Pace: frutto della redenzione in Cristo

Il testo integrale dell’omelia pronunciata dal vescovo Tremolada nella celebrazione eucaristica nella chiesa della Pace a Brescia

In occasione della giornata mondiale della Pace, istituita da San Paolo VI nel 1968, il vescovo Pierantonio Tremolada ha presieduto ieri una santa Messa nella chiesa della Pace a Brescia. Questo il testo integrale dell’omelia pronunciata.

“Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama”: il canto degli angeli nella notte del Natale risuona in questi giorni e richiama il mistero adorabile della visita di Dio all’umanità in cammino nella storia.  È un canto che ci consegna una verità sempre sorprendente: la gloria che è nell’alto dei cieli e che è contemplata dagli angeli di Dio, ha un suo meraviglioso riflesso nella pace che Dio desidera far fiorire sulla terra, a favore dell’umanità che egli ama. Pace tanto cara ai cuori umani e tanto desiderata, eppure così faticosa da realizzare, così delicata, così fragile, così precaria. In questo primo giorno dell’anno nuovo, ormai tradizionalmente divenuto per la Chiesa universale Giornata della Pace, in questa Chiesa e in questo luogo che a Brescia naturalmente evocano la pace, siamo invitati a fermare su di essa per qualche istante il nostro pensiero e soprattutto a invocarla come dono prezioso che viene dall’alto.

La pace cantata dagli angeli la notte del Natale del Signore e donata da lui negli incontri con i discepoli dopo la sua morte e nella potenza della sua resurrezione, ha un che di misterioso. Se è riflesso della gloria dei cieli, rimanda al mistero di Dio. È una pace che l’uomo non si può dare, ma che piuttosto riceve come frutto della redenzione in Cristo. La rivelazione dell’amore trinitario costituisce l’effettiva sorgente di questa pace tanto desiderata. È la pace che Gesù stesso promette ai suoi. È la pace che la liturgia ci fa invocare prima di accostarci alla comunione sacramentale e dopo aver insieme proclamato le parole della Padre nostro: “Liberaci o Signore da tutti i mali, concedi la pace ai nostri giorni e con l’aiuto della tua misericordia saremo sempre liberi dal peccato e sicuri da ogni turbamento”. E ancora: “Signore Gesù Cristo che hai detto ai tuoi apostoli vi lascio la pace, vi do la mia pace, non guardare ai nostri peccati ma alla fede della tua Chiesa e donale unità e pace secondo la tua volontà”.

Questa pace genera i sentimenti capaci di affrontare la sfida di una realtà complessa, di un vissuto sociale che spesso mette alla prova. È una pace dai vari volti e dai molteplici risvolti. È pace nel senso di amabilità e benevolenza, di sincera apertura verso tutti, di naturale disposizione ad ascoltare, a comprendere, a sostenere e confortare; ma è anche fermezza di fronte alle prove della vita, è serena perseveranza in grado di contrastare la tentazione dello scoramento, dell’amarezza rassegnata, della parola lamentosa e pungente, del lasciarsi cadere le braccia; è infine miracolosa capacità di perdono, rifiuto di ogni forma di violenza anche qualora ci si trovasse a subirla, è testimonianza profetica del rinnovamento compiuto dalla Pasqua del Signore, dal suo sacrificio d’amore.

Questa pace che viene dall’alto suppone la conversione del cuore: è infatti frutto di una dura lotta contro se stessi, è opposizione tenace ad ogni movimento distruttivo suscitato nell’animo dall’orgoglio e dall’avidità, le due le passioni madri – così le chiamano i maestri dello spirito – che mirano a fare dell’uomo uno schiavo, a togliergli il governo di se stesso, la sua autodeterminazione per il bene, inducendolo a guardare il prossimo come una minaccia o come un a preda, consegnandolo in balia della gelosia, dell’odio e della ricerca morbosa del proprio appagamento. In questo modo il cuore dell’uomo perde la pace.

Alla base dei conflitti sanguinosi che sempre hanno devastato la vita dei popoli e ancora oggi procurano dolori indicibili a tanti uomini e donne c’è sempre la brama insaziabile e capricciosa del cuore umano ferito, il desiderio accecante della ricchezza e del potere, la voglia di mostrarsi grandi e la paura di non apparire tali agli occhi degli altri, l’ebbrezza di sentirsi padroni delle cose e anche degli uomini, l’obbligo di esserlo per non rischiare di diventare schiavi di chi, dall’altra parte della barrica, la pensi – ne siamo convinti – allo stesso modo. Una sorta di reciproca condanna all’ansia e alla paura, che può giungere addirittura a togliere il respiro e comunque impedisce all’animo si sentirsi in pace. La famiglia umana diventa così la controfigura di se stessa: si trasforma in una moltitudine di gente che fatica a riconoscersi, un insieme di entità tendenzialmente estranee e in reciproca concorrenza, ciascuna preoccupata di difendere il proprio diritto e di ricercare il proprio interesse. Allora prendono piede l’ingiustizia e la prepotenza: chi ha tende a possedere sempre di più e chi si sente forte vuole esserlo sempre di più; mentre chi ha poco si trova a possedere sempre di meno e chi è debole rischia facilmente di soccombere.

Non si cambia il mondo se non si cambiano i cuori. Lo diceva molto bene san Paolo VI nell’Esortazione Apostolica Evangelii Nuntiandi, quando, parlando dell’evangelizzazione, così si esprimeva: “Evangelizzare, per la Chiesa, è portare la Buona Novella in tutti gli strati dell’umanità, è, col suo influsso, trasformare dal di dentro, rendere nuova l’umanità stessa: «Ecco io faccio nuove tutte le cose». Ma non c’è nuova umanità, se prima non ci sono uomini nuovi, della novità del battesimo e della vita secondo il Vangelo. Lo scopo dell’evangelizzazione è appunto questo cambiamento interiore e, se occorre tradurlo in una parola, più giusto sarebbe dire che la Chiesa evangelizza allorquando, in virtù della sola potenza divina del Messaggio che essa proclama, cerca di convertire la coscienza personale e insieme collettiva degli uomini, l’attività nella quale essi sono impegnati, la vita e l’ambiente concreto loro propri”.

L’essenza della redenzione è il cambiamento del cuore. Nelle parole dei grandi profeti dell’Antico Testamento troviamo questo annuncio che è in verità una promessa. Così dice per esempio il profeta Ezechiela, dando voce al Signore Dio dell’Alleanza: “Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati; io vi purificherò da tutte le vostre impurità e da tutti i vostri idoli, vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo le mie leggi e vi farò osservare e mettere in pratica le mie norme” (cfr. Ez 36,25-27)

L’unica vera rivoluzione di cui l’umanità ha bisogno è quella spirituale. Ogni epoca, per non cadere nel baratro della violenza cieca, deve puntare sul primato della grazia e sulla centralità della coscienza. Solo così regnerà la pace. Essa si irradierà dal segreto dei cuori, si sprigionerà anzitutto nella forma di sentimenti sinceri, di intenzioni limpide, di desideri nobili, di ideali coraggiosi, cui seguiranno progetti lungimiranti e azioni efficaci. Dove giunge la luce amabile del Dio con noi, dove ci si apre all’energia straordinaria dello Spirito di Dio, che rigenera e purifica, dove la coscienza si mantiene in dialogo con colui che è fonte della vera sapienza, si avvia un misterioso processo spirituale, il cui frutto più prezioso è appunto la pace: pace interiore che poi diviene pace sociale, pace del cuore che dà vigore alle braccia e prima ancora creatività alla mente, in vista di una convivenza umana realmente civile.

