Testimoni della santità di Dio

L’omelia della Messa crismale pronunciata dal vescovo Pierantonio in cattedrale

Carissimi presbiteri e diaconi,
fratelli nel Signore e ministri della sua santa Chiesa,

la solenne celebrazione di questa Eucaristia, nella cornice del Giovedì santo e con la consacrazione dei sacri oli, è l’occasione preziosa e attesa per la convocazione intorno al vescovo di tutto il presbiterio diocesano e della comunità dei diaconi. È un momento privilegiato nel quale anche meditare insieme sulla missione che ci è stata affidata, ma ancora prima per esprimere a Dio la giusta gratitudine per il grande dono ricevuto. Essere ministri della Chiesa in forza dell’ordinazione sacramentale è una grazia immeritata, un’espressione singolare della misericordia di Dio. Non è un vanto, non è un privilegio, non è un titolo onorifico e nemmeno un riconoscimento. È una chiamata che il Signore ci ha rivolto, esclusivamente per sua condiscendenza, e un compito che noi ci siamo assunti davanti a lui in piena libertà. Abbiamo risposto con amore al suo amore e abbiamo messo la nostra vita nelle sue mani. Siamo diventati servitori di Cristo e tali ci dobbiamo considerare, per il bene della Chiesa e del mondo. Siamo infatti ministri nella Chiesa e ministri per la Chiesa, siamo parte del popolo di Dio e insieme responsabili del popolo di Dio, chiamati a guidarlo verso l‘intera umanità nello slancio generoso dell’annuncio del Vangelo.

Ed ecco allora che subito sorge spontanea una domanda: che cosa si attende da noi il popolo di Dio? Che cosa gli dobbiamo in quanto ministri di Cristo? Cosa siamo chiamati ad offrire ai nostri fratelli e alle nostre sorelle nella fede che ancora guardano ai ministri di Cristo con affetto e deferenza? Ma poi la domanda si allarga, oltrepassa i confini ecclesiali e – potremmo dire – acquista la forma della sollecitazione proveniente dai confini del mondo: che cosa si attendono da noi, che cosa vorrebbero vedere in noi, quanti non sono avvezzi agli ambienti ecclesiali, quanti sono – almeno all’apparenza – distanti dalla nostra esperienza di fede, quanti sono indifferenti o addirittura fortemente critici nei confronti della Chiesa? La risposta non sarà molto diversa da quella che dovremmo formulare se ponessimo la domanda ancora più radicale, in realtà la vera domanda rivolta ai ministri di Cristo: che cosa si attende da noi il Signore, il Cristo crocifisso e risorto che ci ha voluto eleggere, consacrare e inviare?

La forza della testimonianza. Credo si attenda, insieme con tutti gli altri nostri fratelli e sorelle vicini e lontani, che siamo anzitutto ed essenzialmente degli uomini veri e perciò dei testimoni della sua santità. In tutti gli esseri umani vi è il desiderio, intenso e spesso inconfessato, di incontrare persone di cui ci si può fidare, che non ci facciano mai del male, che ci guardino con rispetto, che si prendano a cuore la nostra situazione, che sappiano davvero ascoltarci, che non approfittino delle nostre fragilità, che abbiamo piacere di aiutarci: volti amabili a cui rivolgerci con totale fiducia. Di questo il nostro cuore ha assoluto bisogno: di poter riconoscere nelle parole e negli atti umani quella carità consolante la cui sorgente – non sempre riconosciuta – è Dio stesso. La carità è infatti l’altro nome della santità e la santità è la forma vera dell’umanità. Ecco dunque che cosa ci si aspetta anzitutto dai ministri di Cristo: un forte senso di umanità, che si manifesti nello stile di una vera carità.

Meditando le lettere di san Paolo, si comprende bene in che modo la carità che rende santa l’umanità si declina nella vita di ogni giorno. La carità è infatti un florilegio di virtù, la cui radice è l’ineffabile mistero di Dio. Pur essendo più della somma della virtù, la carità riunisce in sé ciò che nobilita l’uomo. È infatti pazienza, umiltà, benevolenza, mitezza, fedeltà, fortezza, onestà, sincerità: espressioni molteplici di quella straordinaria realtà che fa grande l’uomo (cfr. 1Cor 13,4-7). E questa è appunto l’umanità che si vorrebbe sempre vedere, l’umanità santificata dalla carità Di tale umanità siamo chiamati a offrire testimonianza come ministri ordinati. Si potrà obiettare che in verità questo è il compito di ogni battezzato. È così. Ma appunto, anche noi ministri – vescovi, presbiteri e diaconi – siamo prima di tutto dei battezzati in Cristo, chiamati come i nostri fratelli e le nostre sorelle nella fede alla santità della carità, alla santità che trasfigura l’umanità. Questo è dunque il primo compito per noi come per tutti: per noi a maggior ragione, in forza del ministero che ci è stato affidato.

Ricchi di umanità e carità. Cari presbiteri e diaconi, siate dunque prima di tutto persone ricche di umanità. Siate uomini che vivono la carità nelle sue molteplici espressioni. Coltivate quelle virtù umane che la Parola di Dio raccomanda e che la gente semplice tanto apprezza: siate onesti e sinceri; siate accoglienti, amabili, e pazienti; siate fermi quando è necessario ma mai rigidi e arroganti, fate sentire la tenerezza del Cristo anche quando dovrete essere necessariamente severi o intervenire per correggere. Non comportatevi come padroni nei confronti del popolo di Dio, non mortificate gli altri, non siate arroganti e presuntuosi, non ritenete che la ragione sia sempre e comunque dalla vostra parte. Ricordate che il cammino della santificazione esige una conversione permanente e che il segno più chiaro della trasformazione del cuore ad opera dello Spirito santo – come ci insegnano le sante Scritture – è l’umiltà. L’orgoglio, infatti, è il grande peccato da cui sempre occorre guardarsi (cfr. Sal 19,14).

La santità battesimale assumerà poi per voi una sua forma più specifica in rapporto al ministero cui siete stati chiamati. La vostra carità di discepoli diventerà anche carità apostolica. Per voi presbiteri essa verrà a identificarsi con la carità del pastore saggio e coraggioso, per voi diaconi con quella del servitore solerte e generoso. La carità apostolica sarà la via della vostra santificazione e il vostro ministero, nel suo concreto e quotidiano esercizio, vi potrà condurre alle altezze della perfezione. Lo dice bene il Concilio Vaticano II quando, parlando dei presbiteri, così si esprime: “I presbiteri sono ordinati alla perfezione della vita in forza delle stesse sacre azioni che svolgono quotidianamente, come anche di tutto il loro ministero, che esercitano in stretta unione con il vescovo e tra di loro” (Presbyterorum Ordinis, 12). In quanto predicatori della Parola, ministri della Liturgia e dei Sacramenti, guide autorevoli e amorevoli delle comunità, formatori delle coscienze, presenze consolanti e sananti nei momenti di dolore e di sbandamento, voi – cari presbiteri – potrete condurre a compimento quella chiamata alla perfezione che vi è stata rivolta e che rappresenta la caparra della vostra beatitudine. In modo analogo questo si dovrà dire per voi – cari diaconi – nella prospettiva di un servizio che si apre su un vasto orizzonte, ma che sempre includerà l’annuncio della Parola e l’attenzione ai poveri.

