… ed è giusto, secondo la legge, che paghi. Ma a me sembra che anche lui sia un po’ come Gesù… di fronte alla strage dei bambini innocenti. Forse anche Lui, Gesù, l’Emmanuele, si è sentito male quando ha scoperto che tanti bambini erano stati uccisi… “a causa sua”! Senza volerlo, si capisce. Gjergj, un giovane papà di 30 anni, è finito dietro le sbarre… per un “sciocchezza”, diremmo noi. Ha fatto saltare in aria la sua macchina per poter dimostrare di essere perseguitato, sperando, così, essere accolto in Europa come rifugiato-perseguitato, insieme alla sua famiglia. Per dare il pane ai suoi bambini… voleva arrivare ad essere come Gesù “esiliato in Egitto”. Invece lo hanno accusato di terrorismo e gli hanno dato parecchi anni. Adesso, in carcere, lui costruisce croci, di ogni genere e di ogni misura, con stuzzicadenti, colla, sabbia del cortile…  e altri materiali “di fortuna”. Le croci le fa bene, sono belle… Abbiamo fatto con lui un accordo per acquistarle e distribuirle nelle case dei villaggi quando noi missionari andiamo per le benedizioni. Così lui potrà aiutare un po’ la moglie e i due bambini che sono rimasti fuori, per qualche anno senza papà.

Un Gesù “assaltato dai briganti mentre scendeva da Gerusalemme a Gerico” è l’amico che noi chiamiamo “il professore”. Perché è un bravo insegnante di 40 anni, intelligente e preparato, che, fino a pochi mesi fa, faceva con passione il suo lavoro. Di insegnanti così ce ne sono pochi, non solo in Albania. Lui è “dentro” perché una sera tardi, di rientro dopo una festa con la squadra di calcio dei suoi alunni, che avevano vinto un torneo, si è trovato davanti dei “briganti” (povericristi anche loro) che volevano svaligiare la sua casa. Ha menato un bastone per aria e ne ha colpito uno alla testa. Il colpo è stato fatale e, così, lui è sotto accusa per eccesso di legittima difesa. Forse anche l’uomo del vangelo… prima di prenderne tante, si sarà difeso, non so. Ma, come quell’uomo, anche il professore è rimasto ferito e sanguinante sulla strada. É finito in gabbia, senza rendersi conto, come un topo inseguito da gatti inferociti.

Dopo un periodo di disorientamento e di incredulità… ora si sta riprendendo e si sta facendo una ragione di quel che è successo e delle conseguenze che ha avuto. Forse anche noi, incontrandolo ogni settimana, gli stiamo dando una mano… abbiamo la pretesa di essere un po’ come il “Buon Samaritano” che sta fasciando le sue piaghe.  Anche lui ci sta aiutando molto negli incontri del mercoledì. É bello sentirsi un po’ come degli “infermieri”  che curano le piaghe di Gesù.

E così via…

La tentazione sarebbe quella di continuare e di descriverveli tutti questi “gesù”. Ma capisco che finirei per annoiarvi. Solo di un altro “angioletto” voglio parlarvi: di Juljan, un ragazzo che ne ha passate di tutte, che è cresciuto “da solo” a Roma, dopo che i genitori lo avevano abbandonato al suo destino, e che è poi entrato anche nel “tunnel” dell’eroina per qualche anno. Estradato dall’Italia a Burrel… perché ha venduto droga, quella “signora” che ha preso possesso della sua povera vita. Ora si presenta entusiasta quando viene all’incontro con noi (nell’altro braccio del carcere, in quello dei detenuti in attesa di giudizio definitivo).  É felice di poter annunciare, ogni volta, che è riuscito a diminuire ancora di qualche grammo la dose di metadone. Ha 20 anni, parla molto, ha bisogno di comunicare con estrema apertura e sincerità. In qualche modo è uno che sorprende, che sa trasmettere la voglia di “vincere” la vita, al di là delle difficoltà che si incontrano e delle mazzate che si prendono.

É un Gesù che non si arrende mai! Gesù, davanti al male, è proprio così, come lui.

Va bene, mi fermo qui. Ecco, avete capito perché il carcere mi sta cambiando: perché incontro quel Gesù che vuol ricominciare sempre. É quel Gesù che mi aiuta a rimettermi sempre in piedi dopo essere caduto, sempre in cammino sulla giusta strada, dopo aver sbagliato direzione. Proprio come sta facendo Lui, là dentro. Di questa cosa sono sicuro, non ho dubbi. Perché la dimostrazione ce l’ho lì, davanti agli occhi, ogni mercoledì, quando entro nel carcere “di massima sicurezza” di Burrel. Quando, poi, “la dentro”, nella stanza del degrado, celebriamo la S. Messa (come abbiamo fatto ieri), la presenza di Gesù è “lampante”. L’intensità di quel momento fa invidia alle più belle celebrazioni che si svolgono in S. Pietro a Roma e a tutti i più bravi cerimonieri di questo mondo.

