Il vescovo ai giovani: fate il bene

Sul modello della parabola del Buon Samaritano, il Vescovo, durante la Veglia delle Palme, ha esortato i giovani a prendersi cura dell’altro. E ha indicato anche alcune azioni concrete. Tra le scelte da fare, ha ricordato l’importanza dell’impegno politico

Cari giovani,

questa nostra cattedrale ci vede riuniti per un appuntamento che è diventato tradizionale e a cui anch’io tengo molto. Entriamo nella Settimana Santa e lo facciamo insieme anche grazie a questa Veglia di preghiera nella Domenica delle Palme, cui voi in particolare siete invitati. Ci apprestiamo a rivivere la Passione del Signore. Il nostro sguardo si fermerà sul Cristo crocifisso, sul suo volto offeso, sul suo corpo straziato. Ciò che non vedremo, che potremo solo percepire nella misura della nostra fede, è il sentimento del suo cuore: una benevolenza infinita per l’intera umanità, prigioniera spesso inconsapevole della sua malvagità. In questa grande misericordia, che nell’abbraccio della croce vince il male con il bene, va ricercato anche il segreto della stessa risurrezione del Signore, potenza di salvezza che si irradia dal suo cuore trafitto.

Siamo invitati questa sera a varcare la soglia della Settimana Santa ponendoci in ascolto di un testo del Vangelo di Luca che conosciamo bene e che ci è molto caro. L’abbiamo appena sentito proclamare. Si tratta della parabola del “buon samaritano”. Siamo abituati a definirla così. In realtà il samaritano della parabola non viene qualificato in questo modo: non si dice cioè che egli è buono. È piuttosto il suo comportamento che ha condotto le generazioni cristiane a formulare nel tempo – legittimamente – questo giudizio su di lui. In che cosa consiste dunque questa sua bontà? Perché diciamo giustamente di lui che è un uomo buono?  Sono domande che già sollecitano la nostra attenzione. E da subito vi inviterei a cogliere nel comportamento del protagonista di questa parabola un’eco particolare della rivelazione di Gesù. Vi esorto, cioè, a leggerla pensando alla sua persona e alla sua missione. Potremmo infatti dire che, raccontando questa parabola, Gesù parla di sé. Il suo pensiero è all’opera di salvezza che troverà compimento nella sua passione e risurrezione ormai prossima. L’intera vita di Gesù è stata una testimonianza d’amore. La parabola del buon samaritano ne mette bene in evidenza un aspetto molto importante, che proverei a esprimere così: la cura amorevole per l’umanità ferita. Chinarsi sull’umanità straziata dal male con la tenerezza di un cuore commosso e metterle a disposizione tutte le energie che si possiedono è indubbiamente un modo molto evidente ed efficace per dimostrarle il proprio amore. Così ha fatto il samaritano nei confronti dell’uomo incappato nei briganti; così ha fatto il Cristo nei confronti dell’intero genere umano; così siamo chiamati a fare noi, se davvero vogliamo essere suoi discepoli.

Su questo – cari giovani – vorrei dunque questa sera meditare con voi: sulla necessità di prendersi cura dell’umanità, facendosi carico del suo destino. Un simile compito – ne sono convinto – riguarda tutti, ma soprattutto riguarda voi. La giovinezza è infatti il tempo in cui le energie sono fresche, gli orizzonti ampi, lo slancio del cuore potente. È in questa stagione che si decide della propria vita. Ecco dunque una decisione da prendere mentre si è giovani: sentire il mondo come la propria casa e prendersi cura del prossimo. Lo Spirito santo vi aiuterà a capire che cosa questo vorrà dire per ciascuno di voi.

Ma veniamo dunque alla lettura del nostro brano di Vangelo. La parabola che Gesù racconta ha una sua ragion d’essere. Tutto parte dalla richiesta di un dottore della legge, cioè da un esperto delle Scritture e della Tradizione giudaica. Costui gli domanda: “Maestro, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?”. Gesù risponde rinviandolo a quella stessa legge di cui è maestro: “Che cosa sta scritto nella legge? Tu come la leggi?”. La risposta del dottore della legge è molto bella e per certi aspetti inattesa. A suo giudizio, infatti, tutta la legge si riconduce a questa duplice richiesta: amare Dio con tutto se stesso (cuore, anima, forza, mente) e amare il prossimo come se stesso. Si tratta di un’interpretazione suggestiva, che riassume nel comandamento dell’amore una normativa complessa di più di seicento precetti. Colpisce in particolare l’unificazione che qui avviene tra la dimensione verticale e la dimensione orizzontale: l’amore fa sintesi tra la relazione con Dio e la relazione con gli altri. Questi ultimi, poi, sono qualificati come “il prossimo”, cioè vicini, non distanti, non estranei, non nemici. Dunque, chi ama Dio amerà anche il prossimo; chi non ama il prossimo non potrà dire di amare Dio.

A questo punto però l’illustre interlocutore, volendo giustificarsi, pone una seconda domanda. Dice: “E chi è il mio prossimo?”, cioè: “Chi devo considerare come un vicino tra i diversi soggetti che la vita mi fa incontrare? A chi devo quell’amore che per me discende necessariamente dall’amore per Dio? Ai miei parenti? Ai miei amici? Ai miei connazionali? A chi mi fa del bene?”. Su questo punto Gesù ritiene ci si debba soffermare attentamente e questa volta offre la sua risposta. Lo fa appunto raccontando la parabola. Ascoltiamola dunque bene anche noi, cercando di capirne il senso profondo.

Un uomo – dice Gesù al suo interlocutore – viene a trovarsi all’improvviso in una situazione estremamente critica. Mentre percorre incautamente la strada che in pieno deserto scende da Gerusalemme a Gerico, è assalito dai briganti, che gli rubano tutto ciò che ha, lo percuotono a sangue e lo abbandonano al suo destino. Rimane accasciato e sanguinate sul ciglio della strada.

