In Christ alone – Through it all | #FO20

Solo in Cristo” e “Nonostante tutto” sono titoli di due canzoni che abbiamo mixato nel progetto della virtuale festa dell’Oratorio di quest’anno. Li abbiamo voluti per il significato dei loro testi e perché venivamo da due tempi liturgici importanti come la quaresima e la Pasqua, vissuti nell’esperienza profondamente intensa della pandemia da covid-19. Per noi è stata una preghiera e questo modo di condividerla vuole essere un segno di vicinanza a chi ha sofferto e un motivo di speranza per il futuro. Vi invitiamo ad attivare i sottotitoli e a leggere il testo parafrasato, che sono espressivi del messaggio di fede che desideriamo annunciare.

Solo in Cristo (testo parafrasato, non traduzione letterale)

Solo in Cristo la mia speranza è ritrovata,
Lui è la mia luce, la mia forza, il mio canto.
Questa pietra angolare, questa terra solida.
Saldo attraverso la siccità e più forte della tempesta.
Quali altezze d’amore, quali profondità di pace.
Quando le paure vengono calmate, quando cessano le fatiche. Il mio Consolatore, il mio Tutto nel Tutto.
Qui, nell’amore di Cristo io mi trovo.

Solo in Cristo, che ha preso carne,
pienezza di Dio in un bambino indifeso. Questo dono di amore e giustizia,
Disprezzato da quelli che è venuto per salvare, fino a quella croce dove Gesù morì,
L’ira di Dio fu soddisfatta
poiché ogni peccato su di lui fu posto
Qui, nella morte di Cristo io vivo.

Là nel terreno giaceva il suo corpo, Luce del mondo dalle tenebre uccisa: poi scoppiò in un giorno glorioso.
Dalla tomba Egli si risollevò di nuovo e mentre si trova nella vittoria
la maledizione del peccato ha perso la presa su di me, perché io sono suo ed Egli è mio.
Acquistato con il prezioso sangue di Cristo.

Nonostante tutto, nonostante tutto,
Ho imparato a fidarmi di Gesù,
ho imparato a fidarmi di Dio.
Nonostante tutto, nonostante tutto,
Ho imparato a porre la mia fiducia sulla Sua Parola.

Ringrazio Dio per le montagne,
e lo ringrazio per le valli.
Lo ringrazio per le tempeste che mi ha fatto attraversare. Perché se non avessi mai avuto problemi,
non saprei che potrebbe risolverli,
non saprei mai cosa potrebbe fare la fede in Dio.

Nessuna colpa nella vita, nessuna paura nella morte, Questo è il potere di Cristo in me.
Dal primo grido della vita al respiro finale,
Gesù guida il mio destino.
Nessun potere dell’inferno, nessuno schema dell’uomo, potrà mai strapparmi dalla sua mano.
Finché non ritorna o mi chiama a casa
Qui nel potere di Cristo starò.

Cristo muore e risorge per noi

Nella Pasqua si vivono i misteri centrali della propria fede. I riti dal giovedì sera fino alla domenica di risurrezione costituiscono un’unità profonda

Celebrare la Pasqua per un cristiano significa vivere i misteri centrali della propria fede, cioè quegli eventi attraverso i quali il Padre “ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva, per un’eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce” (1 Pt 1,3). Perciò le celebrazioni pasquali comunicano ad ogni credente una straordinaria energia spirituale. I giorni più importanti di tutto l’anno liturgico si inscrivono nel più ampio quadro della Settimana santa che si è aperta con la domenica delle palme.

Il giovedì santo è l’ultimo giorno di quaresima perché, con la Messa “in coena Domini”, inizia il triduo pasquale, centro di tutto l’anno liturgico. I riti che vanno dal giovedì sera fino alla domenica di risurrezione costituiscono un’unità profonda. Perciò, anche se il triduo è costituito da momenti cronologicamente separati, deve essere considerato come un giorno solo nel quale tutta la Chiesa si immerge nell’unico mistero pasquale. La Messa nella cena del Signore mette in risalto il segno della cena con cui Cristo ha anticipato la sua morte sulla croce. Il gesto della lavanda dei piedi esplicita il profondo significato che Gesù ha attribuito alla sua morte violenta: egli non l’ha ricercata perché sono gli uomini a condannarlo a morte; tuttavia anche questo tragico momento, come tutta la sua vita, diventa per Gesù occasione di mostrare l’amore incondizionato del Padre. Perciò Gesù va incontro volontariamente alla sua morte con quello spirito di amore e di servizio ai fratelli ben espresso nel gesto umile del servo che si china a lavare i piedi. L’eucaristia, che nella notte di giovedì viene adorata nel luogo della reposizione, è il segno per eccellenza che compendia e comunica sacramentalmente il grande mistero d’amore di Cristo che si offre per noi.

Il venerdì santo. Il venerdì santo è caratterizzato da una Chiesa spogliata di tutto, segno tangibile dell’unione con l’agonia di Gesù. I cristiani si raccolgono in preghiera contemplando il mistero della croce. Nonostante l’apparente fallimento, la morte del Signore è una morte gloriosa, perché è la morte della morte. Perciò non è un giorno di lutto, ma di contemplazione dell’amore estremo ed oneroso che Dio ci ha manifestato nel Figlio crocifisso. Il sabato santo è il giorno del silenzio e dell’attesa. La Chiesa sosta presso il sepolcro del Signore. Egli, entrando nella morte, vi ha posto una forza trasformatrice che ne ha disinnescato il potenziale distruttivo. La Pasqua è il passaggio dall’oscurità della morte e del peccato al trionfo della vita e dell’amore. Dopo il tramonto del sole, la Chiesa celebra la grande veglia pasquale.

La veglia. La veglia inizia con il lucernario: l’assemblea, avvolta nell’oscurità, accoglie l’annuncio della risurrezione di Cristo che, come luce, brilla nella fiamma del cero pasquale e illumina il buio della notte. L’abbondante liturgia della Parola permette di meditare le tappe fondamentali della storia della salvezza che culmina nell’azione definitiva di Dio che, attraverso la Pasqua, porta a compimento la sua opera. Nella celebrazione della veglia non ci si limita a far memoria di ciò che si è realizzato in Cristo, ma viene celebrata nel mistero anche la pasqua di tutti i cristiani che, nel battesimo, sono già rinati a vita nuova. Nella grande veglia pasquale, si celebrano i sacramenti dell’iniziazione cristiana e tutto il popolo di Dio fa memoria del proprio battesimo.

