“èl Scarpulì” ovvero il calzolaio

…non essere degno di sciogliere i calzari
(dalle parole di Giovanni Battista riguardo a Gesù Cristo – Matteo 3,11)

Ci sono altre frasi del Vangelo che riguardano le calzature …se non sarete bene accolti scuotete la polvere dai vostri sandali ( o calzature) e proseguite oltre…Questi riferimenti evangelici risalgono a più di 2000 anni fa ma e, mi vien da pensare, quando si ebbe l’idea di vestire o proteggere i piedi dalle difficoltà del cammino a contatto del suolo certamente sconnesso o impraticabile? Non ci è dato di saperlo se non da approssimazioni indicate dalle scoperte archeologiche.

L’argomento ci richiama l’avvento dell’operatore di questa specifica attività per produrre, realizzare, riparare e proporre convenienti calzature di uso pratico per il popolano, per i soldati e in particolare richieste da persone di rango che ostentano stile e distinzione. Dalla sommaria esposizione dell’argomento, stringi,stringi, ecco apparire l’antichissimo mestiere del calzolaio, umile artigiano ricurvo sul banco di lavoro attrezzato dei ferri del mestiere, èl trepè per ribattere le broche dè somesa col martilì bombat, colla, ago col filo per fissare la tomaia alla suola, patina e spazzola… e così via.

Purtroppo, oggi, l’attività del scarpulì si riduce pian piano a piccoli interventi su prodotti commerciali là dove il materiale di composizione di scarpe e accessori è ancora compatibile per l’operazione d’intervento richiesta, se ne vale la pena dal punto di vista economico. Ormai si sa che le proposte commerciali orientate su produzioni industriali su larga scala per scarpe e calzature composte per stampaggio trascinano gli acquirenti a scelte variegate per stile, forma e colore col gusto a volte in contrasto tra l’etica e la praticità.

Lasciamo dunque che praticità, stili e creatività siano riferimento per la scelta di ogni persona o collettività quantunque non siano esenti dalle “polveri sottili”.

A beneficio dell’opera virtuosa del “scarpulì” ricordo in ultima analisi, anni 40/50 del secolo scorso, andavano di moda i “tròcoi dè lègn”, calzature speciali per tutte le età e per i più raffinati era possibile inchiodare il copertone di bicicletta (il silenziatore) sotto il legno degli zoccoli e volendo rendere più longeva la durata dei tròcoi opportunamente si applicavano le lunette di ferro (ferasì) sotto la punta e il calcagno della suola legnosa col rischio, oltre al tacchettìo metallico, di pattinare pericolosamente sui pavimenti piastrellati.

Cartucce e Banchetto

Ai morcc. Torniamo indietro nel tempo, ero in età scolare e la gente di Porzano si era già assestata conducendo la vita quotidiana nella normalità delle impostazioni di pace e di ricostruzione dopo la devastazione dell’ultima guerra.

Novembre i giorni dei morti, anche il primo con la celebrazione di Tutti i Santi, era compreso con i giorni successivi, 4 novembre incluso, come periodo temporale “ai morcc”. Erano giorni di vacanza scolastica considerati dagli alunni come festa, lontano dal costretto impegno dei compiti e quindi occupare il tempo che amabilmente i genitori ci concedevano, pur con l’occhio vigile.

Non ci si annoiava, i più vivaci, pochi, inventavano sui due piedi giochi coinvolgenti e scherzi di gruppo, benevolmente accolti o evitati. Luoghi comuni per esprimerci erano nel limite, chiesa per le funzioni, casa, strada e cimitero, niente di più ne avanzava.

Il cimitero. Il cimitero era il più affollato, gente che brulicava tra le tombe, deponendo fiori crisantemi del proprio giardino. Rassettando alla bell’è meglio il cumulo di terra che segnava la presenza interrata del defunto, candele accese, moccoli compresi, che colavano cera sgocciolando a terra su di una foglia con il buco passante per raccoglierne senza dispersione quella che per noi ragazzi era l’elemento base per produrre luminose fiamme con le cartucce. Sì, proprio le cartucce usate, acquisite o contrattate in cambio di “ciche” (biglie di terracotta).

Le nostre abili mani raccoglievano le colate delle candele della propria tomba e furtivamente anche quella accanto, in assenza del legittimo parente.

La cera si manipolava a lungo, come pasta per tagliatelle, fino ad ottenere un “biscotto” morbido, grosso come il dito di una mano, che subito si calcava, dentro la cartuccia vuota, fino all’orlo, niente stoppino, l’involucro di cartone pressato faceva la stessa funzione, ma impastando la cera con gli aghi di mugo sparsi, colti
tra i cespuglietti che ornavano alcune tombe sparsi qua e là.

Con questi aghi, la cui resina sprigionava un effetto spettacolare al momento dell’accensione, scoppiettii, sfrigolii e scintille come fuochi d’artificio, ridotti in miniatura, consumavano lentamente cartuccia e cera, fino al fondo metallico, ma lo spettacolo esilarante consisteva nell’aggiungere sulla fiamma un pizzico o rametto di aghi, per esaltarne l’effetto scoppiettante, con il lancio della fiammata, come l’effetto drago. Questo produceva, ovviamente, scottature alle mani e/o capelli strinati. Un altro diversivo per noi ragazzi consisteva nell’attesa e aggressione, con rami di foglie (sfoiaröi), ai passanti di ritorno dal cimitero, dopo il rosario, con le candele accese per illuminare il percorso nel buio della sera, meglio e più divertente se c’era nebbia, per non essere individuati.

