La Domenica

Arriviamo alla conclusione della Festa dell’Oratorio 2019, domenica 16 giugno.

Dopo l’adorazione notturna, alle ore 10:30 celebreremo la Santa Messa nel giardino dell’Oratorio. A seguire, dalle ore 12:30, sarà possibile pranzare presso lo stand gastronomico. In aggiunta al consueto menù ci sarà lo spiedo (solo su prenotazione).

Dopo la pausa pomeridiana riprenderemo alle ore 19:30 con lo stand gastronomico. A seguire serata danzante con i “Jukebox“.

Vi aspettiamo!

Vedere l’invisibile

In Diocesi si svolgerà una veglia di preghiera venerdì 10 maggio alle 20.45 in tre luoghi: santuario Madonna della Neve ad Adro; Eremo di Bienno; chiesa di S. Francesco d’Assisi in città

Nella IV domenica di Pasqua si tiene l’annuale Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni. “La chiamata di Dio non è un’ingerenza nella nostra libertà ma l’offerta di entrare in un progetto di vita, in una promessa di bene e felicità, non siate sordi a tale chiamata”: così il Papa nel messaggio inviato in occasione della 56ª Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni.

Le tre veglie. Per questa occasione nella nostra Diocesi si svolgerà una veglia di preghiera venerdì 10 maggio alle 20.45, in tre luoghi differenti: santuario Madonna della Neve ad Adro; Eremo dei Santi Pietro e Paolo a Bienno; chiesa di S. Francesco d’Assisi in città.

Il messaggio. “È successo così con la persona con cui abbiamo scelto di condividere la vita nel matrimonio, o quando abbiamo sentito il fascino della vita consacrata: abbiamo vissuto la sorpresa di un incontro e, in quel momento, abbiamo intravisto la promessa di una gioia capace di saziare la nostra vita”. Lo scrive Papa Francesco nel messaggio sul tema: “Il coraggio di rischiare per la promessa di Dio”. Soffermandosi su due aspetti – la promessa e il rischio –, il Papa spiega che “la chiamata del Signore non è un’ingerenza di Dio nella nostra libertà; non è una ‘gabbia’ o un peso che ci viene caricato addosso”. “Al contrario, è l’iniziativa amorevole con cui Dio ci viene incontro e ci invita ad entrare in un progetto grande, del quale vuole renderci partecipi, prospettandoci l’orizzonte di un mare più ampio e di una pesca sovrabbondante”. Indicando il “desiderio di Dio”, Francesco spiega che “è che la nostra vita non diventi prigioniera dell’ovvio”, “non sia trascinata per inerzia nelle abitudini quotidiane e non resti inerte davanti a quelle scelte che potrebbero darle significato”. “Il Signore non vuole che ci rassegniamo a vivere alla giornata pensando che, in fondo, non c’è nulla per cui valga la pena di impegnarsi con passione e spegnendo l’inquietudine interiore di cercare nuove rotte per il nostro navigare”. Ribadendo che “ognuno di noi è chiamato – in modi diversi – a qualcosa di grande”, il Papa incoraggia ciascuno affinché la sua vita “non resti impigliata nelle reti del non-senso e di ciò che anestetizza il cuore”.

Una sfida da affrontare. “La vocazione è un invito a non fermarci sulla riva con le reti in mano, ma a seguire Gesù lungo la strada che ha pensato per noi, per la nostra felicità e per il bene di coloro che ci stanno accanto. Naturalmente, abbracciare questa promessa richiede il coraggio di rischiare una scelta”. Afferma sempre il Papa. “Per accogliere la chiamata del Signore occorre mettersi in gioco con tutto sé stessi e correre il rischio di affrontare una sfida inedita; bisogna lasciare tutto ciò che vorrebbe tenerci legati alla nostra piccola barca, impedendoci di fare una scelta definitiva – afferma il Papa –. Ci viene chiesta quell’audacia che ci sospinge con forza alla scoperta del progetto che Dio ha sulla nostra vita”. Riferendosi alla “scelta di sposarsi in Cristo e di formare una famiglia”, così come alle “vocazioni legate al mondo del lavoro e delle professioni”, all’“impegno nel campo della carità e della solidarietà”, alle “responsabilità sociali e politiche, e così via”, Francesco spiega che “si tratta di vocazioni che ci rendono portatori di una promessa di bene, di amore e di giustizia non solo per noi stessi, ma anche per i contesti sociali e culturali in cui viviamo, che hanno bisogno di cristiani coraggiosi e di autentici testimoni del Regno di Dio”. Poi rivolgendosi ai giovani, il Papa li incoraggia a non essere “sordi alla chiamata del Signore”. “Non fatevi contagiare dalla paura, che ci paralizza davanti alle alte vette che il Signore ci propone. Ricordate sempre che, a coloro che lasciano le reti e la barca per seguirlo, il Signore promette la gioia di una vita nuova, che ricolma il cuore e anima il cammino”.

Fa fiorire il deserto – 18 marzo

V domenica di Quaresima 

La quinta domenica di quaresima ci mostra la necessità di passare dalla Croce per giungere alla gioia pasquale. Il chicco di grano deve morire per portare frutto. Le nostre strade mostrano abbandoni e povertà, ma è su quelle strade che Gesù ci chiede di vivere l’incontro con i nostri fratelli.

Luisa Lorenzini

Brescia, 41 anni, della parrocchia di Gussago e laureata in scienze matematiche e fisiche naturali. La sua scelta di missione è maturata dopo la GMG di Roma nel 2000. Dal 2013 è missionaria a Marracuene in Mozambico.

