Domande e risposte – II parte

E SE UNA PERSONA DIVORZIATA SI RISPOSA? CHE COSA NE PENSA LA CHIESA? SI PUO’ ANCORA ESSERE CRISTIANI? E IL NUOVO PARTNER… E I LORO FIGLI…?

Gli eventi della vita portano alcuni separati a decidere di costituire una nuova relazione  affettiva e poi magari un nuovo legame col matrimonio civile; accanto al precedente, viene così a costituirsi un nuovo nucleo familiare, spesso con figli. Senza voler esprimere dei giudizi personali, occorre tuttavia riconoscere che diversi sono i modi con cui un separato/divorziato giunge a una nuova convivenza o matrimonio civile: con superficialità o maturità. Con minor o maggior consapevolezza di prima, nella chiarezza o nel compromesso, con prospettiva di stabilità o senza progettualità e così via.

QUANDO IL SEPARATO/DIVORZIATO SI INNAMORA DI NUOVO…

D. Ma che consiglio dare a chi sta pensando di intraprendere una nuova storia o di riformarsi una famiglia? 

R. E’ questo un passaggio delicatissimo. È certamente meno difficile considerare la tua situazione di chi, separato o divorziato, vive da solo e offrire dei suggerimenti come abbiamo fatto poc’anzi; come pure si presentano con più stabilità i lineamenti della situazione di chi ha già costituito un nuovo legame, potendo così delineare limiti e possibilità di tale situazione. Più complessa è invece la posizione di chi, preso da un nuovo innamoramento, si trova di fronte alla scelta di cosa fare, considerando che spesso il nuovo partner non ha avuto un precedente matrimonio e che quindi potrebbe subire lui stesso le conseguenze di un legame che non potrà essere benedetto col sacramento del matrimonio. Si tratta di una situazione ancora in evoluzione; si tratta soprattutto di un momento in cui occorre dare alla propria esistenza una direzione: insomma un nodo cruciale della vita.

D. In questi casi basta dire: “Nella tua situazione non puoi intraprendere una nuova relazione e quindi lascia quella persona! ”; oppure, al contrario: “Non puoi rimanere sempre da solo, cogli l’occasione e risistemati! “?

R. L’una e l’altra via, sia pur da punti di vista opposti, sembrano le risposte più semplici; sembrano cioè rispondere in modo radicale da una parte ai principi cristiani, dall’altra al senso comune. Ma chi è di fronte a questa scelta sente con profonda lacerazione interiore che seguendo l’una o l’altra di queste vie perde comunque qualcosa di importante: come rinunciare a un sentimento amoroso, nato gratuitamente e sviluppatosi in modo promettente e bello? Come rinunciare a valori cristiani che hanno motivato e sorretto tanti anni della propria vita, cadendo in una sorta di tradimento? Perché sentirsi posti di fronte alla scelta tra un nuovo amore umano e la fede in Dio, tra il proprio cuore e la Chiesa? Domande che le due alternative ricordate acuiscono senza far intravedere alcuna soluzione in qualche modo pacifica. Sì, perché chi è di fronte a queste scelte istintivamente non vorrebbe perdere né l’amore né la fede; vorrebbe che fosse possibile una soluzione che tenga dentro tutto e alla fine gli lasci il cuore pacificato.

Nella difficoltà di entrare in situazioni così delicate e complesse, penso che però si debbano tener presenti due considerazioni fondamentali: la prima è che qualsiasi scelta verrà fatta non potrà essere indolore; vi sarà comunque, accanto alla gioia, anche un carico di sofferenza da portare; la seconda è che qui più che mai è interpellata la propria coscienza, nessuno cioè può decidere al posto di un atro, non si può chiedere ad altri di avallare e rassicurare le proprie scelte. Ciò non significa che si è soli con la propria sofferenza e la propria coscienza ma che si è inesorabilmente e misteriosamente davanti a Dio, al Dio di Gesù Cristo crocifisso e risorto e spiritualmente presente nella Chiesa! E allora il consiglio che mi sento di offrire a coloro che si trovano in questo momento cruciale della loro vita è quello di vagliare con severità ciò che stanno provando, alla luce della parola di Dio e della Chiesa, ponendosi con apertura e disponibilità di fronte allo Spirito Santo per poter discernere l’azione che Dio sta operando nella loro libertà.

