Davide e Betsabea: la prova dell’attrazione

Secondo incontro del Cammino dei Gruppi Famiglia

Le pagine bibliche conservano una tra le vicende più drammatiche di rapporto adulterino, quella raccontata in nel Secondo Libro di Samuele, che vede come protagonisti il grande re Davide e Betsabea, moglie di un suo valoroso ufficiale. 

Dal secondo libro di Samuele (11, 1-4) 

L’anno dopo, al tempo in cui i re sogliono andare in guerra, Davide mandò Ioab con i suoi servitori e con tutto Israele a devastare il paese degli Ammoniti; posero l’assedio a Rabbà mentre Davide rimaneva a Gerusalemme. Un tardo pomeriggio Davide, alzatosi dal letto, si mise a passeggiare sulla terrazza della reggia. Dall’alto di quella terrazza egli vide una donna che faceva il bagno: la donna era molto bella di aspetto. Davide mandò a informarsi chi fosse la donna. Gli fu detto: “È Betsabea figlia di Eliàm, moglie di Uria l’Hittita”. Allora Davide mandò messaggeri a prenderla. Essa andò da lui ed egli giacque con lei, che si era appena purificata dalla immondezza. Poi essa tornò a casa.

La scena narrata aiuta ad entrare nelle pieghe dell’infedeltà amorosa perché ci presenta i due protagonisti della storia con i loro sentimenti e comportamenti. Davide, vulnerabile come ogni uomo, non può restare indifferente al fascino femminile di una donna come Betsabea e sembra incarnare lo stereotipo del maschio cacciatore che non sa e non può resistere ad una preda allettante. Betsabea, sensibile come ogni donna, non può rimanere indifferente alle attenzioni di un uomo interessante, vittorioso e potente come Davide e sembra confermare l’immagine della femmina tentatrice che non può fare a meno di essere conquistata. Tutto questo sembrerebbe portare quasi necessariamente all’infedeltà come una conclusione inevitabile, stante la nostra natura di uomini e donne che non possono opporsi all’istinto dell’attrazione reciproca. Ma il Signore, in questa vicenda, scopre delle responsabilità e segnerà con le sue punizioni i destini dei due protagonisti perché proprio là dove lo sguardo maschile è colpito e la sensibilità femminile è destata, comincia la responsabilità di un uomo e di una donna: Davide “decide” di volere quella donna e Betsabea “accetta” di andare dal re. 

Il brano e la vicenda offrono alcune possibilità di analisi di ciò che oggi sempre più frequentemente sembra succedere all’interno della coppia: l’affacciarsi ad un certo punto della vita matrimoniale di un’alternativa, che molte volte sembra capitare così, senza che nessuno dei due sia consapevolmente andato a cercarla. Entrando, seppur con molta discrezione, nei risvolti che spesso accompagnano questi vissuti, aiutandoci anche con il testo, si possono fare alcune osservazioni.

Oggi comunemente si pensa che ogni attrazione sia un istinto irresistibile e quindi un destino fatale perché “al cuore non si comanda” e, dunque, bisogna andare “dove ti porta il cuore”. Queste affermazioni, così scontate ma tanto diffuse, poggiano su un presupposto: che l’uomo non sia libero ma schiavo delle situazioni, del suo istinto, delle sue passioni e che le sue scelte non siano dettate dalla volontà ma determinate dalle sue pulsioni. In questo modo si tende a de-responsabilizzare le persone riguardo a certi temi e rendere così non punibili determinati comportamenti.  Invece si può osservare che, se è vero che al cuore non si comanda, bisogna vedere dove si è deciso di attaccare il proprio cuore perché, come ci ricorda Gesù nel Vangelo di Matteo (6,21), il cuore si trova là dove l’uomo ha posto il suo tesoro.  Sono allora rivelatori quei piccoli gesti che, presi in sé, appaiono innocenti come prolungare lo sguardo, approfittare di determinate occasioni, indulgere a certe emozioni o sensazioni ma che permettono al cuore di attaccarsi impercettibilmente a questa possibilità, di accarezzare sempre più concretamente questa fantasia. E in questo modo entra in gioco la volontà e l’uomo e la donna decidono di dare importanza e valore a questa situazione e le permettono liberamente di prendere forma e realtà. Ma se entra in gioco la libertà si può parlare anche di responsabilità e di valutazione delle conseguenze e non più di un semplice arrendersi alle circostanze.