Gesù rispose [a Filippo ed Andrea]: «È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato. In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà. Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome». (Gv 12,20-33)

Dall’Abbandono all’Incontro

Nell’ottobre del 2013 ritorno nel mio amato Mozambico, dopo alcuni anni trascorsi in Italia e in Brasile. Avevo conosciuto e mi ero innamorata del Mozambico negli anni 2001 – 2006 e finalmente vi ritornavo anche se in un contesto diverso e una realtà nuova. Ora mi trovo a Marracuene, ormai periferia della capitale Maputo, in un ambiente “cittadino” e collaboro con i religiosi della Congregazione della Sacra Famiglia di Martinengo. Nel primo anno dal mio arrivo ero insegnante di matematica nelle quinte superiori, nella Scuola Comunitária Sagrada Família. Avevo molte aspettative: finalmente si realizzava il sogno di ritornare tra il popolo che tanto mi aveva ben accolto e amata e finalmente riprendevo l’insegnamento della “mia” matematica. Ma Gesù ci ricorda “se il seme non muore…”. I primi mesi in realtà sono stati duri: il giorno dopo il mio arrivo sono uscita illesa da un grave incidente automobilistico e con indifferenza sono stata accolta a Marracuene, soprattutto dai miei nuovi colleghi di scuola. Quando chiedevo loro aiuto non ricevevo risposta, quando entravo in sala professori iniziavano a parlare in dialetto locale, il ronga, affinché io non capissi e ogni situazione era per loro un’occasione per mettermi in difficoltà. Non riuscivo proprio a capire questa chiusura nei miei confronti…Ogni giorno era un po’ un morire a se stessi per accogliere l’altro, seppur con dolore, e cercare di essere disponibile nonostante l’ostilità. Finalmente a fine anno scolastico durante la riunione di chiusura ho manifestato ai professori le mie sofferenze e ho chiesto scusa se senza volerlo avevo offeso qualcuno col mio parlare o agire. Un professore ha preso la parola dicendomi che il corpo docente era convinto che io fossi una spia che i padri avevano messo nella scuola come professoressa per controllarli e riferire quello che succedeva ed é per questo che mi avevano escluso e tenuto all’oscuro di tutto. Da quel momento di scambio e dialogo la situazione é migliorata ed i professori mi hanno dato una possibilità per conoscerci e collaborare. Il morire a se stessi paziente e perseverante ha portato ad un incontro molto bello tra culture diverse dinamico e molto stimolante che richiede sempre uno sforzo per accogliere modi di fare e punti di vista molto lontani dalle strutture e dai riferimenti con cui sono cresciuta. Attualmente non insegno, ma lavoro nella segreteria della scuola e mi occupo dei ragazzi dell’Orfanotrofio ed il mio ruolo é molto diverso, ma l’amicizia con i professori continua e cresce positivamente. L’esercizio del morire a se stessi fa parte della quotidianità ed é necessario per poter convivere con coloro che ci sono vicini e collaborano con noi… al contrario ci impoveriamo e rimaniamo sterili.

Fa fiorire il deserto – 4 marzo

III domenica di Quaresima

La terza domenica di quaresima si apre con Gesù nel tempio che scaccia i mercanti. Una Parola che leggiamo con una certa apprensione: in fondo cosa facevano di male? Siamo abituati a trovare buone scuse per evitare di prendere troppo sul serio la radicalità del Vangelo, per accontentarci di una giustizia accomodata. Quella di Dio è invece un’altra strada: dalla corruzione alla giustizia.

Padre Gianni Criveller

Nato a Treviso nel 1961, è missionario del PIME, è stato presidente della commissione storica per la beatificazione di Matteo Ricci e membro dell’analoga commissione per la causa di Xu Guangqi.

Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete. Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!». I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: «Lo zelo per la tua casa mi divorerà». (Gv 2,13-25)

Dalla Corruzione alla Giustizia

Matteo Ricci, a cui ho dedicato molti anni di studio, portò il vangelo in Cina attraverso l’amicizia, il dialogo, l’arte e la scienza. Era un missionario che non sopportava l’ingiustizia, soprattutto da parte dei potenti. Nella città di Zhaoqing, la sua prima dimora in Cina, aveva costruito una bella casa, con una cappella al secondo piano. La residenza divenne l’attrazione della città, al punto che il governatore la requisì per farne il suo mausoleo. Ricci si oppose fermamente al sopruso, rigettando la lauta ricompensa con la quale il politico voleva abbonirlo, per evitare l’accusa di abuso di potere. Era già sulla via dell’esilio, verso Macau, quando fu richiamato per l’ennesima volta: il governatore temeva di essere accusato dai suoi nemici non solo di abuso, ma di furto vero e proprio. Il missionario gesuita non accettò soldi, chiese piuttosto di essere inviato in un’altra città. Ricci fondò così la seconda presenza in Cina; un’altra tappa verso la capitale Pechino, obbiettivo finale della missione. Ricci perse “il tempio materiale”, ma la sua rettitudine gli permise di salvare “il tempio spirituale” ovvero la sua missione evangelica. Anzi, le diede una svolta importante. Per me, che ho Ricci come ideale, è una lezione preziosa. Resistiamo alle lusinghe del potere e dei vantaggi immediati che i corruttori offrono agli uomini di chiesa. In 28 anni di missione a Hong Kong e in Cina sono stato spesso coinvolto, con amici e collaboratori, in azioni a favore della giustizia e dei diritti umani. Abbiamo sostenuto il diritto dei figli di residenti a Hong Kong, nati in Cina, a riunirsi con le loro famiglie; abbiamo dato vita all’Università popolare per il diritto di residenza, ispirandoci a don Lorenzo Milani; abbiamo fondato un’associazione contro la pena di morte in Cina; abbiamo sostenuto le “madri di Tiananmen”, chiedendo giustizia per i loro figli uccisi dal regime a Pechino il 4 giugno 1989; abbiamo visitato carcerati e accolto rifugiati; abbiamo partecipato al “movimento degli ombrelli” (2014), scendendo in piazza con centinaia di migliaia di studenti di Hong Kong per la democrazia e libertà. Non sono ragioni politiche che ci hanno spinto, ma il Vangelo di Gesù. Abbiamo voluto edificare, per quanto in maniera minuscola, il suo regno di giustizia e di pace. Abbiamo pagato un prezzo: ci è stato impedito di continuare la nostra presenza a Pechino e in Cina per ben cinque anni, impedendoci di realizzare un progetto di presenza culturale ispirato proprio a Matteo Ricci. Ma anche Gesù è stato vittima del potere. E Gesù ci dà la forza per credere nella civiltà dell’amore; in un mondo senza corruzione.

