Un inno al tanto bene fatto

“Il bene non fa rumore ma crea quella rete invisibile che sorregge il mondo intero”. L’omelia pronunciata dal vescovo Pierantonio in occasione del “Te Deum” alla Basilica delle Grazie

“Dio abbia pietà di noi e ci benedica, su di noi faccia risplendere il suo volto; perché si conosca sulla terra la tua via, la tua salvezza fra tutte le genti”. Queste parole del salmo, che la liturgia ci ha fatto proclamare, risuonano con particolarità intensità in questo giorno che conclude un anno di grazia del Signore. Volgendo lo sguardo al cammino che abbiamo compiuto, non possiamo non scorgere le tracce di questa benedizione annunciata. Davvero la luce del volto di Dio è brillata su di noi nei giorni che stiamo consegnando alla memoria della storia. Luce a volte contrastata dalle ombre, ma comunque luce vera, luce tenace e vittoriosa, luce amabile e benefica. La debolezza della nostra fede e una diffusa tendenza alla malinconia potrebbero rischiare di offuscare la verità delle cose e impedirci di riconoscere i segni di una provvidenza che in realtà sempre ci accompagna. È ancora il salmo a ricordarci che degno di lode è colui che veglia sulle sorti del mondo e che non dimentica l’umanità che egli ama. L’invito alla gratitudine è accorato ed è rivolto a tutti: “Ti lodino i popoli o Dio, ti lodino i popoli tutti”. Salga dunque il nostro Te Deum di ringraziamento in questo ultimo giorno dell’anno e la solenne celebrazione dell’Eucaristia conferisca a questo ringraziamento la sua espressione più alta e più vera.

Che cosa ricordare di questo anno trascorso a testimonianza della benevolenza divina per noi, per l’intera umanità e in particolare per la nostra comunità? Ognuno di noi conosce il diario quotidiano della propria esistenza e potrebbe raccontare, illuminato dallo Spirito, in quale modo la grazia lo ha visitato. Guardando come dall’alto al cammino dell’intera famiglia umana, acquistano particolare rilievo eventi che vedono protagonista papa Francesco e con lui la Chiesa universale. Penso in particolare al discorso da lui pronunciato lo scorso febbraio in occasione della visita agli Emirati Arabi, presentato come Documento della fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune e sottoscritto dal Grande Imam di Al-Azhar, Ahmad Al-Tayye: “Noi credenti in Dio, nell’incontro finale con Lui e nel Suo Giudizio – da detto il papa – partendo dalla nostra responsabilità religiosa e morale, e attraverso questo documento, chiediamo a noi stessi e ai del mondo, agli artefici della politica internazionale e dell’economia mondiale, di impegnarsi seriamente per diffondere la cultura della tolleranza, della convivenza e della pace; di intervenire, quanto prima possibile, per fermare lo spargimento di sangue innocente, e di porre fine alle guerre, ai conflitti, al degrado ambientale e al declino culturale e morale che il mondo attualmente vive […] Altresì dichiariamo fermamente che le religioni non incitano mai alla guerra e non sollecitano sentimenti di odio, ostilità, estremismo, né invitano alla violenza o allo spargimento di sangue”. Parole forti, coraggiose e illuminanti, che tracciano una via di speranza per il futuro.

Sempre da parte di papa Francesco è ci è stato offerto nel marzo di quest’anno il testo dell’Esortazione Apostolica Christus vivit, che riprende e porta a compimento l’evento del Sinodo per i giovani e consegna alla Chiesa universale il frutto della riflessione in esso maturata. Le parole con cui l’Esortazione si conclude sono un invito commosso ai giovani. Ci fa piacere riascoltarlo e sentirlo profondamente nostro, pensando al nostro cammino di Chiesa: “Cari giovani, sarò felice nel vedervi correre più velocemente di chi è lento e timoroso. Correte attratti da quel Volto tanto amato, che adoriamo nella santa Eucaristia e riconosciamo nella carne del fratello sofferente. Lo Spirito Santo vi spinga in questa corsa in avanti. La Chiesa ha bisogno del vostro slancio, delle vostre intuizioni, della vostra fede. Ne abbiamo bisogno! E quando arriverete dove noi non siamo ancora giunti, abbiate la pazienza di aspettarci».