La Pasqua. La celebrazione della Pasqua non si conclude con la domenica di risurrezione: ogni celebrazione eucaristica è memoriale del mistero pasquale. Nel suo cammino terreno, la Chiesa celebra ritualmente questo mistero in attesa della Pasqua eterna. Anche noi, partecipando sacramentalmente al mistero pasquale, veniamo sostenuti nel nostro cammino quotidiano verso il Regno di Dio.

La Croce di cristo, sorgente di salvezza

L’omelia pronunciata in Duomo Vecchio dal vescovo Pierantonio Tremolada in occasione delle celebrazioni di apertura del Giubileo straordinario delle Sante Croci

“In te la nostra gloria, o Croce del Signore, per te salvezza e vita nel sangue redentore. La Croce di Cristo è nostra gloria, salvezza e risurrezione”. Profondamente grati al Signore per il dono fatto alla nostra Chiesa, apriamo solennemente questo Giubileo straordinario delle Sante Croci, che viene istituito in occasione del quinto centenario di fondazione della Compagnia che custodisce le sacre reliquie. Da secoli nel nostro Duomo Vecchio si trova un vero e proprio tesoro, che in questi giorni sarà esposto alla contemplazione e alla preghiera di tutti i fedeli. Circondato dal materiale prezioso, l’oro e l’argento, che l’arte di grandi maestri ha forgiato, il legno della santa croce – un suo frammento – è questo tesoro, riposto segretamente e gelosamente nel cuore della nostra Chiesa bresciana.

Il tempo che si apre, i giorni, i mesi che ci stanno davanti saranno l’occasione per fissare lo sguardo sul grande segno della redenzione universale, sorgente della benedizione perenne di Dio per l’umanità. La reliquia della Santa Croce, infatti, oggi viene esposta qui nel nostro Duomo Vecchio ed esposta rimarrà fino al prossimo 14 settembre, quando, con rito ugualmente solenne, tornerà a riposare nella sua custodia, presso la cappella che da lei prende i nome.

La circostanza che ci troviamo a vivere, con il suo carico di dolore e di incertezza, rende questo inizio di Giubileo ancora più intenso. La nostra celebrazione avviene qui in Duomo Vecchio a porte chiuse, senza concorso di popolo. Sono qui con me soltanto alcuni autorevoli rappresentanti della nostra città, che saluto con ossequio e ringrazio di cuore, e della nostra diocesi. Le limitazioni imposte dall’esigenza di contenere gli effetti di un’infezione virale tanto seria quanto sorprendente, non hanno consentito a molti che avrebbero voluto partecipare di essere presenti. Tutto questo non ci impedisce, tuttavia, di sentirci uniti e concordi. Forse, anzi, ci spinge di esserlo ancora di più. Grazie alle reti televisive e radiofoniche, che di cuore ringrazio per il loro prezioso servizio, e agli altri mezzi più recenti di comunicazione, è possibile seguire questa celebrazione anche dalle proprie case e vivere con immutato fervore l’inizio del nostro Giubileo. Voglia il Signore che già da questo inizio possa trarre giovamento la nostra comunità diocesana, ma anche l’intera nostra regione, così provate in questo momento di particolare apprensione.

“Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto” – scrive l’apostolo Giovanni a conclusione del suo racconto della passione di Gesù, citando il profeta Zaccaria. L’abbiamo sentito proclamare nel brano di Vangelo di questa liturgia. Noi vogliamo essere tra coloro che raccolgono questo invito. Vogliamo “volgere lo sguardo” per contemplare colui che è stato trafitto e sentirci noi pure trafitti interiormente. Lo scenario struggente del calvario non lascia mai indifferente chi vi si accosta con animo sensibile. La misura dell’amore di Dio per l’umanità, che nella croce di Cristo raggiunge la sua piena evidenza, ha un effetto travolgente su ogni onesta coscienza. Lo testimonia san Paolo, il persecutore divenuto apostolo, quando, scrivendo ai Galati e ricordando la sua esperienza, dice: “Sono stato crocifisso con Cristo; non sono più io che vivo, ma Cristo vie in me. Questa vita che vivo nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal, 2,20).

Non c’è infatti amore più grande di chi dà la vita per i suoi amici. Così ha fatto il Signore della gloria, che tuttavia è proceduto oltre: egli ha dato la vita stendendo le braccia sull’orrendo patibolo della croce, accettando, lui il santo, l’umiliazione estrema riservata al peccatore; morendo, lui l’innocente, sul patibolo dei colpevoli; provando, lui il Figlio amato, il sentimento atroce dell’abbandono del Padre. Il vertice dell’amore è coinciso per lui con l’estremo abbassamento. Come ci ricorda sempre san Paolo nella Lettera ai Filippesi: “CristoGesù, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini. Apparso in forma umana, umiliò se stesso, facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce” (Fil 2,5). Fino a questo punto è giunto il nostro redentore.

Chi potrà dunque contrastare un amore la cui misura è immensa quanto la sua potenza? Chi o che cosa gli potrà mai resistere? Questo amore realmente divino è infatti l’energia di bene che ha dato vita all’universo, che ha fatto esistere l’umanità e che ogni giorno la custodisce; è misericordia rigenerante che scaturisce dall’intimo della Trinità santa. Se dunque l’amore di Dio si è pienamente manifestato nella morte in croce di Gesù, questa stessa croce andrà considerata un meraviglioso segno di grazia, il segno per eccellenza della salvezza e della vittoria. È croce benedetta e gloriosa, è il vessillo del re trionfante. Come recita la suggestiva sequenza del giorno di Pasqua: “La morte e la vita si sono affrontate in un tremendo duello: il condottiero della vita, morto, regna vivo“.

