“Credo nell’unigenito Figlio di Dio che si è fatto uomo”. Perché Dio si è fatto uomo?

Incontro di formazione teologica per catechisti tenuto da Monsignor Renato Tononi, teologo. 4 dicembre 2019.

“Credo in un solo Dio”, ma non in un Dio solo. Qual’è lo specifico della fede cristiana?

Incontro tenuto da Monsignor Renato Tononi, teologo. Percorso di formazione teologica per catechisti, 20 novembre 2019.

Nutriti dalla bellezza – Suor Maria Cristiana del Dio vivente

Suor Maria Cristiana del Dio vivente, clarissa capuccina del monastero di via Arimanno a Brescia, trentasettenne. É entrata in convento poco prima di compiere i 25 anni, con una laurea in biotecnologie farmaceutiche. Il suo progetto era quello di sposarsi, di creare una famiglia, con una carriera a livello scientifico. Più pensava a quell’idea e si proiettava nel futuro, più si sentiva oppressa…

Il battezzato cerca il volto santo di Dio in ogni uomo e donna, suoi fratelli

“Siate santi perché Io sono santo” (Lv. 11,44) – Le tappe del nostro cammino di riscoperta del battesimo – 1

Cosa è il battesimo

  • Immersione: la parola “battesimo” deriva da una parola greca che significa “immersione”. Ancora oggi in alcune Chiese il battesimo si fa immergendo e facendo riemergere per tre volte dall’acqua la persona. Infatti il battesimo ci immerge nella morte (nel sangue) di Gesù per lavarci dal peccato e farci risorgere (riemergere dalla morte) con Lui a vita nuova, la vita dei figli di Dio che si apre all’eternità.
  • Sacramento: segno efficace e strumento attraverso cui Dio compie nell’oggi della storia di ogni uomo la salvezza. Gesù ha affidato alla Chiesa i sacramenti, che garantiscono, ogni volta che vengono da Lei celebrati, accompagnati dall’invocazione dello Spirito Santo, quella trasformazione che l’occhio umano non può vedere. Vedo un segno, ascolto la parola e sono certo che lo Spirito Santo opera ciò che la parola esprime e il segno significa. Nel Battesimo l’acqua purifica dal peccato e dona la vita di figli di Dio.
  • Il primo dei sette sacramenti che Gesù ha donato alla sua Chiesa per garantirle la grazia dello Spirito Santo, che opera nella Chiesa e in ogni battezzato. Ecco i sette sacramenti: Battesimo, cresima, eucaristia, penitenza, unzione degli infermi, ordine, matrimonio.

  • Il sacramento chiamato “porta della fede”: ci introduce nella Chiesa, nella quale possiamo ascoltare l’annuncio del Vangelo e, in libertà di spirito, aderirvi, sostenuti dalla grazia (gratuità dell’amore di Dio) che ci è offerta per avere la forza dello Spirito Santo di vivere da discepoli di Gesù e, in Lui, figli di Dio.
  • Il primo dei tre sacramenti dell’iniziazione cristiana. Gli altri due sono la Confermazione (o Cresima) e l’Eucaristia. Essi si chiamano della “iniziazione cristiana” perché “iniziano”, “introducono” la persona nella vita cristiana, cioè di discepoli di Gesù e figli di Dio. Il culmine di questo ingresso è l’Eucaristia, che raccoglie tutti i figli di Dio intorno alla tavola del Padre, come in una famiglia, per saziarli della Parola e del Pane: Gesù che dona la vita per noi e ci dona se stesso come cibo, perché possiamo essere trasformati in Lui. Il Battesimo inizia questo percorso di introduzione alla vita cristiana, che, poi, continua sostenuto dallo Spirito (Cresima) e si completa con l’Eucaristia, che porta a compimento l’appartenenza a Cristo e alla Chiesa. Al cristiano è chiesto di esprimere questa appartenenza attraverso la condivisione della mensa della Parola e del Pane (la S. Messa) ogni domenica, riunendosi con la comunità (La famiglia dei figli di Dio) intorno a  Cristo per alimentarsi di Lui e imparare a vivere il suo amore verso il prossimo, sostenuti dal suo nutrimento spirituale.
  • Sacramento della rigenerazione o rinascita a figli di Dio. Come la Madonna è madre di Gesù, avendo offerto il suo grembo verginale allo Spirito Santo, perché il Figlio di Dio venisse generato nella carne, così la Chiesa, per mandato di Gesù, è madre perché, attraverso l’annuncio del Vangelo e il battesimo degli uomini e delle donne che accolgono l’annuncio, li rigenera come figli di Dio e li aggrega alla famiglia del Padre celeste, a cui Gesù appartiene come il Figlio Unigenito, cioè Colui che non è “diventato” figlio, come chi viene battezzato, ma lo è dall’eternità. La Chiesa è “grembo materno”, fecondato dallo Spirito Santo, che fa fruttificare l’opera evangelizzatrice della Chiesa e i sacramenti che essa celebra nel nome di Gesù. E’ Lo Spirito Santo che apre i cuori al Vangelo e rende l’acqua battesimale capace di rigenerare a vita divina.
  • Alleanza d’amore sponsale. Dopo che l’umanità con il peccato ha rifiutato l’amore di Dio, Lui ha messo in atto una storia per cercare di ristabilire l’alleanza d’amore con l’uomo. Questa alleanza ha i lineamenti dell’amore sponsale: fedele, esclusivo, tenerissimo; ha le caratteristiche di un amore paterno: forte, solido, sicuro; ha i tratti di una dolcezza materna, viscerale, accorata. Da parte di Dio, il desiderio di alleanza è desiderio di comunione profonda, di intensa comunicazione di vita, di vera solidarietà, di piena condivisione. Questa alleanza viene conclusa nel sangue di Gesù, alla quale l’uomo, attraverso l’umanità di Gesù, sarà sempre fedele. Il battesimo immette il credente nella forza e nella grazia dell’alleanza. In tal modo a ciascuno è possibile instaurare un rapporto di vera intimità con Dio, una intimità quasi sponsale, tanto farci uno con Cristo. Ogni credente diventa “coniuge”, un alleato, un compagno di Dio nella fede, della Chiesa nella speranza, dell’uomo nella carità.
  • Orientamento all’Eucaristia.
    Il Battesimo non solo è condizione indispensabile per poter partecipare all’Eucaristia, ma ancor più il Battesimo si realizza in pienezza nell’eucaristia. I battezzati, infatti, sono stati inseriti nel corpo di Cristo: sia quello della Chiesa, sia quello eucaristico. L’Eucaristia ogni giorno nutre, ravviva, sostiene, rafforza l’unità del corpo ecclesiale in cui il battesimo ha incorporato i figli di Dio nati dall’acqua e dallo Spirito Santo “perché tutti siano una cosa sola” (Gv 17,21). Dunque, la mensa eucaristica è l’approdo naturale e permanente del cammino di fede iniziato col Battesimo. Qui, insieme, i cristiani rivolgono al Padre la preghiera che Gesù ha insegnato ai suoi come sintesi di tutto il Vangelo e come scuola di vita cristiana e che è stata consegnata nel Battesimo. Attorno alla mensa eucaristica brilla con maggior evidenza il volto paterno di Dio e su quella mensa Egli continua ad offrire con abbondanza i suoi doni.
  • Inizio del discepolato e della sequela.
    Il battesimo non è solo un “dono”, è anche un “impegno”, una “missione”. Col battesimo si diventa discepoli di Gesù, disposti a camminare dietro e Lui e con Lui; pronti ad imparare, ad accogliere, a donare, ad annunciare la gioia di appartenere a Gesù: ad essere “cristiani” (di Cristo). Questo cammino richiede volontà di imitazione del Maestro, per vivere secondo il suo stile di vita, nel pieno abbandono alla volontà di Dio, che non sempre corrisponde al nostro modo di pensare, di vedere e di giudicare. Seguire Gesù comporta e richiede uno stile di vita bello e buono secondo il Vangelo, fuggire il male, fare il bene, ricercare la bellezza che cattura il cuore e lo rende fresco, pulito, vivace e gioioso. Il battesimo, donandoci lo Spirito di Gesù, ci rende capaci di scoprire e contemplare nel volto di ogni uomo un fratello da amare, perdonare, aiutare, riabilitare … Di più: il battesimo ci fa scorgere nel volto di ogni uomo, soprattutto povero, ammalato, affamato, bisogno … il volto stesso di Gesù.