L’anno che si chiude è stato particolarmente rilevante per la comunità dei popoli che formano l’Europa e che si stanno faticosamente ricercando la forma adeguata di una comunione sociale e politica tendente a rendere attuale il sogno dei padri fondatori. Si sono infatti svolte nel mese di maggio le elezioni in tutti i paese che compongono l’attuale Unione Europea, e si è venuto a costituire un nuovo parlamento. È stata anche rinnovata la Commissione europea, il cui ruolo appare determinante in relazione al commino dell’Unione. La nuova presidente, Ursula von der Leyen, così ha concluso il suo discorso di insediamento: “Tutti noi qui riuniti viviamo in un’Europa che è cresciuta, maturata, si è irrobustita e che conta ora 500 milioni di abitanti. Questa Europa ha un peso. Vuole assumere responsabilità per sé e per il mondo. Non sempre è facile, spesso costa dolore e fatica, ma è il nostro dovere più alto! Per questo esorto tutte le europee e tutti gli europei a partecipare, perché è il bene più prezioso che abbiamo”. Sono personalmente convinto del grande valore che ha l’Europa per se stessa e per il mondo intero. Europa come Comunità di popoli e non solo come Unione monetaria, fondata sul riconoscimento dei grandi valori che le sono propri ed espressione di una civiltà che trova le sue radici nella forza umanizzante del Cristianesimo. L’animo onesto di ogni europeo difficilmente potrà rinnegare questi legami profondi, come ha forse dimostrato la comune commozione provocata dall’incendio, il 15 aprile scorso, della magnifica Cattedrale di Notre Dame a Parigi.

E purtroppo altri incendi devastanti hanno ferito il nostro pianeta in questo anno che si chiude: incendi in Amazzonia, nell’America del Nord e recentemente in Australia. Insieme ad essi eventi atmosferici di straordinaria portata e di tremendo impatto, che ci hanno molto turbato per la loro intensità e frequenza. Anche il nostro territorio è stato segnato in modo pesante da episodi simili, con gravi conseguente per persone e famiglie. Quanto accade ci obbliga ad una riflessione seria sui cambiamenti climatici in corso e sulle nostre responsabilità nei confronti dell’ambiente in cui viviamo e che dobbiamo consegnare alle future generazioni. Il futuro esige il coraggio di scelte personali e politiche di alto profilo, ultimamente di carattere etico.

Tra gli eventi che hanno visto protagonista in questo anno trascorso la nostra città mi piace ricordare il viaggio compiuto a Betlemme da parte di una delegazione bresciana altamente rappresentativa. Colgo qui l’occasione per ringraziare dell’invito a farne parte. Si è voluto in questo modo onorare e rimarcare il gemellaggio a suo tempo sancito tra le città di Brescia e di Betlemme. In questo tempo natalizio l’esperienza vissuta torna alla mente con una forza ancora maggiore e ricorda quanto sia vivo in alcune regioni del mondo il bisogno di pace e quanto sia a volte tortuoso il cammino che vi conduce. Al Dio della pace, che a Betlemme è venuto ad abitare in mezzo a noi, vorrei affidare le speranza di quanti abitano quella terra, la terra che lui stesso ha visto e sulla quale ha camminato.

