La pace domanda senso di responsabilità

Il testo dell’omelia che il vescovo Tremolada ha pronunciato nella chiesa della Pace, in occasione della Giornata mondiale di preghiera voluta da San Paolo VI

All’inizio del nuovo anno ritorna l’invito accorato del papa a pregare per la pace, quella pace che è parte viva della benedizione di Dio. “Dio li benedisse”, si legge nel Libro della Genesi là dove si parla dell’uomo e della donna. Il mondo nasce dunque benedetto da Dio, suo Creatore. Questa benedizione originaria viene confermata con Noè e con Abramo e assume la forma di una invocazione liturgica nel testo che abbiamo ascoltato come prima lettura di questa celebrazione. Aronne, fratello di Mosé, sacerdote di Israele, è invitato a benedire così i suoi fratelli: “Ti benedica il Signore e ti custodisca. Il Signore faccia risplendere per te il suo volto ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace”. Ecco dunque la pace che viene dalla benedizione di Dio. È la pace annunciata dagli angeli la notte del Natale: pace per gli uomini che Dio ama; pace a cui ogni cuore umano anela; pace che viene invocata soprattutto laddove appare chiaramente compromessa o addirittura negata; pace che ognuno di noi è chiamato a realizzare e di cui si deve sentirsi costruttore.

La pace diviene infatti realtà laddove gli uomini e le donne si fanno operatori di pace, assecondando quella ispirazione al bene che Dio ha messo nell’intimo della loro coscienza. Non sarà impossibile diventare ciò che Dio si attende. Ricordiamo tutti bene che una delle beatitudini proclamate dal Signore Gesù nel discorso della Montagna suona così: “Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio”.

La pace domanda senso di responsabilità, consapevolezza del dovere cui si è chiamati. La pace nel nostro mondo dipende dall’opera responsabile di tutti gli uomini e le donne che ne fanno parte.  Come si esprime dunque concretamente questa nostra responsabilità nei confronti della pace?

Anzitutto nel vincere l’indifferenza e l’assuefazione, nel riconoscere ciò che sta accadendo nel mondo, nel rendersi conto di quante persone vedono effettivamente compromessa la loro vita dalla mancanza della pace. Le immagini di distruzione e di devastazione, di bombardamenti e fughe di massa, di malnutrizione, di abbandono e di degrado che ci giungono attraverso i mezzi della comunicazione sociale non possono lasciarci indifferenti. Una violenza assurda e crudele, di cui spesso si fatica a comprendere le vere ragioni, causa nel mondo un mare di sofferenza. Il pianto delle madri, lo smarrimento dei bambini, il terrore degli uomini, i corpi martoriati e i territori devastati non possono non ferire le nostre coscienze. Sarebbe immorale consentire che tutto ciò diventi ruotine, farci scorrere addosso le notizie o semplicemente cambiare canale. Rimanere impassibili di fronte alla sofferenza del prossimo è già una forma di complicità, è un rinnegare il nostro senso di responsabilità nei confronti della pace.

In secondo luogo, la nostra responsabilità per la pace richiede l’onestà e l’impegno necessari per capire le ragioni di ciò che accade, non lasciandosi sviare da letture tendenziose. La coscienza retta non si accontenta del sentito dire, del pensiero generico, delle valutazioni istintive, dell’interpretazione che risulta più congeniale al proprio sentire emotivo. Sappiamo bene che spesso certe letture della realtà sono frutto di una manipolazione per nulla disinteressata. Occorre farsi un’idea chiara delle cose, impegnarsi a conoscere la verità. Quest’ultima, infatti, non può essere plasmata e riplasmata a piacere. Va invece cercata con senso di responsabilità. Ragioni a prima vista convincenti spesso non reggono alla prova di una riflessione pacata e approfondita. Gli stessi toni, oltre che le parole, possono veicolare quella violenza e aggressività che non rendono un buon servizio alla causa della pace.

Per costruire insieme la pace è poi indispensabile mettersi il più possibile nei panni dell’altro, guardare le cose anche dal suo punto di vista, provare a sentire quel che lui sta sentendo, immaginarsi di essere al suo posto. Quanto più il volto dell’altro da estraneo ci diviene familiare, tanto più il suo diritto a vivere con dignità e tranquillità ci apparirà evidente. Sorgerà allora spontanea una considerazione: “Potrei trovarmi io nella sua situazione. Che cosa proverei? Che cosa farei di diverso? Non desidererei forse le stesse cose?”. Laddove la pace non c’è, laddove parlano le armi, laddove regnano la violenza e la sopraffazione, laddove la corruzione sta divorando ogni speranza di futuro, che cosa si dovrebbe desiderare se non la possibilità di costruirsi una vita in condizioni migliori?