Un’altra considerazione suggerita dalla situazione narrata dal brano consiste nel sottolineare che oggi la mentalità corrente porta a confondere innamoramento e amore e considera vero il falso presupposto che sentirsi innamorati corrisponda ad amare l’altro. L’innamoramento è certo un ingrediente dell’amore ma tra l’uno e l’altro c’è una differenza decisiva: il primo sorge spontaneo, il secondo richiede una scelta. Permane invece nella nostra cultura, e non solo tra i giovani, il mito dell’innamoramento come misura del vero amore: essere totalmente attratti e affascinati dall’altro, ricercare la fusione totale con lui, essere scossi da sensazioni ed emozioni violente a contatto con l’altro diventano i parametri con cui definire il valore e la bontà di una relazione. Molto meno sono presi in considerazione i sentimenti di fiducia e di reciproco affidamento, l’impegno di una parola data, l’orgoglio di costruire qualcosa insieme, lo stimolo di una relazione in continuo divenire, la tensione positiva di avere un progetto di coppia da realizzare insieme. 

Un’ultima considerazione a partire dal brano, ci conduce a domandarci il perché della situazione di adulterio: spesso non è tanto la seduzione della nuova possibilità ma la perdita di fascino della vita matrimoniale consueta. La condizione che spesso fa da sfondo alle infedeltà coniugali è quella di una coppia che ha dato troppo per scontato il rapporto e non lo ha solidificato e irrobustito con continue opere di “ristrutturazione”. Un amore, che era stato anche grande ma che inesorabilmente e senza che nessun dei due lo volesse si è stemperato in una routine senza più desiderio e fantasia, apre facilmente la strada a un’alternativa che riporti il gusto del vivere e dell’amare che si era perso. La passione dell’adulterio non attacca se non là dove il fuoco dell’amore matrimoniale non è più alimentato. E per alimentarlo non basta trattenere gli occhi da distrazioni galeotte: occorre fissarli negli occhi di chi, forse un giorno ormai lontano, per primo ci innamorò. 

Come reagire di fronte all’affacciarsi di queste emozioni e sentimenti dentro un rapporto di coppia? La via d’uscita non è tanto quella che conduce a negarli, a reprimerli, soffocati dai sensi di colpa o paralizzati dalla paura di sensazioni forti. La risposta più saggia consiste invece nel non giudicare le emozioni perché esse non sono né buone né cattive, né giuste né sbagliate ma sono semplicemente parte della nostra struttura e imparare così a riconoscerle, individuarle e, proprio perché uniche e personali, comunicarle alle persone che ci interessano. La consapevolezza delle proprie emozioni, il riconoscerle, il permettersi di viverle, senza indulgervi ma anche senza fingere di non viverle, costituisce un forte processo di crescita che può portare a saperle controllare sempre di più.

Padre Mella e Van de Sfroos: parole e musica

Nell’evento conclusivo del Festival della Missione, all’Auditorium San Barnaba, Davide Van de Sfroos dialoga in un mix di note e parole con padre Franco Mella. Qui la sua storia raccontata dal settimanale Credere.

«Non piangiamo perché abbiamo paura o perché ci avete fatto perdere la faccia. Piangiamo per rabbia!».

Sono le parole della sua ultima canzone, proposta per la prima volta in pubblico poche domeniche fa a Hong Kong. Come sempre, parole forti, di denuncia e di protesta. A scriverle è un missionario del Pime, padre Franco Mella che, al Festival della Missione di Brescia, “duetterà” con il cantautore lombardo Davide Van De Sfroos. Padre Franco − 69 anni il 10 ottobre − è un personaggio a dir poco eclettico: missionario, appunto, vive tra la Cina continentale e Hong Kong dal 1974. Attivista per i diritti umani, la libertà e la democrazia, ha partecipato a tutte le più grandi battaglie che hanno attraversato questa complessa parte di mondo negli ultimi decenni. Sempre al  fianco dei più poveri, marginalizzati, esclusi… E sempre − di fondo − con un forte anelito di liberazione e speranza. Come dice il suo nome in cantonese: Kam Chai, «dolce grande speranza». L’ultima canzone è dedicata ai giovani della cosiddetta “Rivoluzione degli ombrelli”, un movimento di protesta che nell’autunno del 2014 ha occupato le strade di Central, il cuore  finanziario di Hong Kong. Padre Franco era lì, al loro fianco, insieme a un piccolo gruppo di cattolici, per condividere le istanze dei giovani che temono un inasprirsi del controllo di Pechino su Hong Kong e una progressiva erosione delle libertà e degli spazi di democrazia. «Tre leader del movimento sono stati messi in carcere negli scorsi mesi», ricorda mentre si prepara a rientrare in Italia. «Un provvedimento ingiusto e antidemocratico. Per questo ho scritto questa canzone. Per dar voce, anche attraverso la musica, alla nostra protesta».

