Discorso di commiato per la morte di don Ettore Piceni

Rovato, 30 agosto 2019

Signore, 

impietriti, imbarazzati e disorientati in queste ore abbiamo “balbettato” parole insufficienti ad esprimere il “colmo” di ciò che è accaduto e di ciò che viviamo.  E anche queste parole che dico non basteranno; la realtà ci supera, ci sovrasta; inaspettatamente, sorpresi impreparati, noi, si dice “specialisti del sacro”, preti, forse capaci e persino abili nel sostenere altri in queste circostanze, a fatica oggi sosteniamo noi stessi; non eravamo pronti a questo, come tutti.

Classe di messa 1998. Con Ettore siamo stati i giovani, di circa 30 anni fa, porosi e sensibili allo Spirito, anticipati ed attraversati dalla grazia vocazionale, desiderosidi vivere il “dramma” e l’“enigma” di una scelta di vita e di una sequela evangelica aperta all’imprevedibile, con Ettore siamo stati compagni nel percorso che ci ha condotti all’ ordinazione sacerdotale. 

Signore, 

non è stato scontato ed immediato il riferirci a Te in questa circostanza; nel dolore disorientate reagiamo e cerchiamo il Tuo volto, ancora; davanti ad una Tua immagine e a una fotografia scattata a Gerusalemme, di noi seminaristi di allora,prima di essere la classe 1998, con qualche chilo in meno e con qualche capello in più, con Ettore, ti cercavamo, nei segni di quella terra, la cui storia rivelava le tue tracce; oggi come allora cerchiamo le tracce della tua presenza. Comprendi, Signore, la nostra fatica; la mancanza di Ettore ci tenta ad una soluzione accusatoria della realtà contingente e, forse sullo sfondo,di Dio; o ci spinge ad un tentativo di fuga, attraverso la mistificazione della realtà, in una spiritualità dei luoghi comuni che troppo spesso si esprimono nelle parolepovere di queste circostanze. Oggi, come allora, cerchiamo veramente il tuo volto e desideriamo vivere in verità e autenticità questo momento. 

Mentre scrivo, leggo il vangelo di ieri della memoria del martirio di Giovanni Battista.

“I discepoli di Giovanni, saputo il fatto, vennero, ne presero il cadavere e lo posero in un sepolcro”.

Con che animo lo hanno fatto, mi chiedo? Quale provvidenziale piano rivela e nasconde la morte di un uomo giusto? Fine della vita e fine della missione? E la vita di un uomo si fa tutt’uno con la realizzazione di quella missione, nella conclusione della sua vita, nella realizzazione della sua vocazione e del suo compimento. 

Ne presero il cadavere e lo posero nel sepolcro…

Si può vivere senza sapere perché si vive, ma non si può vivere senza sapere per chi si vive. Sapere per chi si vive è sapere perché si vive.  Vale anche per il morire; non è necessario forse sapere perché si muore, ma è essenziale sapere per chi si muore. Si muore per chi si è vissuti.Di quel cadavere posto nel sepolcro non rimarrà nulla, se non la certezza che la ricerca del volto di Colui per il quale si è vissuti giunge al suo compimento. Signore, concedici la certezza che ciò è vero per Ettore e sarà vero per noi; rivelaci ancora i segni della sua presenza, perché ricordando con chi si è vissuti, ci ricordiamo per chi stiamo vivendo.  

Signore,

grazie.Per la vita, la fede, il sacerdozio, per i compagni; grazie, pienamente, totalmente, ma non ti illudere, se il grazie è vero, oggi è anche teso. Sapere per chi si vive, implica sapere con chi si vive. Per questo il grazie e vero e teso, perché oggi manca Ettore, colui con il quale abbiamo vissuto. Le condoglianze che si esprimono ai familiari e parenti dei defunti sono le stesse condoglianze ricevuteda alcuni confratelli sacerdoti e da alcuni amici, rivolte alla mia classe di ordinazione per la morte di Ettore. Ciò mi ha ricondotto al senso della “parentela e familiarità sacerdotale”; alcune volte le persone trattate con meno attenzione dai preti sono i propri parenti; nella parentela sacerdotale, succede che per zelo pastorale o per pigrizia esistenziale, anche tra di noi sacerdoti non sempre abbiamo le attenzioni dovute. A questo ci richiamava don Ettore massaggiando nel gruppo WhatsApp di classe del 30 maggio 2019 a proposito dell’anniversario della nostra ordinazione. Sollecitandoci al valore della circostanza, ne suscitava la nostra attenzione perché non mancassimo alla celebrazione. Scriveva: “ci tengo”. 

