Natale in tempo di crisi

Il momento storico che stiamo vivendo, come tutti sappiamo, è attraversato da una grossa crisi economica (per alcuni è meglio dire finanziaria), ma insieme anche culturale e morale.

Si fa fatica da parte di molte famiglie ad arrivare alla fine del mese: ciò crea preoccupazione e ansia soprattutto ai genitori che hanno figli da
far crescere. Per questo tutti per la loro parte devono prendersi a cuore il problema del lavoro e dell’aiuto alle famiglie in difficoltà economica: le istituzioni pubbliche, la Chiesa, ogni comunità cristiana, ogni cristiano. Ciascuno per la sua parte deve mettersi in moto e, unendosi agli altri, può trovare modalità di difesa e di superamento delle problematiche indotte da questa crisi. Occorre soprattutto che chi ha di più in ricchezza, intelligenza, potere e mezzi vari di sussistenza, si renda disponibile ad offrire di più, pensando che il Signore lo ha favorito per essere il segno della sua presenza in tempi di ristrettezza.

Non può essere che dei cristiani che hanno di più stiano a guardare la miseria di altri, senza far niente. Certo il Signore chiederà loro conto, perché Lui ha vissuto donando e ha insegnato ai suoi a fare altrettanto.

Ma, come dicevamo, la crisi è anche culturale: mancano i fondamenti veri su cui appoggiare il nostro vivere, non si hanno più punti di riferimento certi, si sono smarriti i valori di senso della vita. Tutto ciò anche a causa del rifiuto delle radici detiene da cui noi veniamo. L’uomo d’oggi vuole eliminare Dio dalla sua vita e mettersi al suo posto, perché con le mete raggiunte dalla scienza e dalla tecnica gli pare di essere dio a se stesso. Ma non sa che le conquiste raggiunte sono il risultato dell’intelligenza che Dio gli ha donato e del mondo che Egli gli ha messo a disposizione perché ne traesse buon profitto.

Crisi anche morale. L’uomo, non ammettendo un Assoluto sopra di sé, é legge a se stesso e concepisce la libertà come la possibilità di fare tutto ciò che a lui piace, senza nessun limite. Ma questa concezione mette l’uomo contro l’uomo e lo impegna in una guerra continua di primazia, senza risparmio di colpi. Così egli è destinato ad autodistruggersi. Non sa che la libertà vera viene da Dio, sommamente libero, il quale la offre all’uomo come possibilità di accedere alla sua vita, riconoscendo in Lui la meta del cammino di libertà. Essa, infatti, fin che siamo su questa terra, non è mai un possesso acquisito, ma un cammino; e quindi non è mai assoluta, ma relativa a quel Dio che ce l’ha offerta ed è pienezza di libertà. Essa, allora, chiede un riferimento continuo alla Parola che Dio ha pronunciato, per mezzo della quale Egli ci indica il cammino da percorrere perché la nostra libertà sia piena.

Il Natale insegna soprattutto a noi cristiani a vivere queste crisi come momento di purificazione, per rendere veri i nostri ideali di vita. Il Verbo di Dio che si fa carne e si fida del piano di amore del Padre ci insegna a vivere con fiducia e abbandono i momenti di fatica e di povertà.

Egli ci chiama “beati” se ci mettiamo fiduciosi nelle mani del Padre e diventiamo strumenti del suo amore, servendo i fratelli nel momenti in cui anche noi siamo nel bisogno, certi che non ci farà mancare il necessario. Gesù, poi, nella sua incarnazione ci mostra la sua obbedienza al Padre, insegnandoci che la vera libertà consiste proprio in questa sottomissione, perché chi obbedisce a Lui vive in comunione con Lui, che é pienezza di libertà. Cosi in Dio il cristiano trova il significato del suo vivere e del suo morire e non si smarrisce nel fiume della storia.

Questo, allora, io auguro a ciascuno di voi per il Natale: che sappiate riscoprire in Gesù di Nazareth, Figlio di Dio tatto uomo per noi, la forza e il coraggio di vivere questo momento difficile, scoprendo in Lui le radici e la regola della vostra vita.