Un sacerdote prima e poi un levita si trovano per caso a passare per quella stessa strada. Anch’essi stanno scendendo da Gerusalemme a Gerico. Con ogni probabilità sono stati al tempio: sono infatti – li potremmo definire così – due “uomini della religione”. Il sacerdote è colui che compie i riti sacrificali e il levita è il suo assistente. Entrambi vedono quell’uomo tramortito e sanguinante. “Certamente si avvicineranno – verrebbe da pensare – e lo aiuteranno”. Non è così. Passano oltre tenendosi accuratamente a distanza. Il testo rimarca in entrambi i casi questo particolare: non si avvicinano. Li può giustificare il fatto che il contatto con il sangue nella normativa giudaica rendeva impuri? La retta coscienza direbbe di no. Di più: una retta coscienza avanzerebbe seri dubbi su una religione che per qualsiasi ragione ti impedisce di soccorrere un disperato.

Ed eccoci al samaritano. Merita ricordare – come dimostra il racconto dell’incontro tra Gesù e la donna samaritana nel Vangelo di Giovanni (cfr. Gv 4,9) – che i Samaritani erano considerati dai Giudei stranieri e nemici, gente impura da cui tenersi lontano. Quest’uomo, che ogni Giudeo disprezzerebbe, si comporta nella circostanza in modo esemplare, opposto a quello dei due autorevoli Giudei che lo hanno preceduto. Egli non si tiene lontano dallo sfortunato viaggiatore ma gli si avvicina: si fa prossimo dell’uomo abbandonato sul ciglio della strada e in questo modo lo rende prossimo a se stesso.

Dobbiamo fare molta attenzione ai verbi che descrivono il comportamento del samaritano. La parabola qui entra nel dettaglio. Si dice anzitutto che egli, alla vista di quell’uomo si commuove. Il verbo utilizzato è molto forte: allude a un moto interiore di compassione, a un fremito di pietà che nasce dal profondo, istintivo e incontenibile. Qui in gioco ci sono i sentimenti. La sofferenza di questo sconosciuto trafigge il cuore di un uomo che subito si rivela buono. Dal cuore si passa poi alla mente e alle mani, cioè all’azione. L’anonimo samaritano si attiva con lucidità e determinazione. Lo fa prendendosi cura di questo sconosciuto con un’azione che si articola – potremmo dire così – a tre livelli: anzitutto ad un livello immediato, cioè di primo soccorso, versando lì sul posto olio e vino sulle ferite sanguinanti; poi ad un secondo livello, che potremmo definire di assistenza, caricandolo sulla sua cavalcatura, conducendolo ad una locanda e vegliandolo per l’intera notte; infine, ad un terzo livello, che potremmo qualificare di assicurazione o di messa in sicurezza, estraendo del denaro, chiedendo all’albergatore di prendersi cura di lui nei giorni a venire e impegnandosi – pericolosamente – a rifonderlo di quanto avesse speso in più per il suo pieno ristabilimento.

Il senso della parabola diviene così chiaro e permette di rispondere alla domanda posta a Gesù dal dottore della legge. Ecco chi è secondo Gesù il “nostro prossimo”: è colui al quale noi ci avviciniamo per primi, annullando qualsiasi distanza; è colui che rendiamo vicino a noi facendoci noi vicini a lui, lasciandoci commuovere dalla sua sofferenza, prendendoci cura di lui con intelligenza e generosità, condividendo il suo desiderio di vita.

Questo è l’appello che vorrei accogliessimo questa sera, l’invito che credo il Signore rivolga – cari giovani – in particolare a voi all’inizio di questa Settimana Santa. Lo formulerei così: siate persone che sanno prendersi cura, fatevi prossimo di ognuno che incrocia la vostra strada. Ricordatevi di questo samaritano, che in verità è figura del Cristo Signore.

Prendersi cura è un modo concreto di amare, una delle forme più efficaci della carità. Per coglierne pienamente la verità e la bellezza occorrerà tuttavia ricordare, alla luce di questa parabola, che la cura per il prossimo ha due versanti reciprocamente connessi: quello del sentire e quello dell’agire, quello del cuore e quello della mente e della mano. Prendersi cura significa intervenire a favore degli altri, ma prima ancora significa guardarli con bontà. Solo chi si lascia ferire dalle ferite altrui le saprà curare. C’è bisogno anzitutto di un grande cuore, di uno sguardo commosso. C’è bisogno di rispetto e di affetto. La cronaca anche recente ci dimostra purtroppo che della debolezza altrui si può approfittare e che sulle fragilità si può infierire. Il bullismo tra i ragazzi, gli insulti razzisti tra gli adulti, l’abuso sui minori, la violenza nei confronti delle donne, i maltrattamenti degli anziani, lo sfruttamento di chi ha bisogno di lavoro sono segnali inquietanti e dolorosi. E poi c’è l’indifferenza, il passare oltre, il far finta di non vedere o addirittura il fastidio di fronte a chi è fragile. Voi – cari giovani – non siate così: guardatevi da tutto questo. Non rendetevi complici dell’ingiustizia e non siate freddi o apatici. Coltivate invece sentimenti limpidi, onesti e intensi. Versate sulle ferite di chi è fragile il balsamo della benevolenza. Fatelo attraverso lo sguardo buono del fratello, che si fa vicino e lascia percepire la tenerezza del Cristo redentore.