Uomo della bassa, nato e cresciuto in un cortile di campagna, in un contesto semplice e bello, orfano di padre morto troppo presto, figlio di una madre, che allora come oggi era ed è una roccia, Ettore era solido, e trasparente, sanguigno, genuino emai sofisticato, diretto e chiaro, capace di concretezza e di sensibilità.“Ci tengo”, detto da don Ettore con la schiettezza e l’autenticità che lo determinava è il dono che abbiamo ricevuto da lui lo scorso maggio e che sentiamo come nostro mandato per oggi. “Ci tengo” all’anniversario di ordinazione, scriveva, per dire “ci tengo” a Gesù, “ci tengo al sacerdozio”, “ci tengo” a noi. “Ci tengo”, proveremo a non dimenticarlo. 

Per quel “ci tengo” di don Ettore confermiamo il motto della nostra ordinazione, “In nomine Domini”, nel nome del Signore, scelto da Paolo VI, che facemmo nostro a suo tempo.“In nomine Domini”, nel nome del Signore, oggi, vogliamo affidare don Ettore a S. Paolo VI. 

Per lui innalziamo infine la nostra preghiera pasquale: 

L’eterna gioia donagli, o Signore.
Splenda per lui la luce della Pasqua.
Viva nella pace. Amen.

Don Maurizio Rinaldi
Per la classe sacerdotale 1998

Indirizzo al Vescovo – Dedicazione della chiesa parrocchiale di Porzano

Porzano di Leno
05 febbraio 2017

Eccellenza,
benvenuto!

Oggi la nostra chiesa è vestita a festa perché vogliamo che sia segno di quella “Gerusalemme nuova”, annunciata dall’Apocalisse “che scende dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo” (Ap 21,2). Intendo, certo, parlare di questo bell’edificio, che i nostri padri ci hanno lasciato e che, per il desiderio e l’impegno di ogni porzanese, è stato rinnovato e riportato al suo antico splendore. Ma questa bella chiesa può parlare e farci incontrare lo Sposo, solo se esprime la Chiesa fatta di pietre vive, chiamate ad edificare il Corpo di Cristo.

E’ per questo che, mentre Lei dedica questo tempio fatto di pietre inerti, eppure bello, le chiediamo di potersi unire alla nostra preghiera perché, ora che abbiamo ridato splendore all’edificio, non abbiamo ad arrossire nel confronto con la sua bellezza. L’impegno che abbiamo impiegato per quest’opera sia solo il segno di quanto più vogliamo impegnarci per rendere splendente quella comunità piccola, ma pur sempre espressione della Sposa amata da Cristo-Sposo, che vive in Porzano.

La bellezza di questo tempio, ora che verrà unto col sacro crisma, richiami sempre la nostra unzione crismale del battesimo e della cresima, e le dodici croci che verranno apposte sulle pareti, segnate dall’unzione crismale, ci aiutino a fare continua memoria della fede che i dodici Apostoli ci hanno tramandato.

L’evento che oggi celebriamo rafforzi in noi il proposito di vivere come comunità cristiana tesa al costante rinnovamento, aperta all’opera plasmatrice dello Spirito, che ci ha resi figli, pronta a compiere sempre la volontà di Dio, amandolo sopra ogni cosa e, in Lui, amando il prossimo.

Eccellenza, desideriamo che ciò che compiamo oggi non sia una semplice manifestazione esterna, che ci permette di radunarci in tanti e fare festa, ma, oserei dire un “sacramento”, cioè un segno efficace della volontà concreta di rinnovamento, per essere davvero ciò che siamo: sale della terra e luce del mondo, così che le nostre opere buone possano indurre gli uomini a rendere gloria a Dio Padre insieme con noi.

In questo giorno non possiamo non ricordare coloro che hanno servito questa comunità, tenendone viva la fede: tutti i sacerdoti, tra i quali ricordiamo gli ultimi parroci: don Greci, don Portesani, che stanno già godendo il premio eterno; don Roberto Rovaris, che ci dà la gioia della sua presenza; i sacerdoti originari di Porzano: don Luigi Pellegrini, che è presente, don Giancarlo Freretti, che per motivi di salute non è fra noi, ma che mi ha chiesto di portare il suo saluto e assicura la sua preghiera (lo ricordiamo in modo particolare sia per la sua salute, ma anche perché oggi ricorre il suo compleanno); non posso dimenticare le suore “Umili serve del Signore”, che hanno operato nel passato in questa nostra comunità; e suor Bertilla Bonometti, che nel silenzio del monastero del Buon Pastore, segue con amore la sua comunità di origine, prega costantemente per noi e oggi in modo particolare si unisce spiritualmente a noi. Un saluto e un grazie riconoscente ai curati, in particolare a don Alberto, in prima linea nell’animare questa comunità, a don Davide, don Ciro, don Renato, don Riccardo.