D. Ma, al di là di questi bei discorsi, in concreto che cosa consiglia la Chiesa?

R. Nel suo autorevole e materno accompagnamento la Chiesa, da una parte, è chiara nell’indicare l’oggettività e pubblica contraddizione che una nuova unione creerebbe nei confronti della parola di fedeltà emessa nel matrimonio precedente; dall’altra, non può tuttavia sostituirsi alle coscienze, rimettendo il giudizio finale al Signore che solo vede nell’intimo delle persone. Così pure, da una parte, farà presente al coniuge rimasto solo che, confidando nella potenza dello Spirito del Signore, è possibile trovare fruttuosità e gioia anche in una fedeltà sofferta, e quindi incoraggerà e aiuterà a percorrere questa via; dall’altra, si porrà comunque con speranza di fronte a cammini e scelte diverse, confidando nell’opera di salvezza che il Signore misteriosamente conduce nel cuore di tutti i suoi figli.

Per questo la Chiesa continua a offrire a tutti i fedeli i mezzi e i cammini spirituali adatti e possibili nelle loro particolari circostanze e situazioni di vita, cercando di essere attenta sia al rispetto della dignità e riservatezza dei singoli fedeli sia alla tutela della fede e della testimonianza dell’intera comunità cristiana. Ogni scelta del coniuge separato comporterà infatti un atteggiamento particolare della Chiesa, la quale di epoca in epoca e di luogo in luogo si lascia illuminare dallo Spirito di Cristo per comprendere sempre meglio le vie più adatte per alimentare la fede dei singoli e mantenere autentica la testimonianza e la missione della comunità cristiana.

Don Domenico

C’era una volta….

Sulle sponde d’un lago nell’India del Nord, c’era una volta uno strano uccello che aveva due teste, una a destra e una a sinistra. Due teste ma un corpo solo.
Un giorno, mentre gironzolava in cerca di cibo, con gli occhi della testa di destra vide un favo di miele selvatico, e subito vi si buttò sopra.
La testa di sinistra disse:
«Dammene anche a me».
Ma la testa di destra non diede ascolto, e se lo beccò tutto in pochi istanti. Allora la testa di sinistra giurò vendetta; e mentre l’uccello vagava per un bosco, ecco a sinistra certe bacche amarissime. La testa di sinistra le scorse per prima e, pur sapendo che non erano buone e avrebbero fatto male allo stomaco, ne beccò quante poté.
E nel frattempo pensava:
«Poi avremo mal di pancia; ma gli sta bene, a quell’egoista dell’altra parte; così impara la solidarietà».
Poco dopo, l’uccello si sentì colto da atroci dolori: le bacche erano velenose, e in breve tempo gli causarono la morte.
Morirono ugualmente le due teste, quella di destra e quella di sinistra, perché nessuna delle due aveva avuto cervello.

Così muoiono tante famiglie. Per paura di amare.

Perché oggi molti matrimoni vanno in crisi? C’è una cura preventiva? Separazione e divorzio sono sempre una cosa negativa?

Ho letto il testo dal titolo “dopo l’inverno” editrice Ancora di don Zanetti e propongo alla vostra attenzione alcune parti che ritengo utili per la riflessione personale e coniugale…buona lettura.

Di fronte al dilagare delle separazioni coniugali la prima domanda che sorge spontanea è quella del “perché” e quindi di “che cosa” si può fare per prevenire queste situazioni dolorose. In questo ambito le situazioni di vita non si possono ridurre a numeri o statistiche, né si possono fare sbrigative generalizzazioni. Basta comunque guardarci attorno per scorgere che oggi, su quattro o cinque famiglie, una ha dovuto affrontare la separazione! E non si tratta di persone straniere o lontane, ma di nostri vicini di casa, di amici o anche di parenti.

I motivi della separazione sono i più diversi, anche se spesso provenienti da una fragilità delle convinzioni, delle capacità, dei Sentimenti. Talvolta, dalle confidenze raccolte, emerge che le radici di tante separazioni affondano nel terreno del fidanzamento o anche prima. Oppure sono l’esito di una cattiva impostazione della famiglia fin nei suoi primi anni di vita. O, ancora, sono il triste epilogo di una crisi coniugale mal gestita.

a) Reazioni davanti a una separazione o a un divorzio

D. Il fenomeno della separazione e del divorzio è davvero grande e deleterio sia per la vita individuale che per quella sociale. Ma dal tono che usi, spesso presente anche nei documenti della Chiesa, sembra che la separazione sia sempre e comunque un male, un errore e quindi una cosa da evitare. Al contrario, nella mentalità che respiriamo la separazione di due coniugi che non vanno più d’accordo non solo sembra inevitabile, ma addirittura giusta e doverosa, o, comunque, sembra ormai una cosa normale.

