Fides et ratio: dalla matematica a Dio

Don Alberto Comini si racconta

Lo studioso austriaco Kurt Gödel riteneva fosse possibile dimostrare l’esistenza di Dio con un teorema matematico: “Se Dio è possibile, allora esiste necessariamente. Ma Dio è possibile. Quindi esiste necessariamente”. Può il cosiddetto “teorema di Dio” influire sulla scelta, da parte di un giovane universitario che da bambino voleva diventare ingegnere navale, di intraprendere il cammino sacerdotale? A quanto pare sì.

La vocazione. “La mia vocazione è nata sin da quando ero è piccolo. Già da allora provavo un forte attaccamento per le figure sacerdotali. Anche il percorso di studi ha influito sulla mia crescita spirituale. È lì, alla Facoltà di Scienze matematiche della sede bresciana dell’Università Cattolica che ho maturato la mia vocazione”. È con queste premesse che il 28enne don Alberto Comini si appresta a pronunciare il suo sì per sempre. Cosa possono avere in comune la fede e la matematica? “Quest’ultima – è la ferma convinzione di don Alberto – parla dell’eternità di Dio. Del resto, rispetto a quelle che possono essere, per esempio, le opere d’arte, per loro natura soggette al logorio del tempo, le idee matematiche non tramontano mai. Non possono essere distrutte. Qualcosa di Dio e della sua bellezza la matematica lo riflette”.

Santuario delle Grazie. Proprio come fu per Giovanni Battista Montini, anche per don Alberto Comini il Santuario delle Grazie ha avuto un ruolo chiave nel suo cammino vocazionale. A documentare il particolare legame di San Paolo VI con il cuore della fede mariana cittadina sono sufficienti le parole dello stesso Papa bresciano: “Come potremmo noi dimenticare che l’8 settembre a Brescia, è giornata solenne per quel Santuario della Madonna delle Grazie, la cui chiesa maggiore adiacente al Santuario, è appunto dedicata a questa festività? Essa era l’occasione abituale di riunione della nostra famiglia; e in quel pio domicilio, casa e Chiesa, di culto mariano, maturò la nostra giovanile vocazione sacerdotale”. L’attaccamento di don Alberto alle “Grazie” risale al periodo universitario, quando, proprio qui, conobbe un sacerdote che gli svelò nuovi orizzonti: “Ricordo – sottolinea don Alberto – di essermi recato al Santuario per confessarmi. È un luogo di fede a me molto caro. Del resto la mia dedizione preminente è nei confronti di Maria Santissima”. In quel frangente il sacerdote gli fece presente come i piani di Dio, soprattutto per un giovane come lui, fossero del tutto aperti. “Da un interrogativo personale − continua don Alberto − è così nata una nuova consapevolezza: la volontà di entrare in Seminario”. Fece così il suo ingresso il 22 settembre 2013.

Ricordi. Sono tanti i ricordi di quel periodo, ma su tutti don Alberto preferisce sottolineare un insegnamento fondamentale: “Dio ci vuole bene. Prima di tutto c’è Lui che è la nostra felicità”. Un altro aspetto è quello legato alla preghiera: “In Seminario ho avuto contezza di ciò che significa pregare, vivendo in modo speciale la S. Messa, insieme ad altri giovani che condividevano con me il percorso vocazionale. Anche loro mi hanno aiutato a essere maggiormente consapevole di ciò che stavo vivendo”. Sono due le esperienze “belle e arricchenti” che, durante gli anni del Seminario, hanno maggiormente colpito don Alberto. La prima è la visita al Cottolengo, una decina di giorni vissuti presso la Piccola Casa della Divina Provvidenza di Torino, e, la seconda, un pellegrinaggio di una settimana a Lourdes con il Cvs. Due esperienze segnate dall’incontro con la malattia e la sofferenza. È attraverso questi frangenti che il sacerdote ha compreso l’importanza di farsi vicini alle fragilità: “La Croce – ricorda – fa parte della nostra vita così come le malattie spirituali e fisiche”. Nel corso della sua formazione don Alberto ha incontrato diverse comunità: la prima è quella di Odolo dove è nato. Hanno fatto seguito due anni a Gavardo. Durante il terzo anno di Teologia ha svolto servizio a Casto. È stata poi la volta di Folzano sino a quando, in quinta, è stato accolto dai fedeli di Verolanuova. Quest’anno ha svolto servizio nelle parrocchie di Prevalle. Rispetto alle grandi città, nelle piccole comunità come può essere quella di Odolo, si respira ancora una fede profonda, anche se il processo di secolarizzazione, spesso, lambisce ampiamente anche questi luoghi. Nel corso del suo ministero don Alberto ha potuto toccare con mano tale processo: “In talune realtà − continua − anche in quelle più piccole, la perdita della fede, in alcune persone, si denota. È anche vero, però, che le comunità con una popolazione inferiore rispetto ad altre possono avere un maggior grado di coesione. Una peculiarità che nei grandi centri abitati è andata perdendosi. Negli anni ho potuto notare come, rispetto, ad esempio, alla Valsabbia, la fede sia ancora molto radicata nella Bassa. Qui le persone sono ancora molto legate alle tradizioni”.