Il grande sovrano che trionfa con una simile dirompente forza d’amore è l’Agnello di cui parla il Libro dell’Apocalisse. Egli “è degno di potenza e ricchezza, sapienza e forza, onore, gloria e benedizione” (Ap 5,12). Egli, il Cristo crocifisso, è il Signore della gloria, il servo di Dio che è divenuto intercessore a favore dei suoi fratelli. Lui stesso aveva dichiarato ai suoi discepoli e alle folle: “Quando sarò innalzato da terra, io attirerò tutti a me” (Gv 12,32). Lui, inchiodato sulla croce e ormai in agonia, aveva promesso al ladrone che al suo fianco lo supplicava: “Oggi con me sarai nel Paradiso” (Lc 23, 43).

Davvero la croce di Cristo è la sorgente della nostra salvezza. Essa è cosparsa del sangue del Santo e del Giusto, versato nello slancio di un amore tenerissimo per l’umanità sfigurata dal male. Nulla potrà più resistere all’ardore travolgente di questa divina benevolenza. Le porte degli inferi ormai sono state divelte. Il redentore del mondo è sceso negli abissi della nostra oscura malvagità, ha afferrato e innalzato con sé l’Adamo antico, lo ha introdotto per sempre nella sua dimora regale, dove tutto è luce e splendore di bellezza.

Con la croce del Signore il cielo e la terra si sono uniti per sempre. Anche in questo la croce è divenuta segno: il suo braccio verticale e il suo braccio orizzontale richiamano la duplice dimensione dell’esistenza umana, con le sue essenziali caratteristiche dell’altezza e della profondità, della lunghezza e della larghezza. Il Cristo salvatore è innalzato tra cielo e terra e muore con le braccia aperte: egli stringe l’umanità in un abbraccio universale, la riunisce dagli estremi della terra, e insieme la eleva con sé verso l’alto, mostrandogli nel contempo la sua nobile profondità. La croce innalzata sul calvario è in realtà piantata al centro della terra e nel cuore della storia. Essa richiama l’evento che ha dischiuso la grande rivelazione e ha alzato il sipario sullo scenario enigmatico della storia. La croce è dunque anche un segno da interpretare, un messaggio da comprendere, la chiave di lettura dell’intera vicenda umana. La croce ci ricorda che è ora possibile aprire il grande libro sigillato e conoscere il senso del cammino che l’umanità sta compiendo nello scorrere del tempo.

Questo segreto che dona a tutti speranza è l’amore dell’Agnello di Dio, l’amore umile e mite del Cristo crocifisso e risorto. È il mistero di grazia nel quale dovremmo sempre più immergerci, per rimanerne conquistati. La storia tutta intera trae la sua luce e quindi il suo senso ultimo dal segno che ricorda l’amore sacrificale del Figlio del Dio vivente. Una simile conoscenza desiderava l’apostolo Paolo per i suoi amati fratelli delle comunità cristiane; nella lettera agli Efesini egli scrive: “Per questo io piego le ginocchia davanti al Padre, dal quale ha origine ogni discendenza in cielo e sulla terra, perché vi conceda, secondo la ricchezza della sua gloria, di essere potentemente rafforzati nell’uomo interiore mediante il suo Spirito. Che il Cristo abiti per mezzo della fede nei vostri cuori, e così, radicati e fondati nella carità, siate in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità, e di conoscere l’amore di Cristo che supera ogni conoscenza, perché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio” (Ef 3,14-19).

È quanto vorrei chiedere anch’io per tutti noi, per la nostra amata Chiesa di Brescia, che entra nel tempo di grazia di questo Giubileo straordinario. Tenendo fisso lo sguardo sul Cristo redentore, vittima di pace e sacerdote della Nuova Alleanza, e lasciandoci ispirare dallo Spirito santo che illumina le menti e i cuori, potremo scoprire sempre più il tesoro custodito nel mistero della croce.

O croce santa,
che fosti degna di portare il nostro Redentore,
albero della vita eterna a noi restituita in dono;
sii tu benedetta per la salvezza che da te è scaturita.

O croce beata,
segno perenne della misericordia di Dio per noi,
testimonianza viva di un Cuore palpitante d’amore;
sii tu benedetta per la rivelazione che in te si è compiuta.

O Croce gloriosa,
vero altare del sacrificio di Cristo,
trofeo di vittoria che ci ha aperto la via del cielo;
sii tu benedetta per il regno che con te si è inaugurato

O croce amabile,
termine fisso del nostro sguardo adorante,
sorgente viva di una luce che trafigge il cuore;
sii tu benedetta per la grazia che da te si è irradiata.

In te, o croce benedetta, noi ci vantiamo,
per te noi speriamo,
alla tua ombra sostiamo,
sotto le tue insegne lottiamo.

A colui che su di te ha steso le braccia per amore,
all’Agnello di Dio mite e vittorioso,
che morendo ci ha resi suoi per sempre,
eleviamo con umile cuore
la nostra lode grata e perenne.

A lui sia gloria nei secoli dei secoli.

Amen

Pace: frutto della redenzione in Cristo

Il testo integrale dell’omelia pronunciata dal vescovo Tremolada nella celebrazione eucaristica nella chiesa della Pace a Brescia

In occasione della giornata mondiale della Pace, istituita da San Paolo VI nel 1968, il vescovo Pierantonio Tremolada ha presieduto ieri una santa Messa nella chiesa della Pace a Brescia. Questo il testo integrale dell’omelia pronunciata.

“Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama”: il canto degli angeli nella notte del Natale risuona in questi giorni e richiama il mistero adorabile della visita di Dio all’umanità in cammino nella storia.  È un canto che ci consegna una verità sempre sorprendente: la gloria che è nell’alto dei cieli e che è contemplata dagli angeli di Dio, ha un suo meraviglioso riflesso nella pace che Dio desidera far fiorire sulla terra, a favore dell’umanità che egli ama. Pace tanto cara ai cuori umani e tanto desiderata, eppure così faticosa da realizzare, così delicata, così fragile, così precaria. In questo primo giorno dell’anno nuovo, ormai tradizionalmente divenuto per la Chiesa universale Giornata della Pace, in questa Chiesa e in questo luogo che a Brescia naturalmente evocano la pace, siamo invitati a fermare su di essa per qualche istante il nostro pensiero e soprattutto a invocarla come dono prezioso che viene dall’alto.