Sappiamo bene che la vera pace non è di questo mondo. La vedremo nella sua forma perfetta quando “Dio sarà tutto in tutti”; e ne saremo affascinati. Allora capiremo che cosa il nostro Creatore aveva da sempre pensato per noi. Ora si deve lottare per difenderla e per promuoverla, si deve lottare con fiducia, con coraggio, con perseveranza; senza paura e senza rabbia; sapendo che già in questa lotta spirituale per la pace si fa esperienza della pace. Chi infatti difende la pace e la promuove già ne gusta il buon sapore e ne viene consolato: “Beati gli operatori pace – ci ha promesso il Signore Gesù – perché saranno chiamati figli di Dio”.

Nella festa della Divina maternità di Maria a lei affidiamo questo desiderio di pace così vivo e ancora così drammaticamente lontano dall’essere esaudito. A lei chiediamo il dono di un’autentica conversione dei cuori. A lei affidiamo gli sforzi sinceri di tanti uomini e donne di buona volontà, che anche oggi fanno della pace lo scopo del loro generoso impegno. Voglia Dio che tra questi ci siamo anche noi”.

Cristo vive e ti vuole vivo

Papa Francesco non poteva scegliere titolo migliore per l’esortazione apostolica che commenta e approfondisce i contenuti della XV Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi, svoltasi nell’otobre 2018 a tutto il popolo di Dio: Christus Vivit, cioè Cristo vive. 

Egli è la nostra speranza e la più bella giovinezza di questo mondo. Tutto ciò che lui tocca diventa nuovo, si riempie di vita. Perciò, le prime parole che voglio rivolgere a ciascun cristiano sono: lui vive e ti vuole vivo! Gli avversari di Gesù, inchiodandolo sulla croce, pensavano di averla avuta vinta. L’idea era quella di ucciderlo per eliminare la sua scomoda proposta. Ma si sbagliarono. Ciò che scatenò un processo che prosegue nella storia dell’umanità da duemila anni, fu la certezza che quel Gesù che avevano visto veramente morire tra le atroci e umilianti sofferenze della croce, era vivo, lui vive! E questo Gesù ci vuole vivi! Vuole che noi troviamo ancora nel mondo, nelle nostre vite spazi per crescere, per sognare, per creare, per guardare nuovi orizzonti, insomma, per vivere. Se non ci riconosciamo vivi è come essere paralizzati, è come far morire il gusto dell’incontro, dell’amicizia, il gusto di sognare insieme e di camminare con gli altri. “Non siamo venuti al mondo per “vegetare”, per passarcela comodamente, per fare della vita un divano che ci addormenti; al contrario, siamo venuti per un’altra cosa, per lasciare un’impronta”, ancora oggi attraverso questa esortazione veniamo interrogati sul nostro modo di essere: vivi o morti! Dobbiamo continuare a essere un popolo di discepoli-missionari che vivono e testimoniano la gioia di sapere che il Signore ci ama di un amore infinito.

Qualunque risposta tu abbia dato al motivo per il quale Gesù ti vuole vivo, una cosa è certa: lui è in te, lui è con te e non se ne va mai. Per quanto tu ti possa allontanare, accanto a te c’è il risorto, che ti chiama e ti aspetta per ricominciare. Quando ti senti vecchio per la tristezza, i rancori, le paure, i dubbi o i fallimenti, lui sarà lì per ridarti la forza e la speranza. Rileggendo il racconto del Vangelo della Pasqua, il Papa spiega che non vale tanto “la nostra ricerca nei confronti di Dio, ma piuttosto la ricerca di Dio nei nostri confronti”.  Gesù ci ha presi, ci ha afferrati, ci ha conquistati per non lasciarci più. Il cristianesimo è grazia, è sorpresa, e per questo motivo presuppone un cuore capace di stupore. Anche se siamo peccatori, se i nostri propositi di bene sono rimasti sulla carta, oppure se, guardando la nostra vita, ci accorgiamo di aver sommato tanti insuccessi.

A volte sentiamo che Dio ci abbandona, e allora il futuro ci spaventa. Sentiamo che Dio si dimentica di noi e abbiamo paura, insomma è come se Dio scendesse dalla nostra barca e ci lasciasse soli in mezzo alle nostre paure. Come se la croce pesasse troppo nelle nostre mani e non fossimo capaci di farcene carico. Quanto ci risulta difficile credere che sarà tutti i giorni al nostro fianco! Avvertiamo tutti il bisogno di speranza, ma non di una speranza qualsiasi, bensì di una speranza salda e affidabile. La giovinezza in particolare è tempo di speranza, perché guarda al futuro con varie aspettative. Quando si è giovani si nutrono ideali, sogni e progetti; la giovinezza è il tempo in cui maturano scelte decisive per il resto della vita.

Ecco allora che comprendiamo perché questa esortazione è rivolta a tutto il popolo di Dio: come annunciare la speranza a questi giovani? Noi sappiamo che solo in Dio l’essere umano trova la sua vera realizzazione. L’impegno primario che tutti ci coinvolge è pertanto quello di una nuova evangelizzazione, che aiuti le nuove generazioni a riscoprire il volto autentico di Dio, che è Amore. Mons. Novarese sarebbe felice di leggere oggi le parole di papa Francesco, lui continuerebbe ad esortarci: “A te giovane… qualunque sia il tuo stato di salute, tu sei giovane e questo a me basta e per questo titolo a te mi dirigo. Dio vuole servirsi di te. Dio ti conosce per nome, ti guarda, ti segue e vuole una tua risposta. Spetta a te dare la tua risposta e Dio; il cui nome è “colui che è”: ossia l’Eterno presente;  quindi l’Eterno giovane, chi ti ha tratto dal nulla e che ora, per mezzo di suo Figlio, cammina con te, per introdurti  là dove esiste soltanto la carità, ossia lui, che è carità”. Maria è colei che per prima ha vissuto a pieno la sua vita, lei ti attende, ti guarda, ti sorride. Ella vuol fare di te un giovane che viva di ideali, di fede e d’amore, che si doni senza riserve. Lo Spirito Santo ti illumini, ti guidi, ti sostenga.

di Giovanna Bettiol, SOdC

Una ammalata
(a cura di Maria Piccoli)

 

I voti monastici strumenti essenziali per correre verso la pienezza di Cristo Signore

Benché varie possano essere le forme di vita monastica, anche nel nostro tempo sono apparse nuove espressioni più o meno consolidate, tutte fanno riferimento all’esperienza del monachesimo antico, e, per noi dell’Occidente, codificate ad opera di San Benedetto.

Con Benedetto il monachesimo cristiano ha trovato la sua forma tipica e durevole. Egli vuole che la “professione monastica” avvenga con matura consapevolezza e abbia carattere di definitività. Essa è infatti considerata un atto di culto che si inserisce nel Mistero Eucaristico, come partecipazione all’offerta sacrificale di Cristo, perciò deve essere compiuto con piena libertà e soprattutto con adesione totale del cuore.