L’amico. Negli anni del Seminario don Alberto ha incontrato molto persone, tra questi il giovane seminarista Michele Rinaldi che a settembre verrà ordinato diacono. Don Alberto l’ha incontrato quando frequentava il percorso Emmaus, in una fase di grande discernimento vocazionale. “Di lui − racconta Michele − mi colpì la grande gentilezza, l’affabilità. È una persona molto pacata, a tratti contraddistinta da una certa seriosità, soprattutto nella lettura dei fatti quotidiani. È una capacità di analisi, la sua, molto profonda. Ha anche, però, un lato ironico che magari non viene colto subito. Quando inizia a ridere la sua risata è veramente contagiosa”. Che sacerdote sarà don Alberto? “Sicuramente − risponde senza esitazioni Michele − sarà un ministro con un grande cuore, capace di una spiccata umanità. Le persone che incontrerà troveranno in lui una persona della quale fidarsi, una guida che potrà consigliarli per il meglio”. “Fides et ratio”: l’enciclica di Giovanni Paolo II fotografa alla perfezione don Alberto. Ne è convinto l’amico Michele: “Il suo rigore scientifico non sfocia mai in un arido razionalismo. Del resto, è opinione comune, don Alberto è capace di coniugare perfettamente la fede e la razionalità”. Michele non ha dubbi: “Chi lo incontra non può non notare la serenità che lo contraddistingue. Sta camminando sulla strada giusta. Ha trovato la sua vocazione. Non c’è dubbio”. Il tempo stringe e il giorno in cui don Alberto, in piazza Paolo VI, pronuncerà il suo per sempre, si fa sempre più vicino: “Come è ovvio che sia − chiosa Michele − lo vedo trepidante, non solo per l’ordinazione, anche per l’attesa del giorno della sua prima Messa”.

Sacerdote. Intanto, su quali peculiarità dovrebbe avere un sacerdote, don Alberto non ha dubbi: “L’affabilità è la caratteristica fondamentale. Di non secondaria importanza è la dolcezza accompagnata da una sana dose di coraggio, necessario per affrontare le avversità che potrebbero presentarsi durante il ministero. Tra le doti da coltivare con particolare attenzione c’è la riservatezza”.

“Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli”. È questo il versetto del Vangelo di Matteo che serba con maggiore affetto, nel cuore, don Alberto. “Sono parole che ho imparato a conoscere durante una conversazione con il mio professore di matematica quando mi interessai alle prove sull’esistenza di Dio. Sono stati molti i logici e i matematici che si sono cimentati nel provare l’esistenza di Dio”. Eppure il sacerdozio e la matematica, per l’apparente complessità della loro natura, possono talvolta spaventare. Don Alberto, pur ammettendo questa condizione, ribatte con una frase di John von Neumann: “Se la gente non crede che la matematica sia semplice, è soltanto perché non si rende conto di quanto complicata sia la vita”. Ma a fronte delle avversità dell’esistenza, dei coni d’ombra che questa serba, si staglia “l’immensità di Dio, luce sul nostro cammino”.

