Adesso è il tempo delle relazioni

Nella Solennità del Corpus Domini, il discorso alla città pronunciato in Cattedrale dal vescovo Pierantonio Tremolada

“Nella notte in cui fu tradito, Gesù prese il pane, lo spezzò, lo diede ai suoi discepoli e disse: Prendete e mangiatene tutti, questo è il mio corpo, offerto in sacrificio per voi”. Sono le parole che ascoltiamo ogni volta che si celebra l’Eucaristia. Il gesto si ripete in obbedienza al comando del Signore: “Fate questo in memoria di me” e il dono si rinnova. Ai credenti di tutte le generazioni è dato il corpo del Signore. L’Eucaristia che celebriamo, l’Eucaristia che adoriamo, che custodiamo nei nostri tabernacoli e che portiamo per le strade delle nostre città e dei nostri paesi è il corpo del Signore: Corpus Domini!

Dal racconto dei Vangeli veniamo a sapere che Gesù attese il momento della sua ultima cena con i discepoli con grande intensità, proprio per lasciare loro il suo memoriale e consegnare nel nuovo rito liturgico il suo corpo: “Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi prima della mia passione” (Lc 22,15) – leggiamo nel Vangelo secondo Luca. Perché il Signore ha tanto desiderato quel momento e quel gesto? Perché ha voluto donarci il suo corpo nel segno misterioso del pane consacrato?

L’apostolo Paolo ci aiuta a comprendere quando – l’abbiamo ascoltato nella seconda lettura – scrive ai cristiani di Corinto: “Il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo? Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane” (1Cor 11,16-17). Mangiare l’unico pane spezzato nella celebrazione dell’Eucaristia consente dunque di entrare in comunione con il corpo di Cristo e, in questo modo, di formare in lui un unico corpo.

È questo che desidera il Cristo per noi, stringerci nella comunione con sé oltre i limiti dello spazio e del tempo e fare di noi, della sua Chiesa, dell’intero genere umano l’unica grande famiglia dei figli di Dio. “Che siano una cosa sola come noi lo siamo” – aveva chiesto Gesù al Padre nella preghiera sacerdotale prima della sua passione (cfr. Gv 17,11.21-22). E ancora prima, usando l’immagine suggestiva della vite e dei tralci, aveva raccomandato ai suoi discepoli. “Rimanete e in me ed io in voi” (Gv 15,4), perché trovassero compimento le suggestive parole del salmo: “Ecco quanto è buono e quanto è soave che i fratelli vivano insieme” (Sal 133,1).

È donando il suo corpo che il Signore della gloria rende possibile una comunione perenne con lui e tra di noi, perché è tramite il corpo che nell’esperienza umana si entra in relazione gli uni con gli altri. Il corpo umano è dono del Creatore per la relazione e per la comunione, è quella imprescindibile dimensione della soggettività umana che consente a ciascuno di noi di vivere coscientemente e liberamente l’incontro con l’altro e con il mondo. Creati a immagine e somiglianza di Dio, nessuno di noi è pensato come un essere chiuso in se stesso, orgogliosamente autonomo, ripiegato sui suoi bisogni, proteso alla propria egoistica gratificazione. Siamo invece pensati da sempre come soggetti in relazione, aperti ad accogliere il mondo che ci circonda, la terra degli uomini e il cielo di Dio.

Quanto sia importante la relazione tra di noi e quanto sia per noi vitale la reciproca comunione l’abbiamo meglio compreso in questi tre mesi drammatici, nel turbine di una epidemia che ci ha sconvolti. Guardando indietro, siamo ora maggiormente consapevoli del valore che ha il corpo nel nostro vissuto quotidiano. Ce ne siamo resi conto proprio a causa delle limitazioni che abbiamo dovuto subire: ci è stato impedito di stringerci la mano e di scambiarci un abbraccio; abbiamo dovuto e dobbiamo ancora portare una mascherina che ci copre metà del volto; siamo stati invitati a mantenere tra noi le distanze, per non essere un pericolo gli uni per gli altri. Queste restrizioni doverose hanno reso ancor più evidente il bisogno vitale che tutti noi proviamo di entrare in contatto gli uni con gli altri, di farci vicini, di esprimerci e di comunicare. Con un certo imbarazzo ci siamo a volte sorpresi a trattenerci dal compiere gesti che fino a poco tempo fa erano assolutamente spontanei. E tutto questo ora ci manca: sentiamo che questa impossibilità ci impoverisce, ci toglie qualcosa di essenziale.

Ci è ora più chiaro – mi sembra di poter dire – che il nostro corpo ha un suo proprio linguaggio, naturale e istintivo, e che questo linguaggio ci svela una verità tanto semplice quanto profonda: il mondo è molto di più di ciò che si vede e proprio ciò che non si vede è essenziale. I vincoli imposti dall’epidemia ci hanno svelato più chiaramente la dimensione simbolica dell’intera realtà, resa evidente proprio dai gesti che spontaneamente compiamo attraverso il nostro corpo. Una stretta di mano, un abbraccio, un bacio, una carezza, il prendere in braccio o sotto braccio, il caricare sulle spalle, l’avvicinarsi per parlare in confidenza, il consegnare tra le mani un dono: tutto questo rimanda ad una dimensione insieme segreta e profonda della realtà, al mondo interiore di ogni persona ma anche all’esigenza imprescindibile di comunicare con gli altri, di sentirsi accolti e amati.