Un grazie a tutti voi qui presenti, che rendete piena la nostra gioia. Un saluto a tutte le autorità, in particolare alla Dott.ssa Cristina Tedaldi, Sindaco di Leno, alle Associazioni e a quanti benevolmente si uniscono alla nostra gioia. Un ricordo particolare a coloro che non possono essere presenti a causa della loro infermità o dell’età avanzata.

Grazie a Lei, eccellenza, per il grande dono che ci fa oggi.

Consacrazione della chiesa di Porzano

Dio ha scelto gli stolti per confondere i sapienti

Dio, dice San Paolo, ha scelto gli stolti per confondere i sapienti, ha scelto ciò che è debole per confondere i forti, ha scelto ciò che è ignobile e disprezzato nel mondo, quello che è nulla, perché nessuno possa vantarsi di fronte a Dio. Chi si vanta si vanti nel Signore. Ecco in breve, chi è il cristiano, è colui che rimanda tutto a Dio, perché di suo sa di non avere niente, perché tutto ciò che ha e tutto ciò che è viene da Dio. La sua vita è dono, la sua intelligenza è dono, la sua forza è dono, la sua volontà è dono. Tutto è dono. Paolo sesto nel suo pensiero alla morte, tra le altre cose diceva concludendo i suoi pensieri e riandando alla vita che ha trascorso su questa terra, tutto è stato dono, tutto è stato grazie, cioè gratuità dell’amore di Dio.

Ecco chi è il povero in spirito: è colui che vive la dimensione della propria vita con questo atteggiamento, con umiltà, sapendo di essere completamente dono, dono di Dio, dono fatto da Dio agli altri. E quando noi pretendiamo di vantarci di ciò che siamo o di ciò che facciamo, spegniamo in noi i don di Dio e quindi spegniamo la nostra appartenenza al regno dei cieli, e impediamo anche agli altri di scrutare nella nostra vita, nella nostra persona, la presenza del regno di Dio. Perché il regno di Dio è Gesù stesso, in quanto noi facciamo parte del regno di Dio perché lui ci ha dato la possibilità di partecipare alla sua stessa figliolanza divina. E allora, ogni volta che noi pretendiamo di essere autori di ciò che compiano, di essere padroni di qualcosa che abbiamo, noi spegniamo il raggio di luce che siamo. E quindi rendiamo più fioca luce del sole che è Gesù, perché noi siamo un raggio di quel sole. Certamente, allora, questa povertà in spirito ci deve aiutare a cogliere la grandezza di quel che siamo, grazie al Dio. Ci deve aiutare a lodare ogni giorno il Signore per il dono che ha fatto di noi, ci deve aiutare a far sì che la nostra vita diventi esplosione di luce e di gioia non solo per noi ma anche per gli altri.

E allora non c’è dolore che tenga, noi sentiamo comunque la gioia di appartenere a Gesù e la consolazione di essere figli del Padre, perché nel dolore, nella sofferenza, lui si rende partecipe del nostro dolore, della nostra sofferenza, quasi fosse anch’essa un dono suo, perché in quella noi possiamo mantenere viva la nostra gioia, la nostra consolazione. Se noi viviamo con questa umiltà e povertà di spirito, allora come Gesù, siamo miti e umili di cuore. Il nostro rapporto con gli altri diventa davvero la dimensione del nostro amore, e quel raggio di luce, mentre tocca la vita degli altri, illumina anche la vita degli altri, la rende più gioiosa, la rende più amorevole, la rende più vivibile, la solleva dal dolore, dalla malattia, dalla sofferenza, dalla povertà materiale, dalla povertà spirituale. Se noi viviamo questa dimensione, ci accorgiamo che in noi c’è una fame, una sete irresistibile, ma non di potere, non di ricchezza, non di sopraffazione dell’altro, ma di giustizia, giustizia che viene da Dio, quella giustizia che è giustificazione di Dio nei nostri confronti, grazie all’amore oblativo di Gesù che si dona a morire in croce per noi. Se viviamo questa dimensione di povertà nello spirito, cogliamo, viviamo la misericordia di Dio che, anche quando noi spegniamo quel raggio di luce che siamo e ritorniamo a lui chiedendogli di riaccenderla, di togliere il buio della morte del peccato che c’è in noi, Egli ci ridona questa possibilità, ci riaccende. E così a nostra volta possiamo riaccendere i fratelli, comunicare questa misericordia, che è luce di Dio nei confronti dei fratelli. Se siamo poveri in spirito, allora siamo puri di cuore, perché quella luce che viene da Gesù e ci attraversa ci aiuta a guardare con lo stesso occhio di Gesù, e ci aiuta a guardare gli altri con benevolenza, senza malizia, volendo scrutare tutto il bene che c’è nella società, nel mondo, nelle persone, per far emergere quel bene. Perché più quel bene emerge, più il male viene soffocato ed eliminato.