La pace cantata dagli angeli la notte del Natale del Signore e donata da lui negli incontri con i discepoli dopo la sua morte e nella potenza della sua resurrezione, ha un che di misterioso. Se è riflesso della gloria dei cieli, rimanda al mistero di Dio. È una pace che l’uomo non si può dare, ma che piuttosto riceve come frutto della redenzione in Cristo. La rivelazione dell’amore trinitario costituisce l’effettiva sorgente di questa pace tanto desiderata. È la pace che Gesù stesso promette ai suoi. È la pace che la liturgia ci fa invocare prima di accostarci alla comunione sacramentale e dopo aver insieme proclamato le parole della Padre nostro: “Liberaci o Signore da tutti i mali, concedi la pace ai nostri giorni e con l’aiuto della tua misericordia saremo sempre liberi dal peccato e sicuri da ogni turbamento”. E ancora: “Signore Gesù Cristo che hai detto ai tuoi apostoli vi lascio la pace, vi do la mia pace, non guardare ai nostri peccati ma alla fede della tua Chiesa e donale unità e pace secondo la tua volontà”.

Questa pace genera i sentimenti capaci di affrontare la sfida di una realtà complessa, di un vissuto sociale che spesso mette alla prova. È una pace dai vari volti e dai molteplici risvolti. È pace nel senso di amabilità e benevolenza, di sincera apertura verso tutti, di naturale disposizione ad ascoltare, a comprendere, a sostenere e confortare; ma è anche fermezza di fronte alle prove della vita, è serena perseveranza in grado di contrastare la tentazione dello scoramento, dell’amarezza rassegnata, della parola lamentosa e pungente, del lasciarsi cadere le braccia; è infine miracolosa capacità di perdono, rifiuto di ogni forma di violenza anche qualora ci si trovasse a subirla, è testimonianza profetica del rinnovamento compiuto dalla Pasqua del Signore, dal suo sacrificio d’amore.

Questa pace che viene dall’alto suppone la conversione del cuore: è infatti frutto di una dura lotta contro se stessi, è opposizione tenace ad ogni movimento distruttivo suscitato nell’animo dall’orgoglio e dall’avidità, le due le passioni madri – così le chiamano i maestri dello spirito – che mirano a fare dell’uomo uno schiavo, a togliergli il governo di se stesso, la sua autodeterminazione per il bene, inducendolo a guardare il prossimo come una minaccia o come un a preda, consegnandolo in balia della gelosia, dell’odio e della ricerca morbosa del proprio appagamento. In questo modo il cuore dell’uomo perde la pace.

Alla base dei conflitti sanguinosi che sempre hanno devastato la vita dei popoli e ancora oggi procurano dolori indicibili a tanti uomini e donne c’è sempre la brama insaziabile e capricciosa del cuore umano ferito, il desiderio accecante della ricchezza e del potere, la voglia di mostrarsi grandi e la paura di non apparire tali agli occhi degli altri, l’ebbrezza di sentirsi padroni delle cose e anche degli uomini, l’obbligo di esserlo per non rischiare di diventare schiavi di chi, dall’altra parte della barrica, la pensi – ne siamo convinti – allo stesso modo. Una sorta di reciproca condanna all’ansia e alla paura, che può giungere addirittura a togliere il respiro e comunque impedisce all’animo si sentirsi in pace. La famiglia umana diventa così la controfigura di se stessa: si trasforma in una moltitudine di gente che fatica a riconoscersi, un insieme di entità tendenzialmente estranee e in reciproca concorrenza, ciascuna preoccupata di difendere il proprio diritto e di ricercare il proprio interesse. Allora prendono piede l’ingiustizia e la prepotenza: chi ha tende a possedere sempre di più e chi si sente forte vuole esserlo sempre di più; mentre chi ha poco si trova a possedere sempre di meno e chi è debole rischia facilmente di soccombere.

Non si cambia il mondo se non si cambiano i cuori. Lo diceva molto bene san Paolo VI nell’Esortazione Apostolica Evangelii Nuntiandi, quando, parlando dell’evangelizzazione, così si esprimeva: “Evangelizzare, per la Chiesa, è portare la Buona Novella in tutti gli strati dell’umanità, è, col suo influsso, trasformare dal di dentro, rendere nuova l’umanità stessa: «Ecco io faccio nuove tutte le cose». Ma non c’è nuova umanità, se prima non ci sono uomini nuovi, della novità del battesimo e della vita secondo il Vangelo. Lo scopo dell’evangelizzazione è appunto questo cambiamento interiore e, se occorre tradurlo in una parola, più giusto sarebbe dire che la Chiesa evangelizza allorquando, in virtù della sola potenza divina del Messaggio che essa proclama, cerca di convertire la coscienza personale e insieme collettiva degli uomini, l’attività nella quale essi sono impegnati, la vita e l’ambiente concreto loro propri”.

L’essenza della redenzione è il cambiamento del cuore. Nelle parole dei grandi profeti dell’Antico Testamento troviamo questo annuncio che è in verità una promessa. Così dice per esempio il profeta Ezechiela, dando voce al Signore Dio dell’Alleanza: “Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati; io vi purificherò da tutte le vostre impurità e da tutti i vostri idoli, vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo le mie leggi e vi farò osservare e mettere in pratica le mie norme” (cfr. Ez 36,25-27)

L’unica vera rivoluzione di cui l’umanità ha bisogno è quella spirituale. Ogni epoca, per non cadere nel baratro della violenza cieca, deve puntare sul primato della grazia e sulla centralità della coscienza. Solo così regnerà la pace. Essa si irradierà dal segreto dei cuori, si sprigionerà anzitutto nella forma di sentimenti sinceri, di intenzioni limpide, di desideri nobili, di ideali coraggiosi, cui seguiranno progetti lungimiranti e azioni efficaci. Dove giunge la luce amabile del Dio con noi, dove ci si apre all’energia straordinaria dello Spirito di Dio, che rigenera e purifica, dove la coscienza si mantiene in dialogo con colui che è fonte della vera sapienza, si avvia un misterioso processo spirituale, il cui frutto più prezioso è appunto la pace: pace interiore che poi diviene pace sociale, pace del cuore che dà vigore alle braccia e prima ancora creatività alla mente, in vista di una convivenza umana realmente civile.