Il mio saluto

Posso chiedervi 12 minuti circa del vostro tempo? Sì, perché è giunto il tempo di salutarci! Dodici minuti di video non possono di certo contenere questi intensi quattro anni e nemmeno tutti voi… ma gli sguardi, le preghiere, i sorrisi e i momenti più duri… lì sono tutti rinchiusi come in uno scrigno. Lo porterò con me come tesoro prezioso. Perché è ciò che siete stati voi per me. Ringrazio il Signore perché ci ha fatti incontrare, e insieme crescere almeno un po’, nel suo amore.

Don Nicola Mossi a Gottolengo

Don Nicola Mossi, originario di Leno, inizia il suo ministero sacerdotale nella comunità di Gottolengo dove il parroco è don Arturo Balduzzi.

Ordinato il 12 settembre in Piazza Paolo VI, don Nicola, ingegnere, ha 36 anni.

Leggi la storia della sua vocazione:

Il cammino di don Nicola Mossi

Don Ciro amministratore parrocchiale a Visano

Don Ciro Panigara, attuale curato a Leno, Milzanello e Porzano, è stato nominato amministratore parrocchiale della parrocchia dei Santi Pietro e Paolo in Visano. La parrocchia era guidata dal 2014 da don Roberto Soncina, nuovo parroco di Castenedolo.

Classe 1977 e originario della parrocchia di Ghedi, don Ciro ha svolto i seguenti servizi pastorali: curato a Isorella (2004-2008); curato di Adro (2008-2013); curato di Torbiato (2009-2013); cappellano collaboratore in Poliambulanza (2013-2016); dal 2016 è curato di Leno, Milzanello e Porzano.

Tremolada ai novelli: Siate amorevoli

In Piazza Paolo VI il vescovo Pierantonio ha ordinato quattro nuovi sacerdoti bresciani: don Alberto Comini, don Nicola Mossi, don Stefano Pe e don Alessio Torriti. Leggi l’omelia del Vescovo

Carissimi fratelli e sorelle nel Signore,

siamo riuniti per celebrare con gioia l’ordinazione presbiterale di quattro nostri giovani, che hanno risposto con generosità alla chiamata di Dio. A loro anzitutto si rivolge il nostro pensiero in questo momento; a loro e ai loro cari, genitori e familiari, si indirizza il nostro affetto e anche la nostra riconoscenza. Attorno a loro ci stringiamo, disponendoci a vivere un momento di grazia, che è segno dell’amore fedele del Cristo risorto per la sua Chiesa e per l’intera umanità.

Non è questa la data in cui normalmente si celebrano le ordinazioni sacerdotali. Circostanze dolorose e drammatiche ci hanno obbligato a posticiparla. Controlli, distanziamenti, mascherine protettive sono i segni tuttora presenti di una situazione non ancora pienamente risolta, che abbiamo dovuto affrontare con coraggio e che ha lasciato ferite profonde. Voi – cari candidati – siete i sacerdoti ordinati nell’anno del grande contagio, di quella pandemia che ha flagellato il mondo e particolarmente le nostre terre bresciane. Siete tuttavia – lo dico con profonda convinzione – uno dei segni con cui la provvidenza di Dio ha risposto al senso di smarrimento e di impotenza che in questi mesi abbiamo tutti provato; siete una preziosa testimonianza della speranza che non viene meno, di una vita che non si spegne ma che ancora di più si alimenta alla sorgente divina dell’amore. La vostra consegna all’amore fedele di Dio ricorda a tutti noi che questa è la strada da percorrere sempre, in particolare quando la sofferenza bussa alla porta o prepotentemente la scardina. La solidarietà generosa e coraggiosa – lo sappiamo bene – è stata infatti e continua ad essere la vera risposta alla sfida del grande contagio. Tante persone si sono dimostrate ancora più attente alle necessità dei più deboli e ancora più disponibili a condividere beni materiali ma soprattutto energie e sentimenti. Una ordinazione sacerdotale si pone decisamente in questa linea, perché risponde alla logica dell’offerta di sé fino al sacrificio e svela la radice divina di ogni testimonianza d’amore fraterno e solidale.