Il gioco per aggressione era soprattutto diretto a spegnere la candela delle ragazze che nel trambusto cercavano rifugio tra i genitori, oppure scappavano strillando e gridolini acuti proteggendo viva la fiamma con il concavo della mano. Il rischio dello spegnimento della candela era previsto tanto che più in là la fiamma di qualcuno ridava il lume richiesto.

Proprio nell’ultima di quelle sere, il 4 novembre, dopo il Rosario recitato all’unisono nel cimitero illuminato da molteplici fiammelle, nonni, genitori, ragazze, giovanotti e bambini facevano ritorno chi in paese, chi alla cascina per disporsi intorno al fuoco generoso della cucina.

Si parlava del più e del meno, degli incontri della giornata, ma in alcune case si aspettava non solo l’ora del riposo ma qualcuno dei familiari che, per il rompete le righe, stava combattendo, si fa per dire, la sua giornata da reduce di guerra.

Quattro novembre – il banchetto. Giornata piena per reduci e combattenti, autorità e prete compresi. Don Cesare, con il pesante piviale nero e bordure argento, celebrava in latino, chierichetti accanto, l’ufficio per i soldati morti in guerra. Al termine della funzione Don Cesare aspergeva il catafalco coperto da un altrettanto tessuto nero, bandiera tricolore in testa ed elmetto prima guerra 15/18, quattro grossi candelabri neri ed infine l’Ita Missa Est. In uscita dalla Chiesa, si formava il drappello dei numerosi convenuti, bandiera tricolore in testa, a buon passo il corteo si avviava verso il monumento alle scuole elementari, appello ai caduti “Presente” e subito dopo il corteo si avviava al cimitero, dove si concludeva la cerimonia al cospetto delle lapidi sulla facciata della cappella. Il resto della gloriosa giornata, all’insegna della vittoria, si svolgeva con il banchetto tradizionale nel salone delle suore dorotee, se ben ricordo. Cosa succedesse nel gran salone di mattonelle rosse e bianche non ci era dato di sapere, se non stando in strada, via San Martino, piazza e il Corteas, giungevano all’ascolto “bla, bla , bla”, canti e stonature interrotti da qualche sporadico applauso.

Il Convivio. Da sottolineare la presenza in cucina dell’acclamatissimo B. Pansera, cuoco di forchette auree, coadiuvato da donne collaudate tra pignatte, padelle e le più giovani a servire ai tavoli.

Ormai la giornata volge al termine, i reduci si riassettano e fingendo sobrietà ed equilibrio raccolgono ognuno le proprie stoviglie nel “manti’” (tovagliolo) chiuso con il nodo (groppo) ai sommi capi, come se il contenuto fosse un bebè portato dalla cicogna, e via malsicuri sulle gambe facevano ritorno verso casa.

Due personaggi mi sono rimasti impressi in modo indelebile, mio nonno Stefen Frer e Bigio Pansa Parolot, assai alticci affrontavano nel buio della nebbiolina serale la via di casa.

La loro destra reggeva l’oscillante involucro, il “mantì col tont”, la “fundina”, “el perù”, “el cücià” e “el cortel” con l’andatura barcollante procedendo a zig zag per la strada ormai deserta, fino a raggiungere la porta di casa e tentare di agganciare la maniglia per entrarvi e… Buonanotte.

In altre case, nel frattempo, lanterna in mano, si raccoglievano i pochi effetti, pennuti e conigli in gabbia pronti a migrare per altri lidi in cerca di fortuna.

Era il Sanmartì.

Se tocà fà pèr troà el post de laurà

Le vecchia glorie presentano una Commedia dialettale in due atti a cura di Maria Filippini

Sabato 20 Novembre ore 20.30

Teatro Oratorio

Ingresso Offerta libera

La vicenda

Se vi dovessero proporre un posto da ragioniere ben retribuito e sicuro, al costo di un piccolo sacrificio, cosa fareste???

Prendete Andrea, un giovane ragioniere disoccupato, aggiungete un’interessante annuncio sul giornale, condite con una mamma ed una zia piene di spirito d’iniziativa, insaporite con una fidanzata gelosissima ed un nonno impiccione…

Mescolate il tutto con sketch ed equivoci a non finire e preparatevi a gustare in compagnia, la ricetta di una esilarante e spassosissima commedia per ogni età!!!

Non potete mancare!!!!

Personaggi ed interpreti:

 Andrea:               Daniele

Anna:                  Bruna

Marta:                 Emilia

Angel:                 Stefano

Giacomo:           Francesco

Marisa:               Jessica

Commercialista: Damiano

Pierina:               Maddalena

L’impresaria:    Valeria

Dorina:               Lucia

Suggeritrice:      Anna

Le Vecchie Glorie presentano: “Na storia de butèga”

Commedia dialettale in tre atti

di

Stabile Fiorenzo

Oratorio San Luigi, Leno

Sabato 14 Febbraio, ore 20:30

Ingresso Offerta libera

La vicenda: la commedia è ambientata in una bottega degli anni 60’ e ruota attorno alla famiglia di Pepino e Tugnèta.

La moglie ha una piccola sartoria mentre il marito, oltre ad essere ossessionato dal risparmio, ha la sua attività da barbiere.

La bottega diviene il centro dei pettegolezzi del paese, in un susseguirsi di eventi, di amori e dissapori, favoriti anche da Agnese, la perpetua del parroco.

 

Nella serata di S. Valentino, una divertente commedia per ogni età, per donare al pubblico una piacevole serata in compagnia e dimostrare che alla fine l’amore, vince sempre!