Sappiamo bene che la vera pace non è di questo mondo. La vedremo nella sua forma perfetta quando “Dio sarà tutto in tutti”; e ne saremo affascinati. Allora capiremo che cosa il nostro Creatore aveva da sempre pensato per noi. Ora si deve lottare per difenderla e per promuoverla, si deve lottare con fiducia, con coraggio, con perseveranza; senza paura e senza rabbia; sapendo che già in questa lotta spirituale per la pace si fa esperienza della pace. Chi infatti difende la pace e la promuove già ne gusta il buon sapore e ne viene consolato: “Beati gli operatori pace – ci ha promesso il Signore Gesù – perché saranno chiamati figli di Dio”.

Nella festa della Divina maternità di Maria a lei affidiamo questo desiderio di pace così vivo e ancora così drammaticamente lontano dall’essere esaudito. A lei chiediamo il dono di un’autentica conversione dei cuori. A lei affidiamo gli sforzi sinceri di tanti uomini e donne di buona volontà, che anche oggi fanno della pace lo scopo del loro generoso impegno. Voglia Dio che tra questi ci siamo anche noi”.

Cristo vive e ti vuole vivo

Papa Francesco non poteva scegliere titolo migliore per l’esortazione apostolica che commenta e approfondisce i contenuti della XV Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi, svoltasi nell’otobre 2018 a tutto il popolo di Dio: Christus Vivit, cioè Cristo vive. 

Egli è la nostra speranza e la più bella giovinezza di questo mondo. Tutto ciò che lui tocca diventa nuovo, si riempie di vita. Perciò, le prime parole che voglio rivolgere a ciascun cristiano sono: lui vive e ti vuole vivo! Gli avversari di Gesù, inchiodandolo sulla croce, pensavano di averla avuta vinta. L’idea era quella di ucciderlo per eliminare la sua scomoda proposta. Ma si sbagliarono. Ciò che scatenò un processo che prosegue nella storia dell’umanità da duemila anni, fu la certezza che quel Gesù che avevano visto veramente morire tra le atroci e umilianti sofferenze della croce, era vivo, lui vive! E questo Gesù ci vuole vivi! Vuole che noi troviamo ancora nel mondo, nelle nostre vite spazi per crescere, per sognare, per creare, per guardare nuovi orizzonti, insomma, per vivere. Se non ci riconosciamo vivi è come essere paralizzati, è come far morire il gusto dell’incontro, dell’amicizia, il gusto di sognare insieme e di camminare con gli altri. “Non siamo venuti al mondo per “vegetare”, per passarcela comodamente, per fare della vita un divano che ci addormenti; al contrario, siamo venuti per un’altra cosa, per lasciare un’impronta”, ancora oggi attraverso questa esortazione veniamo interrogati sul nostro modo di essere: vivi o morti! Dobbiamo continuare a essere un popolo di discepoli-missionari che vivono e testimoniano la gioia di sapere che il Signore ci ama di un amore infinito.

Qualunque risposta tu abbia dato al motivo per il quale Gesù ti vuole vivo, una cosa è certa: lui è in te, lui è con te e non se ne va mai. Per quanto tu ti possa allontanare, accanto a te c’è il risorto, che ti chiama e ti aspetta per ricominciare. Quando ti senti vecchio per la tristezza, i rancori, le paure, i dubbi o i fallimenti, lui sarà lì per ridarti la forza e la speranza. Rileggendo il racconto del Vangelo della Pasqua, il Papa spiega che non vale tanto “la nostra ricerca nei confronti di Dio, ma piuttosto la ricerca di Dio nei nostri confronti”.  Gesù ci ha presi, ci ha afferrati, ci ha conquistati per non lasciarci più. Il cristianesimo è grazia, è sorpresa, e per questo motivo presuppone un cuore capace di stupore. Anche se siamo peccatori, se i nostri propositi di bene sono rimasti sulla carta, oppure se, guardando la nostra vita, ci accorgiamo di aver sommato tanti insuccessi.

A volte sentiamo che Dio ci abbandona, e allora il futuro ci spaventa. Sentiamo che Dio si dimentica di noi e abbiamo paura, insomma è come se Dio scendesse dalla nostra barca e ci lasciasse soli in mezzo alle nostre paure. Come se la croce pesasse troppo nelle nostre mani e non fossimo capaci di farcene carico. Quanto ci risulta difficile credere che sarà tutti i giorni al nostro fianco! Avvertiamo tutti il bisogno di speranza, ma non di una speranza qualsiasi, bensì di una speranza salda e affidabile. La giovinezza in particolare è tempo di speranza, perché guarda al futuro con varie aspettative. Quando si è giovani si nutrono ideali, sogni e progetti; la giovinezza è il tempo in cui maturano scelte decisive per il resto della vita.

Ecco allora che comprendiamo perché questa esortazione è rivolta a tutto il popolo di Dio: come annunciare la speranza a questi giovani? Noi sappiamo che solo in Dio l’essere umano trova la sua vera realizzazione. L’impegno primario che tutti ci coinvolge è pertanto quello di una nuova evangelizzazione, che aiuti le nuove generazioni a riscoprire il volto autentico di Dio, che è Amore. Mons. Novarese sarebbe felice di leggere oggi le parole di papa Francesco, lui continuerebbe ad esortarci: “A te giovane… qualunque sia il tuo stato di salute, tu sei giovane e questo a me basta e per questo titolo a te mi dirigo. Dio vuole servirsi di te. Dio ti conosce per nome, ti guarda, ti segue e vuole una tua risposta. Spetta a te dare la tua risposta e Dio; il cui nome è “colui che è”: ossia l’Eterno presente;  quindi l’Eterno giovane, chi ti ha tratto dal nulla e che ora, per mezzo di suo Figlio, cammina con te, per introdurti  là dove esiste soltanto la carità, ossia lui, che è carità”. Maria è colei che per prima ha vissuto a pieno la sua vita, lei ti attende, ti guarda, ti sorride. Ella vuol fare di te un giovane che viva di ideali, di fede e d’amore, che si doni senza riserve. Lo Spirito Santo ti illumini, ti guidi, ti sostenga.

di Giovanna Bettiol, SOdC

Una ammalata
(a cura di Maria Piccoli)

 

I voti monastici strumenti essenziali per correre verso la pienezza di Cristo Signore

Benché varie possano essere le forme di vita monastica, anche nel nostro tempo sono apparse nuove espressioni più o meno consolidate, tutte fanno riferimento all’esperienza del monachesimo antico, e, per noi dell’Occidente, codificate ad opera di San Benedetto.

