La vocazione del sofferente

Trasmettere la fede nel tempo del dolore
“Anche gli infermi sono inviati dal Signore come lavoratori nella sua vigna”

Quale attenzione e compito della parrocchia?

Operiamo in un mondo in continua trasformazione, per alcuni versi molto difficile e complesso e qualche volta anche conflittuale. Cosa deve fare la Chiesa, come deve orientare la sua presenza, come può essere segno e testimonianza di evangelizzazione? L’interrogativo si fa ancora più esigente se, lasciando parlare l’esperienza, constatiamo che la persona sofferente è stata considerata per lungo tempo quasi come “cittadino invisibile”. É il “fratello in difficoltà” che ci mette in difficoltà, perché costituisce un caso inedito, non programmato, che disturba l’ordinario modo di venire incontro all’altro, che ci obbliga a scelte alle quali non eravamo preparati e mette a nudo la nostra poca, dimezzata disponibilità, che andava bene fino ad un certo punto ma che poi si scopre inadeguata. La parrocchia si è spesso trovata in momenti di timore, di disagio, perché non si sentiva pronta e disposta ad accogliere la totalità dei bisogni. La comunità può essere tentata di rispondere con un atteggiamento rinunciatario, trovando difficoltà nel colloquio col fratello. C’è, inoltre, un altro fatto: alcune comunità, di fronte a coloro che sono in difficoltà, non riescono a vivere una piena condivisione della situazione e non si sentono investite a livello comunicativo. Si limitano a sentimenti di compassione… Se la vicenda della persona sofferente psichicamente è solitamente un problema difficile, dobbiamo prendere coscienza anche delle difficoltà di chi è chiamato ad intervenire, della Chiesa stessa, della comunità cristiana, del singolo cristiano. Occorre seguire un itinerario di maturazione cristiana per risolvere questo problema non solo occasionalmente, nella spontaneità di qualche gesto, ma in modalità che sappiano ricollegare il servizio a chi è in difficoltà con il cuore, la vita quotidiana, la maturazione della comunità.

Radicati in una vocazione esigente

La presenza vocazionale e ministeriale dei sofferenti è preziosa per tutta la comunità. Prima di tutto essi ci aiutano a dare un senso al nostro soffrire, ci dicono che i momenti della sofferenza possono diventare preziosi sul versante dell’evangelizzazione e della salvezza. Il sofferente, alla luce della fede, dell’insegnamento e della vita di Gesù, ci fa comprendere che la sofferenza, assume un significato che va oltre la semplice considerazione e valorizzazione umana, in quanto apre la via della partecipazione alla salvezza. É la sofferenza di Cristo che viene a porsi accanto alla sofferenza dell’uomo. La croce di Cristo illumina la sofferenza umana e la rende grande ed efficace. E’ dal mistero pasquale di Cristo, morto e risorto – che il malato ci richiama con la sua fede – che impariamo a dare senso al dolore, a rendere il momento della sofferenza come un annuncio del Vangelo, un annuncio che Dio non ci abbandona ma che ci circonda del suo amore. E possiamo dire con sicurezza  che tanti malati, educati nella fede ad unire la loro sofferenza a quella di Cristo, sono capaci di aiutare malati e sani a vivere nella fede la loro sofferenza. 

