Cristo vive e ti vuole vivo

Papa Francesco non poteva scegliere titolo migliore per l’esortazione apostolica che commenta e approfondisce i contenuti della XV Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi, svoltasi nell’otobre 2018 a tutto il popolo di Dio: Christus Vivit, cioè Cristo vive. 

Egli è la nostra speranza e la più bella giovinezza di questo mondo. Tutto ciò che lui tocca diventa nuovo, si riempie di vita. Perciò, le prime parole che voglio rivolgere a ciascun cristiano sono: lui vive e ti vuole vivo! Gli avversari di Gesù, inchiodandolo sulla croce, pensavano di averla avuta vinta. L’idea era quella di ucciderlo per eliminare la sua scomoda proposta. Ma si sbagliarono. Ciò che scatenò un processo che prosegue nella storia dell’umanità da duemila anni, fu la certezza che quel Gesù che avevano visto veramente morire tra le atroci e umilianti sofferenze della croce, era vivo, lui vive! E questo Gesù ci vuole vivi! Vuole che noi troviamo ancora nel mondo, nelle nostre vite spazi per crescere, per sognare, per creare, per guardare nuovi orizzonti, insomma, per vivere. Se non ci riconosciamo vivi è come essere paralizzati, è come far morire il gusto dell’incontro, dell’amicizia, il gusto di sognare insieme e di camminare con gli altri. “Non siamo venuti al mondo per “vegetare”, per passarcela comodamente, per fare della vita un divano che ci addormenti; al contrario, siamo venuti per un’altra cosa, per lasciare un’impronta”, ancora oggi attraverso questa esortazione veniamo interrogati sul nostro modo di essere: vivi o morti! Dobbiamo continuare a essere un popolo di discepoli-missionari che vivono e testimoniano la gioia di sapere che il Signore ci ama di un amore infinito.

Qualunque risposta tu abbia dato al motivo per il quale Gesù ti vuole vivo, una cosa è certa: lui è in te, lui è con te e non se ne va mai. Per quanto tu ti possa allontanare, accanto a te c’è il risorto, che ti chiama e ti aspetta per ricominciare. Quando ti senti vecchio per la tristezza, i rancori, le paure, i dubbi o i fallimenti, lui sarà lì per ridarti la forza e la speranza. Rileggendo il racconto del Vangelo della Pasqua, il Papa spiega che non vale tanto “la nostra ricerca nei confronti di Dio, ma piuttosto la ricerca di Dio nei nostri confronti”.  Gesù ci ha presi, ci ha afferrati, ci ha conquistati per non lasciarci più. Il cristianesimo è grazia, è sorpresa, e per questo motivo presuppone un cuore capace di stupore. Anche se siamo peccatori, se i nostri propositi di bene sono rimasti sulla carta, oppure se, guardando la nostra vita, ci accorgiamo di aver sommato tanti insuccessi.

A volte sentiamo che Dio ci abbandona, e allora il futuro ci spaventa. Sentiamo che Dio si dimentica di noi e abbiamo paura, insomma è come se Dio scendesse dalla nostra barca e ci lasciasse soli in mezzo alle nostre paure. Come se la croce pesasse troppo nelle nostre mani e non fossimo capaci di farcene carico. Quanto ci risulta difficile credere che sarà tutti i giorni al nostro fianco! Avvertiamo tutti il bisogno di speranza, ma non di una speranza qualsiasi, bensì di una speranza salda e affidabile. La giovinezza in particolare è tempo di speranza, perché guarda al futuro con varie aspettative. Quando si è giovani si nutrono ideali, sogni e progetti; la giovinezza è il tempo in cui maturano scelte decisive per il resto della vita.

Ecco allora che comprendiamo perché questa esortazione è rivolta a tutto il popolo di Dio: come annunciare la speranza a questi giovani? Noi sappiamo che solo in Dio l’essere umano trova la sua vera realizzazione. L’impegno primario che tutti ci coinvolge è pertanto quello di una nuova evangelizzazione, che aiuti le nuove generazioni a riscoprire il volto autentico di Dio, che è Amore. Mons. Novarese sarebbe felice di leggere oggi le parole di papa Francesco, lui continuerebbe ad esortarci: “A te giovane… qualunque sia il tuo stato di salute, tu sei giovane e questo a me basta e per questo titolo a te mi dirigo. Dio vuole servirsi di te. Dio ti conosce per nome, ti guarda, ti segue e vuole una tua risposta. Spetta a te dare la tua risposta e Dio; il cui nome è “colui che è”: ossia l’Eterno presente;  quindi l’Eterno giovane, chi ti ha tratto dal nulla e che ora, per mezzo di suo Figlio, cammina con te, per introdurti  là dove esiste soltanto la carità, ossia lui, che è carità”. Maria è colei che per prima ha vissuto a pieno la sua vita, lei ti attende, ti guarda, ti sorride. Ella vuol fare di te un giovane che viva di ideali, di fede e d’amore, che si doni senza riserve. Lo Spirito Santo ti illumini, ti guidi, ti sostenga.

di Giovanna Bettiol, SOdC

Una ammalata
(a cura di Maria Piccoli)

 

I voti monastici strumenti essenziali per correre verso la pienezza di Cristo Signore

Benché varie possano essere le forme di vita monastica, anche nel nostro tempo sono apparse nuove espressioni più o meno consolidate, tutte fanno riferimento all’esperienza del monachesimo antico, e, per noi dell’Occidente, codificate ad opera di San Benedetto.

Con Benedetto il monachesimo cristiano ha trovato la sua forma tipica e durevole. Egli vuole che la “professione monastica” avvenga con matura consapevolezza e abbia carattere di definitività. Essa è infatti considerata un atto di culto che si inserisce nel Mistero Eucaristico, come partecipazione all’offerta sacrificale di Cristo, perciò deve essere compiuto con piena libertà e soprattutto con adesione totale del cuore.

I voti monastici sono una triplice professione di fede, speranza e carità, essi immergono il monaco nel Mistero della Santissima Trinità e lo rendono riflesso luminoso della divina koinonia (comunione). Il voto di stabilità radica il monaco, con fedeltà assoluta, in Dio e nella comunità di cui diventa membro. Il voto di conversione di vita (che comprende: castità, povertà, umiltà) è una professione di speranza, poiché tutto quanto il monaco abbandona, lo lascia in vista di ciò che lo attende: Dio stesso, che diventa il suo tutto. Il voto di obbedienza, lo lega indissolubilmente al Signore con un “si” che è consenso pieno alla sua santa volontà. È un vincolo d’amore in risposta a Colui che ci ha amato per primo, sin dall’eternità.

Vivendo con fedeltà i suoi voti, il monaco raggiunge la piena libertà ed esprime la gioia della sua totale appartenenza al Signore. Il voto di stabilità è unico e particolare delle comunità monastiche benedettine. Significa che il
monastero, famiglia monastica, dove il monaco ha fatto la sua professione, diventa la sua casa per tutto il resto della sua vita, dove trova fratelli e un padre, l’Abate, che
saranno tali per sempre. Questo aspetto della vita monastica, è particolarmente attraente oggi: il voto di stabilità lega per sempre una persona alla propria famiglia monastica. Nei continui cambiamenti della vita odierna, specialmente in seno alla famiglia umana, molti coniugi potrebbero trovare nella stabilità, che è perseveranza, una sorgente di forza e stabilità al loro Matrimonio. Anche in questo, quindi, Benedetto possiede la vera saggezza cristiana, acquisita nella preghiera, nella contemplazione, nella sua unione a Cristo Signore.

“In ultima analisi, promettere la stabilità è compromettersi nel partecipare alla pazienza, nella obbedienza, nella perseveranza di Cristo che furono totali, senza limiti” (J. Leclerq). “È l’incarnazione, la cristallizzazione di una attitudine puramente spirituale…; la vita religiosa è un compromettersi per tutta la vita…; si entra in uno stato cristiforme…; si rimane in monastero perché si rimane in Cristo”
(H.U. Von Balthasar).

Come possono i coniugi cristiani, dopo aver promesso davanti a Dio e agli uomini, fedeltà assoluta per tutta la vita l’un l’altro, dimenticarsi di questo loro voto?! E come possono i cristiani dimenticarsi, non essere Fedeli, non avere Stabilità nelle promesse battesimali?! Una delle prerogative dei monasteri benedettini è: dare ospitalità. I monaci sembrano dire a tutti noi: venite a vedere come viviamo il Vangelo, il Battesimo e la Regola del santo Patriarca!!!! Essi saranno ben lieti di ospitarci!

Per intercessione di San Benedetto e della Vergine Madre, Donna della Fedeltà assoluta, il Signore aiuti tutti i coniugi e tutti i cristiani, i monaci e le monache perché siano testimoni della Fedeltà di Dio all’umanità. Amen!

Silvano Mauro Pedrini OBS

Paolo – La centralità di Gesù Cristo

Benedetto XVI racconta san Paolo. Udienza generale, 08.11.2006

Cari fratelli e sorelle,

nella catechesi precedente, quindici giorni fa, ho cercato di tracciare le linee essenziali della biografia dell’apostolo Paolo. Abbiamo visto come l’incontro con Cristo sulla strada di Damasco abbia letteralmente rivoluzionato la sua vita. Cristo divenne la sua ragion d’essere e il motivo profondo di tutto il suo lavoro apostolico. Nelle sue lettere, dopo il nome di Dio, che appare più di 500 volte, il nome che viene menzionato più spesso è quello di Cristo (380 volte). È dunque importante che ci rendiamo conto di quanto Gesù Cristo possa incidere nella vita di un uomo e quindi anche nella nostra stessa vita. In realtà, Cristo Gesù è l’apice della storia salvifica e quindi il vero punto discriminante anche nel dialogo con le altre religioni.