Con Benedetto il monachesimo cristiano ha trovato la sua forma tipica e durevole. Egli vuole che la “professione monastica” avvenga con matura consapevolezza e abbia carattere di definitività. Essa è infatti considerata un atto di culto che si inserisce nel Mistero Eucaristico, come partecipazione all’offerta sacrificale di Cristo, perciò deve essere compiuto con piena libertà e soprattutto con adesione totale del cuore.

I voti monastici sono una triplice professione di fede, speranza e carità, essi immergono il monaco nel Mistero della Santissima Trinità e lo rendono riflesso luminoso della divina koinonia (comunione). Il voto di stabilità radica il monaco, con fedeltà assoluta, in Dio e nella comunità di cui diventa membro. Il voto di conversione di vita (che comprende: castità, povertà, umiltà) è una professione di speranza, poiché tutto quanto il monaco abbandona, lo lascia in vista di ciò che lo attende: Dio stesso, che diventa il suo tutto. Il voto di obbedienza, lo lega indissolubilmente al Signore con un “si” che è consenso pieno alla sua santa volontà. È un vincolo d’amore in risposta a Colui che ci ha amato per primo, sin dall’eternità.

Vivendo con fedeltà i suoi voti, il monaco raggiunge la piena libertà ed esprime la gioia della sua totale appartenenza al Signore. Il voto di stabilità è unico e particolare delle comunità monastiche benedettine. Significa che il
monastero, famiglia monastica, dove il monaco ha fatto la sua professione, diventa la sua casa per tutto il resto della sua vita, dove trova fratelli e un padre, l’Abate, che
saranno tali per sempre. Questo aspetto della vita monastica, è particolarmente attraente oggi: il voto di stabilità lega per sempre una persona alla propria famiglia monastica. Nei continui cambiamenti della vita odierna, specialmente in seno alla famiglia umana, molti coniugi potrebbero trovare nella stabilità, che è perseveranza, una sorgente di forza e stabilità al loro Matrimonio. Anche in questo, quindi, Benedetto possiede la vera saggezza cristiana, acquisita nella preghiera, nella contemplazione, nella sua unione a Cristo Signore.

“In ultima analisi, promettere la stabilità è compromettersi nel partecipare alla pazienza, nella obbedienza, nella perseveranza di Cristo che furono totali, senza limiti” (J. Leclerq). “È l’incarnazione, la cristallizzazione di una attitudine puramente spirituale…; la vita religiosa è un compromettersi per tutta la vita…; si entra in uno stato cristiforme…; si rimane in monastero perché si rimane in Cristo”
(H.U. Von Balthasar).

Come possono i coniugi cristiani, dopo aver promesso davanti a Dio e agli uomini, fedeltà assoluta per tutta la vita l’un l’altro, dimenticarsi di questo loro voto?! E come possono i cristiani dimenticarsi, non essere Fedeli, non avere Stabilità nelle promesse battesimali?! Una delle prerogative dei monasteri benedettini è: dare ospitalità. I monaci sembrano dire a tutti noi: venite a vedere come viviamo il Vangelo, il Battesimo e la Regola del santo Patriarca!!!! Essi saranno ben lieti di ospitarci!

Per intercessione di San Benedetto e della Vergine Madre, Donna della Fedeltà assoluta, il Signore aiuti tutti i coniugi e tutti i cristiani, i monaci e le monache perché siano testimoni della Fedeltà di Dio all’umanità. Amen!

Silvano Mauro Pedrini OBS

Paolo – La centralità di Gesù Cristo

Benedetto XVI racconta san Paolo. Udienza generale, 08.11.2006

Cari fratelli e sorelle,

nella catechesi precedente, quindici giorni fa, ho cercato di tracciare le linee essenziali della biografia dell’apostolo Paolo. Abbiamo visto come l’incontro con Cristo sulla strada di Damasco abbia letteralmente rivoluzionato la sua vita. Cristo divenne la sua ragion d’essere e il motivo profondo di tutto il suo lavoro apostolico. Nelle sue lettere, dopo il nome di Dio, che appare più di 500 volte, il nome che viene menzionato più spesso è quello di Cristo (380 volte). È dunque importante che ci rendiamo conto di quanto Gesù Cristo possa incidere nella vita di un uomo e quindi anche nella nostra stessa vita. In realtà, Cristo Gesù è l’apice della storia salvifica e quindi il vero punto discriminante anche nel dialogo con le altre religioni.

Guardando a Paolo, potremmo formulare così l’interrogativo di fondo: come avviene l’incontro di un essere umano con Cristo? E in che cosa consiste il rapporto che ne deriva? La risposta data da Paolo può essere compresa in due momenti. In primo luogo, Paolo ci aiuta a capire il valore assolutamente fondante e insostituibile della fede. Ecco che cosa scrive nella Lettera ai Romani: «Noi riteniamo che l’uomo viene giustificato per la fede, indipendentemente dalle opere della Legge» (3,28). E così pure nella Lettera ai Galati: «L’uomo non è giustificato dalle opere della Legge, ma soltanto per mezzo della fede in Gesù Cristo; perciò abbiamo creduto anche noi in Gesù Cristo per essere giustificati dalla fede in Cristo e non dalle opere della Legge, poiché dalle opere della Legge non verrà mai giustificato nessuno» (2,16). «Essere giustificati» significa essere resi giusti, cioè essere accolti dalla giustizia misericordiosa di Dio, ed entrare in comunione con Lui, e di conseguenza poter stabilire un rapporto molto più autentico con tutti i nostri fratelli: e questo sulla base di un totale perdono dei nostri peccati. Ebbene, Paolo dice con tutta chiarezza che questa condizione di vita non dipende dalle nostre eventuali opere buone, ma da una pura grazia di Dio: «Siamo giustificati gratuitamente per sua grazia, in virtù della redenzione realizzata da Cristo Gesù» (Rm 3,24).