Infine, la responsabilità nei confronti della pace domanda l’impegno personale a vigilare sui nostri sentimenti, sulle nostre passioni interiori. Esige la conversione del cuore. Contrastare la collera e la gelosia, il risentimento che diventa rancore, il desiderio di vendetta quando si riceve un torto, la tendenza a sopraffare il più debole per guadagnare posizioni o ricchezza è dovere di ogni coscienza retta. L’aggressività che ognuno di noi porta dentro di sé, volente o nolente, e che spesso viene alimentata dalla paura, va governata dall’intelligenza e dalla volontà, va canalizzata dal dominio di sé. Questa è responsabilità di tutti e di ciascuno, da esercitare in costante dialogo con la grazia di Dio. Vi è poi la responsabilità di chi ha autorità all’interno della società, di chi è chiamato in ambito politico a difendere e promuovere la pace attraverso la costante ricerca della giustizia. Giustizia! Rispetto del diritto di tutti e non solo di alcuni; rispetto soprattutto dei più deboli. Compito arduo, che richiede sempre una grande sapienza e spesso anche molto coraggio. A questo compito della salvaguardia del diritto un altro si aggiunge da parte delle autorità politiche: quello di creare all’interno della società un clima di fiducia. C’è un gran bisogno di incrementare fiducia tra la gente e le istituzioni, ma anche tra le diverse generazioni che compongono la società, guardando al presente e al futuro e sentendosi tutti parte della grande famiglia umana.

In questa giornata della pace affidiamo dunque all’amore provvidente di Dio la comune responsabilità di costruire la pace. È il compito proprio di ciascuno di noi ed è in particolare l’impegno che si è assunto chiunque ha coraggiosamente deciso di rivestire incarichi politici e istituzionali. Per tutti vogliamo oggi domandare la grazia di essere veri operatori di pace, secondo la volontà di Dio in Cristo Gesù. Si darà così compimento alla promessa di benedizione risuonata sul mondo da parte del Creatore sin dal primo momento della sua esistenza.

La Beata Vergine Maria, di cui oggi celebriamo e veneriamo la divina Maternità, ci accompagni con la sua amorevole intercessione, e tenga viva in noi una operosa speranza di pace.

Avvento: domanda e risposta?

Ci sono momenti in cui vorremo avere alcune risposte. Capita nei momenti di crisi e di crescita; ogni uomo ha bisogno di risposte: nelle relazioni, nell’impegno di studio e di lavoro, fino ad arrivare al senso ultimo e pieno della vita. Una risposta vera, autentica è capace di orientare l’esistenza verso direzioni impensate e affascinanti. Talvolta la risposta ci sorprende e ci scoraggia e chiede di introdurre elementi di novità  inaspettati nella nostra vita. Non è un discorso vuoto o privo di contenuto: penso ai giovani che in modo implicito e inquieto cercano la risposta alle proprie attese di realizzazione. La risposta può essere semplice, scontata, a portata di mano, oppure ardua, irraggiungibile, innovativa, oppure scoraggiante, difficile, fastidiosa, ma tutto dipende dalla domanda che pongo a me stesso, al mondo a Dio. La qualità di una risposta dipende dall’importanza della domanda! Spesso mi accorgo che anche nell’opera di evangelizzazione rischiamo di offrire risposte a domande che ancora non ci sono e quindi  anche la risposta più vera e vitale rischia di scivolare perché non ha trovato il varco aperto da una domanda autentica. Per trovare una risposta dobbiamo vivere in profondità la dimensione della domanda, abbiamo bisogno quindi di porci in un atteggiamento di profondo ascolto di noi stessi per cogliere quali siano le voci che da dentro mi spingono a cercare a trovare a chiedere a interrogare. Ci prepariamo a vivere il tempo diAvvento, è il tempo propizio per attendere una risposta, è il tempo nel quale ci prepariamo ad accogliere vivendo in modo estremamente attivo e dinamico la domanda che ci portiamo dentro.

S. Paolo dice che noi talvolta “non sappiamo nemmeno cosa sia conveniente domandare” ebbene, lui suggerisce di porci in sintonia con lo Spirito che dentro di noi geme e prega e interroga: da questa presenza nasce la preghiera. La preghiera di richiesta deve partire dal cuore, non va fatta superficialmente, deve essere un gemito, un desiderio profondo. Gemere, infatti, significa anelare a qualcosa di cui si ha estremo bisogno; anche fisicamente il gemito è l’espressione di chi, mancando di aria, cerca di aspirarla. Questo ennesimo tempo di avvento che irrompe nella nostra vita diventerà estremamente nuovo e importante nella misura in cui sapremo vivere la dimensione dell’attesa, della domanda, del gemito inesprimibile, della preghiera. Il Natale allora – forse – irromperà nella nostra vita offrendoci La Risposta di Dio alle attese dell’umanità: suo Figlio Gesù.