Testimoni della santità di Dio

L’omelia della Messa crismale pronunciata dal vescovo Pierantonio in cattedrale

Carissimi presbiteri e diaconi,
fratelli nel Signore e ministri della sua santa Chiesa,

la solenne celebrazione di questa Eucaristia, nella cornice del Giovedì santo e con la consacrazione dei sacri oli, è l’occasione preziosa e attesa per la convocazione intorno al vescovo di tutto il presbiterio diocesano e della comunità dei diaconi. È un momento privilegiato nel quale anche meditare insieme sulla missione che ci è stata affidata, ma ancora prima per esprimere a Dio la giusta gratitudine per il grande dono ricevuto. Essere ministri della Chiesa in forza dell’ordinazione sacramentale è una grazia immeritata, un’espressione singolare della misericordia di Dio. Non è un vanto, non è un privilegio, non è un titolo onorifico e nemmeno un riconoscimento. È una chiamata che il Signore ci ha rivolto, esclusivamente per sua condiscendenza, e un compito che noi ci siamo assunti davanti a lui in piena libertà. Abbiamo risposto con amore al suo amore e abbiamo messo la nostra vita nelle sue mani. Siamo diventati servitori di Cristo e tali ci dobbiamo considerare, per il bene della Chiesa e del mondo. Siamo infatti ministri nella Chiesa e ministri per la Chiesa, siamo parte del popolo di Dio e insieme responsabili del popolo di Dio, chiamati a guidarlo verso l‘intera umanità nello slancio generoso dell’annuncio del Vangelo.

Ed ecco allora che subito sorge spontanea una domanda: che cosa si attende da noi il popolo di Dio? Che cosa gli dobbiamo in quanto ministri di Cristo? Cosa siamo chiamati ad offrire ai nostri fratelli e alle nostre sorelle nella fede che ancora guardano ai ministri di Cristo con affetto e deferenza? Ma poi la domanda si allarga, oltrepassa i confini ecclesiali e – potremmo dire – acquista la forma della sollecitazione proveniente dai confini del mondo: che cosa si attendono da noi, che cosa vorrebbero vedere in noi, quanti non sono avvezzi agli ambienti ecclesiali, quanti sono – almeno all’apparenza – distanti dalla nostra esperienza di fede, quanti sono indifferenti o addirittura fortemente critici nei confronti della Chiesa? La risposta non sarà molto diversa da quella che dovremmo formulare se ponessimo la domanda ancora più radicale, in realtà la vera domanda rivolta ai ministri di Cristo: che cosa si attende da noi il Signore, il Cristo crocifisso e risorto che ci ha voluto eleggere, consacrare e inviare?

La forza della testimonianza. Credo si attenda, insieme con tutti gli altri nostri fratelli e sorelle vicini e lontani, che siamo anzitutto ed essenzialmente degli uomini veri e perciò dei testimoni della sua santità. In tutti gli esseri umani vi è il desiderio, intenso e spesso inconfessato, di incontrare persone di cui ci si può fidare, che non ci facciano mai del male, che ci guardino con rispetto, che si prendano a cuore la nostra situazione, che sappiano davvero ascoltarci, che non approfittino delle nostre fragilità, che abbiamo piacere di aiutarci: volti amabili a cui rivolgerci con totale fiducia. Di questo il nostro cuore ha assoluto bisogno: di poter riconoscere nelle parole e negli atti umani quella carità consolante la cui sorgente – non sempre riconosciuta – è Dio stesso. La carità è infatti l’altro nome della santità e la santità è la forma vera dell’umanità. Ecco dunque che cosa ci si aspetta anzitutto dai ministri di Cristo: un forte senso di umanità, che si manifesti nello stile di una vera carità.

Meditando le lettere di san Paolo, si comprende bene in che modo la carità che rende santa l’umanità si declina nella vita di ogni giorno. La carità è infatti un florilegio di virtù, la cui radice è l’ineffabile mistero di Dio. Pur essendo più della somma della virtù, la carità riunisce in sé ciò che nobilita l’uomo. È infatti pazienza, umiltà, benevolenza, mitezza, fedeltà, fortezza, onestà, sincerità: espressioni molteplici di quella straordinaria realtà che fa grande l’uomo (cfr. 1Cor 13,4-7). E questa è appunto l’umanità che si vorrebbe sempre vedere, l’umanità santificata dalla carità Di tale umanità siamo chiamati a offrire testimonianza come ministri ordinati. Si potrà obiettare che in verità questo è il compito di ogni battezzato. È così. Ma appunto, anche noi ministri – vescovi, presbiteri e diaconi – siamo prima di tutto dei battezzati in Cristo, chiamati come i nostri fratelli e le nostre sorelle nella fede alla santità della carità, alla santità che trasfigura l’umanità. Questo è dunque il primo compito per noi come per tutti: per noi a maggior ragione, in forza del ministero che ci è stato affidato.