Grazie Gesù, della tua presenza dietro le sbarre! Non c’è luogo più maestoso e solenne di questo dove poterti incontrare.

Don Gianfranco Cadenelli
Missionario “fidei donum” in Albania

A Brescia il Festival della Missione

Nel variegato panorama dei festival tematici (filosofia, teologia, letteratura, economia, etc.) mancava quello della missione. La lacuna è stata prontamente colmata. Brescia, dal 12 al 15 ottobre, ospiterà la prima edizione del Festival della Missione. Si realizza così l’intuizione del giornalista Gerolamo Fazzini che, da sempre attento alla tematica della missionarietà, da tempo coltivava il sogno di poterla affrontare con uno strumento nuovo e originale come quello di un festival. La Cimi (Conferenza degli istituti missionari italiani) prima, l’Ufficio nazionale Cei per la cooperazione missionaria fra le Chiese e il Centro missionario diocesano di Brescia poi, hanno raccolto la sfida…

All’evento mancano solo 100 giorni; il Festival della Missione di Brescia sarà caratterizzato da un orizzonte aperto, clima festoso, con il tema chiave, declinato in una pluralità di linguaggi e di format: dalle conferenze agli incontri con autori, dai concerti alle mostre, dagli spettacoli di strada ai momenti di riflessione. “Quello bresciano – conferma don Carlo Tartari direttore dell’Ufficio per le missioni – sarà un Festival nuovo, se è vero che sinora in Italia nessuno aveva pensato di puntare i riflettori sulla missione e sui suoi protagonisti: uomini e donne, religiosi e laici che, anche nel XXI secolo, decidono di lasciare tutto per annunciare il Vangelo in quelle che una volta si chiamavano terre lontane e che oggi includono, come insegna papa Francesco, le periferie accanto a casa nostra”.

Nei giorni del Festival Brescia accoglierà tante persone, legate a diverso titolo al tema della missione: delegati dei Centri missionari diocesani, missionari e missionarie, giovani che gravitano intorno ad essi saranno ospitati in case religiose, oratori e famiglie secondo uno stile improntato all’essenzialità. A poco più di tre mesi dal via gli organizzatori a Roma e a Brescia sono al lavoro per definire il programma delle giornate. Quello che può dire è che il via al Festival, nella serata del 12 ottobre, sarà affidato a testimonianze missionarie che si terranno in una ventina di parrocchie di Brescia e hinterland e in alcuni monasteri di clausura. La giornata di venerdì 13 ottobre, aperta da una preghiera ecumenica guidata dalla pastora battista Paola Maffei, è stata pensata in particolare per missionari e delegati dei Centri missionari diocesani. Tre le tavole rotonde messe in programma per riflettere sul presente e il futuro della missione ad gentes, sul protagonismo delle donne nell’evangelizzazione e sull’attualità della figura di Matteo Ricci. Ma nello stesso giorno ci saranno anche eventi per i giovani pensati in collaborazione con l’Università Cattolica e le scuole, tra cui una rappresentazione teatrale sulla bresciana Irene Stefani e un incontro su Oscar Romero replicato in varie scuole. Nella sera di venerdì, poi, il Festival entrerà nel vivo con un grande evento ancora in via di definizione.

Il sabato, sempre aperto da una preghiera ecumenica, avrà tra i momenti più significativi la consegna del tradizionale Premio Cuore Amico da parte del cardinale Ernest Simoni, albanese, unico sacerdote sopravvissuto alla persecuzione comunista. E poi spettacoli teatrali, esibizioni corali, mostre fotografiche e altro ancora. Domenica 15 la messa in Cattedrale e altre proposte. Molti e tutti significativi gli ospiti invitati a Brescia, tutti intimamente legati, seppure da punti di vista diversi, al tema della missione. Alcuni sono già stati annunciati come il card. Fernando Filoni, prefetto della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli, padre Federico Lombardi, già portavoce di papa Benedetto XVI e di papa Francesco, il card. Luis Antonio Tagle, arcivescovo di Manila e presidente di Caritas Internationalis, il già citato card. Ernest Simoni, albanese, unico sacerdote sopravvissuto alla persecuzione comunista, suor Rosemary Nyirumbe, ugandese nominata “eroe dell’anno” dalla Cnn, autrice di Cucire la speranza, Blessing Okoedion, nigeriana ex vittima della tratta, autrice de Il coraggio della libertà, padre Alejandro Solalinde, che in Messico lotta per i diritti dei migranti, autore di I narcos mi vogliono morto. Altri si aggiungeranno di qui al via del primo Festival della Missione.