Vivere il Vangelo per diventare santi

Il Centro Oreb di Calino si propone di accogliere quanti, da soli o in gruppo, desiderano approfondire la vita di fede o verificare la vocazione

Prosegue il viaggio nei “Luoghi dello Spirito”, per conoscere meglio la realtà del Centro Oreb “Santa Maria dell’Arco” di Calino, che ha sede in una signorile residenza della fine del ‘700, donata, nel luglio del 1974, dalla signorina Maria Consonni. Dopo i lavori di ristrutturazione, l’8 gennaio 1983 ebbe luogo l’inaugurazione ufficiale, alla presenza di autorità civili e religiose. Il Centro Oreb si propone di accogliere quanti, da soli o in gruppo, desiderano approfondire la loro vita di fede o verificare la propria vocazione facendo un’intensa esperienza spirituale. Ne parliamo con la responsabile della struttura, Antonella Ruggeri.

Esistono diversi Centri Oreb, espressione e concretizzazione del carisma del movimento Pro-Sanctitate: in cosa si distinguono dalle altre case di spiritualità?

Il carisma del movimento è la chiamata universale alla santità. Il Centro Oreb di Calino è sede del movimento Pro Sanctitate; qui vivo io con altre tre laiche consacrate; insieme gestiamo e animiamo il Centro.

Da cosa deriva il nome Oreb? Perché questa scelta?

La montagna e il suo silenzio è il luogo privilegiato per l’incontro con Dio. Il monte Oreb è il monte dove, secondo le Sacre Scritture, Mosè ed Elia ebbero la rivelazione divina: il primo quando vide il roveto ardente e, successivamente, ricevette la Legge ed il secondo quando percepì la presenza divina in un “mormorio di vento leggero”.

Quali sono le principali proposte del Centro Oreb di Calino?

Ogni anno il movimento Pro Sanctitate propone un tema: sulla base di questo, al Centro Oreb vengono proposti corsi biblici, corsi di teologia fondamentale, esercizi spirituali residenziali, una scuola di preghiera e degli esercizi spirituali nella vita corrente. Il tutto, grazie alla collaborazione di sacerdoti e Vescovi. Ogni 15 giorni circa si tengono incontri più specifici, dedicati al Movimento.

Chi sono le persone che frequentano il vostro Centro?

Sono molti coloro che frequentano il nostro centro: adulti, singoli o coppie, giovani, bambini, famiglie, che sentono l’esigenza di rispondere alla chiamata di Dio attraverso l’adesione al movimento e al suo carisma o che, semplicemente, sono nostri “simpatizzanti” o ospiti.

Da quanto tempo vive in questo Centro? Come l’ha visto evolversi?

Vivo a Calino da 19 anni. Con il passare degli anni ho notato che l’attenzione della Diocesi per il nostro Centro è andata sempre aumentando. Nel tempo ho percepito l’affetto, la benevolenza e l’attenzione. Grazie all’opera silenziosa dei volontari siamo sempre riusciti a gestire al meglio il Centro e a farvi i necessari lavori di manutenzione. Anche la partecipazione alle iniziative proposte è sempre stata buona.

Come si entra a far parte del Movimento Pro Sanctitate?

Per entrare a far parte del Movimento è necessario esprimere il proprio impegno durante una celebrazione chiamata “Festa della Luce”.

Cosa significa esprimere e portare nel mondo la santità?

Parlare di santità significa vivere il Vangelo, attraverso una vita spirituale profonda e impegnata; grazie all’impegno apostolico che ci conduce fuori dal Centro per fare proposte nel territorio, possiamo proporre iniziative come la mostra sulla santità, nata per esprimere i diversi volti della stessa, che verrà inaugurata il prossimo ottobre a Calino ma sarà poi itinerante, come il nostro impegno per portare Gesù nel mondo.

il vento che sussurra alle orecchie

Leggi la prima parte:

Mutare le forme e diventare danza

In che cosa credo? Quel che credo assomiglia alla mia vita? Per anni ho creduto nella mia cantina, luogo in cui ripararmi e dedicarmi alla musica, fucina di parole e sensazioni che alchimisticamente hanno preso forma. Forme incompiute, è vero, ma forme che ancora trattengono la forza del confronto che le ha partorite. Ecco, oggi ancor di più credo, credo in quel dialogo di ascolto, di poca ragione e di meraviglia e di istinto; ricordo che un giorno mi dissi: «il filo logico lo appoggerò in un angolo …». In cosa credo? Credo nelle parole che si distillano all’improvviso perché troppo arduo è il racconto narrativo. Credo nel desiderio che è il ricordo di un cammino iniziato in fiducia, senza domande, ma che si svela tanto più si fa distante la sua genesi. Credo nella ricapitolazione, perché è lì che si avanza di un passo verso la verità.

A motivo della loro dignità tutti gli uomini, in quanto sono persone, dotate cioè di ragione e di libera volontà e perciò investiti di responsabilità personale, sono spinti dalla loro stessa natura e tenuti per obbligo morale a cercare la verità, in primo modo quella concernente la religione.