Mi piace leggere in questa prospettiva anche il fatto che la nostra celebrazione avvenga non all’interno della cattedrale ma sul suo sagrato, in questa bella piazza che la città di Brescia ha voluto dedicare a san Paolo VI. Ciò che le circostanze hanno imposto ha forse anche un valore di segno: ci aiuta a comprendere meglio che ogni consacrazione è per il bene della Chiesa ma anche del mondo, che si viene ordinati non per se stessi ma per la missione, per l’annuncio del Vangelo e quindi per la salvezza di tutte le genti.

Nella lettera pastorale che ho da poco consegnato alla diocesi, tentando una rilettura spirituale del tempo di prova che abbiamo dovuto affrontare, ho voluto esprimere una mia profonda convinzione, che cioè dall’esperienza vissuta emerge la necessità di concentrarsi sull’essenziale della vita cristiana, per essere comunità di veri credenti e contribuire con decisione al rinnovamento della società. L’essenziale della vita cristiana – ce lo dice la Parola di Dio – va ricercato nell’amore vissuto e prima ancora accolto. Un amore di risposta che poi diventa comunione fraterna, amicizia sincera e servizio generoso. Sappiamo bene qual è il segno distintivo dei discepoli di Cristo. Le parole del Signore che abbiamo ascoltato nel brano del Vangelo di Giovanni ce lo hanno chiaramente indicato: “Da questo sapranno che siete miei discepoli, dall’amore che avrete gli uni per gli altri”. Tuttavia – ce lo dice sempre lo stesso brano del Vangelo – il comandamento dell’amore vicendevole trasmesso da Gesù ai suoi discepoli è preceduto da un suo invito accorato: “Come i Padre ha amato me così anch’io ho amato voi. Rimanete nel mio amore”.

Voi – cari ordinandi – avete scelto proprio questa frase come motto per la vostra ordinazione presbiterale. In effetti questo è il punto cruciale. Qui sta o cade la nostra vita di discepoli del Signore. Occorre anzitutto “rimanere nel suo amore”, prendervi dimora, sentire nel profondo del proprio cuore che “ci ha visitati dall’alto un sole che sorge” e che in questa aurora di redenzione abbiamo sperimentato l’infinta misericordia di Dio. Mantenendoci ancorati a questa ardente benevolenza riusciremo a liberarci dalle strette del nostro selvatico egoismo, tanto duro a morire. Attirati dall’amore del Cristo crocifisso, misteriosamente uniti a lui come i tralci alla vite, siamo infatti entrati nella vita eterna per il Battesimo che abbiamo ricevuto. Occorre però dare a tutto questo l’avvallo della nostra libertà e lottare ogni giorno per “far morire in noi – come ci dice l’apostolo – l’uomo vecchio che si corrompe dietro le passioni ingannatrici”.

Che cosa si chiede dunque oggi anzitutto a un servitore di Cristo, a chi riceve l’ordinazione presbiterale? Si chiede che abbia conosciuto l’amore di Dio non per sentito dire, che abbia fatto personalmente e continui a fare l’esperienza della grazia, che abbia gustato “quanto è buono il Signore” e che perciò possa dire in piena onestà, insieme con Pietro. “Signore, tu sai che ti amo”. Anche voi – cari ordinandi – siete stati amati e scelti per essere testimoni del Vangelo della grazia. Con il Battesimo prima e ora con questa ordinazione presbiterale, venite inseriti con una specifica missione in un disegno provvidenziale. Vi siete votati alla causa della redenzione, grazie alla quale l’umanità ha riguadagnato la speranza ed è stata riscattata da un triste destino. Guardate dunque all’umanità intera con il vivo desiderio di vederla in pace, unita e concorde per la potenza del nome di Gesù. Indirizzate a questo obiettivo tutte le vostre energie, perché questa è la volontà di Dio. Non dimenticate mai che la luce della carità di Cristo è quanto tutti si attenderanno da voi: cercheranno nei vostri gesti e nelle vostre parole le tracce della bontà di Dio e della sua amorevole vicinanza.