La crisi di coppia ed i sintomi (II parte)

Sentirsi estranei

La mancanza di comunicazione raggiunge il suo vertice quando conduce uno dei due o entrambi a sentirsi come estranei e perfino esclusi dal mondo del partner, da ciò che egli è, vive e fa.

Si è dinanzi a un segnale di crisi assai pericoloso, che può condurre i coniugi – se non si interviene in tempo – a vivere come due “estranei” in casa: abitano sotto lo stesso tetto, dormono nello stesso letto, ma non vivono il “noi” coniugale. Gli sposi vivono vicini, ma sono come due binari paralleli, che camminano fianco a fianco, senza un vero incontro di cuori, di menti e di vita. La gioia di costituire una comunità di vita è sacrificata a vantaggio di interessi altri, di hobby personali o di attività esterne.

I due livelli di solitudine fanno avvertire un malessere interiore che può condurre a stati d’animo assolutamente negativi quali:

la collera come rabbia interiore che diventa presto insofferenza;

la paura come stato d’animo ansiogeno, con la sensazione martellante che tutto sia finito o stia per finire;

la tristezza come sfiducia, insicurezza, scarsa stima di sé o dell’altro, fino a forme di depressione e isolamento da tutto.

Tutti e tre gli stati d’animo sono all’origine delle situazioni critiche che fanno della solitudine un’occasione per cercare gratificazioni compensative. Pare che il 60-70% dei tradimenti coniugali dipendano da questi stati d’animo, specie quando diventano cronici e gli sposi non corrono per tempo ai ripari.

L’antidoto consiste nel ricercare una tenerezza nuziale capace di far sentire l’altro coniuge amato, desiderato, apprezzato. Un antidoto che chiede alla coppia di saper coltivare occasioni forti per parlarsi e rieducarsi all’ascolto, riscoprire l’affettività come gioia di accogliersi e donarsi e come attenzione ai bisogni e alle esigenze l’uno dell’altro.

Il secondo sintomo di crisi è la monotonia, e si verifica ogni qualvolta il vissuto coniugale si fossilizza in un tran tran quotidiano, sempre uguale a sé stesso, smarrendo il senso della scoperta e della novità.

MANCANZA DI “CAREZZE”

Il linguaggio delle “carezze” è indispensabile per una coniugalità creativa che faccia sperimentare la gioia di essere sposi e conduca a rinnovarsi in essa. La carezza può essere verbale o non-verbale e in qualunque forma si attui, la carezza è sempre un messaggio che fa essere vivi, perché conduce a sentire di amare e sentire di essere amati.

Scrive la psicoterapeuta americana Virginia Satir: “Ognuno di noi, piccolo o grande, ha bisogno di quattro carezze al giorno per sopravvivere, otto per vivere, dodici per vivere floridamente”.

Perché fra noi non ci sono più gesti affettivi, perché non ci si donano più quei messaggi di riconoscimento così frequenti nei primi tempi? Che cosa è intervenuto nel nostro vissuto di coppia? Perché il desiderio di stare insieme si è raffreddato e la stessa vita intima è sempre più rara o ha assunto scadenze abituali, diventando frustrante per l’uno o l’altro o per tutti e due?

SESSUALITA’ PRIVA DI TENEREZZA

Quando non c’è più alcuna gioia nello stare insieme, quando non si è più capaci di meravigliarsi, la stessa sessualità si riduce a un mero fatto materiale o di sola soddisfazione degli istinti; un episodio chiuso in sé stesso, senza una reale esperienza di amore.

STATO DI RIVINCITA

La conseguenza più diretta dei sintomi segnalati è l’indurre in uno o in tutti e due i coniugi uno stato di rivincita che cova, come fuoco sotto la cenere, esplodendo quasi sempre nel momento meno opportuno. Se nel cuore degli sposi si insinua un forte senso di solitudine, è praticamente inevitabile che possa sorgere un vissuto connotato da delusione e impressione di fallimento, con ferite e rivendicazioni di ogni genere, attribuendo all’altro (il collerico) o a sé stessi (l’ansioso) o al matrimonio stesso (il depresso) la frustrazione che si sta sperimentando.