Amico di gioventù di Enzo Jannacci, milanese come lui, padre Mella ne ricalca lo stile, dando voce agli ultimi e agli esclusi di una megalopoli ultramoderna come Hong Kong, che nasconde al suo interno sacche enormi di povertà ed emarginazione. Ma quello che racconta è innanzitutto ciò che ha vissuto: l’esperienza di lavoro come operaio in fabbrica per dodici anni e poi i dieci trascorsi sulle barche con i boat people, cinesi del continente a cui era impedito di scendere a terra. «In quegli anni vennero a trovarci Madre Teresa e il cardinale Carlo Maria Martini e anche lo stesso Jannacci!». Con un altro missionario del Pime, padre Franco Cumbo, ha avviato agli inizi degli anni Ottanta la prima scuola popolare per i ragazzi che vivevano sulle barche e che non avevano accesso all’istruzione. Da allora, il tema dell’educazione è sempre stato un  lo rosso delle sue iniziative. «L’istruzione rende l’uomo libero», dice convinto. «Per questo mi sono attivato per organizzare corsi e scuole, dalla materna all’università, dai corsi per disabili a quelli per i profughi».

Attualmente a Hong Kong porta avanti l’Università del Right of abode (diritto di residenza), riservata ai richiedenti asilo. Sono previsti corsi di lingua, ma anche di  filosofia, storia, yoga, chitarra e disegno. «È una vecchia battaglia quella per il diritto alla residenza», riprende Mella, che ne è stato tra i principali promotori e sostenitori con iniziative giudiziarie, sit in e scioperi della fame. E non è finita. «Oggi ci sono circa ottantamila persone che aspettano i documenti. Ora il governo vorrebbe espellerli».

Migranti, donne ed istruzione

Padre Mella ha esplorato anche nuove possibilità di missione con le donne filippine (che sono circa 400 mila insieme alle indonesiane), sfruttate come vere e proprie schiave nelle case dei loro “padroni”. L’impegno con le donne riguarda non solo l’accompagnamento spirituale, ma è anche un segno di rispetto e umanità nei confronti di chi non è considerato nessuno. A loro volta alcune di queste donne, che vivono recluse negli appartamenti sei giorni su sette, si impegnano la domenica a supportare il lavoro di padre Mella nelle carceri, dove il missionario visita circa 250 detenuti, molti dei quali stranieri e dunque senza nessuno che possa andare a trovarli. Poi c’è il fronte della Cina continentale. Dopo vent’anni di permanenza e cinque in cui non gli è stato concesso il visto, padre Franco è potuto rientrare in Cina nell’autunno del 2016. Le sue mete principali sono ancora oggi Kaifeng − dove c’è un’antica tradizione di presenza del Pime − e Xuzhou. Qui sopravvive, nonostante le difficoltà, un ostello per senzatetto. Ma l’impegno principale di padre Mella oggi è quello dell’insegnamento. «Mi dedico ai più piccoli, in una scuola materna con bambini sordomuti e ciechi e altri normodotati. È un’esperienza bella e interessante insegnare loro l’inglese: reagiscono con grande entusiasmo, specialmente quando uso le canzoni».

Ecco che ritorna la musica, una passione che unisce. Come in un recente concerto, di fronte al City Hall di Hong Kong, dove si sono esibiti un gruppo di rifugiati, alcune donne filippine, degli africani, una band di giapponesi, due arabi… e padre Mella. Un concerto in cui ciascuno ha portato le proprie istanze e tutti si sono sentiti uniti dalla passione per la musica. Ed è quello che accadrà anche al Festival della missione, quando due mondi − quello missionario “cinese” di padre Mella e quello laico “lumbard” di Van De Sfross − si incontreranno per un finale che promette sorprese.

Io di Dio mi fido: fallo anche tu!

Il Grest 2017 ha avuto come protagonista Re Davide. Re Davide era un ragazzo povero, amato da Dio. Dio lo guardò con affetto e lo scelse come re del popolo di Israele; Dio lo scelse perché sapeva di avere un talento. Obiettivo del Grest di quest’anno è stato quello di far capire ai bambini che nessuno è uguale perché ognuno di noi ha dei talenti unici e preziosi.

La storia di Re Davide ci ha insegnato  che “le grandi cose sono fatte di piccole cose”: volersi bene, stare attenti agli altri, ascoltare la mamma e il papà, tenere pulito l’ambiente e l’oratorio sono tutte azioni che creano cittadini responsabili e persone migliori.