E poi fate il bene. Agite. Attivatevi, con sensibilità, con intelligenza e con decisione. Siate come questo samaritano buono e solerte, cui Gesù raccomanda di ispirarsi. Il suo prendersi cura, come abbiamo visto, si è concretizzato a tre livelli: il primo soccorso, l’assistenza e la messa in sicurezza. Credo si possano riconoscere qui tre inviti precisi, che rendono più chiaro a tutti noi l’impegno cristiano della cura per il nostro prossimo. Vorrei precisarli brevemente.

Vi è anzitutto il primo soccorso, cioè il dovere di farsi vicino a chi è nel bisogno immediato o primario, di chi non ha il necessario, di chi vede compromessa la sua vita e la sua dignità. I destinatari di questa prima forma della cura sono i poveri, coloro che non hanno il cibo, il vestito, un tetto, un lavoro; coloro che non possono far fronte da se stessi ai bisogni propri e dei propri cari; coloro che devono dipendere dagli altri a causa della propria indigenza. Ecco dunque il primo invito per voi: siate giovani che amano i poveri, che non si dimenticano di loro, che non guardano dall’altra parte ma si fanno carico delle loro necessità. Penso anzitutto ai poveri della porta accanto, del vostro ambiente di vita, dei vostri paesi e quartieri, ma poi anche a quelli più lontani, di cui ci danno notizia i potenti mezzi della comunicazione che hanno fatto del nostro pianeta un villaggio. Una delle forme privilegiate di aiuto ai poveri è l’elemosina: non trascuratela. Ma i poveri domandano anche ascolto, accoglienza e condivisione.

Il secondo livello della cura per il prossimo, di cui il samaritano ci offre testimonianza, è quello dell’assistenza. Si deve pensare qui ad una vicinanza quotidiana che non riguarda semplicemente i bisogni immediati ma il vissuto nel suo insieme. È un’attenzione vigilante, tipica di chi considera propria l’esistenza altrui e intende contribuire alla felicità di tutti lì dove è chiamato a operare. Essa si concretizza in scelte precise, che conferiscono una forma chiara al proprio agire, secondo la regola del Vangelo. Ne vorrei ricordare tre: un impegno fattivo e quotidiano a favore del proprio ambiente, per renderlo più sereno e più accogliente; un esercizio della professione contraddistinto da uno stile solidale e dal desiderio di contribuire con il proprio lavoro al bene di tutti; la scelta del volontariato, in forma associativa o personale, attraverso il quale mettere gratuitamente le proprie energie a disposizione dell’intera collettività.

Vi è infine il terzo livello del prendersi cura, quello del consolidamento della situazione o della messa in sicurezza. Esso fa riferimento ad un’opera che incide sulle strutture e contribuisce a dare stabilità e armonia al vissuto di tutti. Vedo qui un’allusione all’impegno politico, alla responsabilità propria di chi si dedica al bene comune nella forma del governo della società, della responsabilità diretta in ambito istituzionale. È questo un aspetto che personalmente mi sta molto a cuore. Come ho avuto modo di sottolineare nell’omelia in occasione della festa dei santi patroni Faustino e Giovita, ritengo che la politica esiga in questo momento un rilancio di simpatia e di dedizione. Essa merita tutta la nostra considerazione per l’importanza che oggettivamente riveste nel quadro della convivenza sociale. Le grandi sfide di questo cambiamento d’epoca vanno affrontate primariamente attraverso una progettualità di tipo politico, da elaborare sulla base di una visione altamente spirituale. Vorrei raccomandarvi – cari giovani – di non sottrarvi a questa responsabilità, di non scartare a priori questo impegno, di guardare alla politica con passione e serietà. Non temete la politica e non giudicatela negativamente. Questa scelta rientri nel discernimento che siete chiamati a compiere in questa stagione della vita. Domandatevi se questa non potrebbe essere la vostra strada, se non dovete al riguardo riconoscervi doti e sensibilità, se i vostri stessi studi non possono di fatto aprirvi a tali prospettive. Vorrei raccomandarvi, a questo riguardo, di mantenere viva l’attenzione nei confronti della nostra azione pastorale: è infatti mio desiderio che nei prossimi anni si giunga a formulare in questo ambito proposte concrete, nella linea della formazione della coscienza e della condivisione fraterna. Mi piacerebbe poter contare per questo sulla vostra adesione e collaborazione.

Prendersi cura del prossimo: è l’appello che ci giunge dalla testimonianza del buon samaritano, figura del Cristo Signore. Come al dottore della legge, anche a noi Gesù dice: “Va’ e anche tu fa lo stesso!”. Una frase che suona come un vero e proprio mandato e che ognuno di noi deve sentire rivolta a se stesso. Entrando nella Settimana Santa, invoco lo Spirito santo e a lui chiedo che vi renda sempre più consapevoli del valore e della bellezza di questo compito, che scaturisce direttamente dalla croce del Signore e a cui è segretamente legata la promessa della beatitudine. La Madre di Dio, partecipe ai piedi della croce del mistero della redenzione, interceda per noi e ci sostenga in quest’opera di bene, alla quale per grazia di Dio vogliamo dare compimento. 

La vocazione del sofferente “apostolo nella Chiesa”

La pagina dell’ammalato

Il fatto che il beato Luigi Novarese affermasse ed annunciasse la vocazione e la missione proprie alla persona sofferente o disabile, gli ha procurato per parecchi anni contraddizioni, se non addirittura aperta incomprensione ed ostilità; egli, nonostante tutto, ha avuto il coraggio di proporre ai sofferenti un’idea: il malato, il sofferente è un “chiamato” da Dio a valorizzare la sua sofferenza unitamente a quella di Cristo. Egli non ha mai considerato il dolore, un bene a sé, un elemento positivo e costruttivo; anche per lui tale realtà acquisiva il suo valore dal Vangelo: “É chiaro che l’uomo non può intrinsecamente avere una vocazione al dolore, essendo il dolore in sé stesso una disperata inutilità. Dio non ha creato il dolore e non è stato lui ad introdurlo nella storia dell’umanità, come risulta dal protovangelo (cfr. Gen. 3,14-19).