Grazie al corpo noi trasmettiamo i sentimenti e viviamo le relazioni e così diamo piena espressione alla nostra umanità. Perché in questo sta l’essenziale del vissuto umano: nel sentimento e nella relazione, in ciò che proviamo e in ciò che doniamo. Nel disegno provvidenziale di Dio, l’uomo è anzitutto anima palpitante d’amore; è cuore che attinge ad un mistero invisibile e trascendente; è segreta percezione del proprio essere e slancio d’amore verso gli altri e verso il mondo, nell’amore stesso di Dio. Questo sentire amorevole, non puramente emotivo ma ricco di intelligenza e di memoria, trova espressione in un vissuto che è costantemente mediato dal corpo, dai cinque sensi che lo costituiscono ma anche concretamente dall’organismo che permette ai sensi di attivarsi. Le parole che pronunciamo e i gesti che compiano sono sempre e contemporaneamente attività del corpo e del cuore, dei sensi e dell’anima.

La vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito?” (Mt 6,25) – aveva detto Gesù ai suoi discepoli e alle folle nel Discorso della Montagna. È proprio così! Il corpo è un dono della provvidenza di Dio a ciascuno di noi, grazie al quale veniamo rimandati al senso profondo del vivere, alla sua autentica misura e bellezza, che provengono dalla dimensione simbolica del mondo. Vivere per il cibo e per il vestito significa mortificare la nobiltà della persona umana, mettere il sentimento e la relazione dopo i beni di consumo. Il corpo, con i suoi gesti carichi di risonanza affettiva, ci ricorda che la vita ha una sua altezza e una sua profondità e che queste oltrepassano infinitamente i confini del benessere economico, per cui troppo spesso ci affanniamo.

La salute vale molto più delle proprietà, eppure la salute è ancora poca cosa rispetto alla vita: la salute del corpo consente infatti a una persona di esprimersi in tutte le sue facoltà e capacità, ma anche quando la salute è precaria, il corpo non cessa di svolgere la sua funzione essenziale, quella di esprimere i sentimenti e di promuovere relazioni. L’esperienza della fragilità e della malattia – che abbiamo dolorosamente sperimentato in questi mesi – non ha forse reso ancora più intensa la consapevolezza che la socialità umana si fonda sulla nobiltà dei sentimenti e sulla profondità delle relazioni? La grandezza della persona umana non viene intaccata dal manifestarsi evidente della sua debolezza. Può anzi venirne esalta. Davanti alla fragilità umana il sentimento si affina e diventa fortezza, coraggio, sacrificio ma anche solidarietà, cura, generosità. In una parola, diventa virtù. E il desiderio di relazioni profonde si fa ancora più intenso e suscita testimonianze d’amore in alcuni casi semplicemente meravigliose.

Ecco dunque un’importante lezione di vita che ci giunge dai giorni dolori che abbiamo trascorso: il primato dei sentimenti e delle relazioni, la nobiltà delle virtù, l’importanza dei gesti che fanno grande il corpo perché lo mantengono collegato al cuore, la dimensione simbolica del mondo che rinvia alla gloria di Dio e al suo disegno di grazia.

Si dovrà soltanto aggiungere che tutto questo domanda vigilanza, perché è dono di Dio consegnato alla libera determinazione degli uomini. Il pericolo della contaminazione reciproca, il dovere della giusta distanza, il rigore nell’osservare le regole per la sicurezza di tutti: anche questi sono aspetti di un’esperienza che ci consegna un insegnamento di vita. La relazione autentica tra le persone va difesa e preservata, perché i sentimenti che il cuore coltiva la possono inquinare e gli stessi gesti che compiamo attraverso il corpo possono diventare offensivi. Questo succede quando si cede alla logica del tornaconto e allo stile della violenza. “Siate vigilanti” – raccomanda Gesù ai discepoli (Cfr. Mc Mc 13,33). Ogni relazione ha infatti bisogno della giusta distanza e ogni sentimento di affetto suppone anzitutto il rispetto. La mascherina sul volto, il gel igienizzante, il metro di distanziamento ci ricordano che possiamo purtroppo diventare minaccia per gli altri e questo, di nuovo, anzitutto in una visione simbolica della realtà. È dalla dimensione invisibile del nostro io, dal nostro cuore, che può sorgere il pericolo per gli altri e per l’ambiente. Quei sentimenti che ci caratterizzano come persone umane, se asserviti alla brama vanitosa del nostro io, si trasformano in energia distruttiva: abbiamo così lo spettacolo deprimente dell’ingordigia, della corruzione, dell’arroganza, della faziosità, della litigiosità, della volgarità. L’esercizio delle virtù domanda grande forza di volontà e impegno di purificazione nei confronti di se stessi, in vista della costruzione di una società più vera e più giusta. La sofferenza patita in questi mesi e la perdita di tante persone care, ci porta a dire che un simile impegno non dovrebbe essere è semplicemente auspicabile: è assolutamente doveroso.