Ricchi di umanità e carità. Cari presbiteri e diaconi, siate dunque prima di tutto persone ricche di umanità. Siate uomini che vivono la carità nelle sue molteplici espressioni. Coltivate quelle virtù umane che la Parola di Dio raccomanda e che la gente semplice tanto apprezza: siate onesti e sinceri; siate accoglienti, amabili, e pazienti; siate fermi quando è necessario ma mai rigidi e arroganti, fate sentire la tenerezza del Cristo anche quando dovrete essere necessariamente severi o intervenire per correggere. Non comportatevi come padroni nei confronti del popolo di Dio, non mortificate gli altri, non siate arroganti e presuntuosi, non ritenete che la ragione sia sempre e comunque dalla vostra parte. Ricordate che il cammino della santificazione esige una conversione permanente e che il segno più chiaro della trasformazione del cuore ad opera dello Spirito santo – come ci insegnano le sante Scritture – è l’umiltà. L’orgoglio, infatti, è il grande peccato da cui sempre occorre guardarsi (cfr. Sal 19,14).

La santità battesimale assumerà poi per voi una sua forma più specifica in rapporto al ministero cui siete stati chiamati. La vostra carità di discepoli diventerà anche carità apostolica. Per voi presbiteri essa verrà a identificarsi con la carità del pastore saggio e coraggioso, per voi diaconi con quella del servitore solerte e generoso. La carità apostolica sarà la via della vostra santificazione e il vostro ministero, nel suo concreto e quotidiano esercizio, vi potrà condurre alle altezze della perfezione. Lo dice bene il Concilio Vaticano II quando, parlando dei presbiteri, così si esprime: “I presbiteri sono ordinati alla perfezione della vita in forza delle stesse sacre azioni che svolgono quotidianamente, come anche di tutto il loro ministero, che esercitano in stretta unione con il vescovo e tra di loro” (Presbyterorum Ordinis, 12). In quanto predicatori della Parola, ministri della Liturgia e dei Sacramenti, guide autorevoli e amorevoli delle comunità, formatori delle coscienze, presenze consolanti e sananti nei momenti di dolore e di sbandamento, voi – cari presbiteri – potrete condurre a compimento quella chiamata alla perfezione che vi è stata rivolta e che rappresenta la caparra della vostra beatitudine. In modo analogo questo si dovrà dire per voi – cari diaconi – nella prospettiva di un servizio che si apre su un vasto orizzonte, ma che sempre includerà l’annuncio della Parola e l’attenzione ai poveri.

L’unità della vita. Un seria difficoltà in ordine alla santificazione mediante il ministero è costituita in questo momento dalla obiettiva fatica a conferirgli la necessaria unità. Già lo riconosceva con sorprendente lucidità il Concilio Vaticano II: “Anche i presbiteri – si legge in Presbyterorum Ordinis – immersi e agitati da un gran numero di impegni derivanti dalla loro missione, possono domandarsi con vera angoscia come fare ad armonizzare la vita interiore con le esigenze dell’azione esterna (PO, 14)”. La profonde trasformazioni attualmente in atto, il dilatarsi dello spazio di azione pastorale e il moltiplicarsi del numero di comunità parrocchiali affidate ai presbiteri, il rapporto con le strutture divenute in qualche caso oltremodo onerose, le incombenze di tipo gestionale amministrativo con le responsabilità connesse, più in generale la situazione sociale estremamente fluida rendono oggi particolarmente complesso il compito del ministero. Sta realmente cambiando il panorama del vissuto sia sociale che ecclesiale e tutto ciò domanda una seria riconsiderazione del nostro modo di agire. Non potremo sottrarci a questo importante compito di discernimento. Né in verità abbiamo alcuna intenzione di farlo. Con l’aiuto dello Spirito del Signore affronteremo l’impegno con serenità e coraggio. Non permetteremo che una diffusa sensazione di smarrimento o di resa faccia discendere sul nostro ministero un velo di malinconia. Vogliamo continuare ad essere, nel nome di Gesù, seminatori di gioia e di speranza.

Una verità, tuttavia, merita di essere richiamata con chiarezza, una verità che tocca il cuore della questione e fissa un punto decisivo. È sempre il Concilio Vaticano II a indicarcela: “Per ottenere questa unità di vita – si legge sempre in Presbyterorum Ordinis – non bastano né l’organizzazione puramente esteriore delle attività pastorali, né la sola pratica degli esercizi di pietà, quantunque siano di grande utilità. L’unità di vita può essere raggiunta invece dai presbiteri seguendo nello svolgimento del loro ministero l’esempio di Cristo Signore, il cui cibo era il compimento della volontà di colui che lo aveva inviato a realizzare la sua opera”. (PO, 14).  Ecco dunque il segreto di una vera unità di vita nel ministero: la profonda sintonia con il Padre e il desiderio di riconoscere e compiere in ogni momento la sua volontà. “Se uno mi ama – aveva detto Gesù ai suoi discepoli – osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14, 23). Comunione con il Padre in Cristo: l’unità di vita si decide non all’esterno ma all’interno di noi stessi, là dove il cuore e la mente si fondono nella percezione amorosa e costante del mistero di Dio e si aprono alla conoscenza della sua santa volontà.

La bellezza della preghiera. Ed eccoci allora a parlare della bellezza della preghiera e della sua necessità nella vita dei ministri di Cristo. La preghiera, infatti, è indispensabile per giungere progressivamente a questa sintonia con il Padre celeste che unifica la nostra vita. Come ho scritto nella mia lettera pastorale, la testimonianza dei santi dimostra come “la preghiera sia prima di tutto ed essenzialmente un movimento del cuore, un atteggiamento interiore permanente, un sentire Dio e un sentirsi in Dio in ogni momento”. Di essa c’è assoluto bisogno nel cammino della propria santificazione. I ministri di Cristo, sono – potremmo dire – per definizione uomini di preghiera, uomini che conoscono e amano Dio. Il popolo di Dio ne è consapevole e questo anzitutto si attende da loro. La gente di fede, infatti, ama vedere i propri sacerdoti e i propri diaconi in preghiera, assorti nel dialogo silenzioso con Dio; si sente rassicurata e consolata dalla loro assidua orazione. La Parola di Dio, dal canto suo, esorta tutti, e in particolare i ministri, a imparare l’arte della preghiera incessante (1Ts5,16-18), capace di trasformare l’intera vita quotidiana in un culto spirituale reso a Dio (cfr. Rm 12,1-2). Ma la preghiera normalmente diviene incessante solo dopo molto tempo e grazie alla fedeltà riservata ai momenti di preghiera che scandiscono la vita.

Sarà dunque essenziale – cari presbiteri e diaconi – che questi momenti di preghiera non manchino mai nella vostra vita quotidiana e che non siano frettolosi. Non siate avari nel dare tempo al dialogo con Dio. Siate generosi. E poi siate perseveranti, risoluti nel difendere i tempi della preghiera personale. Abbiate l’umiltà di riconoscervi bisognosi di una regola e di una disciplina. Decidete bene dove e quando collocare i momenti della vostra preghiera all’interno della giornata, della settimana, del mese e dell’anno. Valorizzate quanto proposto dalla Formazione del Clero – penso in particolare ai ritiri mensili – ma sentitevi liberi di riservare anche tempi da voi personalmente scelti. Non siate rigidi nel definire le modalità della vostra preghiera – la vita spesso ci costringe a cambiare i programmi – ma siate rigorosi.