L’uomo è stato la causa del male del mondo; Dio invece è l’eterna carità, sempre in cammino, infinitamente geniale nelle sue manifestazioni, le quali nei nostri riguardi diventano espressioni della sua infinita misericordia. Egli bussa alla porta del nostro cuore perché si spalanchi al sole della sua infuocata carità, che brucia, sana, vivifica, valorizza” (Luigi Novarese, Un dono del papa ai sofferenti, Ed. CVS, Roma 1983, pp. 14-15). Ciò che dà valore alla sofferenza non è certamente il dolore in se stesso, ma l’accettazione e l’offerta di esso, vissute per amore in unione all’offerta del Cristo.

Nella Salvifici Doloris viene esplicitata la prospettiva della partecipazione dell’uomo al mistero della redenzione, proprio in virtù della specifica “chiamata” che ogni sofferente riceve dal Cristo: “La sofferenza, infatti, non può essere trasformata con la grazia dall’esterno ma dall’interno (…), questa è, infatti, soprattutto una chiamata. É una vocazione.

Cristo non spiega in astratto le ragioni della sofferenza a quest’opera di salvezza del mondo, che si compie per mezzo della mia sofferenza, per mezzo della mia croce. Man mano che l’uomo prende la sua croce, unendosi spiritualmente alla croce di Cristo, si rivela davanti a lui il senso salvifico della sofferenza” (SD, n. 26). Le persone sofferenti hanno bisogno solamente di una spiritualità ecclesiale. Si deve smettere di rivolgersi a loro e di parlare loro “in quanto ammalati”; prima di essere malati sono degli uomini e dei figli di Dio, perché quindi metterli ancora da parte nella Chiesa?

Il cardinale Jean Danielou così descrive il ruolo del malato nella Chiesa: “Ciascuno ha il suo ruolo nella Chiesa. Ma se è vero che il Cristo ha salvato il mondo più con la sua passione che con la sua predicazione, bisogna dire che il ruolo della sofferenza in generale, ed in special modo il ruolo dei malati per contribuire alla salvezza del mondo, cooperando alla passione di Cristo, è del tutto essenziale. La vocazione generale diventa personale allorché la persona determinata per mezzo del Battesimo viene innestata nel Corpo Mistico. In questa dimensione misteriosa ma reale, il fedele porta con Cristo la propria croce vivendo quanto la sofferenza, in ordine morale e fisico, vi è nella vita stessa (L. Novarese, La vocazione del sofferente, in L’Ancora, 4-5 1071, p.2).

(Cristian C. un ammalato)

Essere Sant’Anna

L’ultimo giovedì del luglio appena trascorso il bivio antistante la piccola cappella di sant’Anna, in occasione della festività dedicata ai nonni del Messia, ha accolto quanti, nonostante il fastidio di una leggera pioggia intermittente, si sono raccolti per assistere alla tradizionale celebrazione eucaristica: un nutrito mare di ombrelli si è assiepato in strada, mentre l’altare e i corredi necessari alla messa, per gentilezza di una famiglia del quartiere, hanno trovato riparo sotto il porticato della loro abitazione.

Accompagnata dalla musica di una tastiera e dalle voci di tutti i presenti, nella preghiera quanto nel canto, la liturgia – officiata dall’american don Riccardo – è stata un momento per ricordare e confermare i valori di questa ricorrenza e, più in generale, dell’essere cristiani: oltre a quelli richiamati dalle Scritture e dall’omelia, anche quelli implicitamente dimostrati dai fedeli con la loro presenza, o con il loro impegno per la realizzazione pratica della celebrazione e del rinfresco seguente, o con la diligenza in altre attività quotidiane.

Perseveranza, memoria, affetto e cura verso i luoghi che chiamiamo “casa”, senso di appartenenza e di condivisione: il tutto con una semplicità che ha lasciato spazio – nella liturgia e oltre – alla fede e all’umanità del singolo, fondamentali motori della comunità cristiana.

Enrico

La medicina delle carezze

Il 3 marzo 2018 papa Francesco ha parlato ai membri della Federazione dei Collegi infermieristici sottolineando alcune caratteristiche di quanti si pongono accanto al malato per assisterlo.

A cura di Maria Piccoli

In primo luogo il Pontefice sottolinea quali siano i quattro compiti fondamentali della professione infermieristica: “Promuovere la salute, prevenire la malattia, ristabilire la salute e alleviare la sofferenza” e di come questi quattro capisaldi necessitino di una grande professionalità per poter essere applicati.

In seguito il Papa aggiunge: “Questa professionalità, però, non si manifesta solo in ambito tecnico,  ma anche e forse ancor più nella sfera delle relazioni umane. Stando a contatto con i medici e con i familiari, oltre che con i malati, diventate negli ospedali, nei luoghi di cura e nelle case il crocevia di mille relazioni, che richiedono attenzione, competenza e conforto. Ed è proprio in questa sintesi di capacità tecniche e sensibilità umana che si manifesta in pieno il valore e la preziosità del vostro lavoro”. Bellissima immagine: crocevia e perno attorno al quale si sviluppano e producono salute e guarigione.

Quindi un modo di vivere le relazioni che le considera sananti e che richiedono molta cura, capacità di ascolto, di attenzione, competenza e conforto. Non ci si improvvisa, si deve imparare a creare e vivere relazioni che siano realmente terapeutiche, in grado di produrre salute e benessere negli altri. In un altro passo il Papa sottolinea l’importanza di saper leggere le situazioni per poter porre realmente al centro la persona con la sua unicità ed originalità e non i protocolli e le prassi che, pur utili, non possono leggere bisogni e necessità differenti ed unici.