L’unità della vita. Un seria difficoltà in ordine alla santificazione mediante il ministero è costituita in questo momento dalla obiettiva fatica a conferirgli la necessaria unità. Già lo riconosceva con sorprendente lucidità il Concilio Vaticano II: “Anche i presbiteri – si legge in Presbyterorum Ordinis – immersi e agitati da un gran numero di impegni derivanti dalla loro missione, possono domandarsi con vera angoscia come fare ad armonizzare la vita interiore con le esigenze dell’azione esterna (PO, 14)”. La profonde trasformazioni attualmente in atto, il dilatarsi dello spazio di azione pastorale e il moltiplicarsi del numero di comunità parrocchiali affidate ai presbiteri, il rapporto con le strutture divenute in qualche caso oltremodo onerose, le incombenze di tipo gestionale amministrativo con le responsabilità connesse, più in generale la situazione sociale estremamente fluida rendono oggi particolarmente complesso il compito del ministero. Sta realmente cambiando il panorama del vissuto sia sociale che ecclesiale e tutto ciò domanda una seria riconsiderazione del nostro modo di agire. Non potremo sottrarci a questo importante compito di discernimento. Né in verità abbiamo alcuna intenzione di farlo. Con l’aiuto dello Spirito del Signore affronteremo l’impegno con serenità e coraggio. Non permetteremo che una diffusa sensazione di smarrimento o di resa faccia discendere sul nostro ministero un velo di malinconia. Vogliamo continuare ad essere, nel nome di Gesù, seminatori di gioia e di speranza.

Una verità, tuttavia, merita di essere richiamata con chiarezza, una verità che tocca il cuore della questione e fissa un punto decisivo. È sempre il Concilio Vaticano II a indicarcela: “Per ottenere questa unità di vita – si legge sempre in Presbyterorum Ordinis – non bastano né l’organizzazione puramente esteriore delle attività pastorali, né la sola pratica degli esercizi di pietà, quantunque siano di grande utilità. L’unità di vita può essere raggiunta invece dai presbiteri seguendo nello svolgimento del loro ministero l’esempio di Cristo Signore, il cui cibo era il compimento della volontà di colui che lo aveva inviato a realizzare la sua opera”. (PO, 14).  Ecco dunque il segreto di una vera unità di vita nel ministero: la profonda sintonia con il Padre e il desiderio di riconoscere e compiere in ogni momento la sua volontà. “Se uno mi ama – aveva detto Gesù ai suoi discepoli – osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14, 23). Comunione con il Padre in Cristo: l’unità di vita si decide non all’esterno ma all’interno di noi stessi, là dove il cuore e la mente si fondono nella percezione amorosa e costante del mistero di Dio e si aprono alla conoscenza della sua santa volontà.

La bellezza della preghiera. Ed eccoci allora a parlare della bellezza della preghiera e della sua necessità nella vita dei ministri di Cristo. La preghiera, infatti, è indispensabile per giungere progressivamente a questa sintonia con il Padre celeste che unifica la nostra vita. Come ho scritto nella mia lettera pastorale, la testimonianza dei santi dimostra come “la preghiera sia prima di tutto ed essenzialmente un movimento del cuore, un atteggiamento interiore permanente, un sentire Dio e un sentirsi in Dio in ogni momento”. Di essa c’è assoluto bisogno nel cammino della propria santificazione. I ministri di Cristo, sono – potremmo dire – per definizione uomini di preghiera, uomini che conoscono e amano Dio. Il popolo di Dio ne è consapevole e questo anzitutto si attende da loro. La gente di fede, infatti, ama vedere i propri sacerdoti e i propri diaconi in preghiera, assorti nel dialogo silenzioso con Dio; si sente rassicurata e consolata dalla loro assidua orazione. La Parola di Dio, dal canto suo, esorta tutti, e in particolare i ministri, a imparare l’arte della preghiera incessante (1Ts5,16-18), capace di trasformare l’intera vita quotidiana in un culto spirituale reso a Dio (cfr. Rm 12,1-2). Ma la preghiera normalmente diviene incessante solo dopo molto tempo e grazie alla fedeltà riservata ai momenti di preghiera che scandiscono la vita.

Sarà dunque essenziale – cari presbiteri e diaconi – che questi momenti di preghiera non manchino mai nella vostra vita quotidiana e che non siano frettolosi. Non siate avari nel dare tempo al dialogo con Dio. Siate generosi. E poi siate perseveranti, risoluti nel difendere i tempi della preghiera personale. Abbiate l’umiltà di riconoscervi bisognosi di una regola e di una disciplina. Decidete bene dove e quando collocare i momenti della vostra preghiera all’interno della giornata, della settimana, del mese e dell’anno. Valorizzate quanto proposto dalla Formazione del Clero – penso in particolare ai ritiri mensili – ma sentitevi liberi di riservare anche tempi da voi personalmente scelti. Non siate rigidi nel definire le modalità della vostra preghiera – la vita spesso ci costringe a cambiare i programmi – ma siate rigorosi.

Vi raccomando in particolare la Liturgia delle Ore, che non è semplice preghiera personale, ma preghiera delle comunità cristiane e della Chiesa intera. A questa preghiera tutti noi ministri ordinati ci siamo impegnati con giuramento, proprio perché necessaria alla Chiesa. Non lasciate la nostra Chiesa priva di una preghiera così preziosa.

Tenere in alta considerazione la preghiera di intercessione per il nostro popolo: onorate le richieste di preghiera che le persone vi affidano e non trascurate di affidare al Signore le persone della vostre comunità. A questa preghiera di intercessione aggiungete quella per tutte le vocazioni, in particolari per le vocazioni al ministero apostolico e alla vita consacrata.

Insegnare a pregare. Vi chiedo, infine, di fare ogni sforzo per educare alla preghiera i nostri ragazzi e i nostri giovani. Dobbiamo sentire come particolarmente urgente il compito di introdurre le nuove generazioni nell’esperienza consolante della preghiera. È essenziale riuscire a farla loro gustare. Non la sentano come un obbligo, non la confondano con la semplice ripetizione di formule imparate a mente. Le preghiere tradizionali sono un patrimonio prezioso, ma rischiano di rimanere fredde. Tutto dipende dal modo in cui vengono recitate. Il segreto della preghiera sta infatti nello slancio del cuore, nell’amore sincero per Dio, nell’intimità spirituale con lui, nella gioia di rivolgersi a lui e di sentirsi suoi. Sappiamo poi bene che la via dell’educazione alla preghiera è la preghiera stessa, che cioè si impara a pregare pregando e pregando bene. Non c’è altra strada. Abbiate dunque a cuore i momenti della preghiera con i ragazzi e i giovani, preparateli con grande cura e viveteli con intensità.