Vi raccomando in particolare la Liturgia delle Ore, che non è semplice preghiera personale, ma preghiera delle comunità cristiane e della Chiesa intera. A questa preghiera tutti noi ministri ordinati ci siamo impegnati con giuramento, proprio perché necessaria alla Chiesa. Non lasciate la nostra Chiesa priva di una preghiera così preziosa.

Tenere in alta considerazione la preghiera di intercessione per il nostro popolo: onorate le richieste di preghiera che le persone vi affidano e non trascurate di affidare al Signore le persone della vostre comunità. A questa preghiera di intercessione aggiungete quella per tutte le vocazioni, in particolari per le vocazioni al ministero apostolico e alla vita consacrata.

Insegnare a pregare. Vi chiedo, infine, di fare ogni sforzo per educare alla preghiera i nostri ragazzi e i nostri giovani. Dobbiamo sentire come particolarmente urgente il compito di introdurre le nuove generazioni nell’esperienza consolante della preghiera. È essenziale riuscire a farla loro gustare. Non la sentano come un obbligo, non la confondano con la semplice ripetizione di formule imparate a mente. Le preghiere tradizionali sono un patrimonio prezioso, ma rischiano di rimanere fredde. Tutto dipende dal modo in cui vengono recitate. Il segreto della preghiera sta infatti nello slancio del cuore, nell’amore sincero per Dio, nell’intimità spirituale con lui, nella gioia di rivolgersi a lui e di sentirsi suoi. Sappiamo poi bene che la via dell’educazione alla preghiera è la preghiera stessa, che cioè si impara a pregare pregando e pregando bene. Non c’è altra strada. Abbiate dunque a cuore i momenti della preghiera con i ragazzi e i giovani, preparateli con grande cura e viveteli con intensità.

Ambasciatori della misericordia. Questo è quanto mi premeva comunicarvi nel momento di grazia che stiamo vivendo. I santi oli che in questa celebrazione vengono benedetti ci ricordano anche la nostra ordinazione sacramentale. Anche noi, con il Signore Gesù e nel Signore Gesù per la potenza dello Spirito santo, siamo stati consacrati con l’unzione, siamo stati mandati a portare il lieto annuncio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, a promulgare l’anno di grazia del Signore. Siamo divenuti per grazia ambasciatori della sua misericordia. Non abbiamo alcun merito da vantare. Noi per primi siamo da annoverare tra i poveri che attendono da Dio il lieto annuncio e i prigionieri che anelano alla liberazione; i cuori spezzati le cui piaghe il Signore è venuto a sanare sono anzitutto i nostri; per noi prima di tutti gli altri il Cristo risorto viene a proclamare l’anno di grazia del Signore, poiché nulla saremmo senza la sua misericordia. Prima di essere stati da lui scelti e inviati, siamo stati da lui amati e salvati. Mai potremo ricambiare una simile meravigliosa condiscendenza.

Con questa celebrazione entriamo ormai nel santo triduo pasquale. Al Signore della gloria, crocifisso per noi e per noi risorto, rivolgeremo il nostro sguardo ammirato e riconoscente. Chiediamo a lui che il nostro ministero sia riflesso della sua luce, sia testimonianza della sua grazia, sia segno della sua vittoria. Nulla possiamo senza di lui e tutto possiamo grazie a lui. A lui la lode e la gloria nei secoli.  Amen.

Sia per noi il segno del sorriso di Dio

Carissima suor Maria Pia,

è con vera commozione e grande gioia che le rivolgo, insieme con gli altri sacerdoti uniti a tutte tre le nostre comunità, gli auguri più sentiti e le congratulazioni più sincere per una così alta meta raggiunta: settant’anni di vita consacrata mediante la professione dei consigli evangelici di castità, povertà e obbedienza, nell’Istituto delle Suore Maestre Pie Venerini.

Lei mi dirà che è grazia e dono dell’amore di Dio, ed è vero! E’ Lui, infatti, la sorgente di ogni dono perfetto e noi vogliamo ringraziarlo insieme con Lei e ammirare estasiati le meraviglie che ha fatto in Lei e attraverso di Lei.

Ma è anche vero che senza la corrispondenza alla grazia e ai doni del Signore da parte del chiamato l’opera di Dio rimane sospesa e non arriva a compimento. Dunque, cara suor Maria Pia, grazie anche a Lei per aver saputo corrispondere con fedeltà perseverante alla chiamata del Signore, ovunque l’abbia portata.

Grazie per la sua giovinezza spirituale, la sua gioia, il suo sorriso, la sua dolcezza, la sua pronta e appropriata  parola per ogni persona incontrata: il bimbo, la mamma, il giovane, il politico, l’operaio; per ognuno ha sempre una parola densa di speranza e di incoraggiamento. Grazie per la sua capacità di guardare innanzitutto al bene, di meravigliarsi, di consigliare, di rinnovarsi nella mente e nel cuore, di apprezzare il nuovo che le si presenta. Grazie per le sue premure nei confronti di ogni persona,  per l’attenzione e l’amore riservato a noi sacerdoti. Grazie per la sua bella testimonianza di fede, di preghiera, di amore alla sua vocazione, vissuta come autentico servizio al Regno di Dio. Grazie per l’amore nei confronti delle nostre comunità di Leno, Milzanello e Porzano. Grazie perché, dandosi tutta al Signore nella consacrazione, non ha mai dimenticato e ha continuato ad amare con vera intensità chi l’ha iniziata alla vita cristiana: babbo, mamma, fratelli e sorelle, la sua comunità cristiana di origine e i suoi sacerdoti.

Grazie per la stima che ha per ogni persona, a cominciare dalle sorelle del suo Istituto e per tutte quelle che le sono vicine o che incontra occasionalmente. 

Grazie per la sua presenza in mezzo a noi: non c’importa ciò che è in grado di “fare”, continui ad “essere” quella suor Maria Pia che noi conosciamo; stia in mezzo a noi e continui a sorriderci e ad amarci per essere segno del sorriso e dell’amore di Dio per ciascuno e per tutti noi.

La abbracciamo Con profondo affetto e stima.

Monsignore con don Alberto, don Davide, don Renato, don Ciro, don Riccardo
e le tre comunità di Leno, Milzanello e Porzano

Chi si fida è libero

Omelia della Santa Messa della Festa dell’Oratorio – 17 giugno 2017.