Siate dunque uomini di comunione ma sappiate che la comunione deriva dalla grazia di Dio. Fate dunque spazio all’azione dello Spirito nell’intero corso della vostra vita. Siate terreno buono che accoglie la semente feconda della rivelazione di Dio. Lasciatevi costantemente raggiungere nel segreto del cuore dall’amore di Cristo che conquista e trasfigura. Il vostro ministero sarà così la naturale espressione di un amore ultimamente sponsale, la cui essenza rimarrà un segreto tra voi e colui che vi ha chiamato. Vi raccomando in particolare la preghiera e la celebrazione dell’Eucaristia: siano i cardini della vostra vita spirituale e del vostro servizio alla Chiesa. Una preghiera che attinga costantemente alla Parola di Dio e una celebrazione eucaristica sempre accompagnata dal senso del mistero.

Proprio la preghiera e l’Eucaristia vissute nella verità consentiranno alla grazia di Dio di manifestarsi in voi con tutta la sua potenza, al di là di ogni nostra capacità e anche attraverso la nostra debolezza. “Abbiamo un tesoro in vasi di creta” – ci ha ricordato san Paolo nella seconda lettura che è stata proclamata – un tesoro che è la luce di Dio, la gloria splendente della sua santità. Ci è chiesto di lasciarla trasparire in noi, di non ostacolarla, di non mortificarla. “Noi non annunciamo noi stessi – dice sempre san Paolo – ma Cristo Gesù Signore”. Siamo servitori, ambasciatori, araldi, messaggeri che offrono al mondo una ricchezza di cui non sono padroni e di cui non si deve approfittare. Siamo presi a servizio per gioire dei frutti del Vangelo insieme con chi lo accoglierà, senza pretese di ricompense o riconoscimenti mondani, senza tornaconto personale, liberi dalla ricerca del successo personale, del plauso della folla, dalla soddisfazione dei numeri.

Nulla fermerà l’opera della grazia di Dio se questa troverà un cuore che generosamente le si affida. Non temete dunque – cari ordinandi – le vostre fragilità, non vergognatevi della vostra debolezza. La misericordia di Dio è grande e si manifesta in modo ancora più efficace là dove più evidenti sono i nostri limiti. I vasi di creta non impediscono al tesoro di mostrarsi; anzi, rendono ancora più evidente la sua grandezza. Non temete dunque i vostri limiti e nemmeno i vostri sbagli. Temete piuttosto l’incredulità del cuore indurito, le pretese dell’io orgoglioso e avido che cerca in ogni cosa la propria gratificazione. Temete la tendenza a primeggiare, la rivendicazione di potere e la pretesa di avere sempre ragione. Temete il rischio di fare del vostro ministero un piedistallo su cui salire o una nicchia in cui rifugiarsi comodamente. Siate veri servitori del Signore, lasciate risplendere in voi la gloria che è sua e molti ne saranno attratti e vi saranno riconoscenti.

Un ultimo pensiero vorrei condividere con voi, che traggo dalla prima lettura che abbiamo ascoltato. Mosè supplica il Signore suo Dio e domanda aiuto per sostenere il formidabile compito che gli è stato affidato: quello cioè di guidare un popolo che è divenuto numeroso e che domanda di essere costantemente assistito. Il Signore invita Mosè a nominare settanta uomini tra gli anziani di Israele e rivolgendosi al suo fedele servitore dice: “Io toglierò dello spirito che è su di te e lo porrò su di loro e porteranno insieme a te il carico del popolo e tu non lo porterai più da solo”. Mi conforta ascoltare queste parole. Il sentimento di Mosè è infatti anche il mio, chiamato come sono a portare il carico di un popolo numeroso, con il desiderio di non lasciargli mancare quanto è necessario. Questi settanta anziani che ricevono parte dello spirito di Mosè in vista della condivisione del suo compito diventano figura del presbiterio che forma con il vescovo una cosa sola, nella guida della Chiesa di Cristo in cammino nella storia. Di questo presbiterio – cari candidati – voi da oggi entrate a far parte e io sin d’ora vi ringrazio per l’obbedienza che pubblicamente esprimerete nei miei confronti e nei confronti dei miei successori. È un’obbedienza che non va intesa come muta sottomissione ma come sincera condivisione di un mandato che proviene dall’unico vero pastore della Chiesa, cioè il Cristo risorto. Vorrei raccomandarvi questa comunione con me e con tutti i confratelli. Non si è preti in solitaria ma nella comunione del presbiterio diocesano. Là dove sarete mandati vivete dunque la fraternità e l’amicizia con quanti condividono il vostro ministero. Abbiate rispetto e affetto per chi ha sulle spalle un numero maggiore di anni, lasciatevi ammaestrare dalla loro esperienza. Mantenetevi in costante dialogo con tutti. Siate schietti ma prima di tutto amorevoli, liberi da ogni protagonismo e da ogni gelosia. La fraternità presbiterale sia il primo dono da voi offerto alle comunità che vi accoglieranno, perché anch’esse saranno invitate sempre più nei prossimi anni a vivere un’esperienza di comunione all’interno di ciascuna parrocchia e di più parrocchie tra loro. Lo Spirito santo ci sta infatti guidando verso forme sempre più intense di ministerialità e di sinodalità, attraverso le quali risulti ancora più evidente la forma nuova della vita redenta.