Ambasciatori della misericordia. Questo è quanto mi premeva comunicarvi nel momento di grazia che stiamo vivendo. I santi oli che in questa celebrazione vengono benedetti ci ricordano anche la nostra ordinazione sacramentale. Anche noi, con il Signore Gesù e nel Signore Gesù per la potenza dello Spirito santo, siamo stati consacrati con l’unzione, siamo stati mandati a portare il lieto annuncio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, a promulgare l’anno di grazia del Signore. Siamo divenuti per grazia ambasciatori della sua misericordia. Non abbiamo alcun merito da vantare. Noi per primi siamo da annoverare tra i poveri che attendono da Dio il lieto annuncio e i prigionieri che anelano alla liberazione; i cuori spezzati le cui piaghe il Signore è venuto a sanare sono anzitutto i nostri; per noi prima di tutti gli altri il Cristo risorto viene a proclamare l’anno di grazia del Signore, poiché nulla saremmo senza la sua misericordia. Prima di essere stati da lui scelti e inviati, siamo stati da lui amati e salvati. Mai potremo ricambiare una simile meravigliosa condiscendenza.

Con questa celebrazione entriamo ormai nel santo triduo pasquale. Al Signore della gloria, crocifisso per noi e per noi risorto, rivolgeremo il nostro sguardo ammirato e riconoscente. Chiediamo a lui che il nostro ministero sia riflesso della sua luce, sia testimonianza della sua grazia, sia segno della sua vittoria. Nulla possiamo senza di lui e tutto possiamo grazie a lui. A lui la lode e la gloria nei secoli.  Amen.

Chiesa che cammina insieme

Nell’omelia della Messa crismale il vescovo Pierantonio si sofferma su come vivere concretamente la sinodalità. “Una Chiesa sinodale – come dice papa Francesco – è una Chiesa dell’ascolto, nella consapevolezza che ascoltare è più che sentire”. Spiega come valorizzare gli organismi di sinodalità, in particolare il Consiglio Episcopale, il Consiglio presbiterale e il Consiglio pastorale diocesano.

Un saluto cordiale a tutti i confratelli vescovi. Un saluto particolare al vescovo Luciano, la cui presenza ci rallegra e ci onora. Un pensiero grato e affettuoso ai vescovi Giulio e Bruno. E un saluto a voi, carissimi presbiteri e diaconi di questa amata Chiesa di Brescia.

Ci riuniamo oggi per la celebrazione della Messa del Crisma ed è per me è la prima volta in cui vivo con voi questo momento singolare di comunione nella fede e nel ministero. E sono felice di ricordare, insieme a tutti voi, gli anniversari di vita sacerdotale di alcuni fratelli presbiteri, a cui va il mio sincero e affettuoso augurio.

I testi delle sacre Scritture che questa solenne liturgia ci ha fatto ascoltare parlano di una consacrazione che è insieme missione. Il libro del profeta Isaia ci presenta un servo del Signore che è consacrato con l’unzione ed è inviato ad annunciare la lieta notizia ai poveri. Non dunque un uomo del sacro separato dal mondo, ma un profeta e un ambasciatore, potremmo dire un apostolo, che condivide la vita dei suoi fratelli e ricorda loro le promesse di Dio. La consacrazione di Gesù conferma questa visione di consacrazione inseparabile da un ministero. Nella sinagoga di Nazareth Gesù ripete le parole di Isaia e le porta a compimento.

Se il termine “consacrazione” richiama a noi immediatamente la figura del sacerdote, dovremo ricordare che il sacerdozio di Cristo – come ben ci insegna la Lettera agli Ebrei – non corrisponde al modello di Aronne, ma a quello di Melchisedech e trova nella passione e resurrezione del Signore la sua piena attuazione. È un sacerdozio che si esercita nella vita intera e assume la forma dell’offerta libera e generosa di se stessi, momento per momento, in obbedienza al volere di Dio e per la salvezza del mondo. Il Battesimo cristiano introduce in questo inedito sacerdozio di Cristo e fa di tutti i battezzati “un regno di sacerdoti”, servitori di Dio santi e immacolati (cfr. LG 40). Il nostro ministero, di vescovi, di presbiteri e di diaconi, è a totale servizio del popolo santo di Dio e del suo sacerdozio. Così e solo così andrà inteso. Quanto all’essenza di questo sacerdozio comune a tutti i battezzati, al suo frutto e alla sua esperienza, essa va ricercata nella misericordia di Dio: siamo tutti poveri a cui è stato annunciato – come dice sempre Isaia – l’anno di grazia del Signore.

Di questo cammino di santificazione ecclesiale, che tutti siamo chiamati a compiere per il bene del mondo, vorrei oggi mettere in evidenza un aspetto che mi sta molto a cuore, cioè la sinodalità. Mi preme, in particolare, che il mio servizio episcopale alla Chiesa di Brescia assuma da subito questa precisa modalità, che ritengo essenziale.

Faccio mia un’affermazione di papa Francesco in un suo recente discorso. Egli dice: “Il cammino della sinodalità è il cammino che Dio si aspetta dalla Chiesa del terzo millennio”. Si tratta di una dichiarazione molto chiara e molto forte, che ci affida un compito inderogabile e assolutamente prioritario. “Dio si aspetta questo per il terzo millennio!” – ci dice il sommo pontefice. La motivazione viene poi così formulata: “Il mondo in cui viviamo e che siamo chiamati ad amare e a servire, anche nelle sue contraddizioni, esige dalla Chiesa il potenziamento delle sinergie in tutti i suoi ambiti della sua missione”. La sinodalità è quindi espressione di una Chiesa in missione, apostolica, estroversa, protesa con amore al bene dell’umanità, desiderosa di portare a tutti la forza generativa del Vangelo.

Ma cosa dobbiamo intendere per sinodalità? E come immaginarla in atto nella Chiesa? La sinodalità – potremmo dire – è il camminare insieme di tutto il popolo di Dio, un camminare che avviene dentro la storia degli uomini, in comunione con il Cristo vivente e in ascolto dello Spirito santo.

Nella sua etimologia, la parola sinodalità richiama immediatamente l’idea di un popolo e di un cammino comune. La Chiesa di Cristo può essere certo definita “popolo” – lo fa la stessa sacra Scrittura – ma a condizione che si dia a questo termine il senso derivante dalla sua origine. La Chiesa sorge infatti dalla rivelazione di Dio dentro la storia umana e in particolare dalla Pasqua del Signore. La Chiesa – come si legge nella prima lettera di san Pietro apostolo – è “la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere ammirevoli di lui che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua luce meravigliosa” (1Pt 2,9). La Costituzione dogmatica Lumen Gentium la definisce “segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano (cfr. LG 1) e aggiunge: “Questo popolo messianico ha per capo Cristo, ha per condizione la dignità e la libertà dei figli di Dio, ha per legge il nuovo precetto dell’amore e ha per fine il Regno di Dio… Pur non comprendendo di fatto tutti gli uomini e apparendo talora come piccolo gregge, costituisce per tutta l’umanità un germe validissimo di unità, di speranza e di salvezza” (cfr. LG 9).

La sinodalità si comprende solo a partire da questa singolare modalità della Chiesa di essere popolo, dalla sua identità insieme storica e mistica (cfr. LG 8), dalla sua meravigliosa natura, che non trova analogia in ciò che l’umanità ha conosciuto prima dell’apparire tra noi del Cristo salvatore. La stessa concezione di popolo, dunque, acquista una valenza del tutto nuova, perché la Chiesa è anche il Corpo mistico di Cristo (cfr. LG 7), è il campo di Dio, è l’edificio santo composto di pietre vive, è la vigna del Signore, è il tempio dello Spirito santo, è la sposa dell’agnello che attende le nozze finali (cfr. LG 6).