Il Papa ci dice: “Prendendovi cura di donne e di uomini, di bambini e anziani, in ogni fase della loro vita, dalla nascita alla morte, siete impegnati in un continuo ascolto, teso a comprendere quali siano le esigenze di quel malato, nella fase che sta attraversando. Davanti alla singolarità di ogni situazione, infatti, non è mai abbastanza seguire un protocollo, ma si richiede un continuo – e faticoso! – sforzo di discernimento e di attenzione alla singola persona. Tutto questo fa della vostra professione una vera e propria missione, e di voi degli “esperti in umanità”, chiamati ad assolvere un compito insostituibile di umanizzazione in una società distratta, che troppo spesso lascia ai margini le persone più deboli, interessandosi solo di chi “vale”, o risponde a criteri di efficienza o di guadagno”.

E così, piano piano, si diventa esperti di quella che il Papa chiama “la medicina delle carezze”, la capacità di gesti di vicinanza, di tenerezza, che restituiscono dignità. Non è la carezza pietistica di chi dice “Poverino!”, è la carezza di una madre che esprime amore totalitario, di un amante che esprime passione, di un amico che sprigiona il riconoscimento dell’identità dell’altro e la ama incondizionatamente.

Una carezza, un sorriso, è pieno di significato per il malato. E’ semplice il gesto, ma lo porta su, si sente accompagnato, sente vicina la guarigione, si sente persona, non un numero. Non dimenticatelo.

Papa Francesco

Così si esprime Papa Francesco: “Non dimenticatevi della “medicina delle carezze”: è tanto importante! Una carezza, un sorriso, è pieno di significato per il malato. É semplice il gesto, ma lo porta su, si sente accompagnato, sente vicina la guarigione, si sente persona, non un numero. Non dimenticatelo”. Non dimenticatelo nel corso della carriera, lungo i turni massacranti, davanti all’indifferenza, alle difficoltà, alla irriconoscenza.

Non dimenticate di essere persone umane davanti ad altre persone umane, non dimenticate il valore dei gesti, dei sorrisi, delle carezze, anche quando costano, soprattutto quando costano. “Stando con i malati ed esercitando la vostra professione, voi stessi toccate i malati e, più di ogni altro, vi prendete cura del loro corpo. Quando lo fate, ricordate come Gesù toccò il lebbroso: in maniera non distratta, indifferente o infastidita, ma attenta e amorevole, che lo fece sentire rispettato e accudito. Facendo così, il contatto che si stabilisce con i pazienti porta loro come un riverbero della vicinanza di Dio Padre, della sua tenerezza per ognuno dei suoi figli.

Proprio la tenerezza: la tenerezza è la “chiave” per capire l’ammalato. Con la durezza non si capisce l’ammalato. La tenerezza è la chiave per capirlo, ed è anche una medicina preziosa per la sua guarigione. E la tenerezza passa dal cuore alle mani, passa attraverso un “toccare” le ferite pieno di rispetto e di amore.

Meraviglioso questo richiamo ad usare le mani per toccare con il tocco di Gesù, per permettere agli altri di leggere nelle nostre mani la tenerezza di Dio, la vicinanza, la dedizione di un Dio che si è fatto uomo per poterci amare con la vicinanza di un abbraccio ed una carezza che diventano consolazione e speranza.

(Mara S. – un’ammalata)

Prega con tutto il cuore e starai meglio

Numerose ricerche scientifiche hanno esaminato, negli ultimi anni, gli effetti della preghiera sulla salute. É stato dimostrato che la preghiera offre sostegno spirituale, trasmette al malato energie e conforto per affrontare meglio la malattia. Di recente, la rivista inglese British Medical Journal ha pubblicato i risultati di una ricerca dell’Università di Pavia secondo la quale la recita del rosario, producendo un abbassamento del ritmo respiratorio in coloro che lo recitano, ne abbassa la pressione arteriosa e ne migliora l’attività cardiaca.

Il beato Novarese è stato un maestro dell’orazione. Ha insegnato ai malati la pratica di una preghiera profonda e intensa: un cammino spirituale capace di far loro raggiungere lo spazi interiore nel quale il Signore è presente dentro di noi. “Se uno mi ama osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Giovanni 14,23). Dio “dimora” dentro di noi in uno spazio di silenzio che Novarese, nelle Meditazioni Spirituali, definisce la “tenda interiore”. É qui che incontriamo il Signore.

E tuttavia, per sentirlo realmente presente, dobbiamo imparare a prendere le distanze dal nostro io, a superare l’egoismo e fuggire il peccato. “Se non si lavora dentro se stessi niente costruisce il silenzio dentro di noi. Nella tenda interiore – scrive Novarese – si svolge il lavoro di officina, di limatura, per far scomparire gli angoli, per smussare, arrotondare, fare in modo che l’azione somigli sempre più a Gesù”. E’ Così che il malato conosce la propria profondità. E inizia un cammino che è, nello stesso temo, preghiera ed esperienza spirituale.

Nella preghiera egli esprime l’amore per il Signore, nell’esercizio spirituale che lo coinvolge nella sua totalità di persona formata da corpo e spirito, impara a fare dentro di sé il vuoto dell’io per fare spazio a lui. Un insegnamento potente che ha cambiato la ita di migliaia di infermi rendendoli capaci di sorridere e offrire amore anche nella malattia.

(Mauro A. un ammalato)

La Corona del Rosario

Il Rosario è la forma di preghiera prediletta dalla Madonna, ed è il mezzo che porta Dio nei cuori delle persone e le persone a Dio! Insomma, il Rosario è un grande gesto d’amore, che possiamo fare per dire alla Madonna che le vogliamo bene e per domandare a Lei ogni cosa.