I voti monastici sono una triplice professione di fede, speranza e carità, essi immergono il monaco nel Mistero della Santissima Trinità e lo rendono riflesso luminoso della divina koinonia (comunione). Il voto di stabilità radica il monaco, con fedeltà assoluta, in Dio e nella comunità di cui diventa membro. Il voto di conversione di vita (che comprende: castità, povertà, umiltà) è una professione di speranza, poiché tutto quanto il monaco abbandona, lo lascia in vista di ciò che lo attende: Dio stesso, che diventa il suo tutto. Il voto di obbedienza, lo lega indissolubilmente al Signore con un “si” che è consenso pieno alla sua santa volontà. È un vincolo d’amore in risposta a Colui che ci ha amato per primo, sin dall’eternità.

Vivendo con fedeltà i suoi voti, il monaco raggiunge la piena libertà ed esprime la gioia della sua totale appartenenza al Signore. Il voto di stabilità è unico e particolare delle comunità monastiche benedettine. Significa che il
monastero, famiglia monastica, dove il monaco ha fatto la sua professione, diventa la sua casa per tutto il resto della sua vita, dove trova fratelli e un padre, l’Abate, che
saranno tali per sempre. Questo aspetto della vita monastica, è particolarmente attraente oggi: il voto di stabilità lega per sempre una persona alla propria famiglia monastica. Nei continui cambiamenti della vita odierna, specialmente in seno alla famiglia umana, molti coniugi potrebbero trovare nella stabilità, che è perseveranza, una sorgente di forza e stabilità al loro Matrimonio. Anche in questo, quindi, Benedetto possiede la vera saggezza cristiana, acquisita nella preghiera, nella contemplazione, nella sua unione a Cristo Signore.

“In ultima analisi, promettere la stabilità è compromettersi nel partecipare alla pazienza, nella obbedienza, nella perseveranza di Cristo che furono totali, senza limiti” (J. Leclerq). “È l’incarnazione, la cristallizzazione di una attitudine puramente spirituale…; la vita religiosa è un compromettersi per tutta la vita…; si entra in uno stato cristiforme…; si rimane in monastero perché si rimane in Cristo”
(H.U. Von Balthasar).

Come possono i coniugi cristiani, dopo aver promesso davanti a Dio e agli uomini, fedeltà assoluta per tutta la vita l’un l’altro, dimenticarsi di questo loro voto?! E come possono i cristiani dimenticarsi, non essere Fedeli, non avere Stabilità nelle promesse battesimali?! Una delle prerogative dei monasteri benedettini è: dare ospitalità. I monaci sembrano dire a tutti noi: venite a vedere come viviamo il Vangelo, il Battesimo e la Regola del santo Patriarca!!!! Essi saranno ben lieti di ospitarci!

Per intercessione di San Benedetto e della Vergine Madre, Donna della Fedeltà assoluta, il Signore aiuti tutti i coniugi e tutti i cristiani, i monaci e le monache perché siano testimoni della Fedeltà di Dio all’umanità. Amen!

Silvano Mauro Pedrini OBS

Paolo – La centralità di Gesù Cristo

Benedetto XVI racconta san Paolo. Udienza generale, 08.11.2006

Cari fratelli e sorelle,

nella catechesi precedente, quindici giorni fa, ho cercato di tracciare le linee essenziali della biografia dell’apostolo Paolo. Abbiamo visto come l’incontro con Cristo sulla strada di Damasco abbia letteralmente rivoluzionato la sua vita. Cristo divenne la sua ragion d’essere e il motivo profondo di tutto il suo lavoro apostolico. Nelle sue lettere, dopo il nome di Dio, che appare più di 500 volte, il nome che viene menzionato più spesso è quello di Cristo (380 volte). È dunque importante che ci rendiamo conto di quanto Gesù Cristo possa incidere nella vita di un uomo e quindi anche nella nostra stessa vita. In realtà, Cristo Gesù è l’apice della storia salvifica e quindi il vero punto discriminante anche nel dialogo con le altre religioni.

Guardando a Paolo, potremmo formulare così l’interrogativo di fondo: come avviene l’incontro di un essere umano con Cristo? E in che cosa consiste il rapporto che ne deriva? La risposta data da Paolo può essere compresa in due momenti. In primo luogo, Paolo ci aiuta a capire il valore assolutamente fondante e insostituibile della fede. Ecco che cosa scrive nella Lettera ai Romani: «Noi riteniamo che l’uomo viene giustificato per la fede, indipendentemente dalle opere della Legge» (3,28). E così pure nella Lettera ai Galati: «L’uomo non è giustificato dalle opere della Legge, ma soltanto per mezzo della fede in Gesù Cristo; perciò abbiamo creduto anche noi in Gesù Cristo per essere giustificati dalla fede in Cristo e non dalle opere della Legge, poiché dalle opere della Legge non verrà mai giustificato nessuno» (2,16). «Essere giustificati» significa essere resi giusti, cioè essere accolti dalla giustizia misericordiosa di Dio, ed entrare in comunione con Lui, e di conseguenza poter stabilire un rapporto molto più autentico con tutti i nostri fratelli: e questo sulla base di un totale perdono dei nostri peccati. Ebbene, Paolo dice con tutta chiarezza che questa condizione di vita non dipende dalle nostre eventuali opere buone, ma da una pura grazia di Dio: «Siamo giustificati gratuitamente per sua grazia, in virtù della redenzione realizzata da Cristo Gesù» (Rm 3,24).

Con queste parole san Paolo esprime il contenuto fondamentale della sua conversione, la nuova direzione della sua vita risultante dal suo incontro col Cristo risorto. Paolo, prima della conversione, non era stato un uomo lontano da Dio e dalla sua Legge. Al contrario, era un osservante, con una osservanza fedele fino al fanatismo. Nella luce dell’incontro con Cristo capì, però, che con questo aveva cercato di costruire se stesso, la sua propria giustizia, e che con tutta questa giustizia era vissuto per se stesso. Capì che un nuovo orientamento della sua vita era assolutamente necessario. E questo nuovo orientamento lo troviamo espresso nelle sue parole: «Questa vita che io vivo nella carne io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal 2, 20).
Paolo, quindi, non vive più per sé, per la sua propria giustizia. Vive di Cristo e con Cristo: dando se stesso, non più cercando e costruendo se stesso. Questa è la nuova giustizia, il nuovo orientamento donatoci dal Signore, donatoci dalla fede. Davanti alla croce del Cristo, espressione estrema della sua autodonazione, non c’è nessuno che possa vantare se stesso, la propria giustizia fatta da sé, per sé! Altrove Paolo, riecheggiando Geremia, esplicita questo pensiero scrivendo: «Chi si vanta si vanti nel Signore» (1 Cor 1,31 = Ger 9,22s); oppure: «Quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo del quale il mondo per me è stato crocifisso come io per il mondo» (Gal 6,14).