Il malato: lavoratore nella vigna del Signore

É, poi, compito importante della comunità ecclesiale la promozione della persona sofferente. Si tratta di rendere operativa l’affermazione di Giovanni Paolo II, secondo cui l’uomo sofferente è “soggetto attivo e responsabile dell’opera di evangelizzazione e di salvezza”. Tale affermazione indica il riconoscimento del carisma dei sofferenti e il loro apporto creativo alla Chiesa e al mondo: “Anche gli infermi sono inviati (dal Signore) come lavoratori nella sua vigna”. A nessuno sfugge l’importanza di questo passaggio del malato da oggetto di cura a soggetto responsabile della promozione del Regno. Questo cambiamento di accento nella considerazione dell0infermo diventa credibile allorquando non risuona semplicemente sulle labbra, ma passa attraverso la testimonianza della vita, sia di tutti coloro che curano con amore i sofferenti, sia di questi stessi, resi sempre più coscienti e responsabili del loro posto e del loro compito nella Chiesa e per la Chiesa. La valorizzazione della presenza dei malati, della loro testimonianza nella Chiesa e dell’apporto specifico che essi possono dare alla salvezza del mondo, richiede un lavoro di educazione amorosa da realizzarsi non solo nelle istituzioni sanitarie attraverso un accompagnamento appropriato, ma anche e in modo tutto speciale nelle comunità parrocchiali. La comunità, infatti, deve aprirsi all’accoglienza, impegnandosi a far sì che il sofferente non sia solo nella prova: gli è vicino Cristo che perdona, santifica e salva, unitamente alla Chiesa che, con i gesti della “presenza”, partecipa alla sua situazione di debolezza e prega con lui. I segni della misericordia divina sono: il sacramento di una fraterna presenza, la qualità di una sincera comunicazione, la proposta della Parola di Dio, della preghiera, l’offerta dei sacramenti, l’aiuto concreto. Di grande importanza è il ricorso a una teologia della sofferenza che, evitando di cadere nel dolorismo, sappia comunicare che anche gli eventi negativi della vita sono “realtà redenta” dal Cristo e da lui assunta come “strumento di redenzione”. Il cristiano, infatti, mediante la viva partecipazione al mistero pasquale di Cristo può trasformare la sua condizione di sofferente in un momento di grazia per sé e per gli altri fino a trovare nell’infermità “una vocazione a amare di più”, una chiamata a partecipare all’infinito amore di Dio verso l’umanità.

Armando – un ammalato

Quel grido umano e santo di dolore

Michele Bonetti, presidente della Fondazione Tovini e il ricordo di Paolo VI legato all’amicizia profonda che legò il Papa bresciano ad Aldo Moro.

Se mi interrogo sul “mio” Paolo VI, ritrovo, da una parte, qualche ricordo diretto (invero pochi ma significativi: terminavo gli studi liceali quando Giovanni Battista Montini chiudeva la sua esistenza terrena), e, dall’altra, il pieno convincimento della attualità del suo insegnamento e della sua opera.

Tre i ricordi: uno particolare, l’altro generale, il terzo di profondità umana e religiosa. Il primo è di abitudine domestica. Si tratta di quando, adolescente, assistevo da casa alla benedizione urbi et orbi del Papa bresciano, trasmessa in televisione (bianco e nero), scandita dalla sua voce, di pacatezza e metro inconfondibili. Farsi il segno della croce avanti al successore di Pietro era, al contempo, espressione di unità familiare e di partecipazione ad un mistero universale. Il secondo ricordo è legato al contesto storico in cui stavo crescendo. Erano gli anni ‘70 e si avvertiva nettamente l’assedio che tanta cultura, più laicista che laica, rivolgeva alla Chiesa e ad un Papa che, nonostante i turbinii culturali, sociali e politici, perseverava nella difesa delle ragioni dell’uomo, della vita, della salvezza. Ne emergeva il pastore votato al servizio della verità, incoercibile agli interessi ideologici. Il terzo è la struggente testimonianza dell’amicizia che Papa Montini diede al tempo del rapimento e dell’omicidio di Aldo Moro – e della sua scorta -. Sento ancora vivida l’emozione della preghiera del Papa ai funerali dell’amico: “chi può ascoltare il nostro lamento, se non ancora Tu, o Dio della vita e della morte? Tu non hai esaudito la nostra supplica per la incolumità di Aldo Moro, di questo Uomo buono, mite, saggio, innocente ed amico; ma Tu, o Signore, non hai abbandonato il suo spirito immortale, segnato dalla Fede nel Cristo, che è la risurrezione e la vita. Per lui, per lui”. Un grido umano e santo, di dolore e speranza insieme, che incarnava nel dramma del momento la docilità alla Provvidenza.