Ritornando a contemplare il mistero eucaristico, il nostro cuore si apre alla gratitudine. Il mistero del corpo del Signore – Corpus Domini – offerto per noi e a noi donato, ci rinvia ai sentimenti del suo cuore e al suo desiderio di comunione con noi, ci ricorda il suo sacrifico d’amore, ci assicura la sua presenza vitale e perenne, ci attrae con la forza della sua mirabile testimonianza. In lui la virtù ha raggiunto la sua misura più alta, è divenuta santità, e grazie a lui si è aperta per noi la via della salvezza. Il suo corpo glorificato è ora la nuova dimora dell’umanità redenta.

“Attiraci dunque a te o Signore, accoglici nel tuo abbraccio benedicente, stringi forte la nostra mano quando il sentiero si fa buio, facci sentire la tenera carezza della tua misericordia, prendici sulle tue spalle quando ci assale la stanchezza, fatti vicino per svelarci nel segreto la verità della tua Parola. Uniti a te nel segreto del nostro cuore, posto in piena sintonia con il tuo, noi potremo diffondere nel mondo il buon profumo del Vangelo e contribuire così all’edificazione di una società dove i sentimenti e le relazioni abbiamo il posto che meritano e la virtù l’onore che le spetta.

Ci sostengano nel nostro cammino e ci custodiscano in questo desiderio di bene la Beata sempre Vergine Maria, tua e nostra Madre, i nostri santi Patroni e tutti coloro che, con la loro luminosa testimonianza, hanno onorato la storia di questa nostra città e della nostra amata terra.

Eventi significativi a Milzanello

Per la nostra comunità di Milzanello i mesi primaverili e estivi sono stati carichi fin dall’inizio di parecchie attività di preghiera e di svago.

Oltre al Rosario di ogni giovedì di maggio sera di fronte alla Santella della Madonna di Lourdes sul sagrato della chiesa, come ogni anno, abbiamo celebrato due sante Messe in occasione del Mese Mariano, rispettivamente siamo stati ospitati come comunità dalle famiglie Ferrari e Corini, (14-27 maggio); ha partecipato un buon numero di persone e l’ospitatità è stata veramente squisita.

Un grazie di cuore!

Il 2 giugno, i signori Geminiano Zavaglio e Valeria Perotti hanno festeggiato il 50° anniversario di matrimonio.

Nei giorni 3 e 4 giugno, in occasione dei 500 anni dell’Apparizione ad Adro della Vergine Maria, abbiamo avuto la visita della copia della Statua della Madonna di Adro, proveniente dal Santuario della Madonna della Neve, come avevamo già anticipato. Nei due giorni al mattino abbiamo pregato il santo Rosario e nelle due serate le sante Messe con la predicazione di padre Stefano Pasini, carmelitano scalzo. La presenza della statua della Madonna ci ha permesso di sentire la Mamma di Gesù ancora più vicina a noi.

Ringraziamo don Ciro che si è adoperato sia per il trasporto, per l’organizzazione e come sempre per l’allestimento e la paratura della nostra bella chiesa.

Si è poi svolta nel secondo finesettimana di giugno, e per tre giorni, la seconda Festa dell’Oratorio di Milzanello, caratterizzata dalla presentazione del tema del grest di quest’anno, da un piatto particolare per ogni serata (spiedo, porchetta, grigliata) e da tre gruppi musiocali che hanno intrattenuto chi si voleva dilettare nel ballo. Sono stai giorni intensi e belli, per questo ogni volontario del nostro oratorio va davvero ringraziato per il tempo che generosamente ha donato. Grazie a queste feste possiamo operare infatti piccole migliorie al nostro oratorio, per renderlo sempre più bello e funzionale per le attività che in esso si fanno.

Guarda le immagini:

Festa dell’Oratorio a Milzanello 2019

Dal 10 al 29 giugno anche quest’anno si è svolto il Grest nel nostro oratorio, dal titolo “un bambino vero”. La trama che ha fatto da sfondo, da come si può percepire dal titolo, è stata la storia e le vicende del racconto di Pinocchio. Gli animatori fin da subito hanno creato scenette divertenti che hanno carpito subito l’attenzione dei bambini e hanno cosi lanciato il tema di ogni giornata. Come sempre numerose sono state le uscite in piscina, i tornei, i grandi giochi e da quest’anno alcune giornate intere passate insieme, come la giornata in oratorio con la grigliata, la mattinata all’ippodromo con pranzo a base di hamburger e hot dog per poi proseguire in piscina. Singolare quest’anno la passeggiata e la visita di un castello del 1400 circa, Castelvecchio (a Castelletto) guidati e ospitati gentilmente dai proprietari, i sigg. Trussi – Manerba. Un grazie sentito ai volontari che ci hanno assistito, alle mamme che ci hanno preparato le merende e ci sono state sempre vicine, a tutti gli animatori, all’Amministrazione Comunale per l’utilizzo degli scuolabus e della piscina e dei vigili del comando di Polizia Locale per le uscite. Un grazie particolare a don Ciro che ci ha accompagnati con la sua presenza e la sua parola, e che ci ha stupito con la particolare Messa che abbiamo celebrato sabato 29 giugno prima della cena e dello spettacolo finale.