E ancora noi se siamo poveri in spirito diventiamo operatori di pace perché dentro di noi portiamo la pace che è dono di Dio offerto all’uomo, e operiamo la pace in quanto la offriamo come dono che viene dal Signore, perché sappiamo bene di essere incapaci a costruire la pace. Solo Dio costruisce la pace. Noi la accogliamo come dono dal Signore. Ma quando abbiamo questa pace dentro di noi, che è Dio che ci abita, siamo capaci di rendere partecipi anche gli altri di questo dono, e allora non abbiamo paura di niente, di nessuna persecuzione né fisica, né spirituale. Non abbiamo paura che il mondo ci emargini, o soffochi la nostra voce, perché questa voce che porta la parola di Dio sa benissimo che la parola non è incarcerata, non la si può incarcerare. Si potrà uccidere chi porta questa parola, ma ci sarà qualcun altro che continuerà a portarla. E l’esperienza di questi duemila anni della chiesa che ce lo dice, mai nessuno è riuscito a spegnere in modo pieno la parola del Signore, perché sempre qualche discepolo del Signore, è giunto là dove la parola ha poi preso forma nei cristiani che nascevano magari grazie al sangue versato dai martiri. Chi crede di far tacere Dio facendo tacere suoi figli, i discepoli di Gesù, compie in fondo il contrario, perché il seme della sofferenza spirituale, oltre che fisica, il seme del sangue versato fa nascere altri cristiani che prendono in mano il testimone e continuano con l’opera dello spirito ad annunciare il Vangelo. Anche questo dev’essere l’opera delle famiglie cristiane, insegnare ai figli l’umiltà, la povertà in spirito, il riconoscere che se siamo ricchi è solo perché Dio abita in noi, e Lui riempie la nostra vita. Se invece pretendiamo di esserlo perché noi ci facciamo ricchi, anche di ricchezza spirituale, se pensiamo di poterla costruire noi questa ricchezza spirituale, con le nostre opere buone, col nostro impegno, e non lasciamo spazio allo spirito in noi, non possiamo, siamo dei superbi, anche spiritualmente parlando, siamo orgogliosi di un orgoglio spirituale che in fondo ci impedisce di crescere. Insegniamo i nostri giovani tutto quel che siamo, tutto quel che abbiamo è dono di Dio.

Noi dobbiamo essere allora più trasparenti possibile. Se uno ci dice grazie per un gesto buono compiuto, dovremmo dire “dillo a Dio grazie, perché ciò che ho compiuto l’ho compiuto perché lo Spirito abita in me, ed è dono di grazia in me”. Se io posseggo di più degli altri e possono donare anche materialmente agli altri qualcosa, la gratitudine, quando viene detta, tiriamoci in parte perché vada a Dio, in quanto non è merito mio il fatto che sia nato in una società più ricca, in una famiglia più ricca, ma è solo dono d’amore di Dio. Impariamo questa umiltà e povertà di spirito. Ci accorgeremo come la vita è più bella e davvero la luce che splende da Gesù a noi può giungere ai fratelli e donare vera gioia e vera pace.

Paterno e confortante discorso del Sommo Pontefice ai Volontari della Sofferenza

Siate i benvenuti, diletti figli, nella casa del Comune Padre!

Quante volte abbiamo sentito nell’animo il desiderio di trovarci in mezzo a voi, come faceva Gesù nella sua vita terrena lungo le vie della Palestina, e come fa ora nella sua vita eucaristica, benedicendo, consolando, asciugando lacrime, destando speranze. È per questo che oggi Noi vivamente godiamo nel rivolgervi la Nostra parola e nel farvi sentire tutta, la tenerezza del Nostro affetto.