RIVINCITA COME DO UT DES

La logica che prevale in tutte le circostanze segnalate è di tipo calcolatorio e perfino ricattatorio: do ut des, “dono se ricevo e solo nella misura in cui ricevo”. Varianti della medesime logica sono: “Che cosa stai facendo tu per me?”. “Ti amo, se mi ami”. “Solo quando mi domanderai perdono, ti amerò”.

 Quando gli sposi si accorgono che la loro esistenza sta scivolando verso approdi di questo genere, devono drizzare le antenne e mettere in atto una verifica molto sincera e approfondita.

Il “circolo vizioso” si spezza e diventa “virtuoso” solo se ognuno dei due smette di situarsi al livello del do ut des, e si domanda: “Che cosa sto facendo io per lei / lui, perché sia felice?”. “Ti amo, anche se tu non me lo dimostri”. “Ti chiedo perdono, anche se tu non lo fai”.  

E’ il principio paolino di “vincere il male con il bene”; un principio difficile da incarnare, ma è l’unico che spezza la spirale del calcolo e dell’accusa e conduce a recuperare una relazione di amore positiva e propositiva, liberando il cammino coniugale dal rischio di modelli distruttivi.

La crisi di coppia ed i sintomi (I parte)

Quando due fidanzati si sposano portano nel loro cuore il sogno di essere felici e realizzarsi nell’amore; un amore connotato di affetto e di tenerezza e orientato al “tutto” e al “ per sempre”; un sogno essenziale (guai se non ci fosse), ma non facile da concretizzare, mantenendo viva la freschezza dei primi tempi.

Il vissuto coniugale, per quanto sanato, confermato, santificato dall’evento sacramentale delle nozze, rimane un’esperienza fragile, come fragile è la natura dell’uomo e della donna, il loro unirsi e il loro impegno per divenire “una sola carne”. La possibilità della crisi riguarda tutte le coppie, comprese quelle credenti; nessuna può dirsene esente. Non si tratta di un’esperienza che attraversa solo alcuni sposi, ma è presente – potenzialmente – in ogni matrimonio, anche quello più riuscito. Rimane il fatto che, specie con il passare degli anni e in particolare dopo l’arrivo del primo o secondo figlio, oppure in seguito a modificazione di ruoli o a ingerenze delle famiglie di origine, si possono presentare situazioni inaspettate, impreviste.

Gli anni nei quali sembra manifestarsi con maggiore probabilità la crisi sembrano essere i quaranta per la donna e i cinquanta per l’uomo:

quarant’anni per la donna, quando le succede di innamorarsi di un altro uomo che le offre quell’ebbrezza passionale che ella ritiene di aver smarrito con il marito, ed è quindi fortemente tentata di lasciarsi andare a varie forme di evasione, specialmente quando da tempo cova dentro di sé rancori o rabbie per le “carezze” mai ricevute o per non essersi mai sentita pienamente amata;

cinquant’anni per l’uomo, quando – anche per la paura di non essere più quello di prima – può essere portato a ricercare avventure nuove, specie verso ragazze più giovani, ventenni o trentenni, che lo fanno sentire “uomo”, pienamente apprezzato per le sue doti e capacità, a differenza della moglie con la quale tutto sembra essersi ridotto a un vissuto amorfo e standardizzato.

Non si deve aver paura della crisi. L’importante è non chiudere gli occhi davanti agli indici che la rivelano e guardarli come segnali positivi nella misura stessa in cui rendono consapevoli di uno stato di malessere e chiamano a intervenire e provvedere.

I sintomi di crisi, di fatto, sono segnali di sanità per la coppia. Sarebbe un cattivo segno se i due non li avvertissero più; significherebbe che sono già morti spiritualmente, come coppia!

Non esiste male da cui il Signore non possa liberare. Prima tuttavia è necessario, da parte degli sposi, discernere le “malattie” da cui possono essere colpiti e attivare tutte le contromisure necessarie, anche sul piano umano, per farsi aiutare e individuare le vie per uscirne fuori.

Non si dimentichi che la grazia suppone la natura, nel senso che prima gli sposi devono fare tutta la loro parte per far in modo che poi agisca la grazia liberante del Signore Gesù.