Fa fiorire il deserto – 25 febbraio

II domenica di Quaresima  

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli. Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». (Mc 9,2-10)

Conosciamo bene la fatica della salita. E l’ebbrezza della vetta. L’hanno conosciuta anche i discepoli di Gesù: “che bello per noi essere qui!”. Non è facile sentirlo pronunciare dentro la vita quotidiana, lo scorrere delle giornate, la fatica delle incomprensioni. Se non ci accorgiamo che Gesù, il Figlio di Dio, è in cammino con noi sull’alto monte.

don Marco Marelli

Nato a Brescia nel 1954, della parrocchia di Cellatica. Ordinato a Brescia nel 1979. Dal 2012 don Marco è missionario in Messico e si occupa di animazione giovanile.

Dalla Tristezza alla Gioia

Puntuale arriva – come in ogni quaresima – il Vangelo della Trasfigurazione di Gesù… e noi lì sempre a contemplare: è per questo che il cuore, spesso pesante per molte cose della vita, può riposare un poco in questa bellezza e perfezione. È qui l’inizio della gioia, anche se siamo saliti sul Tabor stanchi, affaticati, delusi, con dentro il cuore le classiche parole: “Tanto nulla cambierà in me…” e di colpo arriva questa luce, gratuita, abbondante e bianca che, nella contemplazione, apre strade di gioia, nuovi orizzonti inaspettati.

È così, il Dio della vita ci educa a vedere la sofferenza o il dolore (che prima o dopo sperimentiamo) come un gradino necessario per toccare nuova gioia. Tutto questo lo abbiamo vissuto pochi mesi fa qui in Messico, quando il terremoto del 19 settembre 2017, in 48 secondi, ha riempito i nostri cuori di dolore e angoscia pensando che nulla poteva risorgere dalle macerie. Sono cadute le zone dove la povertà è più grande, in questa immensa città. Ancora una prova per i poveri! Ma da queste macerie è fiorita una nuova speranza e una voglia di vivere ancora più forte: dopo una preghiera, le braccia si sono alzate per contemplare prima il cielo, per chiedere al Signore e alla Vergine di Guadalupe un po’ di protezione, poi si sono abbassate a cercare, a togliere pietre e a sentire un leggero sospiro di vita. Anche i giovani si sono messi a lavorare: ho visto facce conosciute per strada, a volte sfatte per la droga (la mia parrocchia si trova nel Mercato della Lagunilla, un posto dove è facile trovare tutto: droga, armi, prostituzione, etc.) ritrovare un minimo di dignità per tenere la mente lucida e aiutare. Ho visto gente che con fatica arriva a sera con il cibo necessario e, nonostante tutto, ha condiviso pane e alimenti. Tutti ci siamo resi conto che cosa può riempire di orgoglio la tua vita: “Aiutare a Vivere”. E a poco a poco, come una luce, la tristezza è diventata gioia. Alcuni dei miei giovani hanno creato posti di raccolta delle cose di prima necessità e poi sono andati a consegnarle: ritornavano con occhi spaventati, con la paura scritta in faccia ma con il desiderio di continuare. Dopo pochi mesi, ci rendiamo conto che ancora stiamo celebrando la Messa guardando molte volte il soffitto o i vecchi lampadari per vedere se oscillano: sta diventando quasi folcloristico celebrare con la faccia rivolta al soffitto! Però, una cosa ho notato: nessuno ha speso inutili parole per dire: “…questo è volontà del Signore”, o “il Signore ha voluto punirci con questo nuovo disastroso terremoto”. Meglio, molti hanno detto: “In quel minuto ho pensato fosse finita, però mi sono affidato”. Solo affidandosi a Lui ogni tristezza può trasformarsi in gioia di vita nuova.

É Cristo che vive in me

Omelia del Vescovo Luciano Monari nella Veglia Palme – Piazza Paolo VI, 08 aprile 2017

Nel diario di Etty Hillesum al giorno 12 luglio 1942, domenica mattina, si legge così:

“Mio Dio, sono tempi tanto angosciosi. Stanotte, per la prima volta, ero sveglia al buio con gli occhi che mi bruciavano, davanti a me passavano immagini su immagini di dolore umano. Ti prometto una cosa, Dio, soltanto una piccola cosa: cercherò di non appesantire l’oggi con il peso delle mie preoccupazioni per il domani… Cercherò di aiutarti affinché tu non venga distrutto dentro di me, ma a priori non posso promettere nulla. Una cosa, però, diventa sempre più evidente per me, e cioè che tu non puoi aiutare noi, ma che siamo noi a dovere aiutare te, e in questo modo aiutiamo noi stessi. L’unica cosa che possiamo salvare, in questi tempi, e anche l’unica che veramente conti, è un piccolo pezzo di te in noi stessi, mio Dio. E forse possiamo anche contribuire a disseppellirti dai cuori devastati di altri uomini…. tu non puoi aiutarci, ma tocca a noi aiutare te, difendere fino all’ultimo la tua casa in noi.”