Se domandiamo aiuto con un cuore gentile, Lei non potrà far altro che ascoltarci e intercedere per noi presso Gesù. La Madonna è apparsa a Lourdes recitando la corona con la piccola Bernadette Soubirous. A Fatima, a Lucia, Francesco e Giacinta per ben 6 volte ha raccomandato la recita del Santo Rosario, spiegando quanto è importante per l’umanità.

La Madonna è la via più sicura per arrivare a Gesù, per questo motivo, caro amico, raccomando vivamente la recita del Santo Rosario. Non stancarti di dire ogni giorno tante Ave Maria, per te, per i tuoi cari, e anche per chi non conosci…

Cappellania “San Riccardo Pampuri” – Ospedale di Leno

Servizio in cappella dell’ospedale

Mercoledì
Ore 16.45: adorazione e S. Rosario
Ore 17.15: Santa Messa

Domenica
Ore 08.45:     Santo Rosario
Ore 09.15:    Santa Messa
NB. Dopo la S. Messa viene portata l’Eucaristia a chi NON può partecipare alla S. Messa.

I Ministri Straordinari della Comunione Eucaristica sono:

  • Sig. Silvia Massetti
  • Sig. Gabriella Campana
  • Sig. Demi Compiani

Visite ai reparti

Martedì
ore 16.30: RIABILITAZIONE 2

Giovedì
ore 15.00: PSICHIATRIA

Venerdì
ore 16.30: RIABILITAZIONE 1

Assistenza spirituale

Confessioni: su richiesta.

Pensiero spirituale: recapitato settimanalmente nei reparti e a Casa Garda.

Unzione degli infermi per ammalati e anziani: su richiesta e annualmente comunitaria, nella festa dell’ammalato (11 febbraio)

Visita del sacerdote:

  • nei reparti dell’ospedale: vedi sopra;
  • a domicilio: da parte dei sacerdoti nelle zone loro affidate:
    monsignore: zona Paolo VI, S. Pietro, S. Scolastica;
    don Davide: S. Famiglia;
    don Riccardo: S. Anna, S. Benedetto;
    don Ciro: San Giuseppe, San Paolo, Ss. Nazaro e Celso; Milzanello;
    don Alberto: S. Crocifissa; Porzano.
  • a casa garda: ogni giovedì alle ore 16.00:  S. Messa.

Sacramento dell’unzione degli ammalati e anziani

Cos’è?

É un sacramento non più inteso come “estrema” unzione, ma come aiuto spirituale  che conferisce alla persona malata e/o anziana la grazia dello Spirito Santo. Tutta la persona ne riceve aiuto per la sua salute fisica e spirituale, si sente rinfrancata dalla fiducia in Dio e ottiene forze nuove contro le tentazioni del maligno.

La persona che lo riceve può, così, non solo sopportare validamente il male, ma combatterlo e conseguire, se Dio vuole, anche la salute fisica insieme a quella spirituale. Questo sacramento dona il perdono dei peccati e l’indulgenza plenaria.

Chi può riceverlo?

  • Ogni persona gravemente ammalata.
  • Ogni persona che deve subire un intervento importante.
  • Ogni persona in età avanzata.

Quante volte lo si può ricevere?

Si può ricevere sovente, secondo il bisogno.

Il sacramento della penitenza o riconciliazione

Il peccato è anzitutto offesa a Dio, rottura della comunione con Lui. Nello stesso tempo attenta alla comunione con la Chiesa. Per questo motivo la conversione arreca ad un tempo il perdono di Dio e la riconciliazione con la Chiesa; ciò che si realizza pienamente nella celebrazione del sacramento della Penitenza o Riconciliazione.

La confessione dei peccati, anche da un punto di vista semplicemente umano, ci libera e facilita la riconciliazione con gli altri. Con l’accusa, specialmente ed essenzialmente dei peccati mortali, il cristiano guarda in faccia i peccati di cui si è reso colpevole, se ne assume la responsabilità e, in tal modo, si apre nuovamente a Dio e alla comunione della Chiesa.

Sebbene non sia strettamente necessaria la confessione delle colpe quotidiane (peccati veniali) è tuttavia vivamente raccomandata dalla Chiesa. In effetti, la confessione regolare dei peccati veniali ci aiuta a formare la nostra coscienza, a lottare contro le cattive inclinazioni, a lasciarsi guarire da Cristo, a progredire nella vita dello Spirito.

Ricevendo più frequentemente, attraverso questo sacramento, il dono della misericordia del Padre, siamo spinti ad essere misericordiosi come Lui.

(Cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica).

La Santa Comunione Eucaristica

La comunione eucaristica accresce la nostra unione con Cristo. Ricevere l’Eucaristia nella Comunione reca come frutto principale l’unione intima con Cristo Gesù. Il Signore, infatti, dice: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui” (Gv 6,56) .La vita in Cristo ha il suo fondamento nel banchetto eucaristico (la Santa Messa). “Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me” (Gv 6,57).

Ciò che l’alimento materiale produce nella nostra vita fisica, a Comunione eucaristica lo realizza in modo mirabile nella nostra vita spirituale.

La Comunione alla Carne del Cristo risorto, “vivificata dallo Spirito Santo”, conserva accresce e rinnova la vita di grazia ricevuta nel Battesimo.

La crescita della vita cristiana richiede di essere alimentata dalla comunione Eucaristica, pane del nostro pellegrinaggio terreno, fino al momento della morte, quando ci sarà dato come viatico.

(Cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica).

Gruppo S. Monica – S. Luigi Martin

(per persone rimaste vedove)
Incontro mensile di supporto e condivisione per persone che stanno sperimentando nella loro vita la perdita di una persona cara e significativa. Facendo un cammino in compagnia di altri nella stessa situazione si riesce meglio ad “assimilare” e “gestire” la perdita.