Il primo segnale di crisi di coppia è la solitudine, la cui  forma più immediata si riscontra quando i due sposi non si parlano o lo fanno molto di rado e con fatica; quando non si ricercano o non trovano più occasioni per stare insieme, non ne avvertono la voglia oppure le ritengono inutili; quando non si dedicano più tempi forti per guardarsi negli occhi, dialogare ed esprimersi affetto.

Quando gli sposi non si dedicano più momenti forti solo per loro o lo fanno molto raramente; quando i loro discorsi riguardano solo i figli o questioni esterne relative agli aspetti materiali della vita, e non i loro stati di animo profondi, si è di fronte a un segnale di pericolo che non va sottovalutato, ma va anzi affrontato con molta serietà.

Perché non si parla più fra noi e di noi? Perché non ci confidiamo più i nostri vissuti? Che cosa ci sta succedendo?

L’assenza di comunicazione è il lamento comune di un gran numero di mogli; meno dei mariti.

Perché oggi molti matrimoni vanno in crisi? C’è una cura preventiva? Separazione e divorzio sono sempre una cosa negativa?

Ho letto il testo dal titolo “dopo l’inverno” editrice Ancora di don Zanetti e propongo alla vostra attenzione alcune parti che ritengo utili per la riflessione personale e coniugale…buona lettura.

Di fronte al dilagare delle separazioni coniugali la prima domanda che sorge spontanea è quella del “perché” e quindi di “che cosa” si può fare per prevenire queste situazioni dolorose. In questo ambito le situazioni di vita non si possono ridurre a numeri o statistiche, né si possono fare sbrigative generalizzazioni. Basta comunque guardarci attorno per scorgere che oggi, su quattro o cinque famiglie, una ha dovuto affrontare la separazione! E non si tratta di persone straniere o lontane, ma di nostri vicini di casa, di amici o anche di parenti.

I motivi della separazione sono i più diversi, anche se spesso provenienti da una fragilità delle convinzioni, delle capacità, dei Sentimenti. Talvolta, dalle confidenze raccolte, emerge che le radici di tante separazioni affondano nel terreno del fidanzamento o anche prima. Oppure sono l’esito di una cattiva impostazione della famiglia fin nei suoi primi anni di vita. O, ancora, sono il triste epilogo di una crisi coniugale mal gestita.

a) Reazioni davanti a una separazione o a un divorzio

D. Il fenomeno della separazione e del divorzio è davvero grande e deleterio sia per la vita individuale che per quella sociale. Ma dal tono che usi, spesso presente anche nei documenti della Chiesa, sembra che la separazione sia sempre e comunque un male, un errore e quindi una cosa da evitare. Al contrario, nella mentalità che respiriamo la separazione di due coniugi che non vanno più d’accordo non solo sembra inevitabile, ma addirittura giusta e doverosa, o, comunque, sembra ormai una cosa normale.

Qualcuno giunge persino a dire che, in certe circostanze, la separazione è un atto di amore, compiuto per evitare danni maggiori per sé o per i figli. Allora, bisogna darsi da fare per prevenire le separazioni o, piuttosto, preoccuparsi che esse avvengano nel modo più indolore possibile? Occorre potenziare i consultori familiari o le agenzie di separazione coniugale?

R. La questione che poni è vera e val proprio la pena di fare un po’ di chiarezza. Tutti conoscono le leggi sulla separazione e sul divorzio presenti nel diritto civile italiano e in tante altre nazioni; ma forse non tutti conoscono il pensiero della Chiesa su questi argomenti.

Il Papa e i Vescovi nei loro documenti sul matrimonio e sulla famiglia hanno sempre ribadito importanza di promuovere e tutelare queste realtà; ma hanno anche riconosciuto che in certe circostanze particolarmente gravi la sospensione della vita coniugale può essere legittima. Ciò avviene o in presenza di una situazione pesantemente lesiva della dignità del coniuge (per esempio il tradimento) o nell’eventualità di gravi lesioni fisiche o psichiche verso il coniuge o i figli (per esempio violenze, deviazioni..) o comunque quando la convivenza è divenuta veramente impossibile da sostenere e ormai a rischio di gravi pericoli per i membri della famiglia.

