La voce degli angeli

Parte prima – Storia delle campane in generale

Le campane, dai campanili, vegliano e custodiscono dall’alto le nostre comunità. La loro voce è considerata la voce degli angeli, perché, come loro, sono messaggeri di Dio: portano agli uomini la Sua Parola e richiamano alla preghiera. E come la Parola di Dio è annunciata a tutti, ma non tutti la accolgono, così la campana tutti la sentono, ma non tutti la ascoltano davvero.

Un tempo era certo che tutto fosse intriso di Provvidenza divina e si scorgevano con facilità le impronte di Dio, anche nella voce delle campane. Ogni aspetto della vita, anche radicato nella carne e nel sangue dell’uomo, aveva una impronta ultraterrena, poiché tutto era ricondotto a Dio nella prospettiva della salvezza eterna. Le campane suonavano per scandire il tempo liturgico, ma anche quello civile; scandivano la festa, come la giornata feriale. Oggi è cambiato il nostro modo di vedere la realtà e corriamo il rischio di non comprendere più il valore che hanno le campane. In senso generico, la campana risale a tempi antichissimi, ma era diversa da quella che conosciamo.

Le più antiche, di qualche millennio prima di Cristo, erano in ferro battuto e percosse dall’esterno. La vera e propria campana nasce nel Medioevo, nel V secolo, quando il Vescovo di Nola, Paolino, usa nella liturgia i “vasi della Campania” con un batacchio (o battaglio) interno. Negli stessi anni le campane vengono usate nel culto in Irlanda e poi diffuse in tutta Europa dai monaci evangelizzatori irlandesi come Colombano e Gallo. Non sono ancora forgiate per fusione, ma con lamiere di rame battuto, usate come strumento prezioso di evangelizzazione. Le campane non sono solo uno strumento per richiamare e avvertire, sono anche un segno carico di significati: il Vescovo di Mende, Durandus, nel 1286, spiega che in esse ogni elemento ha una funzione pratica e una simbolica, come tutto nella Chiesa, dove ogni cosa è sapiente insegnamento.

La campana è simbolo del Predicatore e la durezza del metallo rappresenta la sua forza d’animo. Il batacchio di ferro che colpisce l’una e l’altra faccia della campana è la lingua del predicatore che fa risuonare l’Antico e il Nuovo Testamento. Il colpo della campana è il predicatore che vince i propri vizi prima di riprendere gli altri: un richiamo alla coerenza del sacerdote che deve vivere ciò che predica. La catena che unisce il batacchio alla campana è la meditazione e il gancio che stringe il batacchio è la moderazione della lingua. Il legno dell’armatura che sorregge la campana è il legno della croce di Cristo; il ferro che unisce la campana al legno è la carità del predicatore e i morsetti che uniscono i legni dell’armatura sono i Profeti.

Nell’era Cristiana, ci si muove in un mondo in cui la dimensione sacra è impastata alla realtà vissuta, quindi anche le campane, come messaggere della voce di Dio, hanno anche un ruolo di protezione e liberazione dal male, dalla peste, dalla carestia, dalla guerra, dai temporali, dagli spiriti maligni e vengono consacrate dal Vescovo per questo. Noi oggi usiamo la parola “campana”, ma nel Medioevo erano almeno dieci i nomi che la indicavano, a seconda della dimensione e della funzione che aveva (ne parla anche san Benedetto nella Regola). Il Vescovo G. Durandus (vescovo di Mende nel XIII secolo) le enumera per grandezza: la SQUILLA, piccola, usata durante il pasto dai monaci, il CYMBALUM usata nel chiostro per richiamare i monaci, la NOLA nel coro, la NOLULA doppia nell’Orologio: una per l’ora e l’altra per la mezza; poi la CAMPANA che è nel campanile, a scopo civile e il SIGNUM che è nella torre, a scopo religioso.