Etty Hillesum è un’ebrea olandese, non praticante. Come tutti gli Ebrei olandesi patisce le restrizioni sempre più gravi imposte dagli invasori nazisti; finirà nel campo di smistamento di Westerbork, poi ad Auschwitz dove morirà il 30 novembre 1943. In questa situazione, la più angosciante che si possa immaginare, quando ogni giorno c’è la possibilità concreta di essere deportati, quando si sa che quel giorno verrà e che è solo questione di tempo, in questo contesto Etty riuscirà a dare alla sua vita un senso umano ricchissimo. Nel campo di concentramento diventerà, come dice lei stessa, il cuore della baracca; e cioè immetterà nelle baracche degli Ebrei alla vigilia della deportazione dei sentimenti umani, delle parole umane, dei gesti umani. In questo modo, dice ancora, aiuterà Dio a rimanere nel mondo come sorgente attiva di bene – attraverso di lei. L’espressione ‘aiutare Dio’ è evidentemente paradossale: Dio è onnipotente, egli fa scendere nella morte e fa risalire; tutto è nelle sue mani. Eppure rimane vero che Dio agisce nel mondo attraverso le creature: attraverso gli elementi della natura che seguono leggi, rigide o probabilistiche che siano. Ma soprattutto attraverso gli uomini che operano con coscienza e libertà e che possono lasciarsi riempire dalla sapienza e dall’amore di Dio e operare in modo che la sapienza e l’amore di Dio diventino rilevanti nel mondo. Dio può certo manifestare la sua provvidenza nel sole che sorge ogni mattina e che illumina buoni e cattivi, giusti e ingiusti; ma per manifestare appieno il suo amore ha bisogno di un cuore umano che, mosso da Dio, sappia amare e che immetta questo amore nelle parole scambiate con gli altri, nelle strutture sociali, nelle scelte piccole e grandi della vita. Così Etty ha aiutato Dio; accostando le madri angosciate per la sorte dei loro figli con loro, ha trasmesso loro un frammento di consolazione, un attimo di umanità; ha donato un sorriso a coloro che erano giustamente risentiti nei confronti del Terzo Reich, nei confronti degli uomini, della vita, del mondo. Ha mantenuto nei confronti dei militari tedeschi che sorvegliavano il campo uno sguardo non ottenebrato dall’odio, uno sguardo che riusciva a rimanere umano in una situazione disumana. È stata grande.

Ma perché, mi direte, tiro fuori Etty Hillesum? Abbiamo pregato col Magnificat, la preghiera di Maria; sto allora andando fuori tema? “L’anima mia magnifica il Signore”, così inizia la preghiera. Magnifica, dunque proclama che il Signore è grande. E però ‘magnificare’ significa prima di tutto ‘fare grande, rendere grande’ qualcuno o qualcosa; e anche il verbo greco del testo originale, megalùnein, significa prima di tutto ‘fare grande’. Si può dire che Maria ‘fa grande Dio’? Forse che Dio non è grande abbastanza per conto suo e ha bisogno di una creatura per mostrare quanto vale? Maria sa di essere ‘umile’; non prendete qui l’umiltà come una forma di virtù, ma come il riconoscimento di essere piccola davanti a Dio. Maria sa di essere una semplice creatura e che la verità della creatura è di essere fatta di terra, debitrice di tutto ciò che è, come di tutto ciò che possiede e può fare. Nessuna grandezza autonoma, dunque. Eppure Dio ha rivolto lo sguardo a lei, le ha parlato, l’ha chiamata a diventare la madre del Messia promesso nei secoli, a diventare la madre del Figlio di Dio fatto uomo, a dare una carne umana alla Parola di Dio perché la volontà di Dio prenda dimora nella storia umana. Domanda: l’Incarnazione – cioè il fatto che in Gesù Dio stesso sia presente nel mondo in una forma umana – rende più grande Dio? Certo, non rende Dio più grande in se stesso. Eppure con la presenza di Gesù c’è nel mondo una traccia di Dio che prima non c’era; gli uomini possono ascoltare una parola di Dio che prima non c’era; il male del mondo è affrontato e vinto in modo incredibile, con la croce – che prima non c’era. L’incarnazione non cambierà Dio ma certo cambia il mondo e introduce Dio nel mondo con una profondità e una densità nuova. Sì, Maria ha aiutato Dio perché attraverso di lei l’amore di Dio, la misericordia di Dio, il perdono di Dio hanno raggiunto e abbracciato il mondo in modo nuovo.

A questo punto, posso scoprire le carte: m’interessa che Dio sia presente nel mondo, che il mondo prenda la forma dell’amore e della santità di Dio. M’interessa che l’odio sia vinto dall’amore, che la disperazione sia assorbita nella speranza, che la cattiveria sia sanata dalla bontà; m’interessa che il mondo non distrugga se stesso lasciando campo libero all’ingiustizia e all’indifferenza. M’interessa la salute del mondo. Non m’interessa ormai più tanto per me stesso, perché la mia vita l’ho vissuta con grande gioia e con qualche fatica, come tanti. M’interessa per voi e per il mondo. E’ uno spettacolo da ammirare il sorgere del sole al mattino o il distendersi della Via Lattea in una notte d’estate; ma è uno spettacolo ancora più ammirevole un uomo capace di amare e di donare, di dimenticare se stesso e di comunicare sicurezza agli altri, un uomo che cresce ogni giorno in saggezza, semplicità, affabilità, amore. Sento ripetere dai politici americani che qualunque traguardo può essere raggiunto pur di volerlo con determinazione e costanza. Ma mi chiedo: cosa significa ‘qualunque traguardo’? Forse che un desiderio, per il fatto di essere forte, sarà anche giusto? O un sogno, per il fatto di essere bello, sarà anche vero? Posso desiderare ogni cosa? giustificare ogni cosa? Nel 46 a. C. Giulio Cesare celebrò a Roma quattro trionfi – sulla Gallia, sull’Egitto, sul Ponto, sull’Africa; trionfi magnifici come meritavano tante splendide vittorie; ma trionfi che sono costati fiumi di sangue, e che hanno il loro simbolo e sigillo supremo nello strangolamento sul Campidoglio di Vercingetorige, il vinto. Non sto giudicando Giulio Cesare; sto giudicando i miei desideri per riuscire a discernere quelli giusti da quelli sbagliati. Quelli giusti sono quelli che mi rendono più umano, quelli che contribuiscono al bene anche degli altri, quelli che tengono conto degli effetti di ciò che faccio sulle generazioni future. Le altre considerazioni – il mio successo, la ricchezza acquistata, il benessere garantito, la vittoria sugli avversari… tutto questo viene dopo e non pareggia il conto con una disumanità distratta. Continuo ad ammirare Giulio Cesare come generale, come politico, come scrittore e oratore, ma mi chiedo: Ha reso migliore il mondo? e non so rispondere.