Con queste parole san Paolo esprime il contenuto fondamentale della sua conversione, la nuova direzione della sua vita risultante dal suo incontro col Cristo risorto. Paolo, prima della conversione, non era stato un uomo lontano da Dio e dalla sua Legge. Al contrario, era un osservante, con una osservanza fedele fino al fanatismo. Nella luce dell’incontro con Cristo capì, però, che con questo aveva cercato di costruire se stesso, la sua propria giustizia, e che con tutta questa giustizia era vissuto per se stesso. Capì che un nuovo orientamento della sua vita era assolutamente necessario. E questo nuovo orientamento lo troviamo espresso nelle sue parole: «Questa vita che io vivo nella carne io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal 2, 20).
Paolo, quindi, non vive più per sé, per la sua propria giustizia. Vive di Cristo e con Cristo: dando se stesso, non più cercando e costruendo se stesso. Questa è la nuova giustizia, il nuovo orientamento donatoci dal Signore, donatoci dalla fede. Davanti alla croce del Cristo, espressione estrema della sua autodonazione, non c’è nessuno che possa vantare se stesso, la propria giustizia fatta da sé, per sé! Altrove Paolo, riecheggiando Geremia, esplicita questo pensiero scrivendo: «Chi si vanta si vanti nel Signore» (1 Cor 1,31 = Ger 9,22s); oppure: «Quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo del quale il mondo per me è stato crocifisso come io per il mondo» (Gal 6,14).

Riflettendo su che cosa voglia dire giustificazione non per le opere ma per la fede, siamo così arrivati alla seconda componente che definisce l’identità cristiana descritta da san Paolo nella propria vita. Identità cristiana che si compone proprio di due elementi: questo non cercarsi da sè, ma riceversi da Cristo e donarsi con Cristo, e così partecipare personalmente alla vicenda di Cristo stesso, fino ad immergersi in Lui e a condividere tanto la sua morte quanto la sua vita. È ciò che Paolo scrive nella Lettera ai Romani: «Siamo stati battezzati nella sua morte… siamo stati sepolti con lui… siamo stati completamente uniti a lui… Così anche voi consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio in Cristo Gesù» (Rm 6,3.4.5.11). Proprio quest’ultima espressione è sintomatica: per Paolo, infatti, non basta dire che i cristiani sono dei battezzati o dei credenti; per lui è altrettanto importante dire che essi sono «in Cristo Gesù» (cfr anche Rm 8,1.2.39; 12,5; 16,3.7.10; 1 Cor 1,2.3, ecc.). Altre volte egli inverte i termini e scrive che «Cristo è in noi/voi» (Rm 8,10; 2 Cor 13,5) o «in me» (Gal 2,20). Questa mutua compenetrazione tra Cristo e il cristiano, caratteristica dell’insegnamento di Paolo, completa il suo discorso sulla fede. La fede, infatti, pur unendoci intimamente a Cristo, sottolinea la distinzione tra noi e Lui. Ma, secondo Paolo, la vita del cristiano ha pure una componente che potremmo dire ‘mistica’, in quanto comporta un’immedesimazione di noi con Cristo e di Cristo con noi. In questo senso, l’Apostolo giunge persino a qualificare le nostre sofferenze come le «sofferenze di Cristo in noi» (2 Cor 1,5), così che noi «portiamo sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo» (2 Cor 4,10).

Tutto questo dobbiamo calarlo nella nostra vita quotidiana seguendo l’esempio di Paolo che è vissuto sempre con questo grande respiro spirituale. Da una parte, la fede deve mantenerci in un costante atteggiamento di umiltà di fronte a Dio, anzi di adorazione e di lode nei suoi confronti. Infatti, ciò che noi siamo in quanto cristiani lo dobbiamo soltanto a Lui e alla sua grazia. Poiché niente e nessuno può prendere il suo posto, bisogna dunque che a nient’altro e a nessun altro noi tributiamo l’omaggio che tributiamo a Lui. Nessun idolo deve contaminare il nostro universo spirituale, altrimenti invece di godere della libertà acquisita ricadremmo in una forma di umiliante schiavitù. Dall’altra parte, la nostra radicale appartenenza a Cristo e il fatto che «siamo in Lui» deve infonderci un atteggiamento di totale fiducia e di immensa gioia. In definitiva, infatti, dobbiamo esclamare con san Paolo: «Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?» (Rm 8,31). E la risposta è che niente e nessuno «potrà mai separarci dall’amore di Dio che è in Cristo Gesù, nostro Signore» (Rm 8,39). La nostra vita cristiana, dunque, poggia sulla roccia più stabile e sicura che si possa immaginare. E da essa traiamo tutta la nostra energia, come scrive appunto l’Apostolo: «Tutto posso in colui che mi dà la forza» (Fi1 4,13).

Affrontiamo perciò la nostra esistenza, con le sue gioie e i suoi dolori, sorretti da questi grandi sentimenti che Paolo ci offre. Facendone l’esperienza potremo capire quanto sia vero ciò che lo stesso Apostolo scrive: «So a chi ho creduto, e sono convinto che egli è capace di conservare il mio deposito fino a quel giorno», cioè fino al giorno definitivo (2 Tm 1,12) del nostro incontro con Cristo Giudice, Salvatore del mondo e nostro.

Cristo è risorto

Van. Gv 20.1-9 commentato dal Vescovo di Brescia, mons. Pierantonio Tremolada.

1Nel giorno dopo il sabato, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di buon mattino, quand’era ancora buio, e vide che la pietra era stata ribaltata dal sepolcro. 2Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!». 3Uscì allora Simon Pietro insieme all’altro discepolo, e si recarono al sepolcro. 4Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. 5Chinatosi, vide le bende per terra, ma non entrò. 6Giunse intanto anche Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro e vide le bende per terra, 7e il sudario, che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma piegato in un luogo a parte. 8Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. 9Non avevano infatti ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti.