Sabato 23 giugno ricorreva la festa del Corpus Domini. Insieme con i ragazzi del Grest abbiamo celebrato la S. Messa alle ore 10 e poi per le vie del paese addobbate e con i petali di rosa che lo precedevano gettati dai bambini, il Santissimo Sacramento è passato in processione per le vie del paese portando la Sua presenza e la sua benedizione. Grazie anche alla presenza di Monsignore con don Davide e don Ciro e con tutti i ragazzi del grest, è stata davvero una processione “colorata” e ben partecipata. Inoltre dopo decine di anni abbiamo rivisto il baldacchino processionale del Corpus Domini, che pensavamo fosse andato perduto a causa dell’incuria e del tempo. 

Il 30 giugno, il piccolo Alessio Bellomi, di Matteo e Manuela Sandrini, ha ricevuto il Battesimo entrando così a far parte della nostra comunità cristiana.

  

Eucarestia, stile di vita

L’omelia pronunciata in piazza Paolo VI dal vescovo Tremolada in occasione della solennità del Corpus Domini

La preziosa tradizione del Corpus Domini ci ha fatto rivivere l’esperienza della processione eucaristica. Abbiamo portato l’Eucaristia lungo le strade della nostra città e siamo approdati qui, davanti alla cattedrale. Qui vogliamo sostare un momento e insieme meditare, raccogliendo l’invito che ci viene da questa esperienza nella quale la dimensione religiosa si unisce a quella civile. Vorremo cogliere e fa meglio emergere il senso di questa unità.

 L’Eucaristia è il pane della vita. Così lo definisce Gesù nel suo discorso presso la sinagoga di Cafarnao. In verità lui stesso è il pane della vita, ma la sua presenza e il suo dono d’amore divengono realtà nei segni del pane del vino. Questo pane è il suo vero corpo. L’Eucaristia, per ciò che si vede, è pane; in realtà è la presenza del Cristo risorto che irradia il suo amore misericordioso erigenerante.

 Le prime parole dell’Adoro te devote, preghiera divenuta cara a generazione di cristiani, suonano così in una traduzione che ceca nella nostra lingua di esprimerne il senso profondo: ”Con viva devozione io ti adoro, o divinità che ti nascondi, che ti fai presente in modo segreto dietro questi segni, figure della vera realtà. Rivolgendosi a te il mio cuore viene meno, perché contemplando te tutto si fa piccolo”.

 L’Eucaristia è l’espressione più alta di quella verità che continuamente la Parola di Dio ci ricorda: che cioè il mondo è più di ciò che noi vediamo. Il mondo è manifestazione costante di una grandezza e di una bellezza che vengono dall’alto. Vi è nel mondo un costante rapporto tra il visibile e l’invisibile, perché la realtà possiede una insopprimibile dimensione simbolicache i poeti e i profeti costantemente ci richiamano.

 L’Eucaristia, come mistero dell’invisibile che si fa visibile, ci invita ad assumere nei confronti della realtà una sorte di disposizione d’animo, un modo di porsi, un atteggiamento di fondo che la Lettera Enciclica di papa Francesco dal titolo Laudato sì definisce “profetico e contemplativo” (n. 222). È l’atteggiamento di chi è capace di rendere onore al mondo umano nella sua verità più profonda.

 Da un simile atteggiamento sorge quello che chiamerei uno stile di vita, cioè un modo di agire o un comportamento nel quale appaiono evidenti e ben riconoscibili alcuni valori fondamentali.  Sono i valori che sostanziano anche il vissuto sociale, valori che mi sentirei di definire “civici”, capaci cioè di offrire alla convivenza umana la sua autentica forma, esaltandone la nobiltà. Tra questi vorrei sottolineare stasera, nella cornice solenne della processione eucaristica del Corpus Domini, il valore del rispetto, cioè della considerazione e della stima nei confronti delle persone e delle cose. Ritengo sia importante considerare questo come un aspetto qualificante il vivere civile.

 Che cos’è il rispetto? I nostri vocabolari più autorevoli lo definiscono così: sentimento e atteggiamento di riguardo, di stima e di deferenza devota e spesso affettuosa verso una persona. E ancora: sentimento che porta a riconoscere i diritti e la dignità di una persona. E infine: osservanza o esecuzione fedele e attenta di un ordine, di una regola. Il rispetto è rivolto anzitutto alle persone, ma può e deve riguardare anche lealtre realtà legate alla vita, per esempio l’ambiente e le istituzioni che strutturano l’umana socialità.