Guardando a Paolo, potremmo formulare così l’interrogativo di fondo: come avviene l’incontro di un essere umano con Cristo? E in che cosa consiste il rapporto che ne deriva? La risposta data da Paolo può essere compresa in due momenti. In primo luogo, Paolo ci aiuta a capire il valore assolutamente fondante e insostituibile della fede. Ecco che cosa scrive nella Lettera ai Romani: «Noi riteniamo che l’uomo viene giustificato per la fede, indipendentemente dalle opere della Legge» (3,28). E così pure nella Lettera ai Galati: «L’uomo non è giustificato dalle opere della Legge, ma soltanto per mezzo della fede in Gesù Cristo; perciò abbiamo creduto anche noi in Gesù Cristo per essere giustificati dalla fede in Cristo e non dalle opere della Legge, poiché dalle opere della Legge non verrà mai giustificato nessuno» (2,16). «Essere giustificati» significa essere resi giusti, cioè essere accolti dalla giustizia misericordiosa di Dio, ed entrare in comunione con Lui, e di conseguenza poter stabilire un rapporto molto più autentico con tutti i nostri fratelli: e questo sulla base di un totale perdono dei nostri peccati. Ebbene, Paolo dice con tutta chiarezza che questa condizione di vita non dipende dalle nostre eventuali opere buone, ma da una pura grazia di Dio: «Siamo giustificati gratuitamente per sua grazia, in virtù della redenzione realizzata da Cristo Gesù» (Rm 3,24).

Con queste parole san Paolo esprime il contenuto fondamentale della sua conversione, la nuova direzione della sua vita risultante dal suo incontro col Cristo risorto. Paolo, prima della conversione, non era stato un uomo lontano da Dio e dalla sua Legge. Al contrario, era un osservante, con una osservanza fedele fino al fanatismo. Nella luce dell’incontro con Cristo capì, però, che con questo aveva cercato di costruire se stesso, la sua propria giustizia, e che con tutta questa giustizia era vissuto per se stesso. Capì che un nuovo orientamento della sua vita era assolutamente necessario. E questo nuovo orientamento lo troviamo espresso nelle sue parole: «Questa vita che io vivo nella carne io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal 2, 20).
Paolo, quindi, non vive più per sé, per la sua propria giustizia. Vive di Cristo e con Cristo: dando se stesso, non più cercando e costruendo se stesso. Questa è la nuova giustizia, il nuovo orientamento donatoci dal Signore, donatoci dalla fede. Davanti alla croce del Cristo, espressione estrema della sua autodonazione, non c’è nessuno che possa vantare se stesso, la propria giustizia fatta da sé, per sé! Altrove Paolo, riecheggiando Geremia, esplicita questo pensiero scrivendo: «Chi si vanta si vanti nel Signore» (1 Cor 1,31 = Ger 9,22s); oppure: «Quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo del quale il mondo per me è stato crocifisso come io per il mondo» (Gal 6,14).

Riflettendo su che cosa voglia dire giustificazione non per le opere ma per la fede, siamo così arrivati alla seconda componente che definisce l’identità cristiana descritta da san Paolo nella propria vita. Identità cristiana che si compone proprio di due elementi: questo non cercarsi da sè, ma riceversi da Cristo e donarsi con Cristo, e così partecipare personalmente alla vicenda di Cristo stesso, fino ad immergersi in Lui e a condividere tanto la sua morte quanto la sua vita. È ciò che Paolo scrive nella Lettera ai Romani: «Siamo stati battezzati nella sua morte… siamo stati sepolti con lui… siamo stati completamente uniti a lui… Così anche voi consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio in Cristo Gesù» (Rm 6,3.4.5.11). Proprio quest’ultima espressione è sintomatica: per Paolo, infatti, non basta dire che i cristiani sono dei battezzati o dei credenti; per lui è altrettanto importante dire che essi sono «in Cristo Gesù» (cfr anche Rm 8,1.2.39; 12,5; 16,3.7.10; 1 Cor 1,2.3, ecc.). Altre volte egli inverte i termini e scrive che «Cristo è in noi/voi» (Rm 8,10; 2 Cor 13,5) o «in me» (Gal 2,20). Questa mutua compenetrazione tra Cristo e il cristiano, caratteristica dell’insegnamento di Paolo, completa il suo discorso sulla fede. La fede, infatti, pur unendoci intimamente a Cristo, sottolinea la distinzione tra noi e Lui. Ma, secondo Paolo, la vita del cristiano ha pure una componente che potremmo dire ‘mistica’, in quanto comporta un’immedesimazione di noi con Cristo e di Cristo con noi. In questo senso, l’Apostolo giunge persino a qualificare le nostre sofferenze come le «sofferenze di Cristo in noi» (2 Cor 1,5), così che noi «portiamo sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo» (2 Cor 4,10).

Tutto questo dobbiamo calarlo nella nostra vita quotidiana seguendo l’esempio di Paolo che è vissuto sempre con questo grande respiro spirituale. Da una parte, la fede deve mantenerci in un costante atteggiamento di umiltà di fronte a Dio, anzi di adorazione e di lode nei suoi confronti. Infatti, ciò che noi siamo in quanto cristiani lo dobbiamo soltanto a Lui e alla sua grazia. Poiché niente e nessuno può prendere il suo posto, bisogna dunque che a nient’altro e a nessun altro noi tributiamo l’omaggio che tributiamo a Lui. Nessun idolo deve contaminare il nostro universo spirituale, altrimenti invece di godere della libertà acquisita ricadremmo in una forma di umiliante schiavitù. Dall’altra parte, la nostra radicale appartenenza a Cristo e il fatto che «siamo in Lui» deve infonderci un atteggiamento di totale fiducia e di immensa gioia. In definitiva, infatti, dobbiamo esclamare con san Paolo: «Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?» (Rm 8,31). E la risposta è che niente e nessuno «potrà mai separarci dall’amore di Dio che è in Cristo Gesù, nostro Signore» (Rm 8,39). La nostra vita cristiana, dunque, poggia sulla roccia più stabile e sicura che si possa immaginare. E da essa traiamo tutta la nostra energia, come scrive appunto l’Apostolo: «Tutto posso in colui che mi dà la forza» (Fi1 4,13).

Affrontiamo perciò la nostra esistenza, con le sue gioie e i suoi dolori, sorretti da questi grandi sentimenti che Paolo ci offre. Facendone l’esperienza potremo capire quanto sia vero ciò che lo stesso Apostolo scrive: «So a chi ho creduto, e sono convinto che egli è capace di conservare il mio deposito fino a quel giorno», cioè fino al giorno definitivo (2 Tm 1,12) del nostro incontro con Cristo Giudice, Salvatore del mondo e nostro.

Cristo è risorto

Van. Gv 20.1-9 commentato dal Vescovo di Brescia, mons. Pierantonio Tremolada.

1Nel giorno dopo il sabato, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di buon mattino, quand’era ancora buio, e vide che la pietra era stata ribaltata dal sepolcro. 2Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!». 3Uscì allora Simon Pietro insieme all’altro discepolo, e si recarono al sepolcro. 4Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. 5Chinatosi, vide le bende per terra, ma non entrò. 6Giunse intanto anche Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro e vide le bende per terra, 7e il sudario, che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma piegato in un luogo a parte. 8Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. 9Non avevano infatti ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti.

Cristo va incontro alla morte

Van. Gv. 12,12-16 commentato dal vescovo di Brescia, mons. Pierantonio Tremolada.

Il giorno seguente, la gran folla che era venuta alla festa, udito che Gesù veniva a Gerusalemme, prese dei rami di palme, uscì a incontrarlo, e gridava: «Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore, il re d’Israele!».

Gesù, trovato un asinello, vi montò sopra, come sta scritto:
«Non temere, figlia di Sion!
Ecco, il tuo re viene,
montato sopra un puledro d’asina
!».

I suoi discepoli non compresero subito queste cose; ma quando Gesù fu glorificato, allora si ricordarono che queste cose erano state scritte di lui, e che essi gliele avevano fatte.

Al centro del mistero di Cristo

Gesù è l’evento “fondativo” e “ricapitolativo” dell’esserci della comunità ecclesiale generata dalla sua morte e risurrezione. Un aiuto per rileggere la liturgia del Triduo Pasquale.

La Chiesa celebra annualmente la liturgia del Triduo Pasquale per vivere cristianamente il cammino della salvezza illuminato dalla passione, morte e risurrezione di Gesù, lui che è l’evento “fondativo” e “ricapitolativo” dell’esserci della comunità ecclesiale generata dalla sua morte e risurrezione. All’interno del percorso celebrativo la liturgia ci fa entrare nella Pasqua rituale del Giovedì santo, nella Pasqua-passione del Venerdì e nella Pasqua-risurrezione della Grande Veglia; è nella sua dimensione rituale che il Triduo Pasquale si struttura nella logica dei tre giorni “da tramonto a tramonto” secondo la concezione ebraica. Così si parte dalla “Missa in Coena Domini” del Giovedì sera alla sepoltura (primo giorno), dal tramonto del Venerdì a quello del Sabato (secondo giorno), dalla Veglia Pasquale alla Domenica di Resurrezione (terzo giorno). A livello rituale soltanto nel Giovedì Santo c’è un rito di ingresso con il saluto del celebrante e soltanto alla conclusione della Veglia pasquale troviamo il rito di congedo con la benedizione finale: infatti la celebrazione del Giovedì Santo si conclude con la spogliazione dell’altare, il Venerdì si riprende con la prostrazione silenziosa e il Sabato Santo inizia con la benedizione del fuoco.

Il Giovedì Santo. Nella celebrazione del Giovedì Santo, “soglia” tra la Quaresima e il Triduo, si fa memoria della Pasqua rituale con l’istituzione dell’Eucarestia e con la lavanda dei piedi: nella liturgia della Parola viene presentata la tradizione rituale ebraica narrata nel libro dell’Esodo come memoriale, la tradizione rituale cristiana trasmessa da San Paolo e, al centro della cena pasquale, il movimento di Gesù che si abbassa per lavare i piedi ai suoi come gesto di carattere testamentario per generare una comunità dove regna il servizio e l’abbassamento. Così la cena eucaristica rivelerà il mistero e la verità della Croce.