Qualcuno giunge persino a dire che, in certe circostanze, la separazione è un atto di amore, compiuto per evitare danni maggiori per sé o per i figli. Allora, bisogna darsi da fare per prevenire le separazioni o, piuttosto, preoccuparsi che esse avvengano nel modo più indolore possibile? Occorre potenziare i consultori familiari o le agenzie di separazione coniugale?

R. La questione che poni è vera e val proprio la pena di fare un po’ di chiarezza. Tutti conoscono le leggi sulla separazione e sul divorzio presenti nel diritto civile italiano e in tante altre nazioni; ma forse non tutti conoscono il pensiero della Chiesa su questi argomenti.

Il Papa e i Vescovi nei loro documenti sul matrimonio e sulla famiglia hanno sempre ribadito importanza di promuovere e tutelare queste realtà; ma hanno anche riconosciuto che in certe circostanze particolarmente gravi la sospensione della vita coniugale può essere legittima. Ciò avviene o in presenza di una situazione pesantemente lesiva della dignità del coniuge (per esempio il tradimento) o nell’eventualità di gravi lesioni fisiche o psichiche verso il coniuge o i figli (per esempio violenze, deviazioni..) o comunque quando la convivenza è divenuta veramente impossibile da sostenere e ormai a rischio di gravi pericoli per i membri della famiglia.

In tali circostanze, dopo che ovviamente sono stati fatti opportuni tentativi di soluzione dei problemi (all’interno della coppia o anche con aiuti esterni, come per esempio in consultorio), la Chiesa, pur continuando a invitare alla pazienza e al perdono, ammette che il coniuge che ha subito la crisi coniugale (o anche entrambi se ne hanno patito in egual misura) ricorra alla separazione, intesa, però, come semplice sospensione della vita coniugale. Ciò significa che la separazione, vista come male minore ed estremo per risolvere certe situazioni, diventa un mezzo per ridare serenità ai coniugi e, quindi, per concedere la possibilità di valutare meglio i loro problemi e se vi siano realmente i presupposti per una loro soluzione.

 D. Ma nella mentalità e nella prassi di oggi la separazione è intesa come una scelta ormai definitiva; come è possibile ipotizzare un ripensamento o una riconciliazione quando ormai ci si è divisi?

 R. È vero; purtroppo, quando oggi due coniugi arrivano alla decisione di separarsi, sono così esasperati, arrabbiati o sfiduciati che non pensano minimamente a un possibile e futuro ricongiungimento; al contrario intendono la separazione come un passaggio di liberazione da una situazione di vita nella quale non vogliono più tornare. Ma questo avviene perché non si è gestita bene la crisi, fin dai suoi inizi, e si è lasciato dilagare il disagio e poi la sofferenza al punto di non farcela più e magari di giungere a offese o maltrattamenti difficilmente rimediabili e superabili.

Se invece le crisi coniugali fossero affrontate con spirito diverso e più attento e con il dovuto sostegno da parte di persone esperte, si eviterebbero tante situazioni di conflitto o di violenza; un eventuale periodo di interruzione della coabitazione potrebbe essere una modalità migliore per esaminare e affrontare i problemi, per maturare e crescere anche dentro le difficoltà, anzi proprio attraverso di esse. Ma questo implica un cambiamento di mentalità, sia nei coniugi che nella società intera; una mentalità che appunto non veda nella separazione l’anticamera del divorzio, ma, come dovrebbe essere, un periodo di seri tentativi di ripensamento della vita coniugale e familiare, e se possibile di riprogettazione di essa.

In realtà, occorre riconoscere che diversi coniugi già attuano periodi di separazione temporanei per poi rimettersi insieme; qualche volta questo porta a una buona ripresa della vita familiare; altre volte, invece, non risolve nulla, anzi peggiora la situazione e alla fine porta a una separazione definitiva.

Questo avviene perché è difficile che i coniugi riescano da soli a capire e risolvere veramente i problemi che li hanno portati all’interruzione della convivenza coniugale; spesso occorre che entrambi i coniugi si affidino con fiducia a un aiuto esterno. E oggi vi sono centri e organismi, ecclesiastici o civili, che possono offrire un apporto valido e competente, cioè un cammino individuale e di coppia che aiuti ad andare in profondità nell’esame delle criticità vissute dai coniugi, che permetta di instaurare un modo più sereno di guardarsi ed eventualmente di individuare le strategie più opportune per riavviare la vita coniugale.