Dio guarda al cuore e grazie a Lui i bambini possono fare grandi cose, anche se sono piccoli.

Al Grest abbiamo imparato che dobbiamo coltivare le amicizie, rispettarci e volerci bene: se anche una sola cosa, di quelle che abbiamo detto, è passata nel cuore dei bambini, siamo sicuri di aver fatto un buon lavoro!! Il Grest ha coinvolto circa 600 tra ragazzi e bambini; doverosi sono i ringraziamenti alla Parrocchia SS. Pietro e Paolo nelle figure di Mons. Giovanni Palamini e al responsabile dell’Oratorio, sempre presente e disponibile Don Davide Colombi.  Un sentito Grazie!, all’Ammistrazione Comunale di Leno in particolare all’Ass. Giacomo Lazzari, alle suore, agli educatori, agli animatori, ai ragazzi e bambini e ai genitori.

Il grest era  suddiviso tra :

Minigrest  con sede presso la scuola materna di Leno e gestiti da Simona Bonetta e Elisa Romanini,  Suor Graziella che  insieme alle preziose volontarie hanno svolto la loro attività dal 3 al 21 Luglio ;

1-2-3 Elementare responsabili, Duina Ornella, Elena Martinelli, Sara Ferrari e Maddalena Della Torre.

4-5 Elementare responsabili, Suor Lidya Budau e MariaChiara Lampugnani

1-2 Media responsabili Silvia Lussignoli, Alex Bonazzoli, Marvin Ranza, Giada Romeri

Summer per ragazzi di 3 media e 1 superiore responsabili, Luca Pietta e Nicola Berardi.

Il Grest non sarebbe stato possibile senza l’aiuto prezioso dei nostri fantastici animatori, che con il loro entusiasmo e la loro voglia di mettersi in “gioco” hanno aiutato, stimolato ed entusiasmato i bambini e i ragazzi.

Durante la serata finale sono stati presentati dei video che è possibile vedere sul sito dell’Oratorio diventato ormai un fiore all’occhiello della nostra Parrocchia www.oratorioleno.it oppure sul canale YouTube www.youtube.com/oratubeleno.

Un doveroso grazie al direttore delle riprese dei video Gabriele Bertinelli e Post Produzione Lorenzo Calabria e a tutti i nostri piccoli e gradi attori che si sono prestati a fare i video.  Concludiamo con il nostro slogan : IO DI DIO MI FIDO: FALLO ANCHE TU!

Guarda la gallery:

https://www.oratorioleno.it/portfolio-articoli/grest-re-davide-2017/

Il vostro parlare sia “si, si”; “no, no”; il di più viene dal maligno

12 febbraio 2017

Costantemente, le persone umane, sono messe di fronte alla scelta tra il bene e il male. In molti casi è evidente la differenza tra ciò che ci fa bene rispetto a ciò che è male; ma in molti altri casi non è così evidente saper scegliere, a maggior ragione, oggi, la complessità della nostra cultura, delle nostre vite, rende ancora più difficile, soprattutto per chi cresce e per chi si sta incamminando verso l’età adulta, poter fare scelte sempre più responsabili e legate al bene.

È chiaro che in questo continuo processo di scelta, di decisione, viene chiamata in causa la nostra libertà. Noi sappiamo bene che la libertà è l’opportunità che ci è concessa perché possiamo decidere, scegliere ciò che ci permette di realizzarci come persone; e che va ben al di là di scegliere solo ciò che ci fa piacere o meno. Me lo insegnereste anche voi, che la nostra libertà ci aiuta a fare le scelte che sono per il bene e molte volte le cose giuste le facciamo proprio perché sono giuste anche se non sempre ci piacciono. Pensiamo a quante cose fanno i genitori verso i figli, anche se non sono, sempre, così piacevoli, ma si fanno perché sono le cose giuste.

In questa dinamica, dove l’uomo si trova costantemente di fronte alla scelta, non sempre così evidente, si inserisce Dio. Da sempre, Dio, lungo la storia degli uomini, ha cercato di essere vicino agli uomini per dar loro delle indicazioni, affinché fossero facilitati nel capire dove sta il vero bene. Ed ecco che allora, a più riprese, Dio ha cercato una sorta di alleanza con l’uomo: pensiamo a quello che è accaduto attraverso i profeti lungo tutto l’Antico Testamento, attraverso alcune figure di re oppure pensiamo a figure importanti come Abramo, Mosè; pensiamo alla potenza e al valore di tutto ciò che è legato ai Comandamenti, che per secoli il popolo Ebraico ha seguito e tuttora lo sta seguendo e anche noi seguiamo e sono il nostro orientamento, sono la nostra freccia direzionale, che orienta le nostre scelte.