Il Venerdì Santo. Nella celebrazione del Venerdì Santo lo sguardo è rivolto alla memoria dell’evento storico della passione e morte del Signore Gesù, la liturgia della Parola presenta il Quarto Canto del Servo del Signore narrato da Isaia come profezia del Cristo Crocifisso; il quarto Vangelo accentua alcune dimensioni della Beata Passione nella tensione tra umiliazione e glorificazione del Figlio che sulla croce si sacrifica e dà la vita. L’adorazione della croce e il gesto del bacio segnano il culmine della preghiera nella contemplazione del Cristo Crocifisso aprendo la possibilità all’incontro con Lui nella santa comunione perché dalle sue piaghe siamo stati guariti (Isaia 53,5).

Il Sabato Santo. Il Sabato Santo è il giorno del silenzio e dell’attesa e le parole cedono il posto allo smarrimento per la morte in croce e allo stupore dell’amore e della contemplazione dinanzi al mistero della redenzione; è il giorno del “sepolcro pieno” e del mistero della discesa agli inferi caro alla liturgia orientale in attesa di essere liberati dallo Sheol.

La Veglia Pasquale. Nella notte del Sabato Santo si entra nella Solenne Veglia Pasquale definita da Sant’Agostino la “Veglia Madre di tutte le Veglie”, il percorso celebrativo esprime in modo mirabile il senso della risurrezione di Cristo per la vita dell’uomo e del mondo. Come gli ebrei si riunivano intorno all’agnello pasquale per celebrare il Dio creatore e liberatore così la comunità cristiana si raduna attorno al fuoco, all’ambone della Parola, al fonte battesimale e alla mensa dell’altare per celebrare l’agnello immolato che è vittorioso sulla morte: il fuoco acceso, il cero pasquale innalzato tre volte e il canto dell’Exultet dicono la potenza della Luce che risplende nel mistero pasquale; l’annuncio della Pasqua lascia spazio alla Parola di Dio ripercorrendo le tappe della storia della salvezza e il passaggio alla nuova alleanza compiuta totalmente nel mistero Pasquale del Cristo crocifisso, sepolto e risorto. La Luce e la Parola diventano storicamente visibili nel dono dei sacramenti del battesimo, della cresima e poi dell’eucarestia: radunati attorno al fonte battesimali, i catecumeni ricevono la nuova vita e tutto il popolo dei battezzati fa memoria del proprio battesimo e della propria resurrezione; dal Fuoco, dalla Parola e dall’Acqua tutto si compie nella mensa eucaristica con il pane e il vino per ricapitolare nell’unità il mistero celebrato nel Triduo. L’acclamazione “Annunciamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell’attesa della tua venuta” in risposta al grande mistero della nostra fede riafferma la centralità del kerigma e riconosce la comunità celebrante come parte integrante del mistero celebrato. “Con il Signore risorge – scrive Andrea Grillo – anche la sua Chiesa che raccoglie il Triduo tra l’Ultima Cena di Gesù e la prima Eucarestia con il Signore”.

La Chiesa ci abilita a metterci in contatto con Cristo

Omelia del Vescovo Pierantonio Tremolada nella S. Messa a Verolavecchia, a conclusione del pellegrinaggio nei luoghi montiniani. Domenica 19 novembre 2017

Saluto con affetto tutti voi cari sacerdoti e fedeli della comunità di Verolavecchia e rivolgo il mio rispettoso ossequio alle autorità civili e militari che sono qui presenti. Vi ringrazio della vostra cordiale accoglienza. Mi fa piacere incontrarvi oggi come pastore della diocesi di Brescia, da poco qui chiamato dal Signore; ed io sento anzitutto vivo il bisogno di chiedere il sostegno della vostra preghiera, affinché possa compiere il mio importante servizio così come il Signore si attende da me. Di questa Chiesa di Brescia voi siete una porzione eletta: siete infatti una delle parrocchie di questa diocesi, inseparabile da tutte le altre, ma avete anche una vostra originale identità. Un aspetto non secondario di questa identità è questo: la vostra parrocchia ha un rapporto particolare con la persona di Paolo VI. Ed è anche per questo che io sono qui oggi, perché vorrei qui concludere un ideale percorso sulle tracce di Paolo VI nella diocesi di Brescia. Dopo essere stato al Santuario della Madonna delle Grazie e a Concesio, eccomi ora a Verolavecchia.

A questo luogo Giovanni Battista Montini era particolarmente affezionato. Lo dimostra il fatto che il 14 ottobre 1956, a meno di due anni dal suo ingresso come Arcivescovo di Milano, egli volle fare visita a questa comunità. Il bollettino parrocchiale del settembre di quello stesso anno così annunciava il suo arrivo: “A tutti i Verolesi la notizia che Mons. G. Battista Montini verrà tra noi il 14 ottobre 1956. Ci viene volentieri a visitare perché qui ha passato da giovane le sue vacanze. Conosce quasi tutte le nostre famiglie”. Ed ecco un passaggio del discorso che l’Arcivescovo Montini pronunciò in quella occasione alla popolazione di Verolavecchia, nella Chiesa parrocchiale; è uno stralcio abbastanza ampio, ma mi preme che lo ascoltiamo bene, per la forza e la bellezza che ha: “Passando per le vie del paese cercavo con gli occhi le facce di coloro che fossero del tempo mio e vedevo la folla della gioventù che mi circondava. Quanti e quanti anni sono passati, e sono quasi divenuto forestiero in mezzo a voi! Ma ci sono alcuni che sono del tempo mio, un tempo che il calendario registra lontano, ma he la memoria invece tiene ancora tanto vicino. Come si vive delle memorie d’infanzia, quanto questo patrimonio spirituale dei primi anni influisce sugli anni secondi e su quelli del tramonto della vita! Pare a me di essere ancora fanciullo in questo paese e tutte le care persone di quell’età mi passano adesso davanti all’anima e mi riempiono di commozione … Devo dirvi che le prime Settimane sante, in cui trovai un poema di bellezza e di profondità spirituale, mi furono svelate proprio in questa chiesa, quando a Pasqua – interrompendo le scuole – si veniva a vedere i primi alberi della primavera nei campi, e si conveniva in chiesa per le sacra funzioni. Devo dire che proprio qui, in questa chiesa, ho tanti ricordi spirituali. Qui il mio ministero fu esercitato e perciò mi sento obbligato a riversare in un significato spirituale religioso tutti i ricordi, anche umani e individuali, che qui mi legano e questi mi danno argomento e mi autorizzano, fedeli carissimi di Verolavecchia, a dirvi perché ho tanto senso di essere a voi legato. I vincoli naturali si trasformano in soprannaturali. I vincoli del passato diventano presenti, i vincoli esteriori diventano parola interiore … Siate fieri di appartenere a questa parrocchia; abbiate la consapevolezza, abbiate la coscienza che da qui vi può venire la lezione vera della vita, da qui potete sapere perché si vive, perché si soffre, perché si lavora, perché si piange, perché si muore e perché si ama. I perché della vita vi possono essere svelati nel nome di Cristo, cui promettiamo insieme che saremo fedeli in questa casa del popolo, in questa casa di Dio che è la nostra parrocchia. E da questa coscienza e da questa fedeltà deve partire la nuova vita alla quale i tempi ci richiamano e a cui ci spinge il moto della storia e della civiltà”.

Sono parole toccanti, cariche di un sentimento profondo e sincero. Descrivono un’esperienza di Chiesa insieme semplice e intensa, che rimase incisa nel cuore del futuro papa Paolo VI e che gli permetterà di intuire sempre più chiaramente l’esigenza essenziale dei tempi che egli stava vivendo e che condurranno – per la decisione illuminata di papa Giovanni XXIII – al grande evento del Concilio Ecumenico Vaticano II. L’esigenza era quella di una la Chiesa più decisamente missionaria e proprio per questo più autentica, capace cioè di offrire la testimonianza attraente della vita nuova che – diceva appunto l’Arcivescovo Montini – “i tempi ci richiamano e a cui spinge il moto della storia e della civiltà”. Di questo il futuro papa era già convinto allora: il mondo ha sete di vita, della vita nuova la cui sorgente spesso sconosciuta è il Cristo risorto. La Chiesa può appagare questa sete e lo farà nella misura in cui sarà veramente se stessa. Se in lei si vedrà la grazia di Dio, la sua forza di salvezza, la sua misericordiosa benevolenza, la sua limpida santità, allora il mondo si aprirà a lei con fiducia; allora riconoscerà il mistero che la Chiesa annuncia, ne sarà consolato e proprio per questo la stimerà e la amerà.

Le parole pronunciate da Montini qui a Verolavecchia nell’ottobre del 1956 aiutano a comprendere più chiaramente lo spirito che lo animava sin dal primo momento del suo ingresso a Milano e sono in perfetta sintonia con quelle che egli pronuncerà al clero della diocesi ambrosiana in occasione della Missione indetta per la città dal 5 al 24 del novembre 1957, a poco più di un anno dalla visita qui a Verolavecchia. Le parole dei giorni della Missione a Milano sono più dirette e forse anche un po’ più severe: ma certo, il momento lo esigeva. Egli diceva: “Io penso che la religione oggi decada più per il senso di abitudine, di stanchezza e di consuetudine con cui si presenta, che per l’assalto dei suoi nemici. Ai tempi moderni, così mutati, così inquieti … noi offriamo spesso una presentazione del Cristianesimo che manca del senso del vivo, del mistero, del personale e del vissuto”. L’allora Arcivescovo di Milano temeva un’insidia pericolosa: quella – diceva – di “saperla lunga”. E precisava: “Noi già sappiamo! Sono cose grandi, belle, ma per noi non sono una novità. Le abbiamo meditate così tante volte, che formano la trama della nostra vita. Noi professiamo la religione e non abbiamo troppo bisogno di prendere ulteriore coscienza di che cosa la formi, la costruisca e la renda per noi obbligatoria. Siamo fedeli, siamo osservanti, cerchiamo di essere buoni ministri di Dio: non abbiamo niente da imparare di più”. Quando si spegne lo stupore per le meraviglie di Dio e ciò che viene annunciato nel Vangelo si trasforma in una stanca consuetudine religiosa, la testimonianza si spegne. Il mondo certo non si entusiasmerà di noi. Se il sale perde il sapore, non serve più a nulla. Solo chi è stato conquistato dalla grazia ne saprà svelare la bellezza. Diceva ancora l’Arcivescovo Montini ai milanesi: “Nelle anime moderne c’è una sete di vita religiosa autentica, che noi forse non sappiamo soddisfare perché non l’abbiamo soddisfatta in noi stessi”.