Su Maria, su Etty Hillesum, su una marea di persone che ho conosciuto e stimato, non ho invece dubbi: hanno reso grande Dio, hanno allargato lo spazio di Dio nel mondo degli uomini. Questo dovete fare; desiderate essere ingegneri, attori, campioni dello sport, cantanti, ricercatori, giornalisti, politici, imprenditori…? Va tutto bene; ma va bene se, per queste vie, allargherete lo spazio di Dio in mezzo agli uomini. E come si fa? Possibile che possa accadere a noi quello che è accaduto a Maria? Se pensate all’apparizione di un angelo posso dirvi che è altamente improbabile, ma posso dirvi anche che non è nemmeno necessaria. La cosa più importante è che Maria ha ascoltato la parola di Dio e ha messo la propria vita a disposizione di quella parola, perché quella parola potesse correre nelle strade del mondo:

“Eccomi, sono la serva del Signore; avvenga a me secondo la tua parola.”

Questo lo possiamo fare anche noi, a condizione di ascoltare la parola di Dio. Sì, mi dirà qualcuno; come fosse facile da trovare, la parola di Dio! E’ vero: non è facile discernere la Parola di Dio in mezzo alla confusione di parole che rintronano ai nostri orecchi. Ma la difficoltà non viene dal fatto che Dio non parli; viene dal fatto che il nostro orecchio e il nostro cuore sono ingombri di tali e tanti interessi che lo spazio per l’ascolto di Dio è striminzito, quasi nullo. Si legge nel vangelo di Giovanni (è Gesù che parla): “La mia dottrina non è mia ma di colui che mi ha mandato. Chi vuole fare la sua volontà, conoscerà se questa dottrina viene da Dio; o se io parlo da me stesso.” Traduco: ti deve stare a cuore conoscere e fare la volontà di Dio; ma ti deve interessare davvero – più delle altre cose, più che diventare importante, più che ‘realizzare te stesso’, più che avverare i tuoi sogni. Se hai questa volontà dentro di te, dice, saprai discernere se le parole di Gesù, se le sue proposte, se il suo stile di vita viene da Dio o no. Devi rientrare in te stesso e chiederti quali sono i tuoi veri desideri; poi devi confrontare questi desideri con la possibilità che in te si compiano i desideri di Dio. Questa sincerità del cuore renderà il tuo cuore capace di capire, di distinguere, di valutare, di scegliere. E quando avrai scelto, ti accorgerai con stupore e con gioia che ‘sei stato scelto’ e cioè che la decisione della tua coscienza non è stata arbitraria, nemmeno è stata determinata da tuoi interessi evidenti o nascosti, ma è stata guidata da qualcosa di più grande di te; sant’Agostino direbbe: dalla luce della Verità; si potrebbe anche dire: dal fascino del Bene. La verità, il bene – una volta riconosciuti – s’impongono con la loro forza; dire di sì alla verità, mettersi al servizio del bene è la realizzazione più alta dell’esistenza umana. Paradossalmente – ma poi nemmeno così tanto – realizziamo noi stessi non quando ci proponiamo come scopo della vita di realizzare noi stessi, ma quando l’obiettivo cui tendiamo è la conoscenza della verità e il compimento del bene. È vero che la nostra conoscenza della verità è sempre incompleta; è vero che il bene che riusciamo a compiere è sempre imperfetto. Ma questo non cambia in nulla quello che abbiamo detto; ci fa solo riconoscere che la nostra vita è un cammino di crescita incessante, che non raggiunge in questa vita un traguardo definitivo, un punto dove il riposo del divano prenda il posto dell’impegno. Questa condizione ci obbliga a essere umili, ad allontanare ogni arroganza che potrebbe nascere in chi si ritiene detentore della verità e possessore del bene; ma questo non ci conduce a nessuna forma di scetticismo o di nichilismo che sono sentimenti paralizzanti.

Maria ha ascoltato la parola di Dio trasmessagli dall’angelo; l’ascolto è stato reso maturo dalla fede e la fede ha reso Maria madre. Madre di che cosa? Della Parola di Dio che si è fatta carne in lei. Prendo una parola dalla lettera di Paolo ai Corinzi; dice:

“La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa, la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta.”

Sono parole di Paolo ma noi le riconosciamo come parole che, attraverso Paolo, vengono da Dio. Bene, supponiamo che uno di voi, affascinato da queste parole, le metta in memoria, le accarezzi, le custodisca gelosamente; poi che valuti i suoi sentimenti alla luce di queste parole imparando a distinguere i sentimenti che nascono dall’amore e quelli che nascono invece dall’odio; poi che tenti di vivere queste parole, di metterle dentro ai suoi pensieri, ai suoi desideri, ai suoi comportamenti. Che cosa ha compiuto in questo modo? Ha offerto alla parola di Dio una carne umana perché in quella carne la parola di Dio potesse entrare nel mondo, nella società; ha trasformato la sua esistenza umana dandole la forma della parola di Dio. Proprio così: quando siete pazienti e benevoli, quando gioite del bene degli altri senza invidia, quando dimenticate un po’ voi stessi e vi fate carico del bene degli altri, quando dimenticate il male ricevuto e rifiutate ogni compromesso ingiusto, voi state offrendo a Dio uno spazio nel mondo: lo spazio costituito dalla vostra stessa vita. Arrivo allora alla lettera di san Giovanni:

“Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio e chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio… Noi abbiamo riconosciuto e creduto l’amore che Dio ha per noi. Dio è amore; chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui.”