Cristo va incontro alla morte

Van. Gv. 12,12-16 commentato dal vescovo di Brescia, mons. Pierantonio Tremolada.

Il giorno seguente, la gran folla che era venuta alla festa, udito che Gesù veniva a Gerusalemme, prese dei rami di palme, uscì a incontrarlo, e gridava: «Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore, il re d’Israele!».

Gesù, trovato un asinello, vi montò sopra, come sta scritto:
«Non temere, figlia di Sion!
Ecco, il tuo re viene,
montato sopra un puledro d’asina
!».

I suoi discepoli non compresero subito queste cose; ma quando Gesù fu glorificato, allora si ricordarono che queste cose erano state scritte di lui, e che essi gliele avevano fatte.

Al centro del mistero di Cristo

Gesù è l’evento “fondativo” e “ricapitolativo” dell’esserci della comunità ecclesiale generata dalla sua morte e risurrezione. Un aiuto per rileggere la liturgia del Triduo Pasquale.

La Chiesa celebra annualmente la liturgia del Triduo Pasquale per vivere cristianamente il cammino della salvezza illuminato dalla passione, morte e risurrezione di Gesù, lui che è l’evento “fondativo” e “ricapitolativo” dell’esserci della comunità ecclesiale generata dalla sua morte e risurrezione. All’interno del percorso celebrativo la liturgia ci fa entrare nella Pasqua rituale del Giovedì santo, nella Pasqua-passione del Venerdì e nella Pasqua-risurrezione della Grande Veglia; è nella sua dimensione rituale che il Triduo Pasquale si struttura nella logica dei tre giorni “da tramonto a tramonto” secondo la concezione ebraica. Così si parte dalla “Missa in Coena Domini” del Giovedì sera alla sepoltura (primo giorno), dal tramonto del Venerdì a quello del Sabato (secondo giorno), dalla Veglia Pasquale alla Domenica di Resurrezione (terzo giorno). A livello rituale soltanto nel Giovedì Santo c’è un rito di ingresso con il saluto del celebrante e soltanto alla conclusione della Veglia pasquale troviamo il rito di congedo con la benedizione finale: infatti la celebrazione del Giovedì Santo si conclude con la spogliazione dell’altare, il Venerdì si riprende con la prostrazione silenziosa e il Sabato Santo inizia con la benedizione del fuoco.

Il Giovedì Santo. Nella celebrazione del Giovedì Santo, “soglia” tra la Quaresima e il Triduo, si fa memoria della Pasqua rituale con l’istituzione dell’Eucarestia e con la lavanda dei piedi: nella liturgia della Parola viene presentata la tradizione rituale ebraica narrata nel libro dell’Esodo come memoriale, la tradizione rituale cristiana trasmessa da San Paolo e, al centro della cena pasquale, il movimento di Gesù che si abbassa per lavare i piedi ai suoi come gesto di carattere testamentario per generare una comunità dove regna il servizio e l’abbassamento. Così la cena eucaristica rivelerà il mistero e la verità della Croce.

Il Venerdì Santo. Nella celebrazione del Venerdì Santo lo sguardo è rivolto alla memoria dell’evento storico della passione e morte del Signore Gesù, la liturgia della Parola presenta il Quarto Canto del Servo del Signore narrato da Isaia come profezia del Cristo Crocifisso; il quarto Vangelo accentua alcune dimensioni della Beata Passione nella tensione tra umiliazione e glorificazione del Figlio che sulla croce si sacrifica e dà la vita. L’adorazione della croce e il gesto del bacio segnano il culmine della preghiera nella contemplazione del Cristo Crocifisso aprendo la possibilità all’incontro con Lui nella santa comunione perché dalle sue piaghe siamo stati guariti (Isaia 53,5).

Il Sabato Santo. Il Sabato Santo è il giorno del silenzio e dell’attesa e le parole cedono il posto allo smarrimento per la morte in croce e allo stupore dell’amore e della contemplazione dinanzi al mistero della redenzione; è il giorno del “sepolcro pieno” e del mistero della discesa agli inferi caro alla liturgia orientale in attesa di essere liberati dallo Sheol.

La Veglia Pasquale. Nella notte del Sabato Santo si entra nella Solenne Veglia Pasquale definita da Sant’Agostino la “Veglia Madre di tutte le Veglie”, il percorso celebrativo esprime in modo mirabile il senso della risurrezione di Cristo per la vita dell’uomo e del mondo. Come gli ebrei si riunivano intorno all’agnello pasquale per celebrare il Dio creatore e liberatore così la comunità cristiana si raduna attorno al fuoco, all’ambone della Parola, al fonte battesimale e alla mensa dell’altare per celebrare l’agnello immolato che è vittorioso sulla morte: il fuoco acceso, il cero pasquale innalzato tre volte e il canto dell’Exultet dicono la potenza della Luce che risplende nel mistero pasquale; l’annuncio della Pasqua lascia spazio alla Parola di Dio ripercorrendo le tappe della storia della salvezza e il passaggio alla nuova alleanza compiuta totalmente nel mistero Pasquale del Cristo crocifisso, sepolto e risorto. La Luce e la Parola diventano storicamente visibili nel dono dei sacramenti del battesimo, della cresima e poi dell’eucarestia: radunati attorno al fonte battesimali, i catecumeni ricevono la nuova vita e tutto il popolo dei battezzati fa memoria del proprio battesimo e della propria resurrezione; dal Fuoco, dalla Parola e dall’Acqua tutto si compie nella mensa eucaristica con il pane e il vino per ricapitolare nell’unità il mistero celebrato nel Triduo. L’acclamazione “Annunciamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell’attesa della tua venuta” in risposta al grande mistero della nostra fede riafferma la centralità del kerigma e riconosce la comunità celebrante come parte integrante del mistero celebrato. “Con il Signore risorge – scrive Andrea Grillo – anche la sua Chiesa che raccoglie il Triduo tra l’Ultima Cena di Gesù e la prima Eucarestia con il Signore”.