Riflettendo su che cosa voglia dire giustificazione non per le opere ma per la fede, siamo così arrivati alla seconda componente che definisce l’identità cristiana descritta da san Paolo nella propria vita. Identità cristiana che si compone proprio di due elementi: questo non cercarsi da sè, ma riceversi da Cristo e donarsi con Cristo, e così partecipare personalmente alla vicenda di Cristo stesso, fino ad immergersi in Lui e a condividere tanto la sua morte quanto la sua vita. È ciò che Paolo scrive nella Lettera ai Romani: «Siamo stati battezzati nella sua morte… siamo stati sepolti con lui… siamo stati completamente uniti a lui… Così anche voi consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio in Cristo Gesù» (Rm 6,3.4.5.11). Proprio quest’ultima espressione è sintomatica: per Paolo, infatti, non basta dire che i cristiani sono dei battezzati o dei credenti; per lui è altrettanto importante dire che essi sono «in Cristo Gesù» (cfr anche Rm 8,1.2.39; 12,5; 16,3.7.10; 1 Cor 1,2.3, ecc.). Altre volte egli inverte i termini e scrive che «Cristo è in noi/voi» (Rm 8,10; 2 Cor 13,5) o «in me» (Gal 2,20). Questa mutua compenetrazione tra Cristo e il cristiano, caratteristica dell’insegnamento di Paolo, completa il suo discorso sulla fede. La fede, infatti, pur unendoci intimamente a Cristo, sottolinea la distinzione tra noi e Lui. Ma, secondo Paolo, la vita del cristiano ha pure una componente che potremmo dire ‘mistica’, in quanto comporta un’immedesimazione di noi con Cristo e di Cristo con noi. In questo senso, l’Apostolo giunge persino a qualificare le nostre sofferenze come le «sofferenze di Cristo in noi» (2 Cor 1,5), così che noi «portiamo sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo» (2 Cor 4,10).

Tutto questo dobbiamo calarlo nella nostra vita quotidiana seguendo l’esempio di Paolo che è vissuto sempre con questo grande respiro spirituale. Da una parte, la fede deve mantenerci in un costante atteggiamento di umiltà di fronte a Dio, anzi di adorazione e di lode nei suoi confronti. Infatti, ciò che noi siamo in quanto cristiani lo dobbiamo soltanto a Lui e alla sua grazia. Poiché niente e nessuno può prendere il suo posto, bisogna dunque che a nient’altro e a nessun altro noi tributiamo l’omaggio che tributiamo a Lui. Nessun idolo deve contaminare il nostro universo spirituale, altrimenti invece di godere della libertà acquisita ricadremmo in una forma di umiliante schiavitù. Dall’altra parte, la nostra radicale appartenenza a Cristo e il fatto che «siamo in Lui» deve infonderci un atteggiamento di totale fiducia e di immensa gioia. In definitiva, infatti, dobbiamo esclamare con san Paolo: «Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?» (Rm 8,31). E la risposta è che niente e nessuno «potrà mai separarci dall’amore di Dio che è in Cristo Gesù, nostro Signore» (Rm 8,39). La nostra vita cristiana, dunque, poggia sulla roccia più stabile e sicura che si possa immaginare. E da essa traiamo tutta la nostra energia, come scrive appunto l’Apostolo: «Tutto posso in colui che mi dà la forza» (Fi1 4,13).

Affrontiamo perciò la nostra esistenza, con le sue gioie e i suoi dolori, sorretti da questi grandi sentimenti che Paolo ci offre. Facendone l’esperienza potremo capire quanto sia vero ciò che lo stesso Apostolo scrive: «So a chi ho creduto, e sono convinto che egli è capace di conservare il mio deposito fino a quel giorno», cioè fino al giorno definitivo (2 Tm 1,12) del nostro incontro con Cristo Giudice, Salvatore del mondo e nostro.

Cristo è risorto

Van. Gv 20.1-9 commentato dal Vescovo di Brescia, mons. Pierantonio Tremolada.

1Nel giorno dopo il sabato, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di buon mattino, quand’era ancora buio, e vide che la pietra era stata ribaltata dal sepolcro. 2Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!». 3Uscì allora Simon Pietro insieme all’altro discepolo, e si recarono al sepolcro. 4Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. 5Chinatosi, vide le bende per terra, ma non entrò. 6Giunse intanto anche Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro e vide le bende per terra, 7e il sudario, che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma piegato in un luogo a parte. 8Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. 9Non avevano infatti ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti.

Cristo va incontro alla morte

Van. Gv. 12,12-16 commentato dal vescovo di Brescia, mons. Pierantonio Tremolada.

Il giorno seguente, la gran folla che era venuta alla festa, udito che Gesù veniva a Gerusalemme, prese dei rami di palme, uscì a incontrarlo, e gridava: «Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore, il re d’Israele!».

Gesù, trovato un asinello, vi montò sopra, come sta scritto:
«Non temere, figlia di Sion!
Ecco, il tuo re viene,
montato sopra un puledro d’asina
!».

I suoi discepoli non compresero subito queste cose; ma quando Gesù fu glorificato, allora si ricordarono che queste cose erano state scritte di lui, e che essi gliele avevano fatte.

Al centro del mistero di Cristo

Gesù è l’evento “fondativo” e “ricapitolativo” dell’esserci della comunità ecclesiale generata dalla sua morte e risurrezione. Un aiuto per rileggere la liturgia del Triduo Pasquale.

La Chiesa celebra annualmente la liturgia del Triduo Pasquale per vivere cristianamente il cammino della salvezza illuminato dalla passione, morte e risurrezione di Gesù, lui che è l’evento “fondativo” e “ricapitolativo” dell’esserci della comunità ecclesiale generata dalla sua morte e risurrezione. All’interno del percorso celebrativo la liturgia ci fa entrare nella Pasqua rituale del Giovedì santo, nella Pasqua-passione del Venerdì e nella Pasqua-risurrezione della Grande Veglia; è nella sua dimensione rituale che il Triduo Pasquale si struttura nella logica dei tre giorni “da tramonto a tramonto” secondo la concezione ebraica. Così si parte dalla “Missa in Coena Domini” del Giovedì sera alla sepoltura (primo giorno), dal tramonto del Venerdì a quello del Sabato (secondo giorno), dalla Veglia Pasquale alla Domenica di Resurrezione (terzo giorno). A livello rituale soltanto nel Giovedì Santo c’è un rito di ingresso con il saluto del celebrante e soltanto alla conclusione della Veglia pasquale troviamo il rito di congedo con la benedizione finale: infatti la celebrazione del Giovedì Santo si conclude con la spogliazione dell’altare, il Venerdì si riprende con la prostrazione silenziosa e il Sabato Santo inizia con la benedizione del fuoco.

Il Giovedì Santo. Nella celebrazione del Giovedì Santo, “soglia” tra la Quaresima e il Triduo, si fa memoria della Pasqua rituale con l’istituzione dell’Eucarestia e con la lavanda dei piedi: nella liturgia della Parola viene presentata la tradizione rituale ebraica narrata nel libro dell’Esodo come memoriale, la tradizione rituale cristiana trasmessa da San Paolo e, al centro della cena pasquale, il movimento di Gesù che si abbassa per lavare i piedi ai suoi come gesto di carattere testamentario per generare una comunità dove regna il servizio e l’abbassamento. Così la cena eucaristica rivelerà il mistero e la verità della Croce.

Il Venerdì Santo. Nella celebrazione del Venerdì Santo lo sguardo è rivolto alla memoria dell’evento storico della passione e morte del Signore Gesù, la liturgia della Parola presenta il Quarto Canto del Servo del Signore narrato da Isaia come profezia del Cristo Crocifisso; il quarto Vangelo accentua alcune dimensioni della Beata Passione nella tensione tra umiliazione e glorificazione del Figlio che sulla croce si sacrifica e dà la vita. L’adorazione della croce e il gesto del bacio segnano il culmine della preghiera nella contemplazione del Cristo Crocifisso aprendo la possibilità all’incontro con Lui nella santa comunione perché dalle sue piaghe siamo stati guariti (Isaia 53,5).

Il Sabato Santo. Il Sabato Santo è il giorno del silenzio e dell’attesa e le parole cedono il posto allo smarrimento per la morte in croce e allo stupore dell’amore e della contemplazione dinanzi al mistero della redenzione; è il giorno del “sepolcro pieno” e del mistero della discesa agli inferi caro alla liturgia orientale in attesa di essere liberati dallo Sheol.