Il cammino che si apre davanti a noi, pur segnato da incertezze che non potremmo velocemente annullare, è carico di quella speranza che poggia sulla presenza costante del Dio con noi. “Tutto è possibile a chi crede” – aveva ricordato Gesù a un padre prostrato nel dolore. Questa parola è rivolta oggi anche a noi, soprattutto a voi, cari candidati. Conservate viva la vostra fede e il vostro ministero risplenderà della gloria di Dio.

La madre del Signore, arca della nuova alleanza e stella del mattino, vi custodisca nella fedeltà alla vostra chiamata e vi sostenga nell’esercizio generoso del vostro servizio alla Chiesa e al mondo. Noi vi accompagniamo con la nostra preghiera e il nostro affetto.

Il cammino di don Nicola Mossi

Sabato 12 settembre il vescovo Pierantonio ordina, in Piazza Paolo VI, quattro nuovi sacerdoti bresciani. Tra loro, don Nicola Mossi che in questa intervista si racconta

Dalle energie rinnovabili alla fonte inesauribile dell’amore. È fin troppo facile, quasi scontato, riassumere in questo modo il percorso che ha portato don Nicola Mossi, 36 anni di Leno, ingegnere, a lasciare un promettente futuro professionale in campo ambientale, per accettare la sfida che Qualcuno andava ponendo con insistenza sempre maggiore sul suo cammino.

Don Nicola, cosa ti ha portato a mettere in un cassetto la laurea in ingegneria e a intraprendere il cammino verso il sacerdozio?

Come per molti altri, è stata una serie di domande che a un certo punto della mia vita ho cominciato ad avvertire. Dopo la laurea in ingegneria ambientale e un’esperienza professionale nel campo delle consulenze sulle energie rinnovabili, ha cominciato a risuonare in me con sempre più insistenza una domanda: “È questo che vuoi dalla tua vita?”. Fortunatamente, poi, sulla mia strada ho incontrato persone che mi hanno accompagnato a comprendere e a trovare risposte a questo interrogativo.

Quali sono state queste risposte?

Beh, sono sotto gli occhi di tutti! Chiusa la parentesi professionale sono entrato in Seminario. Non è stata una scelta semplice: lasciavo un mondo del lavoro all’interno del quale stavano maturando alcune importanti prospettive, ma nel contempo avvertivo che questa scelta mi dava l’opportunità di fare chiarezza in me e comprendere che, forse, quelle domande altro non erano che il modo con cui il Signore mi chiamava alla vocazione sacerdotale.

Come hai accolto questa prospettiva?

Sicuramente con qualche timore e qualche preoccupazione. Ma quello che stavo vivendo era anche un tempo in cui andava facendosi sempre più luminoso uno spiraglio di luce che mi indicava anche la possibilità di una risposta grande a questa domanda. Mano a mano che lasciavo crescere in me l’ipotesi di una risposta positiva a questa domanda, un sì al Signore, andava crescendo in me un senso di pace, capivo che mi stavo pacificando con me stesso e che stavo trovando anche la serenità. Così, attraverso il confronto con il mio padre spirituale, ho avuto modo di approfondire la chiamata che mi era stata rivolta era proprio quella del sacerdozio.

Torniamo alla scelta di entrare in Seminario: un cambio di prospettiva che hai accolto con serenità?