Proprio così: la dimostrazione che Dio esiste e che Dio è amore siete voi, nella misura in cui l’amore di Dio prende spazio dentro di voi e nelle vostre decisioni; l’ostacolo alla scelta di fede siamo ancora noi, nella misura in cui non ci lasciamo trasformare dall’amore di Dio nelle relazioni che stabiliamo con gli altri, nello studio, nel lavoro, nella responsabilità politica, nell’uso del denaro, nella sessualità, nell’uso del tempo, nella scala dei valori che determinano le nostre scelte.

“L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio mio salvatore… Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente e santo è il suo nome.” Le grandi cose che Dio ha compiuto in Maria sono Gesù: Dio in forma umana, uomo plasmato dallo Spirito di Dio. Ebbene, il senso della vita cristiana è simile a quello della vita di Maria: dobbiamo ‘edificare il corpo di Cristo’ e cioè assumere insieme la forma di Cristo: la mitezza, la misericordia, il coraggio, l’amore oblativo. Questo obiettivo deve nutrire il nostro desiderio e illuminare le nostre decisioni. Mantenendo un’umiltà sincera perché è da Dio solo tutto il bene che è nel mondo. Maria diventerà allora una maestra di vita e ci aiuterà a vedere che non sono i grandi a fare la storia della rivelazione di Dio nel mondo, ma i piccoli, quando custodiscono la fede e l’amore; non i prepotenti, ma i miti, quando hanno in Dio il coraggio di amare e di mettersi in gioco. Nel suo messaggio per la GMG papa Francesco ci invita a vivere la vita non come un vagabondaggio che non ha senso, direzione, scopo ma piuttosto come un pellegrinaggio che ha un orientamento preciso: Gesù Cristo. È verso Gesù Cristo – colui che ha dato la vita per noi – che tende il nostro cammino; vorremmo giungere a dire con san Paolo: “Non sono più io che vivo; è Cristo che vive in me.” Parafrasi: non sono più i desideri arbitrari e capricciosi che determinano i miei comportamenti; sono invece i sentimenti che nascono in me dall’incontro con Cristo – sentimenti di amore e di misericordia, di fedeltà e di generosità, di nobiltà d’animo. Scrive il Papa: “Gesù vi chiama a lasciare la vostra impronta nella vita, un’impronta che segni la storia, la vostra storia e la storia di tanti.” Il Signore ha compiuto per Maria grandi cose; vuole compiere opere simili per noi. Possa il nostro cuore essere così nobile da permettere a Dio di rivelare in noi il suo amore, di santificare in noi il suo nome.

S.E. Luciano Monari

Via: diocesi.brescia.it

É tempo che vi svegliate dal sonno

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Con l’inizio dell’Avvento e del nuovo anno pastorale abbiamo pensato di aprire una nuova sezione sul sito, dedicata alle omelie tratte dalle s. messe tenute nella chiesa parrocchiale. In questa sezione troverete l’omelia solitamente tratta dalla s. messa delle 18:30 della domenica, o eventualmente da altre ritenute significative.
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27 novembre 2016

C’è una frase che riassume bene questa domenica, e anche un po’ tutto il tempo d’avvento: è quella che abbiamo sentito tratta dalla lettera ai romani, quando S. Paolo dice «è tempo che vi svegliate dal sonno».

Degli uomini addormentati ce li ha presentati il Signore nel Vangelo che abbiamo appena sentito. Uomini più che addormentati completamente distratti. Quegli uomini vissuti al tempo di Noè sono così dentro la loro routine quotidiana, normalissima routine quotidiana, mangiare, bere, sposarsi, tutta quella che è la vita normale che anche noi viviamo oggi… Questi uomini non si accorgono che proprio lì accanto a loro c’è questo strano personaggio, Noè, che sta costruendo questa mega barca, questa imbarcazione. Non si sono domandati come mai questa imbarcazione? Sono così disattenti e concentrati solo sulle loro cose che nemmeno si accorgono che il cielo sta cambiando, che si sta riempiendo di nubi minacciose, e che sta per arrivare (ormai era arrivata) tutta quell’acqua del diluvio che stava travolgendo tutto.

Perché non si accorgono questi uomini? Non si sono accorti perché si sono dimenticati di Dio e del Bene, e dice Gesù «non si accorsero di nulla». Questo non accorgersi di nulla, questo torpore, questo sonno, in questo tempo d’Avvento deve scomparire. La Parola di Dio ci dice che dobbiamo stare svegli, vigilati, attenti, pronti. Allora il tempo d’Avvento è un po’ come la sveglia del mattino: quella è odiata, quando suona pochi vogliono svegliarsi, si preferisce stare al caldo, nel letto. Ma proviamo a pensare: se vogliamo vivere una vita di torpore, rimanere cioè nel letto, una vita così ti impedisce non solo di avere un lavoro, ma di avere impegni, relazioni, tutte cose che perderei se non rispondessi a quella sveglia del mattino che ogni giorno suona. Allora il Signore ci dice di stare svegli, di più: ci dice di vegliare. «Vegliate dunque». Addirittura il Signore si paragona a un ladro che viene di notte, accidenti, questo per dire la nostra sveglia continua, la nostra vigilanza continua che dobbiamo avere.