La comunità cristiana offre alcune esperienze importanti per amplificare l’attesa e la domanda. Io che faccio? Mi lascio scomodare? Mi accontento delle risposte che già ho trovato?

La grazia è come il sangue

Non riesco a spiegarmi quale utilità derivi alla Chiesa dagli Ordini Contemplativi Claustrali, tanto più che sento dire che attualmente versano in grave crisi economica. Al contrario sono felice di vedere Ordini Religiosi che si prendono cura degli ammalati, degli orfani, dei vecchi.

Laura

La chiesa non rifiutando nessun tipo di vocazione, preferisce le prime che tu critichi, alle seconde che ammiri. Pio XI, il potente ideatore del più recente piano di conquista Missionaria, colui che volle si penetrasse nei luoghi più impervi dell’Africa, dell’Asia, dell’interno della Russia, ordinò si erigessero in Roma stessa vari istituti per formare uomini adatti a questa penetrazione; quando doveva prendere di mira la conquista Missionaria d’uno Stato o d’una Regione, dicono che cominciasse sempre col fondarvi un Convento di frati o di suore d’un Ordine contemplativo.

Per la realtà del corpo Mistico, per la realtà della Grazia che è comunicativa, il grande come il piccolo sacrificio sono un momento della universale salvezza. Se noi sosteniamo con i sacrifici, che nascono dal nostro attivo lavoro, queste umili suore che nel chiuso dei Monasteri soffrono e pregano e lavorano, esse a loro volta, con l’orante sacrificio sostengono il nostro braccio nel duro lavoro quotidiano. È questa la «circolazione» della Grazia nella vita del Corpo Mistico, come il sangue circola nelle vene del nostro corpo mortale. Anche gli Ordini Religiosi che non sono di per sé esclusivamente votati alla preghiera, non avrebbero alcuna vitalità, non potrebbero durare nella loro azione di aiuto al prossimo, se in qualche modo non vivessero almeno qualche ora al giorno, di pura presenza con Dio.

Il Pescatore

Corrispondenza con i lettori – febbraio 1963


«Io guardo volentieri la televisione, quando trasmette qualche incontro di pugilato. Desidererei conoscere il pensiero della Chiesa intorno alla boxe e, se la Chiesa non si è pronunciata, cosa ne pensa lei».

Luigi T.

Pio XII nel suo discorso al Congresso Scientifico Nazionale dello Sport e dell’Educazione Fisica diceva che lo sport e la ginnastica hanno il fine prossimo di educare, sviluppare e fortificare il corpo dal lato statico e dinamico; come fine più remoto ha l’utilizzazione, da parte dell’anima, di un corpo così preparato per lo sviluppo della vita interiore o esteriore della persona. Ha anche un fine più profondo: quello di contribuire alla perfezione e, come fine supremo di ogni attività umana, di avvicinare l’uomo a Dio.
E’ in questa luce che vanno ascoltati i Teologi che parlano di questo sport.
L’idolatria dello sport che ha per fine se stesso, lo sport che fa spesso dell’atleta un omicida, lo sport che rovina la salute fisica e causa danno allo stesso spirito, sono stati sempre dalla Chiesa riprovati.
Lo sport sano, che fortifica il fisico, nobilita lo spirito ed eleva l’uomo, è stato sempre ammesso e favorito. Il pugilato rientra nella prima seconda categoria? Il pugilato non è solo uno sport di forza, ma uno sport che risveglia i latenti istinti dell’homo brutus (l’uomo animale), perché il suo elemento intrinseco è nelle percosse che il pugile deve assestare all’avversario.
Si pensi alle molte lesioni del cervello che non si risanano ed al caso pietoso in cui sono ridotti molti pugili, per tutta la vita, avendo subìto un assalto di pugni tale da menomarli in maniera irrimediabile; si pensi ai non rari casi di morte.
E anche quando non si hanno queste gravi conseguenze; viene sempre a risentirne lo spirito, per il soffocamento della sensibilità e di tutti gli altri sentimenti umani; sia nei protagonisti che si trovano sul quadrato, sia negli spettatori, tutti protesi ad incitare ed aizzare quasi il loro favorito, perché abbatta e faccia crollare l’avversario il più presto possibile.
Da ciò si comprende come il pugilato sia contro il precetto del Signore: «Non uccidere», che vieta anche qualsiasi ferimento e mutilazione, e contro. L’insegnamento della Chiesa, che lo giudica «un’azione di brutale violenza … Qualcosa di poco umano» (Pio XII).
Naturalmente il solo vederlo in televisione per sé, non costituisce peccato; lo potrebbe diventare invece per alcuni soggetti particolarmente eccitabili.