Le campane richiamano alla preghiera e scandiscono il tempo liturgico e il tempo dell’uomo, per aprire il nostro tempo all’eternità. Sono simbolo di unità, armonizzate fra loro, come deve esserlo il popolo di Dio in comunione con Cristo. La campana segna il ritmo della vita della Chiesa e marca la presenza della sacralità della vita di fede dentro alla vita quotidiana, anche civile. Non è un oggetto come gli altri: viene benedetta e consacrata perché come per ogni cosa messa a servizio di Dio, è necessario che sia custodita solo per Lui. Questo oggetto, così presente nei nostri paesi e nelle nostre città, da essere diventato scontato, ha sempre avuto delle funzioni essenziali: è segnale, è chiamata dei fedeli alla liturgia, è ricordo del tempo della preghiera, allarme in caso di pericolo, segna le tappe della vita e scongiura le calamità che minacciano la comunità. Nel prossimo numero vedremo la storia delle campane di Milzanello, rinate nei primi mesi del 2020 grazie alla generosità di alcune famiglie del paese.

Chiara Ravagni

L’omaggio di Kiremba a Paolo VI

La grande chiesa costruita dai missionari bresciani era gremita: una folla immensa ma ordinata assiepata nelle tre ampie navate per rendere omaggio ad un santo il cui nome è legato indissolubilmente a Kiremba. Il racconto della giornata vissuta domenica 14 ottobre a Kiremba

Doveva essere una giornata speciale, e le aspettative non sono state tradite. Semmai sono state superate. I parrocchiani di Kiremba, preparati per settimane a questo storico avvenimento, affluiscono in massa dalle quarantadue colline che fanno da corona alla chiesa e all’ospedale, carichi dei loro semplici doni che deporranno ai piedi dell’altare.

Insieme ai tre sacerdoti della parrocchia e a qualche rappresentante della diocesi, c’è anche l’anziano vescovo Stanislao, ora in pensione. La grande chiesa costruita dai missionari bresciani è gremita: una folla immensa ma ordinata è assiepata nelle tre ampie navate per rendere omaggio ad un santo il cui nome è legato indissolubilmente a Kiremba.

C’è la corale dei giorni di festa, ci sono le suore in abito bianco e i danzatori nei loro abiti tradizionali; c’è il personale dell’ospedale al gran completo e ci sono gli alunni delle scuole. Ma soprattutto c’è la gente comune, dagli anziani ai bambini, chi per l’occasione con un vestito diverso, chi con le solite giacche smunte, con i panni di mille colori e i piedi nudi. Tutti con il cuore palpitante di gioia che si legge sui volti e si esprime nel ritmo, cadenzato e compatto, del battito delle mani, nella preghiera corale e nelle note dei canti che riecheggiano nelle navate. Oggi è festa grande.

A ripeterne il motivo è il parroco, Abbé Jean Baptiste Hakizimana, nella sua omelia che ripercorre le tappe principali della vita di Paolo VI per concludere che quanto oggi esiste a Kiremba, costruito con la generosità e la tenacia dei bresciani nel corso di cinquantacinque lunghi anni, esiste grazie all’intuito e al cuore missionario di quest’uomo elevato oggi alla gloria degli altari.

La gente risponde applaudendo e poi, al momento dell’offertorio, presentando la sfilza di doni che ciascuno si è portato appresso. Sono i frutti della terra coltivata con le loro mani callose che oggi si aprono non per chiedere, ma per donare. Vedendoli, non si può non pensare all’obolo della povera vedova del vangelo. La processione delle offerte è un fiume inarrestabile che dura quasi un’ora. Una processione che si snoda in modo commovente, nella quale tutti vogliono esserci, tutti vogliono portare qualcosa per esprimere il loro “grazie”.

La celebrazione continua, animata dalle danze attorno all’altare sul quale campeggiano due grandi ritratti del santo del giorno, che da oggi diventa più che mai il Santo di Kiremba.