E che cosa vuol dire vegliare? Vegliare non significa che non dobbiamo vivere nella nostra routine quotidiana, anzi… Ognuno si sveglia al mattino, deve andare al lavoro ecc… Ma dobbiamo vivere la nostra realtà con gli occhi ben spalancati ad un qualcosa di nuovo che ogni giorno può venire da Dio, anzi che ogni giorno sicuramente viene da Dio. Essere persone che vegliano significa essere persone che non sono chiuse, sono nel loro presente, nella loro vita, nel loro giro ristretto… vegliare vuol dire spalancare occhi e cuore, e accorgersi che la storia che ci circonda, anche quando non ci sembra, ci parla di Dio, che ha qualcosa da dirci e da donarci.

Il cristiano è uno che sogna sempre più in grande di tutti.

Una cosa che vogliamo allora chiedere a Dio in questo Avvento che ci prepara al Natale è proprio quella di non farci seppellire da troppe distrazioni, che sono tante, anche a messa ci si distrae subito… Allora viviamo un Avvento meno da distratti; potrebbe essere un bell’impegno: l’Avvento è un mese, vola via! Altrimenti facciamo come quelli che giravano intorno a Noè: nemmeno si accorgevano che lui c’era e quello che stava succedendo.

Accorgiamoci che Dio opera nella storia, nella nostra piccola storia personale e nella storia di tutti, ogni giorno. E chiediamoci in questo Avvento: Signore, io voglio vegliare, voglio stare sveglio in questo Avvento, però Tu aiutami a capire cosa vuoi da me oggi, cosa posso fare per stare sveglio, per stare attento, perché non mi capiti come un ladro di notte, perché io possa essere pronto. L’immagine di quelle due donne, una che viene tolta, l’altra che rimane, è un’immagine molto semplice. Noi vogliamo essere quella donna che viene presa e portata via dal proprio lavoro, perché quella donna era attenta ai segni dei tempi e attenta alla Parola di Dio. Siccome noi siamo fatti per il cielo, non per la terra, quella donna è stata portata con il Signore. Allora Signore io voglio stare dalla tua parte, però Tu aiutami, dimmi cosa devo fare in questo Avvento, per me, per la mia famiglia, per le persone che in ogni giorno incontro sul mio cammino.

I giorni della Salvezza

DOMENICA DELLE PALME

Sei giorni prima della sua morte in croce, Gesù entrò trionfalmente in Gerusalemme, accompagnato dai discepoli e da una folla festante, che, agitando rami di palme, gridava: «Osanna! Benedetto Colui che viene nel nome del Signore! Osanna negli eccelsi!» Fu una manifestazione messianica voluta da Gesù per affermare la sua spirituale regalità, ma fu cosa modesta affinché il popolo non si confermasse nei suoi errori sull’interpretazione politica del Messia. Il rito solenne si svolge nei seguenti momenti:
– Benedizione dei rami di palma o di olivo: Il Sacerdote vestito con abiti rossi, simbolo di regalità, benedice con questa preghiera: «Benedici o Signore questi rami, e donaci la grazia di sentire in noi la Vittoria di Gesù!».
– Distribuzione dei rami: mentre i fanciulli cantano inni di gioia e di trionfo, il sacerdote passa alla distribuzione dei rami.
– Lettura del Vangelo: dove viene ricordato il fatto storico dell’ingresso trionfale di Gesù; mentre tutta la folla agitando rami, osannava al Messia. Solenne processione con i rami benedetti, per ripetere attorno alla Croce l’inno: «Gloria a Te, lode ed onore, o Re Cristo Redentore».
Al termine, la S. Messa introduce al Mistero della rinnovazione del Sacrificio sotto le misteriose apparenze del pane e del vino.

 

GIOVEDI’ SANTO

Il Giovedì Santo è il primo giorno del «Triduo Sacro», che celebra, con solenne austerità, la memoria della passione e della morte del Salvatore e ci fa rivivere avvenimenti lontani nel tempo, ma così vivi nel nostro ricordo e tanto impressi nel nostro cuore da farceli credere e sentire come presenti e come certamente nostri. Nel Giovedì Santo si ricorda principalmente l’istituzione del Sacrificio e del Sacramento eucaristico, gesto supremo di amore compiuto da Gesù alla vigilia della sua morte, al quale l’evangelista S. Giovanni allude con parole che valgono più di ogni altro commento: «Avendo Egli amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine».

Questo è lo svolgimento della solenne liturgia: l’altare è parato a festa ed un velo bianco copre la Croce; il Sacerdote Celebrante, accompagnato dalla solennità degli altri Sacerdoti e del canto, inizia la S. Messa; il momento più commovente è il canto del «Gloria in excelsis», poiché il suono di tutte le campane e dell’organo esplode come d’improvviso, per poi tacere fino alla gioia della notte pasquale. Quasi per rappresentare al vivo la scena narrata dal Vangelo, il Celebrante, lava i piedi a 12 ragazzi; ripetendo il gesto di Gesù prima di istituire la S. Eucaristia. Terminata la S. Messa, il Pane Consacrato viene portato in modo solenne all’altare della Adorazione, preparato con abbondanza di luci e ceri.

Il mistero di questo grande giorno dell’Amore sta riassunto in questa parola di Gesù: «Prendete e mangiate: questo è il Mio Corto sacrificato per voi. Prendete e bevete: questo è il Mio Sangue sparso per voi. Questo fate in memoria di me!»