Il “mio” Paolo VI è oggi anche la percezione della sua dirompente modernità. Darne conto è una responsabilità che compete ad ogni credente nei confronti di un pastore della Chiesa universale in via di canonizzazione, ma ad un bresciano forse di più, perché è erede del tessuto di storia e di fede che ha generato Paolo VI ed è chiamato a darne degna continuità. Invero, valgono all’oggi i fondamentali di quella “linea montiniana” che Paolo VI ha saputo esprimere, quale chiave di lettura del reale e modalità di azione, con alcuni precisi caratteri. Si tratta del discernimento come metodo, del puntare sempre all’integralità dell’uomo senza esaurirsi nel dettaglio; si tratta del dialogo e dell’incontro come stile permanente e inesauribile; si tratta del coraggio di passare i confini, dell’osare confidando nella dimensione spirituale, del tenere lo sguardo attento alle coscienze. Una “linea montiniana” che è portatrice ancora di carica, per il fascino e le potenzialità che i giovani riscoprono quando posti di fronte a Paolo VI maestro, testimone e pastore, riuscendo a trarre tuttora alimento e confronto da un vero uomo di Dio.

Michele Bonetti

Il dolore e la fede

In che modo la sofferenza serve alla fede? Dov’è la differenza tra chi guarda alla sofferenza in una visione di fede e chi non è credente? La fede propone la scelta tra un dolore insensato e un dolore con un significato, la scelta tra la disperazione e la speranza conquistata attraverso la sofferenza.

Se apriamo il Vangelo ci incontriamo con Gesù che, mentre operava le guarigioni, esigeva sempre, in un modo o nell’altro, la presenza della fede. Perché esigeva la fede? E che tipo di fede? In che modo la sofferenza serve alla fede? Cominciamo a dire che non era la fede dell’uomo che guariva, ma la potenza di Cristo. La fede  solo la condizione, l’ambiente adatto. Aver fede allora significa confessare la nostra impotenza a salvarci e proclamare che la salvezza viene da Cristo. É il rifiuto di contare su di noi per contare unicamente su Dio. Dove sta la differenza di chi guarda alla sofferenza in una visione di fede o senza alcuna convinzione di fede? Non è che nell’una o nell’altra prospettiva il fatto del dolore venga cambiato. La fede non toglie il cancro né impedisce la morte, perché essa non è una polizza di assicurazione. Come pure la mancanza di fede né toglie il dolore né affretta la morte: l’una e l’altra prospettiva danno un significato diverso al fatto del soffrire e del morire.

Mi spiego con un drammatico episodio realmente accaduto e ripotato dal teologo Jurgen Moltmann: “Due ebrei e un bambino erano stati impiccati ad Auschwitz alla presenza di tutti i prigionieri. I due ebrei morirono rapidamente. Ma il bambino stenta a morire. Allora qualcuno gridò dietro di me: “Dov’è Dio? E’ lì appeso a quella forca”. Ecco dove sta la differenza: nel dare una spiegazione etica, un significato, un senso diverso allo stesso fatto. Chi non ha fede, assurdamente incolpa addirittura Dio. Anzi il fatto capitato e avvenuto per cattiveria dell’uomo è occasione per negare Dio. Chi ha fede cerca di scoprire il senso, di dare un significato a quella scena: cioè il significato e il senso del soffrire e del morire, senza togliere nulla alla responsabilità umana, quando essa c’è. La stessa cosa avviene di fronte ai nostri patimenti quotidiani, qualunque essi siano.