Quando i sacerdoti finiscono di distribuire l’eucarestia, si fa silenzio. È il preludio ad un’esplosione di gioia, come il silenzio prima di un uragano. L’organo di mette a suonare, i tamburi danno il ritmo, la folla inizia ad ondeggiare muovendo i piedi e battendo le mani. Il loro canto è come quello di una sola voce, possente ed intonata, che ripete: “Ora, Signore, non possiamo andarcene senza dirti ancora grazie!” E poi un canto dietro l’altro, come l’impeto di un torrente in piena che non si può contenere: ancora per ringraziare, in un agitarsi di braccia, uno sventolio di bandiere, un intrecciarsi armonioso di movimenti, un arcobaleno di colori. Un tripudio.

La vera cerimonia di canonizzazione è qui a Kiremba, dove di poveri ce ne sono ancora, e forse di più che cinquant’anni fa. Ma non sono poveri piagnucolosi, piegati su se stessi a lamentarsi delle proprie disgrazie. Sono un popolo variopinto e straripante che anziché tendere le mani le agitano in segno di festa; sono uno stuolo di indigenti che da quel nulla che hanno sono riusciti a strappare qualche banana o qualche pezzo di manioca per venire a dire grazie.

Grazie ad un papa santo che oggi, là dal cielo, può essere orgoglioso, di aver scelto questo luogo e questa gente per impiantarvi una missione e un ospedale che hanno saputo mostrargli, dopo oltre mezzo secolo, il loro cuore palpitante e ricolmo di gioia e gratitudine.

Una nuova scuola ad Esanatoglia

Una scuola nuova ad Esanatoglia, anche grazie alla generosità dei lenesi ed al lavoro dei volontari del gruppo comunale di protezione civile Leno.

Lo scorso 28 Giugno, alla presenza del capo dello stato, Presidente Mattarella, si è svolta ad Esanatoglia, paese colpito dal sisma che ha colpito nel 2016 le regioni del Centro Italia, l’inaugurazione della nuova scuola secondaria di secondo grado(medie). La preesistente, a causa dei gravi danni strutturali riportati , non era più utilizzabile.                                                                                                                    All’indomani del sisma il Gruppo Comunale di Protezione Civile Leno  diede il via ad una raccolta fondi  e, con il contributo anche  del comune di Fiesse, fu  possibile allestire uno spazio ludico e di studio destinato ai bambini, proprio di Esanatoglia. Ma la solidarietà  dei lenesi consenti  di dare una mano anche per l’allestimento della nuova scuola. Una bella storia di solidarietà e di amicizia che speriamo di poter continuare con nuovi progetti da supportare. Il Presidente Mattarella ha espresso grande apprezzamento per quanto fatto , complimentandosi con i cittadini di Leno. Una targa è stata apposta alla parete della scuola che recita cosi:

Ai nostri amici bresciani dei comuni di Leno, Lumezzane, Monte Isola, Pontevico e Rovato, che con il loro aiuto ci hanno permesso di arredare ed attrezzare la nostra scuola.

“Alle vostre azioni non possiamo dare un prezzo semplicemente perché sono inestimabili” solo un grazie possiamo restituirvi, grazie con la voce del nostro cuore.

Per noi vale più di qualunque altra parola.

Gruppo Comunale di Protezione Civile Leno

Giuseppe Gadaldi: una vita spesa per la costruzione del bene comune

Una persona aperta, dotata di cultura, dalla solida preparazione amministrativa e una grande fede cattolica: sono queste le caratteristiche che hanno contraddistinto la personalità e lo stile di vita di Giuseppe Gadaldi.