La Veglia Pasquale. Nella notte del Sabato Santo si entra nella Solenne Veglia Pasquale definita da Sant’Agostino la “Veglia Madre di tutte le Veglie”, il percorso celebrativo esprime in modo mirabile il senso della risurrezione di Cristo per la vita dell’uomo e del mondo. Come gli ebrei si riunivano intorno all’agnello pasquale per celebrare il Dio creatore e liberatore così la comunità cristiana si raduna attorno al fuoco, all’ambone della Parola, al fonte battesimale e alla mensa dell’altare per celebrare l’agnello immolato che è vittorioso sulla morte: il fuoco acceso, il cero pasquale innalzato tre volte e il canto dell’Exultet dicono la potenza della Luce che risplende nel mistero pasquale; l’annuncio della Pasqua lascia spazio alla Parola di Dio ripercorrendo le tappe della storia della salvezza e il passaggio alla nuova alleanza compiuta totalmente nel mistero Pasquale del Cristo crocifisso, sepolto e risorto. La Luce e la Parola diventano storicamente visibili nel dono dei sacramenti del battesimo, della cresima e poi dell’eucarestia: radunati attorno al fonte battesimali, i catecumeni ricevono la nuova vita e tutto il popolo dei battezzati fa memoria del proprio battesimo e della propria resurrezione; dal Fuoco, dalla Parola e dall’Acqua tutto si compie nella mensa eucaristica con il pane e il vino per ricapitolare nell’unità il mistero celebrato nel Triduo. L’acclamazione “Annunciamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell’attesa della tua venuta” in risposta al grande mistero della nostra fede riafferma la centralità del kerigma e riconosce la comunità celebrante come parte integrante del mistero celebrato. “Con il Signore risorge – scrive Andrea Grillo – anche la sua Chiesa che raccoglie il Triduo tra l’Ultima Cena di Gesù e la prima Eucarestia con il Signore”.

La Chiesa ci abilita a metterci in contatto con Cristo

Omelia del Vescovo Pierantonio Tremolada nella S. Messa a Verolavecchia, a conclusione del pellegrinaggio nei luoghi montiniani. Domenica 19 novembre 2017

Saluto con affetto tutti voi cari sacerdoti e fedeli della comunità di Verolavecchia e rivolgo il mio rispettoso ossequio alle autorità civili e militari che sono qui presenti. Vi ringrazio della vostra cordiale accoglienza. Mi fa piacere incontrarvi oggi come pastore della diocesi di Brescia, da poco qui chiamato dal Signore; ed io sento anzitutto vivo il bisogno di chiedere il sostegno della vostra preghiera, affinché possa compiere il mio importante servizio così come il Signore si attende da me. Di questa Chiesa di Brescia voi siete una porzione eletta: siete infatti una delle parrocchie di questa diocesi, inseparabile da tutte le altre, ma avete anche una vostra originale identità. Un aspetto non secondario di questa identità è questo: la vostra parrocchia ha un rapporto particolare con la persona di Paolo VI. Ed è anche per questo che io sono qui oggi, perché vorrei qui concludere un ideale percorso sulle tracce di Paolo VI nella diocesi di Brescia. Dopo essere stato al Santuario della Madonna delle Grazie e a Concesio, eccomi ora a Verolavecchia.

A questo luogo Giovanni Battista Montini era particolarmente affezionato. Lo dimostra il fatto che il 14 ottobre 1956, a meno di due anni dal suo ingresso come Arcivescovo di Milano, egli volle fare visita a questa comunità. Il bollettino parrocchiale del settembre di quello stesso anno così annunciava il suo arrivo: “A tutti i Verolesi la notizia che Mons. G. Battista Montini verrà tra noi il 14 ottobre 1956. Ci viene volentieri a visitare perché qui ha passato da giovane le sue vacanze. Conosce quasi tutte le nostre famiglie”. Ed ecco un passaggio del discorso che l’Arcivescovo Montini pronunciò in quella occasione alla popolazione di Verolavecchia, nella Chiesa parrocchiale; è uno stralcio abbastanza ampio, ma mi preme che lo ascoltiamo bene, per la forza e la bellezza che ha: “Passando per le vie del paese cercavo con gli occhi le facce di coloro che fossero del tempo mio e vedevo la folla della gioventù che mi circondava. Quanti e quanti anni sono passati, e sono quasi divenuto forestiero in mezzo a voi! Ma ci sono alcuni che sono del tempo mio, un tempo che il calendario registra lontano, ma he la memoria invece tiene ancora tanto vicino. Come si vive delle memorie d’infanzia, quanto questo patrimonio spirituale dei primi anni influisce sugli anni secondi e su quelli del tramonto della vita! Pare a me di essere ancora fanciullo in questo paese e tutte le care persone di quell’età mi passano adesso davanti all’anima e mi riempiono di commozione … Devo dirvi che le prime Settimane sante, in cui trovai un poema di bellezza e di profondità spirituale, mi furono svelate proprio in questa chiesa, quando a Pasqua – interrompendo le scuole – si veniva a vedere i primi alberi della primavera nei campi, e si conveniva in chiesa per le sacra funzioni. Devo dire che proprio qui, in questa chiesa, ho tanti ricordi spirituali. Qui il mio ministero fu esercitato e perciò mi sento obbligato a riversare in un significato spirituale religioso tutti i ricordi, anche umani e individuali, che qui mi legano e questi mi danno argomento e mi autorizzano, fedeli carissimi di Verolavecchia, a dirvi perché ho tanto senso di essere a voi legato. I vincoli naturali si trasformano in soprannaturali. I vincoli del passato diventano presenti, i vincoli esteriori diventano parola interiore … Siate fieri di appartenere a questa parrocchia; abbiate la consapevolezza, abbiate la coscienza che da qui vi può venire la lezione vera della vita, da qui potete sapere perché si vive, perché si soffre, perché si lavora, perché si piange, perché si muore e perché si ama. I perché della vita vi possono essere svelati nel nome di Cristo, cui promettiamo insieme che saremo fedeli in questa casa del popolo, in questa casa di Dio che è la nostra parrocchia. E da questa coscienza e da questa fedeltà deve partire la nuova vita alla quale i tempi ci richiamano e a cui ci spinge il moto della storia e della civiltà”.

Sono parole toccanti, cariche di un sentimento profondo e sincero. Descrivono un’esperienza di Chiesa insieme semplice e intensa, che rimase incisa nel cuore del futuro papa Paolo VI e che gli permetterà di intuire sempre più chiaramente l’esigenza essenziale dei tempi che egli stava vivendo e che condurranno – per la decisione illuminata di papa Giovanni XXIII – al grande evento del Concilio Ecumenico Vaticano II. L’esigenza era quella di una la Chiesa più decisamente missionaria e proprio per questo più autentica, capace cioè di offrire la testimonianza attraente della vita nuova che – diceva appunto l’Arcivescovo Montini – “i tempi ci richiamano e a cui spinge il moto della storia e della civiltà”. Di questo il futuro papa era già convinto allora: il mondo ha sete di vita, della vita nuova la cui sorgente spesso sconosciuta è il Cristo risorto. La Chiesa può appagare questa sete e lo farà nella misura in cui sarà veramente se stessa. Se in lei si vedrà la grazia di Dio, la sua forza di salvezza, la sua misericordiosa benevolenza, la sua limpida santità, allora il mondo si aprirà a lei con fiducia; allora riconoscerà il mistero che la Chiesa annuncia, ne sarà consolato e proprio per questo la stimerà e la amerà.