Egli credeva molto in una santità diffusa, capace di toccare tutte le persone e tutti gli ambienti, una santità che egli definiva “di popolo”. Nell’omelia della Solennità dei Santi che precedeva di qualche giorno l’apertura della Missione a Milano aveva affermato: “La Chiesa oggi tende ad una santità di popolo. È il disegno di Cristo che si profila attuale … A questa santità di popolo, che consiste in una vigile coscienza della nostra vocazione cristiana, nella professione e virile delle virtù, alimentate dalla preghiera e dalla grazia e sfociate in una carità generatrice di giustizia, di fratellanza e di pace, a questa elevazione spirituale, morale e sociale, conseguita con il concorsi di ciascuno, dobbiamo tutti mirare” (G. B. Montini, Omelia nella festa di tutti i santi”, 1 Novembre 1957).

Queste convinzioni dell’Arcivescovo Montini, dopo aver attraversato con loro loro fecondità il vasto mare del Concilio Vaticano II, approderanno alla grande Enciclica sulla evangelizzazione, che Paolo VI scrisse nel 1975, in occasione dell’anno santo, e che volle intitolare Evangelii Nuntiandi. Essa segna un passaggio decisivo nella riflessione sull’azione missionaria della Chiesa e rimane a tutt’oggi – secondo la testimonianza degli stessi pontefici successori di Paolo VI – il testo di riferimento su questo tema. In essa abbiamo un vero e proprio cambiamento di orizzonte nel modo di pensare la responsabilità missionaria della Chiesa: dalla preoccupazione per i destinatari dell’evangelizzazione si passa alla preoccupazione per gli stessi soggetti dell’evangelizzazione. L’attenzione va anzitutto allo stato di salute della Chiesa, condizione indispensabile per la salute del mondo. Si legge nell’enciclica: “Evangelizzatrice, la Chiesa comincia con l’evangelizzare se stessa … Essa ha sempre bisogno d’essere evangelizzata, se vuol conservare freschezza, slancio e forza per annunciare il Vangelo … Si evangelizza mediante una conversione e un rinnovamento costanti, per evangelizzare il mondo con credibilità” (EN 15). E più avanti afferma: “È mediante la sua condotta, mediante la sua vita, che la Chiesa evangelizzerà anzitutto il mondo, vale a dire mediante la sua testimonianza vissuta di fedeltà al Signore Gesù, di povertà e dio distacco, di libertà difronte ai poteri di questo mondo, in una parola, di santità” (EN 41). In questo senso – come dice bene Lumen Gentium – la Chiesa è chiamata ad essere “il segno e il sacramento dell’intima unione con Dio e dell’unità del genere umano” (LG 1) e quindi a mostrare sostanzialmente la sua bellezza. Perché è proprio così: la Chiesa quando è vera è bella, molto bella! Essa è trasparenza dell’amore infinito di Dio in Cristo Gesù, è manifestazione attraente della vita eterna dentro la storia umana, è il popolo di Dio trasfigurato dalla luce della grazia. “La Chiesa – scrive sempre Paolo VI – non è uno schermo opaco; è un diaframma diafano, che ci abilita a metterci in contatto con Cristo”. È il contatto con Cristo è pienezza di vita, perché introduce nel mistero trinitario, oceano di amore e di beatitudine.

Di questa vita che scaturisce dalla grazia parla il brano del Vangelo che abbiamo ascoltato – e così veniamo alla Parola di Dio dell’odierna celebrazione eucaristica. Il padrone che dà ai suoi servi i talenti – patrimonio decisamente consistente calcolando che ogni talento, d’oro o d’argento, corrispondeva a circa trenta chili – è il Padre dei cieli che rende i credenti partecipi delle sue ricchezze, della sua vita, della sua potenza e della santità. Nei primi due servitori è spontaneo il desiderio di far fruttificare il patrimonio che il padrone ha messo generosamente a loro disposizione. Essi non lo considerano proprio. Riconoscenti per la fiducia loro dimostrata, sentono la responsabilità di contribuire a rendere questo patrimonio ancora più abbondante. La loro gioia consiste nell’accrescerlo e il loro impegno è il modo con il quale dimostrano l’affetto che nutrono per il loro benefattore: della sua ricchezza, infatti, essi sono stati resi partecipi con grande generosità. Il terzo servitore ha invece ragionato in modo diverso. Egli ha nascosto per paura il talento ricevuto e alla fine si è presentato dal suo padrone riconsegnandolo identico. Il suo sentimento è diverso da quello degli altri due: nessuno slancio riconoscente e nessun desiderio di incrementare la ricchezza del suo signore, nessun affetto per lui e nessuna generosa intraprendenza. Ci sono invece il timore di compromettere il bene ricevuto e la comoda inattività. Tutto questo ci riporta a quanto detto circa la missione della Chiesa: riconoscenza e senso di responsabilità sono le ragioni di una testimonianza che ognuno di noi deve considerare doverosa. Non possiamo tenere per noi quanto abbiamo ricevuto: la vita nuova del Battesimo, la comunione con il Padre che è nei cieli, l’amore misericordioso di Cristo, la sua redenzione, i suoi misteri di salvezza, la comunione dei santi, insieme con le facoltà che fanno grande l’uomo e le nostre doti personali, tutto questo ci spinge con forza verso l’intera umanità. C’è un lieto annuncio da portare al mondo e un patrimonio di bene da condividere: Dio ha voluto renderci partecipi della sua ricchezza ed è giusto che il mondo lo sappia. La Chiesa lo annuncerà nella misura in cui lei stessa ne farà esperienza.

Era questa la grande convinzione di Paolo VI, il suo costante pensiero, divenuto sempre più chiaro negli anni della sua vita, fino a diventare uno dei punti qualificanti del suo ministro apostolico: la Chiesa sarà davvero missionaria nella misura in cui sarà sempre più se stessa, cioè trasparente della grazia di Cristo e quindi santa. Essa evangelizzerà il mondo se continuamente evangelizzerà se stessa, vigliando in umile atteggiamento di conversione. Come abbiamo ascoltato dalla sua stessa testimonianza, la radici di questa potente spiritualità proprio di Giovanni Battista Montini ci portano anche a questo luogo, a Verolavecchia: qui egli ha imparato da ragazzo e da giovane ad aprirsi al mistero di Dio e a sentirsi parte di quella realtà di salvezza che è la Chiesa di Cristo. A voi dunque anzitutto questa eredità, insieme alla fierezza di sentivi parte di una comunità che egli ha tanto amato e a cui è rimasto interiormente legato. A voi da parte mia, insieme con il mio affetto, la benedizione del Signore.

Cristo è veramente risorto e vi precede in Galilea

Durante tutta la quaresima la Chiesa, attraverso la Parola annunciata, la liturgia celebrata e la proposta di esercizio della carità, ci ha invitato a verificare la nostra fede, a confrontarci con la parola di Dio, a guardare alle miserie umane e a riconoscere la nostra personale miseria, il peccato, invitandoci a porvi rimedio. Ci ha sollecitato a fare una scelta tra la Vita e la morte, tra il Bene e il male, tra Dio e il Satana. Ci ha proclamato la misericordia di Dio, che precede la nostra richiesta di perdono e rinnova la nostra vita, donandole quella pace e quella gioia che spesso cerchiamo in cose o eventi che non ci soddisfano mai.

Ci ha offerto l’acqua viva dello Spirito, ci ha mostrato in Gesù il modello di una vita umana piena, capace di affrontare le tentazioni e di vincerle, di vivere la vita nella ricerca del vero cibo – “fare la volontà del Padre” –, di instaurare relazioni di amore autentico con Dio e con il prossimo; un amore fatto di accoglienza, soccorso, condivisione, gratuità, servizio, perdono, dono di sé fino alla morte. Ci ha mostrato come l’epilogo umano di questo stile di vita sia una morte cruenta, un fallimento totale. Ma ci ha anche ricordato che Gesù aveva annunciato questo epilogo, dichiarando però che “le vie di Dio non sono le nostre vie … i pensieri di Dio non sono i nostri pensieri”. Infatti ci ha detto: “Chi perderà la sua vita per me la troverà”, così come Lui ha perso la sua vita per compiere la volontà del Padre e l’ha ritrovata nella risurrezione.

Ora, quel Gesù che noi uomini abbiamo condannato a morte e crocifisso, con la sua risurrezione testimonia la verità del suo messaggio: la Vita vince sulla morte, la vita è dono di Dio, appartiene a Lui e solo chi la vive in Lui può averla per sempre. Lui ne è l’autore, Lui ne è il custode, Lui ne è la sorgente eterna. L’uomo può manipolarla, sfigurarla, porre fine alla sua esperienza terrena, ma non può né darla né toglierla … perché la vita è di Dio, è Dio.