Ci eravamo conosciuti già ai tempi dell’oratorio nei primi anni Sessanta; Giuseppe era molto attivo e presentava anche gli spettacoli e le serate musicali. In quegli anni  abbiamo incominciato a partecipare alla vita ed alle attività delle circolo ACLI di Leno, che contribuivano a sensibilizzare i giovani al sociale ed al pre-politico. Fu naturale per noi, in seguito, aderire alla Democrazia Cristiana e prepararci gradualmente ad assumere impegni a livello amministrativo. Con Giuseppe naque da subito una collaborazione ed un’amicizia: rappresentavamo la sinistra sociale all’interno del partito, con una particolare attenzione ai problemi ed alle aspirazioni delle classi popolari e dei lavoratori. Organizzavamo incontri e congressi che spaziavano dagli aspetti politici della realtà lenese, allo studio di problematiche culturali di più ampio respiro. Allora a Leno il partito dei cattolici poteva contare su circa 400 tesserati. Giuseppe Gadaldi fu per oltre tredici anni assessore, ricoprendo l’incarico prima allo Sport, poi all’ Istruzione ed alle Problematiche Giovanili durante le amministrazioni Cerutti, Prandini, Baronio e Viscardi. Nel 1993 fu eletto sindaco dal consiglio comunale, incarico che ricoprì fino al 1999. Il suo mandato ha rappresentato un periodo importante di crescita urbanistica, culturale e sociale.

Nel momento della prova e del dolore, con la moglie Gabriella e le figlie Federica e Sara abbiamo ricordato i tempi passati, le ore e le notti dedicate alla comunità, a discutere sui problemi ed a trovare le soluzioni per i cittadini.

Era sorprendente vedere come avesse sempre un’attenzione particolare verso la sua comunità. Erano altri tempi: le candidature non erano calate dall’alto, la vera politica non si improvvisava, veniva dall’ascolto della gente, trovava le motivazioni in profonde convinzioni, aveva le basi nel confronto con il  territorio.

Tra le varie fotografie che conservo di quel periodo, dedicato alla vita attiva vissuta nel sociale, ne spuntano anche tante di vita familiare, di momenti condivisi tra le nostre due famiglie; sono immagini che superano il tempo e testimoniano come la stima e l’amicizia reciproche ci hanno sempre uniti.

Andrea Corrini

Costruzione e consacrazione della chiesa di San Michele

Notizie tratte dal libro del Sig. Luigi Cirimbelli “Milzanello”

La nostra chiesa fu voluta dalla famiglia Uggeri quando, nel 1424, prese possesso definitivamente del vecchio castello che i nuovi proprietari sistemarono più comodamente per adibirlo a loro dimora.

Quando e dove sia sorto precisamente il primitivo tempio in onore di San Michele, patrono dei Longobardi, è difficile stabilirlo; senza dubbio fu tra le prime chiese dipendenti dalla Badia di Leno. La primitiva chiesa non corrispondeva alle esigenze della popolazione e rischiava di cadere in rovina.  Gli Uggeri iniziarono, allora, l’opera di ricostruzione della chiesa parrocchiale dando così ai fedeli la possibilità di adempiere ai loro doveri religiosi.

Nel 1462 il vescovo di Brescia Mon. Bartolomeo Malipiero diede la facoltà della consacrazione del nuovo tempio. La solenne cerimonia si svolse con una eccezionale partecipazione di clero e religiosi e di un folto numero di fedeli. Ogni anno nella comunità di Milzanello viene festeggiato con entusiasmo San Michele. Per parecchio tempo la festa fu spostata alla domenica, mentre ora, dopo l’arrivo di Mon. Palamini, le celebrazioni si svolgono il 29 settembre giorno dedicato al santo.

Quest’anno le giornate di festa sono state tre:
venerdì 29 settembre, santa Messa solenne  e piccolo momento di condivisione;
sabato 30 settembre, cena per tutti con musica e danze;
domenica 1 ottobre, ore 15 vespri solenni e a seguire giochi e merenda per piccoli e grandi.

Un sentito ringraziamento a tutti coloro che hanno contribuito alla buona riuscita delle manifestazioni celebrative.