Le parole pronunciate da Montini qui a Verolavecchia nell’ottobre del 1956 aiutano a comprendere più chiaramente lo spirito che lo animava sin dal primo momento del suo ingresso a Milano e sono in perfetta sintonia con quelle che egli pronuncerà al clero della diocesi ambrosiana in occasione della Missione indetta per la città dal 5 al 24 del novembre 1957, a poco più di un anno dalla visita qui a Verolavecchia. Le parole dei giorni della Missione a Milano sono più dirette e forse anche un po’ più severe: ma certo, il momento lo esigeva. Egli diceva: “Io penso che la religione oggi decada più per il senso di abitudine, di stanchezza e di consuetudine con cui si presenta, che per l’assalto dei suoi nemici. Ai tempi moderni, così mutati, così inquieti … noi offriamo spesso una presentazione del Cristianesimo che manca del senso del vivo, del mistero, del personale e del vissuto”. L’allora Arcivescovo di Milano temeva un’insidia pericolosa: quella – diceva – di “saperla lunga”. E precisava: “Noi già sappiamo! Sono cose grandi, belle, ma per noi non sono una novità. Le abbiamo meditate così tante volte, che formano la trama della nostra vita. Noi professiamo la religione e non abbiamo troppo bisogno di prendere ulteriore coscienza di che cosa la formi, la costruisca e la renda per noi obbligatoria. Siamo fedeli, siamo osservanti, cerchiamo di essere buoni ministri di Dio: non abbiamo niente da imparare di più”. Quando si spegne lo stupore per le meraviglie di Dio e ciò che viene annunciato nel Vangelo si trasforma in una stanca consuetudine religiosa, la testimonianza si spegne. Il mondo certo non si entusiasmerà di noi. Se il sale perde il sapore, non serve più a nulla. Solo chi è stato conquistato dalla grazia ne saprà svelare la bellezza. Diceva ancora l’Arcivescovo Montini ai milanesi: “Nelle anime moderne c’è una sete di vita religiosa autentica, che noi forse non sappiamo soddisfare perché non l’abbiamo soddisfatta in noi stessi”.

Egli credeva molto in una santità diffusa, capace di toccare tutte le persone e tutti gli ambienti, una santità che egli definiva “di popolo”. Nell’omelia della Solennità dei Santi che precedeva di qualche giorno l’apertura della Missione a Milano aveva affermato: “La Chiesa oggi tende ad una santità di popolo. È il disegno di Cristo che si profila attuale … A questa santità di popolo, che consiste in una vigile coscienza della nostra vocazione cristiana, nella professione e virile delle virtù, alimentate dalla preghiera e dalla grazia e sfociate in una carità generatrice di giustizia, di fratellanza e di pace, a questa elevazione spirituale, morale e sociale, conseguita con il concorsi di ciascuno, dobbiamo tutti mirare” (G. B. Montini, Omelia nella festa di tutti i santi”, 1 Novembre 1957).

Queste convinzioni dell’Arcivescovo Montini, dopo aver attraversato con loro loro fecondità il vasto mare del Concilio Vaticano II, approderanno alla grande Enciclica sulla evangelizzazione, che Paolo VI scrisse nel 1975, in occasione dell’anno santo, e che volle intitolare Evangelii Nuntiandi. Essa segna un passaggio decisivo nella riflessione sull’azione missionaria della Chiesa e rimane a tutt’oggi – secondo la testimonianza degli stessi pontefici successori di Paolo VI – il testo di riferimento su questo tema. In essa abbiamo un vero e proprio cambiamento di orizzonte nel modo di pensare la responsabilità missionaria della Chiesa: dalla preoccupazione per i destinatari dell’evangelizzazione si passa alla preoccupazione per gli stessi soggetti dell’evangelizzazione. L’attenzione va anzitutto allo stato di salute della Chiesa, condizione indispensabile per la salute del mondo. Si legge nell’enciclica: “Evangelizzatrice, la Chiesa comincia con l’evangelizzare se stessa … Essa ha sempre bisogno d’essere evangelizzata, se vuol conservare freschezza, slancio e forza per annunciare il Vangelo … Si evangelizza mediante una conversione e un rinnovamento costanti, per evangelizzare il mondo con credibilità” (EN 15). E più avanti afferma: “È mediante la sua condotta, mediante la sua vita, che la Chiesa evangelizzerà anzitutto il mondo, vale a dire mediante la sua testimonianza vissuta di fedeltà al Signore Gesù, di povertà e dio distacco, di libertà difronte ai poteri di questo mondo, in una parola, di santità” (EN 41). In questo senso – come dice bene Lumen Gentium – la Chiesa è chiamata ad essere “il segno e il sacramento dell’intima unione con Dio e dell’unità del genere umano” (LG 1) e quindi a mostrare sostanzialmente la sua bellezza. Perché è proprio così: la Chiesa quando è vera è bella, molto bella! Essa è trasparenza dell’amore infinito di Dio in Cristo Gesù, è manifestazione attraente della vita eterna dentro la storia umana, è il popolo di Dio trasfigurato dalla luce della grazia. “La Chiesa – scrive sempre Paolo VI – non è uno schermo opaco; è un diaframma diafano, che ci abilita a metterci in contatto con Cristo”. È il contatto con Cristo è pienezza di vita, perché introduce nel mistero trinitario, oceano di amore e di beatitudine.

Di questa vita che scaturisce dalla grazia parla il brano del Vangelo che abbiamo ascoltato – e così veniamo alla Parola di Dio dell’odierna celebrazione eucaristica. Il padrone che dà ai suoi servi i talenti – patrimonio decisamente consistente calcolando che ogni talento, d’oro o d’argento, corrispondeva a circa trenta chili – è il Padre dei cieli che rende i credenti partecipi delle sue ricchezze, della sua vita, della sua potenza e della santità. Nei primi due servitori è spontaneo il desiderio di far fruttificare il patrimonio che il padrone ha messo generosamente a loro disposizione. Essi non lo considerano proprio. Riconoscenti per la fiducia loro dimostrata, sentono la responsabilità di contribuire a rendere questo patrimonio ancora più abbondante. La loro gioia consiste nell’accrescerlo e il loro impegno è il modo con il quale dimostrano l’affetto che nutrono per il loro benefattore: della sua ricchezza, infatti, essi sono stati resi partecipi con grande generosità. Il terzo servitore ha invece ragionato in modo diverso. Egli ha nascosto per paura il talento ricevuto e alla fine si è presentato dal suo padrone riconsegnandolo identico. Il suo sentimento è diverso da quello degli altri due: nessuno slancio riconoscente e nessun desiderio di incrementare la ricchezza del suo signore, nessun affetto per lui e nessuna generosa intraprendenza. Ci sono invece il timore di compromettere il bene ricevuto e la comoda inattività. Tutto questo ci riporta a quanto detto circa la missione della Chiesa: riconoscenza e senso di responsabilità sono le ragioni di una testimonianza che ognuno di noi deve considerare doverosa. Non possiamo tenere per noi quanto abbiamo ricevuto: la vita nuova del Battesimo, la comunione con il Padre che è nei cieli, l’amore misericordioso di Cristo, la sua redenzione, i suoi misteri di salvezza, la comunione dei santi, insieme con le facoltà che fanno grande l’uomo e le nostre doti personali, tutto questo ci spinge con forza verso l’intera umanità. C’è un lieto annuncio da portare al mondo e un patrimonio di bene da condividere: Dio ha voluto renderci partecipi della sua ricchezza ed è giusto che il mondo lo sappia. La Chiesa lo annuncerà nella misura in cui lei stessa ne farà esperienza.