Alla luce di tanti racconti di persone separate o divorziate, posso dire non senza qualche amarezza che certe situazioni si sarebbero potute risolvere felicemente se ci fossero state la disponibilità e la possibilità di effettuare cammini di questo genere.

(sintesi di don Domenico)

Ai genitori di un figlio separato, divorziato o risposato

Sento il bisogno di rivolgermi ai tanti genitori, che incontro nei vari momenti del ministero sacerdotale, afflitti dal dispiacere di un figlio/a che ha vissuto il dramma del fallimento matrimoniale.
Quando uno dei tuoi figli ti dice: «Non va per niente bene con mio marito, con mia moglie… ci lasciamo… andremo in tribunale per la separazione, poi verrà il divorzio…», per chi ama e conosca il profondo valore del sacramento del matrimonio, sì da farne un ideale stabile di vita, è doloroso assistere impotenti alla frantuma zione della famiglia del proprio figlio; sembra che il mondo delle relazioni e dei sentimenti familiari improvvisamente crolli.
Che fare? Una serie di pensieri passano dentro. Rifiutare il fatto della rottura e tentare di rimuovere questa situazione? Si scusare tutto? Prendere le difese ora dell’uno, ora dell’altra? In questo contesto di amarezze e di dubbi si ripropone il compito di il spettare sempre di nuovo i propri figli.
Una cosa importantissima è l’ascolto profondo di questi figli, cercare di comprendere fino in fondo le loro ragioni, senza lanciare subito dei giudizi. Poi, solo dopo essere stati ascoltati a lungo, forse essi stessi si mettono nella condizione di ascoltare qualche nostra parola. Potrebbe essere il momento per ricordare il tempo del loro fidanzamento, i motivi che li hanno fatti innamorare, la bellezza delle diversità che li hanno attratti l’uno verso l’altro: diversità che, anche se ora pesano, se ci si sforza di farle diventare amore (come fanno tanti sposi ogni giorno) possono essere dono all’altro.
Se si ha la possibilità di parlare separatamente con l’uno e con l’altra, è opportuno sottolineare con lei le belle qualità che sono in lui e viceversa. Occorre aiutarli a credere nell’amore l’uno per l’altra, nella grande capacita dell’amore di trasformare anche le situazioni più tristi.
Intanto accompagniamoli non solo con la vicinanza, che deve essere sempre molto discreta, ma anche con una preghiera intensa e fiduciosa.
Continuiamo ad amare quel figlio perché crediamo fermamente nell’amore coniugale. È il momento di mostrare la capacità di vicinanza materna e paterna ai figli; far sentire loro tutto l’amore che li ha concepiti, accolti e generati all’amore. Si tratta di un amore fatto di testimonianza, di dolcezza e di fermezza. Il vangelo suggerisce che il nostro dire sia sempre «sì, sì, no, no». È urgente in questi momenti aiutarli ad avere pazienza, a riprendere il dialogo fra loro, a non buttare via tutto, subito.
Quando nella famiglia ci sono altri figli, bisogna dare prova di essere genitori che non modificano il progetto educativo, che non cedono a compromessi e non concedono spazio ad ambiguità o favoritismi. L’amore autentico per i figli ci farà parlare con tutta la carità, nella piena verità. Gli altri figli, maggiori o minori, non potranno pensare che la nostra piena accoglienza del figlio che ha sbagliato significhi che tutto ciò che ha fatto va comunque bene.
Quando questi figli hanno deciso di rompere l’unione coniugale è un dolore grande per tutti. Occorre accettarli così come sono, e non tanto parlare, ma amare. Si possono aiutare i figli a reinserirsi nella comunità cristiana, ricordando loro che “non sono esclusi” se non si vogliono escludere. Soprattutto in queste circostanze possano trovare nei genitori un sostegno incondizionato, sapendosi aiutati nei rapporti con i parenti e con gli amici.