Molti già lo sanno, ma per chi ancora non lo sapesse davanti alla chiesetta c’è un’aiuola con tre piante di ulivo. In quella che dà verso il centro del cortile c’è un nido di merli. Fino alla settimana scorsa nessuno sapeva di quel nido, perché i rami erano più lunghi. Quando abbiamo tagliato i rami il nido è venuto allo scoperto e penso che da allora in poi abbiamo creato decisamente ansia alla mamma di quei pulcini, perché avendo tolto la protezione sono sotto la luce del sole; non tanto per la luce, ma perché possono essere visti da altri uccelli più grandi che possono mangiarli. Se pensiamo poi alle mille pallonate che arrivano tutto il giorno, o a chi va a vederli perché sono belli… la mamma di quei pulcini sicuramente ha passato l’ultima settimana preoccupata. Quella mamma ovviamente ha deposto le uova, le ha covate perché era la cosa più cara che aveva e perché nel suo istinto sapeva che da quelle uova, la vita sarebbe uscita potente, sarebbe venuta fuori, avrebbe rotto il guscio, sarebbe venuta alla luce, e così è accaduto.

Con esempi simili a questo per il significato ci parla oggi la Sacra Scrittura. Nella prima lettura, di Ezechiele, ci viene descritto di un germoglio e di un seme che sono piccoli inizialmente, ma che poi diventano grandi.

La vita cresce e diventa potente nel suo sviluppo.

Perché Gesù utilizza queste immagini? Perché vuole parlarci del regno di Dio. Che cos’è il regno di Dio? Il regno di Dio è dove Dio è re. E se Dio è re per Lui vuol dire essere responsabile di un regno, responsabile di chi abita quel regno. Che caratteristiche deve avere chi abita in quel regno? Chi abita nel regno di Dio è colui che vive secondo la sua volontà e a questi Dio chiede di essere collaboratori. Ci chiede di essere giorno per giorno capaci di costruire quello stile, quel regno che diventa il suo regno. Non ha scelto a caso Gesù questa immagine. Gesù sa una cosa molto profonda: sa che nel nostro spirito, nel nostro animo, sono presenti alcune tentazioni. Tra queste ve n’è una che molto spesso trova spazio ed è la tentazione della sfiducia; diventa forte questa tentazione quando vedi che le cose non vanno come vorresti o quando, dopo tanti sforzi, non arrivi ai risultati che avevi sperato, o quando vedi che nonostante tu ti impegni a fare molte cose, altra gente va a dissipare quello che tu fai. Allora arrivi a dire “non ne vale la pena”.

Quando arriviamo dire “non ne vale la pena” vuol dire che il male ci ha già travolti e già siamo sulla via della sconfitta. Gesù ci dice oggi “il regno di Dio è come un piccolo seme” che vuol dire: non aspettate vi cambiamenti eclatanti, non aspettate di trasformazioni grandiose, perché noi vorremmo svegliarci la mattina con un mondo diverso, con un mondo migliore. Ma così non accade. Ci dice Gesù oggi che ogni piccolo gesto del suo regno, ogni piccolo gesto nel suo stile costruisce il regno di Dio, e contribuisce a far sì che la sfiducia non trovi spazio in noi. É una tentazione forte questa: quante volte sperimentiamo il senso di abbandono, di sfiducia? Diciamo “non val la pena essere onesti, con tutta quella corruzione che c’è in giro”, “non vale la pena provare a portare pace in tutta questa violenza”, “non vale la pena prendersi cura dell’oratorio, dei tanti limiti che ci possono essere nella società di oggi”, “non val la pena annunciare il Vangelo, quando sembra che nessuno interessi nulla”. Quando sembra che a nessuno interessi nulla.

Perché Dio arriva sempre a farti la domanda giusta. L’importante poi è rispondere nel modo giusto.

Ecco, quando noi pensiamo “non val la pena” allora purtroppo il male ci ha già travolti. E bisogna fare attenzione a non lasciarsi fagocitare da questo male; noi siamo quelli della speranza.

Il nostro Dio è un Dio di speranza.

La speranza è la vera categoria cristiana, che non si basa solo sulle nostre forze, ma si basa sul fatto che noi con Dio faremo grandi cose. Se non fosse così, se tutto fosse basato solo sulle nostre capacità o su quello che ci riserva la vita, saremmo in balia dei più forti e dei più fortunati. Dio non desidera questo e ci chiede di fidarci di lui. Ogni giorno, passo dopo passo, una briciola alla volta, un gesto alla volta. Ci rendiamo conto o no che anche momenti come questo, dove abbiamo duecento ragazzi che vengono a fare esperienza e si sentono appartenere a questo oratorio, un po’ alla volta segneranno la loro cultura, la loro crescita. Poi non sono tutti qua stamattina a messa, è vero. La messa non è più un punto di partenza, ormai deve diventare un punto di arrivo. Ci proviamo ogni giorno, anche i genitori ed anche i nonni. Proviamoci ogni giorno, non lasciamo cadere la speranza, con piccoli gesti che diventano grandi gesti.

Le grandi trasformazioni quasi sempre avvengono in seguito alla violenza. Solo le bombe trasformano i territori in un secondo. L’uomo nei millenni trasforma territorio, e qui siamo nel posto migliore per dirlo: mille anni di lavoro dei monaci hanno bonificato un’intera terra di cui noi siamo i figli. Anno dopo anno, giorno dopo giorno, e ci hanno portato qui a fidarci di quel piccolo seme che diventa grande perché la vita viene fuori e la vita va avanti sempre nella misura in cui noi la doniamo. Ma se la tratteniamo allora la vita si interrompe.

Ci chiede oggi il Signore di non avere paura, o meglio di fidarci di Lui nonostante la paura. Perché l’uomo coraggioso è l’uomo che ha paura, perché se non avesse paura non ci sarebbe neanche il coraggio. Oggi ci chiede di essere coraggiosi, anche  a Leno, nel nostro contesto.

Il Vangelo ci cambia, anche oggi continua a cambiarci. Allora apriamoci a questa speranza e ogni qualvolta ci rendiamo conto che in noi serpeggia, perché si insinua giorno dopo giorno logorante la sfiducia, e ci mangia, cerchiamo di avere la consapevolezza di non ascoltarla, perché ci mangerà. Chi vive di sfiducia muore.

Chi si fida è libero, ha vinto.

Non ha neanche bisogno di dimostrazioni perché sa che c’è un Dio che non lo abbandona. Questo vogliamo raccontare, questo dobbiamo raccontare a noi, ma soprattutto a loro, che saranno quelli che si prenderanno cura di noi quando saremo vecchi. Ora noi diamo a questi piccoli lo stile della carità o altrimenti, come purtroppo accade a volte, saremo vittima della cultura dello scarto, dove chi non produce non conta più niente. E qui zittisco perché non vorrei andare oltre, far star male, ma ascoltiamo di quanta meschinità c’è dietro le sole logiche del mercato.