Questo popolo, che è la comunità dei redenti in Cristo, cammina nel tempo, abita la terra, è parte integrante delle generazioni umane che si alternano lungo la storia. È lievito e sale per il mondo perché custode e annunciatore del Vangelo. La sua è una missione che si attua in risposta ai desideri immutabili dell’animo umano ma anche alle mutazioni proprie delle singole epoche storiche. Questa missione si precisa nel confronto con le differenti culture, con i diversi modi di pensare, con le esigenze e le sfide derivanti dalle concrete condizioni di vita. Nel suo camminare dentro la storia e nel suo dialogo con l’umanità, la Chiesa non è abbandonata a se stessa: la sostiene e la accompagna la presenza misteriosa del Risorto (cfr. Mt 28,16-20) e l’azione illuminante dello Spirito santo. Quest’ultimo – ci dice la Scrittura – assume per i discepoli del Signore il ruolo di Paraclito, cioè di avvocato difensore e insieme di maestro interiore. La sua presenza è quella dell’ospite dolce dell’anima, del padre dei poveri, del consolatore perfetto, fonte di sapienza e amore.

Giungiamo qui a un punto cruciale, perché allo Spirito si deve la capacità, da parte della Chiesa, di comprendere ciò che è giusto, ciò che è bene per il momento che si sta vivendo, ciò che corrisponde alla volontà di Dio per la salvezza del mondo. È ciò che chiamiamo discernimento, cioè riconoscimento umile e grato del volere di Dio qui e ora, in forza della fede e nella forma della carità.

La Chiesa è chiamata a compiere costantemente quest’opera di discernimento proprio attraverso l’esercizio della sinodalità, cioè grazie all’apporto di tutti coloro che con il Battesimo sono diventati fratelli del Signore. L’intero popolo di Dio ha infatti ricevuto nel Battesimo lo Spirito santo e con questo il carisma della profezia, grazie al quale è dato a ciascuno di conoscere la volontà di Dio e di svelarla a beneficio della Chiesa.

Chi cammina sa dove sta andando, sa cioè in chi direzione muoversi. Chi poi cammina insieme, sa anche come procedere per non sciupare energie, sa come fare per rimanere uniti e sostenersi a vicenda. È ciò che fa il popolo di Dio in forza della sinodalità. Fuor di metafora, dunque, sinodalità è quel pensare, decidere e agire insieme che si compie nella Chiesa secondo il cuore di Cristo e che deriva dalla comune esperienza dello Spirito. Secondo il principio sinodale, tutti i battezzati hanno un contributo da offrire al discernimento e alle decisioni, poiché ognuno è portatore di una grazia dello Spirito unica e irripetibile. Cipriano di Cartagine diceva ai suoi presbiteri: «Sin dall’inizio del mio episcopato mi sono proposto di non decidere nulla secondo la mia opinione personale, senza il vostro consiglio e senza la voce del mio popolo».

Ma come si vie allora concretamente la sinodalità? In che modo la si esercita di fatto?  “Una Chiesa sinodale – dice papa Francesco – è una Chiesa dell’ascolto, nella consapevolezza che ascoltare è più che sentire. È un ascolto reciproco in cui ciascuno ha qualcosa da imparare… L’uno in ascolto degli altri e tutti in ascolto dello Spirito Santo”. Come ricorda il veggente dell’Apocalisse alle sette Chiese dell’Asia: “Chi ha orecchi ascolti ciò che lo Spirito dice alle chiese” (cfr. Ap 2,7. 11, 17, ecc.).

Se la Chiesa fosse un luogo di relazioni di potere, esercitato da chi sta in alto su chi sta in basso, non ci sarebbe nessuna differenza rispetto alle organizzazioni umane e ai sistemi politici, i quali per altro sono essi stessi chiamati a guardarsi da una simile logica.

Il comando di Gesù ai suoi discepoli è stato invece quello di non seguire questo stile, bensì di costituire delle comunità diverse, dove si segue un’altra legge (cfr. Lc 22,24-27). “All’interno della Chiesa – dice ancora papa Francesco – nessuno può essere elevato al di sopra degli altri. Al contrario è necessario che qualcuno si abbassi per mettersi al servizio dei fratelli lungo il cammino. Gesù ha costituito la Chiesa ponendo al suo vertice il Collegio apostolico, nel quale l’apostolo Pietro è la “roccia” (cfr Mt 16,18), colui che deve confermare i fratelli nella fede (cfr Lc 22,32). Ma in questa Chiesa, come in una piramide capovolta, il vertice si trova al di sotto della base. Per questo coloro che esercitano l’autorità si chiamano “ministri”: perché, secondo il significato originario della parola, sono i più piccoli tra tutti. È servendo il popolo di Dio che ciascun vescovo diviene, per la porzione del gregge a lui affidata, vicarius Christi, vicario di quel Gesù che nell’ultima cena si è chinato a lavare i piedi degli apostoli (cfr Gv13,1-15)”.

L’immagine della piramide rovesciata è davvero suggestiva. In alto non c’è il vertice ma c’è la base, c’è l’intero popolo di Dio e non la gerarchia. Vi fossero il papa, i vescovi, i presbiteri e i diaconi, ci troveremmo davanti a uno schema molto simile a quello mondano. Certo, anche nella Chiesa non potrà mancare l’autorità, ma quelli che la esercitano stanno in basso non in alto. La piramide si forma perché rispetto al popolo di Dio i ministri costituiscono un gruppo limitato e tra loro si rapportano in modo da rendere possibile una sintesi sempre più unitaria, che sia fedele al mandato apostolico del Signore. È per questa stessa ragione che la piramide ha un vertice e che questo vertice è costituito dal servus servorum Dei, ciò il sommo pontefice. Tutto è però a servizio del sentire spirituale del popolo di Dio, del suo discernimento, del suo carisma profetico e sapienziale.

Se pensiamo al vescovo e al suo compito, dovremo dire – citando Evangelii Gaudium – che esso si realizza stando a volte davanti al popolo di Dio per indicare la strada e sostenere la speranza, ma anche stando in mezzo, per manifestare la sua vicinanza, o addirittura stando dietro, perché ci sono occasioni in cui è opportuno lasciarsi guidare dal fiuto infallibile del gregge che sa indicare nuove strade (cfr. EG 31). Qui il ruolo del pastore si qualifica come vero e proprio ministero della sintesi e non come azione di comando. Il vescovo non è un monarca e un solitario. E i presbiteri non sono i suoi subalterni e neppure semplicemente i suoi rappresentanti o delegati. Al contrario, come dice il Concilio Vaticano II essi sono “necessari collaboratori”. Il vescovo non potrà mai farne a meno se vorrà vivere in verità il suo ministero. Egli dovrà sempre decidere con loro e grazie a loro. I presbiteri, a loro volta, dovranno essere espressione e voce dell’intero popolo di Dio, quel popolo che il vescovo dovrà comunque ascoltare anche in altri modi, consentendo a ciascuno di far giungere la voce profetica dello Spirito che parla attraverso ogni battezzato. Il discernimento è infatti di tutto il popolo di Dio e i ministri, presbiterio e vescovo, sono chiamati a condurlo a compimento, dandogli unità e portandolo a sintesi. Il vescovo porrà il sigillo a questo discernimento autenticamente ecclesiale, facendosi garante della forma apostolica delle scelte compiute, cioè della loro piena sintonia con il deposito della fede.