Ecco perché quel Cristo che “voi avete ucciso Dio l’ha risuscitato” ed ora nel mondo degli uomini Lui canta la vita per mezzo di coloro che hanno creduto in Lui e formano il suo Corpo, la Chiesa. Egli, apparendo alle donne dopo la sua risurrezione, dà loro un messaggio per i suoi Apostoli: “Dite ai miei fratelli che io li precedo in Galilea: là mi vedranno”.

Dopo l’esercizio quaresimale, anche noi, che nella Pasqua celebriamo la vittoria di Cristo sul peccato e sulla morte, siamo invitati a non fermarci al rito, che pure va celebrato con partecipazione e gioia, perché qui, nella liturgia celebrata insieme con la comunità, facciamo esperienza e incontriamo il Cristo Risorto. Se vogliamo riconoscere che Gesù è la nostra vita dobbiamo saperlo incontrare nella vita di ogni giorno: nel lavoro, nella famiglia, nella scuola, nel povero, nel forestiero, nell’amico e nel nemico, nella gioia e nella tristezza, nella salute e nella malattia, nella fame e nell’abbondanza … Lui ci precede in ogni situazione della vita, perché è Lui la nostra vita. Allora ha senso celebrare la Pasqua. Noi siamo chiamati ad uscire dalla “nube” del mistero per immergerci nella realtà dell’esistenza quotidiana ed essere segno efficace (“sacramento”) del Cristo Vivente, che ci comunica la vera vita, e riconoscere nell’altro (qualsiasi altro) un segno efficace (“sacramento”) del Cristo che si manifesta a noi, desideroso di essere riconosciuto nel volto di ogni uomo: povero o ricco, sfigurato o pulito, dotto o ignorante, sano o ferito, bianco o nero, cristiano o musulmano, credente o non credente. Questa è la nostra “Galilea”, nella quale portiamo la nostra specificità di cristiani che hanno incontrato la Vita e desiderano annunciarla a tutti, non solo con la parola, ma anche con i gesti di quella stessa Vita, gesti d’amore gratuito e misericordioso. La nostra “Galilea” è la vita di tutti i giorni, nella quale Gesù ci precede perché, dopo averlo celebrato e incontrato nel mistero, riconosciamo che la sua presenza è ovunque e anche fuori dal tempio possiamo adorarlo, perché “Dio è spirito e oggi è il tempo in cui si deve adorarlo in Spirito e verità”.

Se lo incontriamo così, Gesù cambia la nostra vita personale, famigliare, sociale e ci proietta in un mondo di pace, gioia, amore e la speranza cristiana ci darà nuove motivazioni per vivere e aiutare a vivere.

Buona Pasqua!

Riconosciamo la grandezza di Cristo Signore

8 gennaio 2017

Se siamo attenti alle parole che ascoltiamo nel Vangelo. anche questa sera ci accorgiamo come è Gesù che ha in mano la sua vita. É Gesù che conosce bene il progetto che padre gli ha messo nelle mani da compiere. Infatti l’evangelista dice che Gesù dalla Galilea venne al Giordano da Giovanni per farsi battezzare da lui. Non è stato un caso, neanche il battesimo. Si trovava a passare di là e visto che tutti andavano a farsi battezzare, anche lui si è messo in coda per farsi battezzare. Certo, poi con un grande senso di umiltà, eccetera. No Gesù ci va di proposito, prende lui l’iniziativa, perché quel gesto che lui compie è un gesto profetico di quanto è avvenuto e avverrà di lui.

Battezzare vuol dire immergersi o in questo caso, siccome si fa battezzare, si fa immergere e questa immersione rimanda a quell’altra più profonda immersione, quella della morte. Gesù deciderà anche allora di lasciarsi immergere nella morte perché poi lui uscendo dall’acqua ora, uscendo dalla morte poi, aprirà i cieli, chiusi dal peccato di Adamo ed Eva, dal peccato dell’umanità, li riapre, perché possa scendere dal cielo la potenza dello Spirito Santo, rinnovare quelle acque, quel sangue, perché possono ritornare a portare in vita per l’umanità. E quindi sì ha riaperto il passaggio fra terra e cielo, quel passaggio che era chiuso a causa del peccato dell’umanità. Quindi Gesù decide di compiere un gesto che non gli è proprio, perché lui è figlio di Dio, non ha bisogno di scendere nel Giordano a denunciare i suoi peccati, perché non ne ha. Lui, invece, scende nel Giordano, non tanto per denunciare su peccato, quanto per farsi carico di quel peccato che è dell’umanità. Per farsi carico di quella umanità che è schiacciata dal suo peccato e non riesce a uscire da quell’acqua tant’è la pesantezza del suo peccato. Quindi entra in queste acque che sono mortifere per l’umanità. Lui le rende invece purificate perché possano salvare questa umanità. Toglie il veleno del peccato da quell’acqua e vi mettere la grazia dello Spirito Santo, perché da quel momento per mezzo del battesimo, non battesimo di Giovanni, un battesimo di penitenza, di conversione, ma il battesimo di Gesù Cristo che è un battesimo di immersione nella sua morte, nella sua risurrezione, l’uomo e la donna possono ritrovare finalmente in quell’acqua non veleno di morte ma vita e vita eterna. Per fare questo Gesù deve diventare una cosa sola con l’umanità. Ce l’ha dimostrato nell’incarnazione, ce lo dimostrò ora nell’immersione del Giordano, assumendo su di sé questo questa umanità peccatrice, e poi ce lo dimostrerà nella pienezza, attraverso la sua crocifissione e morte in croce. Egli in questo modo mostra come entrerà in pieno nell’umanità, si fa una cosa sola con l’ umanità. Ecco perché in questa festa del battesimo di Gesù, l’antifona parla anche delle nozze, delle nozze di Cana in riferimento a quell’acqua che trasformata in vino, come in questo battesimo l’acqua è trasformata da mortifera in redentrice, perché Gesù, in questo giorno, in un certo senso sposa l’umanità, celebra le sue nozze con l’umanità, come sposo, l’umanità e la sposa, e assume della sposa tutto, perché diventa una cosa sola con la sposa, come avviene nel matrimonio. I due non saranno più due, ma una carne sola.

Ecco cosa fa Dio in Gesù per noi. Ci assume nella sua vita, diventa una cosa sola con noi, per trasformarci in lui. E la fedeltà di questo sposo, da allora sarà una fedeltà eterna. Nessuno più potrà sciogliere questo legame d’amore, queste nozze celebrate, perché lo sposo sarà sempre fedele. Potrà la sposa, e parliamo anche di ciascuno di noi, che fa parte di questa umanità, di questa Chiesa, sposa di Cristo, potrà, a volte allontanarsi dallo sposo, potrà guardare altrove e lasciarsi prendere dalla tentazione di altri idoli, che poi le diventano padroni e la schiacciano, la rendono schiava, ma lo sposo continuerà ad esserle vicino, con tenerezza, con misericordia, con prontezza di perdono, col desiderio di riaccoglierla, col desiderio di tirarla fuori dalle strette in cui si trova spesso causa del suo egoismo, della sua invidia, della sua gelosia, della sua superbia, della sua sfiducia nei confronti del suo sposo, della sua tentazione di dubitare dell’amore del suo sposo che è Gesù Cristo.

Quante volte anche noi abbiamo queste tentazioni e cediamo. Non siamo così sicuri che Gesù ci voglia veramente bene e a volte ci lasciamo andare. Cerchiamo altri amori che ci soddisfino in quel che noi chiediamo immediatamente, perché non ci sembra che il Signore risponda immediatamente ai nostri bisogni e ai nostri desideri, alle nostre richieste. Sembra che altrove si possa stare meglio e fare in fretta il cammino del successo che andiamo cercando, tranne poi accorgersi che siamo andati su strade che non portano a niente, e abbiamo impiegato il tempo, energie, danaro, abbiamo sprecato forze che non abbiamo più. A volte coloro che ci attraggono in altre direzioni ci svuotano però completamente di tutto quello che siamo e abbiamo e poi ci abbandonano sul ciglio della strada. Perché il loro interesse non è quello dell’amore gratuito di Gesù nei nostri confronti, il loro interesse è quello semplicemente di sfruttarci, di sfruttarci psichicamente, affettivamente, intellettualmente, economicamente, socialmente, e quando ci han sfruttato non han più bisogno di noi. Il nostro sposo anche quando noi siamo abbandonati, così secchi,  apparentemente almeno agli occhi dell’umanità inutili, senza più nessun senso alla vita, egli viene a ripescarci, perché lui è lo sposo fedele ed è fedele sempre, in qualsiasi situazione noi ci troviamo, anche di peccato grave, lui non ci lascia soli e dimostra il suo amore nel recuperare la nostra esistenza di vita e ridonare un senso profondo e rimetterci in sesto perché possiamo camminare ancora nella gioia di vivere nella pienezza d’amore e di condivisione con Cristo Signore. E siccome questa sposa, la sua sposa, è fatta di tante persone che siamo noi, abbiamo la fortuna di avere accanto a noi alcune persone che di tanto in tanto ci sollecitano, ci scuotono, ci aiutano a rialzare lo sguardo, ad aprire gli occhi, la mente e a ritrovare nella comunità stessa, la presenza di quell’amore che pensavamo di avere perduto.

E allora attraverso questa ripresa riconosciamo la grandezza, l’amore, la fedeltà di questo sposo che è Cristo Signore. Ecco, è la parabola del matrimonio cristiano, che diventa autentico sacramento del matrimonio mistico, dalle nozze mistiche, tra Gesù e la Chiesa. Il matrimonio cristiano celebrato nel sacramento fa proprio questo, diventa un segno a volte un po’ sbiadito, ma sa il Signore che noi siamo imperfetti, segno e strumento, quindi sacramento, segno efficace del più grande e vero amore sponsale che è quello di Cristo Signore. Ecco perché ci si sposa in chiesa. Qualcuno dice “ma cosa occorre sposarsi in chiesa? Tanto è lo stesso, cosa cambia?”. Uno che fa un ragionamento così vuol dire che di fede non ne ha proprio. Cosa cambia? Cambia l’essere della persona. Nel sacramento del matrimonio tu parli all’umanità attraverso la vita coniugale, voi parlate all’umanità, attraverso la vita coniugale di quell’amore profondo, sponsale di Dio per la Chiesa e per l’umanità. E soprattutto lo puoi fare perché sei sostenuta, tu coppia cristiana, da quell’amore primo sponsale che è quello di Cristo Signore per la sua umanità. Lui sposo, l’umanità sposa. E in questo sei sostenuta dalla capacità di superare i momenti più difficili perché, se è vero che è sacramento, la grazia ti sostiene che questo sacramento lo sia per sempre, sia capace di mostrare esternamente, anche nelle difficoltà, quella profonda comunione d’amore che esiste fra i coniugi, anche nei momenti difficili, tristi, duri, di infedeltà da parte dell’uno o dall’altra.

Il Signore di fronte alla nostra infedeltà non si spaventa, ma continua ad essere fedele. Ecco chiediamo a lui in questa domenica di rinnovare il nostro battesimo nel quale siamo entrati anche noi in questa sponsali e viverlo con intensità di vita.

Gesù cristo, unico ed universale salvatore degli uomini

Il problema che vogliamo qui affrontare è il più essenziale e radicale sia per quanto riguarda la teoria del dialogo interreligioso, sia per quanto concerne la pratica di esso. Ma, prima di mostrare in che cosa consista tale problema, è opportuno chiarire con una certa accuratezza la terminologia. Parlando di “Gesù Cristo”, intendiamo parlare del personaggio storico, Gesù di Nazaret, vissuto al tempo degli imperatori romani Augusto e Tiberio, messo a morte sotto il procuratore romano Ponzio Pilato a Gerusalemme probabilmente il 7 aprile dell’anno 30. Di questo personaggio storico, la fede cristiana confessa che egli è il Figlio eterno di Dio fatto uomo, non nel senso che Dio sia “apparso” o si sia “manifestato” in lui in maniera simbolica e passeggera, ma nel senso che Dio si è “incarnato” in lui, è entrato nella storia umana prendendo una vera natura umana: cioè Gesù di Nazaret è Dio e Uomo, non in senso simbolico, ma reale ( è vero Dio e vero uomo ), non in maniera temporanea e passeggera, ma in maniera eterna e definitiva, cosicché Gesù di Nazaret sarà per sempre il Figlio di Dio fatto uomo. Inoltre, di Gesù di Nazaret la fede cristiana afferma che egli è il Cristo, il Messia morto e risorto per la salvezza degli uomini dal peccato e dalla morte, assunto presso Dio con la sua natura umana glorificata per essere il Signore della storia umana e il Giudice escatologico di tutti gli uomini e di tutta la storia: afferma cioè che il “Gesù” storico non si può separare da “Cristo” – il Signore glorificato – presente a tutta la storia umana e salvatore di tutti gli uomini.

Osserva a questo proposito il p.J.Dupuis:<< Non si può staccare il Cristo della fede dal Gesù della storia. E’ pure vero che il Cristo risorto è trans-storico, cioè ormai al di là della storia. Ma è altrettanto vero che fu il Gesù storico a diventare il Cristo trans-storico attraverso la trasformazione reale della propria esistenza umana risorta. Se dunque Gesù è il Cristo, in nessun altro luogo vi è un Cristo che non sia Gesù stesso, risorto, trasformato, trasfigurato e, per questo, divenuto trans-storico. La trasformazione reale non altera l’identità personale; la discontinuità non impedisce la continuità. Non si può concepire Gesù come una manifestazione imperfetta nel tempo di un Cristo che lo avrebbe trasceso. Al contrario bisogna affermare che il Gesù storico è il Cristo trans-storico; lo è perché è diventato tale. Tra il Cristo della fede e il Gesù della storia il legame è indissolubile. Negare questo significherebbe […] ridurre il messaggio cristiano a una specie di gnosi; si arriverebbe così, volenti o nolenti, a un mito-Cristo e a un mito-Gesù. Al contrario, la fede apostolica, come la si trova espressa nel primo kerygma apostolico, unisce indissolubilmente Gesù e il Cristo: l’oggetto della fede non è né un Gesù senza Cristo, né un Cristo senza Gesù; è invece Gesù-il-Cristo ( cfr At 2,36 )>> ( J. Dupuis, “La fede cristiana in Gesù Cristo in dialogo con le grandi religioni asiatiche”, in Gregorianum 75  [1994]  227 s ).

In questo, Gesù Cristo si distingue radicalmente da tutte le altre “apparizioni” o “manifestazioni” di Dio e del Divino di cui la storia umana abbonda. Tutte le religioni ne parlano. Alcune affermano che Dio si è “manifestato” a certe persone: così l’ebraismo sostiene che Dio si è manifestato a Mosè e ai Profeti e questa è una verità anche per la fede cristiana; secondo l’islàm, Allah si è manifestato al profeta Muhāmmad facendo “scendere” su di lui il Corano. Altre parlano di “manifestazioni” di Dio in alcune persone. Così nell’induismo troviamo gli avatāra ( termine che significa “discesa”, ma viene tradotto con “incarnazione” ), cioè le “incarnazioni” del dio Vishnu in un corpo umano o subumano: questi sono innumerevoli, ma i più importanti sono dieci e sono avvenuti nelle quattro epoche storiche ( yuga ) in cui è diviso il ciclo cosmico, << ogni volta che declinano il diritto e la legge ( dharma ) e che si alza l’empietà ( adharma ) >>, come è detto nella Bhagavadgītā ( Canto del Beato ) ( 4,7 ).

L’ avatāra più noto del dio Vishnu è Krishna, “incarnato” nel terzo yuga, le cui gesta sono narrate in vari libri, tra i quali il Mahābhārata ( di cui fa parte la Bhagavadgītā ). Ma l’avatāra di Vishnu in Krishna – di cui si è detto:<<Per la protezione dei buoni, per la distruzione dei malvagi e per dare stabile fondamento al dharma, io creo me stesso, vengo nell’esistere di età in età>> ( Bhagavadgītā, 4, 7-8 ) – è radicalmente differente dall’ “incarnazione” del Figlio di Dio in Gesù di Nazaret. In realtà, Krishna non entra realmente nella storia umana per condividere la sorte degli uomini, non nasce come membro della famiglia umana, non soffre né muore per la salvezza degli uomini; è uomo solo in apparenza, non nella realtà. Invece Gesù è veramente uomo. Egli ha vissuto una vita realmente – e non solo apparentemente – umana, in un dato periodo storico. In lui il Figlio di Dio si è incarnato non solo in forma reale, storica, ma anche in forma definitiva e irrevocabile, cosicché non ci sarà più nella storia umana un’altra “incarnazione” più perfetta che ne prenda il posto, come avviene nell’induismo, in cui gli avatāra sono molteplici e si succedono nelle varie epoche, perhè sono transitori e nessuno di essi è pieno e assoluto.

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Dicendo che Gesù è il “salvatore degli uomini”, vogliamo affermare che da lui viene agli uomini la salvezza. Questa parola è intesa qui non in senso materialistico ( salvezza dai mali fisici, dalla povertà, dalle sventure dalla sofferenza, dalla morte fisica ) e neppure in senso solamente morale

( salvezza dal male morale, da ciò che impedisce all’uomo di essere pienamente se stesso, di raggiungere la propria perfezione morale ), ma in senso propriamente religioso. In questo senso, la salvezza riguarda il rapporto tra l’uomo e Dio, ciò che impedisce questo rapporto è ciò che lo rende possibile.

Ora, quello tra l’uomo e Dio è il rapporto tra la creatura e il Creatore, tra il finito e l’Infinito, tra la verità e il bene, misti all’errore e al male, e la Verità assoluta e il Bene infinito. Rapporto quindi che

Significa la dipendenza dell’uomo da Dio Creatore, la piccolezza e la povertà dell’uomo dinanzi alla grandezza e alla ricchezza di Dio, la necessità che ha l’uomo di ricevere da Dio la verità e il bene e di essere liberato da Lui dall’errore e dal male. In senso religioso, la salvezza significa, da una parte, la liberazione, compiuta da Dio, da ciò che impedisce all’uomo di avere un giusto rapporto con Lui e, dall’altra, il dono divino che permette all’uomo di partecipare all’infinita ricchezza, alla verità assoluta e al bene infinito di Dio.

Ma, dicendo che Gesù è il salvatore degli uomini, intendiamo la salvezza non solo in senso religioso, bensì in senso propriamente cristiano. Per la fede cristiana, il rapporto tra Dio e l’uomo non è soltanto quello tra Creatore e creatura, quindi un rapporto di dipendenza e di “servitù” ( in quanto creatura, l’uomo è “servo” di Dio ), ma è soprattutto quello tra Padre e figlio, in quanto Dio, nel suo infinito amore per l’uomo, ha voluto che questi fosse elevato per pura sua grazia alla dignità di figlio, divenisse cioè partecipe in maniera non metaforica ma reale della sua stessa natura divina e della sua stessa infinita ed eterna felicità. Dio quindi ha creato l’uomo perché fosse suo figlio e si instaurasse con lui un rapporto non di servitù, ma di figliolanza, e dunque un rapporto di amicizia e di amore. Ma questo rapporto di figliolanza è rotto dal peccato in maniera tanto radicale che l’uomo è incapace con le sue forze di riannodarlo. Perciò l’uomo che liberamente e coscientemente commette il peccato – il quale consiste nel rifiuto dell’amore di Dio e nella disobbedienza alla sua legge – perde l’amicizia di Dio e si distacca da Lui, che è la vita dell’uomo, e così precipita nella perdizione e nella morte.

Che cos’è allora la “salvezza” cristiana? E’, in primo luogo, la liberazione dell’uomo dal peccato e dalle sue conseguenze: liberazione che si ottiene con la remissione del peccato, cioè con la concessione del perdono, da parte di Dio, e quindi del condono della colpa e della rispettiva pena. E’, in secondo luogo, il riannodarsi del rapporto filiale dell’uomo con Dio, e quindi la riammissione dell’uomo alla sua grazia, in virtù della quale egli ridiviene amico di Dio e torna a vivere nel suo amore. Ora, affermando che Cristo è il salvatore degli uomini, la fede cristiana afferma che Gesù è l’autore della salvezza: quindi è colui che libera gli uomini dal peccato e dalle sue conseguenze e restituisce loro la grazia e l’amicizia di Dio. Ma come si compie la salvezza degli uomini?

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Al principio dell’opera della salvezza c’è Dio, il Padre, il quale << vuole che tutti gli uomini siano salvati >> ( 1 Tm 2,4 ). Dunque la salvezza degli uomini ha la sua origine nella volontà di salvezza universale di Dio e il suo motivo nell’amore e nella misericordia paterna del Signore: per tale ragione, la salvezza << manifesta la grazia e l’amore di Dio nostro Salvatore >> ( Tt 2,11; 3,4 ). Questo amore ha spinto il Padre a mandare nel mondo il suo Figlio Gesù Cristo per la salvezza degli uomini:<< Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, […] perché il mondo si salvi per mezzo di lui >> ( Gv 3,16-17 ). Per volontà del Padre dunque Gesù ha salvato gli uomini con la sua morte sulla croce e con la sua risurrezione dalla morte. Con la sua morte ha liberato gli uomini dal peccato e ha ottenuto ( “meritato” ) loro il perdono del Padre: infatti, << mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi >> ( Rm 5,8 ) e << siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo >> ( Rm 5,10 ), poiché Cristo è divenuto << vittima di espiazione per in nostri peccati; non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo >> ( 1 Gv 2,2 ).

Con la sua risurrezione, Gesù ha comunicato agli uomini il dono dello Spirito Santo, che li ha “giustificati”, cioè resi “giusti”, restituendoli alla dignità di figli di Dio, per cui essi possono rivolgersi al Padre col nome stesso con cui lo chiamava Gesù: abbā. Gesù infatti << è stato messo a morte per i nostri peccati ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione >> ( Rm 4,25 ) e, una volta risorto da morte, ci ha donato lo Spirito Santo ( cfr Gv 20,22 ), << per mezzo del quale gridiamo: ‘abbà, Padre! >> ( Rm 8,15 ). In conclusione, Dio ha costituito Gesù, il Crocifisso e il Risorto, “capo e salvatore” ( At 5,31 ) degli uomini.

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Gesù Cristo, secondo la fede cristiana, non soltanto è il salvatore degli uomini; è anche il salvatore “unico e universale”. Che cosa significano questi due aggettivi? “Unico” può essere inteso in senso debole, e allora significa che una persona è talmente originale e straordinaria da potersi dire “unica”, oppure che si distingue per i suoi caratteri da tutte le altre, al punto da essere l’ “unica”. Diciamo così che Omero, Dante, Shakespeare sono poeti “unici”; che i fondatori di religioni sono “unici”; perché le religioni da essi fondate si distinguono dalle altre per i loro caratteri specifici e originali. Ma l’aggettivo “unico” può essere inteso in senso forte, assoluto, e allora significa che in un dato campo una persona è “unica”, vale a dire che non ce ne sono altre in maniera assoluta. E’ questo senso che parliamo dell’ “unicità” di Gesù di Nazaret. Dicendo cioè che Gesù è “l’unico” salvatore degli uomini, vogliamo dire che, nel campo della salvezza – e solo in tale campo – Gesù è “unico” e, dunque, non ci sono accanto a Gesù altri salvatori, sia pure inferiori o uguali a lui. Osserva il p. J. Dupuis:<< L’unicità di Gesù Cristo nell’ordine della salvezza, così come è stata tradizionalmente compresa nella fede cristiana, è un’unicità assoluta: Gesù Cristo è necessariamente “costitutivo” della salvezza di tutti gli uomini. Non è sufficiente ritenere che il mistero di Gesù Cristo è in grado, anche oggi e più di qualsiasi altro simbolo, di ispirare e nutrire una vita religiosa autentica; dobbiamo professare che, a motivo del piano divino, questo mistero è universalmente costitutivo della salvezza. L’unicità di cui si tratta significa dunque che l’autorivelazione e donazione divina in Gesù Cristo è decisiva, e in questo senso, “finale” e “centrale” >> ( << La fede cristiana…. >> cit., 225 s ).

Che Gesù sia l’<<unico>> salvatore degli uomini è un’affermazione centrale della fede cristiana. Lo proclama Pietro ai capi del popolo e agli anziani che lo interrogano sulla guarigione dello storpio che mendicava alla Porta Bella del Tempio: << In nessun altro [se non in Gesù il Nazareno] c’è salvezza; non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale sia stabilito che possiamo essere salvati >> (At 4,12 ). Aggiunge la Prima Lettera a Timoteo (2,5-6): << Uno solo, infatti, è Dio e uno solo il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù, che ha dato se stesso in riscatto per tutti >>.

Ma oltre che salvatore “unico” degli uomini, Gesù è anche salvatore “universale”. Ciò significa che Gesù è il salvatore non soltanto di alcuni uomini – per esempio, dei cristiani che credono in lui – ma di tutti gli uomini, cosicché nessuno si può salvare senza di lui, e tutti i “salvati” sono tali in virtù della morte e della resurrezione di Gesù di Nazaret, quindi per la grazia della salvezza che egli ha meritato loro con la sua morte sulla croce e la sua risurrezione. Anche l’affermazione che Cristo è il salvatore universale, cioè di tutti gli uomini, appartiene alla fede cristiana. Infatti san Paolo afferma che Cristo “è morto per tutti” ( 2 Cor 5,15 ), perché tutti gli uomini sono peccatori e schiavi del peccato e quindi hanno bisogno di essere salvati dall’unico che può liberarli dai peccati e ricondurli a Dio, Gesù Cristo:<< Tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, in virtù della redenzione realizzata da Cristo Gesù >> ( Rm 3, 23 –                          24 ).

Ma in che senso devono essere intesa l’ “unicità” e l’ “universalità” della salvezza in Gesù Cristo ? In senso non “esclusivo”, ma “inclusivo”. Nel senso, cioè, che, affermando che Gesù è l’unico e universale salvatore degli uomini, s’intende affermare che non ci sono altri che, al di fuori di lui, che possano salvare gli uomini e che non ci sono altri che, al pari di lui, possano donare agli uomini la salvezza. Non nel senso, invece, di escludere che anche nelle altre religioni ci possano essere e ci siano di fatto elementi – come persone, dottrine e riti – che possono favorire, preparare e predisporre alla salvezza che Dio opera in Gesù Cristo e per mezzo di Gesù Cristo. In altre parole Gesù è l’unico salvatore di tutti gli uomini, cosicché nessuno può salvarsi e nessuno si salva se non per la grazia che viene da lui; però nelle altre religioni ci possono essere, e di fatto ci sono, elementi che possono mediare, sia pure imperfettamente, la salvezza, nel senso che possono essere nelle mani di Dio strumenti e vie attraverso le quali Dio comunica la salvezza operata da Cristo.

Afferma il documento Dialogo e annuncio del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso:<< Tutti gli uomini e tutte le donne che sono salvati partecipano, anche se in modo indifferente, allo stesso mistero di salvezza in Gesù Cristo per mezzo del suo Spirito. I cristiani ne sono consapevoli, grazie alla loro fede, mentre gli altri sono ignari che Gesù Cristo è la font della loro salvezza. Il mistero di salvezza li raggiunge, per vie conosciute da Dio, grazie all’azione invisibile dello Spirito di Cristo. E’ attraverso la pratica di ciò che è buono nelle proprie tradizioni religiose e seguendo i dettami della loro coscienza che i membri delle altre religioni rispondono positivamente all’invito di Dio e ricevono la salvezza in Gesù Cristo, anche se non lo riconoscono come il loro salvatore >> ( n.29 ).

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A questo punto sorgono due problemi: 1) Affermare che Gesù Cristo è l’unico e universale salvatore degli uomini equivale ad affermare il carattere “assoluto” di Gesù Cristo e del cristianesimo. Ora questo sembra in contrasto col pluralismo religioso di oggi, il quale esige che le religioni siano sullo stesso piano e che nessuna di esse possa accampare la pretesa di essere la religione “assoluta” e dunque assolutamente “vera”. 2) La predetta affermazione rende assai difficile il dialogo interreligioso, perché sembra sminuire, se non annullare del tutto, il valore salvifico delle altre religioni e quindi crea nell’interlocutore non cristiano un senso di disagio e di diffidenza, se non di avversione e di rifiuto del dialogo: questo infatti è possibile a condizione che sia “alla pari”. Alcuni cattolici, teologi e non, si chiedono perciò se non sia necessaria una revisione o, più precisamente, una reinterpretazione della cristologia – in particolare, dell’affermazione che << Gesù Cristo è l’unico e universale salvatore degli uomini >>, – che tenga conto sia del pluralismo religioso che respinge l’idea di una religione “assoluta” e assolutamente “vera”, sia dell’esigenza che il dialogo interreligioso sia “alla pari”.