Noi siamo di più di un mercato, noi andiamo avanti, viviamo perché c’è qualcuno che ci vuole bene, e questo porta avanti la vita. Dio ci chiede questo oggi, questo coraggio e questa fiducia.

Testimoni della benedizione di Dio

Il vescovo Pierantonio ha presieduto in Cattedrale la celebrazione per l’ordinazione presbiterale di don Luca Signori, don Alex Recami e don Lorenzo Bacchetta. Leggi l’omelia

È con grande gioia e non senza una certa emozione che celebro con tutti voi questa prima ordinazione di nostri presbiteri diocesani. È questo un momento molto importante e atteso per tutta la Chiesa bresciana ed è l’occasione per toccare con mano la provvidenza del Signore, che non lascia mancare alla sua Chiesa i pastori di cui ha bisogno per compiere il suo cammino e dare così al mondo la sua testimonianza.

Ci mettiamo in ascolto – come è giusto – della Parola di Dio che la liturgia ci offre in questa decima domenica del tempo ordinario. È una Parola che proclama la bellezza della vita e la sua energia potente, a fronte del mistero dell’iniquità, cioè del tentativo drammatico di mortificarla o addirittura di estinguerla.

 Il Libro della Genesi, nella pagina che abbiamo ascoltato, descrive gli effetti tristissimi della catastrofe originaria, cioè del peccato dell’umanità agli inizi della sua esistenza. Il rifiuto di Dio e della sua grazia, la mancanza di fiducia nei suoi confronti, il sospetto della sua malafede, l’idea che egli non volesse il vero bene dell’umanità ma la pensasse schiava e sottomessa hanno aperto alla morte le porte dell’esistenza umana. Obbligando Dio a tenersi lontano, l’uomo ha dovuto conoscere suo malgrado una realtà spaventosa, opposta alla vita vera. Chiamata ad esistere nella somiglianza con Dio, cioè nella beatitudine dell’amore trinitario, l’umanità ha improvvisamente scoperto nella sua esistenza la dolorosa e sconvolgente realtà della violenza, della divisione, dello smarrimento e della paura. Le tenebre sono entrate là dove regnava serena la luce della bellezza che viene da Dio. È questo che la Scrittura intende esprimere quando parla del serpente che convince Eva. Con la sua seduzione egli diffonderà nella vita un veleno mortale, che tenderà di annientarla attraverso la gelosia, il conflitto, l’avidità, la superbia e, ultimamente, la ricerca ossessiva della propria autonoma soddisfazione.

Ma la vita che il Creatore ha donato all’uomo suo amico non verrà meno e non soccomberà. Ciò che viene da Dio e partecipa del suo mistero santo non può essere distrutto, perché nessuno gli è superiore in potenza e perché la potenza di Dio è l’amore. L’uomo creato a immagine di Dio potrà subire un attacco ed essere colpito, ma la sua vita non potrà essere annientata. A Eva, che è la madre di tutti i viventi il Signore Dio dice che d’ora innanzi sarà lei a trasmette la vita, continuando la sua opera di Creatore, anche se lo dovrà fare paradossalmente in mezzo ai dolori delle doglie, e poi aggiunge: “Io metterò inimicizia tra te e il serpente, tra la sua stirpe e la tua stirpe. Tu gli schiaccerai la testa ed egli ti insedierà il calcagno”. Con queste parole misteriose si allude all’eterna lotta cui sempre si assisterà nella storia umana tra la vita e la morte, tra Colui che ci vuole vivi e felici e colui che ci vuole disperati e perduti, tra la luce del giorno e le tenebre della notte. Il desiderio di vivere non sarà mai sradicato dal cuore degli uomini e la forza della vita avrà sempre la meglio. Tuttavia, l’attacco sarà continuo e serio il rischio del naufragio. L’ultima parola sarà in ogni caso di Dio. La sua potenza d’amore permetterà a chi si affida a lui di sperimentare la forza consolante della sua salvezza.

Lo testimonia il Cristo stesso, che nei Vangeli si presenta come il garante della vita contro la morte, della speranza contro la disperazione. Laddove la morte cerca di estendere il suo dominio, l’azione di Gesù si fa più intensa. Laddove l’ingiustizia, la corruzione, la violenza, l’infermità fanno sentire il loro triste peso, lì il Salvatore giunge con la sua presenza e la sua parola autorevole e confortante. I racconti dei Vangeli ne sono la prova. La pagina del Vangelo di Marco che abbiamo ascoltato ci attesta poi che, nei casi in cui il potere oscuro del maligno arriva a deformare la persona stessa, ci si deve aspettare che la santità del Cristo si manifesti in tutta la sua forza. I suoi avversari non possono negarlo, anche se – accecati – offrono di tutto questo un’interpretazione falsa e tendenziosa: “Egli – dicono – scaccia i demoni nel nome dei principe dei demoni”. Di questa lettura distorta essi si assumono piena responsabilità e insieme subiscono le conseguenze, perché chiudono le porte alla luce della vita e alla gioia della redenzione.

È nella cornice di questa Parola – carissimi ordinandi Luca, Alex e Lorenzo – che il Signore ci chiede oggi di celebrare questo momento così importante per voi e per l’intera nostra diocesi. Voi state per ricevere l’ordinazione presbiterale. Con voi la nostra Chiesa si arricchisce di nuovi ministri e il nostro presbiterio di nuovi fratelli. Per la potenza dello Spirito santo diventerete ministri di Cristo, che avete incontrato nella fede e avete riconosciuto come il Signore della vostra vita e dell’intera storia umana. Di lui e per lui voi già vivete. È lui il segreto della vostra felicità e della vostra speranza. Segreto nascosto nel profondo del vostro cuore, intima e consolante certezza della vostra coscienza. Non dimenticate che ogni ministro di Cristo è anzitutto testimone della sua risurrezione del Signore, come già un tempo i dodici che lo incontrarono vivo dopo la sua passione, cioè della sua vittoria sulla morte e quindi della vittoria della vita su tutto ciò che tende a soffocarla. Siete chiamati a mostrare la forza che viene dalla grazia di Dio, la speranza che sorge dalla fede, la verità di quella promessa di beatitudine che il Signore Gesù ha proclamato. Abbiate quest’ansia sincera e continua di mostrare al mondo che Dio ama la vita, che ne è la sorgente, che la custodisce e la promuove. “È in te la sorgente della vita – dice il salmo – nella tua luce vediamo la luce” (Sal 36, ).

Sappiate che di questa vita c’è grande desiderio. Dal nostro mondo sale come un grido silenzioso, che cioè qualcuno confermi l’origine divina di ciò che siamo in quanto uomini e donne, mostri le radici celesti della nostra dignità, renda evidente la bellezza del nostro esistere, il suo senso vero e ultimo.