Se consideriamo l’etimologia della parola, possiamo ricavare indicazioni preziose. “Rispetto” è traduzione italiana del latino respectum, che deriva dal verbo respicere. Il significato del verbo è suggestivo. Vuol dire infatti guardare di nuovo, o meglio, tornare a guardarevoltandosi indietro. Occorre immaginare l’esperienza di chi incrocia sulla sua strada una persona, la vede e poi, fatti ancora alcuni passi, si volge a guardarla di nuovo. Ecco che cos’è il rispetto. È anzitutto un vedere e poi un vedere di nuovo, un tornare a fissare lo sguardo. Ti vedo,ti guardo, mi volto a guardarti di nuovo. Ti dedico dunque la mia attenzione, ti ritengo meritevole di considerazione, riconosco il tuo valore. Non procedo come se tu non ci fossi. Non ti ignoro come se tu non contassi nulla. Non ti scanso o ti calpesto come se tu fossi irrilevante o invisibile. Non faccio finta che tu non esista. Appunto: ti rispetto. C’è un sentimento che prende forma nel breve tempo che intercorre tra il primo sguardo e quello successivo e che è reso possibile dalla distanza nel frattempo intervenuta. Questo tempo trascorso, seppur breve, mi ha permesso di riconoscere l’effetto prodotto in me dal primo sguardo. Quei pochi passi compiuti mi hanno consentito di ritornare su ciò che ho visto e di riconoscerne la rilevanza. Un misterioso moto interiore si è attivato e sono ora in grado di cogliere la preziosa risonanza della realtà che mi si è presentata, che mi si è offerta in dono: una realtà di cui io non dispongo, di cui non sono padrone, di cui percepisco la grandezza e la bellezza.

 Rispetto, dunque, significa guardare le persone e le cose da quella giusta distanza che consente di riconoscerne la dignità e la nobiltà. Per avere la giusta misura delle cose spesso occorre fare qualche passo indietro e guardarle un po’ più da lontano. Così è anche per le persone. C’è sempre il rischio di fare dell’altro una preda, considerarlo un prodotto a propria disposizione, qualcosa che è semplicemente “a portata di mano”. Rispetto è avere riguardo, cioè guardare con discrezione, con un certo pudore, sentendo che lo sguardo si sta posando su un bene prezioso che non è mio, che ha un’identità simile alla mia e che possiede una dignità altissima.

 Il rispetto è la prima cosa che ci aspettiamo dagli altri e che gli altri si aspettano da noi. Viene prima dell’affetto ed è indispensabile affinché l’affetto non diventi fusione fagocitante o confidenza irriverente. Il rispetto non è mai freddo. Non va confuso con la rispettabilità. È sempre accompagnato dalla sincera considerazione per la persona o la realtà cui si rivolge, dall’obbligo interiore di rendergli l’onore che merita. Per questo i sinonimi di rispetto sono considerazione e stima. Il rispetto è contemporaneamente riconoscimento dei diritti e dei doveri. Porta a superare una visione degli diritti che si rinchiude nell’ottica ristretta dell’io inteso come semplice individuo. Credo si possa dire che c’è una disuguaglianza più profonda di quella puramente economica ed è causata non da una mancanza di risorse, ma da una mancanza di rispetto. Si può essere più ricchi o più poveri, ma se ci si rispetta a vicenda si è realmente uguali.

 Il contrario del rispetto è l’arroganza, la prepotenza, la volgarità, la derisione, lo scherno, ma anche la maleducazione e l’indifferenza, come pure lo spreco e lo sperpero. Simili comportamenti – che feriscono la società in modo molto grave – nascono dalla nostra convinzione di poter fare di quel che ci circonda quello che vogliamo, considerando l’umanità un’aggregazione da sfruttare, l’ambiente una sorta di grande mercato e noi stessi semplicemente dei consumatori. Quando il nostro sguardo si affina e diventa rispettoso, l’umanità diviene la nostra grande famiglia, la natura viene riconosciuta come l’ambiente prezioso del nostro comune esistere, noi stessi diventiamo re e sacerdoti, in una prospettiva autenticamente spirituale.

 Il rispetto non può essere imposto dall’alto: se vogliamo una società migliore, dobbiamo ripristinarlo a partire dalle coscienze. È il compito di ciascuno di noi. Compito quotidiano. È soprattutto un compito educativo, che la generazione adulta è chiamata a svolgere nei confronti delle più giovani.

 La fede nel Vangelo fa sorgere dal profondo del nostro cuore un desiderio intenso, che vorremmo condividere con tutti gli uomini e le donne di buona volontà: fare della nostra città, della nostra società civile una società anzitutto rispettosa; una società in cui ci si guarda senza ferirsi; una società dove si cerca sinceramente di comprendersi e di stimarsi; una società in cui tutto ciò che merita onore riceve il giusto omaggio; una società dove il rispetto sia davvero di casa nelle sue forme molteplici e nobili: per rispetto per gli anziani, rispetto per i bambini, rispetto per le donne, rispetto per i genitori, rispetto per i più deboli, rispetto per gli stranieri, rispetto per le autorità, rispetto per le istituzioni, ma anche rispetto per chi sbaglia, rispetto dei sentimenti, rispetto degli ideali, in una parola di tutti. E poi per l’ambiente, per il pianeta, per la natura: per gli animali, le piante, le acque, le montagne i laghi e i fiumi.