Devo ammettere che non tutto è stato chiaro sin dall’inizio, forse sarebbe stato addirittura sbagliato pretenderlo. Ma passo dopo passo il Signore mi ha dato la grazia di poter percorrere questo cammino, di comunicarlo innanzitutto alla mia famiglia, che non si aspettava certo questa scelta, al mio datore di lavoro, agli amici, molti dei quali sono stati anche colti di sorpresa. Però, non l’ho voluto subito sbandierare ai quattro venti. Ho preferito coltivare nel silenzio questo rapporto con il Signore che stava creando in me. È stato un po’ come per due giovani che si incontrano, imparano a conoscersi, fanno crescere il loro rapporto e solo quando sono certi di avere progetti e prospettive comuni rendono pubblico il loro fidanzamento. Oggi non posso che esprimere tutta la mia gioia per la grazia che il Signore mi ha concesso.

Quali sono stati gli spazi in cui la tua vocazione ha avuto modo di crescere?

Un posto centrale nel mio percorso è occupato dall’oratorio di Leno dove ho avuto la fortuna di vivere esperienze molto belle con i sacerdoti che si sono succeduti in questo servizio. Tutti mi hanno dato l’opportunità di vivere esperienze belle e significative in cui, accanto alla dimensione del divertimento, c’era il tempo per domande non sempre scontate ma che mi hanno portato più volte a riflettere su quello che poteva essere il mio futuro. A un certo momento, però, ho avvertito il desiderio, il bisogno di uscire dal recinto dell’oratorio. Grazie all’esperienza delle missioni giovanili condotte a Leno dagli studenti del Seminario, ho avuto modo di incontrare altre figure importanti; ho conosciuto quello che è stato il mio padre spirituale, don Marco Busca, oggi vescovo di Mantova, che mi ha accompagnato per più di dieci anni e che per me è stato un riferimento importante, una guida.

C’è qualcosa della tua precedente esperienza professionale che potrà tornarti utile nel cammino sacerdotale che stai per iniziare?

Quella lavorativa è stata un’esperienza molto positiva. Credo che il primo grande insegnamento che mi è rimasto è quello dell’importanza di lavorare in squadra, cercando di dare il meglio di se stessi. Ho avuto la fortuna di sentirmi realmente parte di una squadra con cui affrontare ogni ostacolo che si poneva sul nostro cammino: un modo di camminare insieme che spero di poter sperimentare nel mio cammino futuro.

Il percorso di studi che hai compiuto prima del Seminario ti rende più sensibile al tema della salvaguardia del creato tanto caro anche a papa Francesco?

Sicuramente sì, anche perché sin da piccolo sono stato affascinato dalla bellezza del creato. L’ho sempre trovata, anche se la sensazione è andata crescendo con la maturità, uno strumento che mi avvicinava a Dio. Per questo sono convinto che ogni uomo, sacerdoti compresi, debba interrogarsi su stili di vita sostenibili, sulla salvaguardia del creato, sulla sua cura e sulla sua custodia.

Dicono che con la tua ordinazione il Seminario perde il suo fotografo…

Forse è per via della mia passione per la fotografia che, essendo nato e cresciuto in una famiglia di fotografi, ho coltivato anche negli anni del Seminario. Nel corso degli anni, poi, ho mantenuto anche altre due grandi passioni: quella per la pallacanestro, che ho praticato sin da piccolo in oratorio, e quella per la montagna. Quelli trascorsi tra escursioni, arrampicate e ferrate sono stati per me momenti sempre belli e che mi hanno permesso di sviluppare anche solide amicizie.

Per concludere, c’è qualche esempio di santità a cui ti senti particolarmente legato?

Grazie al Seminario in questi anni ho potuto conoscere tante espressioni di santità che mi sono state di grande conforto. Ci sono alcune figure di santi che più di altre mi affascinano. Penso a San Francesco d’Assisi: sono nato nel giorno in cui la Chiesa celebra la sua memoria, a lui mi unisce la passione per il creato. Ma sento molto vicine anche figure come quelle del card Spidlik, di San Giovanni Bosco, dei santi bresciani. Non dimentico poi San Pio da Pietrelcina, per la passione che ha messo nella cura d’anime, e ancora figure come quelle di Charles de Foucauld e di Chiara Corbello Petrillo, vite di santità che possono dire tanto anche ai giovani di oggi.