Tutto ciò, oltre i confini asfittici di un consumismo alla fine freddo e insipido. Siamo tutti convinti che non possiamo esistere semplicemente per acquistare prodotti o per utilizzare strumenti sempre più tecnologici, eppure sembriamo come costretti a fare di tutto questo il nostro pensiero principale. Voi siate annunciatori della lieta notizia di una vita ariosa, luminosa, gioiosa, che attinge costantemente alla gloria di Dio, a quello splendore di bellezza che il Cristo risorto ha manifestato in mezzo a noi.

Non conformatevi – come raccomanda san Paolo nella Lettera ai Romani – agli schemi di un mondo che rischia di implodere perché edificato su ciò che è passeggero. Difendete la vita vostra e quella dei fratelli e delle sorelle a voi affidate, soprattutto dei più giovani, dalle illusioni di una mondanità che procede in una direzione che non convince. Siate amici di Dio, discepoli del Signore, amministratori dei suoi misteri; siate servitori del Vangelo, testimoni della vita nuova il cui segreto è l’amore umile e mite di Gesù. Affidatevi alla forza della Parola di Dio, coltivate la preghiera, amate i misteri di Cristo che celebrate a vostro beneficio e a beneficio del popolo di Dio, soprattutto l’Eucaristia.

E non abbiate paura. Il male è una realtà dolorosamente chiara, ma il bene è più forte e la Provvidenza di Dio sa trarre il bene anche dal male. Con il peccato delle origini è entrata nel mondo la maledizione: questo ci insegna la Scrittura. Ma la stessa Scrittura ci insegna anche che si tratta di una maledizione aggiunta, che non ha nel mondo diritto di cittadinanza. Noi siamo stati creati nella benedizione. Siate dunque testimoni della benedizione di Dio, della speranza di vita cui il Cristo ha dato compimento. La vostra presenza, la vostra parola, i vostri gesti siano dunque motivo di conforto per chi sente il peso della vita. Siete costituiti per grazia pastori della Chiesa: guidate dunque le nostre comunità cristiane facendole camminare nella carità, che diviene accoglienza amorevole, servizio generoso, comunione sincera. Così servirete la vita e la difenderete. La speranza del mondo è poggiata su una vera esperienza di redenzione, su una liberazione anzitutto interiore, capace di rinnovare la nostra socialità e di custodire la bellezze dei nostri reciproci legami.

Voglio concludere con una parola riassuntiva tanto preziosa quanto delicata: vorrei dirvi di camminare nella santità. La forma vera della vita è l’esistenza umana trasfigurata nella grazia, splendente della bellezza che proviene dal mistero trinitario. La santità è la vita di Dio divenuta anche nostra, il riflesso luminoso della gloria di Dio nel cammino della storia. La realtà più segreta della Chiesa è la comunione dei santi ed è confortante sapere che anche noi facciamo parte di una grande schiera di eletti. Ai santi che la Chiesa ufficialmente riconosce tali, si aggiungerà dal prossimo 14 ottobre anche Paolo VI. Ragazzo di queste terre bresciane, che chiamavano Battista e poi don Battista, divenuto il grande papa del Concilio, Paolo VI è un uomo che ha lasciato un segno nella sua epoca, ma per noi soprattutto è l’esempio luminoso di un uomo di fede, che ha unito in armonia grandezza e semplicità, lo stare in alto e lo stare in basso, l’umiltà del cuore e la finezza del tratto. Certo, tutto in lui ruotava intorno all’amore per il suo Signore, il Cristo a cui si era affidato e che amava con tutto il suo cuore, con sapienza e mitezza.

Vi auguro di imitarlo. Non necessariamente raggiungendo il soglio pontifico. La santità di quel cuore può essere la santità di ogni cuore. Lo sia anche per il vostro, a gloria di Dio e a salvezza di tante anime desiderose di incontrare lo splendore della verità.

Cosa significa avere fede in Dio come coppia di sposi?

Vogliamo proporre alle nostre famiglie alcune riflessioni scritte da don Renzo Bonetti, esperto di pastorale familiare e presidente della Fondazione Famiglia Dono Grande, da anni impegnato al servizio delle famiglie tramite il progetto Mistero Grande.

Usando le parole di Benedetto XVI: “Il matrimonio è legato alla fede, non in senso generico. Il matrimonio come unione d’amore fedele e indissolubile, si fonda sulla grazia che viene da Dio Uno e Trino, che in Gesù ci ha amati d’amore fedele fino alla croce”. Cosa significa nella vita quotidiana “aver fede”? Aver fede, credere in una persona, significa fidarsi di lei, poterci contare al 100%. Si vivono sentimenti di questo genere tra i coniugi, tra genitori e figli (e viceversa). Anche il salmista (Salmo 130) parlando di abbandono nel Signore usa le parole: “Come un bimbo in braccio alla madre”. E trovarsi accanto persone di cui fidarsi è un grande dono. La persona fidata ascolta, consiglia, aiuta nel bisogno. Inoltre  non la speranza, qualunque speranza, pone la sua radice nella fede, nella certezza che qualcosa che non vediamo  possa accadere.

Cosa significa avere fede cristiana?

Significa scoprire di avere il dono del Signore Gesù. È Lui la persona di cui mi posso fidare ciecamente, che fa il mio bene, che mi ama al 100%. È Lui che mi fa conoscere l’amore del Padre e mi dona lo Spirito Santo.

Da lui, Gesù di Nazareth vivo e risorto, mi posso far consigliare, istruire, guidare.

Il Signore Gesù è una persona quindi da scoprire e necessariamente da accogliere per poter sperimentare quanto valga la pena affidarsi totalmente a Lui. Per rendere ancor meglio questo aspetto possiamo usare una situazione che può accadere in ambito familiare. Un papà straordinario, capace di cose straordinarie per i propri figli, molto preparato per accompagnarli nella crescita per ottenere il meglio di loro; ma se quel padre non è accolto e stimato dal figlio, se quest’ultimo non legittima il papà ad essere voce autorevole, meritoria di essere ascoltata, escluderà questa voce dalla sua vita seguendo solo quella degli amici che lo invitano ad essere libero dai condizionamenti. Il figlio perderà un’occasione (magari unica) per diventare grande. Il dono c’è stato, ma per mancanza di fiducia, non è stato accolto dal figlio. Quindi, potremmo anche dire, che la Fede è il terreno in cui avvengono gli scambi di doni tra noi e Dio (e se non solchiamo questo territorio, non potremmo mai gustare i suoi doni).

Fede non significa sommessamente piegarsi alla potenza di un Dio forte che schiaccia bensì accettare di metterlo al di sopra della nostra intelligenza e volontà perché possa guidare il nostro agire. È lasciarsi andare, anche oltre la nostra persona, riconoscendo in Gesù un amore così grande per cui valga la pena metterci in fedele ascolto del Consigliere.