Neppure i presbiteri, tuttavia, dovranno mai considerarsi totalmente autonomi nelle loro decisioni. Anche il loro, infatti, è un ministero di comunione e di sintesi in ordine a un discernimento che è e resta del popolo di Dio. Anch’essi sono chiamati anzitutto a dare la parola ai battezzati che come loro hanno ricevuto lo Spirito santo e che fanno parte della loro comunità cristiana. Quel popolo che sta sopra di loro, di cui essi fanno parte e che sono chiamati a servire, domanda di essere onorato ed educato, nella riscoperta della sua identità e della sua missione. Propriamente è il popolo di Dio che decide, aiutato dai suoi presbiteri, il cui compito è quello di essere pastori, non comandanti o condottieri. Non si potrà immaginare una comunità cristiana nella quale il presbitero decide in piena solitudine, facendo appello unicamente al suo sentire e al suo pensare.

E non si tratta di applicare modelli desunti dal contesto sociale e politico della convivenza civile. La Chiesa non è né monarchia, né democrazia e neppure aristocrazia. È appunto Chiesa, famiglia di Dio e comunione dei santi. La Chiesa è una, santa, cattolica ed apostolica. In quanto apostolica essa è ministeriale e proprio come tale è sinodale: il discernimento del popolo di Dio non si dà senza i ministri ordinati ma questi vanno intesi appunto come servitori e non come dirigenti. Fratelli tra fratelli, discepoli del Signore, essi esistono per consentire al popolo di Dio di essere veramente essere se stesso.

Ci attende una conversione spirituale profonda e necessaria, perché un simile modo di intendere la Chiesa e il nostro di ruolo di ministri al suo interno non va da sé. Dovremo chiedere allo Spirito grande docilità alla sua rivelazione e al suo insegnamento, dovremo crescere nella fede e nella carità.

Nel tentativo umile ma deciso di dare attuazione questa sinodalità nella nostra diocesi, ho inteso valorizzare il più possibile gli organismi di sinodalità già previsti dal Codice di Diritto Canonico e già presenti nella Chiesa. Mi riferisco in particolare al Consiglio Episcopale, al Consiglio presbiterale e al Consiglio pastorale Diocesano. Mi preme che ognuno di questi organismi possa svolgere la sua funzione nel modo migliore e secondo le sue finalità.

Intenderei conferire particolare rilevanza al Consiglio Episcopale diocesano, consapevole della sua funzione di supporto diretto al vescovo nella fase delle decisioni ultime, da intendere sempre come sintesi del discernimento comune precedentemente compiuto. Ho ritenuto opportuno istituire all’interno del Consiglio episcopale alcune specifiche figure di Vicari episcopali che consentissero al Consiglio stesso di svolgere in modo sempre più adeguato il suo compito, così come lo immagina anche la mia sensibilità e il mio modo di operare. Si tratta in particolare, oltre al Vicario Generale e al Vicario per la vita consacrata, del Vicario per il clero, del Vicario per la pastorale e i laici, del Vicario per l’amministrazione. Ho voluto inserire nel Consiglio Episcopale anche quattro Vicari territoriali, cui intendo affidare, insieme con me e con il Vicario generale, la responsabilità di guida della vita della Chiesa in quattro grandi aree, per guardare la nostra diocesi nel suo insieme rispettandone però le interne diversità. Sento il bisogno di avere contatti costanti con l’intero nostro popolo di Dio disteso su un ampio territorio: considero indispensabili collaboratori che mi aiutino a fare questo.

Desidererei inoltre vivere con i due Consigli presbiterale e Pastorale un’esperienza fruttuosa di vero discernimento pastorale: non riuscire ad immaginare un cammino di Chiesa senza il confronto costante che matura all’interno di questi organismi. Mentre ringrazio tutti coloro che ne fanno parte, chiedo loro di contribuire con franchezza e generosità a renderli sempre più arricchenti ed efficaci. Siano davvero luoghi di ascolto dello Spirito e di comunione fraterna.

Raccomando infine a tutti i presbiteri di aprire la mente e il cuore al valore della sinodalità nella Chiesa. A tutti chiedo di interrogarsi sul modo in cui ognuno sta vivendo la sinodalità dentro la comunità di cui è pastore. Invito tutti a rilanciare con decisione e creatività gli organismi locali della sinodalità, cioè i Consigli pastorali parrocchiali, i Consigli delle Unità pastorali e delle zone.

Il cammino che sin qui compito è grazia del Signore. A noi il compito di proseguirlo mantenendoci in ascolto dello Spirito. Il mondo ha bisogno oggi più che mai della testimonianza della Chiesa di Cristo, del Vangelo proclamato e vissuto. Portare ai cuori degli uomini e delle donne di oggi la Parola che salva e consola è la missione che il Cristo ci affida. Camminare davvero insieme come popolo di Dio è il modo in cui mostrare al mondo i frutti della grazia. Ci conceda il Signore di farlo, con gioia ed umiltà.

Dio solo basta

Omelia del vescovo Luciano nella messa crismale del Giovedì Santo

Fratelli carissimi, un abbraccio a ciascuno di voi, con affetto, come sempre; quest’anno, però, con una punta in più di commozione. Per quanto è dato prevedere, infatti, questa è l’ultima celebrazione del Giovedì santo che presiedo con voi come vescovo di Brescia. Nella preghiera di ordinazione dei presbiteri il vescovo chiede a Dio il dono dello Spirito Santo perché i candidati possano svolgere il loro ministero con efficacia e aggiunge: qui quanto fragiliores sumus, tanto his plurimum indigemus, quanto più io sono fragile, tanto più ho bisogno del loro aiuto. Sono agli ultimi mesi del mio ministero di vescovo e sento il desiderio grande ringraziare il Signore per voi, per il dono che siete stati, per la vostra collaborazione e il vostro sostegno in questi anni. Senza la vicinanza e l’affetto dei preti è impossibile per un vescovo vivere con gioia il ministero e la gioia è un requisito indispensabile perché il ministero sia fruttuoso. Posso dire di aver vissuto il ministero a Brescia nella gioia ed è grazie a voi, grazie a tanti preti che non si sono fermati a soppesare le mie insufficienze, purtroppo reali, ma mi sono stati vicini con l’affetto e con la preghiera, con la pazienza e l’obbedienza. Il futuro che abbiamo davanti non si presenta semplice. Il vissuto contemporaneo è sempre più secolare e la dimensione religiosa fatica a diventare quello che vuole essere: l’orizzonte di fondo che motiva e unifica i diversi elementi della vita. La ragione strumentale sembra assorbire tutti gli ambiti dell’esperienza, con effetti paradossali. Possiamo interrogarci su tutto, ma non dobbiamo chiederci mai quale sia il senso della vita o addirittura se la vita abbia un senso; dobbiamo dubitare di tutto, ma non possiamo dubitare del pensiero ‘progressista’; qualunque comportamento sessuale è accettabile, ma non la scelta della verginità e del celibato. Siamo di fatto in una cultura dove domina il politically correct e dove il conformismo s’impone come dovere sociale. Non c’è da sorprendersi più di tanto né da rimpiangere altri tempi che non sono certo stati migliori. C’è solo da prendere atto che siamo di fronte a una scelta che si porrà sempre più inevitabile nel futuro: la scelta tra un cristianesimo che funziona come “religione civile” e un cristianesimo che funziona come “testimonianza alternativa.” Di una religione civile ci sarà bisogno anche in futuro; i momenti più intensi della vita hanno bisogno di riti per non cadere nella banalizzazione: la nascita, il matrimonio, la malattia, la morte sono eventi troppo coinvolgenti per accontentarsi di registrazioni anonime presso un ufficio; anche chi si toglie deliberatamente la vita chiede un rito che testimoni la presenza in lui di qualcosa che trascende il puro evento. Il problema è che una religione civile non ha bisogno di scelte e di rinunce così impegnative come, ad esempio, il celibato. Il celibato è motivato solo se c’è un Dio che irrompe realmente nella vita degli uomini sconvolgendola; ma non è certo sostenibile in una pura ottica di servizio religioso alla società. Così noi oggi soffriamo una evidente tensione. Da una parte la società tende a secolarizzarci, a farci diventare operatori sociali al servizio del funzionamento della società stessa; dall’altra il vangelo e la tradizione cristiana ci chiedono una scelta radicale, senza compromessi: “Se qualcuno vuole venire dietro di me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua… Se qualcuno non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo… Chi vuol essere il primo sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti…”