In tali circostanze, dopo che ovviamente sono stati fatti opportuni tentativi di soluzione dei problemi (all’interno della coppia o anche con aiuti esterni, come per esempio in consultorio), la Chiesa, pur continuando a invitare alla pazienza e al perdono, ammette che il coniuge che ha subito la crisi coniugale (o anche entrambi se ne hanno patito in egual misura) ricorra alla separazione, intesa, però, come semplice sospensione della vita coniugale. Ciò significa che la separazione, vista come male minore ed estremo per risolvere certe situazioni, diventa un mezzo per ridare serenità ai coniugi e, quindi, per concedere la possibilità di valutare meglio i loro problemi e se vi siano realmente i presupposti per una loro soluzione.

 D. Ma nella mentalità e nella prassi di oggi la separazione è intesa come una scelta ormai definitiva; come è possibile ipotizzare un ripensamento o una riconciliazione quando ormai ci si è divisi?

 R. È vero; purtroppo, quando oggi due coniugi arrivano alla decisione di separarsi, sono così esasperati, arrabbiati o sfiduciati che non pensano minimamente a un possibile e futuro ricongiungimento; al contrario intendono la separazione come un passaggio di liberazione da una situazione di vita nella quale non vogliono più tornare. Ma questo avviene perché non si è gestita bene la crisi, fin dai suoi inizi, e si è lasciato dilagare il disagio e poi la sofferenza al punto di non farcela più e magari di giungere a offese o maltrattamenti difficilmente rimediabili e superabili.

Se invece le crisi coniugali fossero affrontate con spirito diverso e più attento e con il dovuto sostegno da parte di persone esperte, si eviterebbero tante situazioni di conflitto o di violenza; un eventuale periodo di interruzione della coabitazione potrebbe essere una modalità migliore per esaminare e affrontare i problemi, per maturare e crescere anche dentro le difficoltà, anzi proprio attraverso di esse. Ma questo implica un cambiamento di mentalità, sia nei coniugi che nella società intera; una mentalità che appunto non veda nella separazione l’anticamera del divorzio, ma, come dovrebbe essere, un periodo di seri tentativi di ripensamento della vita coniugale e familiare, e se possibile di riprogettazione di essa.

In realtà, occorre riconoscere che diversi coniugi già attuano periodi di separazione temporanei per poi rimettersi insieme; qualche volta questo porta a una buona ripresa della vita familiare; altre volte, invece, non risolve nulla, anzi peggiora la situazione e alla fine porta a una separazione definitiva.

Questo avviene perché è difficile che i coniugi riescano da soli a capire e risolvere veramente i problemi che li hanno portati all’interruzione della convivenza coniugale; spesso occorre che entrambi i coniugi si affidino con fiducia a un aiuto esterno. E oggi vi sono centri e organismi, ecclesiastici o civili, che possono offrire un apporto valido e competente, cioè un cammino individuale e di coppia che aiuti ad andare in profondità nell’esame delle criticità vissute dai coniugi, che permetta di instaurare un modo più sereno di guardarsi ed eventualmente di individuare le strategie più opportune per riavviare la vita coniugale.

Alla luce di tanti racconti di persone separate o divorziate, posso dire non senza qualche amarezza che certe situazioni si sarebbero potute risolvere felicemente se ci fossero state la disponibilità e la possibilità di effettuare cammini di questo genere.

(sintesi di don Domenico)

Il sacramento diventa dramma: la crisi nel matrimonio (parte II)

Riprendo con le ragioni delle crisi matrimoniali:

2. 3. E qui dobbiamo parlare del passo successivo ancora più terribile: l’infedeltà coniugale o adulterio.
Certamente è necessario fare una distinzione importante. La libertà umana è sempre fallibile, anche la libertà dei santi e questi per primi ne erano profondamente consapevoli. Dunque, è sempre possibile qualsiasi “capitombolo”: è sempre possibile una “sbandata”. Insomma: ci può essere una infedeltà di un momentaneo ottenebramento della mente e del cuore.
Ma in questi casi, la persona riavutasi, solitamente si rende conto della gravità del fatto e deve operare immediatamente la sua conversione. Alessandro Manzoni scrisse profondamente che il male è un padrone così fatto che se non vuoi servirlo, devi ribellarti completamente: col male non si può venire a patti.
Ma ancora più grave è la situazione di chi deturpa e rovina la santità del matrimonio con relazioni adulterine. La posizione di fronte a Dio di questa persona è di indescrivibile gravità: essa introduce il peccato nel santuario dell’amore coniugale e sconsacra il segno dell’amore stesso di Cristo, violando il tempio santo in cui Dio celebra il suo amore creatore. A queste persone non resta che dire: ritornate al Signore, poiché se rimanete in questa situazione, andate verso la vostra autodistruzione ora e alla dannazione eterna poi.
Ma qualcuno potrebbe chiedere, e giustamente: ed il coniuge innocente che cosa deve fare in queste condizioni? Facciamo le due ipotesi: il coniuge adultero si pente e chiede perdono. Il coniuge innocente non può non perdonarlo.
So che sto dicendo una cosa difficile. Ma non lo dico io, lo dice il Signore: Egli non ha fatto eccezioni quando ci chiese di perdonare sempre. Oppure, altra ipotesi, l’adultero non ha nessuna intenzione di smettere, anche se richiamato. È una situazione drammatica in cui il coniuge fedele deve vigilare nella preghiera. Se non si oppone il bene dei figli, in questa situazione solitamente è meglio la separazione.
Ma non vorrei terminare questo grave argomento senza ricordare la parola di Gesù: “Se uno guarda…”. C’è un adulterio nel corpo e c’è un adulterio nel cuore. La purezza del cuore, l’appartenenza totale, non solo fisica, allo sposo/a deve essere esclusiva. In questo sta la grandezza e la bellezza della fedeltà coniugale.

2. 4. Siamo così giunti alla situazione veramente più grave, il divorzio.
Vorrei prima di tutto richiamare alcuni punti fondamentali della dottrina cristiana al riguardo.
Ci sono delle situazioni nelle quali il continuare a convivere significherebbe la distruzione spirituale, umana degli sposi o di uno di loro, la rinuncia alla propria dignità di persona. In questi casi si può, si deve ricorrere alla separazione, cercando di tutelare nel modo migliore possibile il bene degli innocenti, cioè dei figli.
Ma la separazione non significa rottura del vincolo coniugale che è infrangibile da parte degli sposi, non significa divorzio che fra battezzati non esiste, non può esistere.
Tuttavia può accadere che uno dei due chieda, ottenga il divorzio e si risposi. Resta nel coniuge abbandonato l’amarezza di una solitudine che può essere pessima consigliera, in tutti i sensi. Mai come in questa situazione il coniuge deve vigilare nella preghiera per ottenere la forza di continuare a rimanere nella fedeltà ad un amore che è stato tradito. In questa situazione, come non ricordare a questo coniuge una verità centrale della nostra fede: Dio resta sempre fedele, ci ama sempre, anche quando lo tradiamo? Il coniuge è chiamato a dare alla Chiesa questa straordinaria testimonianza: la testimonianza vissuta della verità dell’amore che ama sempre e comunque.
Ecco abbiamo visto quattro delle principali crisi in cui può trovarsi un matrimonio. Ora alcune riflessioni conclusive per rispondere ad una domanda naturale: ma come fare per non entrare in questi casi e per guarirne quando esistono?

3. CONCLUSIONI

Sono sempre più convinto che la stragrande maggioranza delle crisi matrimoniali sia causato dalla mancanza di preparazione al matrimonio. Anche recenti studi hanno confermato questa convinzione.
Come vi dicevo qui si incrociano tre libertà, quelle di Dio che vuole la nostra salvezza, quelle di Satana che vuole la nostra perdizione e la nostra libertà che deve sempre più radicarsi nella volontà, nell’amore del Signore. Come? attraverso la preghiera e la pratica frequente del Sacramento della confessione e la partecipazione profonda all’Eucarestia.

don Domenico

Il sacramento diventa dramma: la crisi nel matrimonio (parte I)

Con questo scritto vorrei parlare, a partire dalle sollecitazioni odierne e dalla situazione attuale, della drammatica possibilità che il sacramento del matrimonio si trasformi in tragedia, che il matrimonio “fallisca”, come si suole dire. Dobbiamo ora riflettere su questo tema, perché sappiamo vivere queste situazioni nel Signore e/o aiutare chi le vive a non distruggere il senso della loro vita.