Pensando ai miei quaranta anni di sacerdozio

Questo è quello che ho sentito nel mio cuore domenica 7 Giugno durante la Santa Messa vespertina delle 18.30, ricordando il mio 40° anniversario di Sacerdozio e invitando a pregare per me e i miei confratelli, Monsignor Renato 45°, don Davide 20°, don Alberto 18° e don Ciro 16°. In questo mese ricorre anche per loro l’anniversario di Ordinazione. Mi sono emozionato. Ho cercato di vedere questo giorno soprattutto come un momento di gioia e di ringraziamento al Signore per il mio Sacerdozio e per quello che ho potuto fare con la Sua grazia in questi quarant’anni da prete. Ho ricordato il Vescovo di Alessandria Mons. Almici che mi ha consacrato Sacerdote, qui nella nostra Parrocchia e nelle cui mani ho messo la mia promessa di obbedienza a lui e ai suoi successori. Il pensiero è andato poi a mia mamma e mio papà che mi hanno visto diventare prete. Li sento sempre vicini e tuttora, dal cielo mi proteggono. Sento vicini anche i miei fratelli che a loro volta sono entrati a far parte del regno dei cieli. Ricordo, inoltre, mia sorella e i cognati che tutt’ora sono con me per aiutarci a vicenda. Non ho fatto grandi cambiamenti in questi anni di Sacerdozio. Sono stato coadiutore nella Parrocchia di San Lorenzo in Alessandria, poi vice rettore ed economo nel collegio diocesano sempre in Alessandria, in seguito parroco della comunità “Natività di Maria Vergine” a Predosa (Al) per 14 anni ed in fine, da 20 anni sono ritornato a Leno a motivo della mia salute precaria. Qui ho avuto opportunità di conoscere Mons. Targhetti, Don Paolo Gabusi, don Luciano Macchina mio compagno di seminario, don Carlo Tartari, Mons. Giovanni Palamini, don Davide Colombi, don Domenico Paini, don Alberto Baiguera, don Ciro Panigara e per ultimo il nostro attuale parroco Mons. Abate Renato Tononi. Tutti cari confratelli verso i quali nutro una sincera stima e amicizia, perciò per me è più facile ricordare le tante persone che il Signore mi ha messo accanto nel cammino della mia vita. Non finirò mai di ringraziarlo perché veramente ho trovato anime belle che mi sono state di esempio. Mi vengono alla mente, i tanti amici che ho avuto vicino in questi anni, i colleghi di scuola all’istituto per geometri “Luigi Nervi”. Un posto speciale nelle mie memorie è riservato ai carcerati che ho incontrato nell’istituto penitenziario dove per dieci anni sono stato insegnante. Per un Sacerdote, poi, è una gioia vivere in una comunità dove la preghiera comune e la celebrazione eucaristica sono vissute con intensità.

La grande fortuna che sento ogni volta che celebro la Santa Messa è che per me è come fosse la prima che ho celebrato. Ho ripensato a tutti gli ammalati e le persone anziane che ho incontrato e penso che sono stati per me come dei parafulmini con le preghiere e le sofferenze che hanno saputo offrire anche per i sacerdoti.

Ho ripensato ai tanti amici e fratelli che ho accompagnato nell’ultimo viaggio verso il riposo eterno. Sono andato, poi, a ricordare tutti i ragazzi (e per me sono stai uno stimolo e una gioia per restare giovane nello spirito) che ho preparato a ricevere i sacramenti dell’iniziazione cristiana, coi quali ho sempre avuto un rapporto di amicizia e di stima e la medesima cosa da parte loro nei miei confronti.

Concludo ringraziando in particolare tutta la comunità di Leno che mi è sempre stata vicino con la preghiera anche durante la mia malattia, credo proprio che il Signore abbia voluto lasciarmi ancora tra voi e con i miei cari continuando ad essere Sacerdote nella Sua Chiesa per servirlo con amore e semplicità di cuore.

Sono veramente contento di essere sacerdote e vi chiedo di continuare a pregare per me per gli anni che il Signore vorrà concedermi. Io non tralascerò di pregare per tutti voi perché il Signori continui ad elargire ogni grazia e possiate ricevere il bene che meritate.

don Renato Loda