L’atteggiamento più promettente ed evangelico è quello del padre del figliol prodigo. Egli è sempre aperto alla speranza, pronto alla misericordia, e sta ad aspettare il ritorno del figlio con l’amore che tutto perdona, tutto copre, tutto sopporta. Pur nella consapevolezza dell’errore del figlio, egli lascia sempre aperta la porta di casa. Non diamo spazio alle faziosità, non lasciamoci trascinare nella rete delle alleanze colpevolizzanti, non affrettiamoci a trovare il capro espiatorio. Nel fallimento del matrimonio, ragioni e torti si mescolano e si confondono. Le separazioni raramente sono pacifiche.
È legittimo sperare che i figli abbiano le nostre stesse convinzioni, ma non si possono imporre. Serve avere un cuore grande e non disperare mai, anche quando la ricomposizione può sembrare impossibile. In un’epoca in cui tutti i valori sono messi in discussione, occorre avere una grande capacità di discernimento, senza fossilizzarci nei nostri schemi. Non dobbiamo chiuderci in un pianto sterile su quell’unico figlio o quell’unica figlia. Bisogna sì occuparsi di loro, ma senza lasciarci sopraffare dallo sconforto. È più fecondo gettare le nostre preoccupazioni in Dio.
Ma c’è poi un altro aspetto molto delicato e complesso che a volte dobbiamo affrontare. Dopo la separazione e il divorzio, potrebbe arrivare anche la decisione del figlio di avviare un nuovo legame affettivo; e ciò, a dei genitori cristiani, può recare altro dolore e altri problemi, perché consapevoli della situazione di irregolarità religiosa in cui il figlio verrebbe poi a collocarsi, oltre che di tutte le incertezze e le difficoltà di questa nuova unione, soprattutto in presenza di figli. Inoltre, questo a volte viene fatto frettolosamente, quasi a colmare un vuoto, e così a errore viene ad aggiungersi altro errore.
Quale allora il nostro comportamento? Chiudere la porta ai nostri figli? Rifiutarli, dimenticarli, cancellarli dalla nostra famiglia? Oppure, continuare ad accoglierli, a dialogare con loro, a capirli? Quale il modo per mantenere con loro i rapporti? Quale la via per continuare ad aiutarli? Noi genitori siamo chiamati a generarli continuamente, a far loro “casa” con un cuore sempre aperto.
Papa Giovanni XXIII diceva: «Si deve condannare l’errore ma salvare l’errante»; i nostri figli vanno amati continuamente, sia pur nella verità; accolti, ascoltati, consigliati con grande pazienza ma anche con dolce fermezza, sempre alla ricerca del loro bene.
Un’idea forte del resto ci può aiutare: la forza del dolore, così come vissuto da Gesù, soprattutto nei momenti di abbandono e di fallimento. Anche noi siamo chiamati a condividere quel suo patire e, come dice san Paolo, a completare nella nostra carne la Sua passione. Potremo così trovare la forza di trasformare, con la grazia di Dio, il nostro dolore in amore, sino a diventare l’amore per tutte le persone che ci stanno accanto, i nostri figli per primi. Così la nostra vita si trasformerà in continua donazione.
Ora, se nostro figlio o nostra figlia va a costituire una nuova famiglia, potremo senz’altro non essere d’accordo e glielo dovremo dire; tuttavia, davanti alla loro scelta, dovremo avere l’amore
di accogliere anche questa nuova realtà, con cuore grande e disponibile verso il nuovo marito o moglie, i nuovi parenti, e i nuovi figli, avendo sempre presente l’amore grande che Dio ha per noi: scoprire che la misericordia è lo stadio più alto dell’amore.
Certo, pur divenendo nostri figli “divorziati risposati”, rimangono sempre uomini e donne, cristiani alla ricerca della volontà di Dio; in virtù del battesimo sono sempre nella Chiesa sia pure non in perfetta comunione; ma quanti di noi sono in perfetta comunione con Dio?
Siamo chiamati a vivere alla lettera le beatitudini evangeliche: nella verità e nell’amore, affidandoci alla sapienza e alla misericordia di Dio.
C’è un tempo per amare… un tempo per gioire… un tempo per pregare con i figli e un tempo per pregare per i figli. Siamo chiamati a generarli una prima e una seconda volta, mettendoli nel cuore di Maria, la madre per eccellenza.

Separazioni, divorzi, nuove unioni nella nostra comunità cristiana (prima parte)

Con questa riflessione vorrei dare inizio ad una serie di interventi su tanti nostri amici, parenti o conoscenti che stanno vivendo o hanno vissuto una separazione o un divorzio o nuove unioni.

Mi piacerebbe tanto intrecciare un rapporto, anche via email (la mia è donpaio@inwind.it), per conoscere e ascoltare le diverse testimonianze di vita e per recepire le eventuali attese e aspettative.

Non possiamo nasconderci dietro un dito e negare che sono numerose le famiglie toccate da situazioni dolorose quali può essere la separazione del figlio, il divorzio della sorella e le  nuove unioni con chi ha già vissuto un fallimento matrimoniale.