Alcuni lutti che hanno colpito la nostra città e la nostra diocesi hanno lasciato in tutti noi un segno particolarmente profondo. Penso in particolare alla morte prematura di Nadia Toffa, a quella del piccolo Daniele Bazzardi di Chiari, vittima di un tragico incidente stradale. Sempre in un incidente proprio qui in centro città ha perso la vita Jennifer Rodriges Loda ancora nel fiore degli anni, mentre un drammatico investimento ha tolto la vita al giovane Andrea Nobilini. Li accolga il Signore nella sua pace senza tramonto. E insieme a loro accolga tutte le altre persone, meno note, che in circostanze dolorose hanno concluso quest’anno la loro esistenza tra noi: vittime sul lavoro, sulle strade, sulle montagne, vittime delle malattie e anche della violenza che acceca i cuori. Una preghiera particolare vorrei rivolgere al Signore per i ministri della Chiesa che in questo hanno salutato la nostra Chiesa pellegrina sulla terra e sono entrati a far parte della Chiesa celeste. Tra loro in particolare S. E. Mons. Vigilio Olmi, per molti anni stimato vescovo ausiliare di questa diocesi, padre Giulio Cittadini, che ha segnato indelebilmente la storia di questa città, ma anche don Ettore Piceni e don Enrico Andreoli, che il Signore ha voluto con sé quando noi speravamo per loro ancora lunghi anni di fecondo ministero. Sia fatta la sua volontà, secondo il suo misterioso disegno di grazia.

Vorrei concludere elevando un inno di ringraziamento per il tanto bene che in questo anno è stato compiuto, nel mondo e in particolare nella nostra diocesi e nella nostra città. Il bene non fa rumore ma crea quella rete invisibile che sorregge il mondo intero. A volte giustamente è reso evidente, come nel caso del premio Bulloni che ormai da anni a Brescia chiama sul palcoscenico la bontà umile e tenace di uomini e donne abituati a operare dietro le quinte. A loro va tutta la nostra gratitudine. Ma il nostro ringraziamento deve giustamente allargarsi e raggiungere gli uomini e le donne delle istituzioni: amministratori, forze dell’ordine, personale dei servizi pubblici; gli uomini e le donne degli ospedali, delle scuole, di tutti gli ambienti di cui il vivere sociale ha bisogno. Non dimenticheremo, infine, l’eroico esercito dei volontari, che dimostrano nei fatti quanto sia insensata e comunque non assoluta la regola dell’interesse e del tornaconto.

Il ringraziamento si fonde nella lode rivolta Dio, nel Te Deum che sale riconoscente e adorante verso di lui. È lui che custodisce il mondo da ogni male. È lui la fonte perenne del bene. È lui che guida l’umanità sulla via della pace. È lui che permette ai cuori degli uomini di non perdere mai la speranza. A lui sia gloria, nei secoli dei secoli. Amen

Guardiamo al futuro senza angoscia

L’omelia pronunciata dal vescovo Pierantonio Tremolada durante la Santa Messa e il Te Deum di ringraziamento nella Basilica delle Grazie

Con la celebrazione di questa solenne Eucaristia nel nostro amato Santuario della Madonna delle Grazie, salutiamo un anno che finisce e ci disponiamo ad accoglierne uno nuovo che comincia. Lo facciamo nella luce e nella gioia del Natale del Signore. Non è per noi pura coincidenza che la fine di un anno e l’inizio del nuovo facciano parte delle feste natalizie. Augurare “Buone Feste” significa per noi auspicare che tutti i giorni importanti di questo periodo che sta tra la fine e l’inizio siano pervasi della gioia del Natale. Chi crede nel Signore Gesù Cristo sa bene che lo scorrere del tempo avviene nell’eternità di Dio, perché questa eternità proprio nel Natale ci ha visitato e si è fatta orizzonte amorevole della nostra storia. In questi giorni il nostro sguardo è ancora fisso sul presepio. È uno sguardo simile a quello di cui ci ha parlato il brano del Vangelo di Luca che abbiamo ascoltato: sguardo di ammirata contemplazione, da parte di Maria e di Giuseppe; sguardo di sincera devozione da parte dei pastori, che sollecitamente giungono nel luogo loro indicato dall’annuncio dell’angelo.