Lungo i secoli, il popolo ebraico, ha portato avanti l’insegnamento di questa legge che Dio ha dato agli uomini per facilitarli nel capire dove sta il bene e dove sta il male. Quando appare Gesù, con la sua prorompente novità, crea un po’ di difficoltà a quelli che hanno insegnato, che portavano avanti questo insegnamento della legge mosaica. Sappiamo bene che le novità si devono misurare e incontrare con le abitudini e a volte le abitudini fanno fatica ad accogliere o ad adeguarsi al nuovo.

Gesù di novità ne ha portate, nessuna però in contrasto con quello che l’ha preceduto. Il vangelo di oggi è chiaro e dice, attraverso le parole stesse di Gesù: “Non sono venuto a cancellare nulla. Non sono venuto a dire che ciò che c’era prima era sbagliato, anzi lo voglio portare a compimento”. Gesù è come se esaltasse il valore e il potere della legge mosaica. Tutto quello che Gesù ha fatto non è mai entrato in contrasto con quello che l’ha preceduto. Faccio un esempio: pensiamo al fatto che Gesù, è lui che ci ha insegnato a chiamare Dio con il nome di Padre; prima, tutto l’Antico Testamento conosceva, chiaramente, l’amore che Dio ha verso gli uomini, ma nessuno aveva mai pensato di chiamarlo Padre, era il Signore, il Dio Onnipotente. E il fatto che Gesù insegni a chiamarlo Padre non toglie nulla né alla sua onnipotenza né alla sua signoria, aggiunge solamente questa intimità. Gesù ampia l’orizzonte.

Ecco che, allora, presenta, in questo Suo intervento, alcuni esempi che sembrano delle antitesi: “avete inteso che fu detto, ma io vi dico”. Questo: “mai io vi dico” non è un contrasto, Gesù non è un disfattista, ma è un esaltare, un rendere ancora più consapevole chi sta ascoltando del valore di quelle indicazioni di Dio. Perché la Legge va compresa non solo nella sua letteralità, ma nella sua essenza e l’essenza della Legge di Dio qual è se non l’amore.

Gesù vuole, quindi, riportare i suoi ascoltatori e, chiaramente, anche a noi all’originalità del rapporto tra Dio e gli uomini, ossia al fatto che Dio ci vuole bene e vuole il nostro bene. Gesù amplia l’orizzonte interpretativo e fa alcuni esempi: è chiaro che Mosè ha detto di non uccidere, Gesù dice: “Ma anch’io lo sto dicendo, ma si può uccidere in molti modi”, non solo con la spada, pensate a quante volte noi ammazziamo con le parole, coi giudizi, con i commenti, con il nostro linguaggio, con le etichette che applichiamo alle persone.

Gesù dice di essere schietti nel nostro parlare, il parlare sia “sì, sì e no, no; il di più viene dal maligno”; e in questo il diavolo è un giocatore esperto e spesso vince le nostre battaglie, perché ci adoperiamo spesso ad aggiungere al quel “sì o no” altre cose e lì il diavolo vince. “Il di più viene dal maligno”, lo dice il Signore in modo chiaro. Dobbiamo fare attenzione a non fermarci solo alla letteralità di quello che abbiamo imparato, ma di amare. Nella misura in cui amo, nella misura in cui apro il mio cuore allora sarò attento a non andare oltre il limite.

Tocca anche un argomento delicato ed allora era persino violento, ossia il tema dell’adulterio, il tema delle unioni, pensate a quanta fatica ci sta dietro e come molto spesso noi banalizziamo o ci permettiamo di giudicare. È chiaro che non sta avvallando i comportamenti che secondo la Legge di Dio sono negativi, Dio non sto dicendo che va tutto bene, Dio ci sta dicendo, però, di amare. E “il di più viene dal maligno” e non ci fa bene.

Se non è così evidente, perché ci cadiamo dentro spesso, oggi ce lo dice in modo chiaro. Dicevo che questo racconto chiama in causa la nostra libertà e la libertà vuol dire, avere la possibilità di scegliere ciò che ci permetti di realizzarci come persone, come esseri umani, come uomini, come donne. Chiediamo a Dio di scoprirci liberi. Essere liberi è impegnativo, perché ti può mettere, anche, nella condizione di sbagliare; ma anche perché essere liberi vuol dire che ti impegni a metterci la faccia, ti impegni ad andare al di là delle logiche del solo piacere. Gli esseri umani, quelli liberi veramente, fanno le cose perché sono giuste, non solo perché piacciono, altrimenti saremmo uguali animali nei loro istinti. La differenza che ci contraddistingue tra noi e gli animali è che gli animali seguono gli istinti di riprodursi, di mangiare; noi siamo liberi perché siamo capaci di andare oltre, siamo capaci di educare i tempi nei quali mangiamo o ci riproduciamo oppure nei tempi nei quali commentiamo, sapendo che il nostro parlare dev’essere “sì, sì; no, no e il di più viene dal maligno”.