 La forma estrema del rispetto è l’adorazione. Essa è dovuta a Dio, sorgente di ogni bene. È l’atteggiamento di chi riconosce che la realtà tutta intera porta in sé il segreto di una appartenenza che la oltrepassa, che cioè oltre il visibile sta l’invisibile.

 Ed eccoci allora di nuovo all’Eucaristia, al pane che in realtà è il Corpo di Cristo, la sua presenza amabile e misteriosa in rapporto con noi. Davanti all’Eucaristia ci inchiniamo, profondamente grati per questo dono che abbiamo ricevuto. Ma ci inchiniamo anche davanti al fratello e davanti al creato, sapendo di essere – nell’ottica della stessa Eucaristia – un dono gli uni per gli altri e di aver ricevuto in dono tutto il bello che ci circonda.

 A colui che è presente e nascosto nel pane che è il suo corpo, al Signore che si è fatto nutrimento per la vita del mondo, vorrei chiedere la grazia di fare della nostra città, della nostra società una società anzitutto rispettosa, un luogo dove la considerazione e la stima reciproca sono di casa. E vorremmo affidare alla forza benedicente dello Spirito santo gli sforzi onesti di tutti quegli uomini e di quelle donne che con retta coscienza e tenace generosità stanno operando per l’edificazione di un mondo sempre più ricco di vera umanità.

Religioni a confronto

La sera del Corpus Domini si è conclusa la mostra di artisti del mondo della giustizia allestita presso la Pieve di Urago Mella. L’iniziativa, organizzata dalla comunità locale del Movimento dei Focolari, è stata un momento significativo del sistema Corpus Hominis

La sera del Corpus Domini si è conclusa la mostra di artisti del mondo della giustizia allestita presso la Pieve di Urago Mella. L’iniziativa, organizzata dalla comunità locale del Movimento dei Focolari, è stata un momento significativo del sistema Corpus Hominis. Le azioni intraprese durante il periodo progettuale sono state presentate alla città ogni anno, durante la settimana del Corpus Domini, per mettere in evidenza che il Corpo di Cristo necessariamente deve prolungarsi e trasformare la vita degli uomini della città attraverso la testimonianza di cristiani autentici pronti a riversare nel mondo l’amore che attingono dalla carne del Signore. Questa mostra è stata avviata con un incontro aperto con la presenza di vari esperti dal titolo: “La città e la giustizia – dare luoghi al bene della città – meglio prevenire che reprimere”. Vi hanno partecipato con disegni, lavori, maschere, sculture diversi operatori di giustizia e alcuni carcerati, detenuti a Brescia, che hanno lavorato guidati da professionisti, che hanno dedicato tempo e capacità per coinvolgere questi fratelli ristretti in carcere, aiutandoli a sviluppare talenti sepolti, per rimarginare la loro umanità ferita.

A conclusione è stato offerto un concerto di tre cori che hanno presentato canzoni e musiche sacre da parte di giovani di Sri Lanka, dei Sikh e della Consulta giovanile della Vicaria nord della città. È stata una nuova tappa dei cammini di fraternità e di dialogo fra religioni improntata alla gioia, alla conoscenza reciproca per realizzare la cultura dell’incontro che vorrebbe diventare uno stile di vita per costruire rapporti trinitari. L’Inno alla gioia di Beethoven cantato all’unisono dai tre cori, alla conclusione di questo coinvolgente saggio canoro, ha reso evidente come gli ideali di libertà, di pace e di solidarietà possono essere perseguiti dall’Europa e possono diventare una realtà che ravviva la nostra identità. Ancora una volta abbiamo toccato con mano come l’arte e la bellezza riescano veramente a dare espressione all’inesprimibile.

Pane per una socialità sana e serena

Omelia del Vescovo Pierantonio Tremolada nella solennità del Corpus Domini. Piazza Paolo VI, giovedì 31 maggio 2018

Il pane santo dell’Eucaristia, che abbiamo portato per le strade di questa nostra amata città, è la presenza misteriosa del Cristo vivente, germe di eternità nel tempo e nella storia. Questo pane che viene dal cielo è segno e fondamento di una comunione cui l’umanità ha da sempre dato il nome di pace. E la pace è la vittoria sulla violenza, tentazione costante del cuore umano ferito e vero cancro della socialità umana.

Quanto è prezioso il pane! Fragrante e profumato, è il nutrimento per eccellenza. È anzi il nome con il quale indichiamo il nutrimento in quanto tale, anche nella preghiera che Gesù ci ha insegnato: “Padre che sei nei cieli… dacci oggi il nostro pane quotidiano”. Dove il pane non c’è la vita è a rischio; dove il pane c’è, la vita può fiorire.

Ma da dove viene il pane e come si produce? Il processo che conduce alla sua costituzione dice molto del suo valore e svela un segreto. Il pane è frutto della terra: ci richiama i campi che biondeggiano per la mietitura al sole dell’estate. Prima del pane vi è il frumento, con le sue spighe attese per lunghi mesi. E nelle spighe i grani. Tanti chicchi da tante spighe, macinati e impastati: così si arriva al pane. Tramite un processo che ha ultimamente la forma della comunione. I molti grani di frumento divenuti polvere di farina si fondono in unità tramite un impasto che l’acqua rende possibile e che il fuoco, con il contributo del lievito, rende fragrante.