Un particolare del racconto evangelico merita però in questo momento la nostra attenzione. Descrivendo l’atteggiamento della Vergine Maria, l’evangelista rimarca come allo sguardo pieno di stupore, reso più intenso dalle parole che i pastori riferiscono, si affianca la riflessione interiore: “Maria – si legge nel testo – custodiva tutte queste parole, meditandole nel suo cuore”. Soffermarsi con il cuore e la mente su quanto accade, per coglierne il senso profondo, è segno di grande sapienza ed è dovere di ogni retta coscienza. È questa la condizione per non lasciarsi travolgere inesorabilmente dal flusso del tempo e per riconoscere – nella prospettiva di chi crede – l’opera di Dio nella nostra storia, opera di grazia, provvidenza di bene che sempre si intreccia con le nostre libertà. La conclusione di un anno e l’avvio del nuovo è senza dubbio l’occasione per esercitare questo compito autenticamente umano. L’occasione per ringraziare il nostro Creatore e per rinnovare il nostro impegno ad affrontare le sfide che la storia ci pone davanti giorno dopo giorno.

Se guardiamo a questo anno che tramonta e volgiamo indietro lo sguardo, riconosciamo alcuni importanti eventi che lo hanno segnato, per i quali il nostro pensiero si eleva riconoscente a Dio e insieme si fa intensamente meditativo.

Come non ricordare anzitutto l’evento che ci ha coinvolto come Chiesa bresciana insieme alla Chiesa universale in un’esperienza di gioia profonda e commossa? Mi riferisco alla canonizzazione di Paolo VI, il nostro amato Giovanni Battista Montini. È stato un momento di rara intensità, per il quale ancora mi sento di ringraziare tutti coloro che hanno partecipato o comunque si sono sentiti direttamente coinvolti. Ritengo vada considerato questo un evento che segna la vita della nostra Chiesa diocesana in quest’epoca della sua storia. Si fa sempre più viva per me la convinzione che l’eredita spirituale di Paolo VI sia tanto immensa quanto preziosa e che a noi in particolare è affidato il compito di coltivare e promuovere la sua conoscenza e la devozione per lui, figlio di questa Chiesa divenuto figura profetica del nostro tempo.

L’anno che si chiude ha visto poi la celebrazione del Sinodo sui giovani. Abbiamo anche noi voluto metterci in ascolto delle nuove generazioni; mi sembra di poter dire, non senza frutto. Dopo la celebrazione del Sinodo, l’ascolto dei giovani lascia ora il posto ad un confronto con loro sulle indicazioni del Sinodo stesso e ad una ricerca condivisa della linee di azione pastorale in grado di rispondere ai loro desideri più profondi. Vorremmo renderli sempre più protagonisti nella costruzione del loro e nostro futuro. L’orizzonte è quello di una visione della vita che amiamo definire vocazionale. Noi crediamo, infatti, che in ogni momento ci raggiunge l’appello amorevole di Dio, voce amica che interpella la nostra libertà e la sospinge verso la santità. E non dovremo mai dimenticare che la fine di ogni anno ci ricorda – dolcemente ma inesorabilmente – il nostro limite. Nessuno vive per sempre su questa terra. Le generazioni si succedono l’una all’altra. Ognuna deve ricordare che è suo dovere preservare e promuovere il futuro di quelle che la seguiranno.

Si chiude un anno di intensa vita ecclesiale, un anno che per me, di fatto, è stato il primo. Sono consapevole che in un arco di tempo piuttosto breve sono state compiute scelte rilevanti, che hanno toccato il corpo vivo della Chiesa bresciana. Mi riferisco in particolare alla riorganizzazione della Curia diocesana e ai numerosi cambiamenti di destinazione richiesti al nostro presbiterio. Mi preme al riguardo condividere con tutti voi un duplice sentimento, che porto nel cuore: il primo è quello di una viva riconoscenza per la sincera e generosa disponibilità riscontrata nei nostri sacerdoti, di cui volentieri qui do testimonianza, e per l’accoglienza riservata dalle comunità parrocchiali ai loro nuovi pastori. Il secondo sentimento si fonde con la sincera convinzione di aver proceduto – per quanto riguarda queste decisioni – in risposta ad effettive esigenze pastorali, in piena continuità con l’azione dei vescovi miei predecessori, cui mi legano stima e affetto sinceri, e avendo a cuore lo stile e il metodo della sinodalità. A quanti hanno condiviso con me la responsabilità di queste scelte e stanno tuttora condividendo il compito del discernimento pastorale, in particolare ai vicari episcopali, va tutta la mia riconoscenza. Abbiamo cercato di coniugare sempre l’attenzione alle persone e il bene della diocesi. Laddove non vi siamo riusciti, per il nostro limite e mio in particolare, giunga la benevolenza di tutti ma anche la sana critica costruttiva.

Il 2018 è stato anche l’anno del rinnovo di cariche civili importanti: penso in particolare all’elezione recente del sindaco di Brescia e a quella ancora più recente del Presidente della Provincia bresciana; ma penso anche agli altri avvicendamenti amministrativi sul territorio. Colgo volentieri l’occasione per esprimere a tutti l’augurio di un servizio fecondo a beneficio dell’intera cittadinanza e per rinnovare, a nome dell’intera Chiesa bresciana, la sincera disponibilità ad operare per il bene comune. Il tempo delle contrapposizioni ideologiche potrebbe essere finito: sta a noi volerlo. Appare invece sempre più evidente la necessità di stabilire sapienti alleanze, per rispondere al dovere che tutte le istituzioni hanno di edificare una sana convivenza. Particolarmente urgente appare, al riguardo il compito educativo. Credo sia importante immaginare progettualità condivise e convergenti, nel rispetto delle singole competenze e nell’esercizio delle proprie responsabilità. È la nostra stessa coscienza a esigere che si rinunci al conflitto logorante e sterile e si approdi invece al confronto franco e costruttivo.

La speranza è la virtù di chi guarda al futuro senza angoscia e opera alacremente nel presente. È questa la virtù che vogliamo domandare al Signore nostro Dio all’inizio dell’anno nuovo. La sua Provvidenza, che mai viene meno, illumini le nostre menti, sostenga i nostri cuori, guidi i nostri passi.

Te Deum laudamus, te Domine confitemur

Omelia del Vescovo Pierantonio Tremolada nella S. Messa di ringraziamento e Te Deum – Basilica Santuario S. Maria delle grazie, domenica 31 dicembre 2017

Te Deum laudamus, te Domine confitemur. Al termine di questo anno, come ogni anno, ci rivolgiamo così al Signore nostro Dio: “Noi ti lodiamo, o Dio, ti proclamiamo Signore”. Sono le parole con le quali riconosciamo e attestiamo che i nostri giorni e i nostri anni scorrono alla sua presenza e nella sua potente Provvidenza. C’è una benedizione che accompagna il nostro cammino e che è ben espressa dalle parole che Aronne fu invitato a pronunciare sui figli di Israele: la liturgia ce le ha proposte nella prima lettura. Esse suonano così: “Ti benedica il Signore e ti custodisca. Il Signore faccia risplendere per te il tuo volto e ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace” (Nm 6,22-27).

Al termine di un anno nasce spontanea la riflessione sul senso di ciò che viviamo giorno dopo giorno e su ciò che rimane di quanto abbiamo vissuto. La Parola di Dio ci insegna che c’è qualcosa nella nostra esperienza che passa e qualcosa che resta, perché il tempo degli uomini, in forza della benedizione ricevuta da Dio, è già immerso nella sua eternità: “Il cielo e la terra passeranno ma le mie parole non passeranno” (Mt 24,35). Che cosa resta dunque di quel che è stato vissuto? Che cosa non passa?

Resta ciò che viene ricordato e merita di esserlo. Ricordare è infatti rendere presente, nella mente nel cuore, ciò che è passato e quindi vincere la tirannia del tempo, che sembra consegnare immediatamente all’oblio quanto si è vissuto. “Quel che è successo – suggerisce una voce interiore che non suona amica – ormai non esiste più. Tutto svanisce e col tempo si perde nel nulla. Questo accadrà anche a te e a tutti noi”. Il ricordo smentisce questa presuntuosa sentenza, perché mantiene vivo al presente ciò che si vorrebbe perso nel passato. Nell’ottica della fede, il ricordo attesta la valenza perenne di ciò che nell’umana esperienza già attinge all’eternità di Dio.

Vogliamo dunque ricordare davanti al Signore quanto accaduto in questo nostro anno e lodarlo per la sua misericordia provvidente. Una domanda tuttavia ci nasce nel cuore, timida ma persistente: possiamo davvero lodare il Signore per tutto quello che quest’anno è accaduto? Come possiamo lodare il Signore e celebrarne la bontà a fronte di eventi che anche quest’anno hanno provocato grande dolore?

Certo ognuno di noi, questa sera, porta nel cuore qualche buon ricordo di questo anno. Di questo è giusto essere personalmente grati al Signore. Tutti, poi dobbiamo esserlo per il tanto bene che abbiamo ricevuto, che abbiamo visto e vediamo nel mondo, o che non vediamo ma che pure è presente. Per me, questo anno che si chiude rimarrà inciso per sempre come l’anno della mia elezione a vescovo di Brescia e del mio ingresso in diocesi. Come potrò ringraziare il Signore per questa straordinaria dimostrazione di bontà e di fiducia nei miei confronti? E come potrò esprimere in modo adeguato la mia gratitudine nei confronti di una Chiesa che mi ha subito dimostrato affetto e simpatia, sincera disponibilità a compiere insieme il cammino della fede e della testimonianza cristiana? La mia lode si innalza sincera al Signore per tutto ciò che ho ricevuto.

Ma dobbiamo pur riconoscere che vi sono anche eventi che non ricordiamo volentieri, che vorremmo non fossero capitati; episodi che ancora accadono nel nostro mondo o nella nostra stessa vita personale e che profondamente ci addolorano. Come possiamo lodare Dio e proclamarlo Signore a fronte di tutto questo? Dovremo forse dimenticare tutto questo per poterlo serenamente ringraziare e benedire?

Non si può dimenticarsi del male. Non parlarne più è il miglior modo per consentire che accada di nuovo. Neppure è sufficiente rimuovere il ricordo, cioè non pensarci più. Il male ferisce e lascia il segno. Occorre piuttosto ricordare per riscattare. Ma il ricordo deve essere compiuto nel mondo giusto. Ricordare il male accaduto è infatti sempre pericoloso. Il cuore umano – indignato, addolorato e spaventato – può essere travolto da sentimenti di rabbia e di rancore, dal desiderio mortifero della vendetta, dal pensiero angosciato che tutto questo si ripeta e quindi dall’istinto di intervenire in modo violento, rispondendo al male con il male.

Penso sia giusto dire che dobbiamo ricordare non il male in quanto tale, perché questo rischierebbe di travolgerci, quanto piuttosto il dolore che il male ha provocato, affinché da questo ricordo derivi del bene. E il bene che ne deriva assumerà diverse forme: la forma della solidarietà, che porta a dire: sono vicino a chi sta soffrendo! La forma della consapevolezza e della vigilanza, che porta a dire: così non si deve fare! La forma della denuncia e della difesa degli innocenti, che porta a dire: questo è ingiusto ed è bene che lo si dica! La forma della riflessione, che porta a dire: cosa dobbiamo fare affinché non accada più? La forma del perdono, che porta a dire: non smetto di amarvi nonostante tutto!