Sale della terra e luce del mondo

5 febbraio 2017

Nella pagina evangelica odierna, Gesù utilizza due immagini esplicite, cioè molto chiare, per descrivere i discepoli. Li definisce: “Sale della terra e luce del mondo”. Da notare, cioè è un elemento su cui porre attenzione, che Gesù non dice ai discepoli che potrebbero essere sale della terra o potrebbero essere luce del mondo, ma che già lo sono e in virtù, in ragione della loro condizione non possono sprecare ciò che sono perché sarebbe un paradosso. Dice: “Il sale se perde il sapore a null’altro serve se a essere gettato” e sarebbe un paradosso..

Ma, seppur può sembrare o sarebbe un paradosso, non è raro che, purtroppo, le nostre vite siano senza sapore, o siano poco luminose. Attenzione! Perché anche in questo caso non sto parlando del fatto che vi sia qualcosa o qualcuno che copra i sapori, sto parlando della possibilità di abbassare il livello, la percezione del gusto.

Se Gesù ci dice questo, ossia di fare attenzione a non perdere sapore, è perché conosce la realtà umana e perché sa che questo rischio è percorribilissimo. Non so se anche a voi capita, ogni tanto, di scoprirsi senza sapore, di aver perso magari smalto, intensità, di aver perso la capacità di gustare qualcosa, di riscoprire il bello di ciò che facciamo tutti i giorni. Torno a dire che, se Gesù dice questo è perché è una ipotesi percorribilissima. Anche nei nostri discorsi capita, a volte, che commentando i comportamenti o lo stile di qualcuno, arriviamo a dire “eh non sa di niente!”. Quasi è peggio il fatto che non abbia sapore rispetto al fatto che possa invece avere un sapore amaro, perché potremmo anche tollerare il fatto di saper mangiare amaro, a volte. Ma noi siamo fatti così! Gli esseri umani sono fatti così: il non aver sapore ci dà fastidio, ci spiace, ci spiazza.

Bisogna, allora, fare attenzione a quando si perde il sapore. Quando abbiamo l’influenza, ci si accorge che i sapori vengono alterati, a volte non riesci a gustare le cose. C’è una patologia, che dice che non sei capace di gustare. Allora, questo Vangelo, penso possa aiutarci in primo luogo a tener monitorato il nostro saper gustare la vita; a tener monitorati i nostri livelli di percezione del gusto, della luminosità della nostra esistenza. Perché se neanche ci accorgiamo di perdere il sapore, allora, ancor di più andiamo in confusione.

Il non saper di nulla ci manda in confusione, ci appiattisce, crea una sorta di omologazione. Ora, non vorrei essere pessimista, ma ci accorgiamo un po’ tutti che oggi c’è una difficoltà oggettiva nel saper cogliere ciò che è buono rispetto a ciò che non lo è. Non è più così semplice saper discernere la volontà di Dio, perché forse abbiamo perso un po’ il gusto dell’esistenza, o meglio, abbiamo perso la capacità di gustare la vita.

Questo Vangelo, quindi, può darci questo monito, di tener controllato il nostro livello di percezione del gusto. Domandiamoci se siamo ancora capaci di trovare i sapori nella nostra vita, in quello che facciamo e in quello che siamo, perché se non accade, vuol dire che c’è una patologia.

Un secondo aspetto su cui poter fare attenzione grazie a questo Vangelo, è dato dal fatto che possiamo fare, invece, appello in modo consapevole a ciò che siamo. E ciò che siamo va al di là di ciò che facciamo. Ciò che siamo dice la nostra identità: noi siamo sale, siamo luce. Perché? perché in noi abita Dio ed è alla sua luce e al suo sapore che dobbiamo fare attenzione, a cui dobbiamo attingere. Se guardassimo di migliorare la nostra esistenza, o di adottare strategie o antidoti di fronte alle patologie che ci fan perdere il sapore della vita, solo in base alle nostre capacità, faremmo un grosso errore. Arriveremmo ad un certo punto in cui non saremmo più in grado di andare oltre e vorrebbe dire che tutto dipenderebbe solo da noi. Ma questo indicherebbe che saremmo ripiegati su noi stessi, che tutto dipenderebbe dalla sola nostra realtà, solo da noi! Questo non è vero. Abbiamo bisogno di fare appello a ciò che siamo, perché ciò che siamo è l’immagine di Dio. Diceva benissimo il versetto all’alleluia dove Gesù si proclama “Luce del mondo, e chi mi segue avrà la luce della vita”. Non è un caso che Gesù ai suoi discepoli dica che sono sale, ma nella misura in cui lo seguono. Se non lo seguiamo, perdiamo il sapore.