Difficilmente questo pensiero potrà essere canzone, ma credo nella musica che mi accompagna silenziosamente nell’atto di scriverlo. Con il tempo ho imparato a danzare sulle sue note, ad abitare il mio corpo, ad abitare i luoghi del presente, a edificarmi nel presente dell’incontro con l’altro da me. Il corpo, il pensiero, il luogo, altro non sono che la stessa qualità del mio essere e oggi ne riconosco il mistero.

Il Corpo mistico di Gesù si incarna nella Chiesa. Ma il corpo, scrive il Papa, richiede anche moltitudine di membri i quali siano totalmente fra loro connessi da aiutarsi a vicenda. E come nel nostro mortale organismo, quando un membro soffre, gli altri si risentono del suo dolore e vengono in suo aiuto.

Durante un’esperienza di danza nel deserto del Sahara, sul mio taccuino scrissi:

il mio volto è una tenda, desidero sia abitata da chi incontro. Nella mia tenda irrompe una duna di sabbia rossa ed io riposo su di essa in ascolto di Dio, mentre mi abbaglia il chiaroscuro dell’ingresso. Il mio petto è il fuoco al centro del bivacco e il mio ventre è una giara ricolma d’acqua limpida, che rispecchia, e tu ne puoi vedere il fondo. Puoi vedere il piccolo granello di sabbia che si deposita mentre ondeggia cullato.

Rievocando questo ricordo mi scopro a trattenere le lacrime, non so … forse per una gioia rievocata, forse per amore. Mi sciolgo dalle rigidità della scrittura e penso che il viaggio che ho intrapreso è ancora lungo ma so di non aver bisogno di alcun bagaglio. Continuo, senza affanno, a cercare luoghi di silenzio per riconoscerne la musica di sottofondo, luoghi nuovi o antichi non importa. A volte la duna di sabbia rossa si trasmuta in verdeggianti campi d’erba e sento ugualmente il vento che batte alle spalle, che sussurra alle orecchie, finché, nel silenzio, capisco di non essere solo. Luoghi, colori e tempo da ascoltare, fiducioso, come il lattante fra le braccia della madre, prima di addormentarsi. Ecco perché non posso fare a meno di ripetermi il passaggio del Salmo 23. Se mi addormento posso anche sognare. Spesso sono sogni di una lingua ermetica, lontana, arcana. Ci sono sogni che ritornano negli anni e si interrompono sempre lì, proprio quando stai per capire. Ci sono sogni in tonalità di grigi, chiaramente frutto dell’influenza del pensiero razionale. Altri sogni invece ti costringono al risveglio in un sussulto, nel titanico sforzo di riacquistare il controllo della tua vita in pericolo.

Possiamo sognare insieme, perché no? Sogniamo che ciascuno di noi si costruirà un’identità aperta, dialogante, tollerante, curiosa degli altri, non impaurita e arroccata in difesa; formando una simile identità, aiuterà anche l’altro a viverla

Ma i sogni migliori sono quelli che faccio ad occhi aperti, perché non sono desideri e neppure allucinazioni. Sono solo momenti, attimi fuggenti, di inattesa consapevolezza. Il corpo inizia a danzare e nel vento diventa preghiera. Una preghiera con voce di violoncello, un largo, un deserto da attraversare, abitando lo spazio di una seconda attenzione. Tutto scorre e allo stesso tempo si ferma. Il cuore ammutolisce un istante, lasciando l’eco dell’ultimo rintocco: così largo, così immanente. E continuo a camminare col volto accarezzato dal vento, con lo sguardo inumidito da una lacrima densa che mi solca lo zigomo, fino a trovare rifugio all’angolo dell’orecchio. E sussurra… Prima che il cielo si trapunti di stelle, lascio scorrere e ascolto. Prima che un pensiero mi distragga dall’accadere, lascio che accada. Osservo, testimone di una testimonianza invisibile.

Mutare le forme e diventare danza

Elaborato a cura di Giuseppe Santoni
esame tenutosi presso

Università Cattolica, sede di Brescia

Che cos’è la paura rispetto al timor di Dio? È un bieco contrarsi in immobilità sterile e allo stesso modo un repentino sussulto che discosta dall’appartenenza. La paura trasforma il grido di gioia in soffocante e rauca apnea. Il timore invece trova la forza della richiesta d’aiuto, confidando dal basso nel gesto misericordioso e d’amore dell’Alto. L’uomo non conosce nella paura, non si arricchisce, per il troppo amor proprio. A tal proposito si interroga Giuseppe Angelini nel suo discorso sulla fede:

Sorge il dubbio che proprio la straordinaria fede del bambino sia all’origine della sua capacità straordinaria di apprendere; l’adulto non apprende forse così poco proprio perché ha perso la sua originaria capacità di meravigliarsi, e quindi anche di formulare interrogativi?

Conosco la paura e mi spinge all’orientamento, al discernimento, ma tuttavia ancora soffro i luoghi in cui riscopro il mio corpo inerme, incapace di agire. Troppi corpi intorno a me incapaci di agire, ignoranti di tempo, ciechi di luce, insensibili a vicinanze e procacciatori di distanze. Allora cerco di mutare le mie forme, le mie sembianze, le parole, l’intensità dei respiri … danzo.

L’odore del mare riempie le narici. […] L’esperienza della guarigione gli ha insegnato che il corpo e lo spirito sono due dimensioni inseparabili dell’umano, dalla cui armonica integrazione dipendono la salute e l’equilibrio della persona