La consapevolezza che  nessuna famiglia ha la certezza di essere immune da tale esperienza, ci porta a chiederci: che fare come comunità cristiana?

“A queste persone la Chiesa ha il dovere di accostarsi con amore e delicatezza, con premura e attenzione materna, per dire che Cristo è loro vicino. E’ lui il Buon Samaritano che versa l’olio e il vino sulle nostre piaghe… Sì il vangelo dell’amore è anche sempre il vangelo della misericordia, che si rivolge all’uomo concreto e peccatore per risollevarlo..” (Papa Benedetto XVI).

“ La comunità deve più che mai sostenere il coniuge separato; prodigargli stima, solidarietà, comprensione e aiuto concreto in modo che gli sia possibile conservare la fedeltà anche nella difficile situazione in cui si trova…” (Papa Giovanni Paolo II).

“Occorre richiamare l’appartenenza alla Chiesa anche dei cristiani che vivono in situazione matrimoniale difficile o irregolare: tale appartenenza si fonda sul battesimo con la “novità” che esso introduce e si alimenta con una fede non totalmente rinnegata. E’ una consapevolezza che deve crescere anche dentro la comunità cristiana: è in tale consapevolezza che la comunità cristiana può e deve prendersi cura di questi suoi membri.” (Conferenza episcopale italiana)

Detto questo dividerò la riflessione in 4 parti:

  • Quando una famiglia si divide: un dolore per tutti.

Il momento della separazione rappresenta per ogni coppia una lacerazione che come ogni ferita, provoca ”dolore” che tocca anzitutto i coniugi, ma anche i figli, i familiari, gli amici e la chiesa tutta..

I coniugi si affliggono per la fine di un rapporto in cui avevano creduto e che si sbriciola sotto gli occhio di tutti. Tante domande assillano la mente: “ Dove ho sbagliato?, perché proprio a noi?”. La separazione è spesso accompagnata da sensi di colpa; i legami familiari si spezzano, le amicizie comuni si dividono, il ruolo genitoriale è messo in discussione: niente sarà più come prima.

A questo si aggiunge un dolore, ancora più profondo, che riguarda la sfera spirituale:la rottura di un impegno sacro.

I figli soffrono in maniera diversa a seconda dell’età, respirando un clima familiare mutato e dovendo vivere il distacco anche fisico dal genitore che non è più in casa. Vi è anche per loro un grande dolore: la perdita di un modello fam. che avrebbe dovuto essere la base sicura per la loro crescita.

La chiesa soffre anch’essa di fronte al dramma di una famiglia divisa. Come comunità non possiamo non interrogarci sul perché di questi fallimenti, chiedendoci da una parte che cosa avremmo potuto fare per evitarli e dall’altra che cosa possiamo fare per accompagnarli.

Accettare e affrontare questa sofferenza è un’impresa difficile..eppure proprio l’accettazione di  questa sfida pastorale dev’essere di stimolo per nuovi cammini di  fede e per una rinnovata speranza.

  • Quali cammini di fede?

L’aspetto della fede non è marginale; anche se è vero che spesso sono altre le preoccupazioni che assillano i pensieri di chi affronta questo dolore, è pur vero che sono il cuore e lo spirito che vanno sostenuti, perché trovino nuova forza per affrontare le difficoltà. Ecco perché è importante tener viva la nostra fede, cioè il rapporto con Dio. Com’è possibile? Quali sono i cammini di fede?

+ Ascoltare e meditare la Parola di Dio, che aiuta a rileggere la propria storia alla luce di Gesù che non è venuto per giudicare, ma per portare la croce con noi. Con Lui e con la Sua Parola possiamo ritrovare forza e speranza.

+ Vivere intensamente la Messa: da qui ricevo la forza e l’energia per continuare a far parte della mia comunità, nella condivisione di una profonda comunione spirituale con il Signore e fra di noi.

+ Partecipare attivamente alla vita ordinaria della parrocchia, usufruendo delle iniziative comunitarie (ritiri ed esercizi spirituali per famiglie, settimana di campo scuola, gruppi famiglie…)

+ Accostarsi ai momenti penitenziali (celebrazioni comunitarie della Confessione) come segno di un continuo cammino di conversione, di perdono e di riconciliazione con se stessi, con gli altri e soprattutto con Dio.

+ Essere aiutati da un sacerdote come guida spirituale può sostenere a vedere la propria situazione alla luce della fede in un Dio che è sempre all’opera.