Alla luce della fede qual è l’identità degli sposi?

Gli sposi, essendo stati creati ad immagine e somiglianza di Dio, grazie allo Spirito Santo ricevuto nel Sacramento del Matrimonio, sono riflesso dell’amore Trinitario. E questo indipendentemente dai loro tradimenti, dalle loro discussioni, dai loro difetti. Essi hanno infatti lo stesso amore Divino Trinitario per loro e “per tutti”: sono pertanto anche chiamati a diffondere questo amore a quanti incontrano. Gesù, anche dietro al fango che può offuscare e sommergere la peggiore delle coppie, vede la presenza di quell’Amore che dice Trinità. Privi di questa consapevolezza, è improbabile lasciarsi andare nel donare oltre la propria casa e famiglia. Gli sposi, ogni giorno, devono riscoprire coscienza di questa “dignità divina”, del loro essere qui sulla terra riflesso di Dio Trinità, del loro essere ri-espressione del Gesù che ama fino a dare tutto per amore.

Cosa significa per gli sposi vivere questa nuova identità?

Per vivere il sacramento del matrimonio con fede gli sposi devono fare vita di coppia con Gesù, avere con Lui una unità tanto profonda da vivere ogni aspetto della vita coniugale con il Suo stesso Spirito. Lo Spirito Santo donerà pienezza d’amore ad ogni loro gesto e capacità di trasmettere l’amore di Dio. Gli sposi si ritrovano così famiglia per far famiglia più grande, famiglia Chiesa, con gli altri sposi ugualmente uniti profondamente a Gesù.

L’incontro tra Dio e l’uomo

La ripresa dell’incontro zonale di formazione per catechisti ed educatori, tenuta da don Raffaele Maiolini il 7 febbraio 2018.

La relazione tra rivelazione e fede

Prof. Don Raffaele Maiolini

Rivelazione

Il movimento di Dio verso l’uomo

0. Intro. Rivelazione… un sostantivo troppo ambiguo

Nel linguaggio comune, infatti, si parla di “rivelazione” per indicare:

  • una scoperta sensazionale
  • una persona si manifesta in modo inaspettato e inedito
  • ciò che appare all’improvviso e quasi inspiegabilmente come “nuovo” – la divulgazione di un segreto
  • l’esperienza di fronte ad un’opera d’arte
  • l’indizio, il segno, il sintomo
  • la scoperta, l’intuizione del senso dell’esistenza

1. Come parla la Bibbia del movimento di Dio verso l’uomo

1.1. La “rivelazione” nel Primo Testamento…

  • «rivelazione» in greco apokalupto = rendere manifesto, togliere il velo
  • la questione delle tecniche per cercare di conoscere i segreti degli dèi: divinazione, sogni, consultazione del destino, presagi, ecc. (cfr. Lv 19,26; Dt 18,10ss; 1 Sam 15,23.28)
  • L’AT non ha un termine tecnico per designare ciò che chiamiamo «rivelazione»; l’espressione «parola di Jahvè», dabar JHWH resta l’espressione privilegiata per dire l’entrata in relazione di Dio con l’uomo

1.2. La “rivelazione” nel Nuovo Testamento…

  • Il corpus paolino: il mistero un tempo nascosto, si è fatto ora presente
    – il termine fondamentale per dire la “rivelazione” è “mistero”: 1Cor 2,6-10; Rm 16,25-26; Col 1,25-27; Ef 3,2-12.
  • La tradizione sinottica: Gesù manifesta il Padre
    – Gesù è l’unico rivelatore di Dio: cfr. in particolare: «Tutto mi è stato dato dal Padre mio: nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale lo voglia rivelare» (Mt 11,27; cf. Lc 10,22).
  • La tradizione giovannea: il Logos fatto carne
    – il filo conduttore del prologo (1,1-18) è la rivelazione: logos (parola), luce, gloria, verità, manifestare, vedere, comprendere, credere, testimoniare.
  • La lettera agli Ebrei: Dio parla nel Figlio
    In Eb 1,1-4 il termine che prevale nel designare la rivelazione è quello di parola.

2. Le preziose indicazioni conciliari…

DV 2. Piacque a Dio nella sua bontà e sapienza rivelarsi in persona e manifestare il mistero della sua volontà (cfr. Ef 1,9), mediante il quale gli uomini per mezzo di Cristo, Verbo fatto carne, hanno accesso al Padre nello Spirito Santo e sono resi partecipi della divina natura (cfr. Ef 2,18; 2 Pt 1,4). Con questa Rivelazione infatti Dio invisibile (cfr. Col 1,15; 1 Tm 1,17) nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici (cfr. Es 33,11; Gv 15,14-15) e si intrattiene con essi (cfr. Bar 3,38), per invitarli e ammetterli alla comunione con sé. Questa economia della Rivelazione comprende eventi e parole intimamente connessi, in modo che le opere, compiute da Dio nella storia della salvezza, manifestano e rafforzano la dottrina e le realtà significate dalle parole, mentre le parole proclamano le opere e illustrano il mistero in esse contenuto. La profonda verità, poi, che questa Rivelazione manifesta su Dio e sulla salvezza degli uomini, risplende per noi in Cristo, il quale è insieme il mediatore e la pienezza di tutta intera la Rivelazione (2).

DV 4. Dopo aver a più riprese e in più modi, parlato per mezzo dei profeti, Dio «alla fine, nei giorni nostri, ha parlato a noi per mezzo del Figlio» (Eb 1,1-2). Mandò infatti suo Figlio, cioè il Verbo eterno, che illumina tutti gli uomini, affinché dimorasse tra gli uomini e spiegasse loro i segreti di Dio (cfr. Gv 1,1-18). Gesù Cristo dunque, Verbo fatto carne, mandato come «uomo agli uomini », « parla le parole di Dio » (Gv 3,34) e porta a compimento l’opera di salvezza affidatagli dal Padre (cfr. Gv 5,36; 17,4). Perciò egli, vedendo il quale si vede anche il Padre (cfr. Gv 14,9), col fatto stesso della sua presenza e con la manifestazione che fa di sé con le parole e con le opere, con i segni e con i miracoli, e specialmente con la sua morte e la sua risurrezione di tra i morti, e infine con l’invio dello Spirito di verità, compie e completa la Rivelazione e la corrobora con la testimonianza divina, che cioè Dio è con noi per liberarci dalle tenebre del peccato e della morte e risuscitarci per la vita eterna. L’economia cristiana dunque, in quanto è l’Alleanza nuova e definitiva, non passerà mai, e non è da aspettarsi alcun’altra Rivelazione pubblica prima della manifestazione gloriosa del Signore nostro Gesù Cristo (cfr. 1 Tm 6,14 e Tt 2,13).

GS 22. Cristo […], proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore, svela anche pienamente l’uomo all’uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione.