Il prete nella comunità parrocchiale

Nonostante i dati degli ultimi anni mettano in evidenza un grande calo nella partecipazione e accostamento ai sacramenti, nonostante sembra diminuire il senso di appartenenza alla comunità e più in generale al vivere gli spazi pubblici, nonostante molte riflessioni diano una Chiesa “in ritirata”, quando cambia un prete in una parrocchia, si ravvivano l’interesse e i commenti circa l’avvicendamento della figura. Non credo si tratti solo di gossip, ma il fatto dice come, nel nostro tessuto sociale, il sacerdote sia parte dell’immaginario culturale, appartenga alle figure di riferimento e se, per qualcuno, non dal punto di vista valoriale, almeno per la sua presenza istituzionale.

Nella comunità Lenese, poi, che ha sempre avuto una bella tradizione di sacerdoti, questo aspetto tocca nel profondo la sua storia. Non siamo così estranei dal non riconoscere come vi siano forme di apparente disinteresse o di dissenso nei confronti della Chiesa e della sua ministerialità, ciò nonostante, a Leno, la presenza di un sacerdote interpella e dialoga con il vissuto dei cittadini. A tal proposito, potremmo aprire una riflessione che metterebbe sul tavolo numerose considerazioni sul ruolo, i compiti, gli aspetti da privilegiare nell’attività ministeriale e pastorale di un sacerdote. Probabilmente faremmo una lunga serie di caratteristiche positive che rispecchiano dei bisogni ai quali fare fronte e delle altre che dicano, invece, dei pericoli da evitare. Su alcune, forse, troveremmo condivisione e su altre dissenso. Credo che arriveremmo, anche a prendere in prestito l’immagine di un modo di dire tipico delle nostre parti, ossia che se guardassimo a cosa un prete debba o non debba fare, dovremmo “andare a farlo fare a Botticino”.

Penso che un aiuto nell’interpretare la presenza di un sacerdote in una comunità, ci venga dal da dove arrivi. Se arriva è perché qualcuno lo ha mandato e se è stato mandato, vuol dire che ha qualcosa da dirci.

La prima domanda quindi è: “Chi lo manda?” a questa possiamo rispondere dicendo che la nostra prospettiva di fede ci dice che è Dio che lo manda perché, lo ha chiamato e ha scelto di amarlo nella sua vocazione di annunciatore del Vangelo. L’essere inviato, si attua attraverso il servizio della Chiesa, nella persona del Vescovo che lo destina per un compito in un territorio.

La seconda domanda ci interrogava chiedendoci: “Che cosa viene a dirci?” Che “Dio è amore” (1 Gv 4, 8) ed è da questo messaggio che deve partire e al quale condurci con la sua testimonianza. Tutto, credo che si giochi entro queste due direttive. Se riusciremo, sempre più, ad avere attenzione a questa lettura della realtà sacerdotale, penso che si potrà creare un circolo virtuoso che si farà crescere nelle relazioni.

Davide e Betsabea: la prova dell’attrazione

Secondo incontro del Cammino dei Gruppi Famiglia

Le pagine bibliche conservano una tra le vicende più drammatiche di rapporto adulterino, quella raccontata in nel Secondo Libro di Samuele, che vede come protagonisti il grande re Davide e Betsabea, moglie di un suo valoroso ufficiale. 

Dal secondo libro di Samuele (11, 1-4) 

L’anno dopo, al tempo in cui i re sogliono andare in guerra, Davide mandò Ioab con i suoi servitori e con tutto Israele a devastare il paese degli Ammoniti; posero l’assedio a Rabbà mentre Davide rimaneva a Gerusalemme. Un tardo pomeriggio Davide, alzatosi dal letto, si mise a passeggiare sulla terrazza della reggia. Dall’alto di quella terrazza egli vide una donna che faceva il bagno: la donna era molto bella di aspetto. Davide mandò a informarsi chi fosse la donna. Gli fu detto: “È Betsabea figlia di Eliàm, moglie di Uria l’Hittita”. Allora Davide mandò messaggeri a prenderla. Essa andò da lui ed egli giacque con lei, che si era appena purificata dalla immondezza. Poi essa tornò a casa.

La scena narrata aiuta ad entrare nelle pieghe dell’infedeltà amorosa perché ci presenta i due protagonisti della storia con i loro sentimenti e comportamenti. Davide, vulnerabile come ogni uomo, non può restare indifferente al fascino femminile di una donna come Betsabea e sembra incarnare lo stereotipo del maschio cacciatore che non sa e non può resistere ad una preda allettante. Betsabea, sensibile come ogni donna, non può rimanere indifferente alle attenzioni di un uomo interessante, vittorioso e potente come Davide e sembra confermare l’immagine della femmina tentatrice che non può fare a meno di essere conquistata. Tutto questo sembrerebbe portare quasi necessariamente all’infedeltà come una conclusione inevitabile, stante la nostra natura di uomini e donne che non possono opporsi all’istinto dell’attrazione reciproca. Ma il Signore, in questa vicenda, scopre delle responsabilità e segnerà con le sue punizioni i destini dei due protagonisti perché proprio là dove lo sguardo maschile è colpito e la sensibilità femminile è destata, comincia la responsabilità di un uomo e di una donna: Davide “decide” di volere quella donna e Betsabea “accetta” di andare dal re. 

Il brano e la vicenda offrono alcune possibilità di analisi di ciò che oggi sempre più frequentemente sembra succedere all’interno della coppia: l’affacciarsi ad un certo punto della vita matrimoniale di un’alternativa, che molte volte sembra capitare così, senza che nessuno dei due sia consapevolmente andato a cercarla. Entrando, seppur con molta discrezione, nei risvolti che spesso accompagnano questi vissuti, aiutandoci anche con il testo, si possono fare alcune osservazioni.

Oggi comunemente si pensa che ogni attrazione sia un istinto irresistibile e quindi un destino fatale perché “al cuore non si comanda” e, dunque, bisogna andare “dove ti porta il cuore”. Queste affermazioni, così scontate ma tanto diffuse, poggiano su un presupposto: che l’uomo non sia libero ma schiavo delle situazioni, del suo istinto, delle sue passioni e che le sue scelte non siano dettate dalla volontà ma determinate dalle sue pulsioni. In questo modo si tende a de-responsabilizzare le persone riguardo a certi temi e rendere così non punibili determinati comportamenti.  Invece si può osservare che, se è vero che al cuore non si comanda, bisogna vedere dove si è deciso di attaccare il proprio cuore perché, come ci ricorda Gesù nel Vangelo di Matteo (6,21), il cuore si trova là dove l’uomo ha posto il suo tesoro.  Sono allora rivelatori quei piccoli gesti che, presi in sé, appaiono innocenti come prolungare lo sguardo, approfittare di determinate occasioni, indulgere a certe emozioni o sensazioni ma che permettono al cuore di attaccarsi impercettibilmente a questa possibilità, di accarezzare sempre più concretamente questa fantasia. E in questo modo entra in gioco la volontà e l’uomo e la donna decidono di dare importanza e valore a questa situazione e le permettono liberamente di prendere forma e realtà. Ma se entra in gioco la libertà si può parlare anche di responsabilità e di valutazione delle conseguenze e non più di un semplice arrendersi alle circostanze.

Un’altra considerazione suggerita dalla situazione narrata dal brano consiste nel sottolineare che oggi la mentalità corrente porta a confondere innamoramento e amore e considera vero il falso presupposto che sentirsi innamorati corrisponda ad amare l’altro. L’innamoramento è certo un ingrediente dell’amore ma tra l’uno e l’altro c’è una differenza decisiva: il primo sorge spontaneo, il secondo richiede una scelta. Permane invece nella nostra cultura, e non solo tra i giovani, il mito dell’innamoramento come misura del vero amore: essere totalmente attratti e affascinati dall’altro, ricercare la fusione totale con lui, essere scossi da sensazioni ed emozioni violente a contatto con l’altro diventano i parametri con cui definire il valore e la bontà di una relazione. Molto meno sono presi in considerazione i sentimenti di fiducia e di reciproco affidamento, l’impegno di una parola data, l’orgoglio di costruire qualcosa insieme, lo stimolo di una relazione in continuo divenire, la tensione positiva di avere un progetto di coppia da realizzare insieme. 

Un’ultima considerazione a partire dal brano, ci conduce a domandarci il perché della situazione di adulterio: spesso non è tanto la seduzione della nuova possibilità ma la perdita di fascino della vita matrimoniale consueta. La condizione che spesso fa da sfondo alle infedeltà coniugali è quella di una coppia che ha dato troppo per scontato il rapporto e non lo ha solidificato e irrobustito con continue opere di “ristrutturazione”. Un amore, che era stato anche grande ma che inesorabilmente e senza che nessun dei due lo volesse si è stemperato in una routine senza più desiderio e fantasia, apre facilmente la strada a un’alternativa che riporti il gusto del vivere e dell’amare che si era perso. La passione dell’adulterio non attacca se non là dove il fuoco dell’amore matrimoniale non è più alimentato. E per alimentarlo non basta trattenere gli occhi da distrazioni galeotte: occorre fissarli negli occhi di chi, forse un giorno ormai lontano, per primo ci innamorò. 

Come reagire di fronte all’affacciarsi di queste emozioni e sentimenti dentro un rapporto di coppia? La via d’uscita non è tanto quella che conduce a negarli, a reprimerli, soffocati dai sensi di colpa o paralizzati dalla paura di sensazioni forti. La risposta più saggia consiste invece nel non giudicare le emozioni perché esse non sono né buone né cattive, né giuste né sbagliate ma sono semplicemente parte della nostra struttura e imparare così a riconoscerle, individuarle e, proprio perché uniche e personali, comunicarle alle persone che ci interessano. La consapevolezza delle proprie emozioni, il riconoscerle, il permettersi di viverle, senza indulgervi ma anche senza fingere di non viverle, costituisce un forte processo di crescita che può portare a saperle controllare sempre di più.

Padre Mella e Van de Sfroos: parole e musica

Nell’evento conclusivo del Festival della Missione, all’Auditorium San Barnaba, Davide Van de Sfroos dialoga in un mix di note e parole con padre Franco Mella. Qui la sua storia raccontata dal settimanale Credere.

«Non piangiamo perché abbiamo paura o perché ci avete fatto perdere la faccia. Piangiamo per rabbia!».

Sono le parole della sua ultima canzone, proposta per la prima volta in pubblico poche domeniche fa a Hong Kong. Come sempre, parole forti, di denuncia e di protesta. A scriverle è un missionario del Pime, padre Franco Mella che, al Festival della Missione di Brescia, “duetterà” con il cantautore lombardo Davide Van De Sfroos. Padre Franco − 69 anni il 10 ottobre − è un personaggio a dir poco eclettico: missionario, appunto, vive tra la Cina continentale e Hong Kong dal 1974. Attivista per i diritti umani, la libertà e la democrazia, ha partecipato a tutte le più grandi battaglie che hanno attraversato questa complessa parte di mondo negli ultimi decenni. Sempre al  fianco dei più poveri, marginalizzati, esclusi… E sempre − di fondo − con un forte anelito di liberazione e speranza. Come dice il suo nome in cantonese: Kam Chai, «dolce grande speranza». L’ultima canzone è dedicata ai giovani della cosiddetta “Rivoluzione degli ombrelli”, un movimento di protesta che nell’autunno del 2014 ha occupato le strade di Central, il cuore  finanziario di Hong Kong. Padre Franco era lì, al loro fianco, insieme a un piccolo gruppo di cattolici, per condividere le istanze dei giovani che temono un inasprirsi del controllo di Pechino su Hong Kong e una progressiva erosione delle libertà e degli spazi di democrazia. «Tre leader del movimento sono stati messi in carcere negli scorsi mesi», ricorda mentre si prepara a rientrare in Italia. «Un provvedimento ingiusto e antidemocratico. Per questo ho scritto questa canzone. Per dar voce, anche attraverso la musica, alla nostra protesta».

Amico di gioventù di Enzo Jannacci, milanese come lui, padre Mella ne ricalca lo stile, dando voce agli ultimi e agli esclusi di una megalopoli ultramoderna come Hong Kong, che nasconde al suo interno sacche enormi di povertà ed emarginazione. Ma quello che racconta è innanzitutto ciò che ha vissuto: l’esperienza di lavoro come operaio in fabbrica per dodici anni e poi i dieci trascorsi sulle barche con i boat people, cinesi del continente a cui era impedito di scendere a terra. «In quegli anni vennero a trovarci Madre Teresa e il cardinale Carlo Maria Martini e anche lo stesso Jannacci!». Con un altro missionario del Pime, padre Franco Cumbo, ha avviato agli inizi degli anni Ottanta la prima scuola popolare per i ragazzi che vivevano sulle barche e che non avevano accesso all’istruzione. Da allora, il tema dell’educazione è sempre stato un  lo rosso delle sue iniziative. «L’istruzione rende l’uomo libero», dice convinto. «Per questo mi sono attivato per organizzare corsi e scuole, dalla materna all’università, dai corsi per disabili a quelli per i profughi».

Attualmente a Hong Kong porta avanti l’Università del Right of abode (diritto di residenza), riservata ai richiedenti asilo. Sono previsti corsi di lingua, ma anche di  filosofia, storia, yoga, chitarra e disegno. «È una vecchia battaglia quella per il diritto alla residenza», riprende Mella, che ne è stato tra i principali promotori e sostenitori con iniziative giudiziarie, sit in e scioperi della fame. E non è finita. «Oggi ci sono circa ottantamila persone che aspettano i documenti. Ora il governo vorrebbe espellerli».

Migranti, donne ed istruzione

Padre Mella ha esplorato anche nuove possibilità di missione con le donne filippine (che sono circa 400 mila insieme alle indonesiane), sfruttate come vere e proprie schiave nelle case dei loro “padroni”. L’impegno con le donne riguarda non solo l’accompagnamento spirituale, ma è anche un segno di rispetto e umanità nei confronti di chi non è considerato nessuno. A loro volta alcune di queste donne, che vivono recluse negli appartamenti sei giorni su sette, si impegnano la domenica a supportare il lavoro di padre Mella nelle carceri, dove il missionario visita circa 250 detenuti, molti dei quali stranieri e dunque senza nessuno che possa andare a trovarli. Poi c’è il fronte della Cina continentale. Dopo vent’anni di permanenza e cinque in cui non gli è stato concesso il visto, padre Franco è potuto rientrare in Cina nell’autunno del 2016. Le sue mete principali sono ancora oggi Kaifeng − dove c’è un’antica tradizione di presenza del Pime − e Xuzhou. Qui sopravvive, nonostante le difficoltà, un ostello per senzatetto. Ma l’impegno principale di padre Mella oggi è quello dell’insegnamento. «Mi dedico ai più piccoli, in una scuola materna con bambini sordomuti e ciechi e altri normodotati. È un’esperienza bella e interessante insegnare loro l’inglese: reagiscono con grande entusiasmo, specialmente quando uso le canzoni».

Ecco che ritorna la musica, una passione che unisce. Come in un recente concerto, di fronte al City Hall di Hong Kong, dove si sono esibiti un gruppo di rifugiati, alcune donne filippine, degli africani, una band di giapponesi, due arabi… e padre Mella. Un concerto in cui ciascuno ha portato le proprie istanze e tutti si sono sentiti uniti dalla passione per la musica. Ed è quello che accadrà anche al Festival della missione, quando due mondi − quello missionario “cinese” di padre Mella e quello laico “lumbard” di Van De Sfross − si incontreranno per un finale che promette sorprese.