Sappiamo che l’impegno di tutta la vita è essenziale nella scelta di un apostolo; mentre la tendenza contemporanea è quella di moltiplicare i desideri: l’auto potente, il vestito firmato, la bella presenza, il denaro, l’appartamento arredato con gusto, le ferie con franchigia… Non sto condannando tutte queste cose: non sono nemico del piacere e conosco le ambiguità che si annidano in una critica acida. Sto cercando di capire e non vorrei che il nostro stile di vita finisse per conformarsi a quello di un ‘single’, cioè di una persona che considera suo obiettivo supremo ritagliarsi uno spazio di vita gradevole, con piaceri ed emozioni che leniscano o facciano dimenticare la fatica di vivere. Rischierebbe di verificarsi un’inversione dei fini: rinunciamo a tutte le soddisfazioni mondane per svolgere il ministero; poi, poco alla volta, svolgiamo il ministero in modo da ricuperare qualche soddisfazione mondana. Sarebbe davvero la sconfitta. Che senso ha rinunciare a una donna e a dei figli e, nello stesso tempo, attaccarsi ai soldi o ai piaceri materiali? Il celibato è scelta di totalità; ha senso, è umanizzante se, come dice il vangelo, ci facciamo ‘eunuchi per il Regno’, se cioè Dio e il Regno di Dio occupano così ampiamente sentimenti, desideri e comportamenti da non lasciare tempo ed energie psichiche per la costruzione di un rapporto affettivo particolare, di un progetto di famiglia proprio; e, s’intende, da non lasciar spazio alla ricerca di un’affermazione personale o al possesso di una ricchezza superflua. Ma questo può accadere solo quando si è ‘innamorati’ di Dio; quando, come diceva Teresa di Gesù, Dio solo basta. Il futuro andrà certamente nella direzione di un ministero celibe di evangelizzazione, meno implicato nelle questioni di amministrazione delle comunità parrocchiali e dedicato invece allo studio, all’annuncio e alla testimonianza del vangelo. L’amministrazione sarà probabilmente appannaggio dei diaconi o di altre figure ministeriali. Ma guai se venisse meno il presbiterato celibe: vorrebbe dire che il Regno di Dio, cioè Dio stesso, non è così importante da giustificare il dono totale di una vita; che l’amore di Dio non è così arricchente da portare a pienezza un’esistenza umana. Nello stesso tempo, la vita dei preti celibi dovrà tendere alla vita comune e non solo per motivi pratici. Al vangelo non interessa solo la formazione di persone individualmente sante; interessa invece l’edificazione del Cristo totale, capo e corpo; interessa “che il nome di Dio sia santificato, che il suo Regno venga, che la sua volontà sia fatta”; interessa il cambiamento del mondo e della società degli uomini secondo una logica evangelica, cioè di solidarietà, di scambio generoso, di amore. Ora, ciò che cambia davvero il mondo sono le esperienze di comunione che hanno in sé la forza di mettere insieme persone diverse e di suscitare il desiderio di imitazione. Uno dei nostri limiti di preti è che tendiamo a essere un po’ ‘orsi’; siamo abituati a vivere da soli e non abbiamo la necessità di limare il carattere, di imparare l’affabilità, di controllare gli impulsi, di ascoltare e dare credito agli altri… tutte cose che sono inevitabili quando si vive insieme. Marito e moglie sono costretti tutti i santi giorni a misurarsi tra loro e questo li costringe, lo vogliano o no, a rinunciare ad alcuni desideri o possibilità, a diventare attenti alle necessità dell’altro, a misurare i propri programmi con le disponibilità degli altri. È una disciplina difficile quella del vivere insieme, che s’impara lentamente e che può essere sostenuta solo da un amore sincero. Ebbene, di questa scuola abbiamo un bisogno grande.

Una delle lagnanze che tornano più spesso nei nostri confronti e che finiscono davanti al vescovo riguarda il tratto brusco, aggressivo, sgarbato dei nostri comportamenti; le parole offensive che diciamo; il bisogno di tenere sotto controllo tutto e tutti; l’affermazione del nostro ‘potere’ di preti e il disinteresse nei confronti dei pareri degli altri. Quando lo si fa notare con tutta la delicatezza possibile, l’interessato cade dalle nuvole e nega di essere quello che appare agli occhi degli altri. E sono convinto che lo neghi sinceramente; lo nega perché non se ne accorge; non se ne accorge perché non è abituato a misurarsi con gli altri; perché nessuno lo ha mai confrontato e costretto a chiedere scusa. Ci portiamo dentro, come tanti, delle nevrosi piccole o grandi legate a esperienze del passato; e le nevrosi provocano comportamenti illogici, non equilibrati, che gli altri faticano a capire e accettare: siamo scostanti e ci illudiamo di essere solo giusti; esercitiamo una forma di dominio e ci sembra di fare solo il nostro dovere. Il che rende impossibile ogni vero cambiamento e conversione. La vita comune sarà, per i preti del futuro, una scuola preziosa che affianca la disciplina teologica e spirituale del seminario. Se ripercorro il corso della mia vita, debbo riconoscere che non mi sono mai state imposte delle ‘obbedienze’ difficili; forse per questo non ho grande voglia di comandare. Sono abbastanza orgoglioso da pensare che non ho bisogno dell’obbedienza degli altri per sentirmi bene con me stesso. Quando chiedo l’obbedienza, come nel caso dell’Iniziazione Cristiana, lo faccio per dovere, perché il presbiterio bresciano sia unito e non ci siano ‘battitori liberi’ che vanno per una propria strada creando impicci e difficoltà agli altri. Mi ha interessato, e m’interessa davvero molto, che i preti bresciani siano un cuore solo e un’anima sola, immagine di quella Chiesa che deve diventare a sua volta riflesso della comunione trinitaria. Per questo ho sofferto di coloro – per fortuna pochi! – che preferiscono fare dei cammini pastorali autonomi, giustificandosi col riferimento ad altri vescovi o ad altre forme di pastorale. Il futuro chiederà di andare in questa direzione: una percezione sempre più intensa dell’unità del presbiterio che insieme, in solido, ha la responsabilità della pastorale diocesana, con una flessibilità molto maggiore di quella attuale, con forme di sinodalità sempre più ampie e quindi con il coinvolgimento di tutti nelle riflessioni, nel discernimento, nelle decisioni. Ho toccato in questa omelia quelli che la tradizione chiamava i consigli evangelici nella forma presbiterale: il celibato per il Regno di Dio, la sobrietà nello stile di vita, l’obbedienza come forma di comunione presbiterale. Queste scelte mi sono state consegnate già nel cammino del seminario ed erano chiare fin dall’inizio ma debbo riconoscere, con vergogna, che sono ancora ben lontano dall’averle assimilate del tutto. Spero, se il Signore mi darà qualche tempo ancora, di potere dedicarmi alla preghiera per voi e per me, al ministero della riconciliazione, alla predicazione del vangelo – senza altri compiti. Aiutatemi ancora con la vostra preghiera e con il vostro affetto; ho bisogno dell’uno e dell’altro.