Possa il presente incontro farvi apprezzare sempre più la santità e la fecondità della missione che il Buon Dio vi ha affidato nelle vostre infermità, e sia il vostro esempio fonte di luce per tanti che vi sono fratelli nella sofferenza. Purtroppo molti hanno dimenticato che il dolore è retaggio dei figli di Adamo; hanno dimenticato che il solo vero male è la colpa che offende il Signore; e dobbiamo guardare alla Croce di Gesù come la guardarono gli Apostoli, i Martiri, i Santi, maestri e testimoni che nella croce è conforto e salvezza, e che nell’amore di Cristo non si vive senza dolore.

Grazie a Dio, non sempre vi sono anime che si ribellano sollo il peso del dolore. Vi sono infermi che, comprendono il significato della sofferenza e si rendono conto delle possibilità che hanno di contribuire alla salvezza del mondo, e perciò accettano la loro vita di dolore come l’ha accettata Gesù Cristo, come l’ha accettata Maria Santissima e come l’ha accettata il suo fedele sposo San Giuseppe. Voi, appartenete appunto alla eletta schiera di anime fortunate. A voi pertanto diciamo: Coraggio, figliuoli! Siete i prediletti del Cuore di Gesù, perché possiamo ripetervi con San Paolo: «A voi per Cristo fu fatta la grazia non solo di credere in lui, ma anche di patire per lui».

Per ricavare dalla meditazione della Croce tutto il frutto spirituale promesso alla sofferenza cristiana, occorre avere in voi il dono della grazia, che è la vita propria dell’anima cristiana. Nella grazia troverete forza, non solo di accettare le sofferenze con rassegnazione, ma di amarle come le amarono i Santi; i vostri dolori non andranno perduti, ma potranno unirsi ai dolori del Crocifisso, ai dolori della Vergine, la più innocente delle creature; e la vostra vita potrà così diventare veramente conforme alla immagine del Figlio di Dio; re dei dolori e la più sicura via per il Cielo.

Ma vi è di più. La passione di Gesù vi rivelerà altresì la fecondità immensa della sofferenza per la santificazione delle anime e la salvezza del mondo. Mirate ancora il Divin Salvatore Crocifisso! Con le sue parole e con i suoi esempi egli ha ammaestrato gli uomini, coi suoi miracoli li ha beneficati, ma soprattutto è staio con Ia sua Passione e la sua Croce che ha salvato il mondo. Volete somigliare a Gesù? Volete trasformarvi in Lui? Volete aiutarlo a salvare le anime? Ebbene ecco, nella malattia, lo strumento offerto a voi della Provvidenza, per «completare le sofferenze di Cristo… per il suo Corpo che è la Chiesa». Ecco il grande compito dei sofferenti, che anime generose attuano fino all’eroismo dell’accettazione e dell’offerta.

Il dolore e il lavoro sono la prima penitenza imposta da Dio, alla umanità caduta nel peccato; orbene, come il peccato attira l’ira di Dio, così la santificazione del lavoro e del dolore attira la misericordia di Dio sul genere umano. Attuino i sofferenti questo programma nella loro vita; non si sentiranno più soli in Paradiso vedranno i frutti immensi della loro spirituale attività, là dove non ci sono più né lacrime né dolori, né separazioni, né possibilità di offendere Dio.

Cari infermi, Noi facciamo affidamento sì sulle preghiere di tutti i fedeli, ma ancor più contiamo sulla santa sofferenza, che unita alla Passione di Gesù, darà la massima efficacia all’opera dell’uomo. Ecco, diletti Figli, Noi vi lasciamo. Ma prima di separarCi da voi, vi esortiamo con la parola di S. Pietro, il primo Vicario di Cristo: «Cari, non vi stupite della fiamma levatasi contro di voi, a vostra prova, quasi vi accada cosa strana; anzi godete, in quanto partecipate ai patimenti di Cristo; affinché anche nella gloriosa apparizione di Lui, possiate godere giubilando».

Giunga questo Nostro messaggio a tutti gli iscritti al Centro Volontari della Sofferenza, e cerchino essi di convincere i fratelli sofferenti a vivere, con questo spirito di accettazione e di offerta, la loro vita di dolori. Giunga a tutti gli altri infermi che in questo momento accogliamo nel nostro abbraccio paterno: figli e figlie languenti nei Sanatori, negli Os pedali, nelle Cliniche, nelle case private. Per tutti preghiamo la Vergine Santissima nostra affettuosissima Madre, affinché tutti consoli col suo sorriso e protegga sotto il suo manto. E questi Nostri voti e preghiere avvaloriamo con la nostra Apostolica Benedizione.

Giovanni XXIII