La fede non muta la situazione del fatto: non toglie l’impiccato dal patibolo, non toglie il malato dal letto o il morto dalla tomba. La fede non annulla il cancro o la drammaticità del soffrire umano. La fede propone la scelta tra un dolore insensato e un dolore con un significato, la scelta tra la disperazione e la speranza conquistata attraverso la sofferenza. Noi cristiani, affidandoci alla Parola di Gesù e tenendo presente il suo comportamento verso i sofferenti, impariamo a dare un significato al nostro soffrire. Gesù ci fa capire che Dio è un Padre che ci ama e che mai ci abbandona, specie nel momento della difficoltà. Sono due le cose da credere: credere nell’amore di Dio che è presente e operante nella situazione della propria sofferenza e credere che Dio è la vita e vuol salvarci da questa sofferenza, non necessariamente ora, s’intende, ma bisogna credere che la propria sofferenza nasconde la vita. Si tratta di credere che nel Cristo sofferente è nascosta la via e che nella nostra sofferenza è nascosto l’amore di Dio e la vittoria sul male.

QUELLA LUCE CHE CI ATTRAE

Non è certo un caso che l’intero anno liturgico sia strutturato a partire dalla Pasqua: “Centro di tutto l’anno liturgico è il Triduo del Signore crocifisso, sepolto e risorto” come recita l’annuncio che, nella solennità dell’Epifania, scandisce i tempi della nostra fede. Intorno a questo fondamentale avvenimento di vita e di salvezza si possono comprendere tutti gli altri tempi della liturgia. Questi abbracciano i poli dell’umana esperienza, dalla nascita alla morta (avvento – natale – quaresima – pasqua), cogliendo anche (nel tempo ordinario) la varietà molteplice di ogni situazione di vita. In virtù dell’incarnazione del Figlio di Dio non vi è nulla che sia rimasto “profano”. Non ci è dunque possibile comprendere i tempi della liturgia, e la quaresima in particolare, senza tenere lo sguardo rivolto verso la luce della Pasqua, verso quel traguardo itale e salifico. Così pure non possiamo comprendere la nostra ita di fede né alimentare la nostra preghiera o qualificare il nostro servizio agli altri, senza riscoprirci continuamente partecipi di questo mistero. L’esperienza pasquale è, in effetti, ciò che noi viviamo in continuazione.

Tutti i sacramenti ci fano incontrare e vivere questa realtà e il nostro essere cristiani è interamente caratterizzato dalla comunione con Dio nel Cristo glorioso, vincitore del male e della morte. Così siamo fortemente attratti da questo polo vitale che diventa esigente per il nostro cammino di Chiesa. Il Risorto chiama alla sua sequela persone libere, limitate e povere, affinché trasformino, grazie al suo dono di vita, ogni attimo della propria esistenza. Non più schiavi ma figli (Cfr. Rm 15), chiamati a vivere di conseguenza, attuando la più bella, gioiosa e totale, realizzazione di se stessi, l’unica che possa appagare il cuore: vivere da figli di Dio. Siamo discepoli del Risorto e da Lui impariamo a risorgere in ogni momento, uscendo da ogni “sepolcro” che lungo il cammino della vita ci possa essere dato di incontrare. La malattia, la disabilità, sono cause di sofferenza, il crudo esperire di un limite. Per risorgere dobbiamo tenere fisso lo sguardo verso la luce della Pasqua e lasciare che il Risorto ci attiri ancora di più. La nostra libertà, educata dal cammino quaresimale, ha bisogno di aderire, con passione, al mistero di quella vita nuova e definitiva. Il dono di essere figli, nel Figlio di Dio fatto uomo, ci permette di chiamare propriamente “vita” ogni istante delle nostre giornate terrene, senza scartare nulla, senza che la nostra esistenza resti impigliata dentro un qualche sepolcro.

Vivremo la salvezza del nostro soffrire quando sapremo restare aperti a Dio e alle altre persone, accrescendo la nostra capacità di amare proprio nel momento in cui il dono di sé esige i caratteri di un’autenticità senza maschere. Il dono concreto di noi stessi, vissuto con sincerità, incarna in noi la primizia dello Spirito, redime il nostro corpo nella libertà della gloria dei figli di Dio. Libertà di amare con la gratuità del cuore stesso di Dio e con la concretezza della nostra carne, della nostra umanità redenta.

A cura di
Maria Piccoli