Fare appello a ciò che siamo, vuol dire appunto darci la possibilità di riconoscere ciò che in noi ci porta a togliere il sapore, e ad attuare strategie che ci possano permettere di recuperarlo. Noi siamo i cristiani, siamo quelli che danno il sapore della vita, quelli che danno la luce, quelli che danno il colore, che danno la gioia. Quando usciamo da questa chiesa o se viviamo le nostre vite in forma pallida o insaporita, diciamocelo, facciamo appello a quello che siamo. Dacci, il sapore, Signore! Dacci luce! Perché abbiamo bisogno di luce e sapore. Certo, non son qua a dire che se si perde il sapore, si perde la luminosità, almeno facciamo qualcosa che se anche ha un cattivo sapore, almeno è qualcosa. Assolutamente no. Solo che non aver sapore ci spiazza, ci manda in confusione. Se ho un sapore cattivo è una cosa grave ma almeno so che è una cosa da evitare perché mi spiace, mi dà fastidio. Il problema è quando non sai di niente. Se non sai di niente, non indichi neanche niente. Se penso ai miei ragazzi, a quanta fatica si faccia con loro nel riuscire a dare qualche orientamento, a volte me lo domando: non sarà, forse, che tu, don non sai di niente? O che perdi sapore? E se così fosse, allora recuperiamolo questo sapore. Chiediamo dono questo a Dio.

Fate, dunque, un frutto degno della conversione

La pagina evangelica di questa seconda domenica di Avvento ci presenta, attraverso San Matteo, al capitolo III, la figura di Giovanni Battista. Un personaggio, che fa da ponte tra l’Antico e il Nuovo Testamento. Quest’uomo, carico di un’autorevolezza, che diventa evidente grazie alla sua radicalità e alla sua coerenza. Quest’uomo, che grazie al suo intenso rapporto con Dio è capace di una profonda schiettezza nel farsi suo portavoce.

Nella scena, che oggi ci è descritta nel Vangelo, Giovanni Battista, con tante esortazioni ci invita ad assumere alcuni comportamenti; sono esortazioni, cioè inviti che vengono fatti dal Battista ad assumere comportamenti, di rinuncia al peccato e di prontezza nello scegliere la via che porta all’incontro con Dio.

Tra queste esortazioni ne scelgo una, che è molto forte nel suo esprimersi e che se divisa in se stessa rischia di essere fraintesa ma letta nel suo insieme diventa confortante. In un primo momento, può spaventare ma diventa, invece, un’esortazione che ci rincuora. Di fronte ai Sadducei ed ai Farisei, che, in numero sempre maggiore, accorrevano al suo battesimo, Giovanni Battista dice: «Chi vi ha fatto credere di sfuggire all’ira imminente di Dio. Fate dunque un frutto degno della conversione». Detta così: “Chi vi ha fatto credere di sfuggire all’ira imminente di Dio”, suona un po’ come una minaccia, va letta, però, insieme alla seconda parte che dice: “Fate dunque un frutto degno della conversione”. L’ira di Dio non è mai contro di noi, ma è contro il male che c’è in noi. Perché Dio ce l’ha contro il male che c’è in noi? Perché il male ci fa male e Dio non vuole che noi stiamo male. La cosa che può sembrare un paradosso è che, quando Dio è arrabbiato, l’uomo è salvo! C’è, però, una condizione: l’uomo faccia frutti degni di conversione, ossia scelga di prendere le distanze dal male che, purtroppo, molto spesso, abita in lui. Nella misura in cui scegliamo di prendere le distanze dal male, Dio interverrà sul quel male e questo non ci “tirerà giù”, ma verrà sconfitto e noi saremo salvi.