Non ha forse tutto questo una senso anche simbolico? Non vi è in questo singolare processo una sorta di segreto che domanda di essere riconosciuto? Il pane che ci nutre è segno della comunione che siamo chiamati a realizzare. Colui che ci ha chiamato all’esistenza vuole che ci sentiamo e siamo una cosa sola. Nella molteplicità dei soggetti, l’umanità è in realtà un unico corpo misteriosamente unificato: è il genere umano, la grande famiglia dei figli di Dio. L’Eucaristia è il pane che anticipa nella liturgia la piena comunione dell’umanità trasfigurata in Dio, resa perfetta nel suo amore.

Siamo dunque chiamati da sempre a costituire una socialità sana e serena, che dia conferma ed evidenza al disegno originario di Dio. Purtroppo questo non va da sé. Come la parola di Dio ci insegna, un frutto avvelenato si è imposto al mondo con il peccato delle origini e il suo effetto sulla socialità umana è tristemente devastante: questo frutto si chiama violenza. Dalle scambievoli accuse di Adamo e di Eva, al tragico gesto di Caino, al disegno despotico della torre di Babele, la sacra Scrittura rivela i segni tangibili di una violenza ormai dilagante nel mondo creato. Ciò che il pane ci ricorda e ci raccomanda con la sua dimensione simbolica, ciò che l’Eucaristia ci annuncia nel suo amabile mistero domanda una consapevole e ferma assunzione di responsabilità. La violenza è per la società un tarlo mortale. La pace, che è la socialità umana redenta, va salvaguardata e promossa attraverso una disciplina personale della coscienza ma anche attraverso la promozione di una cultura condivisa. La violenza infatti è sempre accovacciata alla porta del cuore, come una belva pronta a colpire. La guardia deve sempre essere alta. Siamo infatti chiamati ad essere, nella città degli uomini, costruttori di pace; siamo chiamati ad assumere lo stile di una mitezza ferma e sapiente.

Vorrei in particolare richiamare l’attenzione sulla violenza verbale. Di questi tempi rischiamo di perdere il senso del peso che hanno le parole, del male che si può fare con ciò che si dice e si scrive. Chi abita la città degli uomini è chiamato a misurarsi costantemente con idee, opinioni, pensieri, convinzioni che non sempre e non necessariamente coincidono con le proprie. Dialogo e confronto, in un clima di reciproco rispetto, sono le regole fondamentali di un vivere civile. Parlarsi e quindi ascoltarsi è indispensabile per vivere bene insieme. Quando la violenza entra nei discorsi e le parole diventano pietre scagliate, quando invece di parlare si urla, quando l’altro non è un legittimo concorrente – ciò una persona che concorre con me alla ricerca della verità e del bene comune – ma è un nemico da abbattere, quando il confronto ha come unico obiettivo quello di dimostrare che io ho ragione e l’altro ha torto, quando l’insulto trova diritto di cittadinanza in mezzo all’ilarità generale, si stanno creando i presupposti per la disintegrazione della società.

Chi ha un parere differente o vede le cose in modo di verso da me è una risorsa in vista di una maggiore chiarificazione della verità. Nessuno è perfetto sia nel pensare che nell’agire e la verità non è un possesso conquistato ma un orizzonte nel quale si cammina insieme: è la manifestazione che Dio fa di sé dentro lo scenario del mondo. Grazie alla verità che si rivela alla nostra coscienza in ascolto, noi possiamo maturare una progressiva conoscenza della realtà. Comprendiamo così sempre meglio ciò che è giusto e ciò che è bene.

Fa parte della gioia di vivere anche la soddisfazione di riuscire a pensare insieme, di ragionare in vista di obiettivi rilevanti, di valutare alternative e scelte differenti. La dialettica democratica è uno dei modi privilegiati di edificazione della società civile. Fu così che si venne a formare la nostra Carta Costituzionale. Il confronto tra persone responsabili e autorevoli potrà essere schietto ed anche ruvido, ma sarà sempre rispettoso e costruttivo. La stretta di mano alla fine di ogni vivace discussione dovrà essere sincera e anche grata. Si è infatti onesti ricercatori del vero e del bene e non esponenti belligeranti di fazioni contrapposte. Così la società vince la tentazione della violenza delle parole e delle opinioni, si edifica nella verità e diviene civiltà.