Nei mesi scorsi ho ricevuto due appelli che desidero trasmettervi, dal Mozambico e dall’Albania. In Mozambico, come sapete, opera don Piero Marchetti Brevi, in Albania don Gianfranco Cadenelli; entrambi sono soli; in entrambi i paesi le necessità pastorali sono enormi. Desidero con tutto il cuore rinnovare l’appello missionario per queste comunità. È vero che siamo a corto di preti anche a Brescia; che il numero dei nostri preti sta calando.

Ma è anche vero che continuiamo ad avare una media di preti molto più alta che nel resto del mondo. E sono convinto, come ho detto altre volte, che un prete ‘fidei donum’ non è un prete perso per la pastorale diocesana: è un prete donato alla Chiesa universale e questi doni sono sempre fecondi. Non c’è bisogno che tiri io stesso le conseguenze. Se qualcuno è disponibile a partire, lo dica; da parte mia, sarò solo contento di poter mandare preti in missione. Credo faccia parte di questa dinamica anche i preti che la nostra diocesi dona per altre diocesi come vescovi: don Ovidio Vezzoli, che è donato a Fidenza, don GianMarco Busca a Mantova, don Carlo Bresciani a San Benedetto del Tronto.

S.E. Luciano Monari

Via: La Voce del Popolo

Omelia della Messa crismale del vescovo di Brescia mons. Luciano Monari

Omelia della Messa Crismale del Vescovo di Brescia Luciano Monari

Chiesa Cattedrale 01.04.2010

Ho sempre avuto qualche problema a capire la descrizione dell’apostolo che Paolo fa nella sua seconda lettera ai Corinzi quando scrive: “nella gloria e nel disonore, nella cattiva e nella buona fama, come impostori eppure siamo veritieri, come sconosciuti eppure siamo notissimi, come moribondi e invece viviamo; come puniti ma non uccisi; come afflitti ma sempre lieti; come poveri ma capaci di arricchire molti; come gente che non ha nulla e invece possediamo tutto.” Come ho detto, non avevo mai capito bene queste parole; mi sembravano efficaci dal punto di vista retorico, ma proprio per questo vaghe e un tantino eccessive. Le vicende degli ultimi mesi mi fanno vedere le cose in modo diverso. Oggi ci viene chiesto proprio quello che Paolo dice: di essere fedeli al nostro ministero in ogni momento, quando godiamo dei riconoscimenti della gente e anche quando veniamo disprezzati o dimenticati. Gesù Cristo, che noi predichiamo, è sorgente di una speranza senza la quale il mondo sarebbe più povero e più triste. Siamo povera gente, perciò, ma il nostro ministero arricchisce molti; siamo giudicati e condannati, eppure continuiamo a servire con gioia, e no-profit; sembriamo impostori e invece siamo testimoni della verità suprema, l’amore di Dio per l’uomo. Per questo rinnoviamo ogni giorno la fiducia anche in una stagione per noi difficile come quella che stiamo vivendo.

La lettera addolorata che il Papa ha scritto ai fedeli d’Irlanda ci obbliga a riflettere seriamente. Se Paolo, all’inizio della descrizione che ho ricordato, scriveva: “non diamo motivo di scandalo a nessuno, perché non venga criticato il nostro ministero”, noi siamo costretti, con vergogna, a tacere questa frase e a piangere sul danno fatto alla Chiesa. Se il disonore ricadesse solo su noi stessi, sarebbe pur sempre sopportabile; ma portare la responsabilità di persone che si allontanano dalla fede e dal vangelo ci pesa terribilmente. Con umiltà e vergogna ci presentiamo oggi davanti al Signore. Stiamo davanti all’altare a motivo del ministero che esercitiamo, ma nello spirito ci collochiamo in fondo al tempio, dove stava il pubblicano della parabola battendosi il petto e dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore.”

La nostra unica, grande fiducia sta qui, nella figura del pubblicano, nella sua coscienza di peccato, nella sua possibilità di confessare il peccato davanti a Dio. Naturalmente, non confondiamo la responsabilità che è sempre personale con il peso del peccato che è sociale e che dobbiamo portare insieme per la solidarietà che ci lega. Le generalizzazioni sono sempre ingiuste e ingenerose e spesso nascono da motivazioni impure. Tuttavia non vogliamo nasconderci; sappiamo che non serve giustificarci o esibire i nostri certificati di credito, anche reali. Serve piuttosto assumere consapevolmente l’amarezza del momento che stiamo vivendo per trovare la forza di una conversione sincera e profonda. Tutti noi siamo chiamati a convertirci; tutti noi dobbiamo piangere e cercare di sanare la frattura che separa la nostra vita dalla missione che abbiamo ricevuto. Chi di noi può dire con sincerità: “Siate miei imitatori così come io lo sono di Cristo?” Eppure fino a che non potremo parlare così – o perlomeno fino a che non avremo il diritto di parlare anche così – non saremo buoni preti. L’ordinazione è sufficiente a garantire l’ex opere operato, ma non garantisce la qualità del nostro ministero. Siamo sacramento di Cristo; solo se riusciamo a manifestare il rispetto e l’amore di Cristo per ogni uomo e in particolare per i bambini, i poveri, i malati, gli anziani saremo davvero preti.