Occorre dunque ricordare in modo non distruttivo ma costruttivo; ricordare non soltanto per non dimenticare ma soprattutto per dare speranza. E perché questo accada è necessario guadagnare il giusto punto di vista sul passato, crescere nella coltivazione della sapienza del cuore, della pace della coscienza, del controllo dei sentimenti.

La Parola del Signore ci insegna che questo punto di vista ci viene offerto da Dio. Da lui riceviamo la grazia di condividere il suo sguardo stesso sulla nostra storia e in particolare sul nostro passato: uno sguardo lucido e misericordioso, che non teme di misurarsi anche con il male accaduto, affinché ne venga sempre del bene.

La Parola del Signore del Signore attesta che Dio “si ricorda”, che non si dimentica. “Nella nostra umiliazione il Signore si è ricordato di noi, perché il suo amore è per sempre” (Sal 136,23) – dice il Salmo. E nel Magnificat la Madre di Dio proclama: “Ha soccorso Israele suo servo ricordandosi della sua misericordia” (Lc 1,54). L’ultima parola del ladrone crocifisso insieme con Cristo suona così: “Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno” (Lc 23,42).

Che Dio “si ricorda” significa che in un preciso momento egli fa emergere la sua costante disposizione amorevole verso gli uomini e le donne che ha creato e a cui è affezionato. Questo suo “ricordarsi” è in realtà il dare conferma in quel momento della sua permanente disposizione di bene; è il cogliere l’occasione per intervenire e mostrare la sua grazia, sfruttando le pieghe che si vengono a creare quando il tessuto del vivere umano diventa duro e cattivo e quindi faticoso e doloroso. In queste pieghe egli è capace di fa spuntare il germoglio della vita, offrendo testimonianze della sua provvidenza amorevole. Ogni scenario di ingiustizia e di malvagità vede sempre testimoni, spesso silenziosi, di eroica carità. Questo significa che Dio “si ricorda” e in questa prospettiva anche simili eventi meritano di essere ricordati: “Dove abbonda il peccato – direbbe Paolo – sovrabbonda la grazia”.

Dunque il nostro modo di ricordare è partecipazione al modo in cui Dio si ricorda dell’umanità. Noi guardiamo al nostro passato nella consapevolezza che Dio è perennemente fedele alla sua volontà di salvezza ed è sempre pronto a cogliere l’occasione per suscitare il bene da ogni evento della storia umana. In questo modo è possibile essere consolati dal ricordo del bene compiuto, ricevuto e visto ma anche dal dolore che ha causato il male provocato, ricevuto e visto. In questo modo il ricordo diviene sempre costruttivo e mai distruttivo, consolante e mai frustrante, sorgente di speranza e mai di angoscia.

Il punto di vista nel quale ci collochiamo per guardare al nostro passato è quello offerto dall’esperienza d’amore scaturita dalla croce del Signore Gesù, e prima ancora, dal mistero del suo Natale. L’apostolo Paolo lo esprime così: “Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Chi ci separare dall’amore di Cristo?” E ancora: “Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire … ci potrà mai separare dall’amore di Dio, che in Cristo Gesù nostro Signore” (Rm 8,37-39).

In questa celebrazione dell’Eucaristia noi consegniamo dunque al Signore questo anno che ormai si chiude. Insieme a lui ricordiamo il bene che è stato compiuto e il dolore provocato dal male che ha ferito il mondo. Ricordiamo non solo per non dimenticare ma per sperare. Ricordiamo fiduciosi nella Provvidenza di Dio e nella potenza della sua benedizione. Ricordiamo per ringraziare e lodare, perché il suo amore è per sempre e il nostro passato, presente e futuro riposano sicuri in questa eternità che è colma di misericordia.