Né va dimenticato che a tutto questo corrisponde anche un compito educativo. Le giovani generazioni guardano naturalmente agli adulti e ne raccolgono – nel bene e nel male – l’esempio. Lo si voglia o no, i più piccoli tra noi respirano l’aria dell’ambiente che noi creiamo. Siamo certo tutti molto colpiti del fenomeno del bullismo che in modo preoccupante si sta diffondendo tra i nostri ragazzi e adolescenti. Non è forse anche questa una forma di violenza verbale, ingigantita dai nuovi potenti mezzi della comunicazione sociale? Ci addolora moltissimo il constatare quanta devastazione sia in grado di provocare la violenza che si scatena attraverso messaggi digitali di vario genere. Assistiamo con rammarico al gusto perverso di vedere l’altro soffrire, allo sdoganamento dell’infamia, alla cinica soddisfazione del mettere in risalto la fragilità e la debolezza altrui. “Infierire” sembra diventata, per alcuni, la parola d’ordine. Dove siamo dunque precipitati? Lo scopo della vera socialità non era forse esattamente il contrario? Non era la difesa e la cura amorevole del debole? Le fragilità fisiche, psichiche, economiche non erano motivo di maggiore tenerezza? Non richiedevano grande attenzione nel parlare per non offendere o scoraggiare? Non esigevano grande intelligenza e sensibilità nel porre i gesti di affetto e di consolazione in questi casi così necessari? Occorre decisamente contrastare questa pericolosa linea di tendenza. Occorre educare, offrendo però anzitutto come adulti un esempio chiaro, quello della rinuncia ferma ad ogni forma di violenza verbale e l’assunzione di uno stile di vero dialogo e confronto.

La fragranza del pane che diventa Eucaristia torna a questo punto con la tutta la sua bellezza e la sua forza simbolica. Siamo destinati ad essere in Dio e con Dio una cosa; siamo la famiglia umana e non una moltitudine di individui dispersi ed agitati; siamo un campo di frumento e non un campo di battaglia; siamo un popolo di popoli e una città di città.

Ci aiuti il Signore nostro Dio a dare compimento al suo disegno di salvezza. Ci sostenga nella quotidiana lotta contro la tentazione di una violenza cieca. Sostenga il Signore gli sforzi onesti e sinceri di ogni uomo e donna di buona volontà, particolarmente di coloro che nella nostra città hanno importanti responsabilità civili e sociali. Infonda nei cuori dei nostri ragazzi e dei nostri giovani il gusto del bene, la gioia dell’affetto solidale, la soddisfazione di vedere felice chi è meno fortunato.

Perché in tutto sia glorificato il suo santo nome.

Amen

La processione del Corpus Domini

Giovedì 31 maggio la Diocesi celebra il Corpus Domini. Alle 18.30, nella chiesa di San Francesco, il Vescovo presiede la Messa (l’animazione liturgica è a cura dei frati minori conventuali). Alle 19.30 l’adorazione eucaristica animata dai postulanti del convento e alle 20.30 i Vespri solenni (canta il coro del Seminario). Alle 20.50 parte la processione che arriva, alle 21.30, in Piazza Paolo VI

Il corpo glorioso. Giovedì 31 maggio la Diocesi celebra il Corpus Domini. Alle 18.30, nella chiesa di San Francesco, il Vescovo presiede la Messa (l’animazione liturgica è a cura dei frati minori conventuali). Alle 19.30 l’adorazione eucaristica animata dai postulanti del convento e alle 20.30 i Vespri solenni (canta il coro del Seminario). Alle 20.50 parte la processione che arriva, alle 21.30, in Piazza Paolo VI dove mons. Tremolada tiene l’omelia.

La processione incontrerà quattro quadri umani (interpretati da attori, danzatori e figuranti) ispirati a famosi dipinti della tradizione sacra e appartenenti alle collezioni bresciane. Saranno impegnati a rendere meno distanti le immagini su tela. L’iniziativa rientra nel sistema culturale Corpus Hominis.

“Voluta nel 1264 da papa Urbano IV per dedicare all’eucarestia un giorno speciale nell’anno liturgico, e celebrata fino al 1977 il giovedì dopo l’Ottava di Pentecoste, quasi fin da subito la festa del Corpus Domini – spiega Monica Poisa dopo un’accurata ricerca – è caratterizzata da una grande novità che la trasforma nel principale evento urbano, religioso-civile, dell’Europa: la processione eucaristica per le vie cittadine. A Brescia la festa fa la sua comparsa solo verso la fine del XIV secolo, sotto il dominio visconteo. Dal 1426 circa, quando Brescia passa sotto il dominio veneto, la processione è regolata dalle autorità civili. Dopo l’Unità d’Italia e le tensioni fra Stato e Chiesa anche a Brescia si manifesta la dissociazione fra elemento civico e religioso. Le processioni diventano strettamente religiose, con la partecipazione solo volontaria delle autorità politiche. Nel 1882, per la morte di Garibaldi, la prefettura revoca il nulla osta per la processione, per lutto nazionale. Si registrano anche alcune provocazioni anticlericali come nel 1907. Nel secondo Dopoguerra, già il 31 maggio del ‘45 si fa la processione, dopo due anni di sospensione, con grande partecipazione” quasi a esorcizzare la paura. Anche quest’anno la cittadinanza è invitata ad allestire con ceri e decorazioni il percorso della processione che si snoderà lungo via San Francesco d’Assisi, via della Pace, via Dante, corsetto S. Agata, Piazza della Loggia, via X Giornate e via Trieste.