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Contro la “pretesa” del cristianesimo di essere una religione “assoluta” – intendendo per “assolutezza” ( Absolutheit ) il fatto che << tutte le religioni sono verità relative nella religione assoluta >> – già al principio di questo secolo E. Troeltsch nella sua opera Die Absolutheit des Christentums und die Religionsgeschichte ( Tubingen, JCB Morh, 1902, tr. it., Napoli, Morano, 1968 ) obiettava che con la nascita del mondo moderno è nata una “visione assolutamente storica delle cose umane”, per cui ogni fenomeno è collocato nel flusso del divenire storico e condiziona ed è a sua volta condizionato da altri fenomeni. Esso dunque sottostà alle leggi della storia. Per conseguenza, non esiste nessuna realtà che possa rivendicare a sé una validità assoluta e universale: ogni fenomeno – quindi anche il fenomeno religioso nelle sue diverse espressioni – è relativo, perché storicamente condizionato, e particolare, perché si colloca in un determinato momento della storia. In realtà questa non conosce concetti universali e assoluti, ma solo fenomeni concreti, individuati, sempre condizionati da un contesto; non conosce valori universalmente validi, poiché questi si presentano sempre individuati e rivendicano la loro universalità nonostante la pura realtà di fatto. Quindi è impossibile pensare che un concetto universale (per esempio, quello di religione) si realizzi nel corso dell’evoluzione storica in maniera assoluta. In conclusione, non essendo possibile identificare un concetto universale con un’immagine storica concreta e individuale, risulta impossibile pensare il cristianesimo come la religione assoluta.

Ma, osserva E. Troeltsch, affermare che il cristianesimo sia un fenomeno pienamente storico, e quindi relativo, non significa negargli il carattere di normatività, poiché “relativo” non è il contrario di “normativo”. Significa soltanto che tale “normatività” è qualcosa d’individuato e di temporalmente condizionato: tende all’assolutezza, ma non si è ancora fatta assoluta. Neppure significa negare al cristianesimo un particolare valore rispetto alle altre religioni. A suo parere, lo studio della storia delle religioni mostra come nel cristianesimo convergano, come a termine comune, quei motivi che non possiamo non avvertire come avvii o presagi. Le quattro verità fondamentali (Dio, il mondo, l’anima, la vita superiore metamondana) infatti giungono nel cristianesimo alla loro piena affermazione. Per tale motivo esso può essere considerato non soltanto come il punto culminante, bensì anche come il punto di convergenza di tutte le linee evolutive della religione che ci è dato conoscere e può pertanto, nel confronto con le altre religioni, essere designato come la sintesi capitale e insieme come l’inizio di una vita sostanzialmente nuova.

Tuttavia il cristianesimo resta sempre una realtà storica: non è detto perciò che non possa essere superato. Sebbene esso soddisfi le esigenze più profonde dell’uomo, è possibile che sorgano esigenze ancora più profonde, a cui esso non sia in grado di rispondere e quindi che sorga una religione più perfetta capace di soddisfarle. In conclusione, il cristianesimo è il più alto valore religioso e la più perfetta rivelazione di Dio agli uomini, anche se le altre religioni sono parimenti rivelazioni di Dio e anche se non si può escludere in astratto – secondo Troeltsch – la possibilità di una nuova e più perfetta rivelazione.

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A proposito di questa obiezione contro il carattere assoluto del cristianesimo, si deve rilevare anzitutto che E. Troeltsch professa lo storicismo assoluto, secondo il quale tutto è storico, è relativo al tempo e allo spazio e non c’è nulla che abbia validità sempre e dovunque, in ogni tempo e in ogni luogo: per lui il vero e il bene sono relativi ai tempi e ai luoghi, cosicché ciò che era vero e bene nel passato in una data civiltà può essere falso e male oggi in una civiltà diversa. In base dunque a un particolare sistema filosofico, fortemente discusso com’è lo storicismo, E. Troeltsch nega il carattere assoluto del cristianesimo e, quindi, la sua trascendenza sulla storia.

In realtà la trascendenza del cristianesimo sulla storia si fonda sul fatto che, con l’incarnazione del Figlio di Dio, l’Assoluto è entrato nella storia umana e, poiché Dio è la Verità assoluta, e il Bene assoluto, Gesù di Nazaret, che è vero Dio e vero Uomo, in quanto Dio è la Verità e il Bene assoluti e in quanto Uomo è un personaggio storico. In altre parole, in Gesù ci sono l’assolutezza di Dio e la storicità dell’uomo: in quanto è Figlio di Dio egli è la Via, la Verità e la Vita e la religione che egli ha fondato è “divina”, quindi assolutamente “vera” e tale che non può essere “superata”; in quanto Gesù è uomo, vissuto in una certa epoca e in un certo luogo, egli ha le limitazioni che sono di ogni personaggio storico e quindi la religione che egli ha fondato non è solo “divina”, ma anche “umana” e “storica”. Quindi da una parte ha il carattere dell’assolutezza, che le proviene dal fatto che il suo fondatore è il Figlio di Dio; dall’altra, ha il carattere della storicità, e dunque della limitatezza e dell’imperfezione.

Questa osservazione è estremamente importante per comprendere con esattezza il senso dell’espressione: la religione cristiana è la religione “assoluta” e “assolutamente vera”. “Assoluta” significa che, essendo opera di Dio e non degli uomini, la religione cristiana partecipa dell’assolutezza divina e quindi è definitiva e insuperabile, è la religione voluta da Dio per tutti gli uomini. Ma il termine “assoluto” va inteso in senso positivo, non in senso esclusivo. Cioè, mentre si afferma che la religione cristiana è “assoluta”, non si esclude che anche nelle altre religioni possano essere presenti taluni elementi di assolutezza, a motivo dell’opera dello Spirito Santo, che è lo Spirito di Gesù, che agisce in tutti gli uomini e, in particolare, nelle religioni, che sono per gli uomini la via attraverso la quale essi cercano Dio e si mettono in contatto con lui. Ancora: mentre si afferma che la religione è “assolutamente vera”, non si esclude che nelle altre religioni ci possano essere elementi di alto valore religioso; anzi, si deve positivamente ritenere che ce ne siano, perché lo Spirito Santo è all’opera in tutti gli uomini e in tutte le religioni, e quanto in esse si trova di vero e di buono è intimamente orientato al mistero di Cristo.

Si deve poi rilevare che “verità assoluta” non equivale a “verità totale”. Cioè il cristianesimo, in quanto opera divina, possiede la verità “assoluta”. Ciò vale anche per l’umanità del Verbo incarnato, ma in quanto opera umana e storica della Chiesa non possiede “tutta” la verità, bensì deve sia correggere continuamente possibili deviazioni ( non in cose essenziali ) dalla verità, sia crescere nella verità, anche con l’aiuto di persone non cristiane che sono alla sincera ricerca di Dio, per giungere “a tutta la verità”: ciò che avverrà solo alla fine dei tempi sotto la guida dello Spirito Santo e con l’apporto di tutti coloro – cristiani e non cristiani, credenti e non credenti – che sono alla ricerca della Verità, anche se la nominano diversamente dai cristiani o addirittura non sanno nominarla.

Per questo la Chiesa cattolica nel Vaticano II, dopo aver parlato dell’induismo e del buddismo, afferma che essa << nulla rigetta di ciò che è vero e santo in queste religioni. Essa considera con sincero rispetto quei modi di vivere e di agire, quei precetti e quelle dottrine che, quantunque in molti punti differiscano da quanto essa crede e propone, tuttavia non raramente riflettono un raggio della verità che illumina tutti gli uomini. Essa però annunzia, ed è tenuta incessantemente ad annunziare, il Cristo che è “la via, la verità e la vita”, nel quale gli uomini devono trovare la pienezza della vita religiosa e nel quale Dio ha riconciliato a Sé tutte le cose >>

( Nostra aetate, n.2 ).

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Nel dialogo con le altre religioni, la Chiesa cattolica, pur affermando l’assolutezza e la verità del cristianesimo, entra perciò con spirito aperto e sincero: aperto all’ascolto di quanto gli altri dicono e pronto a riconoscere gli autentici valori religiosi che essi possiedono; sincero nel riconoscere che il cristiano, se può dare molto agli altri, può anche ricevere molto da essi proprio per una migliore comprensione del messaggio cristiano. Così, per esempio, proprio nel dialogo interreligioso il cristiano può rendersi conto del fatto che l’eccessiva occidentalizzazione della presentazione del messaggio evangelico ne pregiudica l’universalità, in quanto lo rende incomprensibile e inaccessibile e dunque estraneo a popoli e civiltà non occidentali: può quindi imparare dal dialogo a discernere quello che nel cristianesimo è “assoluto”, e perciò immutabile, e quello che è “storico”, e dunque può essere adattato e mutato, secondo i popoli e le civiltà.

Ma il problema che oggi si pone è questo: si può andare “con spirito aperto e sincero” al dialogo con le altre religioni affermando che Gesù di Nazaret è il salvatore unico e universale degli uomini, che è l’unica e definitiva – e quindi “assoluta” – manifestazione e rivelazione di Dio nella storia umana e la Verità assoluta in campo religioso? Non bisogna, invece , affermare – proprio per rendere possibile il dialogo interreligioso – che Gesù di Nazaret non è che una “manifestazione” storica e passeggera del Cristo cosmico, che è presente e agisce in tutte le religioni? Non bisogna affermare che Gesù è “una” tra le tante rivelazioni di Dio che si sono avute nella storia e di cui sono testimonianza le varie religioni, anch’esse “rivelate” al pari del cristianesimo? Non bisogna dire che Gesù non è l’ “unico” salvatore, ma “uno dei tanti” salvatori, inviati da Dio agli uomini? Non bisogna dire che Gesù non è il Salvatore di tutti gli uomini, ma è il Salvatore dei cristiani, cioè di coloro che credono in lui? Non si deve parlare di “pluralismo unitivo” delle religioni, il cui presupposto fondamentale è che tutte sono o possono essere ugualmente valide, e che quindi i loro fondatori sono o possono essere ugualmente validi: di qui la possibilità che Gesù sia “uno dei tanti” nel mondo dei salvatori e dei redentori? Ecco alcuni problemi oggi dibattuti a proposito del dialogo interreligioso e sui quali ritorneremo prossimamente.

La Civiltà Cattolica