 

VENERDI’ SANTO

È il giorno più grande che la storia ricordi. Nessun giorno come questo è giorno di morte; nessun giorno come questo è giorno di Vita. Al cospetto del monda intero sta nella maestà della morte il Crocefisso: «La vita offrì la morte per portare con la morte la vita». È in questo giorno che incominciò per l’umanità un’era nuova: dell’amore e della grazia. La solenne funzione liturgica è divisa in quattro parti:

1- Lettura di alcuni grandi fatti del Vecchio Testamento, come il racconto della Pasqua Ebrea, e soprattutto il canto della Passione di Gesù, per narrarci le innumerevoli sofferenze di Gesù per poterci salvare.
2- Sull’altare vengono poste delle tovaglie di lino bianco e poi il Sacerdote celebrante inizia le solenni preghiere per la Chiesa Santa di Dio, per il nostro Beatissimo Papa Giovanni, per i Vescovi ed i Sacerdoti, per coloro che governano i popoli, per coloro che saranno rigenerati dalla grazia del Battesimo, per la necessità dei fedeli cosi presentate al Signore: «Preghiamo fratelli dilettissimi, Dio Padre Onnipotente, affinché purghi il mondo da tutti gli errori, disperda le malattie, scacci la fame, apra le carceri, spezzi le catene, accordi ai pellegrini il ritorno, agli infermi la sanità, ai naviganti il porto della salvezza». Inoltre alza la preghiera per l’unità della Chiesa, per la conversione dei Giudei e degli infedeli.
3- La III parte della solenne liturgia assume un aspetto veramente commovente: un ministro porta all’altare la Croce Velata ed il Sacerdote celebrante ponendosi presso i gradini dell’altare e scoprendo grado grado la Croce Velata canta con tono sempre crescente questa invocazione: «Ecco il legno della Croce, dal quale dipende la salvezza del mondo»; tutto il popolo inginocchiandosi risponde: «Venite, adoriamo!».

Terminato il rito dello scoprimento della Santa Croce, iniziando dal Sacerdote, tutti passano ad adorare la Croce ed a baciare il Crocefisso. Mentre con grande silenzio e raccoglimento si svolge questo rito, la Scuola di Canto ripete: «Popolo mio che ti ho fatto? O in che ti ho contristato? Rispondimi! lo ti esaltai con grande potenza e tu mi sospendesti al patibolo della Croce».
La S. Comunione termina poi il solenne rito del Venerdì Santo.

 

SABATO SANTO

Prima del tramonto di Venerdì, la salma di Gesù era nel sepolcro. La fine di colui che si era proclamato Figlio di Dio non poteva essere più ingloriosa: tradito da un discepolo, scomunicato dal Sinedrio, bestemmiato da un popolo intero, abbandonato perfino dai suoi apostoli, era morto sul patibolo degli schiavi in mezzo a due volgari malviventi. Ora il suo corpo giaceva nel sepolcro.
La vittoria dei nemici di Gesù era completa. Solo che il sedicente Figlio di Dio, ora chiuso e sigillato nel sepolcro, quando era ancora vivo aveva detto: «Dopo tre giorni risorgo!». La mattina della Domenica, le pie donne e i discepoli trovarono il sepolcro vuoto! Non il sepolcro, ma la risurrezione gloriosa è la conclusione della vita terrena di Gesù. Con le feste pasquali celebriamo solennemente il ricordo della risurrezione di Cristo; e perché questo ricordo sia veramente efficace, la Chiesa con riti solenni e suggestivi ci invita a cogliere abbondanti frutti della risurrezione di Cristo, mediante una completa e definitiva rinnovazione inferiore. I riti solenni della veglia pasquale li possiamo presentare in questo modo:

– Il canto della Luce: davanti alla porta della Chiesa viene benedetto il fuoco ed il grosso Cero Pasquale, simbolo di Cristo. Entrando poi dalla porta principale della Chiesa, il diacono che regge il cero, canta a voce solenne: «Lume di Cristo» mentre tutti rispondono: «Siano grazie a Dio». Mentre la processione della Luce entra in Chiesa con i ministri, tutte le luci vanno grado grado accendendosi. Quando il Cero è giunto all’altare, viene posto in centro e circondato da luce e incenso, viene esaltato nel suo simbolismo, con queste mirabili parole: «Si rallegri la terra irradiata da sì grandi splendori, e, illuminata dal fulgore dell’eterno Re, senta di essere finalmente liberata dalle ombre che avvolgevano il mondo intero».
– Il canto dell’acqua: mentre tutti invocano l’aiuto dei Santi, è posto davanti all’altare un recipiente d’acqua. Il Celebrante inizia la solenne benedizione e consacrazione, perché quest’acqua dovrà servire al Battesimo di tutti i nuovi bambini dell’anno. Terminato questo rito, prima che l’acqua sia portata al Sacro Fonte Battesimale, i presenti rinnovano le Promesse battesimali con le quali si rinunzia a Satana ed alle sue opere al mondo che è nemico di Dio e si promette di servire fedelmente il Signore nella Chiesa Cattolica.
– Il canto dell’Alleluia: tutto è pronto; i ministri hanno indossati gli abiti della gioia e l’altare è parato a festa con fiori e luci, ed ecco il momento solenne: con voce commossa il Sacerdote Celebrante canta il «Gloria in Excelsis», prorompe il suono dell’organo, tutte le campane sciolgono il loro concerto. È PASQUA DI RISURREZIONE! Ed allora: «Fratelli, se siete risuscitati con Cristo, cercate le cose del cielo, ove Cristo siede alla destra di Dio; abbiate il gusto delle cose celesti, non di quelle terrene. Poiché voi siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio. Quando Cristo, vostra vita, comparirà, allora anche voi apparirete con lui nella gloria».

 

PREGHIERA DI RESURREZIONE

Per tutto il dolore sofferto ridammi, Dio, la
speranza per cui ho sognato ad occhi aperti.
Tutto un seguir di nuvole sono stati i miei
pensieri; dolce mondo di favole.

Le cose tutte hanno spesso confinato col cielo e
pur mi ritrovo distante da Te.

Non più le piante, i fiori, il mare le albe, i tramonti
mi fanno piangere di gioia: è morta al mio viso
ogni traccia d’incanto. Il tempo ha scandito coi
giorni e le ore anche il vuoto nella mia vita.

C’era nelle stelle un mistero che m’incantava ed
ora non intendo più.

Di nient’altro ho bisogno, o Signore che di
risorgere con Te, null’altro desidero che Te.
Inasprisci il dolore, ma ridonami la resurrezione!

don Pierino