Interessante anche l’invito a convertire le nostre strade verso Dio. Convertire vuol dire concentrarsi, dirigere la nostra attenzione, vertere verso Dio, perché nella misura in cui stiamo con Dio non c’è nessun male che possa “tirarci giù”. Qual è il contrario di convertito? È pervertito, perché se convertire significa dirigere la nostra strada verso Dio, il pervertito è quello che va per altre strade, che non sono quelle di Dio. Ecco che, ancora di più, se concentriamo la nostra attenzione su Dio, noi sappiamo che quando Lui si arrabbia lo fa con il male vicino a noi. Usando un’immagine molto efficace, Dio è fermo, duro con il peccato ma tenero con i peccatori. Non abbiamo, allora, nulla da temere. Quando Dio si arrabbia l’uomo è salvo; quale uomo è salvo? l’uomo che si fida del Suo intervento ed è disposto ad intraprendere cammini di conversione. Certo, intraprendere cammini di conversione può essere impegnativo, può costarci fatica, può anche essere qualcosa che fiacca il nostro passo, che può smorzare la nostra speranza, perché molto spesso, le nostre intenzioni di intraprendere cammini nei quali ci lasciamo alle spalle qualcosa che ci pesa, ci vedono sconfitti; quante volte abbiamo sperimentato che, anche con l’intenzione di mettercela tutta, di ricominciare, di andare avanti, dopo un po’ eravamo ancora come prima. Ciò non toglie che se anche le nostre intenzioni svaniscano è sempre saggio lasciar da parte il male che c’è in noi; è sempre saggio attuare cammini di conversione anche quando presentano degli ostacoli. Convivere con il male è sempre sbagliato, anche perché se noi conviviamo con il male ne diventiamo famigliari, parliamo la stessa lingua, abbiamo gli stessi desideri, abbiamo le stesse intenzioni, diventiamo fratelli. Ed è allora quel male ci “strapperà giù”; ecco perché Giovanni Battista è chiaro ed è una chiarezza disarmante, che non pone altri dubbi. Ma la cosa più chiara deve essere questa: quando Dio si arrabbia l’uomo è salvo, per cui non c’è nulla da aver timore.

Benvenuto don Davide!

Don Davide arriva a Leno dopo una solida esperienza pastorale fatta nell’oratorio di Montichiari. È perciò sufficientemente “attrezzato” per affrontare fimpegno a Leno. Oltretutto la nostra parrocchia non gli è sconosciuta, avendo svolto un anno di servizio come chierico. Più di un giovane lo ricorda bene e ciò gli permetterà di inserirsi potendo contare sulla disponibilità di un gruppo di collaboratori che in questi anni sono stati di valido aiuto a don Carlo.

don Davide Colombi

Don Davide, come ho accennato sopra, ha vissuto la sua prima esperienza sacerdotale nell’oratorio di Montichiari, profondendo in quel contesto le energie preziose di entusiasmo, intelligenza e dedizione che un giovane prete porta dentro di sé. È stato per lui un periodo denso di impegni e ricco di rapporti, che certamente l’ha arricchito come uomo e come sacerdote, ma che nello stesso tempo ha lasciato tracce importanti nella vita delle persone che ha incontrato.

A testimonianza di quello che lui è stato e di quello che ha fatto riporto le espressioni significative che il suo parroco ha scritto sul Bollettino parrocchiale in occasione del saluto: “A tutti dispiace molto che don Davide ci abbia lasciato perché il Vescovo gli ha affidato un nuovo incarico nella parrocchia di Leno; ma ciò che ci ha dato, ciò che abbiamo vissuto con don Davide sarà per sempre un ricordo che rimarrà indelebile nel nostro cuore. Certamente il ‘grazie’ che è sgorgato sulle labbra di tutti ha espresso il tanto bene che ha realizzato, in questi undici anni, nella nostra parrocchià”.

L’augurio che gli facciamo, e sono certo di interpretare i sentimenti di tutti, è che trovi anche nella nostra parrocchia, e in particolar modo in oratorio, una comunità nella quale si senta a suo agio e nella quale possa continuare a offrire la ricchezza delle sue qualità.

Un “benvenuto” affettuoso da parte di noi sacerdoti: che insieme possiamo vivere e offrire una testimonianza di comunione fraterna ricca ed esemplare.

Monsignore

Don Davide

S.E. il Vescovo Luciano, ha nominato Don Davide Colombi nuovo curato a Leno.

 Don Davide Colombi

Don Davide, classe 1974, è stato ordinato sacerdote nell’anno 2000, e da allora è vicario parrocchiale a Montichiari.

Negli anni del seminario ha già svolto servizio presso la nostra parrocchia nel periodo 1997/1998.

L’ingresso presso la nostra parrocchia avverà Domenica ore 10.00 in Chiesa Parrocchiale.