1. LE RADICI ULTIME DI OGNI CRISI.

Cominciamo subito col richiamare la nostra attenzione su una certezza della nostra fede, che forse stiamo troppo dimenticando: esiste nel cuore di ciascuno di noi e nel mondo in cui viviamo una lotta, uno scontro fra il bene e il male.
E chi sono i personaggi, diciamo così, che prendono parte a questo scontro, i contendenti?
Anche per rispondere a questa domanda dobbiamo metterci in ascolto profondo della Parola di Dio, come ci è stata predicata dalla Chiesa.
Essa ci dice che il primo partecipante a questo scontro è il demonio, il satana: egli esiste, è sempre attivo e cerca di indurre ogni sposo ed ogni sposa a trasgredire la santità, a deturpare la bellezza dell’amore coniugale.
Ma esiste anche ed è sempre attiva un’altra persona: è lo Spirito Santo che abita nel cuore di ogni credente e lo spinge soavemente e fortemente verso tutto ciò che nel matrimonio è vero, è buono, è bello, è santo.
E poi, in questo scontro, ci siamo noi: ciascuno di noi, ciascuna sposa e ciascuno sposo nel suo matrimonio. In forza del sacramento del matrimonio, gli sposi sono resi partecipi dello stesso amore di Cristo, come abbiamo spiegato in una catechesi precedente; sono resi capaci di amare collo stesso amore di Cristo. Ma questo avviene in un cuore nel quale continua a permanere la suggestione e l’attrattiva del male.
Ecco, abbiamo individuato il luogo più profondo  (il nostro cuore) dove hanno origine anche le crisi del matrimonio, poiché in questo luogo ha semplicemente origine la storia di ciascuno di noi.

Tuttavia, proprio a questo punto devo richiamare un’altra verità della nostra fede: la potenza vittoriosa del Signore Risorto. Se leggiamo attentamente la S. Scrittura, vediamo che spessissimo quando Dio si rivolge a qualcuno, inizia sempre il suo dialogo con un “Non temere…”. E se leggiamo attentamente le lettere di S. Paolo, vediamo che spessissimo Egli ricorda ai suoi fedeli la forza invincibile del Signore, la “straordinaria grandezza della sua forza” (Ef. 1, 19), la “efficacia della sua forza” e inviterà i suoi fedeli con queste parole: “attingete forza nel Signore e nel vigore della sua potenza” (Ef. 6, 10). Ecco perché in qualunque situazione possiamo trovarci nel nostro matrimonio, il Signore è sempre più grande e più forte del male in cui, responsabilmente o non, possiamo cadere.

2. LE CRISI DEL MATRIMONIO

Alla luce di queste verità della nostra fede possiamo ora vedere quali crisi possono investire un matrimonio e come  comportarsi in esse.

2. 1. Cominciamo da quelle quotidiane, così possiamo chiamarle, crisi che possono accompagnare la vita matrimoniale. Esse possono nascere da mancanza di dialogo fra i due sposi, di confidenza reciproca profonda, a volte anche dai piccoli muri di incomprensione e di risentimenti che possono gradualmente sorgere. È assai importante che gli sposi siano vigilanti nella custodia del loro cuore da tutte queste attitudini che spesso nascono dall’orgoglio. Per costruire una profonda comunione coniugale, attraverso l’usura del quotidiano, è necessaria una grande umiltà che sola permette di sciogliere ogni principio di ruggine, di incomprensione e di risentimento.