Si parla molto, in queste settimane, di cambiare le regole, di abolire l’obbligo del celibato per coloro che, nella chiesa latina, chiedono l’ordine del presbiterato. Naturalmente il celibato è legge ecclesiastica – non c’è bisogno di dirlo. Ma il fatto che sia legge ecclesiastica non significa che sia cosa da poco, se è vera la promessa che “ciò che legherete sulla terra sarà legato anche in Cielo.” E sant’Ignazio ci ha insegnato che non è cosa saggia cambiare le proprie scelte quando ci si trova in mezzo a tensioni e turbamenti. La tempesta mediatica che si è scatenata ci impedisce di ponderare le cose con serenità e chiarezza e vale la pena attendere tempi più tranquilli per riflettere e capire e decidere. Piuttosto siamo richiamati, da subito, a riflettere sul senso del nostro celibato e a verificare il modo in cui lo viviamo. Il celibato, ci ricorda ripetutamente il Papa, è il segno che il servizio al Regno di Dio è per noi non semplicemente una professione, ma una scelta totalizzante, attorno alla quale si organizza tutta la vita; Gesù Cristo, il Vivente, “colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue”, si è insediato così profondamente nella nostra coscienza, ha riempito e plasmato così profondamente i nostri pensieri e desideri che non rimangono le energie psichiche necessarie per costruire altri legami totalizzanti e definitivi come è quello che lega l’uomo e la donna nel matrimonio. Ci capita, a volte, di cantare come un ritornello le parole di santa Teresa di Gesù: “Nada te turbe, nada te espante. Quièn a Dios tiene, nada le falta… solo Dios basta.” Nulla ti turbi, nulla ti spaventi; chi possiede Dio non manca di nulla… Dio solo basta. Il celibato è esattamente segno di questo: che Dio non è un’idea astratta, ma una presenza concreta, capace di colmare il desiderio dell’uomo e di portare a pienezza la sua esistenza.

Penso sia per questo che anche persone non direttamente interessate si fanno paladine dell’abolizione del celibato: perché non riescono a capire che la relazione con Dio sia realmente operante a livello dell’immaginazione, del desiderio, delle decisioni concrete; non riescono a comprendere che il cantico dei Cantici – inno stupendo all’amore umano – possa essere nello stesso tempo inno all’amore tra Dio e l’umanità, tra Dio e un’anima credente innamorata di Lui. Sospettano che in noi debba esserci qualche ipocrisia per la quale nascondiamo il nostro vero vissuto. In realtà, pensano così perché non conoscono né Dio né noi.

Ma naturalmente il valore testimoniale del celibato dipende dal modo concreto in cui lo viviamo. Perché se si vive il celibato surrogando la mancanza di una moglie e di una famiglia propria con diversi tipi di dipendenze, il risultato è quello di una vita dimezzata e il celibato appare una forma di castrazione. Quando parlo di ‘dipendenze’ mi riferisco a comportamenti diversi che vanno da quelli più semplici e innocenti – piccole manie o attaccamenti – fino a una vera e propria ‘doppia vita’ che lacera la persona e rende la sua esistenza un inferno per lei e per gli altri. Ciascuno di noi può riconoscere dentro di sé queste dipendenze se solo siamo sinceri con noi stessi e non operiamo razionalizzazioni indebite. Si tratta spesso, come dicevo, di piccole manie che creano qualche disagio – come atteggiamenti rigidi di fronte a cose secondarie o spese eccessive per cose inutili o incapacità di spegnere la televisione o bisogno di navigare curiosamente su internet o bisogno incoercibile di apparire o di avere riconoscimenti. A volte non sono nemmeno peccati in senso stretto. Eppure sono comportamenti che tradiscono, in misura più o meno grande, la debolezza del nostro celibato e lo rendono inefficace quando non controproducente. Se siamo irritati e irritabili, se diventiamo scostanti con le persone, se ci imponiamo puntigliosamente per cose banali, se la gente ci deve prendere con le pinze per timore di essere aggredita, l’incontro con noi celibi non può che essere deludente. E allora, a che cosa serve un celibato che non manifesti la tenerezza di Dio, la sua accoglienza, la premura per ogni persona umana? Non è una contraddizione in termini? Un celibato non addolcito dall’abbandono in Dio produce facilmente una gramigna spirituale fatta di insoddisfazione, malumore, accidia. Se Paolo si faceva tutto a tutti per guadagnare ad ogni costo qualcuno, non possiamo rimanere tranquilli quando, con le nostre manie, poniamo ostacoli alla fede delle persone.

Il rischio davvero mortale è di avviarsi verso una doppia vita che compie esternamente le azioni del ministero ma che, non motivata da un sincero amore per Dio, cerca compensazioni varie che si organizzano in una specie di vita alternativa con tempi e riti propri; è una specie di schizofrenia spirituale che lacera l’intimo della persona. Quando non so bene chi io sia e che cosa io voglia diventare, qualunque scelta diventa possibile perché la compio non responsabilmente ma in una specie di sonno della coscienza dove una cosa equivale al suo contrario. L’effetto è che le opere del ministero non attirano più, non piacciono più; che non si sa essere creativi, attivi, contenti, ma solo, al massimo, esecutori infastiditi. C’è una legge ferrea nell’esistenza umana, ed è che tutti i nostri comportamenti contribuiscono a dare forma alla nostra persona: o ci fanno crescere verso una maturità più piena, o ci trascinano verso un degrado progressivo. Il celibato è una forma di vita consacrata a Dio; quando lasciamo che accanto a Dio fioriscano altri bisogni contraddittori, che questi bisogni diventino dipendenze, che le dipendenze si saldino tra loro fino a tessere uno stile di vita, che lo stile di vita determini l’organizzazione del tempo e i programmi, allora l’esito è inevitabile: l’incoerenza distrugge il nostro stesso io nel momento in cui distrugge il gusto del ministero.

Noi proponiamo ai ragazzi una regola di vita. Se vogliono maturare, debbono chiedersi quale direzione vogliono dare alla loro vita; debbono verificare quali scelte li aiutano ad andare in questa direzione e quali scelte li ostacolano; debbono operare coerentemente coi loro giudizi. È così anche per noi. Abbiamo tutti gli strumenti per fare della nostra vita qualcosa di bello e di utile: basta una preghiera fatta con intelligenza e con cuore per evitare derive; basta un atteggiamento di ascolto sincero della parola di Dio per non essere ingannati dalle sirene del mondo; basta tenere un contatto regolare col sacramento della penitenza per non indurire cuore e cervice; basta avere un direttore spirituale serio al quale dire tutto dei nostri moti del cuore per non decadere senza rendercene conto. I mezzi ci sono; soprattutto c’è, come sostegno solido, il dono di un’amicizia personale col Signore.

Signore Gesù, tocca il nostro cuore e fa’ che sia un cuore innamorato,

tocca la nostra intelligenza e rendila sensibile alla luce dell’amore,

tocca la nostra libertà e sottomettila dolcemente alla verità e al bene.

Noi crediamo in te; sappiamo che non esiste riposo al di fuori della tua grazia.

Ti abbiamo seguito con il desiderio sincero di trasmettere speranza,

di comunicare coraggio di fronte alle sfide della vita,

di contribuire alla crescita di una famiglia umana solidale.

Accogli il nostro desiderio,

purificalo da quanto c’è in esso di egoismo e di vanità,

e fa’ di noi uno strumento del tuo amore

perché tutti possano percepire la gioia che viene dall’essere amati da te.

Maria Santissima,

tu hai portato in te il Figlio di Dio nella sua carne umana

e, con la tua fede, lo hai donato al mondo.

Insegnaci i sentimenti giusti per essere anche noi portatori di Cristo.

E, con il tuo amore di madre,

consolaci nei momenti difficili di solitudine o di avvilimento;

soprattutto dacci un cuore generoso,

che non si ripieghi ad assaporare le sue tristezze,

ma sappia ricevere con semplicità e donare e con gioia. Così sia.