Il Pescatore

 

«Alle volte resto sbalordita dall’agire di mio figlio, che ha appena 8, anni. Quando io e suo padre litighiamo (per sciocchezze s’intende), il nostro piccolo sa sempre chi ha torto o chi ha ragione e lo dimostra in qualche modo. Un giovedì sera per esempio io volevo andare al cinema e mio marito non se la sentiva, accusando stanchezza; quando io dissi: “Ci vado col bambino”, egli rispose: “Vai pure!”
Ma quando lo dissi a mio figlio, mi sentii rispondere: “lo resto con papà, perché è stanco”. Così non se ne fece nulla.
Possibile che a questa età abbia già una coscienza ed una volontà?»

Una mamma

Anche prima di quella età, cara signora, i piccoli ci guardano e ci giudicano. Non crediamo che i loro occhi innocenti siano un terso cristallo, dietro il quale non si formula nessuna idea. Guai a noi, se l’esempio che noi diamo a loro non è dei migliori: potremmo rovinarli per tutta la vita. Alle volte l’ingenua parola di un bimbo, un suo sorriso o una sua lacrima, può trarci indietro dall’orlo di un abisso; mentre un’immagine guasta, una frase indiscreta, un atteggiamento equivoco, che offendono involontariamente quella candida creatura, può perturbare e macchiare un’anima, con serie conseguenze per il futuro.

Il Pescatore

Corrispondenza con i lettori – gennaio 1963

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AI PIU’ DILIGENTI!
Il mese scorso al termine di un anno di vita non facile del nostro Bollettino Parrocchiale, abbiamo invitato le nostre famiglie a collaborare per la riuscita di un’inchiesta, rispondendo ad un questionario e indirizzandolo in busta chiusa, senza affrancarla, alla «REDAZIONE DE LA BADIA – VIA DANTE – LENO».
L’inchiesta riguardava il numero dei nostri lettori nelle diverse famiglie, l’interesse che più o meno suscitava e i miglioramenti che desideravano vi fossero apportati.
Purtroppo le famiglie non hanno capito l’importanza dell’inchiesta, per rendere sempre più interessante «LA BADIA» e non hanno risposto che poche persone. Le risposte sono perciò insufficienti a raggiungere lo scopo, che si prefiggeva l’inchiesta.
Ringraziamo comunque tutti coloro che hanno cercato di collaborare per un giornale sempre più bello, inviandoci il questionario compilato e scrivendoci anche qualche graziosa lettera. Anzi invitiamo voi, che siete i più diligenti fra i nostri lettori, a scrivere ancora, facendoci conoscere i vostri desideri: da parte nostra faremo tutto il possibile per accontentarvi.
Vogliamo che ogni nucleo familiare non si senta un isolato nella Parrocchia, ma piuttosto che tutte le famigli sappiano di avere un ruolo importante nella COMUNITA’ e che dipende da ciascuna famiglia se i Lenesi progrediranno economicamente e socialmente, ma soprattutto in campo morale e spirituale.
L’anno nuovo ci trovi tutti uniti nella buona volontà e pronti a sacrificarci per il miglioramenti di tutti.
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Ecco alcune lettere, tra le più interessanti giunte in redazione:

 

«Nella mia famiglia, appena arriva, La Badia viene letta subito e tutta, ancora in giornata, da me che sono la mamma. Mi prendo mezzora di respiro e me la leggo in pace. Mi interessa tutta, ma c’è una rubrica che leggo per la prima: è la Corrispondenza con i lettori. Mi piace molto leggerla, anche se non sono io a fare le domande, perché la trovo molto istruttiva. Questa sera ho letto alla mia figliola la risposta data a S. M., perché tempo fa le feci capire che quel giovane che le stava attorno non andava; purtroppo aveva tutte le belle qualità di quel giovanotto descritto nella domanda di S. M.
Anche se la mia ragazza non proferì parola, credo fosse persuasa che noi mamme non si parla sempre invano, soprattutto trattandosi di cose tanto importanti! … Mi spiace solo che l’elenco delle offerte pro «Badia» porti via dello spazio, che potrebbe essere utilizzato invece per una buona parola (sempre) agli ammalati; i quali hanno maggior tempo di leggere, specialmente d’inverno, quando per il freddo sono costretti a rimanere sempre in casa. Penso che coloro che offrono qualcosa, non lo facciano per vedere il proprio nome sul giornale… Ora che il giornale arriva anche ai militari, sarebbe buona cosa che contenesse sempre anche qualche buona parola per loro; questo mi interessa molto, perché tra qualche mese avrò anch’io un figliolo soldato. Certo che per accontentarci tutti le quattro paginette forse non basteranno; ma sarebbe poco male offrire anche 100 lire al mese, pur dì trovare qualcosa in più sul nostro Bollettino Parrocchiale… Quante 100 lire si spendono inutilmente oggi! Vorrei anche che portasse qualche esortazione e magari dei rimproveri per le mamme, per i papà e per i figli, come fanno in Chiesa i nostri Sacerdoti, che sono tanto bravi; così quelli che in chiesa non vengono, potrebbero leggerli!»