2. 2. Tuttavia può essere l’inizio o il segno di una crisi ben più profonda che può investire il matrimonio. È la crisi che potremmo chiamare di “stanchezza“, di “abitudine”, di “noia”: si è stanchi del proprio matrimonio, perché ci si è abituati in un modo che spesso se ne è perfino annoiati. È una situazione che è molto grave, e purtroppo oggi più frequente di quanto si pensi. Molto grave perché può portare fino alla rottura vera e propria. Significativamente veniva chiamata la “crisi del decimo anno”. Veniva chiamata. Infatti anche una recentissima inchiesta svolta in una regione del Nord Italia ci ha detto che spesso questo accade nei primi quattro anni di matrimonio.
Dobbiamo riflettere molto profondamente su questo tipo di crisi, per prevenirla e per guarirne. Proviamo a chiederci: quando ci annoiamo di qualcosa? Se facciamo attenzione, vediamo che la noia è la conseguenza della ripetizione. Ci si annoia quando si ripetono sempre le stesse cose. Ci si annoia quando non esiste più l’imprevisto; quando si esclude che possa esistere o accadere qualcosa di nuovo nella nostra vita: sempre lo stesso, sempre uguale. Ecco il terreno di cui si nutre la noia.
Ma se è così, allora noi comprendiamo subito che esiste un solo, vero antidoto alla noia: l’amore. Chi ha il cuore pieno di amore possiede un tale anticorpo che appena il germe patogeno della noia si introduce nel nostro organismo spirituale, esso viene subito espulso. Perché l’amore non si annoia mai? perché, come dice un antico proverbio, anche se esso dice e fa sempre le stesse cose non si ripete mai. S. Francesco passò intere notti e giorni dicendo sempre: “Dio mio e mio tutto!”: come ha potuto farlo senza annoiarsi mai? l’amore non ripete mai, anche se continua a dire le stesse parole. L’amore è la novità continua; è sempre imprevedibile.

Abbiamo così raggiunto una convinzione assai importante: ci si annoia del proprio matrimonio quando fra gli sposi non vi è vero amore coniugale. E ora dobbiamo fermarci con molta attenzione su questo punto. E lo voglio fare nella maniera più semplice possibile.
In generale, di fronte ad un bicchiere di acqua non ci poniamo il problema se è acqua vera o falsa, poiché ciò che si presenta come acqua di solito è acqua. La cosa cambia col vino: ci si deve spesso preoccupare di sapere se ciò che ci si presenta, che appare come vino è vino. Dunque: esistono delle apparenze che ingannano, nel senso che ci fanno credere di essere ciò che non sono. In questo caso si parla di vero/falso: vino vero – vino falso. E dell’amore coniugale si può parlare di vero amore coniugale e di falso amore coniugale. Cioè: esiste un’apparenza di amore coniugale cui non corrisponde la realtà dell’amore coniugale. Ora l’apparenza può ingannarci per qualche tempo, più o meno lungo. Ma arriva il momento della verità e ci si rende conto della menzogna con cui i due sposi si erano ingannati ed allora dicono: ma noi non ci amiamo! Ed è la crisi di cui stiamo precisamente parlando.

Ma allora quando si confonde l’apparenza colla realtà dell’amore coniugale? molto brutalmente: quando si crede di amarsi perché semplicemente si sente una forte attrazione sessuale e subito si compiono, già prima del matrimonio, atti sessuali.

La confusione è di pensare che l’amore coniugale sia questo. Perché questo, dopo un po’ di tempo, stanca e genera la noia? Ancora una volta vorrei aiutarvi con alcuni esempi. Avete mai notato una strana differenza? L’occhio è fatto per la luce, tuttavia quando la luce è troppo intensa, esso ne soffre; non solo, ma non può stare sempre nella luce: ha bisogno di riposarsi nel sonno. L’orecchio è fatto per il suono, tuttavia il rumore continuo lo distrugge: ha bisogno di momenti di silenzio. La nostra intelligenza è fatta per la verità, tuttavia essa non si stanca mai di conoscerla: vorrebbe conoscere sempre più ed essere sempre meno ignorante. La nostra volontà è fatta per il bene e non si stanca mai di amare ciò che è bene, ciò che è bello, ciò che è giusto. Vedete: i sensi si stancano, si annoiano; lo spirito non si stanca mai perché è sempre nuovo. Se riduco l’amore coniugale ai sensi o poco più, prima o poi ci si stanca, ci si annoia perché si ripete.
Al contrario, ho sentito tanti sposi che dopo venti, trenta o cinquant’anni di matrimonio, mi dicono: “Ci amiamo come e più del primo giorno”. Ecco la perenne giovinezza dello spirito anche nel corpo che si va disfacendo, perché l’amore vero non può invecchiare…(continua).

Don Domenico