Era questa la grande convinzione di Paolo VI, il suo costante pensiero, divenuto sempre più chiaro negli anni della sua vita, fino a diventare uno dei punti qualificanti del suo ministro apostolico: la Chiesa sarà davvero missionaria nella misura in cui sarà sempre più se stessa, cioè trasparente della grazia di Cristo e quindi santa. Essa evangelizzerà il mondo se continuamente evangelizzerà se stessa, vigliando in umile atteggiamento di conversione. Come abbiamo ascoltato dalla sua stessa testimonianza, la radici di questa potente spiritualità proprio di Giovanni Battista Montini ci portano anche a questo luogo, a Verolavecchia: qui egli ha imparato da ragazzo e da giovane ad aprirsi al mistero di Dio e a sentirsi parte di quella realtà di salvezza che è la Chiesa di Cristo. A voi dunque anzitutto questa eredità, insieme alla fierezza di sentivi parte di una comunità che egli ha tanto amato e a cui è rimasto interiormente legato. A voi da parte mia, insieme con il mio affetto, la benedizione del Signore.

Cristo è veramente risorto e vi precede in Galilea

Durante tutta la quaresima la Chiesa, attraverso la Parola annunciata, la liturgia celebrata e la proposta di esercizio della carità, ci ha invitato a verificare la nostra fede, a confrontarci con la parola di Dio, a guardare alle miserie umane e a riconoscere la nostra personale miseria, il peccato, invitandoci a porvi rimedio. Ci ha sollecitato a fare una scelta tra la Vita e la morte, tra il Bene e il male, tra Dio e il Satana. Ci ha proclamato la misericordia di Dio, che precede la nostra richiesta di perdono e rinnova la nostra vita, donandole quella pace e quella gioia che spesso cerchiamo in cose o eventi che non ci soddisfano mai.

Ci ha offerto l’acqua viva dello Spirito, ci ha mostrato in Gesù il modello di una vita umana piena, capace di affrontare le tentazioni e di vincerle, di vivere la vita nella ricerca del vero cibo – “fare la volontà del Padre” –, di instaurare relazioni di amore autentico con Dio e con il prossimo; un amore fatto di accoglienza, soccorso, condivisione, gratuità, servizio, perdono, dono di sé fino alla morte. Ci ha mostrato come l’epilogo umano di questo stile di vita sia una morte cruenta, un fallimento totale. Ma ci ha anche ricordato che Gesù aveva annunciato questo epilogo, dichiarando però che “le vie di Dio non sono le nostre vie … i pensieri di Dio non sono i nostri pensieri”. Infatti ci ha detto: “Chi perderà la sua vita per me la troverà”, così come Lui ha perso la sua vita per compiere la volontà del Padre e l’ha ritrovata nella risurrezione.

Ora, quel Gesù che noi uomini abbiamo condannato a morte e crocifisso, con la sua risurrezione testimonia la verità del suo messaggio: la Vita vince sulla morte, la vita è dono di Dio, appartiene a Lui e solo chi la vive in Lui può averla per sempre. Lui ne è l’autore, Lui ne è il custode, Lui ne è la sorgente eterna. L’uomo può manipolarla, sfigurarla, porre fine alla sua esperienza terrena, ma non può né darla né toglierla … perché la vita è di Dio, è Dio.

Ecco perché quel Cristo che “voi avete ucciso Dio l’ha risuscitato” ed ora nel mondo degli uomini Lui canta la vita per mezzo di coloro che hanno creduto in Lui e formano il suo Corpo, la Chiesa. Egli, apparendo alle donne dopo la sua risurrezione, dà loro un messaggio per i suoi Apostoli: “Dite ai miei fratelli che io li precedo in Galilea: là mi vedranno”.

Dopo l’esercizio quaresimale, anche noi, che nella Pasqua celebriamo la vittoria di Cristo sul peccato e sulla morte, siamo invitati a non fermarci al rito, che pure va celebrato con partecipazione e gioia, perché qui, nella liturgia celebrata insieme con la comunità, facciamo esperienza e incontriamo il Cristo Risorto. Se vogliamo riconoscere che Gesù è la nostra vita dobbiamo saperlo incontrare nella vita di ogni giorno: nel lavoro, nella famiglia, nella scuola, nel povero, nel forestiero, nell’amico e nel nemico, nella gioia e nella tristezza, nella salute e nella malattia, nella fame e nell’abbondanza … Lui ci precede in ogni situazione della vita, perché è Lui la nostra vita. Allora ha senso celebrare la Pasqua. Noi siamo chiamati ad uscire dalla “nube” del mistero per immergerci nella realtà dell’esistenza quotidiana ed essere segno efficace (“sacramento”) del Cristo Vivente, che ci comunica la vera vita, e riconoscere nell’altro (qualsiasi altro) un segno efficace (“sacramento”) del Cristo che si manifesta a noi, desideroso di essere riconosciuto nel volto di ogni uomo: povero o ricco, sfigurato o pulito, dotto o ignorante, sano o ferito, bianco o nero, cristiano o musulmano, credente o non credente. Questa è la nostra “Galilea”, nella quale portiamo la nostra specificità di cristiani che hanno incontrato la Vita e desiderano annunciarla a tutti, non solo con la parola, ma anche con i gesti di quella stessa Vita, gesti d’amore gratuito e misericordioso. La nostra “Galilea” è la vita di tutti i giorni, nella quale Gesù ci precede perché, dopo averlo celebrato e incontrato nel mistero, riconosciamo che la sua presenza è ovunque e anche fuori dal tempio possiamo adorarlo, perché “Dio è spirito e oggi è il tempo in cui si deve adorarlo in Spirito e verità”.

Se lo incontriamo così, Gesù cambia la nostra vita personale, famigliare, sociale e ci proietta in un mondo di pace, gioia, amore e la speranza cristiana ci darà nuove motivazioni per vivere e aiutare a vivere.

Buona Pasqua!

Riconosciamo la grandezza di Cristo Signore

8 gennaio 2017

Se siamo attenti alle parole che ascoltiamo nel Vangelo. anche questa sera ci accorgiamo come è Gesù che ha in mano la sua vita. É Gesù che conosce bene il progetto che padre gli ha messo nelle mani da compiere. Infatti l’evangelista dice che Gesù dalla Galilea venne al Giordano da Giovanni per farsi battezzare da lui. Non è stato un caso, neanche il battesimo. Si trovava a passare di là e visto che tutti andavano a farsi battezzare, anche lui si è messo in coda per farsi battezzare. Certo, poi con un grande senso di umiltà, eccetera. No Gesù ci va di proposito, prende lui l’iniziativa, perché quel gesto che lui compie è un gesto profetico di quanto è avvenuto e avverrà di lui.