G. B. (Una mamma)

Non solo non cestiniamo, ma abbiamo trascritta per intero la sua lettera, perché vogliamo tener conto delle sue osservazioni e vogliamo dare la prova a tutti i lettori di quello che sa fare la buona volontà, anche senza molta cultura. Grazie di cuore, cara Signora. Volesse il Cielo che tutte le mamme del mondo fossero come lei.

 

«Dato che siamo stati tutti invitati a dire il nostro parere, mi permetto di fare un’osservazione (anche a nome di mio marito). Gli articoli sono quasi tutti interessanti nella loro varietà. L’articolo che, a nostro avviso, appaga poco è la cronaca dell’oratorio. Secondo noi dovrebbe essere più informativa… Tenere più al corrente i genitori di quello che fanno o pensano i nostri figli. Siamo noi i genitori, è vero; ma purtroppo la maggior parte di noi non ha sufficiente intuito per penetrare nei loro animi… Occorre che qualcuno ci istruisca, per poter guidare meglio i nostri figli. E questo lo può fare soprattutto l’Assistente dei nostri ragazzi! Ci sono le prediche per noi, è vero; ma per un motivo o per l’altro quante ne perdiamo. Chiediamo a «La Badia» di aiutarci nella nostra opera di educatori, oggi tanto difficile. Forse chiediamo troppo e domandiamo scusa; ma abbiamo tanto bisogno delle parole di chi conosce i nostri figli meglio di noi. Nella speranza di essere esaudita, porgiamo i nostri auguri perché «La Badia» venga apprezzata sempre di più».

A. G. S. (Un’altra mamma)

Apprezziamo altamente le sue considerazioni, gentile signora. Faccio però notare che se la «Cronaca dell’oratorio» contenesse ciò che dice lei, cesserebbe di essere «cronaca» … Forse lei intendeva dire che desidererebbe maggiori articoli formativi dei genitori: cercheremo senz’altro di accontentarla. Ma certamente non potranno mai sostituire «Le Prediche» che per motivi non sempre ragionevoli molte mamme e moltissimi papà disertano!

 

«Non sono superstiziosa, comunque devo confessare di essere rimasta molto impressionata per un sogno riguardante l’eternità… Si può credere ai sogni? Come spiegarmi la mia inquietudine? … Leggendo la Bibbia, devo dedurne che certi sogni sono veri, perché non posso metterne in dubbio la veridicità … E allora, credere o non credere ai sogni? Ci sono segni particolari a cui si può prestar fede? Perché alcuni sì ed altri no? La Chiesa condanna chi crede nei sogni? Da parte mia devo riconoscere che la mia fede è aumentata per quel sogno!»

M. A.

Prima di tutto bisogna distinguere tra sogno e visione (o rivelazione privata). Il «sogno» è la «successione disordinata ed automatica di illusioni ed allucinazioni, che si presenta solitamente nel periodo iniziale o finale del sonno». Quindi è una cosa irreale, vana, non degna di essere creduta. La visione invece (c’è anche quella «Beatifica» che godremo in Cielo) o rivelazione privata consiste in «una manifestazione da parte della Divinità, direttamente o no, di una cosa occulta» ed è sempre soprannaturale, in quanto non compete tutto questo alla nostra natura umana. Con questa distinzione è tutto spiegato chiaramente:
1) I sogni da lei citati dalla Bibbia sono «Visioni», anche se talvolta nel linguaggio parlato si chiamano semplicemente sogni;
2) Le visioni sono tutte vere, e quindi dobbiamo crederci; mentre i sogni sono falsi e non si devono credere, se non si è superstiziosi;
3) Se fossi in lei, non direi che quel sogno le ha aumentato la fede, perché sarebbe ridicolo che un «sogno» potesse aumentare o diminuire la nostra fede.

Il Pescatore