É un cammino nel tentativo di uscire dalla “giungla” in cui ci si è trovati. Ci sono tanti “pregiudizi” sulla vedovanza. Il trovarsi “assieme” con persone che stanno facendo lo stesso cammino, con le quali ci si capisce, infonde maggior coraggio e lenisce la solitudine.

Ognuno può fare il cammino secondo il suo passo, senza fretta, sentirsi giudicati, criticati o affrettati. Viene rispettata la “privacy” nel gruppo e del gruppo.

Dall’Io al Noi: come aver cura di c∆i è lontano

In occasione del nostro progetto sul prendersi cura di sé e degli altri, abbiamo invitato Marzia Lazzari per parlarci del terzo mondo attraverso la sua esperienza e conoscenza: il nostro intento è stato quello di comprendere le difficoltà e le necessità di chi è più sfortunato di noi, cercando anche di  capire come possiamo prenderci cura degli altri anche se  lontani dalla nostra terra e dalle nostre vite. Il suo lavoro è quello di cooperante allo sviluppo cioè lavora alla realizzazione di progetti, attinenti ai settori educativi-sanitari, nell’ambito di processi di aiuto e di solidarietà ai Paesi in via di sviluppo da cinque anni. Grazie al suo lavoro, ha vissuto in Ruanda e visitato molti paesi tra cui il Mozambico, il BurKina Faso. Marzia,  lavora dal 2012 presso Medicus Mundi Italia (MMI) una Organizzazione Non Governativa (ONG), specializzata nella cooperazione sanitaria. Fondata nel 1968 a Brescia, Medicus Mundi Italia si avvale dell’aiuto di medici degli Spedali Civili di Brescia. Finalità dell’organizzazione è contribuire alla promozione integrale della persona umana mediante la realizzazione di programmi sanitari di sviluppo strutturale e di emergenza, realizzando adeguate infrastrutture e formando personale medico, infermieristico e tecnico.

Marzia ci ha parlato del problema della fame e della sete nel terzo mondo. Ma  COSA E’ LA FAME? Circa 24000 persone muoiono ogni giorno per fame o a cause ad essa correlate. Tre quarti dei decessi interessano bambini al di sotto dei 5 anni di età. Oggi, si calcola che nel mondo, più di un miliardo e trecento milioni di persone abbia una alimentazione insufficiente. Il numero di affamati è venti volte maggiore nei paesi in via di sviluppo, Africa in testa, rispetto ai paesi industrializzati. PERCHÈ? La risposta più semplice potrebbe essere: perché manca il cibo. Ma non è così: la causa primaria della fame nel mondo sta nell’impossibilità per i più poveri di acquistare gli alimenti prodotti. Carestie e guerre causano solo il 10% dei decessi per fame, la maggior parte è causata dalla malnutrizione cronica e dall’ingiustizia sociale. Per non parlare del problema sete: sono più di 600 milioni le persone al mondo prive di acqua potabile.

Marzia ci ha raccontato che in Mozambico c’è un medico ogni 140.000 persone e il progetto di Medicus Mundi  promuove una campagna umanitaria contro la malnutrizione infantile che ha l’intento di migliorare l’appoggio ai programmi di salute familiare a favore delle comunità rurali del Distretto di Morrumbene. Il progetto forma infermieri al fine di colmare delle lacune che possono avere nella loro formazione, affinché possano andare ad aiutare le persone sul territorio. Attraverso le diapositive ci ha fatto capire come è importante riconoscere i casi  di mal nutrizione ad esempio  come riconoscere quando un bambino è mal nutrito: i bambini che hanno la pancia e che vediamo in televisione stanno male a causa di una cattiva alimentazione, ma soffrono anche perché hanno dei parassiti nella pancia, che aumentano a causa dell’acqua inquinata che bevono. In questa regione del Mozambico non ci sono ospedali ma 9 centri di salute su 140 mila abitanti. Per le persone che vivono lontane dai centri di salute, Medicus Mundi organizza delle equipe sanitarie mobili con un infermiere, uno specializzato sulla mamma e il bambino, uno sulle malattie, un farmacista e una persona che distribuisce i vaccini e le vitamine. Quando vanno lontano dai centri di salute queste equipe fanno la prova del peso, i bambini avvolti in un tessuto locale vengono appesi a un bilancino e pesati. Nei bambini si misura la circonferenza brachiale con un braccialetto di carta : se la circonferenza del bimbo si trova sulla zona rossa vuol dire che è affetto da malnutrizione acuta grave. La malnutrizione acuta, infatti, si sviluppa come risultato di una rapida perdita di peso o incapacità di acquisire peso e la si può riconoscere  anche della presenza di edemi