Battezzare vuol dire immergersi o in questo caso, siccome si fa battezzare, si fa immergere e questa immersione rimanda a quell’altra più profonda immersione, quella della morte. Gesù deciderà anche allora di lasciarsi immergere nella morte perché poi lui uscendo dall’acqua ora, uscendo dalla morte poi, aprirà i cieli, chiusi dal peccato di Adamo ed Eva, dal peccato dell’umanità, li riapre, perché possa scendere dal cielo la potenza dello Spirito Santo, rinnovare quelle acque, quel sangue, perché possono ritornare a portare in vita per l’umanità. E quindi sì ha riaperto il passaggio fra terra e cielo, quel passaggio che era chiuso a causa del peccato dell’umanità. Quindi Gesù decide di compiere un gesto che non gli è proprio, perché lui è figlio di Dio, non ha bisogno di scendere nel Giordano a denunciare i suoi peccati, perché non ne ha. Lui, invece, scende nel Giordano, non tanto per denunciare su peccato, quanto per farsi carico di quel peccato che è dell’umanità. Per farsi carico di quella umanità che è schiacciata dal suo peccato e non riesce a uscire da quell’acqua tant’è la pesantezza del suo peccato. Quindi entra in queste acque che sono mortifere per l’umanità. Lui le rende invece purificate perché possano salvare questa umanità. Toglie il veleno del peccato da quell’acqua e vi mettere la grazia dello Spirito Santo, perché da quel momento per mezzo del battesimo, non battesimo di Giovanni, un battesimo di penitenza, di conversione, ma il battesimo di Gesù Cristo che è un battesimo di immersione nella sua morte, nella sua risurrezione, l’uomo e la donna possono ritrovare finalmente in quell’acqua non veleno di morte ma vita e vita eterna. Per fare questo Gesù deve diventare una cosa sola con l’umanità. Ce l’ha dimostrato nell’incarnazione, ce lo dimostrò ora nell’immersione del Giordano, assumendo su di sé questo questa umanità peccatrice, e poi ce lo dimostrerà nella pienezza, attraverso la sua crocifissione e morte in croce. Egli in questo modo mostra come entrerà in pieno nell’umanità, si fa una cosa sola con l’ umanità. Ecco perché in questa festa del battesimo di Gesù, l’antifona parla anche delle nozze, delle nozze di Cana in riferimento a quell’acqua che trasformata in vino, come in questo battesimo l’acqua è trasformata da mortifera in redentrice, perché Gesù, in questo giorno, in un certo senso sposa l’umanità, celebra le sue nozze con l’umanità, come sposo, l’umanità e la sposa, e assume della sposa tutto, perché diventa una cosa sola con la sposa, come avviene nel matrimonio. I due non saranno più due, ma una carne sola.

Ecco cosa fa Dio in Gesù per noi. Ci assume nella sua vita, diventa una cosa sola con noi, per trasformarci in lui. E la fedeltà di questo sposo, da allora sarà una fedeltà eterna. Nessuno più potrà sciogliere questo legame d’amore, queste nozze celebrate, perché lo sposo sarà sempre fedele. Potrà la sposa, e parliamo anche di ciascuno di noi, che fa parte di questa umanità, di questa Chiesa, sposa di Cristo, potrà, a volte allontanarsi dallo sposo, potrà guardare altrove e lasciarsi prendere dalla tentazione di altri idoli, che poi le diventano padroni e la schiacciano, la rendono schiava, ma lo sposo continuerà ad esserle vicino, con tenerezza, con misericordia, con prontezza di perdono, col desiderio di riaccoglierla, col desiderio di tirarla fuori dalle strette in cui si trova spesso causa del suo egoismo, della sua invidia, della sua gelosia, della sua superbia, della sua sfiducia nei confronti del suo sposo, della sua tentazione di dubitare dell’amore del suo sposo che è Gesù Cristo.

Quante volte anche noi abbiamo queste tentazioni e cediamo. Non siamo così sicuri che Gesù ci voglia veramente bene e a volte ci lasciamo andare. Cerchiamo altri amori che ci soddisfino in quel che noi chiediamo immediatamente, perché non ci sembra che il Signore risponda immediatamente ai nostri bisogni e ai nostri desideri, alle nostre richieste. Sembra che altrove si possa stare meglio e fare in fretta il cammino del successo che andiamo cercando, tranne poi accorgersi che siamo andati su strade che non portano a niente, e abbiamo impiegato il tempo, energie, danaro, abbiamo sprecato forze che non abbiamo più. A volte coloro che ci attraggono in altre direzioni ci svuotano però completamente di tutto quello che siamo e abbiamo e poi ci abbandonano sul ciglio della strada. Perché il loro interesse non è quello dell’amore gratuito di Gesù nei nostri confronti, il loro interesse è quello semplicemente di sfruttarci, di sfruttarci psichicamente, affettivamente, intellettualmente, economicamente, socialmente, e quando ci han sfruttato non han più bisogno di noi. Il nostro sposo anche quando noi siamo abbandonati, così secchi,  apparentemente almeno agli occhi dell’umanità inutili, senza più nessun senso alla vita, egli viene a ripescarci, perché lui è lo sposo fedele ed è fedele sempre, in qualsiasi situazione noi ci troviamo, anche di peccato grave, lui non ci lascia soli e dimostra il suo amore nel recuperare la nostra esistenza di vita e ridonare un senso profondo e rimetterci in sesto perché possiamo camminare ancora nella gioia di vivere nella pienezza d’amore e di condivisione con Cristo Signore. E siccome questa sposa, la sua sposa, è fatta di tante persone che siamo noi, abbiamo la fortuna di avere accanto a noi alcune persone che di tanto in tanto ci sollecitano, ci scuotono, ci aiutano a rialzare lo sguardo, ad aprire gli occhi, la mente e a ritrovare nella comunità stessa, la presenza di quell’amore che pensavamo di avere perduto.

E allora attraverso questa ripresa riconosciamo la grandezza, l’amore, la fedeltà di questo sposo che è Cristo Signore. Ecco, è la parabola del matrimonio cristiano, che diventa autentico sacramento del matrimonio mistico, dalle nozze mistiche, tra Gesù e la Chiesa. Il matrimonio cristiano celebrato nel sacramento fa proprio questo, diventa un segno a volte un po’ sbiadito, ma sa il Signore che noi siamo imperfetti, segno e strumento, quindi sacramento, segno efficace del più grande e vero amore sponsale che è quello di Cristo Signore. Ecco perché ci si sposa in chiesa. Qualcuno dice “ma cosa occorre sposarsi in chiesa? Tanto è lo stesso, cosa cambia?”. Uno che fa un ragionamento così vuol dire che di fede non ne ha proprio. Cosa cambia? Cambia l’essere della persona. Nel sacramento del matrimonio tu parli all’umanità attraverso la vita coniugale, voi parlate all’umanità, attraverso la vita coniugale di quell’amore profondo, sponsale di Dio per la Chiesa e per l’umanità. E soprattutto lo puoi fare perché sei sostenuta, tu coppia cristiana, da quell’amore primo sponsale che è quello di Cristo Signore per la sua umanità. Lui sposo, l’umanità sposa. E in questo sei sostenuta dalla capacità di superare i momenti più difficili perché, se è vero che è sacramento, la grazia ti sostiene che questo sacramento lo sia per sempre, sia capace di mostrare esternamente, anche nelle difficoltà, quella profonda comunione d’amore che esiste fra i coniugi, anche nei momenti difficili, tristi, duri, di infedeltà da parte dell’uno o dall’altra.

Il Signore di fronte alla nostra infedeltà non si spaventa, ma continua ad essere fedele. Ecco chiediamo a lui in questa domenica di rinnovare il nostro battesimo nel quale siamo entrati anche noi in questa sponsali e viverlo con intensità di vita.