Per sconfiggere la fame non basta mandare cibo, vestiti, creare ospedali, ma bisogna insegnare ai paesi del terzo mondo a migliorare  aiuti mirati a migliorare i metodi di coltivazione con canali di irrigazione  e terreni coltivabili. Per fare la maggior parte di queste cose, occorre istruire la popolazione ad es. in Burkina Faso hanno creato dei centri di produzione artigianale per arricchire i cereali. Mescolando nelle farine più cereali si riesce ad avere un alimento arricchito di vitamine indispensabili alla sopravvivenza. Se il mondo conta 868 milioni di persone che non hanno abbastanza cibo e 1,5 miliardi che invece sono obese o in sovrappeso, allora i paradossi del sistema alimentare vanno stanati e affrontati partendo da noi e dal nostro impegno quotidiano, occorre ricordare che un terzo della produzione alimentare mondiale va sprecata: ogni anno si perdono 1,3 miliardi di tonnellate di cibo. Circa un terzo del cibo prodotto al mondo per il consumo umano diventa rifiuto. È questo l’allarme lanciato dalla Fao sul tema dello spreco alimentare che avviene giornalmente e fa sì che ogni anno diventino rifiuto circa 1,3 miliardi di tonnellate di cibo ancora commestibile. Il peso corrispondente a 10mila grandi navi da crociera. Il cibo si butta via in tutte le fasi del ciclo di vita degli alimenti, a partire dalla produzione agricola, passando per l’industria di trasformazione, la distribuzione, fino alle nostre tavole. Grazie all’intervento di Marzia abbiamo capito che siamo fortunati e  che è  importante  stare attenti agli sprechi. Se poi associamo anche dei piccoli gesti di generosità possiamo aiutare queste organizzazioni a migliorare la vita di questi bambin.Per poter portare un reale cambiamento, in qualsiasi ambito della nostra vita e della società, dobbiamo dare un passo dall’io al Noi. Non tanto dunque solo un gruppo, un associazione, ma una rete, che sia in grado di collegare persone che vivono in ogni parte del nostro Pianeta mosse da visioni e aspirazioni comuni, una rete di persone che portano avanti il loro lavoro, i propri progetti, ma che si collegano l’una all’altra in quanto possiedono numerosi punti in comune, che si trasforma, che si arricchisce che si prende cura gli uni degli altri e cresce al passo coi tempi perchè si trasforma a partire dall’esperienza viva delle persone stesse. Grazie Marzia!

MERAVIGLIOSA GITA A MONTISOLA

Il 16 aprile 2014 siamo andati in gita  Montisola, l’isola lacustre più grande d’Europa, la perla del lago d’Iseo, in mezzo alle province di Bergamo e Brescia. Giunti in battello sull’isola a Peschiera Maraglio, abbiamo percorso il sentiero, fino al Santuario della Cerinola, punto più alto raggiungibile, immersi tra boschi e terrazze coltivate, tra uliveti e fiori coloratissimi, accompagnati da una lunga storia di contadini e pescatori. Un gruppo di ragazzi coraggiosi capitanati dagli educatori è salito sino in cima al monte fieri di aver compiuto un’impresa quasi impossibile, mentre un altro gruppetto, grazie all’aiuto della gentile collaborazione del Comune di Montisola che ci ha messo a disposizione un mezzo e un volontario della Protezione Civile protezione, è riuscito ad arrivare senza fare troppa fatica al Santuario. La vista dall’alto, grazie al cielo terso, è stata veramente spettacolare. Grazie a tutti per la compagnia, per l’allegria e la meravigliosa giornata trascorsa insieme.

Gesti e segni

E’ il mattino del Sabato santo. Inginocchiata nel banco della chiesa, osservo il Crocifisso “svelato” nella liturgia del Venerdì santo, oggi steso sui gradini dell’altare maggiore. Non riesco a pregare. Ripenso alla storia che ha portato Gesù su quella Croce.

Intanto, un silenzioso ed assorto viavai di persone si avvicenda alla croce per rendere omaggio a Cristo. Una signora, presumibilmente la nonna, tenendo per mano una bambina di tre o quattro anni si avvicina al Crocifisso. Lo bacia e invita la bimba a fare lo stesso. La bimba esegue, quindi insieme si lasciano la croce alle spalle. Ma fatti pochi passi verso l’uscita, come rispondendo ad un richiamo, la bimba sfila decisa la manina da quella della nonna e torna sui suoi passi correndo, risale i gradini dell’altare maggiore e si accovaccia vicino al volto di Gesù. Accarezzandolo, lo guarda con dolcezza e tenerezza struggenti. E’ una scena toccante ed eloquente. Mi sento invasa da una commozione gioiosa: “Lasciate che i bambini vengano a me” pronunciano le mie labbra e capisco meglio perchè Gesù amava tanto i bambini. Egli si specchiava nel loro sguardo limpido, gioiva della loro spontaneità. Rivedo la scena analoga di quel bimbo che, riuscito ad avvicinarsi a Papa Francesco non se ne vuole più andare, anzi si siede tranquillo sulla poltrona del Papa a mangiarsi una caramella che qualcuno gli ha offerto per allontanarlo. Il Papa ama questi fuori programma. Egli è conquistato, e si vede, dalla carica spontanea dei bambini. La semplicità, l’attenzione all’altro, chiunque sia, gli appartengono. A mio avviso rappresenta degnamente, qui sulla terra, quel pellegrino che i due discepoli di Emmaus non hanno riconosciuto subito. Quel pellegrino, camminando con loro, si è dato da fare per consolarli, tranquillizzarli, infondendo loro nuova speranza, dopo i fatti traumatizzanti avvenuti a Gerusalemme. “Non ardeva forse il nostro cuore quando egli lungo la via ci parlava e ci spiegava le Scritture?”(Lc 24,32). I gesti dei bambini, del Papa, ogni gesto nostro, anche il più piccolo, che nasce spontaneo dal cuore, sia esso rivolto a Dio o al prossimo, hanno grande importanza, perchè testimoniano la stessa attenzione che Gesù ha avuto ed ha per l’umanità intera. Ogni gesto è segno che lascia intravvedere che dietro c’è un contenuto da scoprire, c’è un’ispirazione divina. Le nostre celebrazioni liturgiche non dovrebbero mai dimenticarsi di questo. Talvolta, invece, i nostri riti sembrano compiacersi un po’ troppo dell’esteriorità, quasi dimenticando la centralità del mistero. Il culto, i riti devono comunicare nelle loro simbologie, rendendole comprensibili a tutti, il vero volto del Sacerdote che ha amato fino al dono di se stesso, riscoprendo l’Essenziale per poterlo vedere e guardare con gli occhi trasparenti e la tenerezza dei bimbi di cui ho raccontato.